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Podcast del Disinformatico RSI 2021/07/09: Stuxnet, il virus informatico più distruttivo della storia

Podcast del Disinformatico RSI 2021/07/09: Stuxnet, il virus informatico più distruttivo della storia

È disponibile il podcast di oggi de Il Disinformatico della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, condotto dal sottoscritto. Questa è l’edizione estiva, nella quale mi metto comodo e racconto una storia sola in ogni puntata ma la racconto in dettaglio.

Il podcast di oggi, insieme a quelli delle puntate precedenti, è a vostra
disposizione presso
www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto)
ed è ascoltabile anche tramite
feed RSS,
iTunes,
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e
Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo e le fonti della storia di oggi, sono qui sotto!

—-

Questa storia inizia in un giorno di giugno del 2010, in Bielorussia. È un giorno come un altro presso la VirusBlokAda, una società di sicurezza informatica. Uno dei suoi specialisti, Sergei Ulasen, scopre un esemplare di un nuovo virus: gli capita spesso nel suo lavoro. Lo segnala pubblicamente in un forum di esperti, come è normale. Nota, però, che è un virus che si propaga usando una tecnica insolita, eludendo le normali difese di Microsoft Windows.

Sergei non sa ancora di avere per le mani uno dei virus informatici più distruttivi e sofisticati di sempre, che si sta diffondendo in tutto il mondo attraverso Internet ed è sfuggito al controllo dei suoi creatori.

Ma questo virus così potente ha anche un’altra particolarità: non fa assolutamente nulla. Non cancella dati, non ruba password: si limita a girare per Internet alla ricerca di qualcosa, ma all’inizio non si capisce bene cosa.

Ci vorranno parecchi mesi, e servirà il lavoro coordinato dei migliori esperti informatici civili del mondo, per venire a capo di questo mistero. Ma a quel punto sarà troppo tardi: il virus avrà già raggiunto il suo bersaglio, un delicatissimo impianto nucleare, danneggiandolo gravemente.

Questa è la storia di come quel virus, denominato Stuxnet, sia riuscito a superare tutte le difese di quell’impianto nucleare e a infettarlo in modo invisibile, nonostante fosse blindatissimo e isolato fisicamente da Internet, e di come Stuxnet sia stato capace di causare danni fisici ai macchinari dell’impianto, scrivendo una pagina nuova e inquietante della storia della guerra informatica.

C’è un’espressione, in informatica, che indica il massimo livello possibile della sicurezza dei dati e dei sistemi: air gap. Letteralmente vuol dire “divisorio d’aria”: significa che il sistema informatico non è collegato in alcun modo al resto del mondo. Niente Internet, niente cavi di rete, niente Wi-Fi: non entra e non esce nulla. Un sistema con air gap è un’isola, una fortezza.

Questo isolamento drastico si usa per proteggere le risorse strategiche di un’azienda o di un paese: centrali elettriche, impianti di produzione, sistemi militari, archivi di dati sensibili. Cose preziose e costosissime, che devono assolutamente funzionare sempre.

L’impianto nucleare iraniano di Natanz è una di queste risorse protette da un air gap: è un complesso in gran parte sotterraneo, dentro il quale lavorano incessantemente migliaia di centrifughe, ossia degli apparati che ruotano ad altissima velocità per separare gli isotopi dell’uranio allo scopo di usarli nella produzione di energia nucleare o, potenzialmente, nella fabbricazione di bombe atomiche (che il governo iraniano dichiara però di non voler realizzare).

Ma qualcuno ha deciso che quelle centrifughe, a torto o a ragione, vanno fermate. Un attacco militare tradizionale sarebbe difficilissimo, perché le bombe non riuscirebbero a sfondare i massicci bunker sotterranei, e soprattutto sarebbe un atto politicamente esplosivo. Serve un approccio più sottile, preferibilmente invisibile: ed è qui che entra in scena l’informatica. Come si recapita un attacco informatico a un sistema che è isolato da Internet e dal mondo?

