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Podcast del Disinformatico in panne

Grazie a tutti per la segnalazione del fatto che i podcast del Disinformatico radiofonico non funzionano correttamente: le ultime puntate non ci sono nei feed RSS e su iTunes (fermo alla puntata del 29 ottobre). Potete comunque scaricarle manualmente da qui su RSI.ch. Ho avvisato i responsabili del servizio.

Joe Rogan intervista Steve Jobs?

Questo articolo è disponibile anche in versione podcast audio.

È stato pubblicato pochi giorni fa un nuovo podcast
nel quale il popolarissimo podcaster statunitense Joe
Rogan
intervista un ospite molto speciale: Steve Jobs. I due si
parlano e si scambiano opinioni e battute sull’attualità per una
ventina di minuti, eppure Jobs, cofondatore di Apple, è morto nel
2011.

Medium e spiritisti non c’entrano: la voce del defunto e quella
di Joe Rogan sono state ricreate usando un generatore di voci umane
basato sull’intelligenza artificiale, disponibile presso Play.ht,
e questo non è realmente il podcast di Joe Rogan: se ci avete fatto
caso, infatti, il conduttore si è presentato come Bro Jogan,
presumibilmente per evitare complicazioni legali. Si tratta insomma
di un podcast sintetico dimostrativo, creato appunto da Play.ht.

Il generatore ha usato registrazioni pubbliche della voce di Jobs
e ha “imparato”, per così dire, a parlare come parlava lui. Il
risultato è davvero notevole: la voce è quella caratteristica che
abbiamo sentito per anni nelle presentazioni dei prodotti Apple.

L’unico indizio di artificialità è il tono, che sembra un po’
troppo da palcoscenico e leggermente fuori luogo per una
conversazione personale come è un podcast, ma questo è
probabilmente un effetto dei campioni utilizzati, che provengono
appunto dalle presentazioni fatte in pubblico. La voce di Joe Rogan,
invece, è praticamente perfetta, probabilmente perché il software
ha potuto attingere a tutti i suoi podcast, che hanno il tono giusto.

Play.ht propone un servizio nel quale i clienti usano voci
sintetiche generiche oppure personalizzate. In sostanza, è possibile
mandare all’azienda dei campioni di una voce che si desidera usare
e poi farle dire qualunque cosa. Le demo sono davvero notevoli, con
esempi delle voci sintetiche di Elon Musk, Tom Hanks e persino del
presidente statunitense John Kennedy, assassinato nel 1963.

Per ora questa tecnologia viene usata presso Podcast.ai
dichiarando esplicitamente che si tratta di voci sintetiche create
per intrattenimento e offrendo agli ascoltatori la possibilità di
scegliere gli
ospiti virtuali; inoltre i tempi di generazione sono relativamente
lenti, per cui non è possibile usare software di questo tipo per
imitare qualcuno in diretta al telefono, per esempio. Ma è il caso
di cominciare a non fidarsi delle registrazioni audio di persone
famose o dei nostri amici e conoscenti, specialmente se dicono cose
che non direbbero mai.

Fonte aggiuntiva: Gizmodo.

Fake news? È tutta colpa di Mike Bongiorno e altri complottismi: sono ospite del podcast Supernova

Fake news? È tutta colpa di Mike Bongiorno e altri complottismi: sono ospite del podcast Supernova

Pochi giorni fa ho partecipato al podcast scientifico Supernova di Border Radio, condotto da Giovanna Ranotto e Daniele Interdonato, con una chiacchierata a ruota libera su fake news e complottismi ma non solo. 

Nella puntata ho raccontato anche la teoria secondo la quale la disastrosa situazione di esaltazione dell’ignoranza in cui ci troviamo sarebbe in realtà tutta colpa di Mike Bongiorno: se vi incuriosisce sapere perché, trovate la puntata su Spotify, Spreaker e Mixcloud. Buon ascolto!

Basta un’immagine per far impazzire GPS, telecamera posteriore e infotainment di certe Mazda: 1500 dollari di riparazione

Questo articolo è disponibile anche in versione podcast.

