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Podcast RSI – Storie positive di intelligenza artificiale

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È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.

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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.


[CLIP: Deepfake di Elon Musk che promuove servizio di criptovalute]

La voce è quella, molto caratteristica, di Elon Musk, e il video mostra chiaramente Musk che parla davanti a un microfono, in un’ambientazione da podcast, e raccomanda un sito che nasconde una truffa. Dice che un suo amico ha avuto un’idea geniale per un servizio di scambio di criptovalute che offre le condizioni migliori e la possibilità di ottenere queste criptovalute gratis. Elon Musk cita il nome del sito e invita a visitarlo.

Ma è tutto finto: è l’ennesimo deepfake, pubblicato oltretutto su Twitter, che è di proprietà proprio di Elon Musk, da un utente con il bollino blu, uno di quelli che Twitter continua a definire “verificati” quando in realtà hanno semplicemente pagato otto dollari.

[Il testo era “An incredible crypto gift from @ElonMusk Promo code 68z88cnh for 6.5 ETH hxxps://t.co/7su64bT4Dq pic.twitter.com/NjiJlcVUE2 — PuprpleApe.eth (@purpleapeeth) July 7, 2023]. Ho alterato intenzionalmente i link mettendo “hxxps” al posto di “https”]

Quel tentativo di truffa è rimasto online per almeno 24 ore, nonostante le ripetute segnalazioni degli utenti esperti, ed è stato visto da quasi 250.000 persone. Dodicimila utenti hanno anche cliccato su “mi piace”. Non c’è modo di sapere quante persone abbiano invece creduto al video e all’apparente sostegno di Elon Musk e abbiano quindi affidato i propri soldi ai truffatori.

[Segnalo la scheda informativa “Deepfake – come proteggersi” del Garante per la protezione dei dati italiano]

Sono numeri che dimostrano chiaramente il potere di inganno dei deepfake generati usando l’intelligenza artificiale per far dire in video qualunque cosa a persone molto note e usarle come involontari testimonial che promovono truffe [un altro caso di deepfake truffaldino è qui]. Ma questa è la stessa tecnologia che consente a Harrison Ford di apparire realisticamente ringiovanito di quarant’anni nel film più recente della saga di Indiana Jones.

[Clip: Fanfara di Indiana Jones, dalla colonna sonora di Indiana Jones e il Quadrante del Destino]

Due settimane fa, nella puntata del 30 giugno, vi ho raccontato alcune storie di disastri e orrori resi possibili dall’uso e abuso dell’intelligenza artificiale e ho promesso che avrei presentato anche i lati positivi, e le nuove opportunità di lavoro, di questa tecnologia tanto discussa.

Benvenuti dunque alla puntata del 14 luglio 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Parole, parole, parole

Come tante altre tecnologie, anche l’intelligenza artificiale si presta a usi positivi e a usi negativi: dipende con che criterio la si adopera. L’esperto di intelligenza artificiale Stuart Russell, intervenuto pochi giorni fa al vertice “AI for Good” delle Nazioni Unite tenutosi a Ginevra, riassume questo criterio in un’intervista a Swissinfo con queste parole:

[CLIP: voce inglese, coperta da voce italiana che dice “Il modello di business non è ‘posso risparmiare licenziando tutto il mio personale?’ Il modello di business è che ora possiamo fare cose che prima non potevamo fare”]

Ne avete appena ascoltato un esempio concreto: con i metodi tradizionali e i tempi di produzione di un podcast come questo, scomodare uno speaker solo per fargli leggere in italiano le poche parole del professor Russell sarebbe stato un problema organizzativo e logistico ingestibile. Con l’intelligenza artificiale, invece, la voce può essere generata direttamente da me in una manciata di minuti usando un software come Speechify. Non è lavoro tolto a uno speaker professionista: è lavoro che uno speaker non avrebbe potuto fare e che permette di fare appunto una cosa che prima non si poteva fare. Il cambio di voce permette di indicare chiaramente che si tratta di una citazione [le alternative sono cercare di far capire quando inizia e finisce la citazione usando il tono della voce, cosa che mi riesce malissimo, oppure ricorrere a formule poco eleganti come dire “inizio citazione” e “fine citazione”].

Fra l’altro, anche la voce inglese in sottofondo è generata [sempre con Speechify], eppure ha una cadenza molto naturale. Se non vi avessi detto che non è quella del professor Russell, avreste notato che era sintetica? Probabilmente no, e questo crea obblighi etici di trasparenza per chi usa queste voci giornalisticamente. Nulla di nuovo, in realtà, visto che da sempre nel giornalismo si usa far ridire da uno speaker le parole dette da una persona di cui si vuole proteggere l’identità, e si avvisa il pubblico di questo fatto. Tutto qui.

Un altro esempio di cosa che prima non si poteva fare arriva da Chequeado, che è un’organizzazione senza scopo di lucro che si impegna a contrastare la disinformazione nel mondo ispanofono. Ha creato un software di intelligenza artificiale che legge automaticamente quello che viene pubblicato nei social network, trova le notizie vere o false che si stanno diffondendo maggiormente e allerta i fact-checker, i verificatori umani, affinché possano controllarle. Questo permette alla redazione di Chequeado di concentrarsi sul lavoro di verifica e quindi di essere più efficiente e tempestiva nelle smentite delle notizie false. È un bell’esempio positivo, che si contrappone alle notizie di testate giornalistiche [CNET Money] che pubblicano articoli generati dall’intelligenza artificiale senza dirlo apertamente ai propri lettori e licenziano i redattori.

L’intelligenza artificiale offre anche un altro tipo di supporto positivo al giornalismo e a molti altri settori della comunicazione: la trascrizione automatica del parlato. Se frequentate YouTube, per esempio, avrete notato i sottotitoli generati automaticamente, a volte con risultati involontariamente comici. Ma ci sono software specialistici, come per esempio Whisper di OpenAI (la stessa azienda che ha creato ChatGPT), che sono in grado di trascrivere quasi perfettamente il parlato, e di farlo in moltissime lingue, con tanto di punteggiatura corretta e riconoscimento dei nomi propri e del contesto.

Invece di spendere ore a trascrivere manualmente un’intervista, chi fa giornalismo può affidare la prima stesura della trascrizione all’intelligenza artificiale e poi limitarsi a sistemarne i pochi errori [l’ho fatto proprio ieri per sbobinare un’intervista di ben 35 minuti di parlato che spero di poter pubblicare presto]. Gli atti dei convegni, che prima richiedevano mesi o spesso non esistevano affatto perché erano un costo insostenibile, ora sono molto più fattibili. Milioni di ore di interviste e di parlato di programmi radiofonici e televisivi storici oggi sono recuperabili dall’oblio, e una volta che ne esiste una trascrizione diventano consultabili tramite ricerca di testo, e diventano accessibili anche a chi ha difficoltà di udito, tanto che a New York un’emittente pubblica, WNYC, ha creato un prototipo di radio per i sordi, in cui le dirette radiofoniche vengono trascritte in tempo reale dal software addestrato appositamente. Tutte “cose che prima non si potevano fare”, per citare di nuovo il criterio del professor Russell, o che si potevano fare solo con costi spesso insostenibili.

E poi c’è tutto il mondo della traduzione e della programmazione. Software di intelligenza artificiale specializzati, come Trados o DeepL o Github Copilot, non sostituiscono la persona competente che traduce o scrive codice, ma la assistono nella parte tediosa e meccanica del lavoro, per esempio proponendo frasi o funzioni già incontrate in passato o segnalando potenziali errori di sintassi, grammatica e coerenza. Ma la decisione e il controllo finale devono restare saldamente nelle mani della persona esperta, altrimenti l’errore di programmazione imbarazzante sarà inevitabile e la città di Brindisi rischierà di diventare Toast, come è successo sul sito della recente campagna Open to Meraviglia del Ministero del Turismo italiano.

Produttività e accessibilità

Google ha presentato pochi giorni fa uno studio sull’impatto economico dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro. È dedicato al Regno Unito, ma contiene alcuni princìpi applicabili a qualunque economia di dimensioni analoghe.

  • Il primo principio è che l’uso dell’intelligenza artificiale può far risparmiare oltre 100 ore di lavoro ogni anno al lavoratore medio, e questo costituirebbe il maggior aumento di produttività da quando fu introdotta la ricerca in Google.

  • Il secondo principio è che l’intelligenza artificiale può far risparmiare a medici e docenti oltre 700.000 ore l’anno di tedioso lavoro amministrativo in un’economia come quella britannica. Anche cose a prima vista banali, come la composizione di una dettagliata mail di richiesta di rimborso, portano via tempo e risorse mentali, se bisogna farle tante volte al giorno, e strumenti come Workspace Labs di Google permettono di offrire assistenza in questi compiti.

  • Il terzo principio, forse il più significativo, è che questa tecnologia, se usata in forma assistiva, permetterebbe a oltre un milione di persone con disabilità di lavorare, di riconquistare la propria indipendenza e di restare connesse al mondo che le circonda.


L’intelligenza artificiale consente anche di analizzare ed elaborare enormi quantità di dati riguardanti la protezione dell’ambiente, che sarebbero altrimenti impossibili da acquisire e gestire. L’azienda britannica Greyparrot, per esempio, usa l’intelligenza artificiale per riconoscere in tempo reale i tipi di rifiuti conferiti in una cinquantina di siti di riciclaggio sparsi in tutta Europa, tracciando circa 32 miliardi di oggetti e usando questi dati per permettere alle pubbliche amministrazioni di sapere quali rifiuti sono più problematici e consentire alle aziende di migliorare l’impatto ambientale delle proprie confezioni.

Passando a esempi più frivoli ma comunque utili a modo loro, l’intelligenza artificiale è uno strumento potente, e anche divertente, contro la piaga delle telefonate indesiderate di telemarketing e dei truffatori. La Jolly Roger Telephone Company è una piccola ditta californiana che permette ai suoi utenti di rispondere automaticamente a queste chiamate con voci sintetiche, pilotate da ChatGPT [CLIP in sottofondo: chiamata fra truffatore che crede di parlare con una persona anziana con difficoltà di attenzione e paranoia e per un quarto d’ora cerca di farsi dare i dati della sua carta di credito]. Tengono impegnati i televenditori e gli imbroglioni con conversazioni molto realistiche e basate sul contesto, rispondendo a tono ma senza mai dare informazioni personali.

