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Archeoinformatica: Creeper, il primo “worm” informatico, anno 1971

Archeoinformatica: Creeper, il primo “worm” informatico, anno 1971

Credit:
Rainmaker1973.

Si chiamava
Creeper
(niente a che vedere con
Minecraft) ed è
considerato il primo “virus” (più propriamente worm) della storia
dell’informatica: il primo programma capace di creare una copia di se stesso e
trasmettersi autonomamente da un computer all’altro attraverso le reti
informatiche. Correva l’anno 1971: manca poco al suo cinquantenario.

Sono insomma ormai quasi cinquant’anni che si svolge la rituale gara fra
guardie e ladri: da una parte virus e worm sempre più sofisticati, dall’altra
antivirus che cercano di stare al passo.

Creeper funzionava sui grandi computer dell’epoca, specificamente su Digital
PDP-10, grandi come stanze, collegati fra loro dall’ARPANET, l’antenata di
Internet. La sua particolarità era il fatto di stampare il messaggio
“I’M THE CREEPER : CATCH ME IF YOU CAN”, ossia
“io sono il maniaco: prova a prendermi”.

Ma in realtà aveva un’altra caratteristica insolita. Creeper non fu scritto da
un criminale: fu inventato da uno dei padri di Internet, Bob Thomas, per
dimostrare che era possibile passare un programma da un computer all’altro.
Allora era una novità straordinaria: oggi lo facciamo senza neanche pensarci.

Ironia del destino, un collega di Bob Thomas, Ray Tomlinson, scrisse un
programma analogo che saltava da un computer all’altro in cerca di copie di
Creeper: se ne trovava, le cancellava. Era, in altre parole, il primo
“antivirus”.

Credete che il vostro telefonino vi ascolti e vi mandi pubblicità delle cose di cui parlate?

Credete che il vostro telefonino vi ascolti e vi mandi pubblicità delle cose di cui parlate?

Ultimo aggiornamento: 2021/05/17 9:15.

Siete fra quelli che pensano che il loro telefonino ascolti le loro conversazioni e mostri pubblicità di conseguenza, perché vi è capitato di parlare di una cosa insolita e poi quella stessa cosa vi è stata proposta da Google o Facebook o Instagram? Ho una storia per voi. L’ho raccontata di fretta su Twitter qualche giorno fa, ma la riassumo meglio qui.

Molta gente mi scrive appunto dicendo che una volta ha parlato con gli amici di una cosa molto particolare e specifica e poi proprio quella cosa è comparsa subito dopo nelle pubblicità sul suo computer o smartphone, e quindi non può essere un caso.

Io spiego sempre che sono già state fatte tante verifiche tecniche da parte di esperti indipendenti (per esempio il test fatto da Wandera) e non c’è traccia di ascolto generalizzato e sfruttamento di quello che viene detto (a parte il riconoscere parole chiave tipo “Ehi Siri” o “OK Google” o “Alexa”).

Spiego anche che Google e social network non hanno bisogno di ascoltarci per capire i nostri interessi: leggono già la nostra Gmail, i nostri post Facebook, sanno i nostri “mi piace”, analizzano le nostre foto, tracciano i siti che visitiamo.

Aggiungo anche che ascoltarci di nascosto sarebbe illegalissimo in tutto il mondo e sarebbe un rischio enorme, che queste grandi aziende non hanno nessuna convenienza a correre. 

Ricordo poi a questi scettici che noi esseri umani abbiamo una tendenza innata a notare le coincidenze e dimenticare le non coincidenze. Si chiama effetto Baader-Meinhof, illusione di frequenza o, in alcuni casi, illusione di recentezza. Compri un’auto azzurro cielo, improvvisamente tutte le auto che noti sono azzurro cielo. Aspetti un bimbo, incontri solo donne incinte.

Ma non c’è niente da fare: questi scettici mi dicono sempre “Ma il mio caso è troppo particolare! Non può essere una semplice analisi delle mail o della localizzazione o di tutto quello che ho scritto sui social! Non ho mai parlato prima di tagliabecchi laser per pulcini!” (Sì, esistono).

Piccola parentesi: se davvero credete che il vostro telefono ascolti tutto quello che dite, compresi i vostri momenti intimi e le vostre conversazioni confidenziali, cosa diavolo ci fate ancora con un telefonino? Siate coerenti e buttatelo via, o almeno spegnetelo.

Vengo dunque alla storia che vi avevo promesso. Per tutti quelli che non credono che possano esistere coincidenze così precise come quelle che ho citato e mi vengono raccontate, questo è quello che mi è successo poco fa.

Il 6 agosto scorso ero in un camerino a provare pantaloni. Ho lasciato il mio marsupio vicino all’ingresso del camerino, chiuso da una tendina, e ho pensato (senza dirlo ad alta voce) “certo che se qualcuno infilasse la mano nel camerino me lo potrebbe rubare e io dovrei rincorrerlo in mutande, forse è meglio spostarlo” (scusatemi se ora questa scena è nella vostra immaginazione).

Il treno dei miei pensieri è andato avanti nella sua corsa, come fa spesso, e così ho pensato “Ma mi metterei davvero a correre in mutande in un centro commerciale per acchiappare un ladro di portafogli? Cosa mi dovrebbero rubare per indurmi a una scena del genere?” Da informatico ho pensato subito al mio laptop.

Non ho condiviso questo pensiero con nessuno, nemmeno con mia moglie. L’ho messo per iscritto per la prima volta in questo tweet, alle 17:07 del giorno dopo (7 agosto), il giorno dopo aver immaginato di rincorrere seminudo in pubblico un ladro che mi avesse rubato con destrezza il laptop.

E l’ho messo per iscritto perché un’oretta prima di quel tweet mi era capitato di vedere, nel flusso delle notizie che sfoglio spesso, che la BBC aveva pubblicato questo: un uomo che rincorre nudo un cinghiale che gli ha rubato la borsa contenente il suo laptop.

L’episodio è successo vicino a Berlino, e la moglie dell’uomo, che è un nudista, ha pubblicato altre foto della vicenda.

Dovrei quindi pensare “Non può essere una coincidenza! Chiaramente la BBC mi legge nel pensiero!”? Secondo i ragionamenti degli scettici/paranoici, sì.

Le corrispondenze sono troppe, no?

  1. L’ho pensato proprio il giorno prima.
  2. Ho pensato proprio a un laptop.
  3. Ho pensato che me lo portassero via con destrezza.
  4. Ho pensato di rincorrere il ladro.
  5. Ho pensato di farlo in condizioni imbarazzanti.


Ma in realtà io mi sono ricordato di quel pensiero fugace soltanto perché ho visto la notizia della BBC. Era uno dei mille pensieri che mi passano per la testa ogni giorno. Ho semplicemente ricordato quello che più o meno corrispondeva alla notizia: ho notato una coincidenza.

Se non ci fosse stata quella notizia a stimolare il ricordo, mi sarei completamente dimenticato di quel pensiero. Quanti pensieri facciamo nel corso di una giornata? Uno fra i tanti ha coinciso con una notizia, tutto qui.

Oltretutto la mia mente ha dovuto forzare un po’ per far combaciare il pensiero e la notizia: il mio ladro non era un cinghiale. Non ero in un prato. E non ero nudo. Ma fa niente, ho avvertito subito un brivido per la corrispondenza sorprendente.

Questi processi mentali sono gli stessi alla base dei presunti sogni premonitori e dei successi dei sensitivi, delle cartomanti e dei paragnosti figli di paragnosti. Ci ricordiamo le cose azzeccate, scartiamo quelle sbagliate.

Quindi prima di dire “il mio telefonino mi ascolta, ho le prove” e accusare Google, Facebook e gli altri social di commettere atti altamente illegali su scala massiccia, pensateci bene e chiedetevi se per caso esiste un’altra spiegazione. Perché le coincidenze càpitano.

Davvero non avete mai scritto/googlato/messo un like a qualcosa legato a quel tema che ora vi viene proposto? La geolocalizzazione rivela il vostro interesse per quella cosa? I vostri amici ne hanno mai parlato online? Avete condiviso la stessa rete Wi-Fi con persone che hanno discusso online di quell’argomento? Non dimenticate che Google e social network sono maestri nel cercare ogni possibile appiglio di correlazione per proporvi pubblicità mirata.

Fine della storia. Se ora non riuscite a levarvi dalla mente un nudista che rincorre un cinghiale o un informatico spilungone in mutande, mi spiace. Ma è sempre meglio che pensare di essere ascoltati 24 ore su 24.

—

Qualche giorno dopo aver scritto la prima stesura di questo articolo mi è capitato un episodio che ne conferma le conclusioni.

Disinformatico radio, podcast del 2011/12/30

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico radiofonico, che ho dedicato a
un riepilogo dei principali cambiamenti e flop informatici del 2011, alla
classifica dei film più scaricati e alle previsioni tecnologiche per l’anno
venturo. Gli articoli di supporto sono qui:

—

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

—

2011: i film più “piratati” sui circuiti peer-to-peer

Torrentfreak.com ha pubblicato la
classifica mondiale 2011 dei film più scaricati
dai circuiti peer-to-peer basati su BitTorrent. La prima cosa che colpisce è
il calo quantitativo degli scaricamenti, dovuto anche alla crescente
popolarità dei circuiti di download alternativi e di quelli legali.

Se nel 2010 Avatar aveva registrato oltre 16 milioni di scaricamenti
tramite BitTorrent, il film in cima a quest’insolita classifica nel 2011 è
infatti arrivato a poco più della metà: nove milioni di download per
Fast Five (con Vin Diesel e Paul Walker). Seguono, con poco distacco,
The Hangover II (Una Notte da Leoni 2) e Thor.

Questi dati rivelano una forte differenza fra le preferenze al botteghino e
quelle su Internet: dalla top ten degli scaricamenti mancano film di
grande successo commerciale come il quarto della serie dei
Pirati dei Caraibi e il terzo Transformers. Per contro
risultano scaricatissimi 127 Hours (127 Ore) e
Sucker Punch, che al cinema hanno invece realizzato incassi modesti.

È difficile anche trovare una correlazione fra scaricamenti e incassi per chi
sostiene che la pirateria online danneggia il cinema: Fast Five, il
più scaricato, ha comunque incassato oltre 600 milioni di dollari,
Thor quasi 450, e Harry Potter e i Doni della Morte parte 2,
decimo in classifica fra i download, ha totalizzato 1,3 miliardi di dollari.

Ecco la classifica completa:

1. Fast Five

2. The Hangover II (Una Notte da Leoni 2)

3. Thor

4. Source Code

5. I Am Number Four (Sono il Numero Quattro)

6. Sucker Punch

7. 127 Hours (127 ore)

8. Rango

9. The King’s Speech (Il Discorso del Re)

10.
Harry Potter and the Deathly Hallows Part 2 (Harry Potter e i Doni della
Morte parte 2)

2011: la classifica delle ricerche secondo Google

Come ogni anno dal 2001, Google ha pubblicato lo
Zeitgeist, la sua analisi delle tendenze dell’anno sulla base degli argomenti cercati
dai suoi utenti. Sono disponibili, in forma grafica interattiva presso
GoogleZeitgeist.com, le ricerche
suddivise per più frequenti, in più rapida ascesa e in più rapido calo, sia a
livello planetario, sia a livello nazionale; ci sono anche ulteriori
suddivisioni, per esempio persone, luoghi, gadget, eventi locali e molto
altro.

Catturano davvero lo spirito del momento queste analisi? Dipende, perché si
basano su quello che la gente immette in Google e quindi non tengono conto
degli argomenti che gli utenti sanno già dove trovare oppure trovano
attraverso altri canali. Per questo meteore come la "cantante"
Rebecca Black sono in cima alla classifica mondiale dei temi in più rapida
ascesa e invece il disastro di Fukushima o la morte di Steve Jobs sono
relegati all’ottavo e nono posto. Sembra invece assai azzeccato il primo posto
fra i termini in più rapido calo nel mondo, che spetta a Myspace. Il gadget
del momento è il Kindle Fire di Amazon, seguito dall’iPhone 4s di Apple e dal
Sidekick 4g di Samsung/t-Mobile.

