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ReteTreRSI

Podcast d’annata cercansi; rimborso Windows

Sto cercando di recuperare i podcast del Disinformatico radiofonico che vanno dal 3/7/2007 al 2/10/2007. All’epoca non ho avuto tempo di scaricarmeli, e la Radio Svizzera di lingua italiana non ne conserva online una copia alla quale io possa accedere senza una trafila burocratica piuttosto intricata. Li avete conservati da qualche parte? Se sì, contattatemi via mail, grazie!

A proposito di podcast radiofonici, quello della scorsa puntata del Disinformatico (12 febbraio) è disponibile per qualche settimana; lo è anche il servizio di Nova Radio Firenze sul rimborso di Windows, al quale ho partecipato insieme a una rappresentante dell’ADUC.

Aggiornamento

Fantastico: gli utenti si dimostrano ancora una volta i migliori custodi della memoria di Internet. Quasi tutte le puntate “perse” sono già arrivate e le sto già pubblicando nell’archivio online. Mancano ancora all’appello solo quelle del 17 luglio e del 4 settembre 2007, stranamente assenti da tutte le vostre collezioni (eppure so di averle trasmesse). Grazie a Sheldon Pax, p.delbufalo, ilmagicoalverman, ennionic****, digraziano.****, sergioch, robocgn, alelam****, mg!

Podcast Disinformatico del 2011/09/09 e dibattito TV sull’11/9

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico, dedicata all’allarme su Facebook per “Francesca Capone” (con nuovi settaggi di privacy
di Facebook)
, al
worm di nome “Morto”, ai
13 anni di Google Inc., al
caos di Diginotar
che causa aggiornamenti continui e alla
trappola della falsa messa in regola di Windows piratato.

Per quanto riguarda il complottismo undicisettembrino, segnalo che la
Radiotelevisione Svizzera mi ha
intervistato
nella trasmissione Il Quotidiano; inoltre ho completato il montaggio e
la messa online dei video dell’incontro-dibattito di Lugano, che è disponibile
qui. Buona visione, se non vi siete stancati dell’argomento.

—

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili. Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la consultazione.

Hai piratato Windows? Paga 100 euro e ti metti in
regola… forse

La
fantasia dei malfattori online è inesauribile e spesso gioca sui
sensi di colpa degli utenti. In passato si sono visti attacchi
informatici che si basavano su finte accuse di pirateria di musica o
film; adesso è il turno di Ransom.AN, che colpisce particolarmente
chi ha una copia pirata di Windows. Un disonesto che punisce un
disonesto, insomma.

Secondo la segnalazione di Panda
Security
,
Ransom.AN arriva attraverso vari canali, come lo spam o lo
scaricamento di software pirata, e fa comparire una schermata nera
con il logo Microsoft e un perentorio avviso in tedesco secondo il
quale è stata rilevata sul computer una copia abusiva di Windows.
L’illecito, dice l’avviso, può essere sanato pagando 100 euro
tramite carta di credito; in caso contrario partirà una denuncia
alla polizia e verranno cancellati dal computer i dati dell’utente.

Chi
ha la coscienza sporca (e anche chi non è sicuro dello stato della
propria licenza di Windows) abboccherà facilmente alla trappola e
finirà su un sito che sembra legato a Microsoft, immettendovi i dati
della propria carta di credito. I malfattori li useranno per
prelevare ben più di 100 euro e poi manderanno un codice di sblocco.

Se
non abboccate, potete comunque scavalcare la richiesta di codice in
modo semplice: il codice è stato infatti divulgato
da
Panda Security insieme alle istruzioni per rimuovere l’infezione.

Perché ci sono continui aggiornamenti di Firefox
e altri programmi?

Nei
giorni scorsi molti utenti hanno notato una raffica insolita di
aggiornamenti di Chrome, Firefox e Thunderbird. Per quanto irritanti,
non vanno ignorati, perché c’è di mezzo una violazione della
sicurezza di Internet che è arrivata a compromettere quasi tutta la
Rete, toccando anche la CIA, il Mossad israeliano e l’MI6 britannico.

Che
sta succedendo? Come segnalato
nella scorsa puntata del Disinformatico, l’olandese Diginotar,
una certification authority, ossia una delle società
abilitate al rilascio dei certificati digitali (i codici che
garantiscono l’identità dei siti e la sicurezza delle comunicazioni
cifrate su Internet), è stata violata e usata per generare dei
certificati fasulli che consentono al possessore di spacciarsi per
Gmail e per altri servizi di Google, intercettando per esempio il
traffico di e-mail degli utenti.

I
produttori di browser hanno reagito al problema pubblicando un
aggiornamento dei propri prodotti, ma è emerso che la violazione di
sicurezza è più ampia di quanto dichiarato inizialmente. I
certificati contraffatti sono, stando agli ultimi conteggi, oltre 500
e permettono di impersonare Mozilla, Yahoo, Skype, Facebook, Twitter,
il servizio di anonimizzazione Tor e anche Windows Update.

Anche
i certificati digitali dei siti del governo olandese risultano
compromessi, e lo stesso vale per quelli dei siti pubblici di CIA,
Mossad e MI6. Da qui l’assoluta necessità di aggiornare i programmi
che usano questi certificati, revocando ogni accettazione di
qualunque certificato firmato Diginotar.

Non
sembra trattarsi di un attacco effettuato attingendo alle ingenti
risorse tecniche di un governo ostile, come alcuni avevano
teorizzato, perché la tecnica di violazione della Diginotar è stata
assolutamente banale. La società, infatti, aveva password facili,
non aveva un antivirus e non aveva installato gli aggiornamenti del
software, secondo un rapporto
della società di sicurezza Fox-IT.

Non
è finita: l’intruso responsabile dell’incursione si è fatto
vivo
dicendo di avere ancora accesso ad altre quattro autorità
di certificazione, per cui il rischio di ulteriori intercettazioni
delle comunicazioni cifrate degli internauti è ancora alto.

Il
sistema dei certificati digitali, che garantisce le transazioni via
Internet dagli anni Novanta, sembra ormai avere il fiato corto e si
pensa a una sua drastica sostituzione. Mozilla non è andata per il
sottile e ha intimato
a tutte le autorità di certificazione usate dai suoi prodotti
(principalmente Firefox e Thunderbird) di certificare entro otto
giorni lo stato di sicurezza dei propri sistemi, avvisando di essere
disposta a "qualunque misura necessaria per garantire la
sicurezza"
dei suoi utenti. Prepariamoci, quindi, a
una nuova ondata di aggiornamenti indispensabili e aumentiamo la
vigilanza sulle nostre transazioni online.

Fonti
aggiuntive: ThreatLevel
,
The
Register
.

L’assegno che fece nascere Google

Sono
già passati tredici anni dal debutto di Google, che ha trasformato
il modo in cui usiamo Internet. Molti utenti non hanno mai visto
com’era la Rete prima dell’avvento di questo motore di ricerca. Ma
com’è nato Google? Con un assegno a una ditta che non esisteva.

È
il 1998. Larry Page e Sergey Brin, studenti all’università di
Stanford, lavorano già da due anni a un motore di ricerca
sperimentale che chiamano inizialmente BackRub (letteramente
"massaggio alla schiena") e poi Google, che è un
gioco di parole sul termine matematico googol che indica il
numero corrispondente a 1 seguito da cento zeri (ma nella Guida
Galattica per Autostoppisti
di Douglas Adams c’era già un
personaggio cibernetico di nome Googleplex).
Faticano, però, a trovare finanziatori per il loro servizio.

