Elon Musk ha annunciato
pochi giorni fa un nuovo cambiamento di Twitter molto controverso: gli account
che non hanno avuto alcuna attività per vari anni verranno eliminati e i loro
nomi torneranno a essere disponibili.
La “purga”, per citare il termine usato da
Musk (“We’re purging accounts that have had no activity at all for several years,
so you will probably see follower count drop”), è già in corso, e stando ad alcuni tweet di
Elon Musk risalenti a dicembre 2022 potrebbe riguardare addirittura un miliardo e mezzo di
account che per anni non hanno pubblicato tweet e non hanno fatto login (“Twitter will soon start freeing the name space of 1.5 billion accounts”;
“These are obvious account deletions with no tweets & no log in for
years”).
Ma questa decisione comporta dei problemi tecnici e umani notevoli. Utenti
Twitter di spicco, come John Carmack,
famosissimo sviluppatore di videogiochi fondamentali come Wolfenstein 3D, Doom e Quake, hanno chiesto
a Musk di ripensarci:
I may be reading this incorrectly, but if you are actually deleting inactive
accounts and all their historic tweets, I would STRONGLY urge you to
reconsider.
Letting people know how many “active” followers they
have is good information, but deleting the output of inactive accounts would
be terrible. I still see people liking ten year old tweets I made, but the
threads are already often fragmented with deleted or unavailable tweets. Don’t
make it worse!
Some may scoff at any allusion between Twitter and
ancient libraries, but while the burning of the library of Alexandria was a
tragedy, scrolls and books that were tossed in the trash just because nobody
wanted to keep them are kind of worse.
Save it all!
Eliminare gli account che sono inattivi da diversi anni significa infatti
cancellare interi pezzi di storia di Internet, rendendo illeggibili tante
conversazioni importanti fatte su Twitter negli anni scorsi. Significa anche
che gli account Twitter delle persone decedute verranno brutalmente
cancellati, privando i familiari del ricordo delle parole scritte e delle
immagini pubblicate da chi non c’è più. Rischiano di sparire anche tutti i contenuti pubblicati negli
account delle persone famose non più in vita, con milioni di follower (Chadwick Boseman, per esempio).
Il problema è delicato anche per le aziende che non esistono più e per le
tante persone famose ancora in vita che hanno smesso di usare Twitter negli
anni scorsi e non vi scrivono più nulla: stando a quello che ha dichiarato
Elon Musk, i loro account verrebbero eliminati e i loro nomi utente
tornerebbero disponibili, con un evidentissimo rischio di furto di identità e di creazione
di equivoci e di impostori molto credibili.
Twitter non ha pubblicato dettagli tecnici su come e in quanto tempo verrà
effettuata questa eliminazione di massa: se si scrive all’indirizzo di mail
riservato alla stampa, ossia press@twitter.com, da marzo scorso
si ottiene come unica risposta automatica l’emoji dell’escremento. Cosa di cui Musk sembra andare orgoglioso, visto che ha annunciato l’introduzione di questo
comportamento a marzo scorso con un apposito tweet
(“press@twitter.com now auto responds with💩”).
Tutto quello che si sa, per ora, è che Musk ha dichiarato
che “gli account verranno archiviati”, ma non si sa come verrà fatta
questa archiviazione, se i tweet archiviati saranno consultabili e quali
saranno gli effetti sui tweet incorporati o embeddati nelle pagine Web
per citarli.
Musk ha inoltre aggiunto
che “è importante liberare i nomi utente abbandonati” (gli handle
o username sono i nomi utente, ossia quelli che iniziano con il simbolo
della chiocciolina, e non vanno confusi con i display name). Si sa
anche che pochi giorni fa sono cambiate in sordina le Norme sugli account inattivi
di Twitter: prima
dicevano che era necessario fare almeno un login ogni sei mesi, ma adesso
dicono che bisogna “effettuare l’accesso almeno ogni 30 giorni”.
C’è insomma poca chiarezza, e la questione diventa particolarmente urgente per
i tanti casi in cui una persona è deceduta senza lasciare le credenziali di
accesso dell’account ai propri eredi, che quindi non possono neanche
effettuare un accesso periodico per tenere attivo quell’account in modo
fittizio e sottrarlo alla purga. Twitter per ora non ha annunciato nessuna opzione per
trasformare un account facendolo diventare commemorativo, come si fa da tempo
per esempio su Facebook.
Se volete salvare dall’eliminazione un account Twitter inattivo, conviene che vi
muoviate in fretta. Se avete i codici di accesso all’account, potete
scaricarne una copia completa seguendo le istruzioni
pubblicate sul sito di Twitter. Potete poi caricare
questa copia su Archive.org oppure passare da Tweetarchivist.com o Tinysubversions.com
per renderla pubblicamente consultabile.
Se invece non avete la password di un account, potete usare dei servizi a
pagamento, come Twtdata, per scaricare
una copia di tutti i tweet pubblici di un utente, oppure immettere twitter.com/nomeutente nella casella Wayback Machine di
Archive.org. Questo vi permetterà di sfogliare le copie archiviate automaticamente dei tweet pubblici
di quell’utente. Non è un rimedio perfetto, ma è meglio di niente.
È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso
www.rsi.ch/ildisinformatico
(link diretto) e qui sotto.
Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.
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[CLIP: Rumore ambientale di ufficio postale UK]
Questa storia inizia nel Regno Unito, nel 1999, anno di sofferenza e di
insonnia per tanti informatici, ma non riguarda il famigerato Millennium Bug.
È l’anno in cui le Poste britanniche iniziano ad installare un nuovo sistema
di contabilità informatizzata, denominato Horizon, destinato a gestire
i milioni di transazioni che hanno luogo ogni giorno nei numerosissimi uffici
postali del paese, che sono un servizio fondamentale per la collettività: come
avviene in tanti paesi, i cittadini li usano per fare pagamenti, riscuotere
pensioni e fare piccoli acquisti, insomma per muovere quantità notevoli di
denaro oltre che per ricevere e spedire corrispondenza.
Il signor Alan Bates è un cosiddetto sub-postmaster: dirige una delle
tantissime succursali delle Poste britanniche, quella di Craig-y-Don, nel
Galles. Un anno dopo l’introduzione del sistema Horizon, Alan Bates segnala
formalmente alle Poste che il sistema ha dei problemi: crea degli ammanchi che
in realtà non esistono. Nel frattempo ci sono già state sei condanne di altre
persone per frodi registrate dal sistema, ma secondo Bates si tratta invece di
errori del software, che è prodotto dalla Fujitsu. Le Poste britanniche negano
e nel 2003 rescindono il loro contratto con Alan Bates.
Questo è l’inizio della
storia
di uno dei più gravi casi di errore giudiziario legato all’informatica di cui
si abbia notizia. Durerà oltre vent’anni e porterà a centinaia di condanne
ingiuste, con incarcerazioni, diffamazioni, divorzi e suicidi delle persone
additate per errore, dal software e dalla giustizia, come ladri e truffatori,
ed è un caso esemplare di eccessiva fiducia nell’infallibilità dei computer
che va conosciuto per evitare che si ripeta altrove.
Benvenuti alla puntata del 5 maggio 2023 del Disinformatico, il podcast
della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane
dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Per un computer, fare calcoli con i numeri è una funzione basilare. Niente a
che vedere con le complessità delle simulazioni di fisica o dell’intelligenza
artificiale. Sembra quindi impossibile, a prima vista, che una grande azienda
come Fujitsu e una grande organizzazione come il servizio postale di un paese
possano realizzare e implementare un sistema informatico che
sbaglia a fare i conti. Eppure è successo, e con un sistema costato un
miliardo di sterline dell’epoca, ossia circa 2 miliardi e mezzo di franchi o
euro di oggi.
Oltre 700 gestori di filiali delle poste britanniche hanno ricevuto condanne
penali per frode contabile e furto, perché il software difettoso di Fujitsu
faceva sembrare che togliessero soldi dalla cassa. Migliaia di altri gestori
hanno dovuto pagare somme ingenti alle Poste britanniche per coprire gli
ammanchi di cui erano accusati. Fra il 2000 e il 2014, le Poste britanniche
hanno portato in tribunale 736 di questi gestori: in media un gestore a
settimana. Alcuni sono finiti in carcere, addirittura durante la gravidanza,
come è successo a
Seema Misra,
condannata per furto e messa in prigione nel 2010 quando aspettava il secondo
figlio, additata dalla stampa locale come “la ladra incinta”, ma
completamente scagionata dieci anni dopo. Altri sono finiti sul lastrico e
hanno anche dovuto affrontare il disprezzo delle proprie comunità, che li
vedevano come persone disoneste che avevano violato la loro fiducia in un
ruolo così centrale. Qualcuno, tragicamente, si è tolto la vita.
Nel 2014, a distanza di quindici anni dall’introduzione del software Horizon e
cinque anni dopo che un gruppo di questi sub-postmaster che avevano
subìto gli errori di Horizon aveva costituito un’associazione per chiedere
giustizia, arrivando poi all’attenzione dei media[in particolare
ComputerWeekly]
e in tribunale, finalmente una perizia tecnica indipendente ha dimostrato che
il software sbagliava davvero, e creava davvero ammanchi di cassa inesistenti.
Le Poste britanniche hanno risposto subito che
“non esiste assolutamente alcuna prova di problemi sistematici con il
sistema informatico”
e si sono autoassolte. Il governo britannico, unico azionista delle Poste, si
è rifiutato di pagare qualunque risarcimento o indennizzo. Ci sono voluti
altri anni, e altre azioni legali costosissime per gli accusati, per arrivare
a un risarcimento e all’annullamento di centinaia di condanne infondate.
Nel 2019 la
High Court of Justice, l’Alta corte di giustizia britannica, ha confermato che il software era
difettoso ed era rimasto tale per ben dieci anni e che questi difetti potevano
creare gravi errori contabili. Questa conferma è emersa grazie alla tenace
azione legale collettiva condotta contro le Poste britanniche da Alan Bates:
la stessa persona che quasi vent’anni prima aveva cercato inutilmente di
avvisare del problema. Ma la vicenda, ancora oggi, non si è ancora conclusa.
Con i computer non si discute
La situazione dei gestori accusati di frode era disastrosa. Loro, comuni
cittadini, contro una grande e famosa azienda informatica, e soprattutto
contro il mito dell’infallibilità dei computer nel fare i conti, che in alcuni
paesi è anche un
assunto legale:* i tribunali
danno per scontato che un computer funzioni perfettamente fino a prova
contraria.
Era più facile pensare che i singoli gestori avessero prelevato soldi dalla
contabilità della loro succursale che immaginare che il costosissimo software
contenesse errori di calcolo madornali e strutturali. Le prove informatiche
degli ammanchi sembravano talmente schiaccianti che molti consulenti legali
consigliavano ai gestori incriminati di dichiararsi colpevoli di frode
contabile; in cambio le Poste britanniche avrebbero ritirato l’accusa, ben più
grave, di furto.
[CLIP: voce di Steven Murdoch]
Steven Murdoch, professore di Security
Engineering e ricercatore presso lo University College London, ha pubblicato
un
articolo
e un video nei quali
spiega come è stato possibile questo errore informatico catastrofico, citando
esempi tratti dal disastro di Horizon e presentando alcuni concetti che
valgono per qualunque grande sistema computerizzato.
Quando un sistema informatico molto grande e distribuito sul territorio deve
gestire in modo affidabile tantissimi spostamenti di denaro e poi comunicarli
a un archivio generale, questi spostamenti non sono più semplici calcoli del
tipo
“questa succursale ha venduto sette cartoline e dodici francobolli, quindi
in cassa deve essere entrato un importo equivalente”.
Gli spostamenti diventano transazioni, e queste transazioni devono
rispettare quattro criteri,
che si chiamano atomicità, coerenza, isolamento e
durabilità.
[CLIP: voce di Steven Murdoch che cita l’acronimo di questi criteri, ossia
ACID]
Atomicità significa che una transazione non può essere fatta a metà: o
viene fatta completamente, oppure no, e deve avvenire una sola volta. Ma il
software Horizon spesso creava transazioni duplicate, per cui i soldi
risultavano entrati in cassa due volte ma in realtà erano materialmente
presenti una volta sola. Alcuni gestori, non riuscendo a capire la causa degli
ammanchi in cassa, li ripianavano di tasca propria per evitare guai, ma le
grandi cifre in gioco a volte erano incolmabili. Alcuni hanno addirittura
ipotecato la casa, e l’hanno persa.
Il secondo criterio, coerenza, significa che i dati della succursale
devono essere coerenti con quelli dell’archivio centrale, ma il software
Horizon sbagliava creando contraddizioni e incoerenze che facevano sembrare
che i gestori avessero commesso delle irregolarità.
E poi c’è l’isolamento: vuol dire che se una transazione
fallisce questo non deve avere effetto su altre transazioni e che se due
transazioni avvengono contemporaneamente non devono interferire tra loro. Ma
se una transazione locale avveniva mentre veniva generato il resoconto
periodico della succursale, Horizon “dimenticava” quella transazione, creando
errori di cassa.
E infine durabilità, o persistenza, che vuol dire che una volta
che una transazione è stata avviata causando un cambiamento di stato, quel
cambiamento non deve mai andare perso in nessun caso, neanche con un
blackout o un crash del computer locale. Ma Horizon,
specialmente quando era sovraccarico, perdeva dati. Per esempio, un cliente
veniva autorizzato dal software a prelevare denaro ma poi il prelievo
effettuato non veniva registrato. E così in cassa mancavano senza
giustificazione i soldi dati al cliente.
In altre parole, realizzare un sistema contabile distribuito con decine di
migliaia di succursali non è semplice, ma gli errori che venivano commessi da
Horizon erano davvero elementari. Nonostante questo, i tribunali e le Poste
britanniche hanno preferito pensare a lungo che si trattasse di un problema di
gestori disonesti. Eppure c’era un dato concreto che avrebbe dovuto
insospettire i responsabili del software: subito dopo la sua installazione, il
numero delle anomalie di cassa era aumentato enormemente. Era improbabile che
così tanti gestori fossero diventati di colpo ladri tutti insieme, ma si è
preferito dare la colpa a lungo a loro invece che sospettare un errore del
computer e del software di Fujitsu.
I log fanno fede, ma non troppo
Il problema di queste situazioni, infatti, è che per il singolo gestore, o per
il singolo utente, risulta incredibilmente difficile dimostrare che il
software sbaglia: fanno fede infatti i cosiddetti log, ossia i registri
delle attività generati dal software stesso.