Per quanto riguarda la Svizzera, i risultati di Zeitgeist per il 2011 sono
abbastanza curiosi: la più rapida ascesa spetta a
"dsds" (Deutschland sucht den Superstar), mentre
al secondo posto c’è "sbb Fahrplan" (la ricerca degli orari dei
treni) e al terzo c’è "dsk" (Dominique Strauss-Kahn). Seguono
"iPhone 5" (che non esiste), i videogiochi Battlefield 3 e
Minecraft, l’iPad 2, Amy Winehouse, Steve Jobs e Deindeal.ch. Le ricerche
svizzere più frequenti riguardano invece, nell’ordine, Facebook, Youtube,
Hotmail, Google, Blick, Sbb, Ricardo, Gmail, Autoscout24.ch e Wikipedia. Tra
le celebrità svizzere più cercate c’è al primo posto Roger Federer, seguito
dal rapper Bligg, dalla modella Angela Martini, dal cantante Patrick Nuo. Al
quinto posto c’è “stress". Errore di Google? No, è il nome di un
rapper svizzero.

2011: i più grandi cambiamenti nel mondo informatico

La morte di Steve Jobs, cofondatore e guru dei prodotti Apple, a 56 anni, è
inevitabilmente l’evento informatico dell’anno. La notizia, giunta il 5
ottobre, ha scosso il mondo dei computer (e non solo) benché fosse prevista:
Jobs si era dimesso per motivi di salute ad agosto e non aveva fatto mistero
delle proprie condizioni di salute. Non è l’unico nome informatico che ci ha
lasciato: sempre a ottobre ci hanno lasciato Dennis Ritchie, inventore del
linguaggio di programmazione C e uno dei padri del sistema operativo UNIX che
è alla base di Internet, e John McCarthy, padre dell’intelligenza artificiale.

Ma il 2011 è stato caratterizzato da molti altri eventi chiave dal punto di
vista tecnologico: è sulla bocca di tutti l’idea del “cloud computing”, con tutte le sue implicazioni di sicurezza e privacy; debuttano gli
“ultrabook”, computer portatili sottili e leggeri; l’iPhone 4S rende popolare
l’interfaccia vocale e il Kinect di Microsoft ci abitua a interagire con il
computer attraverso i gesti. Questo sensore di movimento tridimensionale, fra
l’altro, è il gadget che detiene il
record
di velocità di vendita del 2011 e di sempre: 8 milioni di pezzi venduti in due
mesi. Centotrentatremila al giorno. È invece ancora in prevendita Lytro, la
fotocamera rivoluzionaria che permette di scegliere la messa a fuoco
dopo lo scatto ed è stata presentata a ottobre.

Anche il tablet, e in particolare l’iPad, è uno dei prodotti elettronici più
gettonati dell’anno: arrivano molti concorrenti, come i vari tablet Android,
il Blackberry Playbook, l’HP TouchPad, ma l’unico che sembra scalfire il
predominio della tavoletta di Apple è il Kindle Fire (a
settembre) di Amazon. Sorpende molti, invece, la collaborazione Microsoft-Nokia,
annunciata a
febbraio
e seguita alcuni mesi dopo dai primi telefonini di Nokia dotati di Windows
Phone 7.

Passando dall’hardware al software, ci sono anniversari importanti: ad agosto
si celebrano 20 anni di World Wide Web, 30 di PC IBM e 10 di Windows XP,
mentre a novembre si festeggiano
40 anni di microprocessore. A fine anno Facebook presenta la Timeline, un restyling drastico del
proprio aspetto che era stato annunciato a settembre e sta tuttora causando
confusione fra gli 850 milioni di utenti del più grande social network del
momento.

Anche Google si butta nei social network con Google+, a
giugno, raccogliendo oltre 40 milioni di utenti e numerosi apprezzamenti da parte
delle grandi firme dell’informatica. Ma la massa degli utenti resta su
Facebook e Google+ sembra aver arrestato la propria crescita, diventando un
complemento a Facebook più che un concorrente.

I social network sono stati al centro dell’innovazione tecnologica anche per
altre ragioni: per la prima volta una rivoluzione politica è stata organizzata
via Internet. Parte a febbraio la Primavera Araba, con l’Egitto che sceglie di
bloccare
le comunicazioni online); ad agosto fanno scalpore i
saccheggi
e le sommosse di Londra, Birmingham e Manchester e a partire da settembre il
movimento di protesta Occupy – coordinato tramite i social network – si fa
notare da Wall Street in 900 città del mondo, da Auckland a Zurigo. Anche le
scorribande di Anonymous e Wikileaks, che mostrano più volte quanto il re sia
nudo, fanno notizia per tutto l’anno.

Nel 2011 sono inoltre emersi i dettagli delle guerre informatiche combattute
in segreto: Stuxnet, ritenuto inizialmente un virus informatico come tutti gli
altri, si rivela essere un’arma specializzata, costruita per sabotare la
ricerca nucleare iraniana arrivando là dove le bombe difficilmente
riuscirebbero a penetrare. Tutto questo avviene, però, al
prezzo
dell’infezione dell’80% delle organizzazioni infrastrutturali del mondo nel
tentativo di raggiungere i sistemi informatici iraniani.

L’anno informatico, insomma, è stato particolarmente intenso. Chissà se il
2012 sarà un po’ più tranquillo, Maya permettendo.

2011: i più grandi flop informatici

Il 2011 informatico ha raccolto non solo successi e innovazioni ma anche vari
ritiri, fallimenti e rinunce. Ecco un breve riepilogo di alcuni degli eventi
che i grandi nomi della Rete non ricorderanno con particolare entusiasmo.

Partiamo da Google, che ha incassato il flop di Wave, ibrido
di social network e scrittura collaborativa che pareva essere una rivoluzione
ma si è rivelato troppo macchinoso e incomprensibile, e il tonfo di
Knol, rivale di Wikipedia: la loro chiusura entro il 2012 è
stata
annunciata
a
novembre.

Google ha visto affondare anche il suo Chromebook, uno strano
laptop minimalista che in sostanza caricava solo un browser (Chrome) e
dipendeva da Internet per l’accesso alle applicazioni (Gmail, Google Docs e
simili), ossia faceva quello che molti utenti facevano solitamente con il
personal computer tradizionale. Questo lo rendeva leggero, velocissimo e molto
sicuro, ma anche inutilizzabile senza un accesso Wifi alla Rete. Presentato a
giugno, dopo la vendita qualche decina di migliaia di esemplari non se n’è più
saputo nulla, soppiantato da tablet e ultrabook (PCWorld; DigiTimes;
BusinessInsider).

Anche Google+, il social network che doveva competere con il
colosso di Facebook, dopo un certo entusiasmo iniziale per i suoi approcci
innovativi, si è trovato spiazzato: è inutile avere la festa più bella e ricca
se tutti gli amici vanno da un’altra parte. Sessanta milioni di utenti
(stimati da
Venturebeat) non sembrano un risultato da disprezzare, ma rispetto agli 850 di Facebook
sono poca cosa.

Il 2011 ha visto anche la resa finale di un nome storico della Rete:
Napster, nato nel 1998 come primo circuito
peer-to-peer per lo scambio (solitamente illegale) di musica, ha
chiuso
a dicembre. Era già l’ombra di se stesso, essendo passato di mano in mano
(Bertelsmann, PMG, Roxio, Best Buy, Rhapsody) dopo l’azione legale della RIAA
nel 2001. Il suo nome
continua
solo in Germania e nel Regno Unito.

Un altro nome bersagliato dai flop quest’anno è RIM (Research in Motion), il
cui popolarissimo smartphone BlackBerry ha subito un blackout
planetario durato
giorni
a ottobre: utenti senza mail, messaggi e accesso a Internet. Un incidente che
ha minato la fiducia riposta fino a quel punto nel servizio. Ad aprile c’era
già stato il Playbook, il tablet di RIM, strombazzatissimo ma
invenduto
perché troppo caro e
privo
di qualunque vantaggio rispetto al concorrente iPad di Apple, che ha piazzato
invece 40 milioni di esemplari. Il fallimento è
costato
a RIM quasi mezzo miliardo di dollari.

Non è andata meglio ad HP, il cui tablet TouchPad era più
spesso e più pesante dell’iPad e aveva meno applicazioni ma lo stesso prezzo:
al suo debutto, a giugno, non l’ha voluto nessuno finché HP l’ha
svenduto
a cento dollari al pezzo.

Non è stato un flop l’iPhone 4S, presentato a
ottobre, ma la delusione degli utenti è stata forte: dopo mesi di attesa di un
iPhone più grande, più sottile e pieno di meraviglie, è arrivato un oggetto
uguale al precedente ma più capiente e veloce, con l’unica novità di rilievo
del suo assistente vocale Siri (che però funziona solo in inglese e neanche
con tutti gli accenti).

Restando nel campo dei cellulari, che dire di
Windows Phone 7? Un
debutto senza lode
seguito da
vendite deludenti, che lo hanno portato ad avere solo il
2,7%
del mercato degli smartphone.

Ad Apple va una menzione speciale nei fallimenti del 2011 per
Final Cut Pro X: l’attesissimo aggiornamento di uno dei
programmi di montaggio video professionale più popolari si è rivelato essere
una versione ridotta, priva di strumenti fondamentali, adatta solo per uso
amatoriale e soprattutto incompatibile con le versioni precedenti. I
professionisti si sono
indignati, partorendo parodie a non finire.

Un altro nome che spicca nella lista dei flop del 2011 è quello di
Sony: gran parte dei suoi servizi online è stata paralizzata
ad aprile perché un
attacco
informatico ha
sottratto
77 milioni di account nel PlayStation Network e in altre
reti. Un mese di paralisi costosissimo, con utenti infuriati non solo perché
non potevano giocare con le loro costose console, ma anche perché i loro dati
personali (mail, password, indirizzi di casa) erano a spasso e per sei giorni
Sony ha rifiutato di dare spiegazioni esaurienti sull’entità del problema.

Tra le società violate risalta anche il nome di RSA Security,
una delle principali società di crittografia, i cui prodotti vengono
utilizzati da quasi tutti i computer del mondo: è stata
bucata
a giugno per ottenere credenziali che consentissero di penetrare nei sistemi
della Lockheed Martin, uno dei principali fornitori delle forze armate
statunitensi, presumibilmente a scopo di spionaggio.

Ci sono anche attacchi informatici in senso inverso: grandi aziende che
ficcano il naso negli affari degli utenti. A luglio viene resa pubblica la
ripetuta violazione, da parte del giornale britannico
News of the World, delle segreterie e della messaggistica dei
telefonini di celebrità e persone comuni per avere scoop da pubblicare.
Persino i familiari delle vittime di attacchi terroristici si sono trovati
spiati dai giornalisti del tabloid. Lo scandalo ha portato alla sua
chiusura. e all’arresto del suo ex redattore capo Andy Coulson.

Sul fronte dei videogiochi, il 2011 verrà ricordato come l’anno in cui
finalmente arrivò, dopo quindici anni di annunci, attese e sviluppo,
Duke Nukem Forever
. Ma sarebbe stato meglio lasciar perdere:
stroncato
dagli utenti per la qualità scadente e l’umorismo offensivo e banale, ha
spinto siti di riferimento come Ars Technica a dire che
"chi ci ha lavorato dovrebbe vergognarsi". Le
vendite
sono state meno che stellari.

Per finire va registrato l’insuccesso del 3D digitale. Le
vendite dei televisori tridimensionali sono state modeste: gli
utenti
non vogliono indossare occhialini scomodi e ci sono pochi film e programmi
disponibili da vedere in 3D. Anche Nintendo, con la sua
console portatile 3DS che a marzo crea la terza dimensione senza occhialini,
si trova con prezzi inizialmente troppo alti e poco software:
vende
meglio quando straccia il prezzo da 250 a 180 dollari quattro mesi più tardi e
offre giochi più interessanti, ma la 3DS contribuisce al
primo anno di passivo
della Nintendo in tre decenni.