Google,
anche se è ancora in versione beta, piace molto agli internauti,
tanto da sovraccaricare la connessione Internet dell’università, e
finalmente attira un investitore speciale: uno dei fondatori della
Sun, Andy Bechtolsheim, che decide di staccare un assegno da 100.000
dollari a favore del progetto a fine agosto del 1998. Solo che
l’assegno è intestato a "Google Inc.", una ditta che Page
e Brin non hanno ancora fondato.

Nessun
problema: il 4 settembre i due studenti, spinti dal bisogno di
trovare il modo d’incassare l’assegno, fondano la Google Inc. in
California, aprono un conto corrente a nome della neonata ditta e vi
versano i soldi di Bechtolsheim. La creazione della società e il
nome prestigioso del primo finanziatore attirano altri investitori, e
il resto è storia. Ma senza quell’assegno a nome di una ditta
fantasma, oggi Internet sarebbe un posto assai diverso.

Fonti:
Google.com
,
Wired
.

Weekend con il "Morto"

C’erano
una volta i worm, ossia i virus capaci di diffondersi da
soli. Oggi sono diventati rari, un po’ perché i sistemi operativi
hanno turato parecchie falle che consentivano ai worm di propagarsi
ma soprattutto perché il crimine informatico preferisce altre
tecniche (come per esempio i trojan).

Ogni
tanto, però, fa capolino uno di questi attacchi vecchio stile.
Stavolta è il turno del worm denominato Morto, che colpisce i
sistemi Windows e si è meritato un livello
di allerta "Grave"
da parte di Microsoft. Una volta che
si è insediato in un computer, tenta di raggiungerne altri sulla
sottorete locale per infettarli.

A
differenza dei suoi predecessori, usa un canale di accesso insolito,
il servizio RDP (Remote Desktop Protocol) usato per la connessione
remota di un computer Windows a un altro, e non sfrutta una
vulnerabilità di Windows ma approfitta del fatto che molti utenti
usano password facili e usano il servizio RDP via Internet senza
precauzioni. Morto non fa altro che tentare le password più comuni:
un metodo banale ma efficace, a giudicare dalla propagazione di
quest’attacco.

Morto
è rilevato dai principali antivirus e crea molto traffico sulla
porta TCP 3389. È predisposto per il comando a distanza da parte del
suo creatore e se riesce a entrare in un computer ne disattiva
l’antivirus.

La
miglior difesa, come sempre, è la prevenzione, che comincia dall’uso
di password robuste. L’elenco di password tentate da Morto è
eloquente: se vi trovate la vostra, è decisamente il caso di
cambiarla.

!@#$%

%u%12

*1234

000000

111

1111

111111

123

123123

123321

12345

123456

1234567

12345678

123456789

1234567890

1234qwer

168168

1q2w3e

1qaz2wsx

369

520520

654321

666666

888888

aaa

abc123

abcd1234

admin

admin123

letmein

pass

password

server

test

user

Fonti:
F-Secure,
Eweek
,
Threatpost
.

Allarme su Facebook per "Francesca Capone"

Sono
arrivate numerose segnalazioni di un allarme circolante su Facebook a
proposito di una “Francesca Capone” che sarebbe pericoloso
accettare come contatto. Ecco un esempio del testo in circolazione:

"URGENTISSIMO!!!
NON ACCETTARE IL CONTATTO: "FRANCESCA CAPONE" DETTA ANCHE
"CHECCA SPAM" PERCHE’ NON E UN UTENTE MA UN VIRUS CHE
FORMATTA IL PC E SE LO ACCETTA ANCHE UNO SOLO DEI TUOI CONTATTI LO
PRENDI ANCHE TU, ED INOLTRE SI APPROPRIERA’ DEI VOSTRI DATI PERSONALI
E DI TUTTE LE PASSWORD. FAI COPIA E INCOLLA E INVIALO ANCHE AI NON IN
LINEA FALLO… PREGO INSERIRE NELLE VOSTRE BACHECHE… GRAZIE. P.S.
LA FONTE ARRIVA DAI CARABINIERI."

Niente
panico: il Gruppo
Anti Bufale
su Facebook segnala che si tratta della “solita
bufala che gira dal 2007 cambiando il nome”
.

Un
appello molto più utile da far circolare riguarda invece le nuove
opzioni di privacy di Facebook. F-Secure
segnala
che se andate nelle impostazioni
sulla privacy,
potete scegliere se quello che mettete su Facebook
è automaticamente pubblico (leggibile da chiunque, anche non
iscritto a Facebook) oppure visibile solo ai contatti o addirittura
non visibile a nessuno come impostazione predefinita. Questo è molto
utile per evitare errori e imbarazzi rendendo inavvertitamente
pubblico qualcosa di compromettente.

Nella
stessa schermata di impostazioni sulla privacy vale la pena di
cambiare anche l’opzione Funzionamento dei tag – Controllo del
profilo
e attivare questo controllo. In questo modo, infatti,
quando vi taggano in una foto o in un post, è necessaria la vostra
approvazione prima che questo contenuto compaia nella vostra bacheca.

Le
foto e i post taggati con il vostro nome compaiono comunque nel
profilo del vostro amico che li pubblica e quindi sono visibili agli
amici comuni, ma perlomeno potete evitare che qualche amico
buontempone faccia comparire nel vostro profilo foto sconvenienti.

Disinformatico radio, podcast del 2011/12/16

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico radiofonico. Ecco i temi e i
rispettivi articoli di supporto:

  • L’industria del videogioco conta più di quella del cinema:
    “Call of Duty” batte “Avatar”
    per il minor tempo richiesto per incassare un miliardo di dollari.
  • L”imminente
    debutto della Timeline di Facebook, che rivoluzionerà l’uso di questo social network, nel bene e nel male,
    spingendoci a immettervi non solo il nostro presente ma anche il nostro
    passato; riemergono i vecchi post, con potenziali nuovi imbarazzi.
  • Youhavedownloaded.com permette un facilissimo
    monitoraggio pubblico dei download P2P
    effettuati da chiunque: basta conoscerne l’indirizzo IP. 
  • Con lo stesso monitoraggio si è arrivati alla
    presunta scoperta di download illegali
    effettuati da case cinematografiche, agenzie di riscossione dei diritti
    d’autore e dalla residenza ufficiale del presidente francese Sarkozy.
  • Chicca: la
    prima registrazione sonora, datata 1860, recuperata 140 anni dopo con l’aiuto dell’informatica.

—

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

—

Record d’incassi: “Call of Duty” batte “Avatar”

Quale prodotto d’intrattenimento detiene il record per aver guadagnato un
miliardo di dollari d’incassi nel minor tempo? Se avete pensato ad
Avatar, il kolossal digitale 3D di James Cameron, avreste avuto ragione
fino a pochi giorni fa. Nel 2009 questo film raggiunse il traguardo del
miliardo in soli 17 giorni.

Il successo davvero notevole della scommessa di Cameron è stato però
migliorato, appunto, pochi giorni fa. Ma non da un altro film: da un
videogioco. Call of Duty: Modern Warfare 3 ha
raggiunto
il miliardo d’incassi in soli sedici giorni, portando alla Activision, la società produttrice del gioco, ben 30 milioni di giocatori.

Call of Duty: Modern Warfare 3 aveva già stabilito un record vendendo
6,5 milioni di copie nelle prime ventiquattro ore,
incassando
400 milioni di dollari. E non è la prima volta: il predecessore di
Modern Warfare, intitolato Black Ops, aveva portato a casa poco
meno (390 milioni di dollari) nel primo giorno di vendite.