Gli
atti
dei vari
processi
per la vicenda Horizon documentano casi come quello della signora Burke,
un’addetta di una succursale postale, che si è accorta un giorno che il
prelievo di denaro fatto da un cliente, di cui lei si ricordava, non risultava
nei log. La signora è riuscita a rintracciare il cliente, è andata a casa sua
e gli ha spiegato l’accaduto. Il cliente per fortuna aveva ancora la ricevuta
rilasciatagli dal software al momento del prelievo. Quel prelievo che secondo
il software non era mai avvenuto. Se non ci fosse stata quella ricevuta
cartacea, i log avrebbero inchiodato la signora, accusandola di aver rubato
dalla cassa i soldi prelevati dal cliente.
A dicembre 2019, dopo una lunga serie di azioni legali civili, le Poste
britanniche hanno deciso di ammettere i propri errori e di indennizzare ben
555 persone per un totale di 58 milioni di sterline (circa 66 milioni di
franchi o euro). Ma i tre quarti di questa cifra non finiranno nei conti delle
vittime: serviranno a pagare le loro spese legali. E Fujitsu, intanto,
continua a essere fornitore delle Poste britanniche [e anche del governo britannico, addirittura per un servizio d’emergenza].
[Se volete approfondire questa vicenda, la BBC ha una
serie di podcast
che la raccontano in dettaglio e e moltissimi articoli con testimonianze; qui sotto c’è anche un servizio del Times]
Sarà stata imparata la lezione? Speriamo di sì. Ma nel frattempo stiamo
andando sempre più verso sistemi paperless, senza carta, senza
scontrini fisici e senza bollette stampate. Viene da chiedersi come finirebbe,
oggi, la signora Burke che si è scagionata grazie allo scontrino
provvidenzialmente tenuto dal cliente.
E mentre chiudo questo podcast ho davanti a me, sullo schermo, uno
screenshot della mia banca, che mi dice che sul mio conto c’è un
bonifico uscente di circa 15.000 euro* che avevo ordinato
diciassette anni fa**,
e che all’epoca era stato eseguito ma che adesso, dopo un cambio del
software gestionale della banca, è magicamente ricomparso e ogni giorno,
altrettanto magicamente, viene rimandato di un giorno senza che io faccia
nulla.
* Il bonifico è espresso in franchi; qui parlo di “circa 15.000 euro” per facilità di comprensione dell’importo da parte del pubblico non svizzero.
** Me lo ricordo perché non faccio molti bonifici di questa entità e
soprattutto ricordo il destinatario.
Screenshot composito del bonifico fantasma.
Ho ovviamente già allertato la banca, ma nel frattempo quella transazione
fantasma è ancora lì che aleggia. Sto provando a esorcizzarla recitando
ripetutamente i mantra atomicità, coerenza, isolamento, durabilità.
Speriamo che basti.
È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo
trovate presso
www.rsi.ch/ildisinformatico
(link diretto) e qui sotto.
Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
fonti di questa puntata, sono qui sotto.
—
[CLIP: Venere23 dallo spot Opentomeraviglia]
Il debutto disastroso della campagna Open to Meraviglia del Ministero
del Turismo italiano ha generato ilarità internazionale per il suo uso di
spezzoni video girati in realtà in Slovenia e soprattutto per le sue
grottesche traduzioni in tedesco dei nomi di molte località, da Camerino che è
diventato Garderobe fino a Sutera, in Sicilia, che è stato tradotto,
per così dire, con Homosexuell. Ma come sono possibili errori del
genere?
Se state sospettando che c’entri un uso malaccorto dell’intelligenza
artificiale, siete sulla buona strada, e in questa storia emergono nozioni di
traduzione assistita utilissime da conoscere, fra una risata e l’altra, per
evitare figuracce analoghe.
Benvenuti alla puntata del 28 aprile 2023 del Disinformatico, il
podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
strane dell’informatica. Io, come consueto, sono Paolo Attivissimo, e in
questa puntata vi racconterò anche le tante novità della saga di Twitter, con
la scomparsa e ricomparsa delle celebri spunte blu, e lo strano caso di un
malware che colpisce anche gli utenti di computer Apple e lo fa usando come
esca ChatGPT.
[SIGLA di apertura]
Open to Meraviglia
Si ride molto, in Italia e fuori Italia (Guardian,
Time,
CNN,
Der Standard, Jerusalem Post,
ABC.net.au,
Reuters,
Corriere del Ticino, La Regione), per l’incredibile leggerezza informatica e linguistica con la quale è
stata gestita la campagna internazionale di promozione turistica
Open to Meraviglia del Ministero del Turismo italiano, annunciata il 20
aprile scorso (ANSA). Il debutto della campagna è stato deriso estesamente nei media nazionali e
sui social network per varie ragioni.
La prima ragione è che il nome di account social Venereitalia23, citato
dalla campagna, è stato acquisito dagli organizzatori soltanto su Instagram e
LinkedIn, nonostante il video promozionale parlasse chiaramente del nome
Venereitalia23
riferito a tutti i social network.
[CLIP: “su Instagram, Linkedin e tutti i social sarò Venereitalia23”]
Ma su Twitter, YouTube e Facebook il nome è invece rimasto libero,
contrariamente alle regole elementari di protezione online dei marchi o
brand protection, e così qualcuno esterno alla campagna promozionale ha
attivato degli account di nome Venereitalia23 e ora li sta usando per
prendere in giro gli organizzatori per la loro imprevidenza.
La seconda ragione di questa ilarità è che gli organizzatori della campagna si
sono dimenticati anche di registrarsi il nome di dominio italiano dello
slogan, ossia Opentomeraviglia.it. Cosa che invece ha fatto una società di
marketing fiorentina, col risultato che chi digita Opentomeraviglia.it ci
trova, al posto della campagna ministeriale, il sito della società di
marketing. Una mossa autopromozionale brillante.
La terza ragione di ridicolo è la scoperta che alcune delle immagini del video
ufficiale che dovrebbero raffigurare le bellezze dell’Italia sono in realtà
state girate fuori Italia, per la precisione in Slovenia. Il video
promozionale è stato ritirato da YouTube, ma i social sono ormai pieni di
screenshot che documentano inesorabilmente la gaffe.
Ma la cosa che ha suscitato la massima ilarità è che sul sito ufficiale della
campagna Open to Meraviglia, ossia Italia.it, nelle versioni in tedesco
delle pagine dedicate alle varie località i nomi di queste località sono stati
spesso tradotti letteralmente. Brindisi è diventata Toast, Fermo
si è tramutata in Stillstand, Prato è stata tradotta con Rasen,
Cento è diventata Hundert, Camerino è stata resa con Garderobe,
Chiusi è stata rinominata Geschlossen, Cuneo è diventata Keil,
Potenza è stata tradotta con Leistung, Biella è diventata
Pleuelstange, al posto di Limone Piemonte è stato scritto
Zitrone Piemont, e così via.
Non appena si è diffusa la notizia, le pagine in tedesco sono state rimosse,
ma anche in questo caso sono state salvate in tempo delle copie. Se vi
interessa, la lista completa degli strafalcioni è su
Disinformatico.info. Fortunatamente, Lecco, Troia e Bellano non figurano tra le traduzioni
letterali in tedesco.
Lasciando da parte un momento, se ci riuscite, l’aspetto comico, è logico
chiedersi come sia stato possibile commettere errori madornali come questi,
che nessun traduttore, per quanto dilettante, farebbe mai. E soprattutto viene
da chiederselo per una particolare categoria di queste traduzioni errate,
ossia quelle non letterali. Infatti la località di Pescarenico è diventata
Pfirsich, ossia “pesca”, Rivisondoli è stato tradotto con
Revisionen, e soprattutto Sutera, in Sicilia, è stata addirittura
tradotta, si fa per dire, con Homosexuell.
Nemmeno una persona o una macchina che traducesse semplicemente consultando un
glossario bilingue farebbe errori del genere. La colpa, come avete
probabilmente già sospettato, è di chi ha fatto un uso sconsiderato
dell’intelligenza artificiale applicata alla traduzione, senza fare alcun
controllo di qualità umano. Ce lo spiega Licia Corbolante, una terminologa
specializzata in gestione e ricerca terminologica, comunicazione
interculturale e localizzazione, che scrive sul blog
Terminologiaetc.it
e su Twitter con l’account
@terminologia.
[CLIP: Voce di Licia Corbolante, rimontata per brevità]
I sistemi di traduzione automatica hanno ormai raggiunto livelli ottimi, con
risultati che sono spesso indistinguibili dai testi prodotti da umani, però
ogni tanto capitano degli incidenti di percorso che sono davvero clamorosi.
Brindisi, Cuneo, Biella, Camerino, Potenza fanno parte di una categoria
particolare di nomi che hanno un significato diverso a seconda che vengano
scritti con l’iniziale minuscola o maiuscola. Per noi umani è facile
distinguerli proprio grazie alla grafia e al contesto. In teoria anche la
traduzione automatica non dovrebbe avere troppi problemi, però non sempre è
così, soprattutto se i nomi sono avulsi dal contesto. E infatti non credo sia
un caso che nella traduzione automatica dei toponimi in tedesco siamo stati
sbagliati quelli nei titoli, quindi singole parole isolate, ma non sono stati
sbagliati quelli all’interno dei testi.
In altre parole, il software di traduzione ha sbagliato a tradurre per esempio
il titolo
Potenza
perché le parole iniziali, nei titoli, hanno sempre la lettera iniziale
maiuscola [ho detto “minuscola” nel podcast, dannazione], anche quando
non sono toponimi, e quindi l’intelligenza artificiale non aveva nessun modo
per riconoscere che si trattasse di un nome di località e ha scelto il
significato più probabile, ossia
potenza
come sostantivo. Noi umani, invece, capiamo che si tratta di un toponimo in
base al contesto: sappiamo che stiamo leggendo un titolo di una pagina
dedicata a una località. I traduttori automatici, per ora, non sono capaci di
farlo.
Ma questo non basta per spiegare la misteriosa trasformazione di Rivisondoli
in Revisionen. Rivisondoli è solo un nome di località: se scritto in
minuscolo non ha un altro significato. Però Licia Corbolante descrive una
particolarità poco conosciuta di questi software che spiega la loro bizzarra
logica.
[CLIP: Voce di Licia Corbolante, rimontata per brevità]
Innanzitutto va sottolineato che i sistemi di traduzione automatica neurale,
che sono quelli prevalenti, non hanno idea di che cosa stanno traducendo.
Però, grazie all’apprendimento automatico, identificano delle regolarità
statistiche che poi usano per predire le sequenze di parole più probabili per
produrre poi i testi tradotti. Non operano a livello di parole come le
intendiamo noi, ma invece di unità più piccole, che sono formate da sequenze
di caratteri. Però ovviamente non è un sistema che funziona sempre e ci sono
dei problemi noti di questi metodi. Ad esempio succede che vengano usate
parole che assomigliano a parole della lingua 1 che però sono inesistenti
nella lingua 2. Rivisondoli, Pescarenico, Sorradile, ecco: la traduzione
automatica non ha mai incontrato prima questi nomi, li trova isolati in un
titolo e quindi possiamo ipotizzare che li abbia gestiti come farebbe con dei
nomi comuni, interpretandoli, tra virgolette, in base alla somiglianza con
lessico già noto e così Rivisondoli è diventato in tedesco ‘revisioni’.
I software di traduzione automatica, insomma, sono degli ottimi assistenti, ma
i loro limiti vanno ben capiti e gestiti; non ragionano come noi, quando non
riconoscono una parola si inventano la sua traduzione, e quindi è
pericolosissimo usarli alla cieca senza la supervisione attenta di un
traduttore umano. Eppure questo è un comportamento sempre più diffuso, man
mano che le aziende cercano di ridurre i costi facendo a meno della traduzione
professionale.
Ma come ha dimostrato il caso di Open to Meraviglia, è una forma di
risparmio che può costare molto caro.
ChatGPT come esca per malware
L’enorme popolarità di ChatGPT non è passata inosservata anche nel mondo del
crimine informatico, che si è subito dato da fare per creare degli attacchi
basati su questa tecnologia di intelligenza artificiale. O meglio, basati sul
desiderio di moltissimi utenti di accedere a questa tecnologia.
I truffatori hanno infatti investito in campagne pubblicitarie su Facebook e
Google per far comparire agli utenti la pubblicità di cosiddette
estensioni per browser, ossia delle specie di “app” che si possono
scaricare e aggiungere per esempio a Chrome per dare maggiori funzionalità a
questo programma di navigazione nel web.
Chi cercava in Google le parole “Chat GPT 4”, per esempio, poteva veder
comparire fra i primi risultati la proposta pubblicitaria di installare una
fantomatica estensione “ChatGPT for Google” che sembrava promettere
accesso gratuito alla versione 4 di ChatGPT, che è a pagamento, a differenza
della versione 3.5, che non ha canone mensile ma è molto meno potente.
Questa estensione, una volta installata, intercettava i cookie del
profilo Facebook della vittima e li inviava ai criminali. Questo permetteva
loro di entrare nel profilo senza doverne conoscere il nome o la password e
consentiva anche di scavalcare l’autenticazione a due fattori.
La società di sicurezza informatica Intego
spiega
infatti che Facebook, come la maggior parte dei siti web, si affida a dei
cookie che mantengono aperta la sessione di accesso, in modo da poter
tracciare sempre le attività degli utenti anche al di fuori di Facebook. Il
guaio è che se questi cookie finiscono nelle mani di qualcun altro e vengono
copiati su un computer, quel computer avrà accesso al profilo Facebook
esattamente come se fosse l’utente autentico.
I criminali che rubavano questi cookie potevano così prendere facilmente il
controllo dei profili Facebook delle vittime che installavano queste
estensioni false nella speranza di avere ChatGPT 4 gratis; potevano poi
cambiare le password di questi account e usarli per campagne di spam oppure
per chiedere un riscatto ai proprietari originali.
Un buon antivirus avrebbe riconosciuto queste estensioni ruba-cookie, ma molti
utenti ancora oggi non usano antivirus aggiornati o non li usano del tutto,
specialmente se hanno computer Apple, perché persiste ancora il mito che non
esistano virus per i computer di questa marca.
Per difendersi da questa trappola astuta è insomma sufficiente installare un
antivirus di una marca conosciuta e tenerlo aggiornato, anche sui computer
Apple, ma soprattutto occorre avere comportamenti prudenti: non bisogna
installare estensioni che promettano cose troppo belle per essere vere. In
altre parole, se vi serve ChatGPT, non cercate scorciatoie a scrocco.