Si fa un gran parlare di automobili “smart”, sempre più connesse e
informatizzate, e poi arrivano notizie come questa che fanno capire quanta
strada (informatica) c’è ancora da fare. 

A Seattle, negli Stati Uniti, centinaia di proprietari di alcuni modelli di
auto Mazda hanno perso improvvisamente l’uso del GPS e della telecamera
posteriore e si sono trovati con l’autoradio bloccata su una singola stazione
radio. La colpa, dice Mazda, è un’immagine che hanno ricevuto, e per sistemare
il problema servirà una riparazione da circa 1500 dollari.

Come è possibile che il semplice atto di ricevere un’immagine possa
danneggiare così tanto un’automobile?

Cominciamo dall’inizio. Ai primi di febbraio 2022 vari proprietari
statunitensi di auto Mazda fabbricate fra il 2014 e il 2017 hanno iniziato a
segnalare su Reddit
un problema strano: di colpo il navigatore GPS si guastava e la telecamera
posteriore diventava inservibile. Il sistema di infotainment, ossia il
computer di bordo e lo schermo che mostrava tutte le informazioni del veicolo,
continuava a riavviarsi. Spegnere e riavviare l’auto non risolveva il
guasto.

C’era anche una coincidenza molto bizzarra: tutte le auto si erano guastate in
questo modo dopo che i proprietari avevano sintonizzato la radio di bordo
sulla stessa stazione FM, KUOW.

L’emittente radio ha notato pubblicamente la coincidenza ma ha dichiarato di
non avere idea del motivo del malfunzionamento.

Inizialmente la colpa è stata data alla transizione della rete cellulare dal
3G al 5G, ma questa giustificazione era tecnicamente priva di senso. Poi è
arrivata la spiegazione reale, che a prima vista non sembra granché sensata
neanche lei: il guasto, ha detto Mazda, era stato causato
dalla stazione radio.

KUOW, infatti, è una delle tante emittenti radiofoniche del mondo che insieme
all’audio trasmette un flusso digitale di dati (specificamente con il sistema
HD Radio). Questo flusso viene ricevuto e
decodificato dalle autoradio appositamente predisposte, mostrando sullo
schermo informazioni come il nome della stazione radio, il titolo del brano
trasmesso e il nome del suo interprete, o un’immagine della copertina del
brano.

Ma KUOW aveva diffuso un’immagine al cui nome mancava l’estensione standard,
per esempio
JPG, GIF (in inglese si pronuncia ghif; in italiano gif con la G di “giraffa”)
o PNG, e il computer di bordo delle Mazda, che si aspettava che tutte
le immagini ricevute avessero un nome completo e corretto, è andato in
crash, e ci è rimasto, bloccato in un loop infinito, perché non
riusciva a riconoscere e gestire un file d’immagine privo di estensione. Non è riuscito a uscire dal loop perché quando si riavviava, la prima cosa che faceva era tentare di identificare l’immagine,
ma falliva e quindi andava di nuovo in crash. Non è un comportamento molto
smart.

Mazda ha
confermato
questa spiegazione, dicendo che la Connectivity Master Unit delle auto
colpite da questo problema non è riparabile e dovrà essere sostituita. Questo
componente costa 1500 dollari e verrà sostituito gratuitamente, ma al momento
è introvabile a causa di ritardi logistici. 

Riferisce Gizmodo

Between 1/24-1/31, a radio station in the Seattle area sent image
files with no extension (e.g., missing .jpeg or .gif), which caused an
issue on some 2014-2017 Mazda vehicles with older software,” Tamara
Mlynarczyk, a public affairs manager at Mazda North American Operations,
wrote to Gizmodo. “Mazda North American Operations (MNAO) has
distributed service alerts advising dealers of the issue.

In sintesi, ancora nel 2017, quindi solo cinque anni fa, una casa
automobilistica metteva sul mercato un computer di bordo che poteva essere
danneggiato permanentemente, in modo fisico, mandandogli semplicemente
un’immagine con un nome leggermente diverso da quello che si aspettava. Il software di quel computer era
scritto così male da non saper riconoscere un’immagine se l’immagine non si
presentava
esattamente con il nome giusto.

