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Disinformatico radio del 2013/12/27 [UPD 2014/01/30]

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

È disponibile il podcast della puntata di ieri del Disinformatico radiofonico che ho condotto per la Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. Questi sono i temi che ho trattato, con i link ai relativi articoli di supporto: nel podcast trovate anche una chiacchierata sui successi e i flop della tecnologia informatica del 2013 e su quello che ci aspetta, informaticamente parlando, nel 2014.

NOTA: I link originali al momento non funzionano a causa dei lavori in corso sul sito della RSI. Usate il link nuovo, se disponibile.

Iron Maiden battono la pirateria suonando dove vengono maggiormente piratati. Ho dovuto riscrivere massicciamente l’articolo perché la fonte che avevo usato, Citeworld, è stata poi smentita sul dettaglio che i Maiden avevano pianificato i tour in base ai dati di pirateria. Grazie a tutti i lettori che mi hanno segnalato al volo la smentita. Mi sono fidato di una fonte solitamente attendibile (come hanno fatto anche Billboard e Rolling Stone) e in questo ho sbagliato. Scusate.

Filtri antiporno, autogol spettacolare. Il governo britannico ha varato dei filtri sui contenuti di Internet, convinto di poter bloccare la pornografia. Ma siccome i filtri sono stupidi e definire la pornografia non è banale, sono stati aggirati subito e nelle maglie del filtro sono finiti anche siti assolutamente legittimi, come quello della parlamentare promotrice dell’iniziativa: nei suoi post antiporno usava troppo spesso parole attinenti alla sessualità. Geniale.

Datagate: il messaggio di fine anno di Edward Snowden. Breve e intenso, l’ho tradotto in italiano. Da leggere per meditare su come la sorveglianza pervasiva e preventiva sia un pericolo assoluto. Per tutti, non solo per i politici.

Pulizie di fine anno: impostazioni di Facebook (nuovo link). Ho compilato una rapida lista di impostazioni prudenti di questo social network, come complemento al mio libro sull’argomento (che spiega il perché delle impostazioni che consiglio). Date un’occhiata e controllate che il vostro account Facebook sia in ordine.

2013, incassi record per il cinema USA nonostante la pirateria

2013, incassi record per il cinema USA nonostante la pirateria

Torrentfreak ha pubblicato la classifica dei film più piratati del 2013, basata sui rilevamenti del traffico di condivisione di file sui circuiti che usano BitTorrent. In cima a questa classifica c’è il primo film della trilogia de Lo Hobbit (8,4 milioni di scaricamenti) ed è abbastanza priva di sorprese: come era prevedibile, i film più scaricati sono stati quelli più popolari.

La sorpresa, semmai, è che nonostante tutte le lamentele sull’Apocalisse causata dalla pirateria audiovisiva, il 2013 si sta delineando come l’anno migliore in assoluto per gli incassi cinematografici negli Stati Uniti, secondo Box Office Mojo, con quasi 11 miliardi di dollari. Anche tenendo conto dell’inflazione, gli incassi del 2013 sono superiori o pari a quelli dei primi anni 2000.

Una ricerca dell’Università del Minnesota e del Wellesley College, intitolata Reel Piracy: The Effect of Online Film Piracy on International Box Office Sales, indica che mancano prove di distorsioni degli incassi da quando è stato reso disponibile il protocollo BitTorrent e suggerisce che uno dei principali motivatori degli scaricamenti illegali è il ritardo nella disponibilità legale dei film. In altri termini, i film vengono scaricati a scrocco anche perché non c’è un canale legale per farlo: più è lungo il periodo fra l’uscita al cinema di un film e la sua disponibilità su DVD, Blu-ray o sui circuiti legali, più sale la sua pirateria.

Un altro dato interessante è che la pirateria proviene spesso dai meccanismi interni dell’industria del cinema. Django Unchained è stato scaricato illegalmente 500.000 volte in sole ventiquattr’ore perché qualcuno ha messo su Internet una copia destinata ai giudici degli Oscar.