Twitter, spariscono le spunte blu (o quasi); API a pagamento
Ci sono state grossissime novità su Twitter. Il 20 aprile scorso, come
preannunciato
dal social network, sono state rimosse tutte le spunte blu conferite prima
dell’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk, le cosiddette
spunte legacy, quelle che effettivamente autenticavano un utente,
ponendo fine al periodo di confusione precedente, nel quale non c’era modo di
capire se la spunta blu indicasse un utente autenticato oppure semplicemente
un utente pagante.
Ora le spunte blu indicano semplicemente che un utente paga un canone mensile
e non c’è alcuna autenticazione significativa, e questo è un cambiamento di
significato importantissimo da tenere presente, soprattutto per chi frequenta
poco Twitter, per evitare di cadere nella trappola di pensare, come si è fatto
per un decennio, che l’identità di un account che ha la spunta colorata sia
sicuramente quella indicata dal nome.
Infatti una persona ha prontamente cambiato il proprio nome utente in
“Disney Junior UK” e Twitter gli ha
dato addirittura la
spunta oro, che teoricamente è riservata agli account autenticati delle
organizzazioni. L’account fasullo è riuscito ad accumulare 4700 follower prima
che Twitter si accorgesse dell’errore e lo sospendesse.
Elon Musk ha inoltre
annunciato
il 25 aprile che chi non paga il canone di Twitter, circa 100 dollari l’anno,
perderà visibilità. Ma moltissimi utenti di Twitter non hanno aderito alla proposta di Elon
Musk di pagare questo canone. Secondo il ricercatore informatico
Travis Brown, gli utenti paganti sono attualmente circa 750.000 su circa 254 milioni di
utenti giornalieri di Twitter, ossia lo 0,3%. Twitter non ha ancora rilasciato
dati ufficiali sul numero di utenti a pagamento.
Anche molte celebrità hanno deciso che non vogliono la spunta blu, come ho
segnalato nella
puntata del 6 aprile 2023
del Disinformatico, ovviamente non per taccagneria ma per principio,
perché non autentica più nulla, e così Elon Musk ha deciso di pagare
personalmente il canone ad alcune di queste celebrità.
Inizialmente Musk ha
dichiarato
che avrebbe pagato solo la spunta blu dello scrittore Stephen King,
dell’attore William Shatner e del cestista LeBron James, ma poi è emerso che
moltissimi dei quasi
diecimila
account che hanno più di un milione di follower hanno ricevuto gratuitamente
la spunta blu, in alcuni casi contro la loro volontà. È successo a Beyoncé,
Victoria Beckham, Neil Gaiman, Donald Trump, ma stranamente non a Ryan
Reynolds (che pure ha 21 milioni di follower).
La confusione è insomma grande e i continui cambiamenti e dietrofront di Musk
non aiutano: i suoi piani di risanare Twitter convincendo tanti utenti a
pagare un canone non sono stati accolti positivamente dalla massa dei fruitori
di questo social network. A questo sfavore hanno probabilmente contribuito
alcune sue decisioni controverse, come la
riattivazione
di 67.000 account di estremisti e disinformatori seriali che erano stati
sospesi dalla gestione precedente di Twitter o la
rimozione
dal regolamento della sezione che vietava il misgendering e il
deadnaming, che sono delle forme di abuso rivolte specificamente alle
persone LGBTQ e consistono nel descriverle o rivolgersi a loro usando
intenzionalmente il genere sbagliato o, rispettivamente, il loro nome
pre-transizione, con l’intento preciso di ferirle. Queste scelte
contribuiscono a una sensazione di insicurezza avvertita da molti utenti.
C’è anche un’altra novità, apparentemente molto tecnica, che però ha effetti
sugli utenti comuni: la disattivazione dell’accesso gratuito alla API di
Twitter, ossia alla Application Programming Interface, che, semplificando, è
un linguaggio comune che permette ai programmi di parlarsi tra loro e consente
per esempio di creare programmi che mandino automaticamente istruzioni a
Twitter per pubblicare un post o rispondere con dei dati a un tweet.
Moltissimi servizi amatoriali e accademici usavano questa tecnica per
diffondere automaticamente e tempestivamente su Twitter le proprie
informazioni, raggiungendo così un vasto bacino di utenti. Lo facevano anche
servizi essenziali come gli avvisi meteo e gli allarmi per gli tsunami, e lo
faceva
fino a ieri (27 aprile) anche Abuse.ch, un
servizio di volontariato svizzero per la segnalazione di malware, botnet e
altre minacce informatiche. Ora non più, perché Musk chiede un canone per
questo accesso alla API, e i prezzi sono insostenibili per molte
organizzazioni e persino per Microsoft, che ha
annunciato
che la sua piattaforma di gestione delle inserzioni pubblicitarie, Microsoft
Advertising, avrebbe cessato il supporto all’integrazione con Twitter a
partire dal 25 aprile, perché ora Microsoft dovrebbe pagare da 42.000 a
210.000 dollari al mese per fare quello che prima faceva senza questo costo.
Il risultato di tutti questi cambiamenti, per noi utenti comuni, è un Twitter
che offre meno autenticazione, meno servizi, meno protezioni e meno contenuti
rispetto al passato. Per qualche misteriosa ragione, a distanza di un anno dal
suo caotico e costosissimo acquisto di Twitter, Elon Musk sembra non capire
che l’essenza del valore di qualunque social network in ultima analisi sta
negli utenti e nei loro contenuti. E così intanto i rivali Mastodon e Bluesky
accumulano utenti in fuga.
È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo
trovate presso
www.rsi.ch/ildisinformatico
(link diretto) e qui sotto.
Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
feed RSS,
iTunes,
Google Podcasts
e
Spotify (salvo che questa puntata venga bandita perché contiene una canzone
controversa).
Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
fonti di questa puntata, sono qui sotto.
—
[CLIP: Heart on My Sleeve – “Drake & The Weeknd” di Ghostwriter]
State ascoltando Heart on My Sleeve, una canzone uscita neanche una settimana fa e subito bandita da YouTube, Tidal e Spotify e in via di sparizione da TikTok dopo circa 15 milioni di visualizzazioni. La rimozione sta avvenendo su richiesta diretta dell’etichetta discografica UMG, Universal Music Group, che considera illegale questo brano perché a suo dire non rispetta i suoi accordi con le piattaforme di streaming e viola il copyright.
Infatti le voci, che avrete probabilmente riconosciuto, non sono in realtà
quelle di Drake e The Weeknd. O meglio, in un certo senso sono le loro,
ma loro non hanno mai cantato questo brano. Un software di intelligenza
artificiale ha “ascoltato” le loro voci, ne ha imparato le caratteristiche
peculiari e ha generato voci sintetiche che hanno quelle stesse
caratteristiche, usandole per eseguire un brano originale. È giusto farlo? È
legale? È la fine della musica come la conosciamo, perché gli artisti verranno
soppiantati da loro cloni digitali, pilotati dall’onnipresente intelligenza
artificiale?
Questa è la storia di come la tecnologia di registrazione, la
digitalizzazione, lo streaming e ora l’evoluzione esplosiva dell’intelligenza
artificiale stanno trasformando caoticamente l’industria musicale, creando
scenari inattesi che includono le paure di chi si guadagna da vivere con la
musica e gli entusiasmi di chi vede queste innovazioni come strumenti di
libertà e creatività per tutti.
Benvenuti alla puntata del 21 aprile 2023 del Disinformatico, il
podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
L’industria musicale è un’anomalia storica
Siamo ormai abituati da tempo ad avere migliaia di brani musicali nelle
memorie dei nostri smartphone e milioni di altri a portata di mano grazie ai
servizi di streaming audio e video. Poter riascoltare qualunque artista,
compresi quelli del passato, ci sembra normalissimo, e ci sembra altrettanto
normale che un artista si guadagni da vivere andando in sala di registrazione,
incidendo dei brani e vendendo copie di quelle registrazioni, magari senza mai
esibirsi in pubblico. Ma in realtà questo modello commerciale è un’anomalia,
ed è anche un’anomalia relativamente recente.
Per secoli, l’unico modo in cui un cantante o un suonatore di strumenti musicali poteva campare era cantare o suonare dal vivo. Mecenatismi a parte, se non si esibiva, non veniva pagato. Le registrazioni semplicemente non esistevano. Se la cavavano un po’ meglio i compositori, che potevano scrivere un brano o un’opera su commissione o comporre uno spartito e venderne copie, oppure i fabbricanti di carillon o di pianole.
Ma tutte queste tecnologie di riproduzione musicale sono piuttosto recenti su
scala storica: i carillon portatili nacquero negli ultimi anni del Settecento,
la pianola fu inventata alla fine dell’Ottocento, e la vendita di massa degli
spartiti iniziò nel Novecento. Prima di queste invenzioni, o si cantava e
suonava dal vivo, o niente. E la voce dell’artista era legata
indissolubilmente alla sua presenza fisica.
Anche quando arrivarono il fonografo di Edison, nel 1877, e il grammofono di
Berliner, nel 1894, questi apparecchi meccanici in grado di registrare suoni,
strumenti e voci furono visti inizialmente come delle trovate frivole per via
del loro suono gracchiante e poco fedele. Ci volle una celebrità assoluta come
il tenore italiano
Enrico Caruso
per dare loro rispettabilità: fu lui il primo cantante a rendersi conto del
“potere mediatico”, come si dice oggi, delle tecnologie di registrazione e fu
il primo a usarle per guadagnare milioni di dollari* (cifre enormi per
l’epoca) vendendo le registrazioni della sua voce fatte fra il 1904 e
il 1920.
* Nel 1923 il
New York Times
scrisse che gli eredi di Caruso avevano ricevuto oltre 585.000 dollari per i
diritti dei due anni precedenti, ossia
10,2 milioni di dollari
di oggi.
[CLIP: Caruso in “La donna è mobile” (1908),
Wikipedia]
Poi vennero tutti gli altri, e il resto è storia: storia dell’industria
musicale. Grazie a dischi, nastri e poi supporti digitali e ora lo streaming,
la voce di un cantante è diventata un’entità distinta dal cantante stesso, un
prodotto commerciale separato che viene protetto da leggi specifiche e gestito
da un’industria, ma tutto questo soltanto da poco più di cent’anni. Per tutto
il resto della storia della cultura umana non è stato così. Su scala storica,
le case discografiche sono un fenomeno passeggero. E con l’arrivo
dell’elaborazione digitale e dell’intelligenza artificiale potrebbero essere
soppiantate.
Digitalizzazione: la pirateria diventa di massa
Quando una tecnologia crolla di prezzo e diventa facile da usare, succedono
sempre cose strane, inaspettate e dirompenti. Per capire cosa sta succedendo
adesso è utile riesplorare il passato e far emergere la parola chiave di tutta
la vicenda attuale, che è controllo.
La pirateria musicale non è un’invenzione dell’era digitale: già nel 1906 nel
Regno Unito furono adottate leggi per proteggere i compositori di musica
popolare da coloro che duplicavano abusivamente i loro
spartiti
e li rivendevano a metà prezzo. La
pirateria degli spartiti
era un problema talmente serio da giustificare irruzioni di polizia nelle
tipografie e nei negozi.
Nei decenni successivi, il fenomeno dei bootleg, ossia delle copie
abusive dei dischi, divenne più vasto; ma si trattava comunque di attività che
richiedevano macchinari complessi e ingombranti e quindi piuttosto difficili
da nascondere a lungo alle autorità. Gli utenti erano tanti, ma i
produttori di musica contraffatta erano relativamente pochi e quindi
abbastanza facili da tenere sotto controllo. Anche con l’avvento degli
impianti stereo personali e dei radioregistratori a doppia piastra che
consentivano di duplicare dischi e cassette a livello amatoriale, negli anni
Ottanta del secolo scorso, la pirateria rimase un fenomeno tutto sommato
modesto per via della scomodità del procedimento, ma questo non impedì
all’industria discografica di reagire con celebri campagne terroristiche e
slogan come
Home taping is killing music (“la registrazione domestica sta uccidendo la musica”).
Quarant’anni dopo quello slogan, la musica non è ancora morta.
Il vero shock, però, arrivò con la diffusione di massa della musica digitale e
poi di Internet. I CD erano in sostanza delle raccolte di file audio, pronte
da duplicare ad alta velocità e senza la perdita di qualità tipica delle copie
analogiche. E a giugno del 1999 nacque
Napster, il primo circuito
di scambio musicale peer-to-peer, seguito da Gnutella, Freenet,
LimeWire, Kazaa e tanti altri.
Di colpo, con Napster duplicare la musica, legalmente o meno, richiedeva
soltanto un computer, un accesso a Internet e del software gratuito. Niente
più macchinari ingombranti e costosi; non serviva neanche più il
masterizzatore per registrare copie dei CD. Di conseguenza, la pirateria
musicale divenne un fenomeno di massa, incontrollabile e su vasta scala.
Ciascun utente scaricava centinaia o migliaia di brani e li condivideva con
tutti.
Le case discografiche, allarmatissime, agirono prontamente e drasticamente,
avviando una causa già a dicembre del 1999, e Napster chiuse a luglio del
2001. Ma altri sistemi peer-to-peer
ne presero il posto, e ancora oggi i vari circuiti Torrent fanno circolare
musica, video e film tra milioni di persone al di fuori di ogni controllo
significativo dei titolari dei diritti.
La legalità di questi circuiti dipende da come funzionano, da cosa viene
scambiato e dalle leggi nazionali, ma quello che conta, in questa storia, è
che il crollo dei prezzi e della difficoltà d’uso di questa tecnologia ha
avuto l’effetto inatteso di far diventare sostanzialmente impossibili il
controllo e la repressione* di questi scambi e scaricamenti.
* Le case discografiche ci provarono, introducendo tecnologie per bloccare
la duplicazione della musica digitale su CD e nei file scaricabili, come il
cosiddetto DRM o Digital Rights Management, ma invano, tanto
che alla fine Steve Jobs, nel 2007, pubblicò una storica lettera aperta,
Thoughts on Music, nella quale disse chiaramente che i sistemi anticopia erano inutili e
controproducenti per l’industria e per gli utenti legittimi (e anche per le
vendite degli iPod di Apple) e quindi andavano aboliti. Nel giro di pochi
anni la sua proposta fu adottata da tutte le case discografiche, facendo
esplodere le vendite legali di musica digitale.