Anche altri titoli di società concorrenti, come il nuovo
Battlefield 3 di Electronic Arts, possono vantare vendite da capogiro:
cinque milioni di copie vendute in una settimana. Electronic Arts, inoltre, sta per
lanciare Star Wars: The Old Republic (in uscita il 20 dicembre), che
promette
incassi altrettando invidiabili. A titolo di confronto, il film che detiene il
record d’incassi del 2011 (Harry Potter e i Doni della Morte, parte 2) ha
totalizzato 1,3
miliardi di dollari, ma ci ha messo cinque mesi.

Il mondo dei videogiochi online
stima
incassi globali di 65 miliardi di dollari per il 2011, in aumento rispetto ai
62,7 dell’anno scorso, e da vari anni ha
sorpassato
l’industria del cinema (27 miliardi) e quella musicale (40 miliardi). La
prossima volta che qualcuno parla di un film dicendo che sembra un videogioco,
potrebbe non essere un termine di paragone negativo. Almeno dal punto di vista
dei soldi.

Fra sette giorni Facebook cambia tutto

Facebook sta per cambiare radicalmente aspetto. Dal 23 dicembre prossimo sarà
attivo automaticamente e obbligatoriamente il Diario (Timeline
in originale), vale a dire un’organizzazione molto più cronologicamente
ordinata dei contenuti. I primi a provare il nuovo aspetto sono stati i
neozelandesi, nei giorni scorsi, e i coraggiosi possono già attivarlo subito
andando alla pagina apposita di Facebook (https://www.facebook.com/about/timeline), che contiene una spiegazione delle nuove funzioni, e cliccando sul tasto
verde “Ottieni il diario” in fondo alla pagina.

Si può scegliere fra un’anteprima privata e la pubblicazione immediata del
nuovo aspetto cliccando su Pubblica ora nell’anteprima stessa. La prima
cosa da fare, visto che la nuova impostazione di Facebook è molto orientata
alle immagini, è scegliere una buona foto di copertina, che sarà visibile a
tutti e comparirà come striscione in testa al profilo dell’utente.

Per il resto, la struttura della pagina è una vera e propria linea temporale,
collocata al centro e ordinata in modo da far comparire per primi gli elementi
più recenti, che sono disposti a destra e a sinistra della linea stessa
secondo uno zigzag che può causare un certo disorientamento iniziale.

In alto a destra c’è poi una cronologia più sommaria, suddivisa in mesi e
anni: l’intento di Facebook è trasformare il profilo di ogni utente nel
deposito pubblico di tutta la storia della sua vita e non solo degli eventi
successivi alla nascita di Facebook. Ognuno valuterà se questo sia un bene o
un male. Maggiori dettagli sono disponibili (in italiano) su
Il Post.

Residenza Sarkozy e major antipirateria colte a scaricare film?

Sembra una notizia troppo ghiotta e ironica per essere vera, ma pare proprio
che qualcuno presso Sony, NBC e Fox sia stato colto a piratare musica e film.
Considerato che l’industria del cinema sta spingendo fortemente per un
inasprimento delle pene per chi scarica, chiedendo poteri straordinari
d’interdizione dei siti e degli utenti colpevoli, da giudicare senza processo,
gli indizi, se confermati, sarebbero decisamente imbarazzanti.

Anche in casa Sarkozy c’è chi pirata, nonostante la legge francese HADOPI
punisca severamente il download illegale. Perlomeno questo è quel che risulta
dalle indagini effettuate usando Youhavedownloaded.com (YHD), un sito che
archivia il traffico dei circuiti peer-to-peer e permette di sapere quali file
sono stati scaricati da uno specifico indirizzo IP.

Il sito Nikopic.com, infatti ha provato a immettere in YHD gli indirizzi IP
62.160.71.0-255, che corrispondono al Palais de l’Élysée, residenza ufficiale
di Sarkozy, e ha
scoperto
che a novembre da quegli indirizzi sono stati scaricati vari film americani e
musica dei Beach Boys.

Secondo
Torrentfreak.com, invece, degli indirizzi IP appartenenti a Sony Pictures, NBC Universal e
Fox avrebbero scaricato materiale illegale: l’intera stagione di un telefilm
(Game of Thrones), della musica trance, un DVD di
Cowboy e alieni, e molto altro.

Anche qualcuno presso Google è stato colto a scaricare una copia abusiva di
Windows 7, e un
sito olandese
ha scoperto che un indirizzo IP dell’agenzia locale di riscossione dei diritti
d’autore Buma/Stemra ha scaricato una copia del telefilm Entourage e
del videogioco Battlefield 3.

La Buma/Stemra ha
replicato
dichiarando che i loro indirizzi IP sono stati falsificati. Tesi tecnicamente
fattibile ma abbastanza improbabile, e comunque molto interessante, perché
d’ora in poi anche chi viene accusato di download illegale potrà difendersi
con la stessa giustificazione.

Che cosa avete scaricato? Youhavedownloaded lo sa

Se usate i circuiti peer-to-peer come Bittorrent e simili per scaricare film
da Internet, sappiate che è facilissimo per chiunque sapere esattamente che
cosa avete scaricato. Non solo per le case cinematografiche, ma anche per i
comuni mortali, per cui se per esempio vi sentite a disagio nell’ammettere di
aver scaricato l’ultima puntata della saga dei vampiri sbrilluccicanti, vi
conviene cambiare strategia di download.

È infatti nato da poco il sito
Youhavedownloaded.com, che sta accumulando un enorme archivio del traffico dei circuiti
peer-to-peer, associando i file scaricati agli indirizzi IP dei loro
scaricatori, ma senza includere altri dati personali. Se visitate il sito vi
esponete automaticamente all’elenco di quali file avete scaricato, sulla base
del vostro indirizzo IP. I dati utilizzati per questo servizio sono
pubblicamente accessibili da sempre, ma ora sono consultabili con estrema
facilità anche dai non esperti. Per sapere che cosa ha scaricato uno specifico
utente è sufficiente conoscerne l’indirizzo IP.

Youhavedownloaded.com, nato some sito puramente dimostrativo per allertare gli
utenti sulla visibilità delle loro attività in Rete, ha finora accumulato dati
su oltre 52 milioni di indirizzi IP e permette anche di sapere quante volte è
stato scaricato uno specifico file. Non è un sistema infallibile, perché per
ora raccoglie solo una parte del traffico dei circuiti peer-to-peer: questo
vuol dire che un indirizzo IP può risultargli “pulito” anche quando non lo è.

Il sito offre anche un “widget” per fare scherzi agli amici e
sottolineare quanto siano in realtà pubbliche le loro navigazioni in Rete: se
pubblicate il widget di Youhavedownloaded.com sul vostro sito, ogni persona
che lo vedrà si troverà elencato tutto quello che è stato scaricato dal suo
indirizzo IP.

Decisamente inquietante, ma attenzione: molti utenti hanno indirizzi IP
dinamici (ossia che cambiano nel tempo), per cui è facile incappare in
attribuzioni errate. Buon divertimento.

La prima registrazione audio? Nel 1859

L’invenzione della registrazione sonora è comunemente attribuita a Thomas
Edison, ma in realtà Edison fu soltanto il primo a trovare un modo pratico sia
per registrare suoni, sia per riprodurli. Prima di lui altri inventori avevano
sviluppato vari congegni che permettevano di registrare audio ma non di
riascoltare la registrazione. Lo scopo di queste registrazioni non
riascoltabili era studiare le forme e le ampiezze delle onde sonore,
rappresentandole graficamente.

Così nel 1860, ben 151 anni fa, il francese Édouard-Léon Scott de Martinville
aveva usato il suo fonautografo per catturare suoni su un foglio di
carta coperto di nerofumo (la finissima fuliggine prodotta dalle lampade a
olio), incidendoli sotto forma linee tracciate in questo nerofumo da una
setola di maiale collegata a una membrana di pergamena che raccoglieva il
suono raccolto da un cilindro o da un corno.

