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Disinformatico radio, podcast del 2011/10/28

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico radiofonico. Ecco i temi e i
rispettivi articoli di supporto:

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Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

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Truffe d’epoca: nel 1892 come oggi su Internet

Ormai sono ben note le truffe basate su falsi parenti, vincite alla lotteria o
eredità inesistenti che arrivano via Internet, che sono aggiornamenti digitali
di metodi di raggiro ben più vecchi: non perdetevi
questa versione
datata 1892 (no, non è un refuso). Inizia con tutti gli ingredienti classici:
la lingua sgrammaticata, la figura autorevole, l’eredità ingente inaspettata,
la richiesta di segretezza.

PADRE G; DE RENZ

Missionario C.A.R.

Egr. Sig. Coltelli Ulissi – Orefici

Via Spaderie N. 8 A-B

Alger, le 23 Giugno 1892

Signore Scusate che scrivo in cattivo italiano.
Per incarico del vostro parente Sig.r Pannizza “mio caro amico da lungi
anni” ingiustamente incarcerato e testè morto nell’Infermeria di questi
carceri d’Algeri- vi rimetto l’acclusa lettera affidatami due giorni prima
che egli lasciasse questa misera vita pur troppo piena d’immeritate
amarezze. Egli è morto la notte del 23 corr. da me assistito fino a
l’ultimo momento ricevendo i S.S. Sacramenti e conservando fino a l’ultimo
tutta la sua forza mentale. Gli ultimi detti furono per voi. Nel caso che
i miei servizi vi possano essere utili per voi ritirare

la fortuna del Sig. Pannizza – della quale lascia a voi suo unico
erede

– scrivetemi in Alessandria d’Eggitto per dove parto per le mie Sante
Missioni. La fortuna lasciatavi la considero a
un milione e cinquecentomila lire
Il. – essa trovasi depositata nella banca di Chicago “America” è
superfluo dirvi che
occorre assai secretezza da vostra parte
perché essa non venga sequistrata da certo banchiere autore di tutte le
disgrazie dell’infelice Pannizza. Vi saluto e in fede della presente
confidate in quest.

Il
resto
del messaggio, che trovate su LegaNerd.com, è ancora più affascinante e
dimostra che le tecnologie cambiano, ma le tecniche d’imbroglio restano
uguali.

Addio a un altro grande dell’informatica: John McCarthy

Dopo Steve Jobs e Dennis Ritchie ci lascia un altro grande nome, forse poco
conosciuto, dell’informatica moderna: John McCarthy, padre dell’intelligenza
artificiale (tanto da aver coniato quest’espressione), è
morto
pochi giorni fa, il 23 ottobre, a 84 anni.

Era il lontano 1955, quando i computer erano lenti, enormi e costosissimi
pachidermi, ma McCarthy già
prospettava
l’idea che
“ogni aspetto dell’apprendimento o qualunque altra funzione
dell’intelligenza può, in linea di principio, essere descritta in modo così
preciso da poter realizzare una macchina che la simuli"
. Nel 1956 si tenne la prima conferenza sull’intelligenza artificiale,
coordinata da McCarthy.

Il professore inventò anche un linguaggio di programmazione pensato
specificamente per l’intelligenza artificiale, il LISP, nel 1960.
Basato
su espressioni simboliche anziché su numeri, facilitò enormemente la scrittura
di programmi in questo campo.

Per le sue innovazioni, John McCarthy ricevette nel 1971 il Premio Turing e la
National Medal of Science statunitense nel 1991. Nel suo
sito presso la Stanford University, dove era professore emerito d’informatica, sono custoditi i suoi scritti,
che comprendono alcuni racconti di fantascienza, fra i quali spicca
The Robot and the Baby, che già nel 2001 anticipava molti aspetti della cultura online e dei social
network che oggi consideriamo abituali, esplorava gli effetti sociali
dell’introduzione dei robot con o senza emozioni reali o simulate e mostrava
che anche una simulazione robotica, in molti casi, risulta più compassionevole
di certi comportamenti degli esseri umani. La sigla A.I. dell’omonimo
film di Steven Spielberg e le emozioni che le disavventure del robot-Pinocchio
hanno evocato negli spettatori sono figlie del lavoro e delle riflessioni
sociali di John McCarthy.

Le foto nella nuvola Apple non si cancellano facilmente

iCloud, la nuova funzione di Apple per
la condivisione e sincronizzazione di contenuti via Internet, ha un
problemino: non permette di cancellare una singola foto. Questo significa che
“se scattate una foto sul vostro iPhone, compare automagicamente in
Photo Stream
e viene sincronizzata immediatamente sugli altri vostri dispositivi. Nella
maggior parte dei casi, si tratta di un iPad”

scrive
Fabrizio Capobianco, precisando che la funzione è “cool”, ma aggiunge
che una volta sincronizzata non c’è modo di cancellarla da Photo Stream.
Potete cancellarla dall’iPhone, ma rimane su Photo Stream (la funzione di
condivisione delle foto di iCloud). Apple
conferma
esplicitamente che le foto di Photo Stream non si possono cancellare o
modificare ("You can’t edit or delete photos from your Photo Stream").

Questo può portare a situazioni imbarazzanti: la foto brutta, ridicola o un
po’ privata di cui vi pentite pochi istanti dopo averla scattata viene
depositata automaticamente su tutti i vostri dispositivi associati al servizio
Photo Stream. Lo scenario prospettato da Capobianco è quello dell’adulto che
non si accorge che le sue foto personali con il partner abituale (o
improvvisato) finiscono anche sull’iPad con il quale gioca la figlioletta, ma
è facile pensarne anche altri altrettanto controversi. Al posto dell’iPad ci
potrebbe essere il computer del partner o dell’ex partner che abbiamo
dimenticato di togliere dalla condivisione, per esempio.

Per eliminare una fotografia da Photo Stream per ora ci sono due sole
soluzioni:
cancellare tutto con un reset di Photo Stream
oppure scattare altre foto in modo da raggiungere il limite di capienza del
servizio, che è mille immagini: a quel punto Photo Stream elimina le foto meno
recenti e quindi anche quelle indesiderate.

Facebook, filtri antivirus vulnerabili, nuove sicurezze

Se qualcuno vi manda un file tramite Facebook, è meglio non fidarsi dei
controlli di sicurezza che Facebook dichiara di fare per bloccare eventuali
file infetti. Nathan Power, di SecurityPentest.com, ha infatti
scoperto
che i controlli antivirus della funzione Messaggi di Facebook bloccano i file
eseguibili (il cui nome termina con ".exe") ma possono essere
scavalcati semplicemente aggiungendo uno spazio dopo il ".exe"
nell’istruzione di invio del file. Non occorre essere amici su Facebook per
scambiarsi messaggi di questo tipo.

In altre parole, chiunque può inviare un virus a qualunque utente di Facebook
e aggirare i controlli effettuati dal social network. Conviene quindi dotarsi
di un proprio antivirus, tenerlo aggiornato e usarlo anche sui file ricevuti
attraverso Facebook, chiunque ne sia il mittente.

Facebook ha
confermato
il problema e ha precisato che il file ostile ricevuto non viene eseguito
automaticamente sul computer del destinatario ma è necessario usare altri
espedienti per convincere l’utente a eseguirlo e quindi infettarsi. Tuttavia
non è difficile creare espedienti adatti: dire che il file contiene un video o
una serie di immagini provocanti è in genere un’esca irresistibile.

Sul fronte della sicurezza, Facebook ha introdotto gli
amici fidati:
da tre a cinque amici ai quali affida un codice che l’utente può usare per
sbloccare un account al quale non riesce più ad accedere). Inoltre ha
pubblicato un
grafico
molto complesso che riassume tutte le funzioni di protezione dell’utente e
contiene alcuni dati interessanti: gli utenti attivi dichiarati sono ora oltre
750 milioni. Di questi, la metà si collega a Facebook almeno una volta ogni
giorno. Il numero medio di "amici" su Facebook è 130 e gli utenti
trascorrono oltre 700 miliardi di minuti ogni mese sul social network. Secondo
questi dati, insomma, ciascun utente spende su Facebook poco meno di sedici
ore al mese.

Ogni giorno “solo” (sic) lo 0,06% del miliardo di login effettuati
tutti i giorni viene violato, dichiara Facebook. Sembra un dato trascurabile,
ma in realtà significa che ogni giorno seicentomila login su Facebook sono
fraudolenti. La sicurezza, insomma, non è un problema raro.

Debutta Lytro, la fotocamera che mette a fuoco dopo lo scatto

Le promesse tecnologiche che il Disinformatico aveva
segnalato
a giugno sono state mantenute: da pochi giorni è possibile acquistare una
fotocamera digitale che permette di scegliere la messa a fuoco
dopo aver scattato la foto. Sì, dopo.

La Lytro è la prima fotocamera
commerciale con questa funzione quasi magica. Si accende, si punta e si scatta
la foto: la messa a fuoco sul soggetto vicino o sullo sfondo viene decisa
dopo, senza i frequenti errori dei normali sistemi di autofocus. Addio foto
sfocate, insomma. E chiunque può ottenere quell’effetto tanto professionale di
avere il soggetto perfettamente a fuoco e lo sfondo sfocato.

C’è di più: dato che la Lytro non ha bisogno di mettere a fuoco, non ha
bisogno di un costoso sistema meccanico di messa a fuoco automatica. Questo
riduce i costi e gli ingombri e permette alla fotocamera di essere
immediatamente pronta per lo scatto, senza dover attendere che l’autofocus si
metta a posto (magari sbagliando). Inoltre l’obiettivo è sempre alla massima
apertura (f/2), per cui è più facile fotografare in condizioni di luce scarsa.

Il design della fotocamera è altrettanto innovativo: un tubo squadrato,
radicalmente diverso dalle forme di una macchina fotografica tradizionale, con
due soli pulsanti per accendere l’apparecchio e per scattare le foto e un
cursore a sfioramento per lo zoom 8X. Tutto il resto si comanda attraverso lo
schermo tattile. La semplicità è assoluta.

Le fotografie vengono elaborate direttamente sulla fotocamera e possono essere
pubblicate ovunque su Internet in un formato interattivo che permette
all’utente di scegliere quali zone mettere a fuoco.

Il costo per l’acquisto (o meglio, per la prenotazione, perché i primi
esemplari arriveranno all’inizio del 2012 per chi li ordina adesso) è alto per
una fotocamera amatoriale ma allettante per chi ha un rapporto difficile con
la tecnica fotografica: si parte da 399 dollari.

Ci sono però delle limitazioni: non è possibile riprendere video (funzione
ormai onnipresente nelle fotocamere amatoriali) e la risoluzione è
relativamente modesta, intorno ai 1080 x 1080 pixel (anche se la casa
produttrice non parla di risoluzione in senso tradizionale per via della
tecnologia usata), comunque sufficiente per la pubblicazione su social network
o altrove su Internet. Inoltre la resa dei colori, perlomeno nelle
foto dimostrative, è leggermente carente, e per ora il software per gestire la fotocamera è
disponibile solo per Mac (la versione Windows è in lavorazione). Ma l’effetto
magico di poter cambiare la messa a fuoco dopo lo scatto rimane davvero
notevole, specialmente se si considera che fino a pochi anni fa le
apparecchiature necessarie riempivano uno stanzino.

Fonti aggiuntive:
ZDNet
,
Ars Technica
,
Punto Informatico
,
Engadget
,
Wired
.

Disinformatico radio, podcast del 2011/10/21

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico radiofonico. Ecco i temi e i
rispettivi articoli di supporto: il
virus erede di Stuxnet, la
profezia di fine del mondo di Harold Camping
(con satelliti che precipitano), le
insidie di smartphone e tablet regalati con software spia, le
magagne del riconoscimento facciale in Android 4
e lo
scavalcamento del PIN dell’iPhone nuovo.

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Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

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DuQu, nuovo "supervirus" targato Pentagono e Mossad?

Ricordate
Stuxnet, il virus che prendeva di mira gli apparati di controllo SCADA, in
particolare quelli degli impianti nucleari iraniani, passando attraverso i
computer dotati di Windows, e che per la sua sofisticazione e per i suoi
obiettivi è stato attribuito da alcuni ricercatori al Pentagono e/o ai servizi
segreti israeliani? Ora è emerso che ha un parente che si chiama DuQu e
circola su Internet in almeno due varianti, infettando computer qua e là nel
mondo, da almeno un anno.