Torniamo da Sergei Ulasen, lo specialista bielorusso che per primo, a giugno del 2010, ha isolato lo strano virus informatico, più propriamente un worm, e lo sta esaminando. All’inizio sembra un virus abbastanza ordinario, che sfrutta una falla di sicurezza di Microsoft Windows che gli consente di infettare un computer semplicemente inserendovi una chiavetta USB infetta. Non ha bisogno che l’utente apra un file o lo esegua: il solo fatto di guardare il contenuto della chiavetta con Esplora Risorse è sufficiente a completare l’infezione. Una tecnica potente, che però Microsoft blocca rapidamente diffondendo un aggiornamento per Windows a luglio 2010, un mesetto dopo la scoperta.

Gli esperti informatici civili di tutto il mondo cominciano a parlarne pubblicamente, ma lo segnalano semplicemente come uno dei tanti malware in circolazione in quel periodo. Poi cominciano ad accorgersi che questo virus ha qualcosa di davvero speciale. Gli danno il nome che lo renderà famoso fra gli informatici: Stuxnet, che è una fusione di alcune parole chiave presenti nel suo codice (stub e mrxnet.sys).

Stuxnet manifesta ben presto delle preferenze molto precise: si diffonde indiscriminatamente, effettuando migliaia di tentativi al giorno di infettare altri computer Windows, ma contiene una serie di istruzioni dedicate a colpire soltanto degli specifici apparati di controllo programmabili, i cosiddetti SCADA, usatissimi nei processi industriali, e ce l’ha specificamente con quelli di una sola marca, la Siemens. Tuttavia non colpisce tutti gli apparati di controllo di questa azienda: è molto schizzinoso, e li infetta soltanto se sono collegati a macchinari specifici, ad altissime prestazioni.

È un comportamento molto strano, che lascia perplessi gli esperti: nell’ottica del virus tradizionale, creato da criminali, non ha senso essere così selettivi. Intanto le infezioni si diffondono in tutto il pianeta, e anche qui Stuxnet si rivela stranamente attento nella scelta dei bersagli. Vengono segnalati casi di infezioni da Stuxnet in Pakistan, negli Stati Uniti, in India e in Indonesia, ma ben il 60% dei computer infettati si trova in Iran. Un altro dettaglio che non ha senso, visto che i sistemi SCADA della Siemens non sono vendibili all’Iran a causa dell’embargo internazionale.

Man mano che gli esperti proseguono nell’analisi di Stuxnet, emerge un altro fatto assolutamente insolito: questo virus sfrutta ben quattro vulnerabilità di Windows prima sconosciute. Di solito un malware sofisticato ne usa una sola: adoperarne quattro in una sola volta è rarissimo, perché una volta usate, queste vulnerabilità non saranno più sfruttabili per attacchi. Come se non bastasse, Stuxnet contiene la firma digitale segreta di due fabbricanti di chip taiwanesi. Queste firme vengono usate per certificare le applicazioni e garantire che non siano pericolose. Rubarle è un’impresa difficilissima.

Chi mai si darebbe così tanta pena per colpire dei sistemi industriali di una marca specifica, ma praticamente solo se si trovano in Iran, dove quella marca non è in vendita?

Soltanto a settembre 2010, tre mesi dopo la scoperta di Stuxnet, alcuni esperti si azzardano timidamente a proporre una spiegazione a tutti questi misteri: il crimine informatico non c’entra nulla. Si tratta, secondo loro, di un’arma informatica militare, concepita e pilotata da qualcuno che ha mire geopolitiche. Sarebbe il primo caso pubblicamente noto di un virus informatico utilizzato a scopi militari per un attacco che ha effetti distruttivi nel mondo reale. Per questo Mikko Hypponen, uno dei più noti esperti di sicurezza informatica, lo descrive come il malware più importante dell’anno e probabilmente del decennio.

Questa spiegazione militare, proposta dai principali produttori di antivirus e ambiguamente supportata da alcune dichiarazioni governative e militari statunitensi e israeliane, è coerente con tutti i fatti accertati e con alcuni altri fatti poco conosciuti che vengono rivelati dagli esperti con il contributo di Wikileaks, come il fatto che in realtà ci sono eccome degli apparati di controllo della Siemens in Iran: sono stati acquistati clandestinamente, eludendo l’embargo, e si trovano proprio negli impianti nucleari del paese. Guarda caso, controllano le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. Che però sono isolate da Internet, come tutti gli impianti nucleari iraniani, da quel famoso air gap. Quindi come ha fatto Stuxnet a raggiungerli? E una volta raggiunti, come ha fatto a non farsi notare?