Scaricare e conservare
la musica, però, sta passando di moda. Oggi prosperano servizi commerciali e
legali di streaming, come TikTok, YouTube e Spotify, che in sostanza mandano
al singolo utente in tempo reale il brano desiderato di volta in volta e
riportano gli utenti a dipendere da un sistema di distribuzione centralizzato,
opposto a quello decentrato dei circuiti
peer-to-peer.
Questo stesso modello centralizzato è attualmente usato dai sistemi di
intelligenza artificiale più popolari, come Midjourney, DALL-E, Stable
Diffusion o ChatGPT: normalmente l’utente li adopera collegandosi ai loro
siti, senza dover installare nulla. Questo permette alle aziende e alle
autorità di esercitare un controllo centrale sulle attività degli utenti,
reprimendo quelle ritenute inaccettabili o illegali, come per esempio la
generazione di false immagini pornografiche di persone reali a scopo di
molestia e ricatto.
Certo, esistono delle versioni installabili di questi prodotti, ma sono
complicate da installare e configurare e richiedono computer potenti e lunghi
tempi di addestramento ed elaborazione e quindi sono al di fuori della portata
di moltissimi utenti non esperti. Almeno per ora. Ma le cose stanno cambiando
in fretta. Molto in fretta.
L’app per diventare Kanye
A fine marzo uno YouTuber,
Roberto Nickson, ha
trovato su Reddit un modello della voce di Kanye West generato tramite
intelligenza artificiale da ignoti. Nel giro di due ore e mezza ha scritto,
registrato e diffuso un
video
nel quale ha prima eseguito con la propria voce uno spezzone di rap inventato
da lui [CLIP] e poi ha applicato a quello spezzone il modello vocale
trovato su Reddit. Il risultato è quello che sembra un brano originale inedito
di Kanye West [CLIP]. Questa breve dimostrazione di Roberto Nickson ha
superato i 33 milioni di visualizzazioni solo su Twitter.
And just like that. The music industry is forever changed.
I
recorded a verse, and had a trained AI model of Kanye replace my vocals.
Secondo Nickson
sono già in lavorazione modelli vocali di altri artisti, come Eminem, Tupac,
Michael Jackson e altri ancora, tutti assolutamente non autorizzati e tutti
man mano più facili da utilizzare. E la tecnologia galoppa, per cui i modelli
diventano anche man mano più fedeli.
Di questo passo, dice Nickson, tra pochi mesi potremo ascoltare brani inediti
cantati dalle voci di artisti famosi, senza neppure sapere che sono in realtà
generati da software. Frank Sinatra che canta una canzone di Adele? Rihanna
che canta in perfetto italiano? Si può fare, fuori da ogni controllo. Basta
che ci sia in giro un numero sufficiente di campioni vocali di buona qualità.
Enrico Caruso sintetico che canta il repertorio di Lady Gaga forse lo
scamperemo, ma per tutto il resto il materiale da campionare non manca.
Per ora le case discografiche hanno reagito con interventi centralizzati: nel
caso del finto brano di Drake e The Weeknd, hanno tentato di bloccare la sua
circolazione agendo sui gestori dei sistemi di intelligenza artificiale e sui
grandi distributori di contenuti, ossia i social network e i servizi di
streaming. Ma la canzone sintetica continua a circolare lo stesso attraverso
mille altri canali (compreso questo podcast, che spero non venga bloccato da
Spotify).
Quando questi software saranno disponibili sotto forma di app da installare sullo smartphone, il controllo e la repressione saranno impraticabili e qualunque intervento legislativo sarà sostanzialmente inapplicabile. E l’incentivo economico non manca: quel finto brano di Drake e The Weeknd, nei pochi giorni in cui è rimasto online, ha fruttato al suo creatore quasi duemila dollari calcolando la tariffa peggiore di Spotify, che è 3 millesimi di dollari per ciascun ascolto, secondo la BBC.
In sintesi: questa tecnologia sta per trasformare completamente l’industria
musicale, e sta per farlo a una velocità infinitamente superiore a quella di
qualunque provvedimento di legge. Anzi, lo sta già facendo. La rivista
specializzata
Variety, per esempio, ha notato che su TikTok sono già in crescita le canzoni
generate tramite l’intelligenza artificiale dai fan, che prendono brani
esistenti e li alterano in modo che sembrino cantati da un altro artista. E i
fan di Drake usano regolarmente un generatore basato sull’intelligenza
artificiale per
creare
brani nello stile di questo rapper canadese.
Leggi, case discografiche e Spotify
La legalità del finto brano di Drake e The Weeknd è tutta da chiarire. UMG lo
definisce chiaramente illegale e le piattaforme di streaming lo hanno rimosso
per scrupolo e per evitare complicazioni, ma le leggi attuali sul copyright
riguardano la realizzazione di copie di una registrazione di una specifica
interpretazione; secondo alcuni
esperti,
l’imitazione della pura voce di un artista, fatta da un software che non
campiona, non rimonta spezzoni, ma impara uno stile e lo fa per un brano
inedito, probabilmente non è soggetta a vincoli di legge. Anzi, la canzone
risultante potrebbe anche essere considerata un’opera creativa a sé stante e
quindi essere protetta dalla legge, a patto ovviamente di non attribuirla al
cantante imitato. UMG, però, ribatte che serve il consenso dei titolari per
dare in pasto a un’intelligenza artificiale delle canzoni sotto copyright.
Ma c’è da considerare il fatto che anche alcuni artisti stanno usando questa
tecnologia senza cavillare troppo sulle autorizzazioni. Per esempio, di
recente David Guetta ha usato il sito
Uberduck.ai per imitare la voce di Eminem,
senza chiedergli il consenso, aggiungendola a un suo brano, che
non può
però distribuire commercialmente. Questo:
E infine va notato che il fronte delle aziende dell’industria musicale non è
così compatto come potrebbe sembrare. Gli artisti e le case discografiche
mugugnano in coro di fronte al boom della musica generata dall’intelligenza
artificiale, ma le piattaforme di streaming hanno un atteggiamento un po’
differente.
Queste piattaforme, infatti, devono ovviamente girare parte dei propri
introiti agli artisti di cui diffondono i brani. E altrettanto ovviamente, se
questi artisti non esistessero in carne e ossa ma fossero generati dal
software, non ci sarebbe bisogno di pagarli. Quindi se la gente pagasse per
ascoltare musica sintetica prodotta dall’intelligenza artificiale, magari
nello stile di qualche cantante o musicista famoso, i guadagni delle
piattaforme di streaming sarebbero massimizzati e quelli delle case
discografiche verrebbero azzerati.
Forse è questa la spiegazione di un piccolo mistero scovato su Spotify pochi
giorni fa da un utente,
Adam Faze: decine di
brani musicali
strumentali che hanno titoli e autori completamente differenti ma durano tutti
esattamente 53 secondi, hanno immagini di copertina assolutamente blande e
generiche e soprattutto sono tutti estremamente simili.
[CLIP]
Non è la prima scoperta del suo genere. Già nel 2017
Music Business Worldwide
aveva pubblicato un elenco di circa 50 artisti inesistenti che però erano
fortemente presenti su Spotify e solo lì: senza nessun’altra presenza online,
né su altre piattaforme di streaming né su Instagram, Facebook, SoundCloud o
altro. Questi finti artisti erano stati ascoltati ben 520 milioni di volte,
per un controvalore di circa 3 milioni di dollari.
Secondo Music Business Worldwide si tratta di persone che accettano compensi
microscopici per produrre brani musicali riempitivi molto banali, allo scopo
di “ridurre la percentuale della musica delle etichette discografiche legittime
nelle playlist… in modo che Spotify possa ridurre i propri costi e
l’influenza delle etichette”.
Anche il quotidiano svedese
Dagens Nyheter[paywall] ha
trovato
una vicenda analoga nel 2022: centinaia di falsi nomi di artisti su Spotify, i
cui brani sono riconducibili in realtà a una ventina di autori. Uno di questi
compositori usava ben 62 pseudonimi e aveva generato da solo quasi 8 milioni
di ascolti al mese.
Per le piattaforme di streaming, sostituire questi artisti fittizi con musica
generata direttamente dall’intelligenza artificiale sembra essere il passo
successivo più logico.
Siamo insomma alla confluenza di vari fenomeni: l’intelligenza artificiale
sempre più efficace, i costi di utilizzo sempre più bassi, una zona grigia
legale impossibile da colmare in tempo, degli interessi economici in conflitto
e degli utenti estremamente motivati che hanno a disposizione strumenti sempre
più potenti e sempre meno controllabili centralmente.
In queste condizioni, non ci sarebbe troppo da stupirsi se fra qualche anno
diventasse assolutamente normale avere un’app per scegliere liberamente non
solo quali canzoni vogliamo ascoltare nella nostra playlist, come
facciamo adesso, ma anche chi vogliamo che ce le canti e come le vogliamo
arrangiate, con o senza il consenso degli artisti o delle loro case
discografiche. Le loro voci non sono più loro, e non c’è nulla che possano
fare per riprenderne il controllo.
Ormai indietro non si torna, insomma, e alle etichette musicali resta solo da
decidere se vogliono cercare di opporsi invano alle novità tecnologiche o se
vogliono stare al passo con i tempi e diventare parte attiva nell’uso di
queste novità, per esempio diventando garanti dell’autenticità delle
esecuzioni canore o musicali. E potrebbero nascere nuovi mestieri, come il DJ
che propone abbinamenti creativi e azzeccati fra voce, strumenti e canzone.
Perlomeno finché anche questo compito verrà delegato all’intelligenza
artificiale.
È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso
www.rsi.ch/ildisinformatico
(link diretto) e qui sotto.
È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso
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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.
—
Teaser
Attenzione a quello che leggete su Twitter: da pochi giorni le spunte blu, che
un tempo indicavano che un utente era autenticato, non vogliono dire più nulla
ed è diventato impossibile capire se un utente ha la spunta blu perché è chi
dice di essere o se è semplicemente un impostore che ha pagato otto dollari
per avere la spunta blu. Attori, sportivi e celebrità stanno boicottando in
massa la proposta di Elon Musk di pagare per usare Twitter, perché la spunta
blu ormai non conta più nulla.
Intanto le foto del Papa, di Putin, Macron, Julian Assange e di tanti altri
nomi di spicco generate dall’intelligenza artificiale hanno ingannato milioni
di persone, per cui è importante conoscere le tecniche per accorgersi di
queste manipolazioni.
Dagli Stati Uniti arriva l’allarme per gli antifurto e apricancello della
Nexx, che sono vulnerabilissimi perché incredibilmente hanno tutti la stessa
password e quindi è banale prendere il controllo dei dispositivi altrui. E infine, due parole sul blocco di ChatGPT in Italia.
Benvenuti alla puntata del 7 aprile 2023 del Disinformatico, il podcast
della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane
dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Ribellione su Twitter: quasi nessuno vuole pagare
Ci sono novità importanti per chi ha un account su Twitter o consulta Twitter
per avere informazioni e notizie: è diventato quasi impossibile distinguere
gli account reali da quelli falsi, e quindi bisogna fare molta attenzione a non
cadere nella trappola delle fake news o delle truffe create da account
che fingono di essere fonti autorevoli e ora possono farlo in maniera molto
credibile, perché hanno lo stesso aspetto visivo, con tanto di spunta blu di
apparente autenticazione.
Il problema deriva dalla decisione, presa alcuni mesi fa, di cambiare
radicalmente il significato della spunta blu, quella che per anni è stata
appunto simbolo di autenticazione dell’account e permetteva di sapere che il
tweet che si stava leggendo proveniva da una fonte verificata. Ora non è più
così: chiunque può comprare la spunta blu per pochi dollari al mese,
abbonandosi a Twitter Blue, e non c’è nessuna verifica di identità preliminare
su chi la compra. Eppure chi ha la spunta blu viene presentato da Twitter come
“account verificato”.
Il bello di Twitter, nonostante la sua infestazione da parte di troll,
provocatori, complottisti e altri personaggi poco piacevoli, era che si poteva
comunicare direttamente con le celebrità e si potevano ricevere notizie
attendibili in tempo reale dalle testate giornalistiche di tutto il mondo. I
loro account erano chiaramente distinguibili dai loro imitatori e impostori
grazie alla spunta blu, che veniva assegnata da Twitter soltanto a chi inviava
una scansione di un documento di identità ed era considerato sufficientemente
notorio. Sotto la gestione di Elon Musk questa era sembra ormai essere chiusa
definitivamente.
Infatti Twitter ha annunciato che dal primo di aprile gli account autenticati
avrebbero gradualmente perso la spunta blu se non avessero deciso di pagare un
abbonamento. Ma pochissimi utenti autenticati hanno aderito a questa
richiesta.
Molte testate giornalistiche hanno annunciato che non avrebbero pagato per la spunta, che per loro non è blu ma è color oro e costa mille dollari al mese più altri cinquanta al mese per ciascun dipendente affiliato. Si sono rifiutati per esempio il New York Times, il Los Angeles Times, il Washington Post, BuzzFeed, Politico e Vox (la Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana, @rsionline, ha ancora la spunta blu gratuita) [ho chiesto ai colleghi; @Rainews, invece, ha la spunta oro; non so se a pagamento o gratis, ho chiesto ma non ho avuto risposta]. La Casa Bianca ha annunciato che non pagherà per avere la spunta grigia che identifica le organizzazioni governative.
Ovviamente non è una questione di soldi, ma di significato: la spunta blu adesso
non solo è inutile, perché non autentica più nulla, ma è anche imbarazzante,
perché fa sembrare che sei
“il tipo di persona che pagherebbe otto dollari al mese per sentirsi
speciale”, per citare le
parole
del comico Mike Drucker (se per caso ve lo state chiedendo, la mia spunta blu
è quella originale gratuita; neanch’io ho intenzione di pagare per mantenerla, visto che adesso non significa più nulla).
I
dati raccolti dal ricercatore informatico Travis Brown
parlano molto chiaro: dei circa 420.000 account verificati secondo il vecchio
sistema, quindi appartenenti ai power user che sono la linfa vitale di
qualunque social network, finora solo circa dodicimila hanno pagato: poco più
del tre per cento. E la battuta del comico statunitense Drucker sul pagare per
sentirsi speciale sembra azzeccata: metà degli utenti paganti di Twitter ha
meno di mille follower. In tutto, questi account paganti sono poco meno di
mezzo milione, ossia meno dello 0,2% degli utenti giornalieri totali di
Twitter.
La reazione di Twitter a questo rifiuto collettivo è stata che le spunte blu
autenticate non sono state rimosse in massa come era stato invece annunciato.