Pirateria, i film più scaricati sono quelli meno disponibili legalmente

Sembra proprio che sia ora di dichiarare morto il DVD, o perlomeno di smettere di tenerlo in vita artificialmente. Attualmente, infatti, i film che hanno appena terminato i passaggi nelle sale vengono offerti esclusivamente in DVD per un certo periodo prima di essere offerti dai circuiti di download a pagamento (Netflix, iTunes, eccetera). Questo significa che ovviamente in quel periodo prosperano i download “alternativi”. L’analisi della classifica dei film più scaricati gratuitamente sembra parlare chiaro in questo senso: dateci un download a pagamento subito, invece di proporci un pezzo di plastica che forse guarderemo una sola volta, e pirateremo di meno. i dettagli sono qui.

Disinformatico radio del 2013/03/22

La Radiotelevisione Svizzera ha caricato il podcast della puntata di ieri del Disinformatico radiofonico, nella quale ho parlato dei seguenti temi (con i rispettivi articoli di approfondimento):

Amazon: i libri digitali che comprate non sono vostri. Le gioie del DRM

Ho scritto per la Radiotelevisione Svizzera una serie di articoli sulla notizia di una cliente di Amazon che si è trovata con l’e-reader azzerato e svuotato di libri. Il caso ha messo in luce un fatto troppo disinvoltamente ignorato: gli e-book non vengono venduti. Vengono dati in licenza. E la concessione d’uso può essere revocata senza preavviso, senza motivo, senza appello e senza rimborso.

Così ho fatto un test di autodifesa sul mio Kindle e ho tolto i lucchetti digitali ai libri che ho regolarmente comprato. Craccare il DRM anticopia di Amazon è facile e quindi il DRM è inutile e danneggia solo gli acquirenti onesti.

Lo hanno già capito i produttori di software e i venditori di musica. Gli editori no. Sarà meglio che si sveglino. E presto.

Se vi interessa, la storia comincia qui.

Aggiornamento (2012/10/28): è disponibile il podcast della puntata del Disinformatico radiofonico nel quale ho raccontato la vicenda.

Canada, i pirati stavolta sono i discografici

Canada, i pirati stavolta sono i discografici

Artisti derubati dalla pirateria musicale: quella dei discografici

Per oltre vent’anni hanno piratato le canzoni degli artisti musicali più noti, da Beyonce a Bruce Springsteen passando per il grande jazzista Chet Baker, lucrando sul loro lavoro senza corrispondere un soldo dei diritti d’autore dovuti. La banda dei cospiratori ha già ammesso la propria colpevolezza, e in tribunale rischia una condanna che prevede un risarcimento minimo di 48 milioni di franchi (32 milioni di euro) ma potrebbe arrivare a 5,8 miliardi di franchi (3,8 miliardi di euro).

Posso farvi i nomi di questi pirati: Sony BMG, EMI Music, Universal Music e Warner Music, nelle rispettive filiali canadesi.

Sì, stavolta i ladri sono proprio le case discografiche, quelle che ci hanno rimbambito di slogan sul non rubare la musica altrui, quelle che hanno lucchettato le canzoni con i sistemi anticopia (DRM) e punito gli acquirenti onesti, quelle che non hanno esitato nel 2006 a infettare i computer dei clienti pur di difendere i propri diritti (usando un rootkit, installato dal sistema anticopia XCP).

In Canada, infatti, dalla fine degli anni Ottanta le case discografiche in questione hanno adottato la prassi di pubblicare, sfruttare e vendere brani musicali senza ottenere preventivamente la specifica licenza e autorizzazione del titolare dei diritti, e senza quindi pagare nulla all’artista, semplicemente promettendo di farlo in seguito. Sì, avete capito bene. Dichiaravano di non essere in grado di individuare il titolare, e i brani orfani venivano messi così in una pending list, una “lista dei sospesi”.

Se in alcuni casi era effettivamente difficile rintracciare i titolari dei diritti, asserire di non essere riusciti a individuare Chet Baker o Bruce Springsteen dopo vent’anni pare invece piuttosto surreale. La lista dei sospesi ha continuato a crescere disinvoltamente negli anni e ora include circa 300.000 canzoni di migliaia di artisti canadesi ed esteri, sui quali Sony, EMI, Universal e Warner hanno lucrato per oltre vent’anni senza corrispondere un soldo.