La parentela è dimostrata dal fatto che DuQu parte dallo stesso codice
sorgente di Stuxnet; la somiglianza è talmente spiccata che gli antivirus lo
bloccano già da tempo pensando che si tratti di Stuxnet. Questo nuovo malware
si spaccia per un driver firmato da un certificato digitale valido; non si
replica autonomamente, quindi non è un worm, e non sembra avere funzioni
distruttive mirate a danneggiare apparati (a differenza di Stuxnet), ma si
limita a effettuare una sorta di ricognizione quando infetta un PC; come
Stuxnet, usa tecniche molto sofisticate per nascondersi nella memoria del
computer anziché sul disco rigido e quindi rendere difficile il lavoro degli
antivirus. Dopo 36 giorni DuQu si cancella automaticamente dal sistema
infettato.

DuQu è più leggero di Stuxnet (300 kilobyte contro 500) e comunica con il suo
centro di controllo (subito disabilitato non appena si è sparsa la notizia
dell’esistenza di DuQu) usando un protocollo personalizzato, trasmettendo ai
suoi gestori i dati sottratti dai sistemi infettati. Una particolarità: la
trasmissione avviene cifrando i dati e includendoli in un’immagine tratta da
una
fotografia
astronomica scattata dal telescopio Hubble.

Le società che producono antivirus e gli enti di monitoraggio della sicurezza
di Internet hanno già predisposto aggiornamenti e schede informative per
gestire questo attacco, che colpisce i sistemi Windows (F-Secure;
Symantec;
Securelist/Kaspersky;
CERT). Il rischio di danni è, allo stato attuale delle conoscenze, molto modesto,
ma è comunque inquietante sapere che queste vere e proprie armi informatiche
si aggirano per la Rete.

Fonti aggiuntive:
Wired
, CrySys Lab,
SC Magazine
.

Fine del mondo e satelliti in caduta

Il profeta di sventure Harold Camping, già noto per la sua fallita previsione
della fine del mondo per il 21 maggio scorso basata su una sua personalissima
analisi della Bibbia, ci riprova: stavolta è un po’ più cauto, ma è comunque
convinto che oggi, 21
ottobre, sia la data giusta. Non aspettatevi terremoti planetari come aveva
preannunciato per maggio: il novantenne titolare di una
catena internazionale di stazioni radio
dedicate alla sua predicazione stavolta
dice
che oggi “la fine arriverà molto, molto sommessamente”.

Meno sommessi sono i numeri economici di questa previsione, dato che il
circuito radiofonico Family Radio di Harold Camping ha speso, secondo il
Los Angeles Times, oltre cento milioni di dollari per la campagna promozionale dell’evento che
non si è materializzato. Almeno per ora.

Quando circolano notizie come queste c’è sempre qualcuno che nota coincidenze
e teme che possano essere segnali di correttezza della profezia. Per esempio,
cos’era quell’oggetto luminosissimo e completamente silenzioso, ben diverso da
un aereo, che ha attraversato il cielo ieri sera intorno alle 19.30, quasi a
perpendicolo sopra il Canton Ticino? Niente paura: era un passaggio della
Stazione Spaziale Internazionale.

E cos’è questa moda dei satelliti che precipitano? Dopo la paura mediatica per
la caduta del veicolo UARS a fine settembre, ora è il turno di ROSAT, un
telescopio orbitale tedesco di circa 2700 chilogrammi lanciato nel 1990, ormai
giunto alla fine della propria attività scientifica e destinato da tempo a
rientrare nell’atmosfera terrestre: le ultime previsioni lo danno in arrivo
per oggi pomeriggio. Più in generale, rientri di questo genere succedono molto
spesso, quasi
settimanalmente, senza alcun problema, come si può vedere per esempio su
Reentry News, ma
raramente ricevono attenzione dai mezzi di comunicazione di massa.

Se volete tenere d’occhio i sorvoli di ROSAT per essere proprio sicuri di
scansare eventuali frammenti (la probabilità di esserne colpiti è comunque
infinitesima), potete seguire ROSAT in tempo reale tramite vari siti, come
Heavens Above, Zarya.info e
N2yo.com, oppure via Twitter presso
@ROSAT_Reentry.

Aggiornamento:
ROSAT è
precipitato
senza fare danni il 23 ottobre.

Attenzione agli smartphone e tablet regalati

Un uomo che si fa chiamare Thomas Metz ha raccontato su
Macrumors.com
una storia informatica che non mancherà di suscitare l’interesse di partner,
genitori e datori di lavoro sospettosi e l’ansia di chi vorrebbe avere un po’
di privacy.

Thomas ha regalato un iPhone 4S alla moglie e le ha attivato, senza avvisarla,
la funzione
Find My Friends, che permette di sapere dove si trovano gli amici grazie al GPS integrato
nel telefonino. La funzione in teoria richiede il consenso dell’interessato,
ma è attivabile a insaputa dell’utente (come segnala il caso del signor Metz
ed è addirittura pubblicizzata sul sito di Apple sottolineando il fatto che la
si può attivare e proteggere con una password “così i vostri ragazzi possono divertirsi e voi potete essere tranquilli che
stiano al sicuro"
).

Il protagonista della storia sospettava che la moglie lo tradisse e quando è
uscita le ha mandato un SMS chiedendole dove si trovasse. Lei ha risposto
dando un indirizzo innocente, ma Find My Friends ha rivelato al marito che la
donna era in realtà da tutt’altra parte. Metz ha pubblicato su Internet le
schermate del proprio telefonino-spia per documentare la vicenda e ha
commentato ringraziando Apple e l’App Store perché le schermate saranno molto
utili quando si troverà con la moglie presso l’avvocato per la causa di
divorzio. "Per fortuna è lei quella ricca", ha scritto.

Vera o falsa che sia la vicenda pubblicata dal signor Metz, la tecnologia di
Find My Friends e di altre applicazioni analoghe, disponibili anche per
smartphone e dispositivi portatili (tablet) di altre marche, si presta a
questo genere di monitoraggio, la cui legalità è tutta da determinare. Ancora
una volta, è meglio leggere con attenzione il manuale dei dispositivi sempre
più sofisticati che portiamo con noi e fare attenzione a eventuali trappole
informatiche annidate negli oggetti che ci vengono regalati.

Fonti aggiuntive:
Punto Informatico
,
ABC News
,
9to5Mac
.

Android 4.0, riconoscimento facciale a rischio

Pochi giorni fa Google ha
presentato
Android 4.0, noto anche come Ice Cream Sandwich, la nuova versione del suo
sistema operativo per dispositivi mobili. È pieno di novità, ma ha anche
qualche magagnina che smorza un po’ l’effetto magico delle sue innovazioni.

Per esempio, c’è Android Beam, una funzione che consente di trasmettere
informazioni da un telefonino Android a un altro semplicemente facendoli
toccare. Se volete condividere con un amico l’indirizzo Web di una pagina che
state leggendo, o se volete passare la pagina dal vostro telefonino al vostro
tablet (un po’ come la scena di Avatar in cui le immagini vengono
passate disinvoltamente da uno schermo di computer fisso a un computer
portatile), basta che si tocchino. Anche le applicazioni possono essere
trasferite in questo modo.

C’è un piccolo problema: questa funzione consente anche di inviare facilmente
un link a un sito ostile o infettante. Android Beam, per ora, non fa
distinzione e non controlla la sicurezza dei dati ricevuti. Non ci vuole molta
fantasia per inventare modi per abusare di questa tecnologia.

Un’altra innovazione di Android 4.0 è Face Unlock: invece di usare un PIN per
proteggere l’accesso al telefonino o tablet, Android usa il riconoscimento
facciale per capire se chi lo sta usando è il legittimo proprietario. Idea
interessante, ma che succede se si è al buio o in luoghi poco illuminati?
Peggio ancora, che succede se un malintenzionato mostra al telefonino una
nostra foto? Le prime indiscrezioni indicano che questa protezione viene
ingannata. Meglio tenerne conto nel correre a capofitto verso le nuove
tecnologie.

iPhone nuovo, il PIN si scavalca con la voce

Anche se proteggete i dati del vostro nuovissimo iPhone 4S usando un PIN,
basta un comando vocale per scavalcare la protezione e permettere a qualunque
malintenzionato o burlone di mandare mail, SMS, leggere la vostra agenda e
svolgere tutte le operazioni accessibili tramite Siri, l’assistente vocale
proposta da Apple.

I ricercatori della società di sicurezza Sophos hanno infatti
notato
che nell’impostazione standard dell’iPhone 4S le funzioni di Siri sono
accessibili semplicemente premendo il tasto del telefonino anche quando
l’apparecchio è bloccato da un PIN per evitare intrusioni. Questo consente a
chiunque di prendere il vostro telefonino, premere il tasto e fargli fare
quello che vuole, per esempio cambiandovi di nascosto gli appuntamenti in
agenda.

Per fortuna c’è un modo abbastanza semplice per risolvere questa
vulnerabilità: bisogna andare nelle impostazioni, nella sezione dedicata al
blocco del telefonino tramite una password, e disattivare l’opzione
"Siri".

In questo modo per dare comandi vocali a Siri sarà prima necessario digitare
la password. È una scomodità, certo, e toglie molto dell’effetto wow (per ora
limitato, comunque, a chi parla inglese, francese o tedesco, le uniche lingue
riconosciute da Siri). Ma trovarsi con l’agenda riscritta o con SMS offensivi
o truffaldini mandati dal proprio telefono potrebbe essere ancora più scomodo.

Disinformatico radio, podcast del 2011/10/14

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico radiofonico. Ecco i temi e i
rispettivi articoli di supporto: la
morte di Dennis Ritchie, i
guai di iPhone, Blackberry e Symantec, l’arresto del rubafoto di Scarlett Johansson, il
virus di stato tedesco
e i
droni militari USA infettati da un virus informatico.

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Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

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Droni militari infettati da un virus informatico

Secondo Wired.com, da un paio di settimane i sistemi di controllo a distanza
dei droni militari statunitensi Predator e Reaper che volano sopra
l’Afghanistan, il Pakistan e lo Yemen sono infettati da un virus che registra
tutte le digitazioni dei loro piloti, che stanno in Nevada. Come se non
bastasse, gli esperti di sicurezza informatica dell’aviazione statunitense
avrebbero saputo dell’infezione attraverso i giornali, perché i responsabili
della base di controllo in Nevada non li avevano avvisati.

L’aviazione USA ha
smentito
questa mancanza d’informazione e ha dichiarato che l’infezione non ha causato
violazioni di segreti militari o interferenze con i voli di questi velivoli
radiocontrollati, usati per missioni di ricognizione e di attacco. Ha inoltre
indicato che il malware ruba le password, non tutte le digitazioni. Tuttavia
il fatto stesso che si sia verificata l’infezione presso il centro di
controllo ha messo in luce la vulnerabilità di questi sistemi d’arma, che
ricoprono ruoli sempre più importanti nei conflitti.

Secondo le dichiarazioni dei militari, il virus è partito da un loro computer
che usa Windows ed è stato propagato dall’uso di dischi rigidi rimovibili o
penne USB, ma non avrebbe colpito i sistemi di pilotaggio remoto dei droni.

Non è la prima volta che i droni rivelano delle lacune nella propria
sicurezza: nel 2009 si
scoprì
che le immagini trasmesse dalle loro sofisticate telecamere erano
intercettabili con un apparecchio che costa meno di trenta dollari.

Fonti: Wired (1,
2), Ars Technica (1,
2),
Securityweek.

Se il virus è della polizia, l’antivirus lo rileva?

Un gruppo di hacker (nel senso buon del termine), il
Chaos Computer Club tedesco, ha
scoperto
alcuni giorni fa un virus informatico, o meglio un trojan,
decisamente insolito: era stato realizzato da una società tedesca, la
Digitask, per conto del governo del paese. Il governo tedesco ha
confermato
con un certo imbarazzo la notizia e risulta che lo stesso “malware di stato”
sia stato venduto ai governi di Austria, Paesi Bassi e Svizzera.