Cosa più importante, Twitter ha aggiunto a questo dietrofront una scelta
particolarmente infelice e pericolosa dal punto di vista della sicurezza
informatica: ha disattivato l’avviso che permetteva di distinguere facilmente
gli account realmente autenticati da quelli semplicemente paganti. Dal 3
aprile scorso, infatti, cliccando sulla spunta blu di entrambi i tipi di
account compare un avviso che dice semplicemente che
“Questo account è verificato in quanto è abbonato a Twitter Blue o poiché è
stato verificato secondo i criteri precedenti”.
La nuova dicitura unificata.
Prima, invece, questo avviso specificava se un account era autenticato
oppure a pagamento, usando due diciture differenti.
La dicitura distinta precedente, nel caso di un account realmente autenticato.
La dicitura distinta precedente, nel caso di un account a pagamento.
C’è insomma grande confusione, e il rischio di truffe e inganni è altissimo:
per esempio, per qualche ora l’account di Bill Oakley, una persona che a scopo
dimostrativo ha finto di essere il New York Times su Twitter, ha avuto
un aspetto più attendibile rispetto a quello dell’account vero del giornale:
l’account finto, infatti, aveva la
spunta blu, mentre quello vero no [forse in seguito a un intervento personale di Elon Musk].
L’account finto.
L’account vero.
Cominciano già a comparire account con la spunta blu che fingono di essere
qualcun altro, per esempio a scopo politico o satirico, come “MFA Russia”, che sembra l’account Twitter del Ministero per gli Affari Esteri della
Federazione Russa, con tanto di logo, bandiera e ovviamente spunta blu, ma è
tutt’altro; e Monica Lewinsky (sì, proprio lei) ha
dimostrato
bene l’entità del problema elencando tutti gli account che su Twitter usano il suo nome e
sono oltretutto “verificati” secondo le nuove regole, mentre lei lo è secondo
quelle vecchie e quindi la sua spunta blu è destinata, in teoria, a scomparire.
Al momento esistono solo alcuni
modi piuttosto macchinosi
per capire se un account Twitter è autenticato o è un impostore a pagamento,
per cui è consigliabile semplicemente non fidarsi ciecamente di
nessun account.
Le foto del Papa che indossa un enorme giubbotto e di Donald Trump in fuga dai
poliziotti hanno fatto il giro del mondo e hanno dimostrato la viralità e la
potenza delle immagini generate dai software di intelligenza artificiale come
Midjourney
e DALL-E 2. Ne ho parlato
nella
puntata del 23 marzo 2023, e torno sull’argomento per segnalare le guide preparate da AFP e
FullFact per
aiutare i giornalisti e anche gli utenti comuni a non farsi ingannare da
queste immagini sempre più realistiche.
Il consiglio principale di questi esperti è chiedersi prima di tutto se
l’immagine sia plausibile. Per esempio, è realistico che il presidente
francese Macron si trovi da solo in mezzo a una protesta violenta per le
strade di Parigi, come sembrano mostrare certe
foto?
Il timbro “FAKE” l’ho aggiunto io per non contribuire a diffondere immagini false e per evitare equivoci.
Certo, a volte le fotografie bizzarre e sorprendenti di persone molto
conosciute sono reali, e poi tendiamo a credere alle immagini che confermano
le nostre opinioni, ma come regola generale se un foto sembra troppo bella per
essere vera, ricordiamoci che probabilmente non è vera.
Il secondo consiglio è cercare l’immagine originale, usando le funzioni di
ricerca di immagini di Google o Yandex: questo potrebbe far emergere l’autore
della foto, oppure una versione a maggiore risoluzione che permette un’analisi
più dettagliata oppure ancora un sito che spiega se la foto è falsa o reale.
Queste funzioni di ricerca permettono anche di scoprire se l’immagine è
presente solo sui social network, cosa che la rende molto sospetta, oppure se
è stata pubblicata anche da siti giornalistici autorevoli. Si può inoltre
cercare se esistono altre angolazioni della stessa scena: questo capita spesso
nelle foto reali ed è invece difficile da generare con i software di
intelligenza artificiale.
Anche l’ambientazione può rivelare eventuali falsificazioni. È successo per
esempio con le foto false di Putin che si inginocchia apparentemente davanti a
Xi Jinping, in cui l’arredamento, generato dal software, non corrisponde a
quello del luogo del loro incontro.
Poi ci sono gli errori classici di questi software: le mani distorte o un
numero di dita eccessivo o insufficiente, troppi denti, occhiali e capelli
deformati e asimmetrici, oppure oggetti troncati o distorti, specialmente
sullo sfondo. Nelle foto sintetiche si nota spesso anche che la pelle delle
persone è troppo lucida e uniforme, come se fosse stato applicato un “filtro
bellezza” o qualcosa di simile. Le foto reali, specialmente se scattate con
fotocamere professionali, non hanno questo effetto. Ma i nuovi software di
intelligenza artificiale stanno man mano eliminando questi errori.
Un altro indizio rivelatore è il testo. Le didascalie, le insegne dei negozi o
le scritte sui cartelli, per esempio, vengono generate molto maldestramente
dai software: guardandole bene si nota che sembrano lettere ma non lo sono.
Per notare tutti questi indizi, però, occorre sviluppare un’abilità insolita,
che è quella di non farsi travolgere dall’emotività e non farsi distrarre dal
soggetto principale della foto e invece concentrarsi sull’esame spassionato
dei dettagli. E questa è una cosa che nessuna app può fare per noi. Nel
dubbio, comunque, rimane valida la regola che è meglio non condividere nulla
di cui non si sia assolutamente certi.
Aprire cancelli in tutto il mondo, grazie all’IoT
[CLIP: la combinazione da “Balle spaziali”]
Gli informatici dicono spesso, ridendo, che
“la S nella sigla IoT (quella dell’Internet delle Cose)
sta per ‘sicurezza’”, e quando qualcuno immancabilmente fa notare nella
sigla IoT non c’è la S, rispondono “Appunto”. È un modo umoristico per
sottolineare che troppo spesso nei dispositivi connessi a Internet per la
gestione remota di apparecchi di vario genere la sicurezza è scadente se non
addirittura inesistente.
I toni del CISA, il dipartimento per la sicurezza informatica e delle
infrastrutture degli Stati Uniti, sono stati invece molto meno umoristici
quando questo ente ha
avvisato
pubblicamente che tutti gli apricancello, le porte automatiche e i sistemi di
gestione degli antifurto della marca Nexx, una delle più popolari nel settore [oltre 40.000 dispositivi residenziali e commerciali],
sono incredibilmente vulnerabili.
Tutti questi dispositivi, infatti, hanno una stessa password universale,
facile da trovare, e trasmettono in chiaro, senza alcuna crittografia,
l’indirizzo di mail, l’identificativo del dispositivo e altri dati insieme a
ogni messaggio di apertura o chiusura o programmazione.
In altre parole [come
scrive
Ars Technica], chiunque abbia competenze tecniche anche modeste può frugare nei server
della Nexx, cercare un dato indirizzo di mail associato a un dispositivo che
gli interessa, e poi dare comandi a quel dispositivo, per esempio
disabilitando un antifurto o aprendo la porta di un garage altrui.
L’azienda è stata contattata da Sam Sabetan, il ricercatore di sicurezza che
ha notato queste falle, ma non ha risposto, neanche quando è stata raggiunta
dal Dipartimento per la Sicurezza Nazionale. L’esperto consiglia di scollegare
qualunque dispositivo di questa marca e il CISA raccomanda di isolare i
prodotti Nexx da Internet e dalle reti aziendali, di proteggerli con un
firewall
e di usare una VPN per tutti gli accessi.
Gli errori di progettazione rivelati dal ricercatore sono davvero elementari:
è da incoscienti usare una password identica in tutti i dispositivi di
controllo remoto, perché questo permette a un aggressore di comandare i
dispositivi degli altri, come ha fatto appunto Sam Sabetan in un video per
dimostrare l’entità della falla. Ed è ancora più preoccupante che l’azienda
non si sia finora degnata di rimediare.
Non è il primo caso del suo genere, e quindi resta da chiedersi quanti altri
dispositivi domotici e di controllo remoto, i cosiddetti dispositivi
smart,sono progettati altrettanto maldestramente e non sono ancora stati
scoperti.
Per finire, spendo due parole a proposito di quello che molti hanno definito
impropriamente il blocco di ChatGPT in Italia voluto dal Garante per la
Privacy nazionale. In realtà [come nota per esempio Cybersecurity360.it] è stata OpenAI, l’azienda che gestisce ChatGPT,
ad autosospendere il servizio per gli utenti italiani in attesa di
regolarizzare la propria posizione legale, visto che il Garante italiano le ha
segnalato che non rispettava il regolamento europeo sulla privacy e sul
trattamento dei dati, per esempio dando libero accesso anche ai minori di 13
anni.
[Nota: anche il Canada ha avviato un’istruttoria; Germania, Francia e Irlanda si appresterebbero a seguire l’esempio del Garante italiano, secondo La Regione/Ats/Reuters]
È molto probabile che questa autosospensione cessi presto, quando OpenAI si
metterà in regola. Però nel frattempo molti utenti si sono indignati e si sono
affrettati a tentare di aggirare questa autosospensione, usando software di
VPN e simili per far sembrare di non essere in Italia.
Tuttavia la questione
della privacy dei dati degli utenti, con questi software di intelligenza
artificiale, è seria e fondata: lo sanno bene i dipendenti di Samsung, per
esempio, che hanno subìto una fuga di dati sensibili su progetti industriali
perché hanno immesso in ChatGPT il codice sorgente dei loro software aziendali
per farselo controllare. Ma OpenAI avvisa che quello che si immette può essere
letto dai dipendenti dell’azienda [dalle sue FAQ: “Your conversations may be reviewed by our AI trainers to improve our systems”; informativa sulla privacy].
Se immaginate un medico che carica in ChatGPT un referto per farselo
riassumere o analizzare, con nomi e cognomi, o un ragazzo che si rivolge a
ChatGPT per avere risposte su argomenti delicati come la sessualità e i
rapporti interpersonali pensando che sia uno spazio privato, forse le
motivazioni del Garante diventano più chiare. Anche perché è già stato
segnalato il primo caso documentato di una persona incoraggiata a suicidarsi
da un servizio di chat basato sull’intelligenza artificiale.
ChatGPT e simili sono degli strumenti utili, ma è essenziale conoscerne i
limiti e il reale funzionamento: non sono veramente intelligenti, danno
facilmente suggerimenti falsi o pericolosi, e quello che vi immettete non
resta segreto.
Da qualche giorno impazza non solo tra gli appassionati e gli specialisti ma
anche nei media di massa una notizia secondo la quale il prossimo iPhone, il
13, sarà dotato della capacità di telefonare via satellite.
ANSA, per esempio, parla
di “connettività satellitare LEO”, dove LEO sta per Low Earth Orbit (orbita terrestre bassa), e precisa che si tratterebbe
di “connessione internet” da fornire “in luoghi che non dispongono ancora di torri trasmittenti”, quindi di
un sistema satellitare bidirezionale. Ne parlano anche Punto Informatico, Engadget, Gizmodo, HDBlog, Business Insider, The Verge, CNBC, Slashdot
e tanti altri.
La notizia, però, si basa esclusivamente sulle dichiarazioni di un singolo “analista esperto di affari di Apple, Ming-Chi Kuo”, contenute in una
nota agli investitori e descritte da MacRumors, che a loro volta si basano su una sua deduzione riguardante la presenza,
nei prossimi iPhone, di uno specifico componente (il modem Qualcomm X60) che
include funzioni per le comunicazioni satellitari. Questo, secondo lui o
secondo l’interpretazione data dai media alle sue parole, rivelerebbe
l’intenzione di Apple di usare le reti satellitari per i propri telefoni. La
fonte originale della notizia, MacRumors, parla proprio di fare chiamate e
inviare messaggi (non di connettersi a Internet): “to make calls and send messages in areas without 4G or 5G coverage”.
Ma c’è un fatto tecnico che indica che si tratta molto probabilmente di una
bufala generata da un equivoco, a meno che Apple abbia realizzato almeno un
paio di miracoli tecnologici.
Il fatto tecnico è che un telefonino che faccia comunicazione satellitare bidirezionale ha bisogno di un’antenna piuttosto ingombrante, che non
può essere miniaturizzata più di tanto.
I telefonini satellitari attuali, quelli capaci di fare e ricevere telefonate
e connettersi a Internet collegandosi a satelliti, hanno antenne come questa:
Ci sono anche dispositivi satellitari con antenne meno mastodontiche, ma non
consentono di fare chiamate o di connettersi a Internet: sono i cercapersone satellitari, come questo di Garmin, che
consentono di inviare e ricevere brevi messaggi di testo, e sono i dispositivi
di localizzazione di emergenza via satellite (PLB o Personal Locator Beacon), come questo
o addirittura integrati in orologi da polso, che
non possono mandare neanche messaggi ma si limitano a inviare ai satelliti di
localizzazione un semplice segnale radio che dice soltanto “io sono qui”.
Sono estremamente compatti, ma hanno comunque un’antenna cospicua e sporgente,
che va estratta per usarli. Riuscite a immaginare un iPhone con un bozzo
antiestetico del genere? O due fili penzolanti? No, vero?
A scanso di equivoci, aggiungo che è vero che gli attuali iPhone comunicano con i satelliti GPS, ma è una comunicazione unidirezionale, non bidirezionale. Per usare il GPS i telefonini si
limitano a ricevere segnali dai satelliti, ma non ne trasmettono (cosa
che richiederebbe appunto un’antenna piuttosto ingombrante). Qui la diceria
parla di trasmettere e ricevere. Addirittura di fare chiamate a voce.
—
Ci sono varie ipotesi
sulla genesi di questa storia: una è spiegata qui
da Sascha Segan. In ogni caso, sembra che tutto sia iniziato
dal fatto che un chip presente a bordo dell’iPhone 13 sarebbe in grado di
usare la banda di trasmissione denominata b53/n53 (a 2,4 GHz), che Globalstar
vuole
adoperare per potenziare le comunicazioni cellulari, e siccome Globalstar è
nota per le comunicazioni satellitari qualcuno ha immaginato che questo
volesse dire che l’iPhone 13 potrà fare telefonate via satellite.
Un’altra ipotesi è che, come segnala Mark Gurman su Bloomberg
sulla base di indiscrezioni, Apple stia lavorando all’idea di offrire funzioni
di sola messaggistica satellitare nelle versioni future dell’iPhone, non nella
versione 13 (“the features are unlikely to be ready before next year […] The features could also change or be scrapped before they’re released”). Questo potrebbe aver portato al malinteso.