La ricostruzione più plausibile è che Stuxnet sia stato impiantato, non si sa bene come, nei computer di alcune organizzazioni iraniane che fanno manutenzione agli impianti industriali, compresi quelli nucleari. Il virus sarebbe rimasto dormiente, invisibile, su questi computer fino al momento in cui i tecnici di queste organizzazioni hanno portato i propri computer dentro gli impianti nucleari e li hanno usati per effettuare la manutenzione degli apparati di controllo della Siemens. Ecco come si scavalca l’air gap: qualcuno da fuori porta dentro un dispositivo infetto e lo collega fisicamente agli apparati isolati. Che a questo punto non sono più isolati.

Stuxnet si sarebbe reso conto di aver raggiunto il proprio bersaglio e si sarebbe attivato, installandosi in modo invisibile negli apparati della Siemens di quegli impianti nucleari. E qui, stando all’analisi tecnica del codice di questo virus, sarebbe stata usata un’astuzia molto particolare per non far notare che questi apparati erano infettati e sotto il controllo di Stuxnet.

Per prima cosa, Stuxnet avrebbe modificato il funzionamento degli apparati Siemens iraniani in modo da alterare leggermente la velocità di rotazione delle centrifughe in modo irregolare, creando delle sollecitazioni eccessive che le avrebbero man mano danneggiate fino a rovinarle. Ma per non farsi notare, avrebbe visualizzato e registrato dei dati falsi, che avrebbero fatto credere ai tecnici dell’impianto che tutto fosse normale.

Le centrifughe, insomma, avrebbero dato l’impressione di guastarsi per ragioni assolutamente inspiegabili, e l’esame dei dati registrati dai loro apparati di controllo non avrebbe rivelato nulla di anomalo. In questo modo il virus avrebbe potuto continuare ad agire indisturbato, in segreto, per mesi o anni, e non ne avremmo mai saputo nulla se non avesse contenuto un errore di programmazione.

A causa di questo errore, infatti, quando un tecnico collegò a Internet un computer che era stato usato per la manutenzione degli impianti nucleari iraniani, Stuxnet si diffuse in tutta Internet, infettando centinaia di migliaia di computer e sistemi industriali, e così fu rilevato dagli esperti di sicurezza civili.

L’entità esatta dei danni materiali causati da Stuxnet non è nota. Secondo alcune stime, la sua incursione avrebbe rovinato un quinto di tutte le centrifughe nucleari iraniane. Le autorità del paese hanno ammesso che un virus informatico era riuscito a causare problemi a “un numero limitato” di queste centrifughe. Ma in queste situazioni la disinformazione viene usata da tutti i contendenti, sia per esagerare i propri successi, sia per sminuire le proprie sconfitte.

Quello che è certo è il codice di Stuxnet, che è stato analizzato dagli esperti di aziende come Symantec, Kaspersky, F-Secure e molte altre. Il suo bersaglio e la sua complessità e sofisticazione non sono in dubbio: Stuxnet è la dimostrazione che è possibile realizzare un’arma informatica capace di causare danni fisici a macchinari strategici, e che qualcuno è disposto a usarla. Ma è anche la dimostrazione che persino le armi più sofisticate e mirate possono sfuggire al controllo dei loro creatori.

Su chi siano questi creatori e i loro mandanti, fra l’altro, ci sono solo congetture e ipotesi: ma sono pochi i paesi che hanno competenze informatiche di questo livello e la determinazione politica di usarle per sganciare armi digitali del genere contro un paese specifico.

A un decennio abbondante di distanza da questo esordio delle armi da guerra informatica, oltre al fascino da spy-story della vicenda in sé restano fondamentalmente due lezioni.

La prima è che abbiamo oggi le prove del fatto che dietro le quinte, a nostra insaputa, si combatte una guerra informatica non dichiarata, ma a lungo sospettata, che può usare i nostri dispositivi digitali come cavalli di Troia per distruzioni fisiche, non solo per alterare, rubare o cancellare dati. Stuxnet è soltanto un episodio di questa guerra che è venuto alla luce. Non sappiamo quanti altri ce ne sono stati, e ce ne sono, di cui non verremo mai a conoscenza. Ma almeno adesso sappiamo per certo che la guerra informatica esiste ed è molto concreta.