Non è una novità che le forze di polizia usino queste “cimici” digitali per le
indagini, ma il livello d’intrusione che offrono è talmente profondo che il
loro uso è strettamente regolamentato. Infatti sono capaci di accendere di
nascosto la telecamera e il microfono del computer, leggere mail, registrare e
ritrasmettere tutto quello che viene inquadrato dalla telecamera, captato dal
microfono, digitato sulla tastiera e mostrato sullo schermo e installare altri
programmi nel computer senza che l’utente venga notificato.

Il problema del cosiddetto Bundestrojaner, battezzato anche
0zapftis, o R2D2, è che è scritto talmente male che vengono
meno le garanzie legali sul suo uso. C’è di peggio: un malintenzionato ne può
prendere facilmente il controllo e manipolarne i risultati, per esempio
impadronendosi dei dati trasmessi oppure inviando alle autorità dati fasulli,
incastrando una persona innocente.

Inoltre il virus è ormai pubblicamente reperibile su Internet e nulla vieta a
un criminale di usarlo per i propri scopi. Siamogeek.com ha pubblicato il
link per scaricare una copia del malware, che è in grado di infettare i computer che usano Windows.

Il dubbio che inevitabilmente ci si pone, in casi come questi, è se le società
che producono antivirus assistano la polizia e quindi facciano finta di non
rilevare i virus iniettati dalle forze dell’ordine. È un bel dilemma, ma quasi
tutti i produttori di antivirus l’hanno risolto pragmaticamente: dato che non
hanno modo di sapere se questi cavalli di Troia informatici sono stati
collocati dalla polizia o da un malvivente, li segnalano all’utente. Se volete
sapere come si comporta il vostro antivirus, potete scaricare (con molta
attenzione) il Bundestrojaner e farglielo esaminare.

Fonti:
F-Secure
,
Sophos
,
Techworld
, Securityfocus.

Identificato lo spione rubafoto delle star

È stato identificato, arrestato e incriminato dall’FBI l’uomo che ha sottratto
foto intime dai telefonini di numerose celebrità, fra cui Christina Aguilera,
Mila Kunis e Scarlett Johansson (ne avevamo
parlato
a metà settembre).

Il trentacinquenne Christopher Chaney, secondo l’accusa, sarebbe riuscito ad accedere agli account di posta elettronica di oltre
cinquanta persone, carpendone informazioni personali e attivando un sistema di
inoltro automatico, grazie al quale riceveva sostanzialmente in tempo reale
una copia di ogni mail ricevuta dalla celebrità che spiava. La sua motivazione
per queste gravi violazioni della privacy non sembra essere di natura
economica. Ora rischia un massimo di 121 anni di reclusione se verrà
riconosciuto colpevole di tutti i reati contestati.

Per evitare di essere vittima di intrusi digitali di questo genere, anche se
non siete celebrità, è importante conoscere i metodi usati da Chaney. Operava
da casa propria a Jacksonville, senza tecnologie particolari, ma semplicemente
sfogliando le riviste e i siti di gossip, oltre ai messaggi pubblici su
Twitter e Facebook della vittima, per accumulare informazioni sul proprio
bersaglio. Poi usava queste informazioni per rispondere alle domande di
recupero password degli account delle celebrità (“Qual è il tuo film preferito? Come si chiama il tuo cane? Il nome del tuo
primo insegnante?”
) alle quali le vittime avevano imprudentemente risposto con dati veri e
facilmente recuperabili.

A questo punto Chaney aveva accesso alle rubriche personali delle star, alle
loro foto e ai loro file personali allegati alle mail e impostava un inoltro
automatico. Se le celebrità cambiava password, gli arrivava la notifica del
nuovo codice d’accesso.

La scorribanda digitale di Chaney, iniziata a novembre del 2010 con
un’intrusione nella casella di mail di Christina Aguilera, è stata interrotta
dall’FBI, ma le foto rubate continuano a circolare. Se volete evitare di
essere bersagli di questo genere di ficcanaso, non rispondete con dati reali o
pubblici alle domande di recupero password ed evitate di fare foto personali
usando il telefonino e inviandole via mail. La prevenzione è molto più facile
della cura.

Fonti:
The Smoking Gun
,
LA Times
,
CNN
.

Settimana di guai per iPhone, Blackberry e Norton

È stata una settimana difficile per molti informatici di professione. Avranno
dormito poco quelli della società di sicurezza Symantec, il cui celebre
antivirus Norton Internet Security il 12 ottobre ha bloccato per errore
l’accesso a Facebook dei suoi utenti perché identificava il social network
come una “pagina web fraudolenta”. In pratica, secondo l’antivirus
Facebook era un sito-truffa dedito al phishing. I falsi positivi
capitano a tutti gli antivirus, ma l’errore di Norton è stato particolarmente
spettacolare. La magagna, dovuta a un aggiornamento errato, è stata risolta
nel giro di alcune ore attraverso un ulteriore aggiornamento.

Tribolazioni anche per gli utenti e i responsabili del nuovo software iOS5 di
iPhone, iPad e iPod, pieno di migliorie (finalmente non è più necessario avere
un computer per attivare e aggiornare questi dispositivi, come la concorrenza
già fa da tempo) e di protezioni aggiuntive contro gli attacchi informatici.
Ma mercoledì scorso molti utenti, nel tentativo di aggiornare i propri
iDispositivi, si sono trovati con un misterioso errore 3200, 3002 o 1603 o
strani avvisi che negavano l’autorizzazione all’uso di iOS5. Altri hanno
atteso ore per il completamento dell’aggiornamento. Il problema è stato
causato, con tutta probabilità, dal sovraccarico dei server di Apple quando
milioni di utenti hanno cercato simultaneamente di aggiornarsi. Come sempre,
in casi come questi conviene attendere qualche giorno che passi l’orda degli
entusiasti impazienti.

Non è andata meglio agli utenti degli smartphone Blackberry, che per circa
quattro giorni si sono trovati senza mail e messaggi in quasi tutto il mondo
(anzi, secondo un
avviso
della CNN, “in quasi tutti i pianeti") partendo dal Regno Unito
per poi propagarsi all’Europa, al Medio Oriente, all’Africa e infine al Nord
America. La Research In Motion, la società che gestisce i Blackberry, si è
scusata profondamente e ha spiegato che il guasto è stato causato,
paradossalmente, da un componente hardware concepito per proteggere la propria
rete autonoma dai guasti, innescando problemi in cascata dovuti all’accumulo
di messaggi inevasi. La situazione sembra ora essere tornata alla normalità.

Fonti:
CNet
,
The Examiner
,
TUAW
,
Ars Technica
,
The Register
, BBC,
The Inquirer
,
Punto Informatico
.

Il rivoluzionario silenzioso: Dennis Ritchie, 1941-2011

Pochi giorni fa è morto dopo lunga malattia uno dei giganti della storia
dell’informatica. No, non è Steve Jobs. Forse non avete mai sentito parlare di
Dennis Ritchie, spentosi in sordina all’età di settant’anni, eppure è molto
probabile che stiate usando quotidianamente, senza saperlo, uno o più dei
prodotti del suo ingegno.

Dennis Ritchie era infatti l’inventore del linguaggio di programmazione C e
uno dei padri del sistema operativo UNIX: i due pilastri sui quali poggia
quasi tutta l’informatica moderna. Un risultato davvero notevole, considerato
che entrambi risalgono agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.

All’epoca i computer erano macchine enormi, costosissime e soprattutto
incompatibili. UNIX fu creato da Dennis Ritchie insieme ad altri dipendenti
dei mitici Bell Labs della AT&T nel 1971 come sistema operativo
multiutente e multitasking, facilmente trasferibile da un modello di computer
a un altro, e adatto alla collaborazione in rete: condizioni indispensabile
per farlo diventare la base di quella che poi sarebbe diventata l’Internet di
oggi. Gran parte dei siti Web del pianeta usa UNIX o una sua derivazione, come
per esempio Linux, Mac OS X, Solaris e Android.

Il linguaggio C vide la luce grazie a Ritchie nel 1973. Fu chiamato così
perché era il successore del linguaggio denominato B (i geni del marketing non
avevano ancora invaso l’informatica con i loro nomi accattivanti). Fu il primo
linguaggio per uso generico (quelli precedenti erano specializzati per settori
come commercio o scienza) e rese possibile trasferire facilmente UNIX da un
tipo di computer a un altro, gettando le basi per il software libero e
liberando gli utenti dalla dipendenza da un singolo fornitore. Ancora oggi,
secondo
Tiobe.com, il C è il secondo linguaggio più diffuso al mondo (il primo è Java). Quasi
tutti i programmi che utilizziamo quotidianamente sono scritti in C.

Senza questi due parti del genio di Dennis Ritchie, il mondo tecnologico
odierno sarebbe irriconoscibile. Non ci sarebbero stati Bill Gates o Steve
Jobs, e Linus Torvalds non sarebbe il padre di Linux. Eppure "dmr",
come si faceva chiamare con caratteristica modestia, se n’è andato con la
stessa discrezione con la quale ha vissuto quarant’anni di storia
dell’informatica.

Fonti aggiuntive:
Wired
,
The Register
, BBC.

Disinformatico radio, podcast del 2011/10/07

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico radiofonico. Ecco i temi e i
rispettivi articoli di supporto:

  • inevitabilmente ho parlato della morte di Steve Jobs, ma ho cercato un
    taglio un po’ differente per
    ricordarlo: sapevate che Jobs e l’altro Steve (Wozniak) vendevano apparecchi per
    telefonare a scrocco e una volta telefonarono in Vaticano spacciandosi per
    Kissinger e chiedendo del Papa?
  • C’è anche un altro aspetto importante della scomparsa del cofondatore di
    Apple: lo
    sciacallaggio
    che è già in corso. Meglio fare attenzione nel seguire i link di siti
    sconosciuti che promettono notizie o scoop su di lui.
  • Dietro le quinte della lotta fra guardie e ladri online:
    Microsoft e Kaspersky decapitano una botnet e vi impiantano una “testa” nuova di cui hanno il controllo. Si chiama
    sinkholing, ed è una tecnica affascinante che ha bloccato 3,8 miliardi di
    mail spammatorie al giorno.
  • HTC l’ha fatta grossa: ha preinstallato su alcuni suoi telefonini Android
    un’utility colabrodo che
    permette a qualunque app di scavalcare la sicurezza di Android.
  • Sempre in tema di telefonini, l’iPhone 4S
    ha deluso i fan, ma ha un hardware interessante e un sistema di
    riconoscimento vocale dalle prestazioni apparentemente magiche ma dal nome
    imbarazzante.

—

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

—

iPhone 4S, le novità sono tutte dentro

Pochi giorni fa Apple ha presentato la nuova versione dell’iPhone, denominata
4S. Molti fan sono rimasti delusi perché l’oggetto è esteriormente identico e
viene quindi a mancare la gratificazione di poter ostentare visibilmente il
nuovo gadget, ma dietro le quinte ci sono novità interessanti e, in un certo
senso, anche involontariamente divertenti.

Il nuovo iPhone monta un processore più potente (A5 dual core, contro l’A4 a
core singolo dei modelli precedenti) e una fotocamera aggiornata da 8
megapixel, che lo allinea con gli altri smartphone della stessa categoria e
consente riprese in alta definizione a 1080p (i modelli precedenti arrivavano
a 720p) oltre a includere uno stabilizzatore d’immagine video.

Anche la memoria di bordo è aumentata e può arrivare a 64 gigabyte: cosa molto
importante in un dispositivo che non consente espansioni di memoria dopo
l’acquisto e non ha la possibiltà di inserire schede di memoria esterne.

L’altra novità importante è iOS 5, la nuova versione del sistema operativo dei
telefonini Apple. Sarà installabile anche sul modello precedente, ma darà il
meglio sull’iPhone 4S sfruttandone il processore più potente. Questa maggiore
potenza consente, per esempio, di comandare a voce il telefonino in maniera
più sofisticata rispetto al passato: nelle
dimostrazioni, perlomeno, questo sistema, denominato Siri, è stato capace di capire il
senso della domanda
“Ho degli impegni questo venerdì a mezzogiorno?” e di consultare
l’agenda del telefono per verificare che l’utente era libero e riservare un
pranzo. Tutto senza toccare la tastiera. Funzioni analoghe ci sono già in
altri telefoni, non solo di Apple, ma questa versione sembra particolarmente
abile nel capire il linguaggio naturale. Per ora, però, Siri funziona solo in
inglese, tedesco e francese.