Cosa ci porterà il 2012 digitale?

Sarebbe bello avere la sfera di cristallo e poter prevedere con precisione
quali saranno le innovazioni tecnologiche del 2012, ma in mancanza di poteri
magici si può estrapolare qualche scenario plausibile sulla base dei segnali
che arrivano dalle case produttrici.

La parola-chiave del 2012 sembra essere interfaccia: il modo di
comunicare con i nostri dispositivi tecnologici potrebbe cambiare
drasticamente grazie all’introduzione di
schermi flessibili sui telefonini, proposti per esempio da
Nokia e Samsung: una torsione o una flessione di una zona verrebbe
interpretata come comando. Kinect di Microsoft promette di offrire i
cosiddetti gesti spaziali, ossia gesti
tridimensionali che vengono tradotti in comandi senza toccare e imbrattare di
ditate lo schermo. I sistemi operativi per computer del 2012 (Windows 8, OS X
Lion) sono già predisposti per questo genere d’interazione. Anche i
comandi vocali promettono bene, con l’arrivo delle versioni
multilingue di Siri e altri servizi di riconoscimento vocale, e i telefonini
potranno essere usati per i piccoli pagamenti al posto della carta di credito
semplicemente toccando il terminale d’acquisto con il cellulare grazie alla
tecnologia NFC.

Sul fronte del software, sembra ormai scontata la graduale scomparsa di
Flash, che per anni è stato il principale veicolo delle
animazioni e dei video sul Web: Adobe lo
toglierà
dai dispositivi mobili e Apple già non lo installa su Lion e iPhone/iPad. Il
suo successore, a detta degli esperti, è HTML5, più potente e leggero. Anche
Java rischia l’estinzione a causa di vulnerabilità e scarso
uso. Sarà invece interessante vedere Windows 8 debuttare
anche sui processori ARM, dopo decenni di legame strettissimo con i processori
Intel.

In termini di hardware si profila la riduzione dei volumi di vendita dei
personal computer generalisti, soppiantati da dispositivi specializzati e
"chiusi" (controllati dai produttori) come iPad e console da gioco.

Continuerà la guerra dei browser, che sembra in procinto di
diventare una lotta a tre: se fino a poco tempo fa Internet Explorer era il
gigante da battere e Firefox sembrava l’unico rivale possibile, Chrome ha
avuto un’ascesa notevole nel 2011 e si appresta a superare Firefox (detiene
già oltre il 25% del mercato).

Sul fronte dei social network spiccherà la quotazione in Borsa di
Facebook, che dovrebbe avere un valore stimato di
100 miliardi di dollari.

La vera rivoluzione, però, potrebbe venire non tanto dalla tecnologia, ma
dagli utenti. Due miliardi di esseri umani sono già online e nel 2012 dovrebbe
collegarsi anche il terzo. Il 57% già ora
risiede
nei paesi emergenti, e questo sposterà il baricentro culturale e linguistico
della Rete. Prepariamoci.

Disinformatico radio, podcast del 2011/12/23

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della puntata di stamattina del Disinformatico radiofonico. Ecco i temi
e i rispettivi articoli di supporto:

—

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

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Antibufala di Natale: no, il Vaticano non ha comprato un dominio XXX

Complotto internettiano ai danni del Vaticano? Così sembrerebbe.
"Il Papa fa comprare un dominio XXX", scrive per esempio
Romatg24, segnalando che il Vaticano avrebbe acquistato un dominio Internet con il
suffisso ".xxx" che identifica la nuova sezione di Internet
riservata ai siti di "intrattenimento per adulti". L’acquisto, si
dice, sarebbe stato motivato dal desiderio di
"tutelare la propria immagine da sfruttamenti indebiti".

Già così la vicenda si presentava intrigante e molto vendibile
giornalisticamente, ma poi è arrivato l’intrigo: padre Federico Lombardi,
portavoce della Santa Sede, ha
dichiarato
che il dominio in questione, Vatican.xxx, non era stato acquistato dal
Vaticano ma da qualcun altro la cui identità sarebbe un mistero: “Non risulta che tale dominio sia stato acquistato dalla Santa Sede o da
organismi che facciano capo ad essa"
. Che ci sia un piano segreto per creare un sito a luci rosse dal nome
particolarmente provocatorio?

Niente di tutto questo: è sufficiente una consultazione del servizio Whois di
Internet per scoprire che Vatican.xxx non è stato comperato da qualcuno, ma è
stato "riservato", ossia bloccato per impedirne la registrazione. Il
blocco è stato effettuato dall’organizzazione responsabile per la gestione del
dominio ".xxx", la ICM Registry, sin dai primi di settembre, prima
che i domini ".xxx" fossero disponibili per l’acquisto.

Il blocco di nomi potenzialmente controversi è una delle funzioni previste dai
domini ".xxx": per esempio, i nomi degli stati sono vietati in
blocco, e il Vaticano è uno stato, per cui già questo basta per garantire
l’indisponibilità di Vatican.xxx. Inoltre l’ICM Registry ha
dato
ai governi la possibilità di bloccare gratuitamente i nomi di dominio
culturalmente o religiosamente significativi. In altre parole, non c’è alcuna
possibilità che qualcuno crei un sito a luci rosse usando il nome del
Vaticano. Ma la bufala, per
citare
Mark Twain, ha fatto il giro di mezzo mondo intanto che la verità si stava
ancora infilando le scarpe.

Torna il Wincrash facile anche in Windows 7

All’epoca di Windows 95/98 e XP era abbastanza normale che la visualizzazione
di una pagina Web mandasse in tilt l’intero sistema operativo, sfociando nella
temuta Schermata Blu della Morte, grazie alla scelta di integrare strettamente
il browser (Internet Explorer) in Windows. Far "crashare" Windows
era un tiro al bersaglio e non faceva più notizia. Persino Bill Gates
ammetteva
che il suo Windows gli si bloccava spesso.

Ma era il 2001: storia antica ai ritmi dell’informatica. Queste cose non
succedono più da tempo e la lezione è stata imparata: il browser, e in
generale le applicazioni, lavorano in spazi separati e isolati, per cui il
collasso di un’applicazione non fa cadere tutto il sistema. O almeno non
dovrebbe.

In questi giorni, però, è emerso un "Wincrash" imbarazzante anche
per la versione più recente di Windows, la 7, nell’edizione Professional a 64
bit. Anche installando tutti gli aggiornamenti di sicurezza, è sufficiente
caricare con il browser Safari una pagina Web confezionata appositamente (ha
semplicemente un IFRAME con un attributo di altezza che ha un valore molto
elevato).

Per i curiosi, c’è una dimostrazione in
video. La colpa non è
di Safari, che è un prodotto Apple, ma del file win32k.sys di
Windows, stando alle
prime indagini.

Come segnala la società di
sicurezza informatica Secunia,
"lo sfruttamento con successo" di questa falla
"può consentire l’esecuzione di codice arbitrario con privilegi di
kernel mode"
. In traduzione, significa che apre le porte ad attacchi informatici. Per ora
non c’è un aggiornamento che ripari la falla, che non è presente nella
versione a 32 bit di Windows 7.

Scherzi di Natale: far nevicare sul computer

Google ha preparato una piccola chicca natalizia per tutti i suoi utenti:
provate a cercare in Google le parole "let it snow" ("lascia che nevichi"). È il titolo di una celeberrima canzone di Natale, ma se lo si cerca in
Google non compaiono solo i normali risultati di ricerca.

Infatti se usate un programma di navigazione recente (Firefox o Chrome o
Safari, per esempio) e non fate niente nella schermata per qualche secondo,
noterete che iniziano a cadere dei fiocchi di neve. Sullo schermo, s’intende.

Divertente, ma c’è di più. Se aspettate ancora qualche istante, lo schermo
comincia a brinarsi e appannarsi, e per pulirlo potete muovere il mouse mentre
ne tenete premuto il pulsante principale: potete anche scrivere o disegnare
sullo schermo, come si fa su un vetro appannato. L’ideale per fare scherzi ad
amici e colleghi. Se volete sbrinare tutto e chiudere il momento di
frivolezza, cliccate sul pulsante azzurro di sbrinamento e tutto tornerà
normale.

Se invece volete continuare con le chicche nascoste, cercate
"Christmas lights" e la pagina di Google si abbellirà con una
fila di palline di Natale.

Facebook, è arrivata la Timeline: siete pronti?

Sta scattando progressivamente per tutti gli utenti l’attivazione automatica
della nuova impostazione cronologica di Facebook che per una settimana è stata
facoltativa, come descritto in
questo articolo. Indietro, insomma, non si torna e i vecchi post sono molto più facili da
consultare rispetto al passato.

Se siete preoccupati che qualcosa che avete scritto in passato su Facebook non
sia adatto a tutti gli occhi che potrebbero leggerlo oggi e non volete passare
un’eternità a regolare le impostazioni di privacy di ogni elemento che avete
pubblicato, c’è una scorciatoia: un’impostazione generale che limita la
visibilità dei vecchi post.

Andate alla vostra pagina Facebook, cliccate sul triangolino accanto a
"Home" in alto a destra e scegliete
"Impostazioni sulla privacy". La penultima impostazione è
"Restringi il pubblico per i vecchi post": cliccate su
"Gestisci la visibilità dei vecchi post". Compare un
messaggio di avviso che informa che
"i contenuti sul tuo diario che hai condiviso con amici di amici o
utenti pubblici diventeranno visualizzabili solo agli amici"
. Il messaggio avvisa inoltre che
"anche le persone taggate e i loro amici possono vedere questi
post"
. Se cliccate sul pulsante "Solo vecchi post" e poi su
"Conferma", limiterete appunto la visibilità dei vostri
vecchi post. Attenzione: questa modifica globale, una volta fatta, è
reversibile solo modificando manualmente la privacy di ciascun post.

Se preferite regolare a mano la privacy di ciascuno dei vostri post passati,
potete farlo posizionando il cursore del mouse sopra il post da modificare.
Questo fa comparire una casella con una matitina: cliccatevi sopra per far
comparire un menu, dal quale potete scegliere
"Nascondi dal diario"

per nascondere il post oppure "Elimina post" per
eliminarlo. Inoltre in tutti i post potete sempre cliccare sull’iconcina di
privacy (in alto nel post, accanto alla data di pubblicazione) per cambiare le
impostazioni di privacy del singolo post.

Facebook, come aggiungere eventi passati al Diario

La nuova impostazione cronologica di Facebook può piacere o non piacere, ma è
certamente una grande occasione per scrivere la propria autobiografia e
renderla più o meno pubblica. Ma come si fa ad aggiungere al proprio Diario su
Facebook un evento passato? Non è un’operazione molto intuitiva, per cui vale
la pena di segnalarne qui il funzionamento.

La chiave di tutto è posizionare il mouse sulla sottile linea azzurra al
centro della cronologia: è la linea temporale di Facebook. Compare un segno
"+" che permette di aggiungere un post di stato, una foto, un luogo
o un "avvenimento importante". Quando inserite un post in questo
modo, vi viene proposto di scegliere la sua datazione, che potete sempre
cambiare in seguito se vi accorgete di un errore.

Prima che vi venga la tentazione di usare questa tecnica per pubblicare dei
post nel passato e far sembrare che avete straordinarie intuizioni e
precognizioni, tenete presente che accanto alla datazione di un post immesso
in questo modo compare, ed è visibile a tutti, un orologino. Basta
posizionarvi sopra il cursore del mouse per rivelare la vera data di
inserimento del post. Non dimenticate, inoltre, che ogni aggiunta pubblica al
vostro diario del passato viene pubblicata nella vostra Bacheca e quindi è ben
visibile a tutti come novità.

Disinformatico radio, podcast del 2011/12/09

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico radiofonico (sì, mi sono quasi
strozzato durante uno degli interventi; abbiate compassione, ho mal di gola).
Ecco i temi e i rispettivi articoli di supporto:

—

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

—

Moran Cerf, l’informatico pagato per rapinare le banche

Questo articolo è stato aggiornato e ripubblicato qui.