Per un paio di dollari al mese, argomenta il creatore del servizio, Roger Anderson, si può impedire a questi scocciatori di importunare altre persone e colpire nel portafogli i criminali che tentano truffe e le aziende che fanno telemarketing spietato, e come bonus si ottengono registrazioni esilaranti delle chiamate, che rivelano chiaramente che spesso chi chiama crede di parlare con una persona vulnerabile e la tratta come un pollo da spennare senza pietà. Lo so, prima o poi anche chi fa truffe e vendite telefoniche si armerà di queste voci sintetiche, e a quel punto il cerchio si chiuderà.

Google, invece, ha presentato la funzione Try On, che permette a una persona di provare virtualmente un capo di vestiario visto online: parte da una singola immagine del capo e la manipola con un modello basato sull’intelligenza artificiale per applicarla a un corpo virtuale simile a quello dell’utente, mostrando fedelmente come l’indumento cade, si piega e aderisce al corpo. In questo modo permette di ridurre i dubbi e le incertezze tipiche di quando si compra vestiario online.

L’intelligenza artificiale, insomma, è utile quando non viene usata come sostituto delle persone, ma lavora come assistente di quelle persone per potenziarle, e va adoperata in modo consapevole, senza considerarla una divinità infallibile alla quale prostrarsi, come propongono per esempio — non si sa quanto seriamente — gli artisti del collettivo Theta Noir o vari altri gruppi di tecnomisticismo online.

Ma misticismi salvifici a parte, c’è un problema molto concreto che mina alla base tutte queste promesse dell’intelligenza artificiale.

La spada di Damocle

Ai primi di luglio l’attrice comica e scrittrice statunitense Sarah Silverman, insieme ad altri due autori, ha avviato una class action contro OpenAI e Meta, argomentando che i loro servizi di intelligenza artificiale violano il copyright a un livello molto fondamentale, perché includono tutto il testo dei libri di questi autori e dell’attrice, e di circa 290.000 altri libri, senza aver pagato diritti e senza autorizzazione.

Questi servizi si basano sulla lettura ed elaborazione di enormi quantità di testi di vario genere. OpenAI e Meta non hanno reso pubblico l’elenco completo dei testi usati, ma gli autori hanno notato che ChatGPT è in grado di riassumere il contenuto di molti libri con notevole precisione e quindi questo vuol dire che li ha letti. Il problema è che secondo l’accusa li ha letti prendendoli da archivi piratati. In parole povere, queste aziende starebbero realizzando un prodotto da vendere usando il lavoro intellettuale altrui senza averlo pagato [BBC; Ars Technica].

La presenza di opere protette dal copyright all’interno dei software di intelligenza artificiale sembra confermata anche da un’altra osservazione piuttosto tecnica. Molto spesso si pensa che i generatori di immagini sintetiche, come DALL-E 2 o Stable Diffusion, creino immagini originali ispirandosi allo stile delle tante immagini che hanno acquisito, ma senza copiarle pari pari: nella loro acquisizione avrebbero per così dire riassunto l’essenza di ciascuna immagine, un po’ come un artista umano si ispira legittimamente a tutte le immagini che ha visto nel corso della propria vita senza necessariamente copiarle.

Ma un recente articolo scientifico intitolato Extracting Training Data from Diffusion Models, dimostra che in realtà è possibile riestrarre quasi perfettamente le immagini originali da questi software. Questo significa che se un generatore è stato addestrato usando immagini di persone, magari di tipo medico o comunque personale o privato, è possibile recuperare quelle immagini, violando la privacy e il diritto d’autore [Quintarellli.it].

I ricercatori sottolineano che il problema riguarda uno specifico tipo di generatore, quello basato sul principio chiamato diffusion, che è il più popolare ed efficace; altri tipi [i GAN, per esempio] non hanno questa caratteristica. Se il fenomeno fosse confermato, la scala della violazione del copyright da parte delle intelligenze artificiali sarebbe colossale e porrebbe un freno drastico al loro sviluppo esplosivo commerciale. Per ora, però, questo sviluppo continua, e al galoppo: Elon Musk ha appena annunciato x.AI, una nuova azienda di intelligenza artificiale il cui obiettivo leggermente ambizioso è (cito) “comprendere la vera natura dell’universo”.

La questione di dove ci sta portando questo sviluppo poggia insomma su due pilastri: uno è il modo in cui scegliamo di usare queste intelligenze artificiali, per fornire nuove opportunità creative e di lavoro o per sopprimerle; e l’altro è il modo in cui vengono generate queste intelligenze, usando dati pubblicamente disponibili e non privati oppure attingendo ad archivi di provenienza illegittima stracolmi di informazioni sensibili. Forse, prima di tentare di comprendere la vera natura dell’universo, dovremmo concentrarci su questi concetti più semplici.

Podcast RSI – Threads, le cose da sapere e da evitare

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Pubblicazione iniziale: 2023/07/06 23:02. Ultimo aggiornamento: 2023/07/10 9:30.

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[CLIP: “Round one… Fight!” da Mortal Kombat]

Threads, la nuova app di Meta che sembra voler competere con Twitter, è stata rilasciata due giorni fa [il 5 luglio] in 100 paesi e sta già accumulando milioni di utenti [la presentazione formale di Meta è qui]. Tutti ne parlano, nonostante il fatto che in Europa non sia disponibile, e molti europei la vogliono lo stesso, un po’ per curiosità, un po’ per vanteria e un po’ per non sentirsi tagliati fuori da una nuova conversazione globale. E si parla tanto di Threads perché rappresenta un’altra tappa della rivalità diretta fra due fantastiliardari, Mark Zuckerberg e Elon Musk, che sono arrivati addirittura a proporre — non si sa quanto seriamente — un incontro personale di lotta corpo a corpo in un evento pubblico.

Se Threads vi incuriosisce e siete tentati di procurarvi un account per vie traverse, aspettate un momento. Ci sono parecchie cose importanti da sapere prima di lanciarsi nell’impresa, per evitare rischi e disastri. E se anche Threads non vi dovesse interessare, questa app è legata a un concetto informatico importante da conoscere, perché se prenderà piede cambierà radicalmente il modo in cui usiamo Internet.

Benvenuti alla puntata del 7 luglio 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Cos’è Threads

Threads è un nuovo social network basato sulla pubblicazione e condivisione di brevi testi, eventualmente accompagnati da un’immagine o da un video. È insomma molto simile a Twitter ed è il contrario di Instagram o TikTok, dove l’immagine è al centro e il testo è secondario. A differenza di Instagram consente link a fonti esterne. È gestito da Meta, l’azienda di Mark Zuckerberg che già gestisce Facebook, Instagram e WhatsApp. Già nelle prime ore dopo il suo debutto in oltre 100 paesi ha raccolto oltre 10 milioni di utenti [saliti a 30 milioni nelle prime 24 ore e 70 milioni entro i primi due giorni, dice Zuckerberg; 100 milioni nella prima settimana, secondo Threads Tracker].

Questa crescita esplosiva è facilitata dal fatto che chi ha un account Instagram ha automaticamente già un account Threads riservato con il suo nome, che può scegliere di attivare, e l’accesso a questo account avviene tramite il suo account Instagram. Questo vuol dire che oltre un miliardo di persone nel mondo ha già tutto quello che serve per entrare in Threads, senza dover creare nuovi login, nomi utente o password. L’utente Instagram @pierabernasconi, per esempio, su Threads è automaticamente @pierabernasconi e i suoi post pubblici sono leggibili a tutti press http://www.threads.net/@pierabernasconi.

[Per esempio, Mark Zuckerberg su Threads è presso www.threads.net/@zuck e io sono presso www.threads.net/@disinformatico]

Lo scopo dichiarato di Threads è rimpiazzare Twitter, che per anni è stato un punto di riferimento fondamentale per avere notizie di qualunque genere in tempo reale, ma è ora in serie difficoltà [che ho descritto in dettaglio qui] da quando è stato acquistato da Elon Musk: i ricavi pubblicitari sono crollati, gli inserzionisti sono più che dimezzati, la campagna di abbonamenti a pagamento annaspa, molti account di alto profilo sono stati chiusi e Musk proprio pochi giorni fa ha addirittura limitato il numero di tweet visibili agli utenti per bloccare, a suo dire, un eccesso di traffico prodotto da aziende che si stavano copiando tutti i tweet per addestrare le loro intelligenze artificiali [Techdirt.com]. Questo limite rende Twitter quasi inutilizzabile per gli utenti non paganti e scoraggia ulteriormente gli inserzionisti, che difficilmente pagheranno per pubblicità che gli utenti non possono vedere. Threads, invece, è gratuito, perlomeno in termini monetari.

Zuckerberg ha lanciato la sfida a Elon Musk molto apertamente, anticipando il debutto di Threads per sfruttare al massimo il momento di particolare debolezza di Twitter e dichiarando in un post su Threads che secondo lui ci dovrebbe essere un’app che consenta il dialogo collettivo di oltre un miliardo di persone e che “Twitter ha avuto l’opportunità di farlo ma non ce l’ha fatta, Noi speriamo di farcela” (ha detto proprio così). E i numeri sono a favore di Threads, perché avendo una base di oltre un miliardo di utenti già pronta grazie a Instagram, basta che un utente Instagram su dieci attivi Threads per creare un mercato di cento milioni di utenti, capace di competere significativamente con Twitter, che ne conta circa trecento milioni [quasi 238 milioni di “utenti giornalieri attivi monetizzabili”, secondo i dati di Twitter risalenti al suo ultimo resoconto pubblico di quasi un anno fa].

[CLIP: “Finish him!” da Mortal Kombat]

[La fretta di far debuttare il prodotto è forse il motivo per cui non c’è in Threads un feed dedicato per vedere solo il contenuto pubblicato da chi si segue (come nei Seguiti su Instagram) ma c’è solo un unico flusso che mescola post suggeriti e post seguiti, creando un fastidioso rumore di fondo. O forse è intenzionale]

Mark Zuckerberg, insomma, sembra aver trovato la maniera di risolvere il problema tipico di ogni nuovo social network: la cosiddetta massa critica. Normalmente nessuno si iscrive perché non c’è nessuno da seguire o con cui comunicare, e non c’è nessuno da seguire o con cui comunicare perché nessuno si iscrive, e tutti così se ne stanno invece nei social network preesistenti, perché lì ci sono già tutti i loro amici. Per questo WhatsApp predomina e alternative come Clubhouse, Mastodon e Telegram restano piccole e crescono molto lentamente. Con Threads, invece, un miliardo di utenti e passa è già potenzialmente iscritto e pronto a migrare in massa con tutti i propri amici, mantenendo lo stesso nome utente. E fra l’altro i post di Threads sono leggibili anche a chi non è iscritto, senza nessuna delle limitazioni, per esempio, di Twitter. 