Se parlare al vostro telefonino come se fosse una persona vi inquieta perché
avete la sensazione di dialogare con il perfido HAL di
2001: Odissea nello spazio, potete sdrammatizzare tenendo presente
una chicca: Siri, il nome del servizio di comunicazione vocale, nelle lingue
della Scandinavia dovrebbe significare “bellezza vittoriosa”, ma
in giapponese suona molto simile a “shiri”, che vuol dire “sedere” (inteso come sostantivo, non come verbo), e in
georgiano va anche peggio, perché indica i
genitali maschili.

Di solito Apple è molto attenta a verificare il significato dei nomi nelle
varie lingue del mondo, ma in questo caso non si tratta di un suo errore,
perché Siri è il nome scelto dall’azienda esterna omonima che aveva sviluppato
indipendentemente questo software, che è stato poi acquistato da Apple.

Telefonini HTC Android a rischio di furto di dati

C’è una falla di sicurezza molto importante in alcuni telefonini Android della
HTC, che permette agli aggressori di creare applicazioni ostili dall’aria
innocente ma capaci di leggere e rubare via Internet i dati personali
dell’utente, come l’indirizzo di e-mail, la posizione geografica, gli SMS
(compresi i numeri di telefono ai quali sono stati inviati o dai quali sono
stati ricevuti) e molto altro.

HTC ha
dichiarato
che sta lavorando a un aggiornamento che turi la falla ma non ha ancora
indicato quando sarà pronto; nel frattempo sottolinea che, a quanto le
risulta, la falla non viene attualmente sfruttata da nessun aggressore.

La scoperta della falla è stata fatta dai ricercatori Justin Case, Trevor
Eckhart e Artem Russakovski di
Android Police
e si limita ai cellulari Android di HTC, senza colpire i telefonini Android di
altre marche, perché HTC preinstalla delle applicazioni di
logging (registrazione di dati), come HtcLoggers.apk, che non
rispettano le norme di sicurezza di Android e condividono i propri dati con
qualunque altra applicazione che chieda semplicemente accesso a Internet, come
fanno moltissime applicazioni. Da lì i dati personali raccolti possono essere
poi inviati via Internet a qualunque spione o aggressore li desideri. I
ricercatori sono molto chiari nell’attribuire le responsabilità:
"l’unico motivo per cui i dati vengono disseminati a destra e a manca
è che HTC ha impostato in questo modo il proprio ambiente di sorveglianza. È
come lasciare le chiavi di casa sotto lo zerbino e aspettarsi che nessuno le
trovi e ne approfitti per aprire la porta.”

Grazie all’insicurezza aggiunta incautamente da HTC, l’intero sistema di
protezione di Android viene scavalcato. Normalmente, infatti, ogni
applicazione può accedere solo ai dati che le vengono concessi dietro
richiesta esplicita, che l’utente deve confermare: per esempio, un giochino
scaricato dall’Android Market chiede solo il permesso di accedere a Internet e
quindi non può accedere ad altri dati presenti sul telefonino. I ricercatori
di Android Police hanno invece realizzato un’applicazione dimostrativa che
conferma la vulnerabilità (video) e può essere scaricata per verificare se il proprio telefonino è fra quelli
vulnerabili.

In attesa della correzione, da installare prontamente, gli utenti possono
difendersi in due modi: quello per smanettoni è diventare root sul
telefonino e rimuovere /system/app/HtcLoggers.apk; quello per comuni
mortali è evitare di scaricare e installare applicazioni che non abbiano una
reputazione di ferro.

Come decapitare gli spammer senza far male

C’è una guerra silenziosa fra guardie e ladri che si svolge quotidianamente su
Internet senza che ce ne accorgiamo. Ogni tanto, però, il velo di silenzio si
squarcia e possiamo sbirciare. È quello che è successo alla fine di settembre,
quando Microsoft ha
annunciato
di aver neutralizzato, insieme alla società di sicurezza Kaspersky,
un’organizzazione di spammer che aveva infettato circa 41.000 computer di
internauti sparsi in tutto il mondo, rendendoli capaci di diffondere circa 3,8
miliardi di mail pubblicitarie al giorno e rubandone le password e le mail.
Questi computer infetti formavano una botnet, ossia una sotto-rete di
Internet che prendeva ordini dai padroni del virus che li aveva infettati.
Microsoft ha battezzato questa botnet Kelihos/Hlux.

Kaspersky ha
pubblicato
un’analisi dettagliata di questa battaglia vinta. In sintesi, la botnet non è
stata distrutta: i computer che la compongono sono ancora infetti. Ma il
“cervello” della botnet, è stato sostituto. Il complesso codice di
comunicazione che permetteva ai criminali di inviare istruzioni ai computer
infettati è stato decifrato e usato per mettere questi computer in
comunicazione esclusiva con un “cervello” alternativo, controllato da
Kaspersky, secondo una tecnica denominata “sinkholing”.

La botnet, insomma, esiste ancora, ma viene tenuta a bada dandole ordini non
pericolosi. La soluzione ottimale sarebbe entrare nei computer infetti e
ripulirli, ma questo è illegale se non c’è il consenso dei proprietari, ed è
molto difficile contattare oltre 40.000 persone e convincerle che il loro
computer è infetto a loro insaputa. Così Microsoft ha diffuso un aggiornamento
del suo programma “antivirus” integrato nelle versioni recenti di Windows: se
questo aggiornamento rileva l’infezione da parte di Kelihos, la rimuove.
Questo ha già quasi dimezzato la botnet.

Collaborazioni del genere per debellare le botnet non sono nuove, ma questa
volta Microsoft non si è fermata all’intervento tecnico: per la prima volta ha
specificato formalmente l’identità del presunto criminale, che ora è imputato
nel
procedimento legale
avviato da Microsoft.

Steve Jobs, attenzione agli sciacalli

Come purtroppo capita immancabilmente in occasione di una notizia importante
su scala mondiale, anche la morte del cofondatore di Apple ha scatenato la
pronta reazione degli sciacalli che creano trappole su Internet e usano come
esca presunte immagini o promozioni riguardanti la notizia, facendo leva
sull’interesse degli utenti che vanno in Rete per cercare novità o dettagli.

F-Secure
segnala
che Stevejobsfuneral.com è finito nelle prime posizioni delle ricerche in
Google (per chi digita "Steve Jobs funeral"), ma si tratta
di un sito ingannevole, che raccoglie indirizzi di e-mail dai suoi visitatori,
adescandoli con la promessa di una lotteria che ha in palio quindici computer
MacBook Pro. Il sito guadagna anche attraverso la pubblicità che ospita e i
link di affiliazione, che generano una commissione per ogni vendita completata
cliccando su uno di questi link.

Anche su Facebook abbondano le trappole legate a Jobs: Bit.ly ha dovuto
bloccare il link restinpeace-steve-jobs perché portava a un sito che
diceva di donare 50 iPad ma in realtà produceva solo un bombardamento
pubblicitario e richieste di rispondere a sondaggi, come segnalano
Sophos,
Scameo.com
e
ZDnet. Nelle poche ore per le quali il sito-esca è rimasto attivo ha collezionato
almeno 15.000 vittime.

La raccomandazione degli esperti è, come sempre, non cercare notizie a
casaccio su Internet, ma adoperare servizi che filtrino i siti affidabili di
notizie, come News.google.com, e usare il buon senso. Nel caso di inviti
ricevuti su Facebook, inoltre, è possibile segnalarli come spam, in modo che
Facebook prenda provvedimenti.

Steve Jobs, 1955-2011: ricordo di un ribelle

La notizia della morte di Steve Jobs, cofondatore di Apple, si è diffusa in
Rete nelle prime ore del 6 ottobre e ha generato un’onda emotiva fra gli
internauti e i tanti utenti dei suoi prodotti. Molti siti hanno
cambiato completamente la veste grafica, adottandone una in stile Mac, in ricordo di Jobs. Il sito di Apple ha messo
in prima pagina una fotografia di Jobs con la semplice dicitura
“Steve Jobs 1955-2011”
.

I commenti, inevitabilmente, si sono orientati sui successi imprenditoriali e
tecnologici e sulle frasi celebri dell’uomo (qui c’è una versione sottotitolata in italiano
del suo celebre discorso agli studenti di Stanford), ma c’è anche un altro
aspetto della carriera di Jobs che vale la pena di segnalare: il suo lato
ribelle, di hacker nel senso originale del termine di “smanettone”.
L’“altro Steve”, Steve Wozniak, che fondò Apple insieme a Jobs e Ronald Wayne,
lo ricorda in
questo video
e ne cita la passione per gli scherzi basati sulla tecnologia.

Jobs stesso, durante una presentazione al Macworld Expo nel 2007,
raccontò
di come lui e "Woz" avevano fabbricato, negli anni del liceo, un
piccolo trasmettitore che disturbava le frequenze televisive. Woz lo teneva in
tasca e lo accendeva di nascosto, per esempio quando qualche compagno stava
guardando Star Trek, e lo faceva impazzire nel tentativo di
risintonizzare il televisore.

I due giovanissimi Steve conobbero
John Draper, il mitico
Captain Crunch, un hacker che aveva scoperto che il fischietto regalato dai
cereali omonimi ingannava il sistema telefonico della AT&T permettendo di
telefonare gratis: il fischietto emetteva un tono a 2600 hertz, che era
proprio quello usato dalla compagnia telefonica per attivare le funzioni di
controllo delle centrali. Wozniak costruì un piccolo dispositivo elettronico,
una “blue box”, che appoggiato alla cornetta consentiva, fra le altre cose, di
disattivare gli addebiti. Così un giorno Wozniak chiamò il Vaticano, usando
una "blue box”, e disse di essere Henry Kissinger, all’epoca potentissimo
segretario di stato del governo statunitense.
“Qualcuno stava per andare a svegliare il Papa in piena notte prima che si
accorgessero che non era davvero Kissinger”
, ricordava Jobs.

Non molti sanno che quelle "blue box", ovviamente illegali, furono
il primo prodotto commerciale di Steve Jobs e Steve Wozniak. E il resto, come
si suol dire, è storia.

Disinformatico radio, podcast del 2011/09/30

Fra una cosa e l’altra non ho ancora segnalato che è disponibile
temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico radiofonico. Ecco i temi e i
rispettivi articoli di supporto:

Domattina (venerdì), come consueto, dalle 11 a mezzogiorno andrà in onda in
diretta una nuova puntata, che sarà ascoltabile anche in
streaming.

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili. Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la consultazione.

Antibufala: Swiffer “altamente tossico” per
cani, gatti e bambini?

Sta circolando un appello, scritto in un italiano
un po’ traballante, secondo il quale l’uso dei panni umidi Swiffer
per pulire i pavimenti sarebbe letale per gli animali domestici a
causa di una “molecola antighiaccio” che sarebbe un
“veleno” per il loro fegato. Addirittura sulla confezione
ci sarebbe scritto che il prodotto è tossico “per bambini e
animali”
. Leccando il pavimento pulito con questi strofinacci,
gli animali (e, si presume, i bambini) verrebbero insomma avvelenati.

Ecco un esempio del testo dell’appello:

ATTENZIONE

SWIFFERS UMIDO ALTAMENTE TOssico URGENTE READ
TOSSICI condividete! Come abbiamo appreso da poco meno di una
settimana durante una visita nella pratica veterinaria, un pastore
tedesco aveva seri problemi di fegato e purtroppo gli è stata
praticata l’ eutanasia.Il proprietario ha indotto l’autopsia, dal
momento che lei non aveva alcuna spiegazione per questa
sofferenza.Dovete sapere che il cane viveva sempre in casa lo
portavano all’aperto per la passaggiata ed era sempre sotto
controllo.L’autopsia ha mostrato che il fegato era in uno stato
terribile e poteva essere solo riconducibile a un assunzione regolare
di veleno. Quindi, dunque sono stati controllati tutti i prodotti per
la casa.Attenzione ai strofinacci umidi "SWIFFERS – tessuti
idratate", è scritto molto piccolo che il prodotto per bambini
e animali è tossico.Contattare il produttore del prodotto è stata
la grande sorpresa, uno dei componenti è una molecola
antighiaccio.Il pavimento del proprietario del cane pastore è stato
pulito regolarmente con i panni di cui sopra. Il cane leccava spesso
il pavimento e questo ha portato all’ avvelenamento.Dopo non molto
tempo anche 2 gatti hanno subito la stessa sorte. Anche in questo
caso, il "SWIFFER – salviette umide" sono stati utilizzati
per un lungo periodo.Iproprietari di animali domestici sono
espressamente avvertiti di non utilizzare questi panni tossici per
gli animali

Si tratta di un falso allarme che gira almeno dal
2004: in realtà tra gli ingredienti di questo prodotto, riportati
nella documentazione tecnica di legge (Material
Safety Data Sheet
), non c’è nessuna “molecola antighiaccio”
(si presume che s’intendesse, più correttamente, “antigelo”).