E non è neanche la prima volta che succede. Nel 2019 alcune Mazda erano
impazzite quando i loro proprietari avevano cercato di ascoltare uno specifico
podcast. La colpa, ancora una volta, era del software, che non sapeva gestire
una cosa banale come un carattere non alfabetico nel nome del podcast. Il
podcast, infatti, si intitolava
99% Invisible, con il numero scritto in cifre e accompagnato dal simbolo di percentuale.
Quel simbolo veniva interpretato male, causando un crash.

Va sottolineato che questo incidente con la stazione radio KUOW non riguarda
delle auto connesse a Internet: il “malware”, se vogliamo chiamarlo così,
ossia l’immagine involontariamente ostile, viene ricevuto via radio. Oggi molti
utenti, soprattutto informatici, sono preoccupati per la nuova tendenza a
collegare le auto a Internet e credono che quelle non connesse siano più
sicure. Ma questo episodio dimostra che non è necessariamente così.

Il problema di fondo, qui, non è la connessione a Internet o meno: è il modo
in cui viene scritto il software che oggi gestisce praticamente qualunque
automobile. Se non è scritto bene, rispettando regole elementari come
“non fidarti ciecamente di quello che ti arriva” (la cosiddetta
input sanitization) e isolando bene le funzioni di intrattenimento da quelle necessarie per la
guida, come il GPS o la telecamera di retromarcia, incidenti come questo
continueranno a succedere.

Quasi quasi come titolo della prossima puntata del podcast scelgo
apice UNION SELECT username, password FROM users
trattino trattino. E vediamo che succede 🙂


Fonti aggiuntive:
Portswigger,
Geekwire,
Driving, BBC, KUOW, Seattle Times, Gizmodo, Ars Technica.

Le voci deepfake in Star Wars: The Book of Boba Fett

Questo articolo è disponibile anche in versione podcast.

Allerta spoiler: questo articolo rivela alcuni avvenimenti importanti delle
serie TV The Mandalorian e di The Book of Boba Fett. 

Se state seguendo le serie TV The Mandalorian e
The Book of Boba Fett, conoscerete già una delle loro sorprese più
emozionanti: torna un personaggio amatissimo da tutti i fan di Star Wars,
e torna ringiovanito, grazie alla tecnologia digitale, con risultati
incredibilmente realistici. Non vi preoccupate: non dirò di chi si tratta. Non
subito, perlomeno [non è Yoda come l’immagine qui accanto potrebbe far pensare].

Ma a differenza di altri attori e attrici del passato, che sono stati ricreati
o ringiovaniti creando un modello digitale tridimensionale dei loro volti e
poi allineando faticosamente questo modello alle fattezze attuali dell’attore o di una sua
controfigura, con risultati spesso discutibili e innaturali, sembra (ma non è
ancora confermato ufficialmente) che in questo caso sia stata usata la tecnica
del
deepfake.

In pratica, nei deepfake si attinge alle foto e alle riprese video e
cinematografiche che mostrano quella persona quando era giovane, si estraggono
le singole immagini del suo volto da tutto questo materiale e poi si dà questo
repertorio di immagini in pasto a un software di intelligenza artificiale, che
le mette a confronto con le riprese nuove dell’attore o della controfigura e
sovrappone al volto attuale l’immagine di repertorio, correggendo ombre e
illuminazione secondo necessità. Sto semplificando, perché il procedimento in
realtà è molto complesso e sofisticato, e servono tecnici esperti per
applicarlo bene, ma il principio di fondo è questo.

Sia come sia, il risultato in The Book of Boba Fett, in una puntata
uscita pochi giorni fa, lascia a bocca aperta: le fattezze del volto ricreato
sono perfette, le espressioni pure, e il personaggio rimane sullo schermo per
molto tempo, in piena luce, interagendo in maniera naturale con gli altri
attori, mentre in passato era apparso in versione ringiovanita solo per pochi
secondi e in penombra, in disparte. 