[Shakira, per esempio, ha già due milioni di follower su Threads]

[CLIP: “Flawless victory!” da Mortal Kombat]

Ma Zuckerberg e Meta si sono trovati davanti un ostacolo formidabile: l’Unione Europea.

Il baluardo Europa

Threads, infatti, al momento non è disponibile nei paesi europei, Svizzera compresa, perché raccoglie una quantità spropositata di dati personali, incompatibile con le norme europee sulla privacy, e la combina inaccettabilmente con i tanti dati già raccolti da WhatsApp, Facebook e Instagram: dati sanitari, finanziari, cronologie di navigazione, geolocalizzazione, acquisti, contatti e tante altre informazioni sensibili. L’elenco completo, disponibile per esempio sull’App Store statunitense [o qui su The Register], è impressionante.

L’elenco completo dei dati raccolti da Threads, secondo le informazioni pubblicate nell’App Store di Apple in USA (fonte: The Register). Sì, è chilometrico e ho scelto di pubblicarlo tutto e in grande per sottolinearne la vastità.

Per fare un paragone, Mastodon invece non raccoglie nulla.

Meta, oltretutto, è già finita nei guai per il modo in cui ha trattato i dati degli utenti. A maggio scorso ha subìto una sanzione record di 1,2 miliardi di euro per il trasferimento irregolare di dati verso gli Stati Uniti e a settembre 2022 è stata condannata a pagare oltre 400 milioni di euro per le sue violazioni dei diritti di privacy dei bambini. Anche Twitter ha ricevuto sanzioni pesanti per la sua gestione dei dati personali.

Quindi se state pensando di attivare Threads, magari eludendo il blocco geografico usando una VPN e un account non europeo, pensateci due volte, anche se credete di non avere niente da nascondere (in realtà, come si dice spesso, tutti abbiamo qualcosa da proteggere, non necessariamente da nascondere). Threads è davvero ficcanaso, e da alcune indicazioni sembra che una volta attivato non possa essere disattivato [più precisamente eliminato] senza perdere anche l’account Instagram collegato.

[Adam Mosseri, CEO di Instagram, scrive che l’account Threads per ora non si può eliminare ma si può disattivare, nascondendo così il profilo e i contenuti di Threads, si può impostare a privato il proprio profilo e si possono cancellare i singoli post su Threads]

Fate attenzione anche alle app o APK offerte da sedicenti amici o da siti non ufficiali, che potrebbero essere delle trappole infette, e fate attenzione alle app omonime che sono nate subito per approfittare della popolarità di Threads.

L’esclusione europea di Threads non include il Regno Unito, che dopo la Brexit sta introducendo regole di protezione dei dati personali molto più favorevoli alle aziende che vivono di questi dati, come Meta. Non si sa ancora, al momento, se Meta adeguerà Threads per rispettare le norme europee e conquistare così l’accesso a un mercato particolarmente vasto, abbiente e quindi appetibile.

Twitter, però, non è l’unico avversario sfidato da Threads.

Fediverso, decentralizzazione e interoperabilità

[CLIP: “Round Two… Fight!” da Mortal Kombat]

Nel mirino di Threads ci sono infatti anche le altre piattaforme social basate sul testo, come Mastodon, Bluesky, T2 e altre ancora, che hanno raccolto molti utenti fuggiti da Twitter. Una delle risorse che Threads metterà in campo per battere queste alternative è la semplice massa dei suoi utenti: se centinaia di milioni di persone adotteranno Threads, queste alternative smetteranno di crescere e resteranno delle nicchie meno allettanti.

L’altra risorsa, invece, è più sottile e complessa, ma è importante conoscerla anche se non vi importa nulla di Twitter o Threads, perché potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui noi tutti usiamo Internet. Questa risorsa si chiama ActivityPub, e in gergo tecnico è un protocollo aperto di interoperabilità social. Tradotto in parole umanamente comprensibili, vuol dire che Threads userà uno standard aperto per lo scambio di dati fra i vari social network.

Per noi utenti, questo ha un’importanza enorme: vuol dire che potremo comunicare con gli utenti di Threads e seguirli anche senza iscriverci a Threads e quindi senza dover cedere montagne di dati personali. L’ipotetica utente di Threads @pierabernasconi sarà raggiungibile da un utente Mastodon semplicemente cercandola in Mastodon come @pierabernasconi@threads.net. Non sarà neanche necessario installare l’app ufficiale: si potrà usare qualunque app compatibile con questo protocollo. Non solo: se per qualunque motivo ci dovessimo stancare di Threads, potremo trasferire facilmente tutti i nostri dati e contatti altrove [perlomeno se Threads seguirà l’esempio di Mastodon e anche di Instagram].

L’idea non è nuova: la decentralizzazione viene già adottata da social network come Mastodon, Medium, Flipboard e Bluesky. E se ci si pensa un momento, è quello che fa da sempre la mail. Ed è un’idea che abbatte i giardini cintati, o se volete i ghetti, nei quali ci siamo abituati a stare: oggi se vuoi comunicare con qualcuno su Twitter devi iscriverti a Twitter, se vuoi dialogare con un utente su Instagram devi avere Instagram, per Facebook devi stare in Facebook, e così via, con tutte le scomodità e i tracciamenti pubblicitari multipli che tutto questo comporta.

Con un social network basato su un protocollo aperto, invece, tutti possono parlare con tutti, esattamente come un utente di Gmail può scambiare mail con una utente di BlueWin, Libero, Protonmail, Yahoo, Microsoft o Apple, e tutti possono seguire tutti. Lo standard aperto consente ai servizi di competere sulla qualità invece di intrappolare gli utenti, creando quello che viene chiamato fediverso: un universo di servizi distinti ma federati, dove ognuno può scegliere quello che gli calza meglio senza rinunciare a nulla o sacrificare informazioni personali.

È importante sottolineare, però, che tutto questo è previsto per il futuro: in questo momento Threads non supporta affatto il protocollo aperto ActivityPub e Meta ha soltanto annunciato che intende “lavorare per rendere Threads compatibile” con questo standard, per cui Threads per ora è un giardino cintato come tutti gli altri. Ma già il fatto di aver annunciato questa intenzione è una novità importante per il futuro di Internet, perché è un primo passo verso la riduzione del potere accentrante delle grandi aziende. Al tempo stesso, preoccupa gli altri social network basati sullo standard aperto, perché temono di essere fagocitati dall’enorme massa degli utenti provenienti da Instagram attraverso Threads. 

[Eugen Rochko, CEO e fondatore di Mastodon, ha pubblicato un suo parere tecnico dettagliato su Threads e la sua annunciata adozione di ActivityPub, che risponde in modo chiaro a molti dei dubbi più ricorrenti]

Lo scontro corpo a corpo fra Elon Musk e Mark Zuckerberg è probabilmente solo una boutade di infantilismo alimentato dai troppi gigadollari, ma il combattimento reale fra i due si sta già svolgendo online. Musk ha scritto scherzosamente che la sua mossa segreta è il “Tricheco”, in cui lui semplicemente si sdraia sull’avversario e non fa nulla, ma in questo caso la massa maggiore e schiacciante – in termini di utenti – ce l’ha Zuckerberg. Staremo a vedere. 

[Dopo la chiusura del podcast, Twitter ha mandato a Meta una comunicazione legale nella quale minaccia di citarla in giudizio, asserendo che Meta ha assunto ex dipendenti di Twitter per sviluppare Threads. Il direttore delle comunicazioni di Meta, Andy Stone, ha detto che nessuno dei tecnici che lavora a Threads è un ex dipendente di Twitter. La comunicazione di Twitter parla di “appropriazione scorretta sistematica, intenzionale e illegale dei segreti commerciali di Twitter e di altre sue proprietà intellettuali” (Dexerto.com; CNBC). Il corpo a corpo online si fa serio]

Fonti aggiuntive: Ars Technica, BBC.

Podcast RSI – Story: Gli orrori annunciati dell’IA diventano realtà. Come reagire?

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[CLIP: Mikko Hyppönen: “Fake text, fake speech, fake images, fake video, and fake voices”]

Quando sono stati annunciati pubblicamente i primi software di intelligenza artificiale capaci di generare immagini e testi, per molti imprenditori la reazione istintiva è stata un entusiasmo sconfinato di fronte all’idea di poter tagliare i costi di produzione dei contenuti mettendo al lavoro questi nuovi servitori digitali al posto delle persone. Ma per molti altri, anche non esperti di informatica, la reazione è stata ben diversa. Paura, pura e semplice. Paura per il proprio posto di lavoro e paura per i possibili abusi, facilmente prevedibili, di questa tecnologia.

Questa è la storia di come quella paura del possibile è oggi diventata reale, raccontata attraverso tre casi recenti che sono un campanello d’allarme urgente. Le temute truffe di identità basate sulle immagini sintetiche si sono concretizzate e sono in corso; i siti di disinformazione generano fiumi di falsità per incassare milioni; e le immagini di abusi su minori generate dal software travolgono, per pura quantità, chi cerca di arginare questi orrori. La politica nazionale e internazionale si china su queste questioni con i suoi tempi inevitabilmente lunghi, ma nel frattempo i danni personali e sociali sono già gravi e tangibili, ed è decisamente il momento di chiedersi se si possa fare qualcosa di più di un coro tedioso di meritatissimi “Ve l’avevamo detto”.

Benvenuti alla puntata del 30 giugno 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane – e questa settimana inquietanti – dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Deepfake per furti ed estorsioni

Già nel 2017 gli utenti comuni si divertivano a usare app come FaceApp per alterare il proprio volto, e nel 2019 erano incantati dall’idea di inserirsi al posto agliattori negli spezzoni di film celebri con app come Zao, che davano risultati in pochi secondi, ma nel frattempo molti si ponevano il problema dei possibili abusi di queste tecnologie nascenti di deepfake basate sull’intelligenza artificiale, soprattutto in termini di privacy e di sorveglianza di massa.