Per inquadrare il periodo: in America iniziava la presidenza di Abramo
Lincoln, in Italia Garibaldi iniziava la spedizione dei Mille e in Francia c’era
Napoleone III. Se si fosse compreso prima il potenziale di queste tecnologie di
registrazione, oggi potremmo avere un incredibile catalogo di registrazioni di
personaggi storici di un secolo e mezzo fa. O anche molto prima, visto che i materiali necessari erano disponibili fin dall’antichità.

Ma ci vollero anni per rendersi conto che quelle tracce grafiche generate dai
suoni potevano essere riconvertite in qualcosa di udibile. Verso il 1870 alcuni
sperimentatori riuscirono a registrare e riprodurre suoni usando una versione
aggiornata della tecnica di Scott, ma poi arrivò il fonografo di Edison e
quelle primissime registrazioni furono dimenticate. Per oltre 140 anni si
pensò che fossero irrecuperabili.

Poi, nel 2008, un gruppo di ricercatori denominato First Sounds è riuscito a
procurarsi una scansione di alta qualità dei fonautogrammi di Scott e ad
analizzarla digitalmente. Il risultato è ascoltabile
qui
o, in versione rallentata per tentare di restituire il timbro originale,
presso
First Sounds. Affascinante.

Mi racconto un po’ alla radio: “Perfetti sconosciuti”, condotto da Rosy Nervi, ospiti Francesco Grassi e Maurizio Modica

Mi racconto un po’ alla radio: “Perfetti sconosciuti”, condotto da Rosy Nervi, ospiti Francesco Grassi e Maurizio Modica

Lunedì 2 ottobre scorso sono stato ospite in diretta del programma
“Perfetti sconosciuti”, in cui mi sono raccontato un po’ a Rosy Nervi con l’aiuto degli ospiti
telefonici Francesco Grassi (il mio maestro di cerchi nel grano) e Maurizio
Modica (voce di X Factor, Falò e tanti altri programmi oltre che mio
mentore e collega DJ negli anni Ottanta a Pavia). Il programma include anche uno
spezzone, quasi irriconoscibile, della mia voce da diggei di allora.

Abbiamo parlato anche dell’imminente CICAPFest 2023, che si terrà a Padova dal 13 al 15 ottobre e del quale sarò ospite con vari appuntamenti.

Se volete, l’audio è ascoltabile e scaricabile
qui.

Storie di Scienza 11: Il “Segnale Wow” e i “dischi volanti” di Kenneth Arnold, tormentoni ufologici da smontare

Storie di Scienza: Il “Segnale Wow” e i “dischi volanti” di Kenneth Arnold, tormentoni ufologici da smontare

Ultimo aggiornamento: 2020/08/06 17:35. 

Il cosiddetto “Segnale Wow” è uno dei capisaldi dell’ufologia e della ricerca scientifica di indizi di vita intelligente extraterrestre; ne ho già parlato in altre occasioni qui e qui, ma torno sull’argomento perché c’è un dettaglio importante da aggiungere alla vicenda. Ma cominciamo dall’inizio.

È il 15 agosto del 1977. Star Wars è uscito da poco nelle sale cinematografiche e sta spopolando in tutto il mondo. L’astronomo Jerry Ehman, però, quel giorno è preso da altre cose. Lavora al radiotelescopio Big Ear della Ohio State University: quel giorno guarda i tabulati che escono dalla stampante dello strumenti, prende una biro rossa, cerchia alcuni dati e scrive un grosso “Wow!” sulla stampa. Come George Lucas, non sa ancora di aver dato vita a una leggenda spaziale che durerà decenni.

Il Big Ear. Credit: Bigear.org/NAAPO (via INAF).

La grafica delle stampanti è ancora terribilmente primitiva, per cui le informazioni vengono semplicemente rappresentate come caratteri. La sequenza 6EQUJ5 che Ehman ha cerchiato evidenzia una serie di livelli di intensità, in cui 1 è il minimo e Z è il massimo. Quella lettera U indica un segnale straordinariamente potente. Sarà il segnale più potente mai ricevuto dal Big Ear.

Al centro, Jerry Ehman. Credit: Credit: Bigear.org/NAAPO (via INAF).

Ma la potenza non è l’unica cosa che ha stupito Ehman: il segnale ha un’origine molto ristretta, che suggerisce una fonte puntiforme. Usa una frequenza vicina a 1420.406 MHz, quella ritenuta ottimale per le comunicazioni interstellari (perché attraversa facilmente le grandi nubi di polvere cosmica), e ha una larghezza di banda di meno di 10 kHz, senza il tipico rumore intorno delle emissioni radio naturali.

C’è un altro aspetto che rende insolito questo segnale: il Big Ear non è orientabile e sfrutta la rotazione terrestre per spazzare il cielo man mano che la Terra si sposta, per cui può osservare un punto specifico della volta celeste solo per 72 secondi prima che esca dal suo campo di ricezione. Un segnale che duri di più o di meno è probabilmente un disturbo terrestre (satelliti artificiali compresi). Il Segnale Wow dura esattamente settantadue secondi. Non solo: il suo picco di intensità è proprio a metà della sua durata. È come se la sua fonte si spostasse insieme alle stelle fisse.

Insomma, ci sono tutte le caratteristiche che ci si aspetta da un segnale artificiale proveniente dallo spazio profondo. Con un tocco finale di ironia che ne cementa il mito nella storia della ricerca di vita extraterrestre: questo segnale viene captato una sola volta e mai più.

Negli anni successivi, i migliori radiotelescopi del mondo verranno puntati ripetutamente verso la porzione di cielo (nella costellazione del Sagittario) dalla quale sembra essere arrivato il segnale, ma non verrà mai ricevuto nulla di significativo.

Ancora oggi, il Segnale Wow viene presentato spesso come uno degli episodi più credibili di possibile contatto via radio con civiltà tecnologiche extraterrestri.

È meraviglioso ipotizzare che si sia trattato dell’ultimo, disperato segnale di qualche civiltà lontanissima, arrivato alle nostre orecchie elettroniche quando erano troppo primitive per poterne capire il contenuto. Se solo avessimo avuto i radiotelescopi di oggi e la capacità di registrare quel segnale, chissà.

Ma quando ci sono di mezzo le emozioni e c’è clamore mediatico è indispensabile togliere di mezzo l’inevitabile patina di mitologia che offusca i fatti scientifici, costi quel che costi. Ho passato decenni a fantasticare sul Segnale Wow e su cosa forse ci siamo persi perché eravamo troppo presi a finanziare armi per investire seriamente in ricerca. Fino a che ho conosciuto Jill Tarter.

Per chi non la conoscesse, Jill Tarter è un’astrofisica, che per anni ha diretto il centro SETI, dedicato alla ricerca scientifica di indicatori astronomici di tecnologie non terrestri. Il suo lavoro in questo campo ha ispirato il personaggio di Ellie Arroway nel film Contact di Bob Zemeckis (1997), tratto dall’omonimo romanzo dell’astronomo Carl Sagan. Se non l’avete letto, fatelo: è una lettera d’amore alla scienza e la conferma che si possono raccontare storie emozionanti e meravigliose senza rinunciare al rispetto della realtà scientifica.

Jodie Foster interpreta Ellie Arroway in Contact (1997).

Incontro di persona Jill Tarter per la prima volta al festival della scienza Starmus a Trondheim, nel 2017: cordiale, disponibile, lucida e precisa, scambia due chiacchiere con tutti prima e dopo la sua conferenza sulla difficoltà di distinguere le comunicazioni di civiltà tecnologiche dai segnali naturali dell’Universo e su alcuni “trucchi” per intercettarle. È meraviglioso sentir parlare di queste cose con un tono di assoluta praticità e concretezza, così diverso dai deliri messianici degli ufologi.