Nel frattempo, MacRumors, la fonte iniziale della notizia, ha corretto il tiro, precisando che “la banda n53 di cui parla Kuo è spettro terrestre… Globalstar non
commercializza o offre spettro nella Banda 53 o n53 per le comunicazioni
satellitari — è solo per copertura terrestre”. In altre parole, è assai probabile che i satelliti non c’entrino nulla.
Sapremo come stanno realmente le cose tra un paio di settimane, alla
presentazione dell’iPhone 13, che intanto grazie a questa diceria ha ricevuto
montagne di pubblicità gratuita.
2023/04/06. L’iPhone 14 consente messaggi di testo inviati dal telefono alla rete satellitare Globalstar e viceversa in caso di emergenza. Non consente telefonate satellitari.
Ho ricevuto numerose segnalazioni
di un annuncio di Twitter, secondo il quale l’autenticazione tramite SMS verrà
riservata prossimamente agli utenti paganti.
L’annuncio è autentico e dice che “Solo gli abbonati a Twitter Blue”, che è la versione a
pagamento di Twitter, “possono utilizzare gli SMS come metodo di autenticazione a due fattori. La
sua rimozione richiederà solo qualche minuto.” dice l’annuncio. “Puoi ancora utilizzare l’app
per l’autenticazione e i token di sicurezza come metodi di
autenticazione.” Questo avviso indica la data del 19 marzo prossimo come termine ultimo: “Per non perdere l’accesso a Twitter, rimuovi l’autenticazione a due
fattori tramite SMS entro la seguente data: 19 mar 2023”.
Questa nuova regola è stata annunciata ufficialmente con un tweet di @TwitterSupport il 18 febbraio 2023 ed è descritta in dettaglio in una pagina
del blog di Twitter, con la giustificazione che “purtroppo abbiamo visto che l’autenticazione a due fattori basata sul
numero di telefono viene usata e abusata da attori ostili. Per cui a partire
da oggi non permetteremo più agli account di iscriversi al metodo di
autenticazione a due fattori basato su SMS a meno che siano abbonati a
Twitter Blue”
(“unfortunately we have seen phone-number based 2FA be used – and abused –
by bad actors. So starting today, we will no longer allow accounts to enroll
in the text message/SMS method of 2FA unless they are Twitter Blue
subscribers”).
Suona un po’ assurdo dire che una forma di autenticazione più debole verrà
riservata agli utenti paganti (che sono quelli che hanno più da perdere), ed è
facile interpretare questa novità come un altro disperato tentativo di
incentivare gli utenti a usare la versione a pagamento di Twitter (cosa che
finora, a quanto pare, hanno fatto meno di 200.000 persone
negli Stati Uniti). Tuttavia Elon Musk ha giustificato questo cambiamento dicendo che gli SMS di autenticazione a due fattori fraudolenti, generati da numerose compagnie telefoniche disoneste, stavano costando a Twitter ben 60 milioni di dollari l’anno.
Sia come sia, rimane il fatto che l’autenticazione fatta tramite SMS in generale è poco
sicura, non solo su Twitter ma su qualunque servizio online, e andrebbe rimpiazzata, comunque e dovunque, dall’autenticazione
tramite app apposita o tramite token, ossia un piccolo dispositivo digitale che contiene una chiave crittografica di sicurezza.
Purtroppo è molto probabile che invece la pigrizia della massa degli utenti, di
fronte alla scelta fra
a) pagare per continuare come prima
e
b) capire, installare, configurare e attivare l’autenticazione tramite
app
sarà quasi sempre
c) levare del tutto l’autenticazione e usare solo la password, tanto cosa
vuoi che mi succeda
Già adesso, secondo le ricerche dell’esperta informatica Rachel Tobac, meno del 3% degli utenti di Twitter ha una qualunque forma di autenticazione a due fattori, e di quel 3% scarso il 74% usa gli SMS. Con questa nuova regola, un’ondata di furti di account è praticamente inevitabile.
Se volete rimediare e cercate un’app di autenticazione, potete provare Authenticator di Google (per Android
e iOS) oppure Authy o l’app di autenticazione di Microsoft (disponibile anche lei per Android e iOS). Per gli utenti Apple c’è anche il Keychain o Portachiavi di iOS.
Passare all’autenticazione forte in Twitter non è difficile, ma non è neanche una passeggiata:
Il primo passo è installare un’app di autenticazione.
Fatto questo, si va nell’app, si tocca l’icona del profilo, si sceglie Impostazioni e assistenza, poi Impostazioni e privacy e infine Sicurezza e accesso all’account e poi Sicurezza.
Qui si sceglie Autenticazione a due fattori e si disattiva l’opzione SMS (per farlo bisogna digitare la propria password).
Compare la richiesta di confermare la disattivazione e si risponde toccando Disattiva.
Si attiva una delle opzioni di sicurezza alternative, ossia App per l’autenticazione oppure Token di sicurezza. Se si sceglie la prima (App per l’autenticazione), compare l’invito ad abbinare un’app di autenticazione all’account Twitter.
Si clicca su Inizia.
Nella schermata successiva, che richiede di abbinare l’app di autenticazione all’account Twitter, si tocca Link app.
Su iPhone (non so cosa succeda su Android) a questo punto compare la schermata Password automatica e viene elencato l’account Twitter insieme agli altri protetti da password. Si tocca questo account e compare un codice di verifica che dura 30 secondi.
Si tiene a mente questo codice e si torna all’app Twitter, che a questo punto chiede di immettere il codice.
Si immette il codice.
Già che siete da quelle parti in Impostazioni e privacy e poi Sicurezza e accesso all’account, toccate anche l’opzione Codice di backup, che genera un codice unico, usabile una sola volta, che vi permette di autenticarvi in caso di emergenza.
Questo articolo fa parte del testo del podcast Il Disinformatico
di venerdì 16 dicembre. Pubblicazione iniziale: 2022/12/16 1:57. Ultimo aggiornamento: 2022/12/16 19:35.
La vicenda di Twitter si fa sempre più complicata e si arricchisce di aspetti
umani oltre che tecnici. Ho riepilogato la fase iniziale della cronaca del
caos e le tecniche di autodifesa corrispondenti nella puntata del Disinformatico del 18 novembre scorso, ma nelle quattro settimane che ormai ci separano da quella data sono
successe talmente tante cose intorno a Twitter e Elon Musk, il suo nuovo
proprietario e amministratore unico, che è opportuno fare un nuovo riassunto
della situazione.
Prima di tutto, alcune raccomandazioni tecniche. Se avete un account su
Twitter e state pensando di chiuderlo ed eliminarlo, non fatelo. Eliminare un
account Twitter significa infatti che qualcun altro potrà usare il vostro
stesso nome di account in futuro, causando confusione e magari spacciandosi
per voi (Twitter Help; Chron; PCWorld). Se state pensando invece di renderlo privato o protetto, tenete presente che se lo fate diventeranno pubblicamente inaccessibili
anche tutti i vostri tweet precedenti.
Al momento, la strategia più prudente è semplicemente smettere di usare
l’account, silenziare le notifiche, e mettere nelle informazioni del profilo e
in un ultimo tweet un annuncio che avvisi che l’account è fermo e non verrà
monitorato e che dia le coordinate di come comunicare con voi altrove. È
quello che ho fatto anch’io, e sembra funzionare.
Intanto sono finalmente arrivati, dopo il disastro iniziale dei falsi account aziendali e alcuni rinvii, i
bollini colorati, quelli che dovrebbero classificare e verificare gli account
su Twitter, e alcuni di questi bollini sono disponibili anche in Europa.
Il bollino color oro indica un account che è “verificato poiché si tratta di un’azienda ufficiale” (come per esempio @Repubblica); ma il bollino blu
continua a indicare sia un “account verificato secondo i criteri precedenti” che
“[p]otrebbe essere o non essere notorio”
(una definizione a metà fra Schrödinger e Shakespeare) sia un account che “è verificato in quanto è abbonato a Twitter Blue” e quindi ha
semplicemente pagato otto dollari al mese (o undici se ha pagato tramite
Apple).
Ci dovrebbe essere anche un bollino grigio per le istituzioni, ma non si è
ancora visto, e la “verifica” avviene semplicemente tramite il numero di telefono, quindi ha un valore molto limitato. La confusione, insomma, persiste.
E c’è anche un altro elemento di confusione: in teoria chi ha il
bollino blu e cambia il proprio nome nell’account dovrebbe perderlo fino a che
Twitter non lo verifica di nuovo, ma io ho cambiato il mio nome su Twitter,
dove ho un account con il bollino blu “vecchia maniera”, e non è successo nulla. Questa è una buona notizia per chi vuole inserire nel proprio nome su
Twitter le proprie coordinate su altri social, per esempio.
Prima…
…e dopo.
Il bollino è rimasto e nessuno mi ha chiesto niente.
Un altro cambiamento tecnico su Twitter è la scomparsa di un’informazione
utile per gli utenti, come nota il
collega David Puente, ossia l’indicazione dell’app o del dispositivo usato per
scrivere uno specifico tweet. Sapere se un tweet era stato scritto usando uno
smartphone oppure un’app pubblicitaria permetteva di capire più facilmente se
si trattasse di un tweet autentico, scritto da un essere umano, o se si
trattasse di un messaggio automatico generato da un bot. Ora questa
indicazione non è più immediatamente disponibile.
C’è anche una nota tecnica che riguarda gli account inattivi: Elon Musk ha dichiarato che
verranno eliminati dopo un certo periodo di inattività, che non ha
quantificato. Questo è importante per tutti gli account che appartenevano a
familiari deceduti, per esempio, o per le aziende o le testate giornalistiche
che non esistono più: se gli eredi non li tengono attivi, tutti i tweet di
queste organizzazioni e delle persone care scompariranno, lasciando buchi nei
ricordi di famiglia e anche nei siti che li hanno condivisi. A differenza di
Facebook, infatti, su Twitter non esiste l’opzione di nominare un curatore
degli account delle persone scomparse o di rendere permanente un account
facendolo diventare commemorativo.
E a proposito di inattività, Elon Musk ha annunciato
che rimetterà a disposizione del pubblico i nomi degli account cancellati o
inattivi da tempo, che sono circa un miliardo e mezzo. Ma questa è una pessima idea
dal punto di vista tecnico, perché gli addetti ai lavori sanno benissimo che
in questo modo qualunque vecchio link a questi account punterà ai nuovi
proprietari, che ne potranno abusare come avviene già adesso per i nomi dei
siti Internet che non vengono rinnovati, per cui un nome di sito che prima
portava a un’azienda o a un’istituzione governativa ora porta ai contenuti di
uno spammer, di un truffatore, di un rivenditore di pornografia o di fake news.
Un’altra scelta tecnica molto particolare di Twitter è quella di etichettare
automaticamente come “sensibile”, ossia pericoloso, qualunque tweet che
contenga un link alla piattaforma quasi-rivale Mastodon, almeno secondo
le osservazioni di alcuni ricercatori.
Se siete ancora su Twitter e citate notizie pubblicate su Mastodon, potreste
trovarvi segnalati, e anche l’account Twitter di Mastodon, cioè @joinmastodon, risulta sospeso
senza alcuna giustificazione ufficiale [ma forse ce n’è una non ufficiale], con buona pace delle dichiarazioni di libertà di espressione fatte da Elon
Musk.
[L’esperto di sicurezza informatica Graham Cluley segnala che persino indicare un link a Mastodon nelle proprie informazioni di profilo su Twitter viene respinto, con tanto di avviso ingannevole che dice che il link è considerato malware.]
Poi c’è un’altra bizzarria che ha colpito
in particolare gli utenti dell’Ucraina: se hanno protetto i propri account
Twitter contro i furti usando l’autenticazione a due fattori tramite codice di
sicurezza ricevuto via SMS, non possono più accedere ai propri account.
Secondo le prime analisi, si tratta del risultato infelice di un tentativo
malamente pianificato di eliminare lo spam: invece di bloccare i singoli
spammer, Twitter avrebbe bloccato
intere reti telefoniche di specifici paesi dai quali proveniva molto spam. Ne
pagano le conseguenze gli utenti onesti di molte reti cellulari in Russia,
Indonesia, India e Malesia; quindi se conoscete qualcuno da quelle parti che
non riesce più ad accedere al proprio account, la colpa è probabilmente di
Twitter.
Va detto che ci sono anche alcuni progressi molto positivi: gli addetti ai
lavori segnalano
che gli hashtag più diffusi per la disseminazione di immagini di abusi
sessuali su minori sono stati sostanzialmente eliminati dal social network e
Twitter ha aggiunto l’opzione di segnalare specificamente questo tipo di
contenuto, che rappresentava un problema serissimo rimasto irrisolto per anni [e sono state anche introdotte altre migliorie al sistema di rilevamento automatico e rimozione di questi contenuti].
Inoltre l’11 dicembre il servizio anti-fake news di Twitter gestito da
volontari, denominato Community Notes, è diventato disponibile
in tutto il mondo
anziché solo negli Stati Uniti, per cui ora tutti gli utenti di Twitter
possono vedere le annotazioni di questo servizio direttamente sotto i tweet
che fanno informazione scorretta.
Ma dal punto di vista tecnico, insomma, per Twitter e i suoi utenti si
prospettano tempi difficili e confusi, con regole e impostazioni soggette a
cambi continui e arbitrari.
Gli sconvolgimenti di Twitter, però, non solo soltanto tecnici.
—
Anche se non avete un account Twitter, le vicende sempre più bizzarre di
questo social network sono sicuramente interessanti dal punto di vista umano e
ci toccano tutti, direttamente o indirettamente, perché Twitter è una delle
piattaforme più influenti al mondo per la diffusione in tempo reale di notizie
ed è usatissimo da giornalisti, tecnici e politici per informare e informarsi,
e quindi qualunque cambiamento lo riguardi ha ripercussioni sociali anche per
chi non lo usa.
Elon Musk ha usato Twitter per fare una raccomandazione di voto
nelle elezioni statunitensi; ha invitato
i suoi oltre cento milioni di follower a seguire il movimento complottista
insurrezionista QAnon; ha riammesso Donald Trump, che era stato bandito da Twitter dopo i suoi tweet di aizzamento della
folla che poi ha assalito il Campidoglio statunitense il 6 gennaio scorso, e
ha tolto il ban
anche ad alcune migliaia di figure della disinformazione e dell’odio, soprattutto apertamente neonaziste e razziste, ma anche complottiste di
QAnon e spammer: personaggi come Andrew Anglin, bandito sin dal 2013,
fondatore del sito neonazista Daily Stormer, aperto sostenitore della
pulizia etnica, negazionista dell’Olocausto e artefice di campagne di
persecuzione fisica di ebrei (RollingStone).