Il crimine informatico organizzato, invece, stava aspettando il passo successivo: i deepfake in tempo reale, che oggi sono facilmente disponibili su un normale personal computer dotato di una scheda grafica di buona potenza. Già da alcuni anni è possibile alterare istantaneamente la propria voce in modo da imitare quella di qualunque altra persona di cui si abbia un breve campione. E questa produzione in tempo reale cambia tutto, perché rende possibile truffe atroci alle quali siamo impreparati.

Immaginate di ricevere una telefonata nella quale vostro figlio, o il vostro partner, vi dice con tono disperato che è coinvolto in un incidente stradale ed è in arresto, e poi passa la linea a un agente di polizia che spiega che è possibile pagare una cauzione e fornisce le istruzioni per farlo. Questa è la tecnica usata per esempio da un ventitreenne, Charles Gillen, in Canada, che nel giro di soli tre giorni, all’inizio di quest’anno, è riuscito a farsi consegnare l’equivalente di circa 135.000 franchi svizzeri o euro da otto vittime prima di essere arrestato insieme a un complice. Tutte le vittime hanno detto di aver riconosciuto chiaramente la voce del proprio familiare al telefono.

La prima frode di questo genere, però, risale al 2019, quando un dirigente di un’azienda britannica nel settore energetico fu ingannato da un deepfake della voce del proprio direttore, di cui riconobbe anche il lieve accento tedesco, ed eseguì il suo ordine di trasferire immediatamente 220.000 euro sul conto di un asserito fornitore, dal quale poi i soldi presero il volo.

Questa tecnica richiede tre ingredienti: un campione della voce della persona da imitare, facilmente estraibile da qualunque video o messaggio vocale postato su Internet; il software di intelligenza artificiale o machine learning per alterare la propria voce in tempo reale, altrettanto facile da procurare; e delle informazioni personali dettagliate e attendibili sulla persona che si vuole simulare.

Il 2023 sembra essere l’anno di svolta per queste frodi: secondo Sumsub, società specializzata nel settore della verifica di identità online, il numero dei deepfake rivelati nel primo trimestre di quest’anno ha superato del 10% quello di tutto il 2022. E gli esperti sospettano che furti massicci di dati personali attendibili, come quello messo a segno dal gruppo criminale informatico russofono Cl0p, descritto nella puntata precedente del Disinformatico, servano per alimentare proprio questo tipo di falsificazione dell’identità [visto che stranamente Cl0p non ha inviato richieste di riscatto alle aziende di cui ha saccheggiato gli archivi]

 

Questa situazione mette in crisi qualunque banca o pubblica amministrazione che si appoggi all’identificazione via Internet per gestire i conti o le posizioni degli utenti: oggi va molto di moda permettere alle persone di aprire e gestire un conto corrente o interrogare un servizio sanitario tramite telefonino, usando un video in tempo reale per verificare l’identità invece di presentarsi a uno sportello, perché questo riduce i costi per l’azienda ed è più comodo per l’utente.

Ma di fronte ai deepfake video in tempo reale questo risparmio e questa comodità vanno rimessi seriamente in discussione, e per difendersi da truffe come queste dobbiamo tutti imparare a non fidarci dei nostri sensi e dei nostri istinti se c’è di mezzo un dispositivo elettronico, e a chiedere conferme di altro genere, come per esempio una parola chiave concordata o una risposta a una domanda su qualcosa che nessun altro può sapere.

[Un’altra possibilità è chiedere alla persona in video di mettersi di profilo: questo spesso fa impazzire i software di deepfake in tempo reale, che difficilmente vengono addestrati per questa posizione del viso]

Fiumi di fake news generate dall’IA per fare soldi

Stanno diventando sempre più numerosi i siti Internet che pubblicano enormi quantità di notizie false generate automaticamente tramite l’intelligenza artificiale, e ben 141 marche molto conosciute stanno finanziando questi siti senza rendersene conto. Lo segnala Newsguard, un sito di valutazione dell’affidabilità delle fonti di notizie gestito da giornalisti che offre anche un’estensione per browser che avvisa l’utente quando visita un sito che pubblica regolarmente notizie false.

Soltanto nel mese di maggio 2023, gli analisti di NewsGuard hanno più che quadruplicato il numero di siti di fake news segnalati dal loro software, da 49 a 217, e ne hanno aggiunti altri sessanta a giugno. Sono insomma quasi trecento i siti di questo genere catalogati, che pubblicano fino a 1200 pseudoarticoli al giorno ciascuno e coprono almeno 13 lingue, dall’arabo al ceco all’italiano al thailandese. Per fare un paragone, un giornale medio pubblica circa 150 notizie al giorno.

È un vero e proprio fiume in piena di fake news, reso possibile da strumenti automatici di generazione di testi come ChatGPT, e confezionato in siti che hanno una veste grafica e un nome apparentemente generici e rispettabili. Un fiume che era perfettamente prevedibile non appena sono nati i generatori di testi.

Ma l’intelligenza artificiale non è l’unica tecnologia che permette l’esistenza di questi enormi avvelenatori dell’informazione: c’è di mezzo anche il cosiddetto programmatic advertising. Questi siti ingannevoli esistono allo scopo di fare soldi, non di disinformare in senso stretto, e fanno soldi grazie al fatto che i grandi servizi di pubblicità online, come per esempio Google e Meta, usano un complesso meccanismo automatico di piazzamento delle pubblicità nei vari siti, basato sulla profilazione degli interessi degli utenti: il programmatic advertising, appunto.

Il risultato di questo meccanismo è che gli inserzionisti spesso non hanno idea di dove venga pubblicata la loro pubblicità, e siccome i servizi pubblicitari pagano i siti che ospitano le loro inserzioni, alcuni imprenditori senza scrupoli creano siti pieni di notizie-fuffa per incassare soldi dalle pubblicità. Più pagine di notizie si pubblicano, più spazi pubblicitari ci sono, e quindi a loro conviene trovare il modo di generare il maggior numero possibile di pagine. E quel modo è, appunto, l’intelligenza artificiale.

Il risultato a volte è quasi comico, come nel caso di un sito di pseudonotizie brasiliano, Noticias de Emprego (noticiasdeemprego.com.br), nel quale un “articolo” inizia addirittura con le parole “Mi scuso, ma come modello linguistico di intelligenza artificiale non sono in grado di accedere a collegamenti esterni o pagine Web su Internet”.

Fonte: Newsguard.
E non è neanche l’unico caso, come dimostra questa ricerca mirata in Google.

È un indicatore decisamente sfacciato e facilmente riconoscibile di contenuti generati dall’intelligenza artificiale senza la benché minima supervisione umana, eppure i grandi servizi pubblicitari online non sembrano fare granché per evitare di foraggiarli con i soldi delle grandi marche: banche, agenzie di autoloneggio, compagnie aeree, catene di grandi magazzini e altro ancora. Eppure le regole pubblicitarie di Google dicono molto chiaramente che non vengono accettati siti che includono contenuti generati automaticamente di tipo spam. Nonostante questo, Newsguard nota che oltre il 90% delle pubblicità che ha identificato su questi siti di pseudoinformazione è stato fornito da Google.

Possiamo difenderci da questi siti ingannevoli e ostacolare i loro guadagni installando nei nostri computer e telefonini dei filtri che blocchino le pubblicità, i cosiddetti adblocker, che sono gratuiti, e strumenti che segnalino i siti di questo genere, come appunto quello proposto da Newsguard, che però costa 5 euro al mese.

Ovviamente il problema sarebbe risolvibile a monte vietando del tutto il tracciamento pubblicitario e l’inserimento automatico delle pubblicità nei siti, ma i legislatori sembrano molto riluttanti ad agire in questo senso, mentre Google pare così preso dal vendere spazi pubblicitari da non controllare dove siano quegli spazi. E così, in nome dei soldi, Internet si riempie di siti spazzatura che tocca a noi scansare e ripulire a spese nostre.

Fonte aggiuntiva: Gizmodo.

Immagini di abusi su minori generati dall’IA

Il terzo disastro perfettamente prevedibile di questa rassegna è anche il più infame. La BBC ha pubblicato un’indagine che ha documentato l’uso di software di intelligenza artificiale per generare immagini sintetiche di abusi sessuali su minori [CSAM, dalle iniziali di Child Sexual Abuse Material] e venderle tramite abbonamenti a comuni servizi di condivisione di contenuti a pagamento come Patreon, che sono inconsapevoli di essere coinvolti. Il software di intelligenza artificiale usato, secondo la BBC, è Stable Diffusion, la cui versione normale ha delle salvaguardie che impediscono di produrre questo tipo di immagine. Ma queste salvaguardie sono facilmente rimovibili da chi installa questo software sul proprio computer, e a quel punto è sufficiente dare una descrizione testuale del contenuto che si desidera e il software, impassibile, lo genererà.

La quantità di materiale di questo genere prodotto in questo modo è enorme: ciascun offerente propone in media almeno mille nuove immagini al mese. E anche se c’è chi si giustifica dicendo che nessun bambino reale viene abusato perché le immagini sono appunto sintetiche, le autorità e gli esperti notano che queste immagini sintetiche vengono generate partendo da un repertorio di immagini reali e che gli stessi siti che offrono le pseudofoto propongono spesso anche immagini di abusi effettivi. In ogni caso, la detenzione di immagini di questo genere, reali o generate, è reato in quasi tutti i paesi del mondo.

Verrebbe da pensare che materiale atroce di questo genere sia relegato nei bassifondi di Internet, magari nel tanto mitizzato dark web, ma molto più banalmente si trova spesso su normali siti web. Secondo la BBC, infatti, in Giappone la condivisione di disegni sessualizzati di bambini non è reato, e quindi molti offerenti di queste immagini le pubblicano apertamente, usando hashtag identificativi appositi. Uno di questi siti residenti in Giappone, Pixiv, ha dichiarato che dal 31 maggio scorso ha bandito “tutte le rappresentazioni fotorealistiche di contenuti sessuali che coinvolgono minori”. Noterete che Pixiv parla solo di immagini fotorealistiche. E viene da chiedersi come mai questo divieto sia entrato in vigore solo ora.

Uno dei problemi più grandi di questa montagna di immagini di abusi è che rende sempre meno efficaci gli strumenti adottati dalle forze di polizia e dai social network per tracciare e bloccare questo materiale. Quando le autorità trovano un’immagine o un video di questo genere, ne producono una sorta di impronta digitale matematica, un hash, che non contiene l’immagine e non permette di ricostruirla ma consente di identificarla automaticamente. Gli elenchi di questi hash possono essere condivisi senza problemi e inclusi nei filtri automatici delle applicazioni, dei siti di condivisione e dei social network. Ma se i software di intelligenza artificiale consentono di generare innumerevoli immagini sempre differenti, questo sistema collassa rapidamente.

