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Apple rimborserà 32 milioni di dollari per gli acquisti in-app ingannevoli

Apple rimborserà 32 milioni di dollari per gli acquisti in-app ingannevoli

La Federal Trade Commission, ente statunitense di vigilanza sul commercio, ha accolto le lamentele degli utenti e ha contestato dettagliatamente le pratiche di Apple nel settore degli acquisti in-app, ossia dei pagamenti effettuati all’interno delle singole applicazioni (per esempio per acquisire gemme in Clash of Clans o altri giochi molto popolari). Apple ha così raggiunto un accordo in base al quale liquiderà la contestazione rimborsando ai consumatori americani circa 32 milioni di dollari.

Secondo la FTC, il sistema di controllo parentale proposto da Apple non era sufficientemente chiaro: un adulto poteva autorizzare tramite password un acquisto in-app da parte del figlio, con addebito sulla carta di credito del genitore, senza rendersi conto che per i successivi quindici minuti qualunque altro acquisto era autorizzato automaticamente, dando quindi al minore la possibilità di spendere somme ingenti (ci sono casi di migliaia di franchi): in molti giochi in sé gratuiti ci sono accessori o livelli che possono costare fino a 99 dollari, franchi o euro. In pratica, il genitore vedeva una schermata nella quale gli veniva chiesta la password, senza specificare per cosa e con quali conseguenze, come mostrato nell’immagine qui sopra.

Certo, in un mondo perfetto un genitore non dovrebbe digitare la propria password senza sapere perché e dovrebbe leggere attentamente il manuale prima di mettere in mano ai figli oggetti così complessi che contengono l’autorizzazione a effettuare addebiti sulla carta di credito, ma il mondo non è perfetto.

Dato che Apple incassa il 30% di ogni acquisto in-app e che tutte le app sui dispositivi iOS (iPhone, iPad, iPod touch) sono gestite in esclusiva da Apple, secondo la FTC era sua responsabilità fornire un’indicazione chiara dei costi. In sintesi, non è permesso addebitare ai consumatori acquisti che non hanno autorizzato, scrive la FTC.

Se siete genitori e volete evitare la trappola degli acquisti in-app, potete andare nelle Impostazioni, scegliere Generali, Restrizioni e disattivare la voce Acquisti in-app. Questo impedirà completamente gli acquisti all’interno delle applicazioni.

Schermata da iPad su iOS7

In alternativa, potete andare sempre in Impostazioni – Generali – Restrizioni e poi scegliere Richiedi password e selezionare Subito invece del valore predefinito, che è 15 minuti, obbligando quindi a digitare la password per ogni richiesta di acquisto.

Schermata da iPad su iOS7

Trentadue milioni di dollari possono sembrare un salasso esemplare, ma in realtà equivalgono a circa un giorno di incassi dell’App Store, secondo i calcoli di The Register.

Togliere la geolocalizzazione da una foto su Instagram

Togliere la geolocalizzazione da una foto su Instagram

Supponiamo che abbiate scattato e pubblicato una foto usando l’app di Instagram e vi siate pentiti di aver incluso i dati di geolocalizzazione (perché le foto pubblicate su Instagram sono geolocalizzate per impostazione predefinita): vorreste lasciare online la foto, ma vorreste eliminare l’indicazione precisa di dove l’avete scattata. Ecco come procedere nella app di Instagram.

Andate alla galleria delle vostre foto e toccate l’icona della geolocalizzazione (quella indicata dalla freccia):

Compare una mappa del mondo: toccate il pulsante in basso a sinistra (quello con la griglia, indicato qui sotto dalla freccia).

Questo fa comparire la galleria delle foto geolocalizzate: toccate il pulsante in alto a destra (quello con i tre puntini allineati verticalmente) e toccate la parola Modifica che compare.

Accanto a ciascuna foto viene mostrato un pallino verde.

Toccate la (o le) foto che volete de-geolocalizzare: quelle senza pallino verde (per esempio, la prima in alto nell’immagine qui sotto) perderanno i dati geografici.

Toccate Fine e poi Conferma.

La foto scompare dalle mappe, ma è ancora disponibile su Instagram: semplicemente non è più geolocalizzata.

Com’è complicato il tempo! Meno male che c’è l’open source

Com’è complicato il tempo! Meno male che c’è l’open source

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il cambio d’anno festeggiato pochi giorni fa ci regala, come consueto, una serie di cambiamenti: buttar via i calendari obsoleti, abituarsi a scrivere l’anno con un 4 finale al posto del 3, e così via.

Niente di speciale, tutto sommato, perché il tempo è lineare e procede con scadenze ben familiari: secondi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi, anni. Un sistema dal quale dipendiamo sempre di più, non solo per la puntualità ma anche per la validità per esempio delle transazioni bancarie o delle operazioni di borsa.