Sulla confezione non c’è nessun avviso di
tossicità per bambini e animali, come afferma invece l’appello: c’è
solo la normale avvertenza di tenere fuori dalla portata dei bambini,
presente su tutti i prodotti per pulizia.

La bufala persiste nonostante la casa produttrice
del panno, la Procter & Gamble, abbia pubblicato sin da marzo del
2004 varie pagine
informative
(in inglese) per smentirla. Anche l’associazione
statunitense per la protezione degli animali ASPCA ha fatto lo stesso
qui,
confermando che gli ingredienti del prodotto non sono tossici alle
dosi in cui sono presenti nei panni, e l’appello è sbufalato anche
presso Hoax-Slayer.com
e Snopes.com
(in inglese), Hoaxbuster.com
(in francese) e Hoax-info
(in tedesco). Tutto inutile: l’allarme continua a circolare perché
pochi si prendono la briga di controllare prima di inoltrarlo.

Facebook a pagamento (di nuovo) e altre storie

L’annuncio
di imminenti e importanti cambiamenti al funzionamento di Facebook ha
scatenato ancora una volta il passaparola
che avverte che il social network da 800 milioni di utenti
prossimamente diverrà a pagamento: bufala già sentita altre volte e
già smentita,
anche da Facebook stesso, con poche semplici parole:
“Non abbiamo nessuna intenzione di far pagare per Facebook. È
gratuito e lo sarà sempre”
. C’è anche chi ha dato una ragione
molto più cinica: “Su Facebook noi non siamo clienti, siamo il
prodotto”
.

Un’altra
bufala che ha ripreso vigore in queste ore su Facebook riguarda
l’appello (fasullo) per un inesistente “bimbo di 17 mesi” che
“necessita sangue” del gruppo B “per leucemia fulminante”.
L’appello chiede a tutti di telefonare a un certo Francesco, il cui
numero inizia con 091608, e di inoltrare il messaggio. Ma si tratta
di una storia vecchia, proveniente dall’Italia, dove c’era davvero
(ma nel 2007) un bambino leucemico, ricoverato all’ospedale Meyer di
Firenze, per il quale era stato lanciato (non dall’ospedale)
l’appello per sangue del gruppo B+. La vicenda si è conclusa
positivamente, ma l’appello che la riguarda continua a circolare e
trasformarsi. Fermatelo: è privo di qualunque utilità e
probabilmente sta facendo disperare il povero Francesco.

Ha
invece un piccolo fondo di verità l’allarme secondo il quale
Facebook spia la nostra attività su Internet anche quando non siamo
collegati a questo social network. Un blogger australiano, Nik
Cubrilovic, ha segnalato
che alcuni dei “cookie” usati da Facebook (brevi sequenze di dati
registrati sul computer dell’utente da parte di un sito visitato)
potevano consentire il tracciamento dei siti visitati dagli utenti
anche dopo che si erano disconnessi da Facebook.

Il
tracciamento era possibile soltanto per i siti che offrivano
integrazione con Facebook, ma in ogni caso i responsabili del social
network hanno riconosciuto il problema (dopo un anno dalla prima
segnalazione) e lo hanno corretto, affermando che il problema non ha
comportato nessuna violazione della sicurezza o della privacy perché
Facebook non ha utilizzato i dati che consentivano il tracciamento.

Fonti
aggiuntive: CNN
,
BBC
.

Attenzione alle telefonate dei “servizi per la
sicurezza di Windows”

Se
vi squilla il telefono e qualcuno vi dice, di solito in inglese, di
rappresentare Microsoft e vi segnala che il vostro computer sta
avendo problemi e ha inviato loro segnalazioni di errori e infezioni,
fate molta attenzione: con tutta probabilità si tratta di una truffa
che sta colpendo numerosi utenti in Svizzera ma anche in altri paesi.

Il
truffatore fa leva su alcuni trucchi psicologici per conquistarsi la
vostra fiducia: vi fa credere di sapere molto di voi dicendovi che sa
che avete un computer Windows (ma l’hanno in tanti) e che il computer
ha dei problemi di stabilità o di prestazioni (ma li hanno in
tanti).

Spesso
vi propone un test tecnico dall’aria credibile, chiedendovi di
premere il tasto Windows e il tasto R, digitare eventvwr,
andare ai log di Windows e scegliere Applicazione. Questa
procedura fa comparire una serie di messaggi d’errore che sembrano
confermare le parole del truffatore, ma in realtà si tratta di
normali messaggi d’errore temporanei che si verificano in qualunque
computer. Non indicano affatto problemi o infezioni, ma hanno un
aspetto impressionante per chi non è del mestiere.

Il
passo successivo dell’inganno consiste nel mettervi ulteriormente
sotto pressione, dicendo che il vostro computer ha dei problemi seri
e che se non provvedete a risolverli diverrà sempre più lento e
incapace di funzionare. La soluzione che viene proposta dal
truffatore è farvi sottoscrivere un fantomatico contratto di
"garanzia per il software", magari da pagare con carta di
credito. Spesso, inoltre, l’imbroglione si offre di sistemare i
presunti problemi entrando nel vostro computer via Internet
attraverso siti come Support.me.

Non
cedete alla pressione psicologica: non accettate nessun contratto
telefonico, non date i vostri dati personali e non date il permesso
di entrare nel vostro PC. Se avete dei problemi con il computer,
scegliete voi un esperto di fiducia del posto e diffidate di
qualunque approccio telefonico non richiesto. Date anche un’occhiata
al numero del chiamante e ai siti che vi propone di visitare: i più
gettonati in questo periodo sono il numero 009999 100 152 e il sito
SwapPCcare.com, ma nomi e numeri possono variare. Ci sono molte
segnalazioni
di questo
genere
di imbroglio.
Prudenza!

Sorveglianza via Wifi rileva anche il respiro

Come
se non bastassero i mille modi che già esistono per spiare la nostra
esistenza attraverso la tecnologia, dal tracciamento degli
spostamenti tramite GPS e telefonini alla sottrazione delle foto
personali dai social network, adesso sembra che le normali reti Wifi
possano essere usate per rilevare i movimenti delle persone negli
edifici e persino per misurarne il respiro attraverso i muri. Non
sarebbe nemmeno necessario intrufolarsi nella rete Wifi del soggetto
da sorvegliare: basterebbe un ascolto passivo.

Questo,
perlomeno, è quanto dichiara la ricerca
degli informatici Neal Patwari e Joey Wilson della University of
Utah. Lo spostamento di una persona all’interno dell’edificio,
infatti, altera lievemente il segnale Wifi e quest’alterazione è
ricevibile al di fuori dell’edificio, un po’ come il passaggio di una
barca increspa la superficie di un lago e produce onde che si possono
percepire anche a riva.

Usando
appositi filtri matematici in un ambiente di prova costellato di
antenne Wifi, i ricercatori sono stati in grado di affinare l’analisi
di queste variazioni del segnale Wifi fino a rilevare gli spostamenti
di una persona dietro un muro con un errore medio di circa 90
centimetri. In un altro articolo,
gli stessi ricercatori hanno dimostrato che le variazioni del segnale
Wifi possono essere utilizzate anche per percepire non solo il
respiro di una persona ma anche il ritmo di respirazione con un
errore di circa 0,3 respiri al minuto.

Lo
scopo di queste tecnologie, per ora assolutamente sperimentali, non è
soltanto terrorizzare chi già si sente fin troppo sorvegliato dalle
moderne diavolerie, ma anche consentire soccorsi più efficaci. Uno
degli scenari proposti dai ricercatori, infatti, prevede di piazzare
trasmettitori Wifi intorno e sopra un edificio per sapere se ci sono
all’interno persone da salvare (per esempio in caso di disastri o
presa di ostaggi) e sapere anche dove si trovano e in che condizioni
sono grazie ai loro movimenti e respiri.

Imbarazzi telefonici: SMS e autocompletamento

Molti telefonini hanno una funzione di
suggerimento, completamento o correzione automatica dei testi dei
messaggi (SMS e, negli smartphone, anche mail) che di solito è molto
utile ma ogni tanto commette errori involontariamente imbarazzanti.
Molti ricorderanno lo sconcerto che circondò la scoperta,
alcuni anni fa, che digitando "ebraismo" veniva
proposto "fascismo" su alcuni telefoni dotati del
sistema di scrittura assistita T9.

In inglese per questo genere di equivoci hi-tech
c’è un sito apposito, DamnYouAutocorrect
(letteralmente "accidenti a te, correttore automatico"),
che raccoglie le gaffe più atroci commesse dagli utenti anglofoni;
in italiano c’è Machehoscritto.it,
ma è ancora embrionale.

Quali perle avete collezionato nella vostra
attività online grazie a questi automatismi? Eccone qualcuna
segnalata dagli ascoltatori del Disinformatico:

– scrivendo ahahahahahah viene fuori afasia

– anni fa per invitar fuori una tipa: "Ciao
Tipa, stasera cosa concimi?

– "Hippy borghesi" al posto di
"happy birthday"

– "memorie isteriche", invece di
"memorie istoriche"

– invece che: "non mi rompi
assolutamente" ho scritto: "non mi pompi assolutamente"…
il messaggio é stato preso un po’ male!!

— al posto di "ceeeeerto" di fronte
alla richiesta di un amico che si voleva autoinvitare, ho mandato un
"vertigine".Di paura?

– monocruico
invece di "onomastico" non è male, ed è troppo
surreale

– Il Sig. Besana è diventato Sig. Befana. Ho
dovuto dimostrargli che il T9 ha assunto il ‘controllo’…

– questo WE mia moglie era bloccata a Melano
con l’auto e mi ha scritto questo messaggio: "Non mi va auto.
Bloccata a melodramma. Aiuto." un evidente pathos del T9 nei
confronti di mia moglie 😉

L’autocorrezione miete vittime anche al di fuori
del mondo telefonico: un lettore ha segnalato che Microsoft Word,
infatti, insiste a correggere “stagista” in “stragista”,
con tutti gli equivoci rischiosi che ne possono conseguire.

Spiati dalla tecnologia: le gioie della pubblicità iper-mirata a “Filo Diretto” RSI

Ieri (10 dicembre) sono stato ospite della Radiotelevisione Svizzera, nel programma Filo diretto, per parlare di tecnologie e sorveglianze commerciali. Uno dei conduttori, Enea, ha raccontato la propria esperienza, condivisa da tanti utenti, di aver parlato di una cosa molto insolita e specifica e di aver visto subito dopo la pubblicità di quella cosa nel proprio flusso di pubblicità nei social network.

Vuol dire che i social network ci ascoltano tramite i microfoni dei nostri telefonini? No: c’è un’altra spiegazione, e ne parlo da 4:30. Guardate però anche i servizi che accompagano il mio intervento e quello dell’ospite Giacomo Poretti, dell’Istituto sistemi informativi e networking della SUPSI.

Notate che a 16:44 Poretti mostra un tablet e-ink reMarkable. Poche ore dopo, fuori onda, sul mio telefono è comparsa in Instagram la pubblicità dello stesso, identico oggetto. Come è possibile?

L’ipotesi leggermente complottista che i nostri smartphone ci abbiano ascoltato in questo caso è poco plausibile. Abbiamo parlato di tablet, ma il nome della marca è stato citato una singola volta (fuori onda) da uno dei conduttori, e oltretutto remarkable è una parola inglese molto comune.

Se la pubblicità iper-mirata si basasse sull’ascolto delle nostre conversazioni in studio, questo ascolto avrebbe dovuto rilevare le parole tablet e remarkable e associarle nonostante il fatto che erano state dette in momento piuttosto distinti e non certo consecutivamente: un livello di sofisticazione piuttosto implausibile.