Ma nel 2008 gli eredi di Chet Baker hanno avviato una causa presso i tribunali dell’Ontario (potete leggerne gli atti), e gli altri artisti si sono associati all’azione legale, instaurando una class action. Le case discografiche stesse hanno già ammesso che la lista dei sospesi indica pagamenti inevasi che secondo loro ammontano ad almeno 50 milioni di dollari canadesi (48 milioni di franchi, 32 milioni di euro). C’è poco da cavillare: l’esistenza della lista di sospesi è di per sé un’ammissione del reato.

A questo importo si aggiungono i risarcimenti previsti dalla legge a carico di chi viola il diritto d’autore, che potrebbero arrivare a 20.000 dollari a canzone violata, per un totale di 6 miliardi di dollari canadesi (5,8 miliardi di franchi, 3,8 miliardi di euro). Cifre enormi, che ironicamente nascono dalle stesse regole usate dalle case discografiche per chiedere milioni di risarcimento dai privati cittadini colti a violare il diritto d’autore usando i circuiti peer to peer. Chi di spada ferisce…

E dicono che la pirateria uccide il cinema…

… perché ovviamente la carenza di buone idee non c’entra nulla

La trilogia classica di Guerre Stellari totalizza oltre ottantacinquemila prevendite soltanto in Inghilterra e soltanto da un rivenditore (Amazon), battendo anche il record de Le due torri, secondo volume della trilogia cinematografica del Signore degli anelli [grazie a biason per aver snidato una stupidaggine che avevo scritto: secondo, non conclusivo]. La catena inglese di supermercati Tesco prevede di venderne cinquecentomila copie entro la prima settimana (fonte BBC).

Eppure avrebbero potuto procurarsene copie pirata, scaricabili da Internet o in vendita nelle bancarelle abusive, o più semplicemente copiare il DVD di un amico. Ormai i masterizzatori di DVD sono a buon mercato e le copie sono più che buone.

E mentre l’industria del cinema piange miseria a causa della pirateria e coinvolge come portavoce proprio George Lucas, la medesima industria registra i più alti incassi da quasi cinquant’anni: 9,5 miliardi di dollari soltanto nei cinema USA (fonte BBC). Non so se il record tiene conto dell’inflazione.

Boh.

Pirateria e gestori dei media, adattarsi o perire

Pirateria e gestori dei media, adattarsi o perire

Copyright, è ora di rendersi conto che i buoi sono scappati. E hanno vinto

J.K. Rowling, l’autrice della fantastilionaria saga di Harry Potter, ha avuto l’illuminazione: rifiutarsi di produrre una versione digitale legale dei suoi libri non ha impedito che i lettori se ne creassero una propria. Che scoperta.

Ieri sera sulla BBC è andata in onda una nuova, magnifica puntata di Doctor Who (Vincent and the Doctor). Neanche due ore più tardi, era già su Rapidshare, in qualità perfetta, da dove l’ho scaricata ad altissima velocità: ci ho messo meno della durata della puntata stessa. E me la sono vista insieme alla mia famiglia.

Sono impazzito e mi sto autodenunciando pubblicamente per pirateria? No. Qui al Maniero Digitale ricevo legalmente la BBC. Pago un canone a una società di telecomunicazioni (Cablecom) per poterlo fare, e il canone include anche i diritti d’autore: sto quindi scaricando un’opera che ho comunque il diritto di vedere. E la legge svizzera (articolo 19 della Legge federale sul diritto d’autore e sui diritti di protezione affini) permette il download puro delle opere vincolate da copyright (ma non la loro condivisione indiscriminata). Quindi scaricare Doctor Who da Rapidshare è legale, perché è un semplice scaricamento senza condivisione. A differenza di eMule e affini, dove chi scarica condivide.