L’unica difesa possibile, oltre all’informazione, all’educazione, a una discussione schietta della questione e al lavoro incessante delle autorità, che hanno riscosso successi importanti anche recentemente in Svizzera, è segnalare queste immagini ai facilitatori dei servizi di pagamento, che bloccheranno gli account e i soldi che contengono. Ma è un lavoro delicatissimo, nel quale la prima regola è mai mandare copie di queste immagini a nessuno, neppure alle autorità stesse, perché si diventerebbe detentori e condivisori di questo materiale. Si deve mandare sempre e solo il link che porta al contenuto e non conservare copie o screenshot di quel contenuto. Lo sa bene, paradossalmente, proprio la BBC, quella che ha svolto quest’indagine delicatissima: nel 2017 segnalò che Facebook stava ospitando immagini di abusi su minori e fece l’errore di inviare degli screenshot di queste immagini a Facebook invece di mandare i link come richiesto. Per tutta risposta, Facebook fu costretta a denunciare alla polizia i giornalisti dell’emittente britannica.

In casi come questi, è meglio stare alla larga ed evitare ogni tentazione, per quanto umanamente comprensibile, di vigilantismo. 

Fonte aggiuntiva: Ars Technica.

Intanto, è ormai chiaro che il vaso di Pandora dell’intelligenza artificiale è stato aperto, nonostante tutte le ammonizioni, non lo si può più chiudere e ci tocca conviverci. Non resta che sperare che da questo vaso escano anche tante applicazioni positive. Ma questa è un’altra storia, da raccontare in un’altra puntata.

Minecraft, occhio alle mod infette per Windows e Linux

Minecraft, occhio alle mod infette per Windows e Linux

Questo articolo è disponibile anche in
versione podcast.

Se giocate a Minecraft su computer Windows o Linux e siete appassionati di
modding, ossia dell’aggiunta o modifica di funzioni, oggetti, ambienti e
altro ancora al gioco di base, vi conviene fare più attenzione del solito a cosa
scaricate e da dove lo scaricate.

Ai primi di giugno, infatti, due fra le più importanti piattaforme di
distribuzione di queste modifiche, o mod, sono state attaccate,
violando vari account, e molte mod e molti plugin per Minecraft
disponibili tramite queste piattaforme sono stati infettati e distribuiti agli
utenti.

Il risultato è che chi ha scaricato modpack molto popolari, come
Better Minecraft, che ha oltre quattro milioni e mezzo di download, può
trovarsi con il computer infetto da un malware che ruba le credenziali di
accesso salvate nei browser e quelle degli account Minecraft, Microsoft e
Discord e si insedia permanentemente sul computer, aggiornandosi man mano.

Le piattaforme di modding prese di mira sono
CurseForge e
Bukkit, e l’elenco di mod e
modpack infettate è piuttosto lungo (lo trovate per esempio su
BleepingComputer.com) e non si sa se sia completo. 

Per evitare panico inutile, soprattutto fra i giocatori più giovani e i loro
genitori, è importante sottolineare che il problema riguarda esclusivamente
chi ha installato modifiche a Minecraft e usa computer Windows o Linux. Chi
gioca semplicemente a Minecraft di base e usa altri dispositivi non basati su
Windows o Linux non è coinvolto in questo problema.

Ma per chi ama il modding e usa questi sistemi operativi il danno è
molto serio, anche in termini di fiducia. Gli aggressori informatici hanno
infatti preso di mira siti attendibili, come appunto CurseForge e Bukkit, e li
hanno indotti a distribuire il loro malware, denominato Fractureiser.
Per prima cosa hanno preso il controllo di alcuni account su queste
piattaforme e hanno inserito del codice ostile nei plugin e nelle mod offerte
da questi account. Poi questi software modificati e infetti sono stati
adottati automaticamente da vari modpack molto popolari e quindi sono
stati distribuiti automaticamente agli utenti fino al momento in cui sono
intervenuti i gestori di queste piattaforme e hanno ripulito i propri sistemi.

Chi ha scaricato ed eseguito una di queste mod infette, distribuite più o meno
nelle ultime tre settimane, ha probabilmente infettato il proprio computer.
Fortunatamente ci sono degli script di scansione
per Windows
e
per Linux
che rilevano i sintomi di un’infezione; in alternativa è possibile
controllare manualmente
se il Registro di Windows è stato alterato o se ci sono altri file ostili sul
computer.

I principali antivirus si stanno già aggiornando per rilevare questi sintomi,
per cui se avete dubbi conviene aspettare ancora qualche ora e poi aggiornare
il vostro antivirus e rifare una scansione completa.

Se purtroppo scoprite di avere il computer infetto, è consigliabile
reinstallare il sistema operativo e cambiare tutte le proprie password,
partendo subito da quelle dei servizi più interessanti per i criminali, ossia
quelle che proteggono criptovalute, caselle di mail e conti correnti.

Maggiori dettagli tecnici sul malware Fractureiser e sulla tecnica di attacco
dei criminali informatici sono disponibili sul già citato
BleepingComputer
e su
Tripwire
[anche su
CurseForge,
Hackmd.io,
Prismlauncher.org
e
Github]
. Una delle piattaforme colpite, CurseForge, ha inoltre pubblicato una
descrizione
approfondita delle varie fasi di questo attacco mirato e sofisticato e delle
misure di protezione da adottare.

Questo attacco è particolarmente interessante, perché sovverte uno dei
consigli di sicurezza più frequenti, ossia quello di scaricare solo software
da siti attendibili, e lo usa per abbassare le difese degli utenti, perché
sfrutta proprio questi siti di cui l’utente si fida. Qui le vittime non sono
giocatori incauti che hanno scaricato software da siti sconosciuti e senza
garanzie; sono persone che si sono rivolte a piattaforme universalmente
considerate sicure.

Inoltre l’attacco prende di mira una categoria di utenti che è solitamente
meno attenta di altre alla sicurezza informatica, cioè i gamer giovani
e giovanissimi, che probabilmente non si aspettano di essere attaccati,
specialmente da qualcosa che scaricano da un sito di ottima reputazione. Sui
loro computer spesso ci sono informazioni e password non solo loro, ma anche
di altri membri della famiglia, che valgono soldi per i criminali. 

Ancora una volta, insomma, la sicurezza informatica si conferma un problema
che tocca tutti. Nessuno può permettersi il lusso di dire
“ma chi vuoi che se la prenda con me, io non ho niente che interessi ai
ladri”
. È proprio su questo modo di pensare che contano quei ladri.

Come agisce NoName, il gruppo filorusso che ha attaccato la Svizzera? Male

Come agisce NoName, il gruppo filorusso che ha attaccato la Svizzera? Male

Questo articolo è disponibile anche in versione podcast.

Nei giorni scorsi un gruppo di aggressori informatici filorussi che si fa
chiamare NoName ha attirato su di sé parecchia attenzione mediatica
rivendicando pubblicamente attacchi contro numerosi siti istituzionali e
aziendali svizzeri, come RUAG, la rete di trasporto che copre il cantone di Zurigo e le aree adiacenti, Svizzera Turismo, SwissID
(RSI), il sito della Città di Bellinzona, i siti del Canton Basilea Città, della
città di Zurigo, di San Gallo (RSI;
La Regione), dell’aeroporto di Ginevra (Swissinfo) e anche il sito del Parlamento svizzero, Parlament.ch (Swissinfo).

Così mi sono iscritto al loro canale su Telegram e ho monitorato un po’ le
loro attività. Il quadro tecnico che ne risulta è piuttosto dilettantesco, con
alcuni scivoloni che permettono di capire meglio il modo di operare di questo
gruppo.

Prima di tutto, chiarisco che non c’è nulla di speciale nel mio monitoraggio:
il canale Telegram di NoName è pubblico e quindi facilmente consultabile da
chiunque, sia in russo sia in inglese. Anche la tecnica di attacco usata da
NoName non è particolarmente sofisticata: è un classico
distributed denial of service o DDOS, cioè una interdizione di
un sito effettuata sommergendolo di centinaia di migliaia di richieste di
accesso fasulle, provenienti da computer o altri dispositivi gestiti o
coordinati dagli aggressori. 

Questo tipo di attacco non comporta nessuna violazione dell’integrità del sito. Semplicemente, il sito diventa temporaneamente
irraggiungibile per gli utenti legittimi, e questo può causare disagi se si
tratta di un sito di commercio o di servizio al pubblico, ma a parte questo il
sito resta integro e inviolato. 

Per fare un paragone, immaginate mille persone che si accalcano davanti alla
porta d’ingresso di una banca e impediscono ai clienti di entrare e fare
operazioni agli sportelli: la banca in sé rimane sicura e non viene
danneggiato o rubato nulla. Una volta che la folla si è stufata di accalcarsi
e se ne va, tutto torna come prima.

Questo non vuol dire che attacchi di questo tipo siano innocui o trascurabili:
un’interruzione di un servizio comporta costi e problemi concreti. Nel 2010,
per esempio, il sito di Postfinance fu bloccato da un attacco DDOS lanciato
per protestare contro la chiusura delle donazioni al sito Wikileaks e del
conto di Julian Assange in Svizzera (CdT), rendendo difficili se non impossibili le transazioni con i numerosi
servizi online di Postfinance. Nel 2013 un altro DDOS importante
colpì
la Svizzera, cercando di sfruttarne l’infrastruttura Internet per amplificare
un’interdizione rivolta però a siti statunitensi [ma
Switch.ch respinse rapidamente il
tentativo] 

Questi attacchi, fra l’altro, non coinvolgono soltanto computer, che spesso
appartengono a utenti ignari che si sono fatti infettare da un malware che
visita a ripetizione il sito-bersaglio; già da qualche anno vengono sfruttati
anche altri tipi di dispositivi connessi, comprese persino le
telecamere
di sorveglianza, perché sono più facili da infettare e spesso meno protette rispetto ai
computer. È quindi importante evitare di diventare aiutanti involontari di
queste aggressioni, come può capitare a chi lascia le password predefinite nei
propri dispositivi e non li aggiorna.