Pirateria in Rete: le leggi attuali bastano, secondo il Consiglio Federale

Questo articolo è stato aggiornato e ripubblicato qui.

Software-spia "Carrier IQ" nei telefonini, novità importanti

La settimana scorsa il Disinformatico ha
segnalato
la scoperta di un programma nascosto in molti telefonini evoluti e installato
direttamente dagli operatori o dai fabbricanti, che permette di sorvegliare
tutto il traffico e gli spostamenti degli utenti. Il programma, denominato
Carrier IQ, è inoltre molto difficile da disinstallare.

Il problema non riguarda i telefonini che usano Windows Phone come sistema
operativo ed è blando negli iPhone, nei quali è facilmente disattivabile e
verrà rimosso del tutto prossimamente, ma è significativo nei telefonini
Android.

Lo scandalo del software spione era rimasto inizialmente circoscritto agli
Stati Uniti, ma pochi giorni fa il
BEUC (Bureau Européen des Unions de
Consommateurs, organizzazione che raccoglie le associazioni europee di difesa
dei consumatori) ha avviato un’indagine conoscitiva sul tema e lo stesso hanno
fatto alcuni enti per la tutela della privacy nel Regno Unito e in Germania.
Un
documento
della società Carrier IQ sembra indicare che il software sia stato
sperimentato anche in Europa, specificamente in Portogallo, e che sia prossima
la sua introduzione, ma l’operatore telefonico coinvolto ha
smentito.

Intanto le società di sicurezza informatica che producono antivirus per
telefonini sono indecise sull’effettiva natura del software Carrier IQ. Molte
si rifiutano, per ora, di classificarlo come "malware" (programma
ostile) e
The Register
ha pubblicato un’analisi che indica che nella stragrande maggioranza dei casi
non viene trasmesso a terzi nessun dato personale. La sequenza impressionante
di dati pubblicata dal ricercatore Trevor Eckhart, che ha dato il via alla
polemica, verrebbe sì registrata dal software spia, ma verrebbe cancellata
prima di trasmettere esternamente i dati.

Per chi volesse sapere se il proprio telefonino Android ospita Carrier IQ,
BitDefender ha pubblicato l’applicazione gratuita
Carrier IQ Finder
e Lookout offre, sempre gratuitamente,
Carrier IQ Detector. Entrambe le applicazioni si limitano a indicare se Carrier IQ è presente o
no e non lo rimuovono, ma è già un passo avanti.

Fonti aggiuntive:
Engadget, Intego,
The Register.

Qual è la zona di Internet più sicura? Quella a luci rosse (forse)

Se vi chiedessero in quale zona di Internet è più difficile imbattersi in siti
falsi e virus, probabilmente l’ultima risposta che vi verrebbe in mente è “quella dei siti pornografici”. Ma paradossalmente l’introduzione del nuovo dominio .xxx per i
servizi online per adulti, avviata il 6 dicembre scorso con l’apertura al
pubblico di oltre centomila siti, promette maggiori garanzie di sicurezza
rispetto a tutto il resto di Internet.

Infatti ogni sito del dominio .xxx verrà sottoposto a scansione
giornaliera contro i virus e altre forme di attacco informatico mediante
strumenti della società di sicurezza McAfee: cosa che tutto il resto di
Internet non garantisce.

Inoltre l’uso di questo dominio (gestito dalla società statunitense
ICM Registry) rende facile
introdurre nei programmi di navigazione, nei motori di ricerca e nei filtri
per Internet regole automatiche che blocchino l’accesso a quest’area della
Rete. Ogni sito del dominio avrà un contrassegno digitale Metacert che lo
classificherà; il suffisso, oltretutto, rende esplicitamente e facilmente
riconoscibili all’utente i nomi dei siti per adulti. Non si può entrare in un
sito che termina con ".xxx" e dire che lo si è fatto per
sbaglio.

Non tutti sono contenti della novità: gli operatori del settore temono che si
tratti di una ghettizzazione (anche se per ora non c’è nessun obbligo a usare
solo il suffisso .xxx per contenuti per adulti) e di una pratica
contraria alle norme della concorrenza, perché crea un monopolio. Le aziende
al di fuori del settore si trovano costrette a registrare il dominio
.xxx corrispondente al proprio nome per evitare che altri ne abusino;
alcuni gruppi religiosi si oppongono all’esistenza dei siti di questo genere
in assoluto e quindi vedono questa novità come una legittimazione inopportuna;
c’è chi, infine, teme che nella categoria "per adulti" vengano
relegate anche le opinioni scomode e che si apra quindi la porta a una censura
più ampia.

Fonti aggiuntive:
CNet,
PCWorld,
ARN.

Facebook, "baco" rivela le foto private

Se scoprite una falla in Facebook che permette di vedere le foto private e
volete essere sicuri di attirare l’attenzione del social network e del mondo
affinché il difetto venga riparato, c’è un metodo imbattibile: rivelare le
foto private di Mark Zuckerberg, cofondatore e uomo-simbolo di Facebook.

È quello che ha fatto un gruppo di frequentatori di un
forum dedicato al body building
quando ha scoperto che segnalando una fotografia inappropriata secondo le
regole di Facebook in un account e specificando che si tratta di nudità o
pornografia, il servizio automatico del social network proponeva di segnalare
anche altre foto dello stesso account senza tenere conto delle loro
impostazioni di privacy e quindi proponeva anche fotografie private.

Bastava quindi fare una segnalazione fasulla per poter accedere alle immagini
che gli utenti non desideravano condividere con tutti. Comprese quelle di
Zuckerberg, appunto, che sono finite in Rete su
Imgur.com qui, con la didascalia
"È ora di sistemare quei difetti di sicurezza, Facebook", e
sono state
ripubblicate
prontamente ovunque. La falla è stata corretta poche ore dopo il suo annuncio,
rimuovendo temporaneamente la funzione di segnalazione.

La vicenda sottolinea il concetto che mettere qualcosa su Internet,
specialmente nei social network, e sperare che resti privata è un’illusione
molto pericolosa. Per Facebook è un incidente particolarmente imbarazzante,
visto che solo una settimana fa il social network, che conta 850 milioni di
utenti, è stato accusato di pratiche ingannevoli dalla Federal Trade
Commission, l’ente governativo statunitense per la difesa dei consumatori e
della libera concorrenza, che ha confermato le
violazioni commesse da Facebook, ha disposto ispezioni regolari per i prossimi vent’anni e imposto che d’ora
in poi Facebook dovrà sempre chiedere il consenso degli utenti prima di
introdurre qualunque modifica alle impostazioni di privacy.

Fonti aggiuntive:
Zeus News, BBC,
Punto Informatico.

Disinformatico radio, podcast del 2011/12/02

Sono preso dal lavoro al documentario Moonscape sul primo sbarco sulla
Luna, che conto di distribuire in versione preliminare entro Natale, per cui
non vi preoccupate se non scriverò molto in questo blog nei prossimi giorni.
Intanto segnalo che trovate temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI
il
podcast
della puntata del Disinformatico radiofonico di venerdì scorso.

Nella puntata ho raccontato la storia di
colui che fece 10 milioni di dollari di danni con sei righe di codice
e una
nuova tecnica di quantificazione dei ritocchi fotografici
(grazie a @sebattiato per la correzione, fra l’altro). Ho anche cercato
di fare brevemente il punto sul
programma spione CarrierIQ trovato negli smartphone
e segnalato una notizia decisamente paradossale:
la sigla degli spot antipirateria sarebbe stata piratata. Nel
podcast
trovate anche una versione un po’ speciale di questo spot, con la voce di
Angelo, il mio anfitrione radiofonico di venerdì. Ma
quella di IT Crowd
resta irraggiungibile.

—

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

—

Storie di vandali informatici: l’uomo che cancellò tutti i dati dell’azienda
per vendetta

Dieci milioni di dollari di danni in pochi secondi, con sei sole righe di
istruzioni informatiche: per questa storia di sabotaggio informatico su scala
davvero epica bisogna tornare al 1996, presso la Omega Engineering di
Stamford, nel Connecticut, una ditta che all’epoca forniva strumentazione alla
Marina statunitense e alla NASA.

È la mattina del 31 luglio. Un dipendente del reparto macchine a controllo
numerico avvia il server Novell, come ha sempre fatto, ma al posto del normale
messaggio di accensione vede che il server annuncia che sta riparando alcuni
elementi e poi si pianta, portando con sé nell’oblio della cancellazione quasi
tutti i programmi e i dati dell’azienda. Le linee di produzione, senza
software per comandarle, si bloccano.

Niente paura, si dicono i tecnici: prendiamo i nastri con le copie di
sicurezza e ripristiniamo. Ma i nastri non ci sono: tutti scomparsi
dall’archivio. Sono sparite anche le copie dei programmi che solitamente
risiedevano sui personal computer dei dipendenti, per cui non è possibile
attingere a questa fonte per recuperare il danno.

L’azienda va avanti con soluzioni di fortuna, ma il guaio è ormai fatto: persi
per sempre tutti i programmi che davano alla Omega la possibilità di
fabbricare ben 25.000 prodotti differenti con mezzo milione di varianti. Due
anni dopo il disastro la Omega denunciava un calo di vendite del 9%, pari a 10
milioni di dollari di perdita.

Cos’era successo? L’indagine del Secret Service statunitense ha
scoperto
che era tutta colpa di Timothy Lloyd, ex dipendente dell’azienda, che si era
conquistato la fiducia dei manager ed era diventato amministratore di sistema
unico dei servizi informatici della Omega. Si occupava anche delle copie di
sicurezza. Tutti lo ammiravano, ma un anno prima aveva iniziato ad essere
aggressivo e ostile verso i colleghi, e il 10 luglio era stato licenziato.

Lloyd, prima del licenziamento, aveva collocato nei computer dell’azienda una
"bomba" software: sei righe di codice che davano l’ordine di
cancellare tutto alla data del 31 luglio. Eccole:

7/30/96

F:

F:\LOGIN\LOGIN 12345

CD \PUBLIC

FIX.EXE /Y F:\*.*

PURGE F:\ /ALL

Aveva poi sistematicamente asportato dall’azienda tutti i nastri di backup e
aveva accentrato tutti i programmi dei dipendenti in modo che fossero
residenti sul server centrale sul quale aveva collocato la "bomba".
Un piano diabolico che costò caro all’azienda, ma anche a Lloyd, che fu
condannato
nel 2002 a tre anni di carcere e due milioni di dollari di risarcimento.

C’è un programma spione in molti cellulari Android e iPhone: CarrierIQ

In oltre 140 milioni di cellulari Android e iPhone è preinstallato un
programma che registra tutto quello che viene digitato, compresi gli SMS, e li
manda di nascosto a una società statunitense. È anche in grado di registrare
le telefonate, tracciare la posizione dell’utente e molto altro, senza
avvisare il proprietario del telefonino. Non è uno scherzo o uno scenario da
film di spionaggio: è quello che ha
scoperto
il ricercatore di sicurezza informatica Trevor Eckhart.

Eckhart ha individuato e documentato in un
video piuttosto impressionante
un programma, denominato Carrier IQ e prodotto dall’azienda omonima
di Mountain View, in California, che parte automaticamente all’accensione del
telefonino, non compare nell’elenco dei processi attivi e non risponde ai
comandi di disattivazione dell’utente. Sono comportamenti tipici di un
rootkit, ossia di un programma ostile, ma l’azienda
dice
che il programma serve solo per raccogliere statistiche sull’utilizzo dei
telefonini e per consentire una diagnosi più precisa dei problemi, e che sono
i singoli fabbricanti e operatori di rete cellulare a decidere quali dati
dell’utente vengono raccolti.