Perché lo faccio? Perché per ragioni inconoscibili, da mesi il segnale della BBC via cavo fa schifo ed è spesso inguardabile. Quando è guardabile, è spesso compresso a livelli indecenti che riportano la televisione ai tempi delle gemelle Kessler. E comunque anche quando il segnale è pulito, registro la puntata e la digitalizzo per conservarla in un formato standard e senza DRM, così potrò riguardarmela quando voglio e sul dispositivo che voglio, e le mie figlie potranno fare altrettanto (e le loro figlie pure). Scaricandola da Rapidshare è già perfetta, pulita e in formato digitale, pronta per la visione e l’archiviazione.

In altre parole, il download “pirata” è più efficiente del servizio ufficiale. Non è questione di costi, perché tanto i diritti li pago lo stesso. Non sono uno scroccone. Sono un cliente disposto a pagare una cifra ragionevole per avere un prodotto che apprezza e che vuole sostenere economicamente. E come me ce ne sono molti.

Titolari dei diritti, rassegnatevi. Avete perso e noi abbiamo vinto. Se non offrite il download immediato, efficiente e senza inutili e costosi lucchetti digitali dei vostri prodotti, non farete altro che perdere un’occasione di fare soldi. Perché se vendete un download legale, liberamente fruibile senza acrobazie e senza vincoli a uno specifico dispositivo di lettura, ci saranno tante persone che lo compreranno perché hanno capito che produrre un fumetto, un libro, un film o un telefilm costa tempo e denaro e che gli autori non vivono d’aria. Persone che capiscono che se vogliono nuove puntate del programma che amano, devono mettere una piccola mano al portafogli. Certo, ci saranno anche gli scrocconi: ma ci sono già adesso. Fatevene una ragione.

Se non vendete un’edizione digitale scaricabile, non illudetevi che questo metta freno alla pirateria e che possiate abolire la distribuzione alternativa a colpi di leggine: non fa altro che inimicarvi i potenziali clienti e non è altro che un’occasione di vendita perduta.

Lasciamo perdere i massimi sistemi e la filosofia del diritto d’autore e guardiamo in faccia la realtà: la tecnologia ha ormai messo in mano a chiunque i dispositivi che permettono la duplicazione di qualunque vostra opera, e indietro non si torna, salvo che vogliate mettere una guardia a sorvegliare ogni fotocopiatrice e introdurre il permesso di stato per i masterizzatori. Parliamo di una cosa che capite. Soldi. Che state perdendo. Volete continuare a farlo? Continuate così.

Francia: legge antipirateria fa aumentare la pirateria

Francia: legge antipirateria fa aumentare la pirateria

L’illusione delle leggi antipirateria: Hadopi fa aumentare il numero dei pirati online, riduce gli acquirenti legittimi

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

A fine 2009 in Francia è entrata in vigore la severissima legge denominata Hadopi, che prevede la disconnessione da Internet degli utenti che vengono colti ripetutamente a scaricare materiale vincolato dal diritto d’autore. Un deterrente apparentemente molto forte e persuasivo.

Ma uno studio condotto sotto l’egida dell’Università di Rennes e basato su un campione di 2000 utenti indica “un leggero aumento del numero di pirati su Internet”, pari al 3%, dopo l’introduzione di Hadopi. Come mai? Semplice: gli utenti hanno cambiato modo di procurarsi materiale pirata (film, musica, telefilm), scegliendo fonti non coperte dalla legge.

L’uso dei circuiti peer-to-peer, quelli presi di mira da Hadopi, è sceso del 15%, ma quello di siti di streaming (come Allostreaming e Megavideo), di siti di download (come Megaupload o Rapidshare), di VPN (reti private virtuali) e di forum chiusi, tutti non coperti dalla legge Hadopi, è aumentato nel contempo del 27%, più che compensando il calo del numero di utenti dei circuiti peer-to-peer.

Un altro dato ironico e interessante dello studio è che “la metà degli acquirenti di video/audio sulle piattaforme legali appartiene alla categoria dei pirati… la legge Hadopi, concepita per sostenere le industrie culturali, paradossalmente potrebbe eliminare il 27% degli acquirenti di video e musica su Internet tagliando la connessione Internet degli utenti peer-to-peer”. In altre parole, questi risultati sono un’ulteriore dimostrazione dell’abisso che c’è fra legislatore e realtà della Rete.

