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Bombe H nello spazio!

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“L’esplosione nucleare di stasera potrebbe essere abbagliante: probabile
ottima visibilità”
. Così titolava l’Honolulu Advertiser nel 1962 in occasione di
Starfish Prime: che non era il titolo di un film di fantascienza, ma il
nome dato al progetto statunitense – assolutamente, incredibilmente,
follemente reale – di far esplodere nello spazio una bomba termonucleare mille
volte più potente di quella di Hiroshima, per vedere cosa sarebbe successo.

L’esperimento fu effettivamente realizzato il 9 luglio di quell’anno,
caricando una bomba all’idrogeno da 1,4 megatoni su un missile che la portò a
400 chilometri di quota sopra l’Oceano Pacifico. Sono state da poco rese
pubbliche molte immagini e riprese inedite dell’esplosione, finora tenute
segrete.

È difficile, oggi, immedesimarsi nello stato d’animo di allora. C’era la
Guerra Fredda: l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti si puntavano addosso a
vicenda migliaia di testate nucleari, sufficienti a distruggere la razza umana
più volte, e studiavano metodi sempre più efficaci e letali per compiere
questa distruzione reciproca assicurata.

Nel 1958, l’astrofisico James Van Allen aveva annunciato la scoperta delle
fasce di particelle energetiche (protoni ed elettroni) che circondano la Terra
e che oggi portano il suo nome. Lo stesso giorno in cui fece l’annuncio, Van
Allen si mise d’accordo con i militari per una serie di lanci di bombe
atomiche allo scopo di vedere se erano in grado di distruggere queste fasce.

Questi esperimenti avevano anche obiettivi militari: per esempio, scoprire se
le radiazioni di una detonazione nucleare avrebbero reso più difficile
localizzare missili nemici in arrivo o se li avrebbero invece distrutti, se
l’esplosione avrebbe spinto fino a terra le letali fasce di particelle in
corrispondenza di un bersaglio (per esempio Mosca) e se avrebbe interferito
con le comunicazioni militari.

La disinvoltura nucleare di quegli anni è incredibile, se vista con gli occhi
di oggi. Vari lanci fallirono e fu necessario distruggere i missili mediante
l’apposito comando radio, disperdendo frammenti radioattivi su una vasta zona.
In un caso (Bluegill Prime), il missile fu distrutto sulla rampa di lancio,
contaminando l’area della torre di lancio di plutonio e con i residui chimici
del carburante.

L’esplosione di Starfish Prime, la bomba lanciata da Johnston Island su un
missile Thor, fu visibile dalle Hawaii alla Nuova Zelanda. A Honolulu, negli
alberghi si tennero “Feste della Bomba Arcobaleno” (“Rainbow Bomb Parties”) con il naso all’insù. La detonazione nucleare, infatti, produsse aurore
artificiali e lampi multicolore dovuti all’interazione fra le radiazioni
emesse dalla bomba e l’atmosfera.

Ma gli effetti della bomba all’idrogeno furono molto più significativi di
semplici lampi giganti policromi. L’impulso elettromagnetico prodotto dalla
bomba fu di gran lunga superiore al previsto e causò blackout elettrici alle
Hawaii, a circa 1450 chilometri dal punto di detonazione, fece saltare circa
300 lampioni e almeno un collegamento telefonico in microonde. Tre satelliti
artificiali furono resi permanentemente inservibili e le radiazioni emesse
causarono il progressivo danneggiamento di un terzo di tutti i satelliti in
orbita bassa. Una delle vittime di Starfish Prime fu il primissimo satellite
commerciale per telecomunicazioni, Telstar.

Qui su Youtube potete
vedere uno dei documentari recentemente pubblicati che mostrano i dettagli
dell’esperimento, presentati con un tono che sembra tratto, non a caso, dal
Dottor Stranamore di Stanley Kubrick.

Se volete saperne di più, potete consultare un documentario,
Nukes in Space, narrato da
William Shatner (il capitano Kirk di Star Trek), un dettagliato
articolo di NPR.org
e i video presentati da
Make a History.com.

La prossima volta che qualcuno si lamenta che i giovani d’oggi sono
irresponsabili, provate a ricordare che i loro nonni facevano scoppiare bombe
atomiche nello spazio per fare fuochi d’artificio, senza pensare alle
conseguenze.

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