Oltretutto, l’ipotesi è già stata smentita da varie ricerche (BBC/Wandera; CBS News), anche se i sospetti rimangono. Facebook, per quel che vale, ha categoricamente negato di usare i microfoni dei telefonini in questo modo.

C’è una spiegazione possibile molto più semplice: il mio smartphone potrebbe aver rilevato il tablet tramite Bluetooth e trasmesso questo rilevamento a Instagram, che avrebbe quindi proposto la pubblicità di un oggetto che sapeva che era (o era stato) vicino a me e quindi poteva interessarmi.

Questa possibilità tecnica è prevista esplicitamente dalle condizioni di contratto di Instagram:

…we collect information from and about the computers, phones, connected TVs and other web-connected devices you use that integrate with our Products, and we combine this information across different devices you use. For example, we use information collected about your use of our Products on your phone to better personalize the content (including ads) or features you see when you use our Products on another device, such as your laptop or tablet, or to measure whether you took an action in response to an ad we showed you on your phone on a different device.

Information we obtain from these devices includes:

  • Device attributes: information such as the operating system, hardware and software versions, battery level, signal strength, available storage space, browser type, app and file names and types, and plugins.
  • Device operations: information about operations and behaviors performed on the device, such as whether a window is foregrounded or backgrounded, or mouse movements (which can help distinguish humans from bots).
  • Identifiers: unique identifiers, device IDs, and other identifiers, such as from games, apps or accounts you use, and Family Device IDs (or other identifiers unique to Facebook Company Products associated with the same device or account).
  • Device signals: Bluetooth signals, and information about nearby Wi-Fi access points, beacons, and cell towers.

Una lettrice mi ha inoltre contattato in privato per dirmi che la stessa pubblicità le è comparsa dopo aver semplicemente letto il mio tweet e le relative risposte.

Certo, potrebbe trattarsi di memoria selettiva: reMarkable sta mandando la pubblicità a tanti utenti e se ne ricordano solo quelli che hanno visto la mia segnalazione in proposito. Ma io seguo molto il settore dei tablet, specialmente quelli con e-ink, e credo che mi ricorderei se avessi già visto quel prodotto (fra l’altro molto ben fatto e interessante).

—

In altre parole, i nostri telefonini non ci ascolterebbero continuamente alla ricerca di parole chiave pubblicitarie per tre ragioni fondamentali:

  1. Sarebbe illegale e la rivelazione di un servizio del genere sarebbe catastrofica per la reputazione del social network o motore di ricerca che lo usasse.
  2. Sarebbe molto onerosa in termini computazionali (miliardi di riconoscimenti vocali continui in centinaia di lingue e trasmissione del flusso di dati ai rispettivi server).
  3. I social network e i motori di ricerca non ne avrebbero bisogno perché sanno già tutto quello che serve di noi grazie alle cose che scriviamo o cerchiamo, all’elenco degli amici e delle loro occupazioni, alla geolocalizzazione e ai vari sensori presenti negli smartphone.

Ma se volete essere ipersicuri di non essere ascoltati dal vostro smartphone, fate una cosa molto semplice: non portatelo con voi quando dovete fare una conversazione privata.

Cellulari che ascoltano? Il Garante Privacy italiano indaga

Cellulari che ascoltano? Il Garante Privacy italiano indaga

Molti giornali stanno riprendendo l’annuncio
del Garante italiano per la protezione dei dati personali, che ha avviato
un’indagine sulle app che userebbero il microfono dello smartphone per
ascoltare le conversazioni degli utenti ed estrarne parole chiave a scopo
pubblicitario.

Ma l’annuncio va letto attentamente, per evitare informazioni ingannevoli come
quella del Messaggero, che
dice
che
“Secondo il Garante della privacy [lo smartphone] verrebbe utilizzato
per carpire informazioni rivendute poi a società per fare proposte
commerciali.
”

Il Garante non ha detto questo. Ha semplicemente avviato un’istruttoria che
prevede l’esame di “una serie di app tra le più scaricate” a seguito di
segnalazioni di “un servizio televisivo e diversi utenti”, secondo i
quali
“basterebbe pronunciare alcune parole sui loro gusti, progetti, viaggi o
semplici desideri per vedersi arrivare sul cellulare la pubblicità di
un’auto, di un’agenzia turistica, di un prodotto cosmetico.”

In altre parole, il Garante per ora non ha prove che esista
questo abuso del microfono dello smartphone. Sta agendo, stando perlomeno al
suo comunicato, soltanto sulla base di queste segnalazioni di utenti e di un
servizio TV (non specificato, ma probabilmente è
questo di Striscia la Notizia, che usa un metodo sperimentale decisamente discutibile). Segnalazioni e
servizi che potrebbero anche aver preso un granchio, visto che la questione è
già stata affrontata varie volte con
test di esperti ed
è risultato che quello che molti utenti credono che sia stato carpito
ascoltando le loro conversazioni è in realtà semplicemente il risultato
dell’analisi incrociata della montagna di informazioni personali che
riversiamo nei nostri smartphone.

Usate Gmail? Google legge tutta la vostra posta e quindi sa i vostri gusti,
cosa comprate online e altro ancora. Usate i social network? Facebook (anche
con Instagram e WhatsApp) sa quali sono i vostri interessi. Questi servizi
sanno anche dove siete e con chi siete, grazie alla geolocalizzazione e alla
co-localizzazione: se due smartphone sono a lungo nello stesso posto e i due
utenti hanno avuto una comunicazione social o via mail, probabilmente si
conoscono e si parlano su argomenti che interessano a entrambi, quindi i
servizi pubblicitari mandano a ciascuno pubblicità dei prodotti che
interessano all’altro.

Aggiungiamoci poi la cosiddetta
illusione di frequenza
che ci spinge a notare le
coincidenze
e a dimenticare le non coincidenze, è il gioco è fatto: si ha l’impressione
che il telefonino ci ascolti.

In realtà che io sappia esiste un solo caso conclamato di ascolto ambientale
effettuato da un’app: nel 2019 l’app ufficiale del campionato spagnolo di
calcio, LaLiga, fu
colta
a usare il microfono e la geolocalizzazione degli smartphone per identificare
i locali che trasmettevano le partite senza autorizzazione. L’agenzia spagnola
per la protezione dei dati diede all’organizzazione sportiva una sanzione di
250.000 euro.

In attesa dei risultati dell’indagine del Garante italiano, è comunque sensato
andare nelle impostazioni del proprio smartphone e guardare quali applicazioni
hanno il permesso di accedere al microfono, levandolo nei casi sospetti. La
procedura varia a seconda del tipo di smartphone (Apple o di altre marche) e
della versione di sistema operativo (iOS o Android).

Disinformatico radio, podcast del 2011/09/23

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico radiofonico. Ecco i temi e i
rispettivi articoli di supporto: le
password vulnerabili di Mac OS X Lion, la
presunta scoperta di neutrini più veloci della luce, il
panico da satellite UARS in caduta, le
rovine in stile Nazca, visibili solo dal cielo, (ri)scoperte con Google in
Arabia Saudita
, e le novità di Facebook con l’arrivo della Timeline (solo audio, senza
articolo di supporto).

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

Apple, password di Mac OS X Lion vulnerabili

C’è una falla di sicurezza decisamente importante in Lion, la versione più
recente del sistema operativo Mac OS X di Apple. È possibile cambiare la
password degli altri utenti senza conoscerla e senza essere utenti
amministratori. Basta un semplice comando eseguito dentro una finestra di
Terminale del computer di cui si vuole prendere il controllo. Lo scenario
tipico in cui si sfrutterebbe questa falla è quello del ragazzino che vuole
scavalcare i vincoli di navigazione imposti dalla scuola o dai genitori sul
computer condiviso, ma ci sono molte altre situazioni analoghe.

La falla sarebbe sfruttabile anche da chi non ha accesso fisico al computer,
per esempio via Internet: infatti se un utente amministratore visita un sito
contenente una applet Java ostile e, come è normale, lascia che venga
eseguita, l’aggressore può cambiare la password dell’amministratore e da lì
prendere il controllo completo del computer. Se l’utente non è amministratore,
l’aggressore può comunque accedere alle password altrui, comprese quelle degli
utenti amministratori, e decifrarle.

In attesa di un aggiornamento che risolva il problema, conviene dare in una
finestra di Terminale il comando

sudo chmod 100 /usr/bin/dscl

È inoltre prudente disabilitare il login automatico, cambiare la password del
Portachiavi e attivare la richiesta di password quando il computer esce dallo
standby o dal salvaschermo.

Fonti:
Intego
,
Defense in Depth
.

Più veloci della luce? Prudenza

Un gruppo di ricercatori del CERN e dell'INFN (Istituto Nazionale di Fisica
Nucleare) italiano avrebbe rilevato ripetutamente dei neutrini che viaggiavano
a velocità superiori a quelle della luce: se il risultato fosse confermato, si
tratterebbe di una riscrittura radicale della fisica da Einstein in poi, ma i
ricercatori invitano alla massima prudenza. Dicono semplicemente che non sanno
spiegarsi questo fatto e che ritengono di aver tenuto conto di tutti i
possibili errori di misurazione, per cui pubblicano i propri dati e metodi
affinché tutti i colleghi possano esaminarli e vedere se c'è un errore
sistematico particolarmente subdolo o se siamo davvero di fronte a una
scoperta di quelle che causano terremoti nella scienza.

Secondo i ricercatori, i neutrini hanno attraversato i 730 chilometri, 534
metri e 61 centimetri di roccia dal CERN di Ginevra fino al laboratorio
sotterraneo del Gran Sasso, in Italia, arrivando in media con 60 nanosecondi
di anticipo rispetto al tempo che ci vuole per coprire la tratta alla velocità
della luce: cosa che attualmente si ritiene impossibile.

Giusto per inquadrare i termini del problema, 60 nanosecondi alla velocità
della luce sono circa 18 metri: per dirla in altre parole, la velocità della
luce sarebbe stata superata di 20 parti per milione. La raffinatezza di questi
strumenti è assolutamente stupefacente: la distanza CERN-Gran Sasso è stata
calcolata con una precisione di 20 centimetri e i rilevamenti sono così
sensibili da evidenziare lo spostamento della crosta terrestre dovuto al
terremoto dell'Aquila.

Anche nella scienza affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie,
per cui la prudenza è d'obbligo: oggi dalle 16 alle 18 i ricercatori
presenteranno
i propri risultati in una conferenza al CERN (webcast.cern.ch). Se la fisica ò il vostro forte, potete ingannare l'attesa leggendo il loro
cauto articolo presso Arxiv.

Come sopravvivere al panico da satellite

Angosciati dalla caduta del satellite UARS e dal rischio di essere colpiti dai
suoi frammenti? Tranquilli: Internet offre tutte le risorse utili per
scansarsi in tempo. Innanzi tutto, presso
Heavens-above.com o
N2yo.com potete seguire in tempo
reale la traiettoria del satellite, così sapete quando mettervi al riparo
(precauzione peraltro non necessaria, secondo gli
esperti). Su Twitter potete seguire @NASA e @UARS_Reentry per le ultimissime
notizie, mentre sul sito della NASA c'è la
pagina di riferimento di UARS
con bollettini frequenti.

Siete preoccupati per la stima di rischio di danni a esseri umani, indicata
come 1 possibilità su 3200?
Planetary.org
chiarisce che questa stima vuol dire che c'è una possibilità su 3200 che una
qualunque persona venga colpita da detriti di UARS. Se la popolazione
umana terrestre ammonta a 7 miliardi di individui, la probabilità che una
persona specifica (io o voi, per esempio) sia colpita sono 1 su
22.400 miliardi.

Inoltre chi segue i satelliti per lavoro sa che oggetti di peso superiore ai
400 chilogrammi, quindi sufficienti a produrre rottami capaci di arrivare al
suolo, precipitano da
qualche parte in media una volta la settimana, per cui la caduta di UARS è
ordinaria amministrazione.

Sapevate che comunque c'è un precedente di una persona colpita da un rottame
spaziale? Lottie Williams, nel 1997, fu presa sulla spalla da un frammento
metallico del peso di qualche decina di grammi proveniente da un missile Delta
II rientrato. Inoltre pezzi della stazione russa Salyut 7 caddero su Capitan
Bermudez, a 400 chilometri da Buenos Aires, nel 1991, e il rientro della
stazione statunitense Skylab nel 1979 fece cadere rottami su una città della
costa meridionale australiana. In nessuno dei tre casi vi furono feriti, ma in
Australia la NASA pagò 400 dollari di multa per abbandono di rifiuti (Aero.org;
Fox News).