La seconda lezione è che Stuxnet e i suoi derivati non sono semplicemente un nuovo strumento che si aggiunge all’arsenale militare. Un virus informatico riscrive completamente le regole della guerra. Un’arma convenzionale lascia sempre delle tracce che permettono di risalire ai suoi mandanti: il tipo di esplosivo, i componenti dell’ordigno, il genere di danno che produce, per esempio. Un’arma informatica non ha nulla di tutto questo. Rende incredibilmente facile lanciare il sasso e nascondere la mano, o addirittura dare la colpa a qualcun altro. Non richiede macchinari sofisticati o poligoni di test difficili da occultare.

E questo, come si dice in questi casi, cambia tutto.

 

Fonti aggiuntive: BBC (2011); BBC (2021); Disinformatico (2010). 

Podcast del Disinformatico RSI 2021/10/22: Virus replicanti, oggi e 20 anni fa. Da Iloveyou a FluBot

Podcast del Disinformatico RSI 2021/10/22: Virus replicanti, oggi e 20 anni fa. Da Iloveyou a FluBot

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Rete
Tre della Radiotelevisione Svizzera, condotto dal sottoscritto: lo trovate
presso
www.rsi.ch/ildisinformatico
(link diretto). Questa puntata (la numero 700 da quando ho iniziato, nel 2006) è in versione Story,
quella sperimentata quest’estate e dedicata all’approfondimento di un singolo
argomento, che sarà il format standard dal 5 novembre prossimo.

Come consueto, i podcast del Disinformatico di Rete Tre sono
ascoltabili anche tramite
feed RSS,
iTunes,
Google Podcasts
e
Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo e i link alle fonti della storia di
oggi, sono qui sotto!

Nota: la parola CLIP nel testo che segue non è un segnaposto in
attesa che io inserisca dei contenuti. Indica semplicemente che in quel punto
del podcast c’è uno spezzone audio. Se volete sentirlo, ascoltate il podcast
oppure guardate il video (se disponibile) che ho incluso nella trascrizione.

Credit:
Naked Security.

[CLIP: (in sottofondo) Rumore di tastiera di computer degli anni 90]

È il 4 maggio 2000, un giovedì come tanti a Manila, nelle Filippine. Uno
studente d’informatica, il ventiquattrenne Onel de Guzman, vuole collegarsi a
Internet, come tante altre persone in tutto il mondo quel giorno.

Ma Onel non sa ancora che tra poche ore scatenerà il caos informatico
planetario, causando danni per oltre dieci miliardi di dollari, travolgendo il
Pentagono, la CIA, il Parlamento britannico e moltissime aziende
multinazionali. Farà tutto questo usando un singolo computer e un messaggio
d’amore ingannevole, che si propagherà via mail in decine di milioni di
esemplari perché gli utenti non sapranno resistere alla curiosità di sapere
cosa c’è dietro le tre parole di quel semplice messaggio scritto da Onel:
I Love You.

Mentre preparo questo podcast, la
Svizzera
e
molti paesi europei
sono invasi da messaggi digitali che stuzzicano gli utenti allo stesso modo:
sono SMS che dicono che c’è un
messaggio vocale importante
per loro. Chi non resiste alla tentazione, li apre e ne segue ciecamente le
istruzioni finisce per farsi infettare lo smartphone e per farsi rubare il
contenuto del proprio conto bancario.

Questa è la storia di quell’attacco informatico mondiale di oltre vent’anni fa
e dei suoi paralleli con quello in corso attualmente. Gli anni passano, la
tecnologia cambia, ma la leva più potente per scardinare le difese
tecnologiche rimane sempre la stessa: la curiosità umana.

[SIGLA]

Torniamo a Manila e a quello studente d’informatica, Onel de Guzman. È
squattrinato e le connessioni a Internet costano. Così ha un’idea: scrivere un
worm, ossia un programma autoreplicante che rubi le password di accesso
a Internet di altri utenti, così lui potrà collegarsi senza pagare.