Mentre la prima apparizione di questo
personaggio digitale in The Mandalorian nel 2021 aveva suscitato
parecchie critiche per la sua qualità mediocre, nella puntata di
Boba Fett uscita di recente l’illusione è talmente credibile che fa
passare in secondo piano un dettaglio importante:
anche la voce del personaggio è sintetica.

Può sembrare strano, visto che la persona che lo interpreta è ancora in vita e
recita tuttora (non vi dico chi è, ma l’avete probabilmente già indovinato). Invece di chiamarla a dire le battute e poi elaborare
digitalmente la sua voce per darle caratteristiche giovanili, i tecnici degli
effetti speciali hanno preferito creare un deepfake sonoro.

Lo ammette candidamente Matthew Wood, responsabile del montaggio audio di
The Mandalorian, in una puntata di Disney Gallery dedicata al
dietro le quinte di questa serie: delle registrazioni giovanili dell’attore
sono state date in pasto a una rete neurale, che le ha scomposte e ha
“imparato” a recitare con la voce che aveva l’attore quando era giovane. 

La rete neurale in questione è offerta dall’azienda Respeecher,
che offre servizi di ringiovanimento digitale per il mondo del cinema,
permettendo per esempio a un attore adulto di dare la propria voce a un bambino oppure
di ricreare la voce di un attore scomparso o non disponibile.

La demo di Respeecher in cui la voce di una persona normale viene convertita
in tempo reale in quella molto caratteristica di Barack Obama è
impressionante:

In The Book of Boba Fett, il tono è corretto, le inflessioni della voce
sintetica sono azzeccate, ma la cadenza è ancora leggermente piatta e
innaturale.

Ci vuole ancora un po’ di lavoro per perfezionare questa tecnologia, ma già
ora il risultato della voce sintetica è sufficiente a ingannare molti
spettatori e a impensierire molti attori in carne e ossa, che guadagnano dando
la propria voce a personaggi di cartoni animati o recitando audiolibri.

Ovviamente per chi ha seguito la versione doppiata della serie tutto questo
lavoro di deepfake acustico è stato rimpiazzato dalla voce
assolutamente reale del
doppiatore italiano
(Dimitri Winter), ma a questo punto si profila all’orizzonte la possibilità che il
deepfake della voce possa consentire a un attore di “parlare” anche
lingue straniere e quindi permetta di fare a meno del doppiaggio. Con il
vantaggio, oltretutto, che siccome il volto dell’attore è generato digitalmente, il labiale
potrebbe sincronizzarsi perfettamente con le battute in italiano, per esempio.

C’è il rischio che queste voci manipolabili a piacimento consentano di
creare video falsi di politici o governanti che sembrano dire frasi che in
realtà non hanno detto, come ha fatto proprio Respeecher nel 2019 in un caso molto
particolare: ha creato un video, ambientato nel 1969, in cui l’allora
presidente degli Stati Uniti Richard Nixon annuncia in televisione la tragica morte sulla
Luna degli astronauti Neil Armstrong e Buzz Aldrin (mai avvenuta), mettendo in bocca al
presidente parole ispirate al discorso che era stato scritto nell’eventualità
che la loro missione Apollo 11 fallisse.

Respeecher non è l’unica azienda del settore. Google, per esempio, offre il servizio Custom Voice, che permette di replicare la voce di una persona qualsiasi mandandole un buon numero di campioni audio di alta qualità. Funziona molto bene: infatti non vi siete accorti che da qualche tempo a questa parte i miei podcast sono realizzati usando la mia voce sintetica, data in pasto a un file di testo apposito.

Tranquilli: sto scherzando. Per ora.

Podcast del Disinformatico RSI 2021/09/03: iPhone 13 “satellitare”, criminali redenti, videogame in Cina, bannatori di professione

Podcast del Disinformatico RSI 2021/09/03: iPhone 13 “satellitare”, criminali redenti, videogame in Cina, bannatori di professione

È disponibile il podcast di oggi de Il Disinformatico della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, condotto da me insieme ad Alessio Arigoni. Questi sono gli
argomenti trattati, con i link ai rispettivi articoli di approfondimento:

Il podcast di oggi, insieme a quelli delle puntate precedenti, è a vostra
disposizione presso
www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto)
ed è ascoltabile anche tramite
feed RSS,
iTunes,
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e
Spotify.