Jill Tarter a Starmus 2017, Trondheim. Credit: Max Alexander/Starmus.

Ritrovo Jill Tarter allo Starmus 2019, che si tiene a Zurigo. È lì, durante un panel che la vede ospite insieme all’astronoma Natalie Batalha, all’etologo e biologo evolutivo Richard Dawkins, e agli astrofisici Michel Mayor e Rafael Rebolo (scusate se è poco), che stronca con i fatti il mito del “Segnale Wow”.

Il radiotelescopio Big Ear che lo ricevette, spiega Tarter, era dotato di due ricevitori, e un segnale che fosse realmente arrivato dallo spazio sarebbe stato captato prima da uno dei ricevitori e poi dall’altro. Ma il segnale fu captato solo da uno dei due, e quindi è estremamente improbabile che provenisse realmente dallo spazio. Punto, fine.

Rimango a bocca aperta. A fine conferenza riascolto le sue parole nella mia registrazione del panel:

“That signal did not pass the test that I would have required to consider it extraterrestrial and deliberate. There were two receivers on the telescope, and a signal that was truly coming from a distance from the sky would have shown up in one receiver first, and then in the second receiver. It passed only the first part of that. It did not get verified, so I don’t lose any sleep over the Wow signal. There’s no way of really knowing what it was.”

“Quel segnale non ha superato il test che io avrei preteso per considerarlo extraterrestre e intenzionale. C’erano due ricevitori sul telescopio, e un segnale che fosse provenuto realmente da lontano nel cielo sarebbe comparso prima in uno dei ricevitori e poi nel secondo. Ha superato solo la prima parte di questo [criterio]. Non è stato verificato, per cui non perdo il sonno sul segnale Wow. Non c’è modo di sapere veramente di cosa si trattò.”

Come mai non sapevo nulla di questo dettaglio decisivo dei due punti separati di captazione? Perché viene spesso taciuto o dimenticato nel racconto della storia del “Segnale Wow”. Eppure in realtà è già presente nelle parole scritte dallo stesso Jerry Ehman oltre vent’anni fa, nel 1997, sul sito del radiotelescopio, Bigear.org. Ehman conferma che il segnale misterioso fu ricevuto da uno solo dei due punti, e infatti il famoso tabulato del segnale contiene un solo picco anziché due.

Scrive Ehman:

The Big Ear used a dual-horn feed system […] As the earth’s rotation swung the two beams across the celestial sky, a signal (with positive energy) from a radio source was first seen by the west (negative) horn and generated an inverted bell-curve-like shape on the chart recorder. Within a minute or so after the negative horn response was essentially complete (i.e., showed little energy from the source), the same radio source began to be scanned by the east (positive) horn and a non-inverted (right-side up) bell-curve-like shape on the chart recorder was generated […] However, this was not the case for the Wow! source.

Il Big Ear usava un sistema a due illuminatori a tromba […] Man mano che la rotazione terrestre spostava i due fasci sulla volta celeste, un segnale (con energia positiva) da una fonte radio veniva visto prima dalla tromba ovest (negativa) e generava sul registratore grafico una forma a curva a campana inversa. Nel giro di circa un minuto dopo che era stata sostanzialmente completata la risposta della tromba negativa (ossia mostrava poca energia dalla fonte), la stessa fonte radio cominciava ad essere scansionata dalla tromba est (positiva) e veniva generata sul registratore grafico una forma a curva a campana non invertita (diritta) […] Tuttavia questo non accadde per la fonte Wow!


Il debunking della vicenda, insomma, era lì da leggere da più di vent’anni, eppure la leggenda del possibile contatto radio extraterrestre si è diffusa lo stesso, sommergendo per pura quantità i resoconti originali.

È un fenomeno che si verifica spesso quando c’è di mezzo una storia accattivante: i fatti che la stroncano vengono tralasciati e quelli che la avvalorano vengono amplificati.

—

Se volete un altro esempio famoso di questo fenomeno, restiamo in campo ufologico. 

Quando fu coniato il termine “dischi volanti”, nel 1947, queste due parole non indicavano la forma degli oggetti non identificati, ma il modo in cui si muovevano nel cielo, come piatti fatti rimbalzare sul pelo dell’acqua. 

Il testimone oculare dell‘avvistamento che diede il via all’ufologia moderna, l’aviatore Kenneth Arnold, descrisse a un giornalista della United Press il movimento degli oggetti volanti che aveva visto con queste parole: “like a saucer if you skip it across the water” (come un piattino quando lo fai rimbalzare sull’acqua). Arnold non disse che gli oggetti erano a forma di piattino. Disse che erano “piatti come una teglia per torte e a forma di pipistrello” o “simili a teglie per torte tagliate a metà con una sorta di triangolo convesso sul retro” o che erano “di tipo circolare” (“circular-type”, intendendo forse “curvilineo”) e senza coda, con una larghezza di circa trenta metri. Il fatto stesso che parlò di larghezza implica una differenza di dimensioni in senso longitudinale e laterale, come del resto mostrato da Arnold stesso in foto come questa:

Kenneth Arnold mostra nel 1966 una ricostruzione dell’oggetto volante da lui avvistato (The Atlantic/AP).

Va detto, fra l’altro, che a quell’epoca l’aviazione militare statunitense stava collaudando in gran segreto dei velivoli ispirati dai progetti nazisti e aventi forme molto simili a quella mostrata da Arnold nella ricostruzione grafica, e quindi è possibile che gli oggetti avvistati dal pilota fossero veicoli militari segreti.

Una replica moderna di un Horten Ho 2-29, velivolo sperimentale a getto stealth nazista (Rediff.com/Northrop Grumman).

Arnold non disse che i suoi UFO erano a forma di piattino, eppure il nome flying saucer prese subito piede e da allora l’iconografia ufologica rappresenta quasi sempre oggetti a forma di disco; il significato originale delle parole di Arnold si è perso. È così che si costruiscono i miti.

Una versione molto ridotta di questo articolo è stata pubblicata su Le Scienze nel 2019. Questo articolo fa parte delle Storie di Scienza: una serie libera e gratuita, resa possibile dalle donazioni dei lettori. Se volete saperne di più, leggete qui. Se volete fare una donazione, potete cliccare sul pulsante qui sotto. Grazie!




Antibufala: 75 anni di radiopanico leggendario per la Guerra dei Mondi

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente l’1/11/2013 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Pochi giorni
fa, precisamente il 30 ottobre, è stato celebrato il
settantacinquesimo anniversario della messa in onda di una
trasmissione radiofonica diventata mitica: la versione de
La
Guerra dei Mondi
, il
romanzo fantascientifico di H.G. Wells, realizzata da un celeberrimo
quasi omonimo, Orson Welles, che confezionò una finta diretta
radiofonica dell’invasione del nostro pianeta da parte di spietati
marziani armati di tecnologie distruttive letali.

Leggenda
vuole che questa trasmissione del 1938 fu scambiata dagli ascoltatori
per una diretta autentica dell’arrivo degli extraterrestri in America
e scatenò un panico nazionale, convincendo oltre un milione di
persone che gli Stati Uniti venivano devastati da invasori alieni. A
distanza di tre quarti di secolo, quella puntata del
Mercury
Theater on the Air
della
rete radiofonica CBS è ancora saldamente fissata nella cultura
generale come esempio classico del potere dei mezzi di comunicazione.

Ma andò
davvero così?

Un’indagine
recente, pubblicata in sintesi su Slate.com
da Jefferson Pooley e Michael Socolow, due esperti di media e
comunicazione presso il Muhlenberg College e la University of Maine,
ricostruisce una vicenda ben diversa: nessun panico, nessuna guerra
immaginaria contro i marziani, ma una guerra molto concreta fra due
mondi di un altro genere.