Chiarito tutto questo, veniamo a NoName: il canale Telegram di questo gruppo
annuncia trionfalmente di aver “ucciso” vari siti svizzeri (usando proprio la
parola inglese killed), ma si tratta solo di attacchi DDOS. Passato
l’attacco, il sito resta intatto e torna accessibile come prima. E la rassegna
eterogenea dei siti presi di mira suggerisce un approccio molto a casaccio di
NoName: la loro idea di trionfo è, per esempio,
interdire
momentaneamente il sito della
società di navigazione del lago di Lucerna
o il sito del
centro per la sicurezza stradale di Obvaldo e Nidvaldo, per poi passare ad altri siti in Danimarca, Svezia, Polonia, Belgio, Regno
Unito, Grecia e Canada, con una predilezione solo momentanea per i siti svizzeri. Sono tutti attacchi di breve durata e non sostenibili: dopo qualche ora NoName passa ai bersagli successivi, liberando l’accesso a quelli attaccati prima.

Dai loro annunci, inoltre, emerge un indicatore tecnico piuttosto utile: in
varie occasioni NoName nota che i siti si sono difesi bloccando l’accesso da
parte di dispositivi che hanno un indirizzo IP estero.

Questo sembra indicare che NoName non abbia sotto il proprio controllo un numero significativo di dispositivi in nessuno dei paesi presi di mira, e che quindi gli amministratori dei siti possano difendersi abbastanza facilmente bloccando appunto le richieste di consultazione che arrivano dall’estero e specificamente dalla Russia. Ci sono ovviamente anche strategie di difesa più sofisticate, ma il fatto che NoName sia seriamente ostacolata da una misura così semplice la dice lunga sulla scarsità delle sue risorse.

Anche il numero di annunci di siti attaccati ogni giorno, ossia normalmente non più di una decina, permette di valutare le effettive capacità di NoName:

  • 10 giugno: 8
  • 11 giugno: 9
  • 12 giugno: 7
  • 13 giugno: 12
  • 14 giugno: 9
  • 15 giugno: 9
  • 16 giugno: 8
  • 17 giugno: 10
  • 18 giugno: 10
  • 19 giugno: 7
  • 20 giugno: 8

Si tratta insomma di attacchi che fanno notizia, perché toccano obiettivi ben visibili al grande pubblico, ma la loro sostanza tecnica è davvero modesta e banale in confronto a quella degli attacchi effettuati da bande criminali specializzate. La speranza è che l’attenzione attirata sul problema della sicurezza informatica da queste scorribande superficiali serva a incoraggiare tutti gli utenti ad agire concretamente. 

Questa non è una cyberguerra combattuta su qualche fronte immaginario e lontano, da geni dell’informatica: è un conflitto digitale che sfrutta i nostri dispositivi elettronici a casa e in ufficio, e quindi ciascuno di noi può avere un ruolo attivo nella difesa. A volte possono bastare piccole cose, come un cambio di password per la telecamera di sorveglianza o l’aggiornamento puntuale del software, per evitare di diventare complici involontari.

Falla in MOVEit, saccheggiati dati aziendali per estorcere denaro; come difendersi

Falla in MOVEit, saccheggiati dati aziendali per estorcere denaro; come difendersi

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2023/06/23 9:05. Questo articolo è disponibile anche in versione podcast.

Dopo avervi raccontato un attacco informatico dilettantesco,
quello di NoName, e un attacco più professionale,
quello ai danni degli utenti di Minecraft, è il turno di vedere come operano i criminali informatici più sofisticati,
visto che in questi giorni hanno seminato il caos nelle aziende di mezzo
mondo, colpendo per esempio British Airways, la BBC, la società di consulenza internazionale EY [nota ai più col suo nome precedente, Ernst and Young (BBC)], nonché molti siti
governativi statunitensi e banche di vari paesi, rubando dati sensibili e poi
chiedendo un riscatto per non pubblicarli.

Gli esperti attribuiscono questi
attacchi a un gruppo criminale russofono denominato Cl0p. Almeno due organizzazioni svizzere sono state colpite, secondo l’elenco geografico dei bersagli basato sui dati pubblicati dai criminali sul dark web [presso il seguente indirizzo, che ho opportunamente alterato]:

hxxp://santat7kpllt6iyvqbr7q4amdv6dzrh6paatvyrzl7ry3zm72zigf4ad[.]onion

La schermata del sito di Cl0p. Fonte: Reliaquest.

Il primo sintomo di un attacco sofisticato è la sua natura indiretta.
Oggigiorno è raro che un’azienda venga attaccata direttamente, frontalmente, perché il
crimine informatico organizzato ha capito da tempo che è molto più efficiente
colpire i grandi fornitori di servizi delle aziende, in un cosiddetto supply-chain attack. In questo modo, con un
solo attacco si riesce a entrare nei sistemi di tutte le aziende che usano
quei fornitori. In questo caso il fornitore è la
Progress Software, che produce
un software di trasferimento di file molto diffuso, chiamato MOVEit, che aveva
un difetto sconosciuto all’azienda ma purtroppo noto ai criminali.

Questo è il secondo sintomo di un attacco informatico di alto livello: l’uso
di una vulnerabilità non ancora nota e documentata, ossia di una cosiddetta
falla zero day (che
si chiama così perché viene sfruttata dai criminali prima che sia nota agli
esperti di sicurezza, e quindi la casa produttrice del software fallato ha
avuto zero giorni di tempo per rimediarla prima che venisse utilizzata).

I criminali hanno scoperto che l’interfaccia Web del software MOVEit
aveva un difetto classico: non filtrava eventuali comandi annidati
opportunamente nei dati immessi dagli utenti. Questi comandi venivano
quindi eseguiti, permettendo di visualizzare ed esportare dati
confidenziali, di avere privilegi di amministratore sui sistemi attaccati e
altro ancora.

Per fare un esempio ipotetico, immaginate di avere davanti a voi un
sito web che vi chiede di immettere il vostro nome e cognome, e immaginate di rispondere
scrivendo che vi chiamate Cancella di nome e Database filesdb di
cognome. Immaginate inoltre che cancella sia un comando valido per la
gestione del database, e che quel database si chiami proprio filesdb. Un sito
che non filtra le immissioni degli utenti interpreterà queste parole come
comandi… e cancellerà il proprio database.

Nella realtà non è così semplice come in questo esempio, ma il principio è lo
stesso: i criminali hanno immesso nell’interfaccia Web dei comandi opportunamente confezionati e hanno ottenuto in risposta i dati sensibili delle aziende, senza dover indovinare password, installando anche del software per poter proseguire l’attacco anche in seguito. 

Tutte le installazioni aziendali di MOVEit consultabili via Internet erano vulnerabili in questo modo, in quello che gli
esperti chiamano injection attack. Il motore di ricerca specialistico Shodan rileva attualmente circa 2300 siti che usano MOVEit e lo espongono a Internet. In Svizzera, i siti di questo genere sono una quarantina.

Il mitico xkcd e la sua celebre vignetta dedicata a Bobby Tables.

Quattro giorni dopo l’inizio degli attacchi, la Progress Software ha corretto
la falla e ha informato i propri clienti della situazione, distribuendo due
aggiornamenti di MOVEit che risolvono il problema e delle istruzioni molto dettagliate su come procedere. 

Le aziende che hanno
installato l’aggiornamento ora sono al sicuro da questo specifico metodo di
attacco, ma i loro dati possono essere già stati saccheggiati dai
criminali, e resta il problema dei fornitori di servizi aziendali: molte organizzazioni che non usavano direttamente MOVEit, infatti, sono state coinvolte lo stesso perché per la gestione degli stipendi si appoggiavano a una società esterna, Zellis, che usava appunto MOVEit ed è stata attaccata, permettendo così ai criminali di ottenere i dati sensibili delle aziende clienti.

In sintesi: se usate MOVEit, controllate di averlo aggiornato; se non usate MOVEit, chiedete ai vostri fornitori di servizi se lo usano e quali misure hanno già preso. Nel frattempo, i criminali hanno iniziato a pubblicare parte dei dati sottratti, nominando le aziende coinvolte, e il governo degli Stati Uniti ha messo una taglia da 10 milioni di dollari sugli autori di questi attacchi. C’è insomma parecchio da fare per tutti.

Fonti aggiuntive: TechCrunch, BBC, Reliaquest, Sophos, Ars Technica, Bitdefender, Reddit, Graham Cluley, NIST, Socradar.

Podcast RSI – Minecraft, modding infettato; NoName blocca siti svizzeri; grave falla di MoveIt fa sfuggire dati aziendali

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano i testi di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: YouTuber italiani parlano di Minecraft e tutorial di modding]

Minecraft è sotto attacco: criminali informatici si sono introdotti in due popolari siti di modding legati a questo gioco e hanno infettato il software scaricabile dagli utenti. Nel frattempo, sedicenti hacker filorussi bloccano numerosi siti svizzeri, e altri attacchi informatici sottraggono dati alle aziende di numerosi paesi sfruttando una falla di un fornitore di servizi.

Benvenuti alla puntata del 23 giugno 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica, che questa settimana racconta tre storie recentissime di attacchi informatici, per conoscere meglio il mondo spesso mitizzato e distorto dei reati commessi attraverso Internet e capire quali sono le tecniche realmente utilizzate dai criminali online e come ci si può difendere. Io sono Paolo Attivissimo.

Podcast RSI – Story: Tutti pazzi per le VPN, fra sponsor, fatti e miti

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: Compilation di spezzoni tratti da YouTube di persone e aziende che parlano (in italiano) delle VPN e le promuovono]

È difficile guardare video su YouTube senza incappare nella sponsorizzazione di qualche fornitore di VPN che promette di farvi accedere a siti altrimenti bloccati e di usare sistemi di sicurezza di livello militare per proteggere il vostro computer, tablet e smartphone da virus, hacker malvagi che vi ruberebbero password e vi vuoterebbero il conto bancario, spie governative, restrizioni commerciali e rapimenti da parte degli alieni. 

[CLIP: Spezzone della sigla di X Files]

Sì, lo so, la cosa dei rapimenti alieni non è vera, ma il problema è che non è l’unica bugia in questo elenco di promesse presentate ossessivamente da tanti influencer per farvi acquistare un prodotto e intascare una generosa commissione. Il recente blocco temporaneo di ChatGPT per gli utenti italiani, per esempio, aveva creato molto interesse per le VPN, e questo interesse continua perché le VPN promettono di farvi accedere ai vostri servizi di streaming video preferiti anche se siete all’estero o se volete collegarvi a siti o servizi vietati o non disponibili nel vostro paese.