Lo scandalo sta montando in Rete ed è probabile che si arriverà a un’azione
legale per fare chiarezza: sono già
partite, per esempio, due class action contro Carrier IQ, HTC, Samsung, Apple,
Motorola, Sprint, AT&T e T-Mobile. Quello che si sa, per ora, è che il
programma sarebbe installato principalmente sui telefonini statunitensi. Apple
ha dichiarato che nella maggior parte dei suoi prodotti non c’è più supporto
per Carrier IQ a partire dalla versione 5 del sistema operativo iOS e che
questo supporto verrà rimosso completamente in un prossimo aggiornamento.

Inoltre, dice Apple, le funzioni di Carrier IQ sono attivate solo con
l’esplicito consenso dell’utente; gli
esperti confermano che è
sufficiente non attivare le opzioni diagnostiche nelle impostazioni del
dispositivo (Impostazioni > Generali > Info > Diagnosi e uso >
selezionare "Non inviare") e che comunque il monitoraggio non
include le digitazioni (password, mail, SMS) ma soltanto dati tecnici.

Dal problema sono esentati gli smartphone che usano Windows Phone, secondo
quando dichiarato da Microsoft. Anche Nokia ha smentito l’uso di questo
programma, e Blackberry ha
chiarito
che non preinstalla Carrier IQ e non autorizza gli operatori telefonici ad
installarlo.

Per chi usa Android c’è la possibilità di verificare se Carrier IQ è presente
usando un’applicazione gratuita,
Logging TestApp, scritta da Eckhart, che però richiede di avere accesso di "root"
al telefonino. In alternativa si può andare nelle impostazioni, poi nella
gestione applicazioni, elencare le applicazioni in esecuzione e cercare
applicazioni che contengono espressioni come "IQ" o
"IQRD".

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale per chiarire
la situazione dei BlackBerry.
Fonti:
Engadget,
Gizmodo,
The Register,
Wired,
Tomshw.

Foto sui giornali troppo ritoccate? Ora l’alterazione si può quantificare

Non è una novità che le fotografie pubblicate sui giornali, specialmente in
quelli di moda, sono ritoccate: ma quello che forse non tutti sanno è la
quantità di ritocco che viene applicata digitalmente. Anche soggetti più che
presentabili vengono ripuliti e perfezionati, a volte con
risultati
che sfidano il buon senso.

Il fotoritocco esasperato sarebbe arrivato a livelli d’irrealtà tali che la
American Medical Association ha
chiesto
ai pubblicitari di definire degli standard di ritocco accettabili per evitare
che l’abuso degli strumenti digitali porti a concezioni inavvicinabili e
illusorie di bellezza e perfezione, che possono condurre a veri e propri
disturbi
dell’autostima.

Il problema è definire questi standard con un approccio oggettivo e
scientifico: come decidere quando un ritocco è eccessivo e quando è
accettabile? Sembra una scelta impossibile da automatizzare, ma nel numero di
novembre della rivista
Proceedings of the National Academy of Sciences è stato pubblicato uno
studio degli esperti d’analisi delle immagini Harry Farid ed Eric Kae, della
Dartmouth University, intitolato
A perceptual metric for photo retouching, che propone un algoritmo di analisi automatica delle immagini che
permette di definire formalmente il grado di fotoritocco di un’immagine su una
scala da 1 a 5.

Purtroppo per ora non c’è un software da scaricare, ma solo un metodo
generale, ed è necessario disporre dell’immagine originale. Tuttavia questo
approccio potrebbe essere un ottimo punto di partenza per contenere il
problema dei modelli e delle modelle inarrivabili che spesso condizionano le
nostre scelte e le nostre attese.

Fonti aggiuntive:
HackerFactor.com. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

La sigla degli spot antipirateria è piratata, dice l’autore

Questo articolo è stato aggiornato e ripubblicato qui.

Disinformatico radio, podcast del 2011/11/25

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico radiofonico. Ecco i temi e i
rispettivi articoli di supporto:

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Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

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Siete spiati tramite le stampanti a colori?

Sembra una frase da CSI, ma è vero: potreste scoprire che la vostra stampante
fa la spia. Molte stampanti laser e fotocopiatrici a colori, infatti, hanno
una funzione non documentata ufficialmente che produce uno schema di puntini
gialli quasi invisibili su ogni pagina stampata a colori. Questo schema è non
solo unico per ogni esemplare di stampante, ma indica anche la data e l’ora di
stampa di ogni singolo foglio, come ha
scoperto la
Electronic Frontier Foundation nel caso della stampante Xerox DocuColor.

In altre parole, tramite questi puntini è possibile rintracciare l’autore di
qualunque documento a colori prodotto da una di queste stampanti. Questo può
essere fatale per un dissidente in un regime non democratico, ma ha anche
serie implicazioni di privacy per chi risiede in paesi più tolleranti e per
chiunque si occupi di sicurezza informatica. Per esempio, un volantino o una
segnalazione anonima di un cittadino, oppure una stampa di un documento di
lavoro scottante affidato ai giornali, porta in realtà una firma invisibile
che permette di risalire alla sua identità, in contrasto con i diritti
fondamentali alla riservatezza e alla vita privata.

Questi codici segreti sono stati introdotti tempo fa nelle nostre stampanti su
richiesta delle autorità
statunitensi per consentire di risalire ai malfattori che usano questi
apparecchi per stampare banconote o documenti falsi, ma ovviamente si prestano
ad altri scopi.

Il problema è
noto
agli addetti ai lavori almeno dal 2005, tanto da aver portato a una
interrogazione dell’Unione Europea. Se vi interessa saperne di più e partecipare all’indagine del
Disinformatico sulla diffusione in Svizzera delle stampanti spione, date
un’occhiata all’elenco delle stampanti
già esaminate dalla Electronic Frontier Foundation; potete anche provare a
stampare una pagina di testo a colori con la vostra stampante laser (per
esempio
questa),
esaminarla attentamente usando una luce blu, per esempio quella di una torcia
a LED blu, e poi segnalarci quello che avete trovato scrivendo a
disinformatico@rsi.ch, indicando marca e modello della
stampante. Se vedete uno schema di puntini gialli che si ripete e che non fa
parte della trama dell’immagine originale, potreste avere una cimice digitale
sulla scrivania.

Fonti aggiuntive: Seeing Yellow, Dotspotter.

Apple tura una falla aperta da tre anni e usata dai trojan governativi

Se non avete ancora installato l’aggiornamento 10.5.1 del programma iTunes di
Apple per Windows e MacOS, vi conviene farlo subito, specialmente prima di
qualunque viaggio natalizio in paesi esotici in cui portate con voi il
computer. Questo aggiornamento, infatti,
risolve finalmente una
vulnerabilità rimasta
aperta
per oltre tre anni e particolarmente grave perché consentiva agli aggressori
di far arrivare alle vittime un falso aggiornamento di iTunes assolutamente
credibile. Ciliegina sulla torta, gli aggressori erano, in questo caso, dei
governi, non dei criminali comuni.

Secondo il
Wall Street Journal
e il ricercatore di sicurezza
Brian Krebs, un trojan di sorveglianza basato su questa falla e denominato FinFisher è
stato infatti offerto dalla Gamma International UK Ltd ai governi dell’Egitto,
della Germania e di altri paesi per consentire l’intercettazione delle
attività informatiche dei sospettati, e non è l’unico nel suo genere. Questo
genere di software d’intercettazione è particolarmente controverso in
Germania, dove la sensibilità al problema della privacy è più alta per via
della triste familiarità di molti suoi cittadini con i metodi della Stasi, la
polizia segreta dell’ex Repubblica Democratica Tedesca.

La trappola è davvero semplice e ingannevole: in uno scenario tipico, un
utente non fa altro che collegarsi a una rete Wifi, per esempio in aeroporto o
in vacanza, e gli compare un normale invito ad aggiornare iTunes. Nei sistemi
Windows, infatti, il meccanismo di aggiornamento automatico di iTunes usava un
metodo vulnerabile per controllare l’autenticità dell’aggiornamento scaricato,
per cui qualunque gestore di un punto di accesso a Internet malevolo (o
controllato dalle autorità) poteva iniettarvi istruzioni ostili.

La soluzione a questo rischio è per fortuna abbastanza semplice: installare
l’aggiornamento di sicurezza proposto da Apple e, più in generale, non fidarsi
degli inviti ad aggiornare qualunque programma che arrivano mentre si è
connessi a Internet attraverso una rete non fidata.

Fonti aggiuntive:
Der Spiegel
,
The Register
.

Storie di vandali informatici: l’uomo che fermò le automobili

Con l’introduzione sempre più massiccia dell’elettronica e dell’informatica
nelle automobili, può venire il pensiero leggermente paranoico che qualcuno ci
possa spiare attraverso i chip dei veicoli, magari per tenere traccia dei
nostri spostamenti o della reale velocità, ma l’idea che si possa spegnere via
computer un’automobile sembra appartenere alla trama di qualche brutto
telefilm a corto d’inventiva.

Permettetemi di presentarvi Omar Ramos-Lopez, un ventenne che l’anno scorso è
riuscito a prendere il controllo a distanza di oltre cento auto nella zona di
Austin, in Texas, facendo suonare il loro clacson a ripetizione, attivandone
il GPS o bloccandone completamente l’accensione del motore alla prima sosta.

Le auto erano dotate di un sistema, chiamato
WebTeckPlus, che permetteva di
disattivarle e di comandare a distanza alcune loro funzioni in caso di mancato
pagamento delle rate da parte degli acquirenti. Omar Ramos-Lopez era un
dipendente di un rivenditore di automobili, il Texas Auto Center, che usava
questo sistema per garantire che i clienti pagassero puntualmente. Quando
Ramos-Lopez fu licenziato, il Texas Auto Center revocò la sua password di
accesso al sistema, ma non quella del collega, e Ramos-Lopez si vendicò del
licenziamento provocando il
caos
fra gli acquirenti del suo ex datore di lavoro.

Il Texas Auto Center ci mise due giorni a capire come mai veniva tempestato di
chiamate di clienti inferociti perché la loro auto non andava più nonostante
fossero in regola con i pagamenti e probabilmente qualcuno pensò a possessioni
demoniache quando le auto iniziarono a
suonare il clacson nel cuore della notte. Ramos-Lopez fu poi arrestato dalla polizia.

Morale della storia: mai condividere le proprie password con nessuno, e quando
un dipendente se ne va, è meglio cambiare le password di tutti.

Storie di vandali informatici: l’uomo che tenne in ostaggio San Francisco

Luglio 2008: un uomo, Terry Childs, tiene in ostaggio San Francisco. Con una
bomba atomica? No. Con una password. Childs aveva lavorato per
l’amministrazione di San Francisco per cinque anni e aveva scoperto che era
stato pianificato il suo licenziamento. Così cambiò il sistema informatico
cittadino, che aveva contribuito a sviluppare e che gestiva tutto, dalla mail
del sindaco agli archivi di polizia ai registri del carcere, e
divenne
l’unico in grado di comandarlo.

Il sistema era accessibile, ma non modificabile: in caso di necessità
d’intervento, per esempio per un guasto, solo Childs avrebbe potuto
riattivarlo. I responsabili dell’amministrazione cittadina
spesero
quasi un milione e mezzo di dollari nel tentativo di “craccare” le protezioni
attivate dall’informatico, ma fallirono completamente.

Childs fu arrestato ma si rifiutò di consegnare la password di amministratore
di sistema unico che aveva creato. La città rimase in ostaggio per dodici
giorni, finché Childs convinse il sindaco in persona a recarsi da lui in
carcere e gli diede la password. L’informatico fu poi condannato a quattro
anni di prigione e a una
sanzione
di un milione e mezzo di dollari corrispondente alle spese sostenute nel
tentativo di rimediare ai danni causati dal vandalo digitale.

Morale della storia: non fate arrabbiare l’amministratore di sistema e non
mettete tutte le uova (e tutte le password) in un solo paniere.

Fonti aggiuntive:
InformationWeek
,
Wired
,
New York Times
.

Password rubate ai docenti ticinesi

La settimana scorsa i docenti ticinesi sono stati presi di mira da un attacco
di cosiddetto "spear phishing": una mail apparentemente
proveniente da Edu.ti.ch, che è il dominio Internet del servizio di posta
elettronica comune delle scuole, ma in realtà inviata da un aggressore per ora
ignoto. Putroppo a quanto pare alcuni docenti sono caduti nella trappola, per
cui è meglio esaminarne e conoscerne il meccanismo per evitare che incidenti
del genere si ripetano.