I due mondi
in conflitto sono quello della stampa e quello della radio negli
Stati Uniti della fine degli anni Trenta del secolo scorso. La radio
aveva tolto ai giornali molti degli introiti pubblicitari, per cui la
stampa colse l’occasione della trasmissione di Orson Welles per
screditare il rivale hertziano, presentandolo come fonte
inattendibile per le notizie. Il
New York Times
pubblicò persino un editoriale, intitolato
“Terror
by Radio”
, che biasimava
i funzionari della CBS per aver permesso di intercalare
“finzioni
agghiaccianti”
con
“annunci di notizie, presentate esattamente nello
stesso modo usato per le notizie reali”
,
e altre testate fecero eco. La radio, si diceva, era troppo giovane e
immatura per un compito così importante come veicolare notizie. Una
polemica che ricorda da vicino quella di oggi fra media tradizionali
e Internet.

La vicenda,
insomma, fu gonfiata dai giornali, con titoli come
“Finta
‘guerra’ alla radio scatena il terrore in tutti gli Stati Uniti”

(
Daily News
del 31 ottobre 1938), con tanto di foto e dichiarazioni di “vittime”
traumatizzate dalla trasmissione. Ma sappiamo che il mito fu
fabbricato perché i rilevamenti d’ascolto dell’epoca indicano che il
98% degli ascoltatori era sintonizzato su altri canali all’ora della
messa in onda de
La Guerra dei Mondi.
Varie emittenti della rete CBS, inoltre, non trasmisero affatto il
programma, riducendo il pubblico potenziale. La CBS stessa
commissionò un sondaggio il giorno dopo la trasmissione e i
dirigenti furono sollevati quando scoprirono che non solo gli
ascoltatori erano stati pochi, ma quei pochi avevano capito che si
trattava di una finzione.

Il mito del
panico nazionale crebbe nei decenni successivi sulla base di dati
inattendibili; nessuna delle segnalazioni di panico e nella
popolazione e di suicidi fu mai confermata. Ci fu soltanto una causa,
intentata da un’ascoltatrice, che accusò la CBS di averle causato
uno
“shock nervoso”,
ma l’azione fu respinta. Welles e la CBS non furono mai rimproverati
o sanzionati formalmente dalle autorità, e i giornali smisero di
parlare della vicenda nel giro di pochi giorni. Ma il mito della
notte di panico persiste, alimentato dal messaggio di fondo: abbiamo
paura che il nostro mondo (reale o culturale) venga invaso da forze
sconosciute, e i nuovi media ci spaventano, oggi come allora.
Antibufala: l’iPhone 13 comunicherà via satellite!

Antibufala: l’iPhone 13 comunicherà via satellite!

Pubblicazione iniziale: 2021/08/31 9:27. Ultimo aggiornamento: 2023/04/06
22:50.

Da qualche giorno impazza non solo tra gli appassionati e gli specialisti ma
anche nei media di massa una notizia secondo la quale il prossimo iPhone, il
13, sarà dotato della capacità di telefonare via satellite.

ANSA, per esempio,
parla
di “connettività satellitare LEO”, dove LEO sta per
Low Earth Orbit (orbita terrestre bassa), e precisa che si tratterebbe
di “connessione internet” da fornire
“in luoghi che non dispongono ancora di torri trasmittenti”, quindi di
un sistema satellitare bidirezionale. Ne parlano anche
Punto Informatico,
Engadget,
Gizmodo,
HDBlog,
Business Insider,
The Verge,
CNBC,
Slashdot
e tanti altri.

La notizia, però, si basa esclusivamente sulle dichiarazioni di un singolo
“analista esperto di affari di Apple, Ming-Chi Kuo”, contenute in una
nota agli investitori e descritte da
MacRumors, che a loro volta si basano su una sua deduzione riguardante la presenza,
nei prossimi iPhone, di uno specifico componente (il modem Qualcomm X60) che
include funzioni per le comunicazioni satellitari. Questo, secondo lui o
secondo l’interpretazione data dai media alle sue parole, rivelerebbe
l’intenzione di Apple di usare le reti satellitari per i propri telefoni. La
fonte originale della notizia, MacRumors, parla proprio di fare chiamate e
inviare messaggi (non di connettersi a Internet):
“to make calls and send messages in areas without 4G or 5G coverage”.

Ma c’è un fatto tecnico che indica che si tratta molto probabilmente di una
bufala generata da un equivoco, a meno che Apple abbia realizzato almeno un
paio di miracoli tecnologici.

Il fatto tecnico è che un telefonino che faccia comunicazione satellitare
bidirezionale ha bisogno di un’antenna piuttosto ingombrante, che non
può essere miniaturizzata più di tanto.

I telefonini satellitari attuali, quelli capaci di fare e ricevere telefonate
e connettersi a Internet collegandosi a satelliti, hanno antenne come
questa:

Ci sono anche dispositivi satellitari con antenne meno mastodontiche, ma non
consentono di fare chiamate o di connettersi a Internet: sono i
cercapersone satellitari, come
questo di Garmin, che
consentono di inviare e ricevere brevi messaggi di testo, e sono i dispositivi
di localizzazione di emergenza via satellite (PLB o
Personal Locator Beacon), come
questo
o addirittura integrati in
orologi da polso, che
non possono mandare neanche messaggi ma si limitano a inviare ai satelliti di
localizzazione un semplice segnale radio che dice soltanto
“io sono qui”.

Sono estremamente compatti, ma hanno comunque un’antenna cospicua e sporgente,
che va estratta per usarli. Riuscite a immaginare un iPhone con un bozzo
antiestetico del genere? O due fili penzolanti? No, vero?

A scanso di equivoci, aggiungo che è vero che gli attuali iPhone
comunicano con i satelliti GPS, ma è una comunicazione
unidirezionale, non bidirezionale. Per usare il GPS i telefonini si
limitano a ricevere segnali dai satelliti, ma non ne trasmettono (cosa
che richiederebbe appunto un’antenna piuttosto ingombrante). Qui la diceria
parla di trasmettere e ricevere. Addirittura di fare chiamate a voce.

—

Ci sono varie
ipotesi
sulla genesi di questa storia: una è spiegata
qui
da Sascha Segan. In ogni caso, sembra che tutto sia
iniziato
dal fatto che un chip presente a bordo dell’iPhone 13 sarebbe in grado di
usare la banda di trasmissione denominata b53/n53 (a 2,4 GHz), che Globalstar

vuole

adoperare per potenziare le comunicazioni cellulari, e siccome Globalstar è
nota per le comunicazioni satellitari qualcuno ha immaginato che questo
volesse dire che l’iPhone 13 potrà fare telefonate via satellite.

Un’altra ipotesi è che, come segnala
Mark Gurman su Bloomberg
sulla base di indiscrezioni, Apple stia lavorando all’idea di offrire funzioni
di sola messaggistica satellitare nelle versioni future dell’iPhone, non nella
versione 13 (“the features are unlikely to be ready before next year […] The features could also change or be scrapped before they’re released”). Questo potrebbe aver portato al malinteso.

Nel frattempo, MacRumors, la fonte iniziale della notizia, ha
corretto il tiro, precisando che
“la banda n53 di cui parla Kuo è spettro terrestre… Globalstar non
commercializza o offre spettro nella Banda 53 o n53 per le comunicazioni
satellitari — è solo per copertura terrestre”
. In altre parole, è assai probabile che i satelliti non c’entrino nulla.