Per creare questo worm, de Guzman sfrutta una delle scelte più
fallimentari della storia dell’informatica: quella di nascondere
automaticamente le cosiddette estensioni dei nomi dei file. Ogni file,
infatti, ha un nome che è composto da una parte principale e da un’estensione:
se scrivete un documento con Microsoft Word e lo chiamate Fattura, il
suo nome completo sarà Fattura.docx. Docx è l’estensione. Il
punto separa la parte principale del nome dalla sua estensione.

Questa estensione viene usata spesso dai dispositivi digitali per sapere come
gestire un file: per esempio, se l’estensione è xls o xlsx,
allora si tratta di un foglio di calcolo, che va aperto con Excel; se
l’estensione è odt, è un documento di testo che va aperto con
LibreOffice o OpenOffice; se l’estensione è mp3, è un brano musicale o
un file audio, e così via.

Ma normalmente Windows nasconde le estensioni, appunto, e Onel lo sa bene.
Così crea un worm che manda una mail che contiene un allegato il cui
nome termina con .txt.vbs. In questo modo chi riceve l’allegato vede un
file che ha apparentemente l’estensione txt, che identifica i file di
testo normale, assolutamente innocui, ma in realtà il file è uno
script, ossia un programma scritto in Visual Basic.

In altre parole, l’allegato sembra un documento perfettamente sicuro agli
occhi della vittima, ma il computer della vittima lo interpreta come una serie
di comandi da eseguire.

Non solo: Onel de Guzman approfitta anche di un altro errore monumentale
presente in Microsoft Outlook a quell’epoca: Outlook esegue automaticamente
gli script in Visual Basic che riceve in allegato se l’utente vi clicca sopra.

Queste due falle, concatenate, permettono a de Guzman di confezionare un
attacco potentissimo: le vittime ricevono via mail quello che sembra essere un
documento non pericoloso ma è in realtà un programma, lo aprono per sapere di
cosa si tratta, e il loro computer esegue ciecamente quel programma. Il
programma a quel punto si legge tutta la rubrica degli indirizzi di mail della
vittima e la usa per mandare una copia di se stesso a tutti i contatti del
malcapitato utente intanto che ruba le password di accesso a Internet.

L’effetto valanga che ne consegue è rafforzato dall’ingrediente finale scelto
da Onel de Guzman: il nome dell’allegato l’oggetto della mail è I Love You,
“ti amo” o “ti voglio bene” in inglese, scritto senza spazi.

Mettetevi nei panni delle vittime di questo attacco: ricevete una mail che vi
invita a leggere una lettera d’amore. Questa lettera, oltretutto, proviene da
qualcuno che conoscete. Riuscireste a resistere alla tentazione di aprirla?

Il risultato di questa tempesta perfetta di difetti informatici e di astuzia
psicologica è un’ondata virale di messaggi che nel giro di poche ore intasa i
computer di mezzo mondo, causando confusioni e congestioni a non finire, anche
perché il virus informatico non si limita ad autoreplicarsi massicciamente, ma
rinomina e cancella anche molti dei file presenti sui dischi rigidi delle
vittime.

Vengono colpiti il settore finanziario di Hong Kong, il parlamento danese,
quello britannico, la CIA, il Pentagono, la Ford e Microsoft stessa,
paralizzate dall’enorme traffico di mail; lo stesso accade a quasi tutte le
principali basi militari degli Stati Uniti. Le infezioni segnalate nel giro di
dieci giorni sono oltre cinquanta milioni: circa il 10% del computer di tutto
il mondo connessi a Internet. I danni e i costi di ripristino ammontano a
decine di miliardi di dollari.

[CLIP: reporter di CTV che riferisce dei danni causati da Iloveyou (da 0:09
a 0:23)]

Eppure Onel de Guzman, con il suo worm Iloveyou, voleva soltanto
procurarsi qualche password per connettersi a Internet senza pagare.

[CLIP: Suono di modem che si collega in dialup]

Quando si rende conto del disastro che ha involontariamente combinato, cerca
di coprire le proprie tracce, ma è troppo tardi: nel giro di pochi giorni
viene rintracciato dalle autorità.

Ma le leggi delle Filippine nel 2000 non includono i reati informatici e
quindi de Guzman non è punibile, perché non ha commesso alcun reato.