Aggiornamento: come segnalato da Tom’s Hardware, la legge Hadopi è in vigore ma non è ancora operativa all’atto pratico, perché “l’agenzia istituita dalla legge non ha ancora iniziato l’attività sul campo… non vi sono state ancora disconnessioni e nemmeno sono state inviate delle diffide” (FIMI). Vero, ma la percezione nell’opinione pubblica è che la legge c’è ed è in funzione.

Panico per l’antipirateria di Windows Vista

Panico per l’antipirateria di Windows Vista

Vista piratato si disattiverà da solo, dice una rivista. Panico generale, ma è una bufala che la dice lunga

La rivista informatica australiana PC World è incappata in una bufala che rivela molte verità sulla situazione della pirateria software e della diffusa dipendenza da software revocabile.

PC World ha pubblicato, insieme a Computerworld, questo articolo, che riferisce di un e-mail che sarebbe stato inviato da un rappresentante Microsoft a un grande distributore OEM di Windows Vista per avvisare che le copie pirata di Vista sarebbero diventate subito inservibili: lo schermo del PC sarebbe diventato nero.

Ecco la traduzione dell’e-mail:

Buon pomeriggio, a partire da questa settimana, la Microsoft ha attivato una funzione di Vista denominata “Reduced Functionality” [“Funzionalità ridotta”, N.d.T]. Si tratta di una funzione specifica di Vista che disattiva efficacemente le copie non originali di Windows. Pertanto, chiunque abbia una copia pirata di Vista subirà:

Una schermata nera dopo 1 ora di navigazione
Assenza di menu Start o barra delle applicazioni
Assenza di desktop

Siete pregati di comunicare quest’iniziativa antipirateria di Microsoft ai vostri rivenditori. Si noti che questa funzione è stata attivata solo da poco in Vista in tutto il mondo e che quindi qualsiasi problema con le versioni non originali inizierà a presentarsi da questo momento in poi.

Microsoft ha smentito rapidamente, per esempio alla rivista Wired, dicendo che non erano stati distribuiti aggiornamenti al sistema antipirateria di Vista. In effetti la Reduced Functionality esiste, ma non si comporta nel modo descritto dalle riviste australiane: si attiva quando le chiavi di autorizzazione di Vista non vengono accettate. Se Vista va in modalità Reduced Functionality, dice Wired, il menu Start e le icone del desktop scompaiono e lo sfondo del desktop diventa nero. Ma ci sono comunque trenta giorni di preavviso.

Qui trovate un’animazione che mostra il desktop nero e che alcuni hanno interpretato come una conferma dell’appello.

Si tratta insomma di un falso allarme, la cui plausibilità e accettazione anche da parte di chi dell’informatica fa il proprio pane quotidiano rivelano una situazione di fondo molto interessante.

Nonostante la tolleranza della pirateria software sia notoriamente uno dei mezzi preferiti dalle società di software per conquistare nuovi mercati (Cina, per esempio), a nessuno desta dubbi o sorpresa l’idea che una società di software possa decidere di disattivare da remoto le versioni pirata del proprio software. Sarebbe un suicidio commerciale, ma sembra quasi che non si voglia ammettere questo segreto di Pulcinella.

Un altro aspetto interessante è che nessuno sembra obiettare all’idea di una disattivazione arbitraria delle copie che un sistema automatico ritiene illegali, ma che non è detto che lo siano, date le segnalazioni di “falsi positivi” che accompagnano spesso i sistemi antipirateria.

Che cosa succede se per un disguido tecnico le copie del software usato da un’azienda vengono classificate come pirata? E che si fa se il software non è in grado di collegarsi via Internet al sistema di autenticazione? Chi paga il disagio e il lavoro perduto? Indovinate un po’. Per questo, qualsiasi software che “chiami casa” continuamente per essere autorizzato costituisce un rischio in più per la produttività.