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Apple, iTunes abbandona il DRM (o quasi)

Apple, iTunes abbandona il DRM (o quasi)

Apple toglie i lucchetti ad iTunes, ma soltanto per la musica

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “info” e “efisioru****”.

Al Macworld Expo conclusosi da poco a San Francisco, Apple ha annunciato a partire da subito la fine dei lucchetti digitali su tutta la musica di iTunes. I sistemi anticopia (DRM, Digital Rights Management) che hanno appestato la musica legalmente acquistabile via Internet, riuscendo soltanto a scocciare gli utenti onesti senza frenare in alcun modo la pirateria, sono sempre più in minoranza. C’erano vari metodi per rimuoverli a forza, ma richiedevano una cospicua perdita di tempo ed erano di dubbia legalità in alcuni paesi.

Lo smantellamento dell’anticopia di Apple è partito il 6 gennaio, con 8 milioni di brani musicali già liberamente trasferibili e riproducibili su qualunque lettore e non più soltanto su quelli benedetti da Apple (leggasi iPod). Gli altri, circa 2 milioni, saranno liberati entro il primo trimestre del 2009.

Chi ha acquistato brani lucchettati potrà rimuovere l’anticopia pagando 30 centesimi di dollaro a canzone. E a proposito di prezzi, da aprile 2009 cambieranno anche quelli: invece del prezzo unico debuttano tre fasce. In dollari, ci vorranno 69 cent per le canzoni meno popolari, 99 cent per quelle di interesse medio e un dollaro e 29 cent per le più gettonate.

Addio, dunque, ad autorizzazioni, password e compagnia bella che hanno tormentato chi ci teneva a rispettare la legge. Era anche ora. Ma i lucchetti resistono ancora su iTunes per gli audiolibri, per esempio, e soprattutto per i contenuti video. Se il DRM si è dimostrato così tossico per la musica, come mai è ancora indispensabile per film, telefilm e audiolibri?

Fonti: Macworld, New York Times, BBC.

Apple, anticopia nei nuovi laptop

Apple, anticopia nei nuovi laptop

Lucchetti digitali hardware nei laptop Apple. Di nuovo

No, non siamo tornati nel 2006. Apple, però, crede di sì, a quanto pare: perché così come allora aveva infilato nei suoi computer i controversi chip TPM/Palladium con le loro funzioni anticopia, suscitando insurrezioni e boicottaggi, oggi riprova a menomare i diritti dei suoi utenti introducendo sistemi anticopia direttamente a livello hardware nei suoi nuovi portatili. Bella mossa, complimenti.

I MacBook, MacBook Pro e MacBook Air appena usciti, infatti, offrono un unico connettore per monitor esterno, il DisplayPort, che integra un sistema di restrizioni chiamato DisplayPort Content Protection (DPCP), parente stretto dell’HDMI usato nei prodotti audiovisivi in alta definizione.

Queste restrizioni sono concepite per impedire la pirateria audiovisiva realizzata intercettando il flusso di dati decodificati in uscita sul connettore per monitor esterno. Il segnale in uscita è cifrato e soltanto i monitor compatibili sono in grado di decifrarlo. Se il monitor non ha integrato questo sistema anticopia, i video protetti da lucchetti anticopia non verranno riprodotti, anche se l’utente ne ha tutti i diritti legali.

Lo scenario che sta facendo infuriare maggiormente gli utenti è questo. Un utente si compra un bel Mac portatile e, siccome è onesto, non scarica film e telefilm pirata. Va a comperarli nei siti legali: per esempio, proprio da Apple. Collega al laptop un bel monitor o, meglio ancora, un videoproiettore, e invece di godersi il film in HD, come sarebbe suo diritto avendo aperto il borsellino, si trova davanti una schermata come questa, citata da Ars Technica, che ha pubblicato un bell’articolo in proposito.

Immaginate di dover fare una presentazione in pubblico e di voler mostrare uno spezzone di un Blu-Ray o di un video legalmente acquistato “protetto” dall’anticopia. E’ un vostro diritto: si chiama diritto di citazione. Tutto funziona quando fate le prove sul monitor interno del laptop, ma quando vi trovate davanti al pubblico e collegate il vostro fiammante Mac al proiettore, il video non va. E non c’è verso di farlo andare.

Un monitor VGA o DVI, infatti, non è in grado di rispondere correttamente alle interrogazioni del connettore DisplayPort. Se il contenuto da riprodurre è protetto anticopia, DisplayPort rifiuterà di riprodurlo sul monitor esterno. Ci vuole un monitor o proiettore compatibile (HDMI). Niente HDMI? Niente film e niente presentazione. Ed è difficile pensare che tutte le sale di conferenza si riattrezzino per fare un piacere ai signori di Hollywood. E’ altrettanto difficile pensare che il manager medio che si è appena comprato un Macbook Air e va in giro a fare presentazioni o corsi abbia il dovere di preoccuparsi di questi arcani tecnologici.