Negli anni successivi il creatore accidentale di uno dei virus informatici più
distruttivi della storia scomparirà dalla scena pubblica. A maggio del 2020
viene rintracciato da un giornalista, Geoff White, che scopre che Onel de
Guzman lavora presso un negozietto di riparazione di telefonini a Manila. Ogni
tanto qualcuno lo riconosce, ma lui mantiene un profilo basso ed evita ogni
attenzione mediatica. Chissà se sa che nel 2002 i Pet Shop Boys hanno scritto
una canzone, E-mail, che a giudicare dal testo, con quella richiesta di
mandare una mail che dice “I love you”, sembra proprio dedicata a lui.

Da quell’attacco informatico sferrato per povertà da uno studente oltre
vent’anni fa sono cambiate molte cose. Le Filippine, come moltissimi altri
stati, ora hanno leggi che puniscono severamente il furto di password e il
danneggiamento dei sistemi informatici. Microsoft ha chiuso le falle tecniche
che avevano permesso a Onel de Guzman e a molti altri suoi emuli di creare
programmi ostili autoreplicanti.

Ma dopo molti anni senza ondate di virus informatici diffusi automaticamente
via mail, in questi giorni è ricomparso un worm che usa esattamente le
stesse tecniche sfruttate da Onel de Guzman e si sta diffondendo a moltissimi
utenti di smartphone in un elevato numero di copie. Si chiama FluBot, e
invece di usare la mail adopera gli SMS, ma a parte questo segue il medesimo
copione.

La vittima di FluBot riceve un SMS il cui mittente è qualcuno che conosce e di
cui quindi tende a fidarsi, proprio come capitava con Iloveyou. L’SMS contiene
un invito a cliccare su un link per ascoltare un messaggio vocale, e siccome
proviene da un suo contatto scatta la molla emotiva della curiosità, oggi come
vent’anni fa. 

Credit: Le Temps.

Il messaggio vocale, però, in realtà non esiste e il link porta invece a un
avviso che dice che per ascoltare il messaggio la vittima deve installare
un’app apposita non ufficiale che non si trova nei normali archivi di app.
Questa app è il virus vero e proprio.

Se la vittima abbocca all’esca emotiva e la installa, FluBot prende il
controllo dello smartphone e si mette in attesa. Quando la vittima usa il
telefonino per una transazione bancaria, FluBot se ne accorge, ruba il nome
utente e la password e intercetta l’SMS che contiene la password aggiuntiva
temporanea necessaria per validare la transazione. Fatto questo, ha tutto il
necessario per prendere il controllo del conto corrente della vittima e
consegnarne il contenuto ai criminali informatici che gestiscono il virus.

Già che c’è, FluBot usa la rubrica telefonica della vittima per trovare nuovi
bersagli, esattamente come faceva Iloveyou, e questo gli consente di
propagarsi in modo esplosivo.

Rimuovere FluBot dal telefonino, inoltre, non è facile: non basta togliere
l’app ma è necessario un riavvio in Safe Mode, una procedura che è
meglio affidare a mani esperte.

C’è anche un altro parallelo con quell’attacco di due decenni fa: FluBot può
colpire soltanto se l’utente clicca sul link presente nel messaggio, proprio
come avveniva con lloveyou. Senza questo primo gesto, l’attacco fallisce.

FluBot e Iloveyou sono accomunati anche da un’altra peculiarità: funzionano
soltanto su alcuni tipi specifici di dispositivi molto diffusi. Iloveyou
poteva agire soltanto sui popolarissimi sistemi Windows 95 che usavano
Outlook; non aveva alcun effetto sui computer MacOS o Linux. Allo stesso modo,
oggi FluBot colpisce soltanto gli smartphone, e specificamente gli smartphone
Android; non ha effetto sui telefonini non smart e sugli iPhone.

L’attacco di FluBot, quindi, ha effetto soltanto se si verifica una catena ben
precisa di errori dell’utente:

  1. la vittima si fida del messaggio di invito, pensando che provenga da un suo
    conoscente fidato;
  2. clicca sul link presente nel messaggio; 
  3. scarica e installa un’app non ufficiale senza chiedersi come mai non è
    presente negli App Store normali; 
  4. e usa uno smartphone Android senza proteggerlo con un antivirus
    aggiornato. 