Il mittente del messaggio era una normale casella di Yahoo.com, ma il nome del
mittente era "Posta elettronica scuola TI – @edu.ti.ch":
questo ha contribuito all’efficacia del raggiro. In realtà il
nome del mittente è un dato che chiunque può impostare a proprio
piacimento, per cui non garantisce in alcun modo l’origine del messaggio (va
detto che anche l’indirizzo vero e proprio del mittente è falsificabile, anche
se con maggiore difficoltà).

Il testo del messaggio era pensato per mettere in agitazione chi lo riceveva:
un espediente classico per confondere e far abbassare la guardia agli utenti.

"Gentile utente edu.ti.ch,

Un virus DGTFX è stato rilevato nelle cartelle account di posta elettronica
edu.ti.ch deve essere aggiornato a novembre i nostri protetta DGTFX nuovo
anti-virus versione 2011 per prevenire danni ai nostri log di database e
file importanti.

Fare clic sulla scheda risposta, riempire le colonne di sotto e rispedire o
il vostro account di posta elettronica verrà interrotto immediatamente per
evitare la diffusione del virus.

Nome utente:

Password:

Si noti che la password viene cifrata con chiavi RSA a 1024 bit per la
vostra sicurezza password. Siamo profondamente dispiaciuto per
l’inconveniente.

Il tuo account possono anche essere verificate immediatamente entro 24
ore,: informazioni non corrette possono portare a sanzioni, confisca o
sospensione del tuo account.

NOTA: Per ragioni di sicurezza, chiudere il browser quando hai finito di
utilizzare servizi che richiedono l’autenticazione!

Grazie per la vostra comprensione.

Supporto tecnico / Team TSR manutenzione.

Posta elettronica scuola TI – @edu.ti.ch Servizio Clienti

Copyright © 1994-2011 edu.ti.ch ! Tutti i diritti riservati. Termini di
servizio – Copyright / IP Policy – Linee guida Per ulteriori informazioni su
come utilizziamo i tuoi dati leggi la nostra Politica sulla Privacy –
Informazioni confidenziali"

Con notevole sfrontatezza, il 19 novembre gli aggressori ci hanno riprovato,
avvisando che si trattava dell’"ultimo avvertimento":

"Cari edu.ti.ch! utente,


Attualmente stiamo aggiornando tutte le e-mail account edu.ti.ch! del
database ed e-mail centro vista conto cioè home page, migliorare la
sicurezza di installazioni di nuovi virus 2011 anti-spam e anti, spazio
della cassetta postale di grandi dimensioni. ! account di posta elettronica
edu.ti.ch che non sono più attivi per permettere di creare più spazio per i
nuovi utenti conti.


In altri di continuare a usare i nostri servizi si è bisogno di aggiornare e
ri-confermare i vostri dati account e-mail come richiesto qui di
seguito:

Indirizzo e-mail

password

Data di nascita:

In caso contrario, questo sarà immediatamente rendere il tuo account
disattivati dal nostro database ed il servizio non sarà interrotto
messaggi importanti può anche essere persa a causa della tua calo di ri-ci
ha confermato i dettagli del conto. E ‘anche pertinenti, si capisce che la
nostra preoccupazione principale è la sicurezza per i nostri clienti, e per
la sicurezza dei propri file e dati.


NOTA: Per ragioni di sicurezza, chiudere il browser quando hai finito di
utilizzare servizi che richiedono l’autenticazione!

Grazie per la vostra comprensione.

Supporto tecnico / Team TSR manutenzione.

L’italiano particolarmente sgrammaticato del secondo tentativo probabilmente
ne avrà limitato l’efficacia, ma conviene cogliere l’occasione di questo
attacco per ricordare un principio fondamentale della sicurezza informatica:
non bisogna mai dare a nessuno la propria password, men che meno via mail. In
caso di dubbio, è saggio telefonare al proprio gestore e chiedere conferme
prima di fare qualunque cosa.

Disinformatico radio, podcast del 2011/11/18

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico radiofonico. Ecco i temi e i
rispettivi articoli di supporto: le
nuove opzioni di ricerca di Google, i
primi 40 anni del microprocessore, l’invasione d’immagini scioccanti in Facebook, la
bufala del PIN dei bancomat rovesciato che chiama la polizia
e l’appello che paventa censura di tutta Internet da parte degli USA.

—

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

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Nuove funzioni di ricerca di Google in arrivo

Google sta cambiando le proprie opzioni di ricerca: avrete già notato che
corregge automaticamente gli errori di ortografia (per cui se cercate
"microporcessore" Google propone risultati di ricerca per
“microprocessore”) e trova anche varianti della parola digitata (per
esempio “immagine” o “immagini”). Fino a poco tempo fa c’era
anche l’operatore “+”, che serviva per chiedere a Google di restituire solo
risultati esattamente corrispondenti a quello che l’utente aveva digitato.

Ma adesso non c’è più, forse anche per evitare confusioni con il nome del
social network Google+ (Google dice invece che l’operatore “+” veniva usato da
pochissimi utenti e spesso in modo scorretto). Allora come si fa a imporre a
Google di non correggere automaticamente e non proporre varianti, come capita
a volte quando si effettuano ricerche su temi di nicchia? Oltretutto c’è un
fatto poco conosciuto: Google personalizza le ricerche in base alle ricerche
precedenti dell’utente, per cui i risultati possono cambiare da persona a
persona.

Google ha suggerito l’uso delle virgolette, ma la proposta non è stata accolta
da molti utenti, per cui è stato introdotto da poco uno
strumento
apposito, per ora disponibile soltanto nella versione inglese (su Google.com).

Per usare la ricerca senza le correzioni automatiche e gli altri effetti di
Google, per esempio per trovare le pagine nelle quali compaiono ortografie
sbagliate ma diffuse, come “coniglio d’amministrazione”, si va su
Google.com (cliccando su “Google.com in English" in basso a
destra), si digita l’argomento e si clicca nella colonna di sinistra su
"More search tools" ("Più strumenti") e
si sceglie "Verbatim". La nuova funzione verrà resa
disponibile anche nelle altre versioni linguistiche di Google nelle prossime
settimane.

Microprocessore, i suoi primi quarant’anni

Il 15 novembre scorso il microprocessore, il componente indispensabile di ogni
computer, telefonino, console per videogiochi e di molti altri dispositivi
elettronici fondamentali per la nostra esistenza quotidiana, ha compiuto
quarant’anni. In quella data, nel 1971, comparve infatti sulla rivista
Electronic News l’annuncio della commercializzazione di un nuovo tipo
di circuito integrato, capace di svolgere su un singolo chip varie operazioni
eseguendo le istruzioni che gli venivano inviate di volta in volta.

L’idea che ha trasformato il mondo si chiamava 4004 ed era stata sviluppata
per la Intel dall’italiano Federico Faggin, da Ted Hoff e da Stanley Mazor
insieme alla società giapponese Busicom. Il 4004 lavorava a 740 kilohertz,
aveva circa 2300 transistor ed era realizzato con un procedimento che creava
elementi da 10 micron (10.000 nanometri). Per dare un termine di paragone, un
processore moderno lavora a 3,5 gigahertz, ospita circa 2,3 miliardi di transistor e ha elementi
da 32 nanometri. Un nanometro equivale grosso modo a dieci atomi.

Dal 4004 il team di Faggin sviluppo l’8008 (nel 1972) e poi l’8080 (1974),
l’8086 e l’8088, che fu scelto da IBM per il suo primo PC nel 1981. Non pago
di averci regalato uno dei mattoni fondamentali dell’informatica, Faggin fondò
nel 1986 la Synaptics, l’azienda che ha fatto conoscere al mondo un altro
componente diffusissimo: il touchpad.

Fonti:
Zeus News
,
The Register
.

Facebook invaso da immagini shock per 24 ore

All’inizio della settimana, per circa ventiquattro ore, moltissimi utenti di
Facebook hanno trovato nei propri feed del social network una pioggia di
immagini scioccanti, dalla pornografia agli abusi su animali. Non è mancata
una foto ritoccata di Justin Bieber che lo faceva sembrare alle prese con
un’attività piuttosto personale.

Inizialmente alcuni avevano
sospettato
che l’attacco provenisse dal gruppo Anonymous, ma poi Facebook ha spiegato la
natura dell’intrusione e ha dichiarato di conoscere l’identità degli
attaccanti,
scagionando
Anonymous.

L’attacco si basava sull’inganno e su una vulnerabilità in un browser (non
precisato): gli utenti venivano convinti, presumibilmente con esche
psicologicamente accattivanti, a immettere del Javascript nella barra
dell’indirizzo del browser. Questo Javascript, a loro insaputa, diffondeva via
Facebook le immagini-shock usando una tecnica classica, chiamata
XSS (cross-site scripting). Le vittime non vedevano nulla di anomalo,
ma i loro amici si vedevano comparire, attraverso la bacheca, ogni sorta di
contenuti non adatti ai palati fini.

I tecnici di Facebook hanno introdotto automatismi per bloccare l’attacco al
social network, ma resta aperta la vulnerabilità degli utenti: molti, infatti,
non sanno che non bisogna copiaincollare disinvoltamente nella barra
dell’indirizzo del proprio browser istruzioni misteriose.

Fonte aggiuntiva:
Sophos
.

Gli USA vogliono “censurare tutta Internet”, allarme in Rete

Moltissimi siti Web
e innumerevoli commenti su Facebook stanno diffondendo un allarme secondo il
quale
“in queste ore il Congresso americano sta discutendo una legge che gli
conferirebbe il potere di

censurare internet in tutto il mondo”. Una volta tanto l’appello
diffuso dal passaparola ha un fondo importante di verità, anche se prima di
aderire alle petizioni è meglio fare un po’ d’attenzione.

In questi giorni il governo degli Stati Uniti sta effettivamente discutendo
non una ma due leggi che potrebbero avere effetti molto importanti su Internet
in tutto il mondo. Una è il
SOPA (Stop Online Piracy Act), l’altra è il
Protect IP Act.
Entrambi i provvedimenti hanno lo scopo di contenere la pirateria audiovisiva
e la vendita di prodotti farmaceutici contraffatti, ma se venissero approvati
nella loro forma attuale darebbero alle autorità statunitensi il potere di
ordinare ai fornitori di servizi Internet nazionali di far scomparire dai
motori di ricerca e rendere inaccessibile qualunque sito ritenuto colpevole di
ospitare contenuti che violano il diritto d’autore.

Per ragioni tecniche, questi effetti si estenderebbero anche al di fuori degli
Stati Uniti, per esempio sui tanti che usano OpenDNS (un servizio DNS
statunitense molto popolare), e potrebbero influire sull’accessibilità di
qualunque sito .net, .com o .org, la cui registrazione è gestita da società
statunitensi, che quindi si potrebbero trovare obbligate a prenderne il
controllo se un titolare di diritti d’autore facesse una semplice segnalazione
di presunta violazione.

Contro queste proposte sono scesi in campo i più grandi nomi di Internet. Eric
Schmidt, presidente di Google, le ha definite “draconiane” e ha
ribadito
che queste leggi
“richiederebbero di rimuovere degli URL dal web, cosa che si chiama anche
‘censura’”
. Google stessa, insieme ad AOL, eBay, Facebook, LinkedIn, Mozilla, Twitter,
Yahoo! e Zynga hanno firmato una
lettera aperta; anche l’Unione Europea ha pubblicato una risoluzione che sottolinea
“la necessità di proteggere l’integrità della rete Internet globale e la
libertà di comunicazione evitando misure unilaterali per annullare indirizzi
IP o nomi di dominio”
.

Il rischio di censura paventato dall’appello, insomma, è credibile e concreto.
Ma questo non significa che sia utile o prudente aderire alle raccolte di
“firme” o alle petizioni che circolano attualmente su Internet in proposito:
una “firma” raccolta in questo modo non ha alcun valore legale e c’è il
rischio che i dati personali vengano utilizzati in modi illeciti.