C’è molta confusione e ci sono molti miti intorno a queste VPN. La storia di cosa sono, cosa fanno realmente, cosa non possono fare e chi ne ha realmente bisogno è il tema della puntata del 16 giugno 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Benvenuti. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

La sigla VPN sta per Virtual Private Network, che significa “rete privata virtuale”. Indica un software che crea un collegamento protetto fra un dispositivo e una rete informatica, appoggiandosi a un mezzo di telecomunicazione non protetto. Le VPN sono nate in ambito professionale, per consentire di usare Internet per collegare tra loro in modo sicuro computer distanti.

Un’azienda, invece di creare una rete fisica apposita per collegare telematicamente due sedi lontane, con tutti i costi e i tempi lunghi che questo comporterebbe, può usare una VPN per creare quel collegamento appoggiandosi all’infrastruttura già esistente di Internet. Per questo si chiama rete virtuale: una VPN usa il software per creare l’equivalente di un cablaggio diretto reale. E la si definisce privata perché nessuno, da fuori, può decifrarne il traffico di dati, grazie alla crittografia. È una sorta di tunnel: i dati entrano da una parte, per esempio da una filiale aziendale remota, viaggiano in modo protetto lungo i canali di Internet, e riemergono una volta arrivati a destinazione presso la sede centrale.

Ma da qualche tempo l’uso delle VPN si è esteso dalle aziende anche ai privati, grazie anche alla pubblicità incessante fatta da alcuni fornitori di questi prodotti e dagli YouTuber e influencer che si fanno sponsorizzare da chi vende VPN.

Alcune di queste pubblicità, però, alimentano un senso di panico ingiustificato, raccontando che le VPN proteggono da pericoli che in realtà non esistono. 

Per esempio, viene proclamato spesso che se non si usa una VPN si è a rischio ogni volta che ci si collega a un Wi-Fi pubblico, per esempio in un albergo o in un bar, perché un hacker cattivo che si trova nello stesso locale potrebbe intercettare le vostre comunicazioni, rubandovi le password dei siti che visitate oppure entrando insieme a voi nel vostro conto corrente. Oppure potrebbe farlo direttamente il gestore malvagio del locale. Non è vero, e sono anni che non è vero. 

[CLIP: coro di sospiri di sollievo]

Sì, un tempo era tecnicamente possibile fare intercettazioni illegali di questo tipo, ed era anche abbastanza facile farle con metodi come il cosiddetto ARP spoofing o ARP poisoning. L’aggressore dirottava il traffico della rete locale in modo che passasse attraverso il suo computer e poteva così catturare qualunque password inviata in chiaro dagli utenti della rete Wi-Fi. Ma quest’era è finita da un pezzo: nessun servizio decente trasmette le password in chiaro da quando è stato adottato il protocollo HTTPS. L’icona del lucchetto che (ancora per qualche tempo) noterete accanto al nome di un sito indica l’uso di questo metodo sicuro per scambiare dati e trasmettere le password. Chi si mettesse in ascolto sulla rete Wi-Fi potrebbe sapere al massimo il nome del sito che state visitando, ma niente di più. Sono ormai anni che è così, e quindi è inutile usare una VPN per proteggere le proprie password o il proprio conto bancario quando si va su un Wi-Fi pubblico.

Molte pubblicità di VPN promettono di usare la cosiddetta “crittografia di livello militare” per proteggere i vostri dati e le vostre navigazioni da occhi indiscreti. Detta così sembra una protezione fortissima, perché viene istintivo pensare che se una crittografia viene usata dai militari deve essere potentissima, ma in realtà si tratta di un termine di marketing. Significa semplicemente che i militari usano quel tipo di crittografia per alcune cose.

La crittografia in questione si chiama AES, è solo uno degli standard adottati a livello militare, ed è esattamente la stessa che trovate già incorporata in qualunque browser e in qualunque app decente. Se visitate qualunque sito che usi l’HTTPS, ossia oggigiorno praticamente tutti, state già usando “crittografia di livello militare”. Ce l’aveva già Internet Explorer 8 su Windows Vista, e ce l’hanno Google Chrome, Firefox, Safari, Edge, e Opera, per citare alcuni dei principali browser.

Capita spesso di sentire che le VPN impediscono al vostro fornitore di accesso a Internet di sorvegliare le vostre navigazioni:

[CLIP: pubblicità di una VPN che esprime questo concetto] 

Ma anche questo è vero solo in parte. Sì, senza una VPN il vostro fornitore può sapere i nomi dei siti che visitate, e ci possono essere nomi di siti che preferite che nessuno sappia perché vivete in un ambiente nel quale visitare un sito politico, religioso o relativo alla sessualità o alle questioni di genere è considerato riprovevole o è addirittura proibito. Può capitare anche che un governo di un certo paese decida di bloccare l’accesso a un social network o di consentirlo solo se l’utente si identifica, mentre gli utenti esteri sono liberi di accedere. In questi casi una VPN può essere effettivamente utile.

Ma anche senza una VPN, il fornitore di accesso non può leggere il contenuto dei siti che visitate, se quei siti usano HTTPS, cosa che (come dicevo) ormai fanno tutti. 

[CLIP: uno YouTuber dice che senza una VPN i nostri dati sono a spasso]  

C’è invece un problema più serio che emerge se usate una VPN per nascondere al vostro fornitore d’accesso i nomi e i dati dei siti che visitate. Il problema è che li nascondete al fornitore, ma li affidate al gestore della VPN. E siccome le VPN spesso si usano per visitare siti che non si vuole consultare apertamente, il gestore della VPN diventa depositario di una vasta cronologia delle navigazioni più sensibili di milioni di persone. Se quel gestore venisse attaccato e quella cronologia venisse rubata, le possibilità di ricatto sarebbero molto remunerative e le conseguenze personali potrebbero essere catastrofiche.

È già successo, per esempio a UFO VPN e ad altri sei gestori di VPN nel 2020, quando oltre un terabyte di dati degli utenti è risultato pubblicamente accessibile a causa di un errore di configurazione. E il bello è che si trattava di cosiddette VPN no-log, ossia offerte da gestori che dichiaravano di non tenere memoria delle attività degli utenti.

E qui c’è un’altra mezza bugia delle VPN che è opportuno chiarire. Nessun fornitore di VPN serio ha realmente una politica di non conservazione assoluta delle attività degli utenti. Qualche traccia delle vostre attività, se usate una VPN, viene comunque archiviata, sia per motivi tecnici, sia per motivi legali. Se le autorità giudiziarie hanno fondati motivi per sospettare che stiate facendo qualcosa di gravemente illegale, si rivolgeranno al fornitore della vostra VPN e chiederanno la sua cooperazione, e quel fornitore normalmente sarà obbligato a fornirla.

Bisogna ricordare, inoltre, che installare una VPN sui propri dispositivi significa far passare tutto il proprio traffico Internet attraverso i server del gestore della VPN, che si trova quindi in una posizione ideale per sorvegliare le vostre attività online. Per questo conviene scegliere attentamente il proprio gestore e non fidarsi delle offerte troppo belle per essere vere. Per orientarsi nella scelta conviene cercare prodotti open source (il cui contenuto e funzionamento è insomma aperto, pubblico e ispezionabile) e che usino protocolli standard come WireGuard o IPSec.

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Non è invece una bugia la proposta di usare le VPN per accedere a contenuti soggetti a restrizioni geografiche. Infatti dal punto di vista tecnico si può davvero usare una VPN per vedere un sito che per qualunque ragione è bloccato nel paese in cui ci si trova. Bisogna però valutare se sia opportuno farlo dal punto di vista legale.

Per esempio, probabilmente non ci sono grossi problemi legali nell’usare una VPN per simulare di trovarsi negli Stati Uniti allo scopo di vedere su YouTube il nuovo trailer di un film che i produttori hanno limitato a quel paese e bloccato nel resto del mondo, perché vogliono gestire la campagna promozionale in momenti differenti nelle varie regioni del pianeta.

Un caso classico di video soggetto a georestrizioni: Katee Sackhoff (Battlestar Galactica) commenta il suo primissimo ruolo cinematografico, ma i titolari dei diritti non vogliono che i loro contenuti si vedano in Svizzera.

Ma usare la stessa tecnica per accedere a un account Netflix statunitense, o a un server statunitense di una rete di gioco, senza risiedere in quel paese è quasi sicuramente una violazione del contratto di servizio e può portare al blocco dell’account e alla perdita dei soldi pagati per quell’account. Lo stesso vale per chi ha un account presso un servizio commerciale di streaming video nel proprio paese di residenza e vuole usarlo all’estero. Alcuni fornitori di questi servizi tollerano questo comportamento; altri no. Conviene leggere attentamente le regole del singolo servizio.

Se poi andate in paesi nei quali ci sono forti restrizioni di accesso a Internet per motivi politici, religiosi o di altro genere e pensate di usare una VPN per aggirarle, pensateci due volte, e poi lasciate perdere. I fornitori di accesso a Internet, infatti, si accorgono se usate una VPN, perché vedono che vi collegate al sito del gestore della VPN, e le autorità possono chiedervi di giustificare questa vostra scelta. In certi paesi questa richiesta, come dire, può rendere spiacevolmente memorabile una vacanza o un soggiorno di lavoro.

Insomma, se le VPN vengono usate conoscendone bene i limiti tecnici, sono sicuramente degli strumenti utili in molte situazioni, anche se spesso vengono vendute facendo promesse o creando paure che non hanno nessuna base di realtà. Ma non sono una bacchetta magica che risolve tutti i problemi di sicurezza, perché come si dice spesso la sicurezza informatica non è un prodotto, è un processo. Se usate una VPN su un dispositivo non aggiornato e non protetto e vi comportate online in modo imprudente, la vostra sicurezza rimarrà inadeguata.