Misteriose rovine in stile Nazca trovate in Arabia Saudita con Google

È il sogno di ogni archeologo dilettante fare una scoperta clamorosa sfuggita
ai professionisti, e oggi grazie all'informatica e in particolare a Google
Earth questo sogno può diventare realtà. È successo all'australiano
David Kennedy,
dell'Università di Perth, che senza neanche spostarsi da casa ha scoperto in
Arabia Saudita le rovine antichissime di strutture che somigliano a quelle
delle celeberrime linee di Nazca in Perù. La forma di queste rovine saudite,
infatti, è apprezzabile soltanto dal cielo, come quelle peruviane. Dal suolo
sono sostanzialmente invisibili.

C'è chi si è spinto a dire che si tratta di opere extraterrestri, perché
sarebbero impossibili da realizzare senza poterle vedere dall'alto, o
perlomeno che si tratta di strutture dedicate a visite di alieni; congetture
interessanti ma per ora prive di prove oggettive.

Invece la scoperta di Kennedy è oggettiva ed è anche sostanziosa: circa 2000
siti archeologici, sparsi in tutta la penisola araba, contenenti quelli che
Kennedy chiama "aquiloni": strutture in pietra, con una testa grosso
modo circolare e una coda lunga centinaia di metri. Ci sono anche forme simili
a ruote, con diametri da 20 a 70 metri.

In realtà sarebbe più corretto parlare di riscoperta, perché queste rovine
furono viste per la prima volta da un pilota della RAF, Percy Maitland, nel
1927, ma finora nessuno le aveva mai documentate così bene come Google, che al
momento è l'unica fonte di immagini ad alta risoluzione delle strutture.
Secondo i beduini della zona sarebbero state costruite dagli “uomini antichi”.
Stando ad alcune stime archeologiche, risalgono a circa 2000 anni fa, ma
potrebbero avere anche 9000 anni.

Nessuno sa, per ora, quale fosse lo scopo di queste strutture, denominate
geoglifi. C'è chi ipotizza che gli “aquiloni” fossero delle grandi
trappole senza uscita nelle quali venivano convogliati gli animali per la
caccia e che le ruote avessero una funzione religiosa. In ogni caso sono
testimonianze affascinanti dell'ingegno umano, rese ancora più intriganti dal
fatto che si trovano in zone pressoché inaccessibili e quindi visitabili solo
virtualmente tramite Google Earth. I dettagli sono nel
Journal of Archeological Science
di maggio 2011; su
New Scientist
c'è una galleria d'immagini.

Fonti:
CBS News
,
New Scientist
.

Disinformatico radio, podcast del 2011/09/16

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico radiofonico. Ecco i temi e i
rispettivi articoli di supporto:
ufologi seri a caccia di ragni volanti contro le “scie chimiche”,
foto rubate di Scarlett Johansson con Effetto Streisand,
social network che si copiano a vicenda,
incontri su Facebook che finiscono insolitamente male
e
lo scherzo che “rompe” Google.

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

Incontri su Facebook finiti decisamente male

Capita spesso di sentire i genitori che avvisano i figli di fare attenzione ai
cattivi incontri su Internet e in particolare nei social network, ma ogni
tanto anche i genitori avrebbero bisogno di questo promemoria.

A febbraio scorso il direttore di un supermercato in Belgio ha ricevuto il
promemoria nel modo peggiore. Aveva fatto amicizia via Facebook con una donna
di nome Katrien Van Loo, che a un certo punto lo aveva invitato a cena nel suo
appartamento. Ma quando l’uomo è arrivato all’appartamento di
"Katrien" vi ha trovato due uomini che lo hanno sequestrato,
imbavagliato e bendato.

Un terzo malvivente, impossessatosi delle chiavi del supermercato che la
vittima aveva con sé, si è recato al punto vendita e ne ha saccheggiato la
cassaforte. I dettagli della vicenda, con le riprese delle telecamere di
sicurezza, sono sul
sito della polizia belga.

A Ferndale, nel Galles, la ventitreenne Leah Gibbs aveva scambiato messaggi
romantici con il bel ventunenne Adam Minton. Lo scambio è sfociato in una
proposta d’incontro, e Leah è andata in auto a casa di Adam. Adam non l’ha
fatta entrare, ma le ha chiesto un passaggio al vicino centro commerciale.
Certo, che male c’è?

Pochi minuti dopo, potete immaginare la sorpresa della Gibbs quando Adam è
uscito correndo dal supermercato con il volto paonazzo ed è balzato in
macchina, gridando “Vai, vai, vai!” e portando con sé una grossa borsa,
come racconta il
Mirror. La donna ha pensato che il suo boyfriend fosse nei guai e lo ha riportato a
casa, dove però sono stati raggiunti dalla polizia, che ha arrestato entrambi
per rapina. Un impiegato dell’agenzia di scommesse rapinata da Minton aveva
preso il numero di targa della Gibbs, che si è trovata così a passare una
notte in cella prima di essere rilasciata dopo aver chiarito la propria
posizione. Il rapinatore conosciuto tramite Facebook è stato condannato a
quattro anni e mezzo di reclusione.

In entrambi i casi, le vittime hanno commesso l’errore fondamentale di dare
troppa fiducia a qualcuno conosciuto via Internet. Se proprio volete
incontrare di persona uno sconosciuto, fatelo in un luogo pubblico e restate
lì, preavvisate un parente o un amico e non scambiatevi l’indirizzo di casa
prima di esservi conosciuti per bene.

Ufologi a caccia di ragni volanti contro le “scie chimiche”

Sembra un titolo da film di fantascienza di serie B, ma è una notizia seria:
un gruppo di ufologi italiani, il
CISU (Centro Italiano Studi
Ufologici), è a caccia di ragni volanti e chiede l’aiuto degli internauti.

Una delle tesi di complotto più popolari su Internet è infatti quella delle
cosiddette "scie chimiche": le scie lasciate in cielo dagli aerei
sarebbero una forma di avvelenamento chimico su scala mondiale, fatto da
chissà chi per scopi imprecisati. I sostenitori di questa tesi (sbufalata da
tempo da chi in cielo e con gli aerei ci lavora, come i meteorologi e i piloti
di linea) affermano che dalle "scie chimiche" precipiterebbero dei
filamenti biancastri di natura misteriosa.

Gli aracnologi ribattono che non c’è nulla di misterioso e che le scie degli
aeroplani non c’entrano affatto: i filamenti sono prodotti dai ragni
migratori, che usano queste bave come vele per farsi trasportare dal vento.
Ogni anno questo fenomeno stagionale crea non solo angosce infondate in chi si
è fatto sedurre dalle teorie sulle “scie chimiche” ma anche un’ondata di
avvistamenti ufologici fasulli, perché le tele s’intrecciano e formano chiazze
iridescenti che si spostano in cielo. Così gli ufologi del CISU ne raccolgono
campioni e chiedono agli internauti di fare altrettanto o di scattare
fotografie, in modo da documentare e quantificare il fenomeno per smentire una
volta per tutte le tesi aliene o complottiste.

Se non vi appassionano i ragni, tranquilli: quelli migratori sono piccolissimi
e innocui. Le istruzioni dettagliate sono su
Photobuster. Buona caccia!

Scherzi informatici: "Guarda! Hai rotto Google!"

C’è una battuta, tratta dalla serie televisiva inglese The IT Crowd,
secondo la quale se si scrive "Google" in Google si rompe
tutta Internet. Non è vero, per fortuna, ma se lo dite seriamente è facile che
troviate qualcuno che ci casca.

Attenzione, però, perché qualcuno potrebbe anche dirvi che è vero e
addirittura dimostrarvelo. Infatti esiste un difetto in Google che consente di
"rompere" la sua pagina principale immettendovi i caratteri giusti.
È molto semplice: cliccate qui,
oppure digitate "${" (senza le virgolette) in Google. La
pagina del celeberrimo motore di ricerca cambierà aspetto, apparendo tutta
allineata a sinistra; sparirà la banda nera superiore e alcune scritte saranno
sovrapposte disordinatamente sulle altre.

La cosa può sembrare banale, ma si tratta di un difetto estremamente serio che
sta alla base di molte delle recenti violazioni di siti: quello che viene
immesso dall’utente non viene filtrato adeguatamente e invece di essere
interpretato come una parola da cercare viene accettato come istruzione che
altera il codice della pagina o (in alcuni casi) offre accesso ai database
privati del sito. Il fatto che una pagina visitatissima e fidatissima come
quella di Google, nella quale gli utenti immettono davvero di tutto, abbia un
difetto di questo genere non va sottovalutato.

Al momento non è chiaro se questa magagnina possa essere sfruttata per
attacchi informatici; la discussione e la sperimentazione in questo campo, se
vi intrigano, sono per esempio su
Hackernews e
StackOverflow.

Foto rubate di Scarlett Johansson: che cos’è l’Effetto Streisand?

Ieri l’universo di Twitter è stato scosso dalla notizia della diffusione su
Internet di foto piuttosto private dell’attrice Scarlett Johansson. Si tratta
di autoscatti che sarebbero stati sottratti dal suo telefonino perché la
Johansson è stata presa di mira da un gruppo di vandali informatici che ha
l’hobby di intrufolarsi nei dispositivi digitali delle star.

È una buona occasione per ripassare l’ABC della privacy del telefonino: se non
avete voglia di leggere il manuale e impostare il vostro complicatissimo
smartphone in modo che non riveli le vostre coordinate geografiche in ogni
foto e non permetta a chiunque di accedere alla sua segreteria (come è
successo per il recente scandalo delle intercettazioni nel Regno Unito), non
fate autoscatti di natura potenzialmente imbarazzante. Non lasciate mai
incustodito il vostro telefonino: bastano sei minuti per copiarne il contenuto
scavalcandone la password o estraendone la schedina di memoria. Non lasciate
attiva e visibile la connessione Bluetooth e non fidatevi degli accessi Wifi
pubblici se dovete scambiare dati riservati.

In particolare, non fate come Paris Hilton, il cui telefonino fu
violato
nel 2005 perché il suo operatore cellulare aveva, come domanda per il recupero
della password, “Qual è il nome del tuo animale domestico preferito?" e la Hilton aveva risposto alla domanda dando il nome effettivo del
proprio cane, che era facilmente scopribile da chiunque grazie ai siti di
gossip.

Scarlett Johansson ha mobilitato il proprio avvocato,
diffidando
qualunque sito dal pubblicare le immagini rubate, ma questo non ha fatto altro
che autenticare le foto e moltiplicare l’interesse e la curiosità per questi
scatti. Nel gergo di Internet questo autogol si chiama "Effetto
Streisand", perché nel 2003 Barbara Streisand fece causa per 50 milioni
di dollari a un sito, Pictopia.com, che aveva pubblicato, fra 12.000 immagini
della costa californiana, una foto che includeva la villa della cantante. La
villa, fino ad allora, non era conosciuta al grande pubblico e sarebbe rimasta
sconosciuta se l’azione legale non avesse richiamato l’attenzione su quella
specifica fotografia.

A proposito delle foto di Scarlett Johansson, va segnalato inoltre che c’è il
rischio
che i malfattori della Rete fabbrichino siti-esca infettanti basati sulla
ricerca di queste foto, per cui è sconsigliabile cercarle a casaccio.

Faceboogle+ e Twitbook? I social network convergono

I social network si guardano l’un l’altro e, dicono le malelingue, si copiano
a vicenda. Facebook ha
annunciato
una nuova funzione opzionale, la Smart List, che pemette di definire gruppi di
persone con le quali condividere una specifica notizia o una fotografia: una
funzione straordinariamente simile alle Cerchie di Google+, social network che
a sua volta è stato accusato di aver copiato da Facebook (il pulsante
"+1" sarebbe un clone del "Mi piace" di Facebook) e da
Twitter (in particolare l’elenco degli utenti consigliati).