Fonti aggiuntive:
Techdirt
,
Electronic Frontier Foundation
,
Punto Informatico
,
ZDNet
,
InformationWeek
,
The Register
,
Michael Geist
,
Google Public Policy Blog
.

Disinformatico radio, podcast del 2011/11/11

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico radiofonico, dedicata alla
risoluzione di una truffa da 14 milioni di dollari che ha colpito 4 milioni
di utenti
, alla
falla di sicurezza nei controlli dell’App Store
che permetteva di installare tramite le app codice non verificato, all’aggiornamento di iOS5
che risolve la falla e dovrebbe rimediare al consumo anomalo della batteria,
alla
bufala della numerologia intorno alla data dell’11/11/11
e alle
istruzioni del MELANI su come sbloccare un computer colpito dal falso
avviso del Dipartimento di Giustizia svizzero
.

—

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

—

Bloccata una truffa online da 14 milioni di dollari, 4 milioni di vittime

Nell’ambito di un’operazione denominata Ghost Click, le autorità statunitensi
hanno formalmente
incriminato
sei persone provenienti dall’Estonia e una russa con l’accusa di aver gestito
una truffa via Internet che avrebbe fruttato oltre 14 milioni di dollari e
coinvolto più di quattro milioni di utenti. La truffa è stata smantellata, ma
i suoi effetti (computer infettati) continuano a farsi sentire ed è importante
sapere se si è fra le sue vittime.

Nel 2007 i criminali (sei dei quali sono stati arrestati) avevano costituito
una complicata rete di società di comodo, che includevano un’agenzia
pubblicitaria che incassava ogni volta che un utente Internet cliccava sulle
sue pubblicità. Fin qui niente di male, solo che per aumentare gli incassi la
banda ha infettato i computer degli utenti in più di cento paesi con un
programma ostile, denominato DNSChanger, che alterava le impostazioni del
computer (specificamente il DNS) Windows e Mac in modo da obbligarli a
visitare i siti che ospitavano le pubblicità dell’agenzia di comodo.

Quando un utente infettato cliccava su un link in una pagina di risultati di
ricerca, non veniva portato al sito corrispondente al link, ma a un altro sito
la cui visualizzazione faceva guadagnare i truffatori grazie agli accordi
pubblicitari. Chi cercava il negozio online iTunes di Apple, per esempio, e
cliccava sul link autentico del sito di Apple, veniva portato invece a
http://www.idownload-store-music.com; lo stesso trucchetto veniva applicato
a circa 15.000 nomi di dominio. L’infezione bloccava anche lo scaricamento
degli aggiornamenti del sistema operativo e degli antivirus e proponeva agli
utenti dei falsi antivirus.

Tutta la truffa si basava sull’uso di un server DNS alterato, che ora è stato
sostituito dalle autorità con un server regolare. Il problema è che chi si è
fatto infettare dal programma ostile (che era distribuito sotto forma di finto
programma per vedere video pornografici), e ha oltretutto diffuso l’infezione
agli altri computer della propria rete locale, continua a essere infetto senza
saperlo.

Per questo motivo l’FBI ha predisposto un
test
che aiuta gli utenti a capire se sono stati colpiti da questa truffa: in
sostanza, bisogna guardare nelle impostazioni del proprio computer e vedere se
il valore del server DNS è uno dei seguenti:

  • da 85.255.112.0 a 85.255.127.255

  • da 67.210.0.0 a 67.210.15.255

  • da 93.188.160.0 a 93.188.167.255

  • da 77.67.83.0 a 77.67.83.255

  • da 213.109.64.0 a 213.109.79.255

  • da 64.28.176.0 a 64.28.191.255

Se lo è, il computer è infetto e occorre reimpostare il server DNS e procedere
alla disinfezione, preferibilmente con l’aiuto di un esperto.

Fonti:
Trend Micro
,
Gizmodo
,
The Register
,
Ars Technica
,
Sophos.com
.

Falla nella sicurezza dell’App Store scoperta e subito turata

Il ricercatore di sicurezza Charlie Miller ha scoperto una falla nel sistema
di verifica della sicurezza delle applicazioni in vendita nell’App Store di
Apple. È venuto a mancare, insomma, uno dei punti di forza del sistema chiuso
di Apple, che voleva garantire la sicurezza degli utenti dei suoi dispositivi
controllando e approvando ogni singola applicazione distribuita tramite l’App
Store. Una politica che secondo alcuni critici si prestava ad abusi e scelte
arbitrarie e contrarie alla libera concorrenza, ma tollerata da molti proprio
in nome della sicurezza.

La falla trovata da Miller derivava dal fatto che per rendere più veloce il
browser dell’iPhone, dell’iPad e degli iPod touch, a partire dalla versione
4.3 di iOS Apple aveva permesso al Javascript scaricato da Internet di agire a
livello molto più profondo nella memoria dell’apparecchio rispetto alle
versione precedenti. In sostanza era diventato possibile eseguire sul telefono
codice non approvato da Apple.

Sfruttando questa falla, Miller era riuscito a creare e farsi approvare da
Apple un’app dall’aria del tutto innocente che però in realtà comunicava con
un server del ricercatore, dal quale poteva eseguire qualunque comando.

Quando Miller ha annunciato pubblicamente la falla e presentato un
video in cui mostrava come prendeva
il controllo di un iPhone, dopo aver dato ad Apple tre settimane di preavviso,
l’azienda della mela morsicata gli ha tolto le credenziali di sviluppatore e
ha rimosso la sua applicazione dall’App Store e quarantotto ore dopo
l’annuncio pubblico ha iniziato la distribuzione di un
aggiornamento che ripara la
vulnerabilità segnalata da Charlie Miller. La reazione di fronte alla
rivelazione pubblica è stata insomma molto rapida, ma il mito
dell’invulnerabilità dell’App Store si è un po’ incrinato.

Fonti:
Intego
,
Ars Technica
,
Sophos
.

iOS 5, aggiornamento salvabatteria ma non solo

Sette giorni fa il Disinformatico aveva
segnalato
il problema della durata ridotta della batteria dell’iPhone dopo
l’aggiornamento alla versione 5 di iOS: per risolverlo, Apple sta già
distribuendo un ulteriore aggiornamento di iOS, che lo porta alla versione
5.0.1 e inoltre aggiunge i gesti multitasking all’iPad originale, risolve
alcuni problemi con i documenti di iCloud, migliora il riconoscimento della
voce degli utenti australiani e chiude la falla di sicurezza dell’App Store
divulgata dal ricercatore Charlie Miller insieme ad altre vulnerabilità. Non
tutti gli utenti, però,
affermano
di aver notato miglioramenti nell’autonomia della batteria.

Forse la più bizzarra di queste falle ora corrette riguarda l’iPad 2, la cui
password di protezione poteva essere scavalcata parzialmente usando una
custodia: infatti si poteva prendere un iPad bloccato e protetto da password,
attivarlo, premere il pulsante d’accensione fino a far comparire l’invito a
sfiorare per spegnerlo, chiudere la custodia (o usare una calamita), aprire la
custodia e premere il tasto di cancellazione per vedere cosa stava facendo
l’utente. Funzione utile, per esempio, per sbirciare una mail lasciata sullo
schermo.

L’aggiornamento è disponibile tramite iTunes, come consueto, ma è anche
scaricabile direttamente con il telefonino andando nelle impostazioni e
scegliendo l’opzione di aggiornamento software. In quest’ultimo caso si tratta
di circa 45 megabyte, per cui probabilmente conviene attendere di essere
connessi via Wifi invece di usare la connessione cellulare. La versione
scaricabile tramite iTunes è parecchio più pesante (circa 700 megabyte). Come
consueto, prima di aggiornare l’iDispositivo conviene assicurarsi di avere una
copia di scorta dei dati che contiene.

Fonti:
Gizmodo
,
Ars Technica
,
Intego
,
iPadInsight
,
Engadget
.

11/11/11, la bufala della numerologia corre in Rete

Internet trabocca di siti di persone che annunciano "rinnovamenti
spirituali" o
catastrofi
per l’11 novembre 2011. C’è chi, come
2012rising.com, è
riuscito a mettere in relazione gli attentati dell’11 settembre (avvenuti l’11
del mese e 11 anni prima del 2012, per non parlare del fatto che le Torri
Gemelle disegnavano un enorme 11), il ciclo magnetico del Sole, Nikola Tesla,
il solstizio d’inverno del 2012 (annunciato per le 11 e 11 minuti, ma solo per
uno specifico
fuso orario) e le piramidi Maya (1111 moltiplicato per 1111 dà 1234321, ossia una
"piramide" di valori a gradoni). Spettacolare.

Ma l’universo non gira guardando il calendario completamente arbitrario
dell’uomo, per cui oggi non c’è motivo di attendersi né catastrofi né
rinnovamenti spirituali. Oltretutto non tutta l’umanità segue il calendario
cristiano gregoriano, l’unico nel quale oggi la data ha questo aspetto visivo
particolare. Per tutti gli altri no: per esempio, secondo il calendario
giuliano oggi è il 29 ottobre 2011; per quello ebraico è il 14 Heshvan 5772;
per quello islamico è il 14 Dhu al-Hijja 1432; per quello persiano è il 20
Aban 1390; per quello civile indiano è il 20 Kartika 1933. In Giappone oggi è
il 23/11/11, perché nei
documenti ufficiali si usa la cosiddetta “era giapponese”. Per tutte le
culture che usano questi calendari, insomma, oggi è un giorno come un altro.

Anche i Maya, spesso additati erroneamente come profeti di catastrofi, oggi
non hanno in agenda nessun allineamento numerico particolare: per il loro
calendario del Lungo Computo oggi è il 12.19.18.15.14, mentre per quello Haab
è il 2 Ceh e per quello Tzolkin è l’1 Ix. Poi ci sono tutti i calendari
tecnici, come quello ISO (per il quale oggi è il 315/2011, quello UNIX, quello
di Excel o quello di Mac OS. Presso
Fourmilab.ch
trovate una vasta collezione di calendari: se vi piacciono gli allineamenti
numerici, ne potete trovare uno per qualunque giorno dell’anno.

Infatti il fenomeno nasce nella nostra mente: è il nostro cervello che per
natura tende a notare maggiormente gli schemi ripetitivi e tenta di dare loro
un significato. Così ci sembrano insolite una targa d’automobile con i numeri
che si ripetono, una cifra tonda in un totale o una data in cui le cifre
seguono uno schema. Siamo così innamorati dell’ordine e degli schemi che se
non ci sono li inventiamo inconsciamente. È un fenomeno noto come
apofenia e non è certo
nuovo: anche il
New York Times
dell’11 novembre 1911 pubblicava già un
articolo sulla
particolarità di questa data.

La coincidenza dell’11/11/11, insomma, non è né propizia né sfavorevole, ma è
una buona occasione per imparare una parola nuova con la quale fare bella
figura, per conoscere meglio i processi della nostra mente e per conoscere
meglio i calendari e le differenze delle altre culture.

Computer bloccato dal “Dipartimento di Giustizia”? Truffa, ecco come
sbloccarlo

La Centrale d’analisi e prevenzione per la sicurezza dell’informazione MELANI
ha pubblicato un
avviso
a proposito di un attacco informatico che sta colpendo gli utenti svizzeri.
L’attacco si presenta sotto forma di una schermata del computer della vittima
che sembra provenire dal Dipartimento federale di giustizia e polizia e accusa
l’utente di possedere materiale illegale, specificamente pedopornografia, sul
proprio computer. L’attacco blocca inoltre tutte le funzioni del PC (se usa
Windows) e chiede un pagamento di 150 franchi per lo sblocco. Il pagamento va
effettuato entro 24 ore, dice la schermata, altrimenti il disco rigido verrà
formattato e quindi cancellato.