Buon ascolto!

Podcast del Disinformatico RSI di oggi (2021/05/14) pronto da scaricare

Podcast del Disinformatico RSI di oggi (2021/05/14) pronto da scaricare

È disponibile il podcast di oggi de Il Disinformatico della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, condotto da me insieme a Tiki. Questi sono gli
argomenti trattati, con i link ai rispettivi articoli di approfondimento:

Il podcast di oggi, insieme a quelli delle puntate precedenti, è a vostra
disposizione presso
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Podcast del Disinformatico RSI 2021/08/27: Vedere con i suoni. Le origini radioattive della “sonificazione”

Podcast del Disinformatico RSI 2021/08/27: Vedere con i suoni. Le origini radioattive della “sonificazione”

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Rete
Tre della Radiotelevisione Svizzera, condotto dal sottoscritto: lo trovate
presso
www.rsi.ch/ildisinformatico
(link diretto). Questa è l’edizione estiva,
dedicata all’approfondimento di un singolo argomento.

I podcast del Disinformatico di Rete Tre sono ascoltabili anche tramite
feed RSS,
iTunes,
Google Podcasts
e
Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo e i link alle fonti della storia di
oggi, sono qui sotto!

Nota: la parola CLIP nel testo che segue non è un segnaposto in
attesa che io inserisca dei contenuti. Indica semplicemente che in quel punto
del podcast c’è uno spezzone audio. Se volete sentirlo, ascoltate il podcast
oppure guardate il video che ho incluso nella trascrizione.

[CLIP: (in sottofondo) Materia oscura]

No, non state ascoltando il mio gatto che si è addormentato sulla tastiera
musicale o la produzione di qualche compositore di musica d’avanguardia:
questa è letteralmente la musica delle sfere, come l’avrebbero chiamata i
filosofi. 

Si tratta di suoni generati partendo dai dati astronomici che hanno
fornito la prima prova diretta dell’esistenza della materia oscura, quella
sostanza per ora misteriosa che compone la stragrande maggioranza della
materia presente nell’universo. Questi suoni rivelano armonie e correlazioni
che sfuggirebbero ad altri modi più tradizionali di rappresentare gli aridi
dati scientifici. Sono un esempio di sonificazione.

Può sembrare un concetto informatico molto astratto, ma la sonificazione è
invece estremamente concreta. Vi faccio un esempio per chiarire cosa intendo.

[CLIP: Geiger]

L’avete riconosciuto? È il suono di un contatore Geiger. Il numero e la
rapidità dei clic che sentite indicano molto chiaramente se si è in presenza
di una sorgente radioattiva e quanto è pericolosa, senza doversi distrarre a
guardare uno schermo. Anche questa è sonificazione.

[SIGLA]

La storia della sonificazione nasce appunto in sostanza con il contatore
Geiger, inventato nel 1908 dal fisico tedesco Johannes Wilhelm Geiger. Serviva
un modo semplice e pratico di rappresentare un’informazione complessa, e il
suono si prestava perfettamente allo scopo.

Siamo abituati a vedere dati sotto forma di grafici o numeri su un contatore o
su un quadrante, ma percepire i dati tramite i suoni offre vantaggi di
facilità e precisione nella comprensione: il nostro orecchio percepisce con
estrema finezza, per esempio, le differenze di tempo, di frequenza e di
volume.

Prendete gli ossimetri o saturimetri, quei sensori che in campo medico si
applicano alle dita per misurare la saturazione dell’emoglobina nel sangue e
quindi stimare la quantità di ossigeno presente in circolo. Spesso indicano le
pulsazioni e la saturazione usando dei toni che variano di frequenza a seconda
della percentuale di saturazione.

Oppure considerate un altro oggetto abbastanza curioso: il variometro. Se
avete mai provato l’ebbrezza di un volo in aliante o in parapendio,
probabilmente questo suono vi sarà familiare:

[CLIP: Variometro]

Il variometro indica la velocità di salita o di discesa sotto forma di suoni,
così il pilota può usare l’udito per avere quest’informazione preziosa senza
impegnare la vista guardando un numero su uno schermo o su un quadrante.