Ma in realtà il sistema è semplice soltanto in superficie: come racconta molto bene questo video di Computerphile (in inglese), un errore anche di un solo secondo può causare problemi a catena, e chiunque si trovi a dover insegnare a un computer come gestire correttamente i calcoli del tempo, o a dover prendere un appuntamento telefonico con un interlocutore dall’altra parte del mondo, si trova presto in un pantano di regole e di eccezioni.

Prima di tutto bisogna tenere conto, ovviamente, dei fusi orari: ma non basta aumentare o scalare di un’ora tonda, perché ci sono paesi come l’Australia, la cui zona centrale è nove ore e mezza avanti rispetto all’ora standard di Greenwich, o il Nepal, che è avanti di cinque ore e tre quarti. Serve una tabella con tutti i fusi orari e le relative eccezioni.

Poi c’è l’ora legale, che entra in vigore in giorni differenti in base alle nazioni: serve una tabella che elenchi tutte le date nelle quali ciascun paese del mondo passa dall’ora legale a quella solare e viceversa. E ci sono i paesi dell’emisfero sud, che in autunno portano le lancette indietro anziché avanti, e lo fanno, ovviamente, in date differenti. Bisogna tenere conto anche di questo.

Ma ci sono anche casi come Samoa, che si trova nel Pacifico, sulla linea di cambiamento di data: nel dicembre 2011 ha scelto di perdere un intero giorno di calendario, passando dal 29 direttamente al 31. Anche questo va incluso nei calcoli. Per fortuna esiste già un file che elenca i cambi di fuso orario passati e futuri, che vengono annunciati con un certo anticipo. Tranne nel caso della Libia, che l’anno scorso, con pochissimo preavviso, ha annullato l’ora legale, col risultato che è stato impossibile creare e distribuire gli aggiornamenti di tutti i software e che ogni computer libico, con qualunque sistema operativo, si è trovato a indicare l’ora sbagliata.

C’è di peggio. In Cisgiordania, a fine settembre scorso la popolazione israeliana si è trovata a usare un’ora diversa da quella palestinese, perché l’Autorità Palestinese aveva deciso di tornare all’ora solare, mentre i residenti israeliani avevano deciso di restare sincronizzati con il cambio dell’ora legale in Israele a fine ottobre. Nello stesso posto, insomma, c’erano due orari differenti in base all’etnia. E qui il programmatore si mette le mani nei capelli. Se non se li è già strappati prima. Ma non è finita.

Se è già un incubo calcolare che ore sono adesso in un altro luogo del mondo, immaginatevi cosa succede quando si tratta di calcolare date storiche. C’è da tenere conto del passaggio dal calendario giuliano a quello gregoriano, che però non è stato fatto da tutti: ci sono paesi che l’hanno adottato nel 1582, quando si è passati dal 4 ottobre direttamente al 15, e ci sono altri paesi che non l’hanno introdotto neanche adesso. Molti paesi europei passarono al calendario gregoriano in momenti differenti anche di secoli: la Danimarca e la Prussia nel 1700, l’Impero Britannico nel 1752, la Russia nel 1918, la Grecia nel 1923.

Neppure una cosa apparentemente ovvia e incontestabile come l’inizio dell’anno è facile da calcolare. In Inghilterra, dal dodicesimo secolo fino al 1751, l’anno legale iniziava il 25 di marzo, per cui tutte le date storiche di gennaio, febbraio e marzo vanno corrette (l’esecuzione di Carlo I, per esempio, avvenne il 30 gennaio 1648 secondo il calendario dell’epoca, ma oggi i libri di storia correggono e la indicano nel 1649). In altri termini, dopo il 31 dicembre 1712, per esempio, c’era il primo gennaio… 1712. In Scozia, invece, l’anno legale iniziava il primo gennaio già dal 1600, per cui a quei tempi passare dall’Inghilterra alla Scozia in gennaio, febbraio o marzo significava cambiare anno.

Queste possono sembrare stramberie antiche; oggi siamo più pratici e razionali, visto che siamo molto più interconnessi e interdipendenti. Invece no. Gli astronomi hanno introdotto i secondi intercalari, ossia secondi supplementari o mancanti, per tenere conto delle leggere irregolarità della rotazione terrestre, altrimenti il tempo coordinato universale o UTC, usato come riferimento principale in tutte le attività industriali e sociali, si sfaserebbe rispetto alla rotazione del pianeta (tempo solare). Quando c’è un secondo intercalare supplementare, c’è un minuto che ha 61 secondi e quindi gli orologi di precisione devono segnare 23:59:60. Dal 1972, quando è stato introdotto questo sistema, sono stati aggiunti 25 secondi intercalari.