Sapremo come stanno realmente le cose tra un paio di settimane, alla
presentazione dell’iPhone 13, che intanto grazie a questa diceria ha ricevuto
montagne di pubblicità gratuita.

—

2021/11/15. L’iPhone 13 è uscito e
non è affatto in grado di fare telefonate satellitari.

—

2023/04/06. L’iPhone 14 consente messaggi di testo inviati dal telefono alla rete satellitare Globalstar e viceversa in caso di emergenza. Non consente telefonate satellitari.

La Mitsubishi Outlander si ruba via Wi-Fi

La Mitsubishi Outlander si ruba via Wi-Fi

Le automobili moderne sono sempre più spesso dotate di servizi online, ma la loro sicurezza a volte è davvero patetica. Ho già segnalato il caso della Nissan Leaf; ora emerge che la Mitsubishi Outlander PHEV si può rubare usando la sua connessione di controllo remoto. Come se non bastasse, è possibile localizzare tutti gli esemplari di quest’auto.

La scoperta è stata fatta e documentata dagli esperti della società di sicurezza PenTestPartners. Normalmente l’app di gestione delle auto informatizzate usa la connessione cellulare. La Outlander, invece, usa una connessione Wi-Fi, che costa meno (non ci sono spese di trasmissione dati) ma ha una portata limitata. In pratica l’auto è una postazione Wi-Fi mobile: l’app di gestione funziona solo nel raggio di questa connessione.

Primo problema: la password che protegge la connessione è troppo semplice e corta, per cui gli esperti l’hanno trovata in meno di quattro giorni di tentativi. Quattro giorni possono sembrare tanti, ma non sono un ostacolo per un ladro di professione, specialmente se l’auto è parcheggiata a lungo nello stesso posto come capita di solito, e con computer più potenti il tempo necessario per scoprire la password si può ridurre.

Secondo problema: una volta scoperta la password, decifrare i comandi usati è piuttosto facile. Gli esperti di PenTestPartners sono riusciti ad accendere e spegnere le luci, l’aria condizionata e il riscaldamento, ma soprattutto sono riusciti a disabilitare l’antifurto. Sì, questa automobile ha un antifurto disabilitabile mandando un comando via Wi-Fi.

Terzo problema: il nome della postazione Wi-Fi di tutte le Outlander segue lo schema [REMOTEnnaaaa], dove nn è in cifre e aaaa è in lettere minuscole, per cui si possono usare servizi come Wigle.net per localizzare tutte le auto di questo tipo. Il ladro, insomma, può scegliersi con comodo da casa dove andare a rubare l’auto.

Il quarto problema è forse il peggiore: la società di sicurezza dice di aver contattato privatamente Mitsubishi per avvisare della grave vulnerabilità, ma di essere stata completamente ignorata. A quel punto si è rivolta alla BBC, rendendo pubblica la falla (senza darne tutti i dettagli) e ottenendo finalmente l’attenzione della Mitsubishi.

In attesa che la casa produttrice dell’auto sistemi la vulnerabilità, gli utenti possono disaccoppiare tutti i dispositivi mobili che si sono connessi all’auto. Questo mette in standby il modulo Wi-Fi di bordo, che si riattiva soltanto premendo dieci volte di seguito il telecomando della chiave d’avviamento.

Come prendere il controllo di un’auto via Internet

Come prendere il controllo di un’auto via Internet

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo
aggiornamento: 2015/07/25 19:20.

Credit:
Andy Greenberg/Wired

Se siete proprietari di una Jeep della Fiat Chrysler (FCA) e leggete le notizie
su Internet probabilmente siete un po’ angosciati. L’esperto di sicurezza
informatica Charlie Miller ha infatto realizzato una dimostrazione spettacolare
della vulnerabilità di questo modello d’automobile agli attacchi informatici a
distanza.

Come racconta
Wired, anche con un video eloquente, Miller è infatti riuscito dapprima a prendere
il controllo dell’aria condizionata della Jeep Cherokee guidata dal giornalista
che si era offerto come cavia, poi ha cambiato la stazione radio e ha messo il
volume al massimo. I comandi a bordo per abbassare il volume non funzionavano
più. Poi si sono accesi i tergicristalli e lo schizzo del lavavetri ha oscurato
la vista al conducente.

Non contento, Miller ha fatto comparire sullo schermo digitale dell’automobile
la propria immagine insieme a quella del collega Chris Valasek. Fatto questo, ha
disabilitato l’acceleratore e poi i freni, per cui i pedali non avevano più
effetto. Uno scenario da incubo per qualunque automobilista. E tutto questo è
stato possibile senza che l’informatico toccasse l’auto o vi si avvicinasse:
l’intero attacco è avvenuto via Internet. E a questo punto l’incubo ce l’hanno
le case automobilistiche, che per anni hanno ignorato gli avvertimenti degli
esperti e hanno trasformato le auto in computer su ruote senza pensare alle
implicazioni di sicurezza. L’idea che ci sia un sistema di controllo remoto di
sistemi vitali come i freni o l’acceleratore è pura pazzia.

Tutto questo è possibile perché è stata fatta un’altra scelta tecnica di rara
incoscienza: il ricco sistema di intrattenimento di bordo, battezzato
Uconnect,
è collegato al sistema di guida dell’auto. Consente di gestire la radio,
le telefonate cellulari e persino un accesso Wi-Fi. Miller ha approfittato di un
elemento della connessione cellulare che per ora, responsabilmente, non ha
identificato pubblicamente ma che è facilmente intuibile: per attaccare un’auto
dotata di questo sistema gli basta conoscere l’indirizzo IP della vettura. I
dettagli verranno resi pubblici prossimamente in una conferenza a Las Vegas e
sono già stati forniti mesi fa alla casa automobilistica, che ha predisposto un
aggiornamento di sicurezza.

Ebbene sì: adesso bisogna scaricare e installare gli aggiornamenti anche nelle
auto.

Per evitare inquietudini inutili, va precisato che sono affette da questa
vulnerabilità soltanto le auto dotate del sistema Uconnect vendute negli Stati
Uniti, quindi quelle acquistate in Europa non dovrebbero avere problemi. Ma
resta l’interrogativo di fondo: quante altre case automobilistiche hanno
commesso lo stesso incredibile errore di progettazione? Se Charlie Miller non
avesse scoperto il difetto, la casa automobilistica lo avrebbe trovato? E se non
fosse stata organizzata una dimostrazione discutibile ma spettacolare, FCA
sarebbe intervenuta prontamente?

La sicurezza informatica delle nostre automobili è stata presa incredibilmente
sottogamba da parte di tutto il settore automobilistico. Ora, finalmente, questa
dimostrazione renderà un po’ più consapevoli del problema.

Aggiornamento (2015/07/24 20:00): FCA ha pubblicato un
comunicato
con alcuni dettagli di marche e modelli coinvolti e con istruzioni su come
rimediare al problema. Sono coinvolti circa 1,4 milioni di veicoli, tutti
venduti negli Stati Uniti e dotati di radio con touchscreen da 8,4 pollici: Ram
1500 Pickup 2013-2014, Ram 3500 Cab Chassis 2013-2014, Ram 2500 Pickup
2013-2014, Ram 4500/5500 Cab Chassis 2013-2014, Ram 3500 Pickup 2013-2014, Grand
Cherokee 2014, Durango 2014, Viper 2013-2014, Cherokee 2014 e alcune Chrysler
200 del 2015.

Storie di Scienza 13: È crollato il radiotelescopio di Arecibo. La storia segreta di un gioiello scientifico

Storie di Scienza 13: È crollato il radiotelescopio di Arecibo. La storia segreta di un gioiello scientifico

Pubblicazione iniziale: 2020/12/01 14:10. Ultimo aggiornamento: 2020/12/05
1:10.