Se preferite tenere i piedi per terra e guidate un’automobile recente, avrete
dimestichezza con un altro tipo di sonificazione:

CLIP: auto-parcheggio

I sensori di parcheggio delle auto rappresentano la distanza dagli ostacoli
tramite dei bip sempre più frequenti man mano che ci si avvicina. Con la
diffusione dell’informatica, la sonificazione ha preso sempre più piede ed è
diventata sempre più sofisticata. Oggi permette, per esempio, ai non vedenti o
ipovedenti di capire l’andamento e i dettagli di un fenomeno o di una serie di
dati che solitamente verrebbero presentato come grafico e quindi sarebbero
inaccessibili.

Per esempio, come si può mostrare o descrivere un cielo stellato a chi non lo
può vedere? Questa che state per sentire è la sonificazione, realizzata dalla
NASA, di un’immagine del centro della nostra galassia, “vista” per così dire
simultaneamente nelle sue emissioni in luce visibile, in raggi X e in
radiazione infrarossa:

[CLIP: galaxy]

Questi suoni sono una scansione, da sinistra a destra, di questa immagine: le
tonalità e l’intensità dei suoni rappresentano la posizione e la luminosità
delle singole stelle. Un orecchio sensibile e allenato riesce a ricostruire la
scena partendo da questi suoni e riesce ad acquisire grandi quantità di dati
in pochissimo tempo.

Chi avrebbe mai detto che dei semplici dati scientifici avrebbero potuto
generare un’armonia così eterea?

Ma non sempre i suoni delle sonificazioni sono così armoniosi e rassicuranti.
Questa sonificazione rappresenta un anno di terremoti in Giappone, indicandone
localizzazione, intensità e profondità, limitandosi soltanto alle scosse di
magnitudo 3 o superiore.

[CLIP: Terremoti]

All’inizio questi suoni rivelano con grande chiarezza quanto siano frequenti i
terremoti e di conseguenza quanto siano assurdi i vari tentativi delle
pseudoscienze e dei mistici di correlarli ad allineamenti planetari o astrali.
Poi arriva la grande scossa, e quel ribollire che ci aveva impressionato
all’inizio assume tutt’altra proporzione.

Un grafico non avrebbe reso così chiaramente la potenza del fenomeno. Ed è
proprio a questo che serve la sonificazione: a farci capire meglio il mondo,
fragile e potente, nel quale viviamo. 

 

Fonti aggiuntive: Data Sonification Archive, Science News, Beyond Sonification (Zhdk.ch), Synestizer, SonicVirus (Usi.ch).

Podcast del Disinformatico RSI di oggi (2021/05/07) pronto da scaricare

Podcast del Disinformatico RSI di oggi (2021/05/07) pronto da scaricare

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Buon ascolto!

Podcast del Disinformatico RSI 2021/08/20: Codici QR: brutti, ma astuti e puliti

Podcast del Disinformatico RSI 2021/08/20: Codici QR: brutti, ma astuti e puliti

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Rete
Tre della Radiotelevisione Svizzera, condotto dal sottoscritto: lo trovate
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argomento.

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Buon ascolto, e se vi interessano il testo e i link alle fonti della storia di
oggi, sono qui sotto!

Nota: la parola CLIP nel testo che segue non è un segnaposto in
attesa che io inserisca dei contenuti. Indica semplicemente che in quel punto
del podcast c’è uno spezzone audio. Se volete sentirlo, ascoltate il podcast
oppure guardate il video che ho incluso nella trascrizione.

CLIP: (in sottofondo) Rumore di apparecchio per tatuaggi

Roy Healy è un ingegnere informatico di Cork, in Irlanda. Nel 2019 ha deciso
di farsi fare un tatuaggio un po’ particolare: un codice QR. Uno di quegli
onnipresenti quadratini bianchi e neri con puntini messi apparentemente a
casaccio che oggi troviamo sui prodotti, sui cartelloni pubblicitari, sulle
fatture, sugli scontrini, nei ristoranti al posto del menu cartaceo e anche
sui cosiddetti “green pass” (più propriamente
“certificati Covid digitali”).