La grafica della schermata usa i simboli dell’amministrazione federale e ha un
aspetto piuttosto convincente che può trarre in inganno, soprattutto facendo
leva sullo spavento dell’utente di trovarsi con il computer bloccato e con una
perentoria dicitura legale sullo schermo, ma si tratta di una truffa simile a
quella che ha colpito
altri paesi.

Non c’è quindi bisogno di pagare nulla: occorre invece usare un antivirus
avviato usando un cosiddetto Live CD, ossia un CD capace di avviare il
computer e un antivirus senza appoggiarsi a Windows. I Live CD si possono
scaricare (usando un altro computer) dai siti dei principali produttori di
antivirus.

MELANI ha inoltre pubblicato una
miniguida
che spiega come sbloccare manualmente un computer bloccato da questo attacco
truffaldino: in sintesi, bisogna riavviare il computer in modalità provvisoria
con prompt dei comandi, usando il tasto F8, modificare una chiave del Registro
di Windows e riavviare. Fatto questo, è consigliabile comunque salvare i
propri dati e poi reinstallare il sistema operativo.

Disinformatico radio, podcast del 2011/11/04

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico radiofonico. Ecco i temi e i
rispettivi articoli di supporto:

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Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

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Take This Lollipop, videolezione di privacy per Facebook

Se conoscete qualcuno che fa lo spavaldo su Facebook, installa qualunque
applicazione di gioco e pensa di non avere problemi di privacy nei social
network, per cui accetta amicizia da chiunque e pubblica tutti i propri dati
personali, proponetegli una bella dimostrazione educativa realizzata da Jason
Zada, regista televisivo e digitale. Si chiama Take This Lollipop,
ossia "prendi questo lecca-lecca", e si trova presso
Takethislollipop.com.

Inizialmente compare sullo schermo, appunto, un lecca-lecca azzurro,
all’interno del quale però si intravede in trasparenza una lametta da barba.
L’invito è una sfida a prendere questo lecca-lecca cliccandovi sopra mentre si
è collegati a Facebook.

Compare una finestra di richiesta di permessi, che di solito non viene letta.
Un clic per accettare tutto, e Take This Lollipop inizia mostrando un video:
un corridoio buio in fondo al quale un uomo dall’aria non troppo affidabile
sta usando un computer. A un certo punto viene inquadrato lo schermo del
computer del maniaco e l’utente si accorge che lo schermo mostra il contenuto
della sua stessa pagina Facebook.

Il maniaco la visita in lungo e in largo e dopo una breve indecisione sceglie
di scoprire l’indirizzo dell’utente e sale in auto per andare a trovarlo di
persona, con conseguenze facilmente immaginabili. Sul cruscotto della sua auto
c’è una stampa con la foto del profilo Facebook dell’utente. Il video termina
mostrando un conto alla rovescia e il nome di un altro utente Facebook insieme
all’avviso: è lui il prossimo bersaglio.

È una messinscena, interpretata dall’attore Bill Oberst Jr., e nessun dato
personale viene effettivamente rubato o conservato (almeno secondo le
dichiarazioni del sito), ma l’impatto emotivo è garantito per chi non conosce
le tecniche usate per incorporare al volo nel video le immagini del proprio
profilo Facebook. Buon divertimento, e buona lezione. Ricordate, al termine
dell’esperimento, di rimuovere Take This Lollipop dal vostro elenco di
applicazioni autorizzate. Non si sa mai.

Fonti aggiuntive:
Brandchannel.com.

Gli errori e orrori dei videogiochi

È passato da poco Halloween, ma se non siete ancora sazi di storie di paura ve
ne posso proporre qualcuna a sfondo informatico. Ogni tanto nei videogiochi
più sofisticati ci sono degli errori di animazione che producono effetti
davvero da incubo, grazie alla grafica iperrealistica di oggi. Per esempio, in
Call of Duty ogni tanto i soldati morti che giacciono per terra
continuano a mormorare cose comprensibili soltanto agli zombi. E che dire del
cadavere la cui testa e i cui arti roteano come se stesse facendo un’orrenda
breakdance in
Call of Duty 3? Attenzione, il video non è adatto agli animi sensibili

Anche The Sims 3 non scherza in quanto a creature involontariamente
mostruose: alcuni bambini sembrano ragni ingarbugliati, con arti stirati oltre
l’inverosimile (video), dita come quelle di Edward Mani di Forbice, una testa attaccata alle
ginocchia e altre piacevolezze. Per non parlare dei neonati in fasce la cui
testa sembra quella di un tricheco attaccata a un collo da giraffa.

Farà perdere il sonno il Rocky dell’omonimo gioco per PlayStation, dove il
personaggio che dovrebbe somigliare a Sylvester Stallone strabuzza gli occhi
come Igor in Frankenstein Junior, oppure i pugili ogni tanto
sprofondano nel pavimento senza motivo. Poi, come segnala
Cracked.com, in Fallout 3 ci sono teste fluttuanti a mezz’aria o frattaglie più
o meno disordinate che però parlano del più e del meno come se niente fosse
(video).

Meno impressionante e decisamente più divertente è il coyote che imbraccia un
fucile mentre fluttua a mezz’aria nella versione iniziale di
Red Dead Redemption (video) e parla con accento messicano, presumibilmente a causa di un’errata
sostituzione del codice di un personaggio umano con quello di un animale. A
volte la sostituzione è incompleta, per cui c’è la donna con la testa di
cavallo (video) che però è cavalcabile come un equino: il cowboy le sale sulle spalle e lei
trotta per la prateria come un perfetto destriero. Gli errori sono stati poi
corretti con una patch, ma chi li ha visti a sorpresa non li cancellerà
facilmente dai propri incubi.

iPhone, iOS 5 consuma un po’ troppo la batteria

Se avete un iPhone o iPad e l’avete aggiornato alla versione 5 di iOS, non
sorprendetevi se avete notato una spiccata riduzione della durata della carica
della batteria: è un problema che Apple ha
ammesso e che
l’azienda
conta
di sistemare entro qualche settimana.

Alcune migliaia di utenti (che per Apple sono
"un piccolo numero", considerato che
afferma
di aver venduto oltre quattro milioni di telefonini 4S nei primi tre giorni di
disponibilità del nuovo modello)
lamentano sui forum di Apple
una durata eccessivamente ridotta della batteria dei dispositivi Apple che
usano iOS 5, contrariamente alle
promesse
di autonomia significativamente maggiore fatte dal nuovo capo dell’azienda,
Tim Cook.

Apple ha
consegnato
due giorni fa agli sviluppatori un aggiornamento di test che risolve il
problema del consumo eccessivo di batteria e corregge altri problemi, come le
difficoltà di Siri, l’assistente vocale, di capire gli utenti australiani.

In attesa che l’aggiornamento venga distribuito agli utenti, ci sono vari
espedienti per ridurre i consumi: spegnere Ping, l’e-mail push e Siri (o
almeno disattivarne lo standby); disattivare l’aggiornamento automatico del
fuso orario e i servizi di localizzazione, che sembrano essere i principali
colpevoli del consumo energetico inatteso; e naturalmente regolare manualmente
la luminosità dello schermo, che assorbe molta energia.

Fonti aggiuntive:
Business Insider
,
CNet
,
Techcrunch
.

DuQu, la guerra informatica continua; rischi per Windows

La vicenda del virus DuQu, già
segnalato
due settimane fa come probabile arma informatica di origine militare, diventa
ancora più intrigante. Si tratta di un programma ostile concepito per colpire
un numero ristretto di organizzazioni in un numero altrettanto ristretto di
paesi, per cui non è immediatamente pericoloso per la maggior parte degli
utenti, ma la sua esistenza pone un problema a lungo termine che sta facendo
correre ai ripari Microsoft.

In almeno un caso, infatti, DuQu ha infettato il bersaglio usando la tecnica
classica dell’allegato a una mail (un file in formato Microsoft Word): niente
di nuovo, ma l’infezione ha avuto successo perché DuQu ha sfruttato una
vulnerabilità sconosciuta del kernel di Windows XP, Windows Vista e Windows 7,
ossia del nucleo fondamentale del sistema operativo di Microsoft: un
difetto nella gestione dei font TrueType. Basta insomma inviare a un utente un file contenente un font appositamente
confezionato per poter
"installare programmi; visualizzare, modificare o cancellare dati;
oppure creare nuovi account con permessi pieni"
.

Questo genere di attacco ha successo e scavalca le normali difese contro i
virus perché avviene prima che gli autori del software colpito abbiano tempo
di distribuire un aggiornamento di correzione della falla (per questo si
chiama "zero day attack" o
"attacco del giorno zero").

Una vulnerabilità ignota nel kernel di Windows è un grimaldello raro, molto
potente e prezioso: il suo uso (e sacrificio, perché ora il fattore sorpresa è
perso per sempre) indica che i creatori o gestori di DuQu fanno molto sul
serio. La posta in gioco dev’essere parecchio alta, anche perché la
CrySyS Lab (la società di sicurezza
ungherese che ha scoperto questo virus) si è rifiutata di divulgare agli
esperti il file Word infetto che veicola DuQu, perché questo violerebbe la
riservatezza professionale identificando troppo chiaramente il bersaglio
dell’attacco.

Ma se l’attacco è così mirato, qual è il problema per noi utenti comuni? Per
ora il pericolo è in effetti sostanzialmente nullo, ma quando Microsoft
distribuirà la correzione alla quale
sta già lavorando
sarà facile per i criminali informatici comuni analizzare la falla e
sfruttarla.
“A quel punto qualunque computer Windows non aggiornato sarà più
vulnerabile a quello che potrebbe dimostrarsi un exploit molto
serio"
, scrive F-Secure. Conviene quindi tenere d’occhio sia gli sviluppi di questa
spy-story, sia gli aggiornamenti di Windows e degli antivirus.

Aggiornamento (20:00) – Microsoft ha rilasciato una
correzione temporanea e
la società di sicurezza BitDefender ha pubblicato un primo
strumento di rimozione per DuQu.

Fonti:
RedmondMag
,
Symantec
,
F-Secure
.

Google fa le capriole, basta digitare "do a barrel roll"

Presto! Andate alla pagina iniziale di Google e digitate queste parole (senza
virgolette): “do a barrel roll". Oppure
cliccate qui
per farlo automaticamente. Se usate il browser giusto (Chrome, Safari,
Firefox, ma non Internet Explorer e Opera, secondo i primi test) sul sistema
operativo giusto (iOS, OS X, Linux, Windows 7) vedrete una sorpresa: l’intera
pagina di Google ruota su se stessa (video).

Divertitevi a mostrare questa chicca,
annunciata
ieri, e poi sfoggiate la vostra cultura informatica. È una trovata introdotta
da Google per celebrare una frase diventata famosa grazie a un videogioco,
Star Fox 64 per Nintendo 64, datato 1997. Come racconta
Know Your Meme, in
questo gioco si poteva effettuare un avvitamento con il proprio velivolo
premendo due volte il tasto Z o R e uno dei personaggi, Peppy Hare, ordinava
al giocatore di effettuare questa manovra in un momento importante del gioco
per difendersi dal fuoco nemico. La frase è diventata comune fra gli
internauti come commento a qualunque immagine nella quale si vede qualcuno o
qualcosa che sta per capovolgersi.

L’effetto-avvitamento in Google funziona anche cercando
"z or r twice", ossia l’istruzione a tastiera che produce
l’avvitamento nel gioco. Ma Google è ricco di chicche come questa: digitare
“tilt" fa inclinare la pagina, per esempio. Se invece scrivete
"google gravity" e scegliete
"Mi sento fortunato"

verrete portati a un sito che sembra Google (e funziona come Google) ma
"cade" in mille pezzi sullo schermo. A seconda del browser,
digitando "ascii art" (il termine che si usa per indicare i
disegni realizzati usando i caratteri) il logo di Google cambierà aspetto.

Di solito queste sorprese vengono inserite per scherzo o come tributi, ma nel
caso dell’avvitamento l‘intento di Google
è anche di mostrare la potenza del
CSS3, uno standard per la descrizione
dell’aspetto delle pagine Web che è supportato dai browser moderni.