Poco fa
Deborah Martorell
ha postato la foto che vedete qui sopra: sono precipitate circa 900 tonnellate
di apparati che erano sospesi a 150 metri d’altezza sopra la gigantesca parabola (300 metri di
diametro) del radiotelescopio di Arecibo, in Porto Rico. I cavi che reggevano
questi apparati, quelli che si vedono nella foto d‘archivio qui sotto (fonte), erano lesionati da tempo e non più riparabili, e avevano già danneggiato
parzialmente la fragile parabola.

È la fine ingloriosa di uno strumento scientifico straordinario, che per
decenni è stato il più grande radiotelescopio a parabola singola del mondo.
Molti lo ricordano come ambientazione fantastica ma vera di alcune scene dei
film Goldeneye con Pierce Brosnan e di Contact. Ma il suo
contributo alla conoscenza dell’universo va ben oltre le comparsate
cinematografiche.

La National Science Foundation dice che il crollo è avvenuto durante la notte
e che non ci sono stati feriti:

I video successivamente rilasciati, però, documentano che il crollo è avvenuto
di giorno. Forse “overnight” è riferito al luogo in cui si trova la
sede dell’NSF.

La descrizione del
video spiega in
dettaglio la dinamica del crollo. Le riprese sono opera di Carlos Perez e
Adrian Bague, secondo
questa fonte.

Le
prime immagini dei danni
visti dall’aria sono brutali. Non c’è nessuna speranza di riparazione.

Credit:
Juan R. Costa / NotiCel.

Dietro questo capolavoro d’ingegneria c’è una storia altrettanto
straordinaria. Tornate qui tra un’oretta e ve la racconterò. Prima devo farmi
passare il magone.

—-

Il colossale radiotelescopio di Arecibo sembrava preso di peso da un film di
fantascienza: aveva una superficie circolare concava di oltre 300 metri di
diametro, collocata in un avvallamento naturale del terreno, e un apparato
ricevente mobile da 900 tonnellate sospeso a 150 metri d’altezza tramite cavi
collegati a tre torri altissime.

Ma era un’opera da fantascienza anche in un altro senso: quest’apparato
scientifico gigantesco fu infatti costruito a tempo di record, in soli tre
anni, negli anni Sessanta del secolo scorso. Come fu possibile un’impresa del
genere, vista l’eterna difficoltà di reperire fondi per branche a prima vista
così lontane da ritorni pratici come la radioastronomia, che oltretutto
all’epoca era una scienza giovanissima e quindi povera?

Per capirlo bisogna frugare nel suo passato. L’enorme apparato non era sempre
stato un radiotelescopio come lo abbiamo conosciuto per decenni: in origine,
alla fine degli anni Cinquanta, fu infatti commissionato e finanziato dai
militari statunitensi dell’ARPA (Advanced Research Projects Agency) non per
osservare gli astri lontani ma per svolgere ricerche sulla ionosfera,
nell’ambito del grande progetto
Defender
per la difesa contro i temutissimi missili balistici sovietici. Il suo
acronimo originale era Arecibo Ionospheric Observatory (AIO); la
ricerca astronomica era un sottoprodotto e una buona storia di copertura.

Un’antenna così grande e sensibile, infatti, avrebbe permesso di rilevare le
perturbazioni
prodotte nella ionosfera dal passaggio ipersonico dei missili nemici, a circa
80 chilometri di quota, e di distinguere le loro testate nucleari reali da
quelle finte (decoy), concepite per depistare e sovraccaricare i
sistemi di difesa antimissile.

C’era anche il problema non banale di distinguere un missile che rientrava in
atmosfera da una meteora o da altri fenomeni naturali che potevano essere
scambiati per un attacco nucleare. Sferrare un contrattacco atomico per errore
sarebbe stato piuttosto imbarazzante.

Il radiotelescopio di Arecibo nacque quindi come impianto di ricerca del
Dipartimento della Difesa statunitense e fu costruito da imprese civili sotto
la supervisione dell’esercito. È questa genesi militare la spiegazione della
misteriosa rapidità di costruzione e della disponibilità straordinaria di
fondi. 

La gestione dell’impianto fu affidata ai civili della Cornell University e
finanziata per metà dall’ARPA per il primo decennio di attività. Ma le
attività militari proseguirono anche dopo l’affidamento ai civili: per
esempio, l’NSA usò Arecibo per localizzare i radar strategici sovietici,
sfruttando ingegnosamente i loro segnali riflessi dalla Luna e spacciando
quest’attività per uno studio delle temperature lunari.
“The open designation of our work was a study of lunar temperatures”,
scrive N.C. Gerson nell’articolo parzialmente desecretato
SIGINT in Space del 1984, presente negli archivi pubblici dell’intelligence statunitense.

Per dare un’idea dell’aria che tirava in quegli anni, vale la pena di leggere
attentamente questa nota disinvolta di Gerson:
“Avevo fatto notare [all’ARPA] che […] un sito alle Seychelles sarebbe
stato molto migliore. Godell dell’ARPA si offrì in seguito di costruire
un’antenna per l’NSA, alle Seychelles o altrove. Sarebbe stata utilizzata
una detonazione nucleare e l’ARPA garantiva una radioattività residua minima
e la forma corretta del cratere in cui poi collocare l’antenna.”

Non se ne fece nulla per via della moratoria sui test nucleari, ma si
proponeva in tutta serietà di scavare una conca con una bomba atomica. Alle
Seychelles.

I militari si resero conto ben presto che c’erano altri modi più efficienti di
gestire la difesa antimissile e lasciarono perdere Arecibo. La comunità
scientifica si trovò così con uno strumento radioastronomico che rimase senza
rivali per oltre quarant’anni, fino alla recente realizzazione del
radiotelescopio cinese
FAST
da 500 metri di diametro. 

Arecibo permise di scoprire, fra tante altre cose,
il vero periodo di rotazione di Mercurio nel 1967 (59 giorni, 1967), le prove dell’esistenza delle stelle di neutroni, contribuendo a un
premio Nobel per la fisica nel 1974 e a un altro nel 1993 (pulsar binarie), producendo la
prima mappa radar di Venere
(pianeta perennemente coperto di nubi e quindi impossibile da mappare
otticamente), scoprendo i
primi esopianeti
(1992) e ottenendo la prima immagine radar di un asteroide (Castalia). Fu anche usato, nel 1974, per trasmettere il primo
messaggio intenzionale
verso eventuali civiltà extraterrestri.

Le origini militari dell’impianto furono dimenticate ben presto dall’opinione
pubblica e sopravvivono oggi solo nei documenti d’epoca e in qualche
pubblicazione rievocativa per addetti ai lavori.

Ci si lamenta spesso dei costi della ricerca scientifica, ma storie
dimenticate come questa dimostrano che sono poca cosa rispetto alle spese
belliche. Il più grande radiotelescopio del mondo fu costruito dai militari
con gli spiccioli del loro budget: è questa la vera parabola su cui
riflettere.

—–

Se volete saperne di più sulle attività spaziali militari degli anni 50 e 60,
vi consiglio
Soldiers, Spies and the Moon: Secret U.S. and Soviet Plans from the 1950s
and 1960s
. Questi sono i veri complotti lunari. Altre letture utili:
cronologia di Arecibo
raccontata dal DARPA;
Genesis of the 1000-foot Arecibo dish, di M.H. Cohen, in Journal of Astronomical History and Heritage (ISSN
1440-2807), Vol. 12, No. 2, p. 141 – 152 (2009);
To See the Unseen, NASA;
The Wizards of Langley: Inside the CIA’s Directorate of Science and
Technology

di Jeffrey T. Richelson (link
alle pagine 89-90 che citano Arecibo).

 

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