Il signor Healy dubitava che il suo codice QR tatuato sull’avambraccio potesse
funzionare, e si era quindi preparato a presentarlo come una
“affermazione dell’arroganza del tentativo di mescolare tecnologia e
biologia”
, ma ha scoperto con piacere che il codice è perfettamente leggibile
nonostante sia disegnato su una superficie così irregolare ed elastica come la
pelle. Il suo codice QR contiene un link che porta di volta in volta al suo
blog, al suo profilo LinkedIn o alle regole di un gioco, come spiega in un’intervista al New York Times.

Molti
trovano
i codici QR insopportabilmente
brutti
e li chiamano
“vomito di robot”. Ma belli o brutti che siano, indubbiamente funzionano, costano pochissimo e
sono sorprendentemente resistenti. Questa è la storia della loro nascita e di
come una semplice chiazza di puntini riesce a creare un ponte fra il mondo
reale e quello digitale.

SIGLA

La storia dei codici QR inizia in Giappone nel 1994, come evoluzione dei
codici a barre. Prima che arrivassero i codici a barre, gli addetti alle casse
dei supermercati erano costretti a digitare a mano, uno per uno e per ore di
fila, i prezzi di ciascuno dei prodotti acquistati dai clienti. Risultato:
sindrome del tunnel carpale diffusissima, con dolori e perdita di sensibilità
alle mani.

CLIP: registratore di cassa vecchio stile

L’introduzione dei codici a barre, che potevano essere letti dal registratore
di cassa usando un semplice scanner, alleviò moltissimo il problema oltre a
ridurre le code alle casse.

CLIP: registratore di cassa moderno

I codici a barre, però, potevano contenere poche informazioni: una ventina di
caratteri alfanumerici al massimo. In Giappone serviva un modo per poter
rappresentare anche i caratteri Kanji e Kana, e così
Masahiro Hara, che lavorava presso la Denso, una società del gruppo Toyota, sviluppò il
codice QR. Le lettere “QR” significano Quick Response, ossia
“risposta rapida”, perché il codice QR è in sostanza un codice a barre
più capiente e più veloce da leggere.

Questa velocità maggiore è consentita da un paio di trucchi tecnici. 

Attenzione: state per entrare in zona nerd. Tra pochi minuti saprete anche
troppo sui codici QR, ma non vi preoccupate: potrete sempre usare queste
conoscenze come arma segreta per troncare qualunque conversazione
indesiderata. Se qualcuno attacca bottone con voi in treno o in aereo e non vi
lascia in pace, lanciatevi in un’appassionata dissertazione sui dettagli del
funzionamento dei codici QR. La persona che vi sta scocciando si pentirà
rapidamente di avervi importunato.

Detto questo, prendete un codice QR, uno qualsiasi, e guardatelo. Sembra un
caos indecifrabile, ma in realtà contiene molti elementi che anche noi umani
possiamo decodificare.

Un codice QR mostra i tre quadrati che formano il finder pattern. Credit:
Wikipedia.

Per esempio, noterete subito che il codice QR contiene tre quadrati con un
quadratino al centro, che delimitano tre dei quattro angoli del codice. Questi
quadrati fanno capire allo scanner (o all’app di lettura presente nel vostro
smartphone) che in quella zona c’è un codice QR. I quadrati sono tre e non
quattro per consentire allo scanner di capire come è orientato il codice e
quindi in quale direzione vada letto. Masahiro Hara scelse proprio un quadrato
con un quadratino al centro, invece di un’altra forma, perché era quella che
più difficilmente poteva comparire per altri motivi su una confezione, un
documento o un modulo: lo scoprì in maniera manuale, passando giorni e giorni
a sfogliare riviste, volantini e scatole di ogni genere in cerca di forme
semplici che non comparissero mai.