Se manca uno solo di questi anelli della catena, l’attacco fallisce.

Oggi come allora, insomma, difendersi dagli attacchi informatici più diffusi è
soprattutto questione di emozioni, di psicologia più che di tecnologia. E
siccome la psicologia umana non cambia e non si aggiorna, certe trappole
funzionano sempre e continueranno a funzionare.

La differenza è che adesso le trappole psicologiche vengono usate dal crimine
organizzato, mentre vent’anni fa Onel de Guzman era semplicemente uno
smanettone che voleva usare Internet a scrocco. E la sua esca psicologica era
altrettanto semplice: il bisogno universale umano di sentirsi amati da
qualcuno. 

Informazioni su FluBot e istruzioni per riconoscerlo e rimuoverlo

Guida
dell’operatore telefonico svizzero Salt (in italiano).

Descrizione tecnica dettagliata
di FluBot (Switch.ch, in inglese).

Articolo di Le Temps.ch
(in francese).

Avvertenza del Centro Nazionale per la Cibersicurezza svizzero (in italiano, giugno 2021).

Fonti aggiuntive:
CNN,
Sophos, AP Archive,
Graham Cluley.

Podcast del Disinformatico RSI 2021/07/02: Rapporto UFO e testimonianze, attacco ai dischi rigidi, stranezze di Google Translate

Podcast del Disinformatico RSI 2021/07/02: Rapporto UFO e testimonianze, attacco ai dischi rigidi, stranezze di Google Translate

È disponibile il podcast di oggi de Il Disinformatico della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, condotto da me insieme a Tiki. Dalla settimana prossima il programma avrà una veste differente ed estiva: ci sarò io a raccontare in dettaglio una grande storia dell’informatica o della disinformazione. Questi sono gli
argomenti trattati nella puntata di oggi, con i link ai rispettivi articoli di approfondimento:

Il podcast di oggi, insieme a quelli delle puntate precedenti, è a vostra
disposizione presso
www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto)
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Buon ascolto!

Podcast del Disinformatico RSI 2021/10/15: Uscire dai social senza perdite, sito Bittorrent ficcanaso, sondaggio sulle password, computer antibatterici

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Il podcast del Disinformatico della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera ha un paio di novità: da oggi esce in leggero anticipo rispetto al passato, alle 9 del mattino del venerdì, e prossimamente (dal 5 novembre) sarà regolarmente in versione Story, ossia dedicata a un singolo argomento approfondito, come già fatto sperimentalmente quest’estate con ottimi risultati di ascolto. Se avete un argomento da proporre o una storia informatica che vorreste sentirmi raccontare, i commenti sono a vostra disposizione.

La puntata di oggi, condotta da me insieme ad Alessio Arigoni, copre i seguenti
argomenti, con i link ai rispettivi articoli di approfondimento:

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Buon ascolto!

Podcast del Disinformatico RSI di oggi (2021/06/25) pronto da scaricare: Crash Wi-Fi iPhone, Bancomat vulnerabili, no ai QR Green Pass sui social, Beyoncé italiana?

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Podcast del Disinformatico RSI 2021/10/08: blackout di Facebook, Twitch messo a nudo, metaverso, infradito Bluetooth

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Podcast del Disinformatico RSI di oggi (2021/06/18) pronto da scaricare: furto di dati sanitari, certificati Covid, scrivere con il pensiero, restart spaziale

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Podcast del Disinformatico RSI 2021/10/01: Spam targato Google, garante italiano e cellulari che ascoltano, Alexa con più privacy, telefonino di 007

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Podcast del Disinformatico RSI di oggi (2021/06/11) pronto da scaricare

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Podcast del Disinformatico RSI 2021/09/24: Truffe negli acquisti online, durata degli smartphone, iOS 15 salvaprivacy, Facebook vs Apple

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È disponibile il podcast di oggi de Il Disinformatico della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, condotto da me insieme ad Alessio Arigoni. Questi sono gli
argomenti trattati, con i link ai rispettivi articoli di approfondimento:

Il podcast di oggi, insieme a quelli delle puntate precedenti, è a vostra
disposizione presso
www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto)
ed è ascoltabile anche tramite
feed RSS,
iTunes,
Google Podcasts
e
Spotify.

Buon ascolto!