Copiature in vista anche nei confronti di Twitter, che ha
festeggiato
da poco i 100 milioni di utenti; è un social network molto pratico per chi
vuole ricevere notizie fresche da siti specifici o celebrità (assolutamente
affascinante e un pochino inquietante, per esempio, il flusso Twitter di
Flightradar24, che segnala in
tempo reale le emergenze a bordo degli aerei di linea; molto divertente quello
dell’attrice Kaley Cuoco dal set
di Big Bang Theory, serie TV seguitissima dai geek). Su Twitter
chiunque può seguire chiunque senza dover aspettare che venga concessa
l’amicizia, a differenza di Facebook. Guarda caso, Facebook ha
preannunciato
il pulsante Subscribe, che permetterà di ricevere notizie pubbliche anche da
utenti Facebook che non ci hanno dato l’amicizia.

Intanto si preannunciano tempi duri per Google+: secondo alcuni
dati preliminari, il numero dei messaggi pubblici è calato del 41% in un mese. Forse nel
mondo dei social network c’è spazio per un solo contendente.

Fonti aggiuntive:
The Register
.

Disinformatico radio, podcast del 2011/09/02

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico radiofonico. Ecco i temi e i
rispettivi articoli di supporto: la
nuova categoria degli ultrabook, la
TV 3D senza occhiali e gli occhiali 3D senza TV, il
furto di certificati digitali per Google che consente intercettazioni
facili
, la
truffa per truffati alla nigeriana
e l’allarme su Facebook per la presunta comparsa di video pornografici a
insaputa dell’utente
.

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

In arrivo TV 3D senza occhiali e occhiali 3D senza TV

Il titolo non è una battuta: il 3D finalmente farà a meno degli scomodi
occhialini che smorzano così tanto i colori, il contrasto e la luminosità.
Debutterà infatti a dicembre in Europa un
televisore 3D da 55 pollici
che funziona senza occhiali, sfruttando un display LCD da ben 3840 x 2160
pixel. Quest’innovazione toglierà il peso degli occhialini, ma alleggerirà
anche il portafogli, dato che il prezzo annunciato è di ben 7999 euro.

Se il vostro budget è più limitato e volete comunque l’esperienza del 3D,
potete comperare il
televisore 3D personale
che si indossa come se fosse un paio di occhiali: ha due schermi OLED ad alta
risoluzione e cuffie surround. Costa solo 800 dollari, ma naturalmente occorre
comperarne uno per persona (sconsigliabile quindi per le famiglie numerose) e
rende molto difficile allungare correttamente la mano per prendere il popcorn
e portarlo alla bocca, perché la visuale è completamente bloccata. Chi l’ha
provato, però, garantisce che l’effetto avvolgente è totale anche in termini
di audio.

Sei stato truffato? Dacci dei soldi e ti risarciremo!

Ci sono occasioni nelle quali la sfacciataggine dei truffatori della Rete
raggiunge livelli incredibili e viene da pensare
“Ma chi vuoi che ci caschi?”. Purtroppo i malviventi digitali sanno
benissimo che il tipo di persona che abbocca a una trappola tende ad abboccare
anche alle altre.

Si basa proprio su quest’amara constatazione psicologica la nuova frontiera
della “truffa alla nigeriana”, quella che nella sua versione classica promette
una vincita o un’eredità milionaria se si invia un piccolo anticipo. Oggi c’è
anche la truffa sulla truffa: quella che propone a chi è già stato imbrogliato
di farsi risarcire inviando dati personali e un po’ di soldi.

La segnalazione proviene da
F-Secure:
alle vittime arriva una mail dal "Ministero degli affari esteri
nigeriano", che invita chi ha subito una truffa via mail da parte di un
imbroglione nigeriano a contattare il "Ministero" per avviare le
pratiche di un fantomatico risarcimento di 50.000 dollari messo a disposizione
di ciascuna vittima grazie al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca
Mondiale.

In realtà la mail, dall’aria molto formale e professionale, è soltanto una
scusa per prendere contatto e farsi dare inizialmente alcuni dati personali,
utili per compiere furti d’identità: la richiesta di denaro per inesistenti
formalità burocratiche arriverà dopo, quando l’utente, pur essendo già stato
scottato una volta, penserà di avere speranze di rivedere il denaro che gli
era stato sottratto con l’inganno.

La regola di fondo contro queste truffe è semplice: mai dare dati personali a
sconosciuti e mai credere alle vincite o alle eredità improvvise comunicate
via mail. Un approccio cinico ma prudente, che purtroppo molti non seguono,
con conseguenze spesso brucianti.

Ecco il messaggio in tutto il suo truffaldino splendore originale:

From: "Ministry of Foreign Affairs Nigeria" (hr@wdzy.net)

Subject: Swindled by Nigerian? Apply for compensation now!

Reply-To: cn.verification@07168.cn

Ministry of Foreign Affairs Federal Republic of Nigeria

Maputo Street

off Abidjan Street

Wuse Zone 3,

P.M.B. 130, Garki

Abuja.

Our Ref: FGN/WB/MFA/CitiBank/2011 (1/1)

Dear Sir/Madam

This is to announce to you that the Federal Government of Nigeria supported
by the World Bank Group and International Monetary Fund (IMF) have allocated
$50.000 each for every scam victims for monetary loss and damages.

The compensation funds were deposited at Citibank Nigeria (CN) and the
funds will be transferred free of charge by Citibank Nigeria (CN) as
instructed by the Federal Government of Nigeria so you do not need to pay
any transfer fee or tax of any kind and the transfer will also be monitored
by the Ministry of Foreign Affairs for confirmation reasons. The funds have
been insured to avoid unnecessary deductions until they get to their various
destinations.

Take note that we have never held any scam victims compensation program in
Nigeria.

This is the First-Of-Its-Kind. Do not be deceived by anybody, any
organization or any Ministry!

If you have been scammed send your NAME and ADDRESS for verification to any
of the two (2) email addresses listed below, the email addresses are set up
by Citibank Nigeria (CN) for this compensation purpose only:

Email1: cn-verification@07168.cn

Email2: cn.verification@07168.cn

The means of verification is via Western Union and MoneyGram, if truly you
have sent money to Nigeria your name will be in their database

Please do not respond to any email which asks you to send your username and
password for any reason, if you have already done that kindly change your
password immediately.

Yours sincerely,

Mrs. Irewolede Janet Michael

(Public Relations Officer)

Oversea Communication Department

Ministry of Foreign Affairs (MFA), Nigeria.

Allarme Facebook: appaiono video pornografici nella bacheche!

Al Disinformatico sono arrivate moltissime segnalazioni di questo
allarme che sta circolando su Facebook:

OCCHIOOOO…..STANNO METTENDO FILMATI PORNOGRAFICI A NOSTRO NOME NELLE
BACHECHE DEI NOSTRI PROFILI SENZA CHE NOI CE NE POSSIAMO ACCORGERE, NOI NON
LI VEDIAMO, MA LE ALTRE PERSONE SI, COME SE FOSSE UNA NOSTRA PUBBLICAZIONE,
A VOLTE APPARE PERSINO UN NOSTRO COMMENTO. SE VEDETE UNA COSA SIMILE NELLA
MIA BACHECA AVVISATEMI E NON APRITELO PERCHE’ E’ UN VIRUS…COPIATE E
PASSATE

L’allarme ha un piccolo fondamento di verità: in effetti sarebbe possibile far
comparire filmati o link a video di qualunque genere nella bacheca di un
profilo e far sembrare che siano stati inseriti dal titolare del profilo. È un
espediente usatissimo dagli spammer. Ma non è plausibile che questo possa
succedere senza che l’utente se ne possa accorgere: infatti ogni utente di
Facebook può, in qualunque momento, vedere la propria Bacheca “da fuori”,
ossia come la vedono gli altri.

Ecco come procedere: cliccate su Account (in alto a destra); dal menu
che compare, scegliete Impostazioni sulla privacy; nella schermata che
compare, cliccate su Personalizza impostazioni (in basso al centro);
cliccate su Anteprima del mio profilo e infine su Bacheca. Se
volete sapere come vi vedono i vostri amici di Facebook, immettete il loro
nome nella casella
"Guarda l’anteprima di come il tuo profilo viene visualizzato da una
persona specifica"
.

Prossimamente, inoltre, nel profilo personale ci sarà un nuovo pulsante, in
alto a destra, che vi permetterà di vedere direttamente come gli altri
iscritti al social network vedono il vostro profilo, senza seguire la
complessa procedura descritta qui sopra.

In generale, conviene anche seguire il
Gruppo Antibufale di Facebook
(in italiano) per tenersi aggiornati sugli allarmi reali o fasulli che
circolano nel social network.

Istintivamente si tende a voler diffondere questi allarmi pensando che sia
comunque meglio avvisare anche se probabilmente si tratta di un falso allarme,
ma in realtà sarebbe meglio evitare di inoltrarli senza aver verificati,
perché si creano allarmi inutili che annacquano quelli autentici.

Rubati certificati digitali per Gmail e tutti i servizi Google: aggiornatevi

Se siete fra quelli che
"io il browser non lo aggiorno perché va bene quello che ho e non ho
tempo"
, forse è il caso di ripensarci. Il 10 luglio scorso la società olandese
DigiNotar ha emesso dei certificati digitali fraudolenti per Google.com e
tutti i sottodomini di Google. Traduzione: un aggressore che usa questi
certificati falsi può spacciarsi per Google e quindi intercettare tutto il
traffico degli utenti di Google, anche se si proteggono usando sessioni
cifrate SSL (quelle con il lucchettino chiuso).

Lo scopo dell’attacco, stando alle prime indagini, è l’intercettazione della
mail degli utenti iraniani che adoperano Gmail, il servizio di posta di
Google. La DigiNotar ha revocato i certificati in questione e Google e Mozilla
hanno aggiornato Chrome, Firefox e Thunderbird per respingere i certificati
fraudolenti emessi a nome di DigiNotar. Internet Explorer dovrebbe già
rifiutarli se gira su Windows Vista, Windows 7, Windows Server 2008 e 2008 R2;
per chi usa ancora Windows XP e Windows Server 2003 verrà distribuita una
patch di aggiornamento.

Per gli utenti di Safari mettersi in sicurezza è un po’ più complicato: in
attesa che Apple distribuisca un aggiornamento bisogna seguire delle
istruzioni manuali
per disabilitare i certificati della Diginotar o, meglio ancora, cancellarli
completamente dal Portachiavi e poi riavviare Safari.

Fonti aggiuntive:
Ars Technica
,
Microsoft
.

Notebook, netbook… e adesso ultrabook?

Se state cercando un computer nuovo, magari per inaugurare l’anno scolastico,
c’è un nuovo termine da imparare: dopo il notebook e il netbook arriva
l’Ultrabook.

Sembra un nome da supereroe, ma è il marchio registrato adottato recentemente
da Intel per definire una nuova categoria di computer portatili molto leggeri
e compatti, che nelle intenzioni del colosso dei processori dovrebbero
costituire il 40% del mercato dei portatili per uso personale entro la fine
del 2012.

Come si fa a riconoscere un ultrabook? Il metodo più semplice è guardarlo di
profilo: deve infatti avere uno spessore massimo di 20 millimetri. Poi lo si
può sollevare per verificare che pesi meno di 1400 grammi. Ma non basta:
l’autonomia delle batterie deve essere di almeno cinque ore e il disco rigido
non può essere di tipo tradizionale (quello con un disco magnetico vero e
proprio e delle testine che lo leggono e scrivono), ma deve essere del tipo a
stato solido (SSD). L’avvio, inoltre, deve essere rapidissimo: una manciata di
secondi. Il tutto, infine, deve costare intorno a mille dollari.

Queste prestazioni a questi prezzi comportano delle rinunce. Sparisce infatti
il lettore o masterizzatore di CD o DVD, ma va detto che l’uso di questo
genere di supporto è sempre più raro, soprattutto sui computer portatili, per
cui molti utenti potrebbero non sentirne la mancanza.

L’idea dell’Ultrabook sembra ispirata dal successo commerciale del Macbook Air
di Apple e dal fatto che i reparti di marketing hanno capito che lo spessore
ridotto e la leggerezza sono qualità che possono essere apprezzate anche da
chi non si districa tra gigahertz e megabyte. Per dimostrare di essere
tecnologicamente al passo con Apple, si sono già buttate nel mercato degli
ultrabook Acer, Asus, Lenovo e Toshiba.