Nel codice QR c’è spesso anche un altro quadratino, più piccolo, a volte
presente in più di un esemplare: serve per consentire allo scanner di
correggere la distorsione dell’immagine se il codice viene visto di sbieco o è
stampato su una superficie non piatta, come l’avambraccio tatuato del signor
Healy. E se guardate bene troverete anche un altro schema nascosto: gli angoli
più interni dei tre quadrati di orientamento sono collegati da una riga e una
colonna di puntini alternati bianchi e neri perfettamente regolari, a
differenza di tutto il resto dei puntini.

Il timing pattern. Credit: Pillazo.

Anche questa riga e questa colonna servono allo scanner per capire le
dimensioni e proporzioni del codice e correggerne le distorsioni di
inquadratura. Altre informazioni sul formato e sul tipo di dati sono indicate
nelle righe e colonne adiacenti ai quadrati di riferimento. Insomma, c’è molto
ordine nel caos apparente di questi puntini.

Tutto questo è molto ingegnoso, certo, ma il secondo trucco è quello più
potente. Provate a coprire un angolo di un codice QR, oppure prendetene uno
stampato male o danneggiato: lo scanner riuscirà quasi sempre a decodificare
lo stesso il contenuto del codice. È come avere un libro magico nel quale una
pagina di cui una parte è stata strappata via riesce comunque a mostrarvi le
parole mancanti.

Credit: Wikipedia.

Questa umile macchia d’inchiostro riesce a sopravvivere a molti danneggiamenti
perché usa la correzione d’errore: della matematica piuttosto complessa,
sviluppata
nel 1960 da Irving Reed e Gustave Solomon presso un centro di ricerca militare
del MIT, in Massachusetts, che include nella mappa di puntini alcuni dati di
controllo. Questi dati dicono cosa ci deve essere scritto nei puntini
precedenti. Se quei puntini non sono leggibili, per esempio perché sono stati
danneggiati, cancellati o coperti, la correzione d’errore permette di
ricostruire l’informazione mancante. Questo è molto utile negli ambienti nei
quali si usano i codici QR, che sono soggetti a graffi, ammaccamenti,
cancellazioni e abrasioni.

Semplificando moltissimo, immaginate che i dati da proteggere siano i numeri
1, 3, 5 e 11: la correzione d’errore aggiunge l’informazione “il totale dei
numeri precedenti deve essere 20”
e quindi se uno dei numeri risulta
illeggibile è possibile dedurlo. Questo è solo un esempio grossolano: la
matematica della correzione d’errore nei codici QR è molto, molto più
complessa, ma il concetto di base è lo stesso. 

Resistenza ai danni e
matematica militare: niente male, per un semplice quadratino stampato, vero?

Questa correzione d’errore ha anche una conseguenza estetica poco conosciuta:
siccome i dati registrati nei codici QR sono appunto ricostruibili anche se il
codice è parzialmente danneggiato, è possibile produrre dei “danneggiamenti” artistici: per esempio, si può inserire un logo al centro o in un angolo del
codice per personalizzarlo o abbellirlo, oppure si possono cambiare alcuni
colori o inserire dei simboli all’interno dei quadratini di riferimento, e il
codice risulterà leggibile lo stesso. 

Il prezzo di questa miglioria estetica è
una minore resistenza dei codici QR “artistici” ai danneggiamenti, ma se
l’ambiente in cui vengono usati non è troppo ostile è un compromesso
accettabile.

I codici QR possono inoltre contenere moltissime informazioni: fino a 7089
numeri oppure 4296 caratteri alfanumerici o 1817 simboli Kanji o Kana. Per
fare un esempio concreto, due soli codici QR conterrebbero tutte le parole di
questo podcast. Un bel passo avanti, rispetto alla ventina di caratteri dei
vecchi codici a barre.

Robusto, capiente, compatto, economico e facile da stampare ovunque e da
leggere con gli smartphone: non sarà un capolavoro di estetica, ma il codice
QR fa bene il proprio lavoro e inquina molto meno delle soluzioni alternative,
come per esempio i microchip usa e getta. Soprattutto, ci dà un’occasione per
scoprire quanta complessità matematica e informatica c’è dietro gli oggetti
apparentemente più semplici che usiamo tutti i giorni. 

 

Fonti aggiuntive: Gizmodo, SecurePass, QR Code Generator, Britannica, Forbes.