Che differenza potrà mai fare un secondo in più? Tanta, se c’è di mezzo l’informatica. I computer non si aspettano un minuto che duri 61 secondi, e a volte vanno in tilt, come è successo ai sistemi della Oracle nel 2009 e a molti siti Internet che usavano un Linux non aggiornato nel 2012. Google risolve il problema “spalmando” il secondo nell’arco della giornata, in modo da non avere mai un minuto con 61 secondi.

Per fortuna ci sono degli esperti che tengono traccia di tutte queste complicazioni e, cosa più importante, le rendono pubblicamente disponibili sotto forma di tabelle e codice open source, già pronto per l’uso, da prendere e inserire in qualunque programma, e sotto forma di siti come TimeAndDate.com e WorldTimeZone.com.

2013, incassi record per il cinema USA nonostante la pirateria

2013, incassi record per il cinema USA nonostante la pirateria

Torrentfreak ha pubblicato la classifica dei film più piratati del 2013, basata sui rilevamenti del traffico di condivisione di file sui circuiti che usano BitTorrent. In cima a questa classifica c’è il primo film della trilogia de Lo Hobbit (8,4 milioni di scaricamenti) ed è abbastanza priva di sorprese: come era prevedibile, i film più scaricati sono stati quelli più popolari.

La sorpresa, semmai, è che nonostante tutte le lamentele sull’Apocalisse causata dalla pirateria audiovisiva, il 2013 si sta delineando come l’anno migliore in assoluto per gli incassi cinematografici negli Stati Uniti, secondo Box Office Mojo, con quasi 11 miliardi di dollari. Anche tenendo conto dell’inflazione, gli incassi del 2013 sono superiori o pari a quelli dei primi anni 2000.

Una ricerca dell’Università del Minnesota e del Wellesley College, intitolata Reel Piracy: The Effect of Online Film Piracy on International Box Office Sales, indica che mancano prove di distorsioni degli incassi da quando è stato reso disponibile il protocollo BitTorrent e suggerisce che uno dei principali motivatori degli scaricamenti illegali è il ritardo nella disponibilità legale dei film. In altri termini, i film vengono scaricati a scrocco anche perché non c’è un canale legale per farlo: più è lungo il periodo fra l’uscita al cinema di un film e la sua disponibilità su DVD, Blu-ray o sui circuiti legali, più sale la sua pirateria.

Un altro dato interessante è che la pirateria proviene spesso dai meccanismi interni dell’industria del cinema. Django Unchained è stato scaricato illegalmente 500.000 volte in sole ventiquattr’ore perché qualcuno ha messo su Internet una copia destinata ai giudici degli Oscar.

L’iPhone compie sette anni: retroscena della demo che cambiò la telefonia

Sembra incredibile ma sono già passati sette anni da quando Steve Jobs svelò che Apple aveva sviluppato in segreto uno smartphone, con un effetto esplosivo sul design e sulle caratteristiche di tutta la telefonia mobile. Come raccontato da un bell’articolo del New York Times, i retroscena della presentazione dell’iPhone al Macworld Expo del 2007, a San Francisco, rivelano che in realtà al momento dell’annuncio lo smartphone di Apple era tutt’altro che pronto e stabile.

Jobs voleva a tutti i costi fare una demo reale, facendo telefonate, ascoltando musica e navigando su Internet, e mostrando sul megaschermo della sala quello che si vedeva sul touchscreen del prototipo, ma fu un rischio enorme: lo smartphone perdeva le chiamate, crashava o semplicemente si spegneva spontaneamente. Se si inviava una mail e poi si navigava in Rete, tutto bene: ma se queste operazioni venivano fatte in ordine inverso, erano guai. Tutti i componenti erano troppo instabili e nuovi. C’erano soltanto cento prototipi. Jobs provò la presentazione per cinque giorni.

Fu necessario barare: l’indicatore di segnale fu riprogrammato per indicare sempre e comunque cinque tacche, perché in caso di crash e riavvio della sezione radio il pubblico avrebbe visto il calo improvviso di segnale. La sezione WiFi dell’iPhone era così instabile che i tecnici dovettero collegare di nascosto delle prolunghe d’antenna per compensare le variazioni di segnale in sala, e per tenere libera la frequenza WiFi (in modo che nessuno del pubblico potesse involontariamente usarla e interferire) fu necessario impostare l’access point come se fosse in Giappone, usando quindi frequenze non permesse negli Stati Uniti. Fu persino portato in loco un ripetitore mobile della rete cellulare, per garantire un segnale potente.

La presentazione fu un successo, grazie agli sforzi acrobatici dei tecnici. E il resto, come si suol dire, è storia.