Lo sviluppatore Travis Brown sta compilando un elenco giornaliero
dei riammessi, che permette di valutare i tipi di account che erano
inaccettabili per la gestione precedente di Twitter e che ora vengono
considerati ammissibili[un altro elenco è pubblicato da Media Matters]. Si tratta di una decisione di “amnistia” generale presa direttamente
da Elon Musk e basata su un “sondaggio”
fatto fra i suoi follower.
Un esempio particolarmente emblematico di queste riammissioni controverse
è quello del rapper Kanye West, riammesso su Twitter e ribannato subito dopo
per aver postato ai suoi 32 milioni di follower una svastica inserita in una stella di Davide
e dopo aver condiviso dei messaggi personali scambiati fra lui e Elon Musk.
Giusto per levare ogni dubbio sulle sue opinioni, West ha dichiarato
pubblicamente e testualmente, durante l’Alex Jones Show, che lui ama i
nazisti e specificamente Hitler, che secondo West avrebbe addirittura inventato le autostrade e i microfoni. Parole sue, trascritte da Gizmodo:
“But this guy that invented highways, invented the very microphone that I
use as a musician […] every human being has something of value that they
brought to the table. Especially Hitler!”
“I don’t like the word ‘evil’ next to Nazis. I love Jewish people, but I
also love Nazis.”
Sempre Musk ha usato il suo nuovo potere su Twitter per inviare
a 119 milioni di follower un tweet
che mostra una falsa schermata della CNN, nella quale sembrava che Don Lemon,
uno dei conduttori del canale televisivo, stesse dando la notizia che “Musk potrebbe mettere a repentaglio la libertà di espressione su Twitter
dando alla gente la possibilità di esprimersi liberamente”. L’intento era presumibilmente umoristico, ma usare il vero logo della CNN e
l’immagine di un vero conduttore della rete televisiva ha rischiato di creare
equivoci, e infatti persino Community Notes, il servizio di fact-checking di Twitter, ha segnalato che il tweet del CEO di Twitter viola le regole di Twitter.
Insomma, non è il tipo di ambiente che entusiasma gli inserzionisti
pubblicitari, dai quali Twitter attualmente dipende. A fine ottobre Kanye West
era stato mollato
da sponsor come Adidas, Balenciaga, Foot Locker, JP Morgan Chase, Gap e altri.
Ritrovarselo su Twitter, anche solo brevemente, manda un messaggio che per
chiunque investa in pubblicità e comunicazione è semplicemente inaccettabile.
Secondo il Wall Street Journal, a novembre il traffico pubblicitario su Twitter è calato dell’85% rispetto
allo stesso periodo del 2021.
Elon Musk ha cercato di rassicurare gli inserzionisti pubblicando grafici
che sembrano indicare un calo
della visibilità dei discorsi d’odio, ma il 12 dicembre tre membri del Trust
and Safety Council, l’organo interno di Twitter che vigila sulla sicurezza
degli utenti e garantisce la fiducia in questo social network, si sono dimessi
e hanno pubblicato una lettera
nella quale dicono invece che i contenuti di odio contro le persone di colore
e gli omosessuali sono aumentati
enormemente da quando Elon Musk ha preso le redini di Twitter e parlano di un
social network “governato tramite diktat”. Per tutta risposta, Musk ha abolito l’organo interno di vigilanza
il giorno stesso.
Non sono solo gli inserzionisti ad essere inquieti: anche Elton John (un milione e
centomila follower) ha annunciato
il 9 dicembre
di aver “deciso di non usare più Twitter a causa del recente cambio di politica che
consentirà alla disinformazione di prosperare senza controllo”. Come lui, hanno già sospeso l’uso di Twitter la modella Gigi Hadid, la scrittrice Shonda Rhimes
(1,9 milioni di follower) e l’ex chitarrista
dei White Stripes Jack White, segnala Reuters.
Le ragioni di questa inquietudine diffusa si concentrano principalmente sul
boss assoluto di Twitter, perché oltre ad aver intenzionalmente riammesso
personaggi a dir poco impresentabili, Musk ha pubblicato tweet nei quali ha incitato
a processare Anthony Fauci, l’immunologo ex consigliere medico della Casa
Bianca che ha avuto un ruolo di primo piano nella lotta alla pandemia da
Covid-19 negli Stati Uniti. Musk non ha specificato le ragioni di questa
richiesta, ma molti suoi fan l’hanno colta come un invito a perseguitare Fauci
ed è partita su Twitter una campagna di odio
contro l’immunologo, sua moglie e i suoi figli. Va ricordato che Musk, nel
2020, aveva tweetato
che “il panico da coronavirus è stupido” e che la pandemia negli Stati
Uniti sarebbe stata “vicina allo zero” entro aprile di quell’anno.
Musk si è poi scagliato pubblicamente anche contro l’ex direttore della
sicurezza e della fiducia di Twitter, Yoel Roth, che si era dimesso a
novembre. Il boss di Twitter infatti ha iniziato a pubblicare una serie di
documenti interni del social network, i cosiddetti Twitter files, che a
suo dire scoperchierebbero una vasta cospirazione politica dei dirigenti di
Twitter per favorire i democratici statunitensi. In questa cospirazione ci
sarebbe coinvolto anche Roth, che Musk ha accusato pubblicamente
(ovviamente su Twitter) di essere favorevole alla pedofilia presentando come
presunta prova un estratto della tesi di Roth tolto dal suo contesto e
travisato. Come risultato, a Yoel Roth sono arrivate minacce
così gravi da costringerlo ad abbandonare la propria abitazione.
Gli attacchi personali di Elon Musk hanno preso di mira anche gli account Twitter che pubblicavano gli spostamenti dei jet privati
appartenenti a miliardari russi
e a Musk stesso, attingendo a dati pubblicamente disponibili per legge. Il CEO di Twitter aveva dichiarato
il 7 novembre scorso che il suo impegno per la libertà di espressione era
talmente grande che non avrebbe bandito @elonjet, l’account con mezzo
milione di follower che tracciava il suo jet personale, “anche se costituisce un rischio personale diretto”. Ma quest’impegno
civile di Elon Musk è durato poco più di un mese, perché il 13 dicembre
l’account @elonjet è stato sospeso per violazione delle Regole di Twitter, che sono state aggiornate
(copia permanente) per vietare – guarda
caso – la condivisione di informazioni di localizzazione in tempo reale anche se queste informazioni sono reperibili altrove pubblicamente.
live location information, including information shared on Twitter directly
or links to 3rd-party URL(s) of travel routes, actual physical location, or
other identifying information that would reveal a person’s location,
regardless if this information is publicly available;
[Questa regola è una follia per qualunque giornalista, perché formulata così significa che se un giornalista annuncia in diretta o fa un livetweet di un’apparizione pubblica di qualcuno, rischia di trovarsi l’account sospeso. Qualunque diretta rischia di essere in violazione. Immaginate un cronista alla Casa Bianca che tweeta “il Presidente degli Stati Uniti sta entrando ora in sala stampa” e si trova sospeso.]
Musk, inoltre, ha dichiarato
di aver avviato un’azione legale contro Jack Sweeney, lo studente
ventenne residente in Florida che ha creato questi account di monitoraggio con
lo scopo di rendere più visibile l’impatto ambientale dei jet privati, e
mentre preparo questo podcast arrivano
continue segnalazioni
di account
di giornalisti sospesi
da Twitter [Donie O’Sullivan della CNN, Drew Harwell del
Washington Post, Ryan Mac del New York Times e altri ancora], a
quanto pare per aver citato la vicenda @Elonjet [poco dopo la chiusura del podcast è arrivato l’annuncio
della Commissione UE della possibilità di sanzioni per queste sospensioni
arbitrarie della libertà di stampa]. Eppure ad aprile scorso Elon Musk aveva tweetato
che sperava che anche i suoi critici peggiori sarebbero rimasti su Twitter, “perché libertà di espressione significa questo” (“I hope that even my worst critics remain on Twitter, because that is what
free speech means”).
Molti utenti di Twitter non hanno apprezzato questi voltafaccia e lo hanno fatto sapere
a Elon Musk senza troppi giri di parole, ricordandogli
tutte le sue promesse di libertà di espressione “nei limiti di legge” poi disattese quando riguardano direttamente lui,
come già successo per gli account Twitter che per parodia avevano adottato in
massa il suo nome qualche tempo fa.
La giustificazione per il cambiamento delle regole e l’azione legale, secondo Musk, è che il 13 dicembre a Los Angeles uno stalker ha bloccato l’auto che
trasportava uno dei suoi figli ed è salito sul cofano. Un episodio grave e
preoccupante, ma Jack Sweeney, quello di @elonjet, non ha mai postato
informazioni sugli spostamenti in auto di Musk e famiglia; ha
pubblicato solo le informazioni sulle partenze e gli arrivi del suo jet
personale, con o senza Musk a bordo, e l’episodio descritto da Musk non è avvenuto
nei pressi di un aeroporto. Il nesso fra i due eventi, insomma, è decisamente labile.
Una ulteriore conferma della regola, non scritta ma che si sta man mano
delineando, secondo la quale su Twitter la libertà di espressione è
sacrosanta, ma soltanto fino a quando non crea fastidio a Elon Musk, arriva da
quello che è successo
quando il CEO di Twitter è apparso a sorpresa al popolare Dave Chappelle Show a San Francisco, il 12 dicembre, ed è stato
fischiato per vari minuti da buona parte delle diciottomila persone presenti,
tanto che la sua apparizione è stata interrotta dopo qualche battuta di
estremo disagio.
[CLIP del Dave Chappelle Show]
Twitter ha iniziato subito
a bloccare
molti degli account degli utenti
che condividevano
il video della
figuraccia di Elon Musk. Ma la viralità della ripresa, fatta oltretutto
clandestinamente, ha avuto il sopravvento.
—
Fra riammissioni di impresentabili, cacce alle streghe, continui cambiamenti
arbitrari delle regole e purghe di giornalisti, sembra insomma che Twitter
stia diventando, per Elon Musk, la lezione d’informatica più costosa della
storia. Ha speso 44 miliardi di dollari (non tutti suoi) per scoprire l’ovvio,
ossia che moderare un forum o un social network è un lavoraccio. Non è un
processo automatizzabile e schematizzabile: non è un’automobile elettrica o un
razzo spaziale, che deve rendere conto soltanto alle rigide leggi della
fisica. Moderare richiede la capacità di gestire sfumature, di comprendere
culture e punti di vista differenti, di investire tempo e risorse umane, di
accettare che le regole assolute e semplici non funzionano e che gli esseri
umani non sono molecole di un gas perfetto: possono essere dispettosi,
vendicativi e violenti verso i propri simili, ed è per questo che esistono le
regole sociali, le leggi e i tribunali, pieni di complicazioni e imperfezioni.
E la conclusione di questa lezione fantastiliardaria è che se il moderatore
non sa moderare, se dimostra di essere incostante, impulsivo e arbitrario, gli
utenti se ne andranno altrove. Twitter, come tutti i social network, esiste
solo finché ha utenti. Il valore di Twitter non sta nei suoi algoritmi o nella
sua architettura software e hardware: sta nelle persone che creano i suoi
contenuti. Sta nel piacere di interagire, sia pure brevemente, con persone
altrimenti irraggiungibili. Senza utenti interessanti, che creino contenuti
che attirino altri utenti, un social network inevitabilmente si spegne; se gli
utenti interessanti se ne vanno, o addirittura vengono cacciati via, e
rimangono solo neonazisti, suprematisti, spammer, terrapiattisti e hater di
ogni genere, alla fine resta solo un inutile, costosissimo guscio che si
svuota sempre più in fretta. È sempre stato così, fin dai tempi dei newsgroup,
per chi se li ricorda, e non c’è motivo di pensare che stavolta le cose
andranno diversamente.
Anche perché va ricordato che c’è una parte del piano di Musk che non è ancora
stata realizzata e che rischia di diventare la scintilla che innesca l’esodo:
per ripagare l’enorme cifra investita, il CEO di Twitter intende far pagare
agli utenti quei famosi otto dollari al mese. Per indurli a pagare, ha deciso
che i tweet di chi si rifiuta verranno resi praticamente invisibili, sommersi
da quelli degli utenti paganti. Quanti utenti saranno disposti a restare e
pagare per il privilegio di essere letti su Twitter, quando possono avere
questo privilegio gratuitamente su tutti gli altri social network?
[Una ricerca di Travis Brown indica che su un campione di 18 milioni di account, da lunedì scorso ci sono state 2215 iscrizioni nuove a Twitter Blue. I dati non sono confermati indipendentemente]
Pubblicazione iniziale: 2022/12/18 19:55. Ultimo aggiornamento: 2022/12/22
09:30. Una versione più breve di questo articolo è disponibile nel podcast Il Disinformatico del 23 dicembre 2022.
Sto cercando di evitare di parlare troppo di Twitter e Elon Musk, ma gli
ultimi sviluppi e dietrofront sono talmente assurdi e comici che mi tocca fare
un aggiornamento ai riassunti che ho già pubblicato (uno, due). Come ho già detto, sospetto che fra qualche anno ci chiederemo se sia
davvero successa tutta questa follia, per cui credo sia opportuno tenerne
traccia adesso, finché è possibile.
Giornalisti bannati e poi (parzialmente) ripristinati
Cominciamo dal ban di Twitter a vari giornalisti di cui avevo già segnalato
le prime avvisaglie: il 15 dicembre (le prime ore del 16 in Europa) almeno
dieci giornalisti hanno scoperto che i propri account Twitter erano stati
sospesi permanentemente, senza preavviso e senza dare alcuna motivazione.
Questo è l’elenco stilato da Gizmodo:
Matt Binder (Mashable)
Drew Harwell (Washington Post)
Steve Herman (VOA News)
It’s Going Down News (Independent Site)
Micah Lee (The Intercept)
Ryan Mac (New York Times)
Mastadon (Social Media Site)
Keith Olbermann (formerly MSNBC)
Donie O’Sullivan (CNN)
Tony Webster (Minnesota Reformer)
A questi dieci si sono aggiunti Taylor Lorenz (Washington Post), che
racconta la propria vicenda qui, Aaron Rupar e Linette Lopez.