Come sottolinea giustamente BoingBoing.net, se comperate un computer Apple, “preparatevi a buttar via il vostro monitor, e a farlo più volte”. Sì, perché “l’elenco dei monitor ‘conformi’ cambierà nel tempo: il monitor che comperate oggi può essere ‘revocato’ domani e cessare di funzionare”. Oltre al danno economico, c’è la violazione del diritto: “Qui non si tratta di far valere la legge sul diritto d’autore: si tratta di concedere a una manciata di case cinematografiche diritto di veto sulla progettazione dell’hardware.” E’ come far progettare i ponti ai salumieri.

Qualcuno ricorderà che Steve Jobs, il boss di Apple, aveva scritto che il DRM era male e che Apple spingeva per toglierlo: “questa è chiaramente la migliore alternativa per i consumatori”. Belle parole, ma i fatti raccontano una storia parecchio differente.

Quale sarà il risultato dell’introduzione di questi lucchetti hardware? Probabilmente nessuno, all’inizio. Poi cominceranno a diffondersi gli aneddoti e le segnalazioni di disastri e imbarazzi causati da questa scelta di Apple, e l’immagine di Apple come paladina in contrapposizione alla “cattiva” Microsoft ne uscirà sporca. E alla fine gli utenti impareranno a non comperare film lucchettati e si rivolgeranno alle versioni pirata, che non hanno queste limitazioni.

In termini di lotta alla pirateria, insomma, questo sarà un autogol fenomenale: dato che il film pirata sarà più versatile e fruibile di quello legale, spingerà gli utenti a piratare di più anziché di meno. Perché la versione legale non funzionerà sui monitor non benedetti da Padre Steve, mentre quella pirata andrà allegramente.

Fonti: The Register, Slashdot, AppleInsider, Punto Informatico.

Internet, la memoria scomoda del mondo

Internet, la memoria scomoda del mondo

Pirati, custodi della cultura: Mind Your Language

Prima di Internet e (in misura minore) dell’invenzione del videoregistratore domestico, gli archivi della televisione erano disponibili unicamente alle emittenti. La nostra memoria degli eventi, così spesso mediata dal teleschermo, era nelle mani di un ristretto gruppo di persone, che potevano decidere cosa far sparire nel dimenticatoio e cosa ripresentare, magari dopo opportune sforbiciate.

Qualsiasi programma d’epoca non più politically correct o ritenuto mediaticamente imbarazzante finiva per scomparire. Lo stesso valeva per gli articoli dei giornali. Per esempio, la neocandidata vicepresidente repubblicana Sarah Palin non era mai stata una strabica giornalista sportiva di una TV in Alaska e non aveva mai sostenuto che si dovesse insegnare il creazionismo nelle scuole.

Oggi non è più cosi: Youtube, Google Video e i tanti siti che permettono di pubblicare video sono pieni di spezzoni di vecchi programmi televisivi che per molte persone (e molti governi) sono veri e propri scheletri nell’armadio. Grazie a Internet questa forma di censura è stata spazzata via, perlomeno nei paesi civili. Certo, la pubblicazione di questi spezzoni è una violazione del diritto d’autore. Ma quali sono le alternative a questa “pirateria”, se vogliamo conservare questi ricordi e queste istantanee di come eravamo, nel bene e nel male?

A proposito di istantanee imbarazzanti, vi vorrei segnalare (a mia volta su segnalazione di Stefano, che ringrazio) la serie TV Mind Your Language: cercatela su Youtube usando il titolo come chiave. Girata alla fine degli anni Settanta in Inghilterra, è la storia di un insegnante d’inglese, e della sua britannicissima preside, alle prese con i propri studenti stranieri in tragicomica cerca d’integrazione nel Regno Unito.

Piena di giochi di parole e situazioni comicissime, ma anche di spunti concreti per chiunque voglia esercitarsi con l’inglese e capire perché I am hopping to see you non è la stessa cosa che I am hoping to see you, è però un spaccato implacabile di com’erano visti gli stranieri in Inghilterra all’epoca: è talmente piena di stereotipi sugli stranieri (non manca l’italiano chiassoso e sempre a caccia di donne, specialmente della classica francesina sexy) da essere impresentabile in televisione oggigiorno. Ma su Youtube vive ancora.

In effetti l’idea di avere “porco” e “musulmano” nella stessa frase (scambiata fra uno studente musulmano e uno sikh) potrebbe non essere molto potabile di questi tempi in cui parodiare le religioni è il nuovo tabù, perché qualcuno senza senso dell’umorismo potrebbe magari offendersi. Eppure queste cose, all’epoca, andavano in onda sulle reti nazionali. E non solo in Inghilterra.

Già. Se solo Youtube ripescasse quello sketch del Trio del 1986, a Fantastico se non ricordo male, in cui si prendeva per i fondelli l’ayatollah Khomeini…

O c’è già ed è accuratamente nascosta?

2008/09/05


Il video è stato rimosso per “violazione del copyright” dell’emittente.