Faccio un esempio pratico. Anni fa, mentre ero in vacanza nel Regno Unito, mi misi a lavorare con il mio computer portatile nell’accoglientissima sala del piccolo albergo a conduzione famigliare che avevo scelto. Seduto comodamente accanto al caminetto acceso, riuscii nel giro di pochi minuti a procurarmi i dati delle carte di credito di alcuni clienti: nomi e cognomi, numeri, codici di sicurezza e date di scadenza. Eppure il computer dell’albergo era moderno e aggiornato, con un browser che sicuramente usava HTTPS per tutte le transazioni commerciali, e non era neppure collegato al Wi-Fi accessibile agli ospiti. Ma l’albergatore aveva la brutta abitudine che quando prendeva una prenotazione per telefono, per essere sicuro di aver capito bene ripeteva ad alta voce tutti i dati delle carte di credito da usare.

Podcast RSI – Strane mail dagli Illuminati, droni assassini e… Massimizzatori di Fermagli

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: Il T-800 (Schwarzenegger) spiega la rivolta di Skynet, da Terminator 2 – Il Giorno del Giudizio (1991). Notate la pronuncia terribile di “stealth” e l’uso della parola inventata “automizzati” nel doppiaggio italiano]

L’idea che cedere il controllo delle armi militari all’intelligenza artificiale non possa che finire male è un cliché della fantascienza almeno dai tempi di Wargames o di Terminator, film che ormai hanno più di qualche decennio sulle spalle, eppure pochi giorni fa ha fatto il giro del mondo la notizia che un test militare statunitense avrebbe affidato il controllo di un drone armato a un’intelligenza artificiale, che pur di completare la propria missione non avrebbe esitato a uccidere il proprio operatore, che la frenava. Uccidere virtualmente, s’intende, ma la vicenda ha comunque creato allarme e apprensione perché è stata raccontata molto maldestramente a vari livelli.

Vale la pena di chiarirla per levare eventuali residui di panico ma anche perché contiene un’idea molto importante per qualunque applicazione basata sull’intelligenza artificiale, con scopi militari o civili. Stranamente, questa idea ha a che fare con le fabbriche di fermagli, ed è uno degli argomenti della puntata del 9 giugno 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica, insieme a questa vicenda del drone assassino (virtuale) e a un’indagine su una bizzarra campagna di spam che vi propone di entrare a far parte degli Illuminati per avere “potere, fama e gloria”. Ma cosa succede se si risponde all’invito?

Sono Paolo Attivissimo, e dopo la sigla vi racconterò cosa hanno scoperto in proposito gli investigatori di sicurezza informatica.

[SIGLA di apertura]

Bitdefender spiega cosa c’è dietro l’assurdo spam degli Illuminati

Bitdefender spiega cosa c’è dietro l’assurdo spam degli Illuminati

Ultimo aggiornamento: 2023/06/08 00:40. Questo articolo è disponibile anche in versione podcast.

Avete ricevuto anche voi messaggi da sedicenti rappresentanti degli Illuminati, che vi invitano a far parte della loro congrega segreta di controllo del mondo e vi promettono in cambio “potere, fama e gloria”? Se vi è capitato, probabilmente li avete cestinati immediatamente come spam, come ho fatto anch’io, e magari avete pensato “ma chi vuoi che abbocchi a una cosa così palesemente assurda?” e sareste curiosi di sapere esattamente cosa succede a chi risponde a questi deliri cospirazionisti.

Gli esperti di sicurezza informatica della società specializzata Bitdefender hanno avuto la stessa curiosità: anche loro hanno ricevuto molte segnalazioni di mail di questo genere ai primi di maggio e quindi hanno deciso di indagare, contattando questi presunti membri degli Illuminati. Il risultato delle loro ricerche è piuttosto inaspettato e rivela il movente di questa nuova campagna di spam.

In un articolo pubblicato pochi giorni fa [in inglese ma disponibile anche in italiano], i ricercatori hanno documentato la vastità di questa attività truffaldina, notando che le mail di presunto invito erano rivolte principalmente a utenti degli Stati Uniti (nel 62% dei casi), Australia (11%), Regno Unito e Germania (7%), ma anche Sudafrica, Irlanda, Repubblica Ceca e Slovacchia e in misura minore Danimarca, Austria, Svizzera, Croazia, Spagna e Italia. Questo non vuol dire che i truffatori pensino che gli utenti più allocchi siano in questi paesi; più probabilmente, visto che la campagna è prevalentemente condotta in inglese, i criminali hanno scelto paesi nei quali la conoscenza dell’inglese è più diffusa.

Queste mail di invito, secondo i ricercatori di Bitdefender, arrivano principalmente dalla Nigeria (nel 40% dei casi), dal Sudafrica (16%), dagli Stati Uniti (14%), dai Paesi Bassi (13%), dall’Argentina e dal Brasile in misura nettamente minore (5% ciascuno).

Le mail di invito a far parte degli Illuminati sono un classico di Internet, ma quando i ricercatori hanno risposto a questi messaggi recenti hanno notato una novità nella tecnica usata dai truffatori: nell’invito c’è la proposta di contattare personalmente il sedicente “Gran Maestro” degli Illuminati tramite un numero di telefono, invece di farlo via mail come consueto. È un approccio decisamente più personale e coinvolgente.

Per esempio, una di queste mail truffaldine diceva (tradotta in italiano):

La invitiamo a unirsi all’organizzazione degli Illuminati per avere ricchezza, fama e influenza. Per maggiori dettagli contatti direttamente le informazioni seguenti. WhatsApp: +39 3[omissis]39.

Un numero con prefisso telefonico italiano.

Altre mail di invito avevano testi più ricchi di sfumature. Eccone una delle tante, tradotta anche questa in italiano:

Sulla base dei criteri di affiliazione degli Illuminati, noi riteniamo che lei sia di grande interesse e possieda buona padronanza della destrezza manuale e della competenza accademica. Pertanto la consideriamo come la classe che sarà la piattaforma per la quale avrà modo di incontrare le persone facoltose che possono portarla alla ricchezza, al potere, alla fama e alla gloria. Consiglio vivamente che lei si unisca a noi negli Illuminati. Unendosi a noi diventerà ricco e vivrà la vita che desidera. Accetta l’offerta? Se sì, aggiunga il gran maestro tramite WhatsApp +3069[omissis]19.

I ricercatori hanno deciso di contattare questi numeri, che erano stati usati per creare account Whatsapp Business negli Stati Uniti, in Italia e in Grecia, per vedere cosa sarebbe successo. Mi raccomando: non provateci. Gli esperti l’hanno fatto con tutte le precauzioni e protezioni che sanno usare, ma un utente comune rischierebbe di avere problemi già solo per aver dato il proprio numero di telefono a dei criminali professionisti. La cosa migliore da fare, se ricevete mail di questo tipo, è semplicemente cestinarle. Non contengono virus e non sono pericolose dal punto di vista informatico, neanche se le avete aperte per leggerle.

Gli specialisti di Bitdefender, dice il loro comunicato stampa, “sono riusciti a parlare con diversi individui“ [“tra cui un “LordshipMaster” dalla Grecia, un Gran Maestro negli Stati Uniti, che presumibilmente si fa chiamare Kurt, e Anthony, un altro reclutatore degli Illuminati che ha affermato di risiedere, attualmente, a Roma.”]

Le conversazioni si sono svolte tramite messaggi diretti su WhatsApp, principalmente in inglese [ma “è diventato chiaro che gli interlocutori non erano madrelingua” perché commettevano “diversi errori grammaticali” e usavano “espressioni non corrette”], attingendo a una serie standard di testi e anche video. Promettevano per esempio “stipendi mensili di 200.000 dollari e oltre, una nuova casa, appuntamenti con le più importanti celebrità, un talismano magico (che non può mai mancare) e l’accesso gratuito al Bohemian Grove – un club d’élite su invito.”

Veniva poi proposto di compilare un modulo di adesione decisamente surreale, con simbologie sataniste e timbri “Top secret” che solo una persona supremamente ingenua (o vulnerabile) potrebbe considerare plausibili:

Credit: Bitdefender.
Credit: Bitdefender.

Secondo i ricercatori, la trappola scatta a questo punto: il modulo chiede di fornire informazioni personali, e queste informazioni permettono ai truffatori di “commettere reati di furto d’identità”, perché i dati personali richiesti includono “nome e cognome, data di nascita, indirizzo, numero di telefono, occupazione, patrimonio, indirizzo email, stato civile, età e una foto recente”. Sorprendentemente, non viene fatta nessuna richiesta di denaro, come capita invece normalmente in questo genere di truffa. 

La tecnica di contatto personale usata da questi truffatori può sembrare decisamente laboriosa per ottenere dati che sarebbe possibile rastrellare facendo un cosiddetto scraping, ossia una campagna automatizzata di raccolta dei dati pubblicati volontariamente dagli utenti sui social network. Ma forse qui entra in gioco l’autoselezione delle vittime: i truffatori creerebbero apposta messaggi e modulistica sfacciatamente implausibili, in modo che rispondano soltanto le persone ingenue o fragili, che sono i bersagli più adatti da colpire e che non sapranno come gestire un furto di identità o un reato commesso usando i loro dati personali.

Ho contattato Bitdefender, che ha risposto che ci sono stati alcuni accenni che hanno fatto credere che ci fosse dell’altro dietro questo stratagemma. “In particolare” hanno detto “uno dei “grandi maestri” ha detto che la compilazione del modulo era una delle prime fasi del processo di reclutamento. Questo ci fa pensare” hanno dichiarato i ricercatori “che dietro tutto il fumo e gli specchi, i truffatori vogliano sfruttare al massimo le vittime convincendole a inviare denaro per facilitare la loro iniziazione” [hanno aggiunto che “È molto probabile che i cosiddetti reclutatori chiedano ai loro obiettivi di trasferire fondi per l’acquisto di vari oggetti necessari per condurre un “rituale” o addirittura di pagare alcune quote di iscrizione come dimostrazione di fiducia e dedizione.”]

I ricercatori si sono anche un po’ divertiti: hanno scritto a uno dei truffatori, spiegando che avevano ricevuto anche un altro invito a far parte degli Illuminati e hanno chiesto al truffatore se conosceva il mittente di questa seconda proposta. Il primo truffatore ha risposto con parole involontariamente azzeccatissime:

Voglio che lei sappia che ci sono molti impostori ovunque su Internet che fingono di essere agenti ma non lo sono. Voglio che lei blocchi le loro mail e li ignori.

Una volta tanto, sono perfettamente d’accordo con il suggerimento del truffatore. Si tratta di raggiri crudeli, che vanno semplicemente eliminati come spam, cogliendo magari l’occasione per parlarne anche con colleghi, amici e familiari che potrebbero essere vulnerabili a questo tipo di lusinga.