Queste sospensioni hanno ricevuto la condanna delle Nazioni Unite, dell’Unione
Europea e del ministero degli affari esteri tedesco, come riferisce la BBC
aggiungendo che un portavoce di Twitter ha dichiarato che i ban sarebbero legati alla “condivisione in tempo reale di dati di localizzazione”, che è vietata
dalle nuove Regole di Twitter
anche quando queste informazioni sono pubbliche.
Se usate Twitter, insomma, teoricamente potreste trovarvi nei guai se postate
una foto di un vostro amico mentre state mangiando insieme al ristorante e il
tweet è geolocalizzato automaticamente, come capita spesso.
A giudicare da vari tweet di Elon Musk, i giornalisti sarebbero stati bannati
per aver segnalato ai loro lettori l’esistenza di un account che era su
Twitter e ora è su Mastodon e permette di sapere dove si trova il suo jet
personale, cosa che secondo Musk avrebbe permesso a uno stalker di
accostarsi a un’auto che trasportava almeno uno dei suoi figli a Los Angeles.
La polizia della città, però, non ha trovato alcun nesso
fra questo account e l’episodio di stalking contestato da Musk, che è
avvenuto 23 ore dopo l’ultimo tweet di tracciamento da parte di @elonjet e a circa 40 chilometri di distanza dall’aeroporto.
Inoltre alcuni dei giornalisti bannati non avevano nemmeno menzionato questa
vicenda (Lorenz, per esempio, si era limitata a chiedere a Musk un commento),
e nessuno di loro aveva pubblicato informazioni sugli spostamenti in auto di
Musk o della sua famiglia (Lorenz è stata accusata
nel 2022 di aver condiviso un indirizzo di abitazione, via Twitter e in un articolo
per il New York Times, ma di un’altra persona e in una vicenda legale
completamente slegata da Musk e famiglia).
Alcuni di questi giornalisti hanno semplicemente citato l’account
Twitter @elonjet, che pubblicava in tempo reale, usando dati pubblici,
i voli del jet di Musk per segnalarne l’impatto ambientale ed è stato nel
frattempo sospeso da Twitter il 13 dicembre.
Zoe Kleinman, technology editor per la BBC, ha riassunto la
situazione come segue:
[…] Fondamentalmente, Elon Musk ha abbattuto e fatto precipitare in fiamme
il suo tanto strombazzato impegno per la “libertà di parola”. Libertà di
parola, purché la parola non lo faccia arrabbiare personalmente: questo sembra
essere il messaggio.
Il 16 dicembre Elon Musk ha avviato un sondaggio
fra gli utenti di Twitter chiedendo se gli account dei giornalisti andassero
ripristinati subito o entro una settimana: ha vinto con il 58,7% l’opzione
“subito”, e Musk ha dichiarato
che avrebbe revocato immediatamente le sospensioni.
Il 17 dicembre Twitter ha annunciato
di aver iniziato a ripristinare alcuni account che erano stati sospesi perché
riteneva che la sospensione permanente fosse una “azione sproporzionata per la violazione delle regole di Twitter”.
Twitter non ha indicato quali fossero gli account in questione, ma alcuni
degli account dei giornalisti che erano stati sospesi risultano ora
parzialmente riattivati
(CNN).
Ma il 21 dicembre molti dei giornalisti bannati hanno dichiarato
che in realtà i loro account non sono stati affatto ripristinati: risultano
visibili agli altri utenti, ma non possono più pubblicare nulla se prima non
rimuovono i tweet che forniscono al pubblico l’informazione,
giornalisticamente rilevante, che esiste un modo semplice per sapere dove si
trovano i jet personali di Elon Musk e di molti altri miliardari e sapere
quanto inquinano usando soltanto informazioni pubbliche.
Sì, i jet personali sono tracciabili usando solo dati pubblici. Anche quello
di Musk
Elon Musk afferma che pubblicare i dati dei suoi voli è doxxing, ossia
rivelazione di dati privati, e dichiara
(16 dicembre) che il suo aereo “non è tracciabile senza usare dati non pubblici” (“My plane is actually not trackable without using non-public data”). Ma non è vero.
Un’indagine dettagliata di Open
sui singoli ban ai giornalisti spiega infatti che i dati di volo in
tempo reale degli aerei, compresi i jet privati, sono pubblici: vengono
trasmessi via radio in chiaro da appositi localizzatori di bordo (Automatic Dependent Surveillance – Broadcast
o ADS-B, obbligatorio nello spazio aereo USA) e sono pubblicamente
accessibili da chiunque acquisti un semplice ricevitore.
Per consultarli, anche senza ricevitore, è sufficiente visitare un sito come Flightradar24 oppure ADSBExchange e sapere qual è
l’identificativo del jet privato che interessa. Quello del jet di Musk è
N628TS: un dato facilissimo da trovare con Google, per esempio su Superyachtfan.com, che cita appunto questo identificativo, che è dipinto a grandi lettere
sull’aereo stesso. L’aereo è un Gulfstream G650ER del 2015, che vale 70
milioni di dollari.
C’è una diffusa diceria secondo la quale sarebbe impossibile tracciare il jet
personale di Musk senza usare dati riservati perché Musk avrebbe usato
un’opzione di mascheramento dell’identificativo, il cosiddetto PIA (Privacy ICAO Address, spiegato benissimo qui), ossia un identificativo temporaneo che cambia ogni 20 giorni lavorativi.
La diceria è sbagliata, come hanno spiegato
Aric Toler di Bellingcat, Olivier Tesquet
e Veronica Irwin
di Protocol. L’identificativo ICAO dell’aereo di Elon Musk è citato
pubblicamente nel database della Federal Aviation Administration, su FlightAware
e nei dati di Flightradar24: è A835AF.
Immettendo questi dati in ADSBexchange si ottiene l’attuale localizzazione del
jet di Musk: per esempio, il 18 dicembre 2022 ho provato personalmente a
ottenerla ed è risultato che era in Qatar.
Ho segnalato quel tweet come violazione delle nuove Regole di Twitter, che vietano la condivisione di informazioni di localizzazione in tempo
reale anche se queste informazioni sono reperibili altrove pubblicamente,
come avevo già raccontato la settimana scorsa. Ma la segnalazione è stata
respinta.
Secondo le stime di @elonjet, il volo di Musk dalla California al Qatar
con ritorno in Texas ha consumato 65 mila litri di carburante e ha prodotto
163 tonnellate di emissioni di CO2, ossia l’equivalente
di 35 anni di emissioni di un’automobile a carburante.
Mastodon segnalato falsamente da Twitter come malware, poi non più
Il 16 dicembre Twitter ha iniziato a impedire
agli utenti di condividere qualunque link che portasse al social network
alternativo Mastodon, indicando falsamente che si trattava di un link “potenzialmente dannoso”.
Ci ho provato anch’io, linkando semplicemente il sito del server originale di
Mastodon, ossia Mastodon.social, e il tweet in effetti è stato respinto con il
messaggio “Qualcosa è andato storto, ma non preoccuparti. Riproviamo” e “La richiesta non può essere completata poiché Twitter o un suo partner ha
identificato questo link come potenzialmente dannoso. Per saperne di più,
visita il nostro Centro assistenza.”
Twitter ha anche bloccato l’inclusione di qualunque link a Mastodon nelle
informazioni dei profili, con un avviso ingannevole che affermava che era “considerato pericoloso (malware)”:
Nei giorni successivi questi blocchi sono stati revocati dopo le proteste
degli utenti, per cui ora è di nuovo possibile pubblicare tweet che contengono
link a Mastodon e includere questo tipo di link anche nella propria bio su
Twitter.
Divieto di link ad altri social, poi ritirato
Il 18 dicembre l’account ufficiale @TwitterSupport
ha annunciato che sarebbero stati rimossi “gli account creati solo allo scopo di promuovere altre piattaforme social
e il contenuto contenente link o nomi utente per le seguenti piattaforme:
Facebook, Instagram, Mastodon, Truth Social, Tribel, Nostr e Post.”
We recognize that many of our users are active on other social media
platforms. However, we will no longer allow free promotion of certain social
media platforms on Twitter. Specifically, we will remove accounts created
solely for the purpose of promoting other social platforms and content that
contains links or usernames for the following platforms: Facebook, Instagram,
Mastodon, Truth Social, Tribel, Nostr and Post. We still allow cross-posting
content from any social media platform. Posting links or usernames to social
media platforms not listed above are also not in violation of this policy.
Il nuovo regolamento in merito (pubblicato qui) ha causato
la reazione
di molti utenti influenti di Twitter che si sono trovati sospesi dal social
network di Elon Musk, ma poche ore dopo è stato rimosso e sono stati rimossi
anche i tweet che lo annunciavano (una copia permanente di questo regolamento
molto effimero è archiviata qui; i tweet di annuncio sono archiviati qui). Se questo regolamento fosse stato introdotto definitivamente, sarebbe
stato probabilmente in violazione del Digital Markets Act
europeo, che regolamenta i comportamenti dei social network, con sanzioni
pesantissime.
Successivamente l’account ufficiale @TwitterSafety ha avviato un sondaggio, che si è concluso con l’87% di contrari al divieto di linkare altri social
network.
Should we have a policy preventing the creation of or use of existing
accounts for the main purpose of advertising other social media platforms?
Paradossalmente, Twitter pratica attualmente e da tempo quello stesso
comportamento che avrebbe voluto vietare in casa propria: infatti ha degli
account puramente autopromozionali su Instagram e su Facebook.
Il battibecco pubblico con i giornalisti, le accuse false di Musk
Il 16 dicembre Elon Musk si è inoltre unito a un dibattito online tenutosi su
Twitter, usando la funzione Twitter Spaces
che consente conversazioni vocali di gruppo, e ha detto che i giornalisti
stavano condividendo il suo indirizzo. Quando gli hanno fatto notare che non
era vero, e che lui stava usando lo stesso metodo di blocco dei link che aveva
trovato così inaccettabile quando era stato usato per la vicenda del laptop di Hunter Biden, Elon Musk se ne è andato senza rispondere ad altre domande.
Riporto qui sotto la trascrizione
del suo breve intervento.
Musk: Well, as I’m sure everyone who’s been doxxed would agree, showing
real-time information about somebody’s location is inappropriate. And I think
everyone would not like that to be done to them. And there’s not going to be
any distinction in the future between simple journalists and regular people.
Everyone is going to be treated the same—no special treatment.
You doxx, you get suspended. End of story. And ban evasion or trying to be
clever about it, like “Oh, I posted a link – to the real-time information,”
that’s obviously something trying to evade the meaning, that’s no different
from actually showing real-time information.
Katie Notopoulos: When you’re saying, ‘posting a link to it,’ I mean, some of
the people like Drew and Ryan Mac from The New York Times, who were banned,
they were reporting on it in the course of pretty normal journalistic
endeavors. You consider that like a tricky attempted ban evasion?
Musk: You show the link to the real-time information – ban evasion,
obviously.
Katie Notopoulos: Drew, I don’t think you were posting the real-time
information, right?
Drew Harwell: You’re suggesting that we’re sharing your address, which is not
true. I never posted your address.
Musk: You posted a link to the address.
Drew Harwell: In the course of reporting about ElonJet, we posted links to
ElonJet, which are now banned on Twitter. Twitter also marks even the
Instagram and Mastodon accounts of ElonJet as harmful.
We have to acknowledge, using the exact same link-blocking technique that you
have criticized as part of the Hunter Biden-New York Post story in 2020.
So what is different here?
Musk: It’s not more acceptable for you than it is for me. It’s the same
thing.
Drew Harwell: So it’s unacceptable what you’re doing?
Musk: No.
You doxx, you get suspended.
End of story. That’s it.
Circa mezz’ora dopo, l’intero servizio Twitter Spaces
è stato disabilitato. È poi tornato online nei giorni successivi.
Musk litiga pubblicamente anche con gli esperti di marketing e di informatica
e li insulta
In una discussione su Twitter Spaces fra esperti di marketing pubblicitario,
Musk li ha interrotti affermando che stavano dicendo stupidaggini quando in realtà stavano parlando delle basi di come funziona la pubblicità nei social:
man who recently bought website for $44 billion dollars infuriated to hear
the basics of online advertising accurately explained pic.twitter.com/SkYzIXAy11
In una conversazione, sempre su Twitter Spaces, con ex ingegneri informatici
di Twitter, quando uno di loro gli ha chiesto di descrivere tecnicamente cosa
non andasse bene dell’attuale software del social, Musk ha tagliato corto e
gli ha dato del “jackass”, ossia dell’ignorante.
How it started: Ex-Twitter engineer asks Elon about new features to
which Elon replied “to have high velocity features, there needs to be a
total rewrite of the stack”
Elon Musk claims to be an engineer,
but he can’t even answer simple tech question & attacks REAL engineers pic.twitter.com/Bnui1NoKRx
Il sondaggio di Musk se stare a capo di Twitter o no
Il 19 dicembre Elon Musk ha tweetato un sondaggio, indetto da lui stesso, per
chiedere se restare a capo di Twitter o no, aggiungendo che avrebbe rispettato
l’esito del sondaggio. “Vox populi, vox dei”, diceva. Il risultato
finale, con circa 17 milioni di account partecipanti, è stato che il 57,4% è a
favore della sua rinuncia alla carica.
Should I step down as head of Twitter? I will abide by the results of this
poll.
Dopo due giorni di sostanziale silenzio, Musk ha annunciato
il 21 dicembre che si dimetterà dal ruolo di CEO non appena troverà “qualcuno abbastanza incosciente
da accettare l’incarico” e che resterà a capo dei reparti software e server (“I will resign as CEO as soon as I find someone foolish enough to take the
job! After that, I will just run the software & servers teams.”).
—
A Twitter, insomma, regna ancora la confusione e non c’è un piano organico di
ristrutturazione: le decisioni vengono prese sull’impulso del momento, senza
valutarne le conseguenze.
La burla di “John Mastodon”
E per finire, se vi state chiedendo perché si parla tanto online del signor
John Mastodon ed è così popolare l’hashtag #JohnMastodon, tutto nasce
da un errore di un giornalista, Isaac Schorr, che il 16 dicembre ha scritto su
Mediaite.com un articolo sulla vicenda Twitter (copia d’archivio qui) nel quale voleva parlare dell’account Twitter @joinmastodon, che era
stato bandito, ma ha invece scritto John Mastodon, descrivendolo come “il fondatore di una società concorrente nei social media che prende il
nome da lui”
(“the platform removed John Mastodon, the founder of a competing social
media company named after himself”).
Ed è così che è nato un mito, con memi, biografie inventate e fotografie dell’inesistente signor John
Mastodon generate con l’intelligenza artificiale.
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