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Radio: licenze Vista scontate, looking glass, Word abbraccia OpenDocument

Radio: licenze Vista scontate, looking glass, Word abbraccia OpenDocument

Disinformatico radiofonico stamattina: licenze da uccidere

Il tema principale della puntata del Disinformatico radiofonico di oggi (Rete Tre della Radio Svizzera di lingua italiana, diretta in streaming, replica in podcast) sarà la questione delle licenze del software.

Sono ignorate e bistrattate, ma ne avete mai letta una? Conoscete i vostri diritti? Sapevate che usare Google Earth in ufficio è una violazione della licenza? A cosa avete diritto se un programma vi mangia i dati? Ed è legale quello che succede in Svizzera, dove i negozi vendono Windows Vista OEM (l’edizione che va venduta abbinata a un computer) sfuso, a patto che compriate un disco rigido o un mouse (quest’ultimo solo se di marca Microsoft)? E’ una maniera legale per avere Windows a basso prezzo, magari anche in Italia? Giro queste domande a Microsoft e vediamo che cosa salta fuori.

Se il tempo lo consente, parlerò anche del software che permette a Microsoft Word di condividere documenti in formato OpenDocument (standard ISO), così finalmente gli utenti di programmi come OpenOffice.org non sono più emarginati, e delle interfacce alternative per l’uso del computer e in particolare di Looking Glass, che faceva tre anni fa quello che Vista fa oggi. Utile? Non lo so. Bello da vedere? Sicuramente.

Se volete partecipare al programma, scrivete a disinformatico@rtsi.ch oppure lasciate commenti e segnalazioni in questo blog.

EMI: non volete l’anticopia? Pagate

EMI: negozianti di musica online, o mi pagate, o mi tengo l’anticopia

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La casa discografica EMI ha suscitato speranze negli utenti ventilando l’ipotesi di vendere musica via Internet senza sistemi anticopia penalizzanti e inefficaci contro la pirateria, come raccontato di recente, anche in risposta all’appello anti-anticopia di Steve “Apple” Jobs. Sarebbe stata la prima major a farlo, a differenza delle etichette “minori” che vendono la propria musica senza lucchetti tramite siti come Emusic (che vanta 100 milioni di brani venduti).

Ma secondo Ars Technica, EMI ha cambiato radicalmente idea. O meglio, ha detto di essere disponibile a concedere la vendita dei brani dei propri artisti senza DRM a patto che i venditori le elargiscano un congruo anticipo. L’importo di quest’anticipo non è noto, ma è stato sufficiente a porre fine alle trattative con Apple, Microsoft, RealNetworks e Yahoo Music.

Un’altra ragione per il fallimento delle trattative è, stando sempre ad Ars Technica, la possibilità che la rivale Warner assorba la EMI (che è la piu’ piccola delle major del disco). E la Warner ha già giurato fedeltà al DRM, costi quel che costi.

Il ragionamento che ha portato EMI a chiedere un anticipo a titolo di indennizzo contro il presunto rischio derivante dalla vendita di canzoni senza lucchetto è che tutto sommato la situazione attuale delle vendite online è soddisfacente per i discografici, anche se non lo è per gli utenti che si trovano obbligati a usare una specifica marca di lettore hardware o software per usare i brani lucchettati legalmente acquistati. Di conseguenza, ragiona EMI, se i consumatori vogliono canzoni senza lucchetti, dovranno accollarsi un costo maggiore.

Geniale. Prima si vende un prodotto menomato, poi si chiede al consumatore di pagare di più se vuole la versione intatta. Nel frattempo, i pirati della musica se la spassano, e i discografici stessi, come notava Jobs, sono i primi a distribuire versioni non lucchettate delle proprie canzoni tramite i CD presenti in tutti i negozi.

Antipirateria Microsoft presto obbligatorio

Antipirateria Microsoft presto obbligatorio

Windows Genuine Advantage cambia e diventa un obbligo

Questo articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

The Register riferisce che il sistema antipirateria di Microsoft, denominato Windows Genuine Advantage, ha subito da circa una settimana un aggiornamento importante. Questo sistema, infatti, aveva causato molte perplessità per la sua abitudine di mandare a zio Bill informazioni sul contenuto dei computer degli utenti e soprattutto per la sua propensione a segnalare come illegali molte installazioni di Windows che erano in realtà perfettamente legittime (circa il 22%).

Nelle mani di un utente sgamato, questi avvisi non sono un dramma, ma mettetevi nei panni del consumatore medio che si trova con un avviso che lo accusa di pirateria e non sa come venirne fuori. Il bello è che l’avviso di illegalità può comparire anche su un computer precedentemente dichiarato “pulito” se ne cambiate un componente.

Aggiornamento: va chiarito che Windows continua a funzionare anche dopo la comparsa dell’avviso e non blocca l’installazione di programmi.

Ora WGA ha una terza opzione più soft: invece di classificare l’installazione di Windows (specialmente XP) come “legale” o “illegale”, può anche darvi un verdetto di “forse illegale”. Questo ridurrà il numero dei cosiddetti “falsi positivi”, ma non so se allevierà le perplessità e preoccupazioni degli utenti che ci tengono a essere in regola.

Un’altra novità importante è che finora Windows Genuine Advantage è stato un software facoltativo, ma verrà reso gradatamente obbligatorio nell’ambito degli aggiornamenti di sicurezza di zio Bill “nelle prossime settimane o nei prossimi mesi”, dice The Register.

Apple vende musica EMI senza DRM. Occhio!

Apple vende musica EMI senza DRM. Occhio!

iTunes offre musica senza lucchetti, ma c’è il colpo di coda

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Dal 30 maggio iTunes, il popolarissimo negozio online di musica scaricabile legalmente a pagamento, offre canzoni dal catalogo della EMI prive di lucchetti digitali o DRM. L’offerta si chiama iTunes Plus e offre file in formato AAC a 256 kbps liberamente copiabili e riproducibili su qualsiasi lettore che supporti il formato AAC.

I prezzi dei brani sono differenziati: 99 eurocent per quelli con DRM, 1,29 euro (2 franchi svizzeri, sarebbero 1,21 eurocent al cambio di oggi) per quelli senza DRM. I prezzi dei video musicali sono identici per le due versioni.

Le tracce precedentemente acquistate in versione lucchettata possono essere convertite, se disponibili senza DRM, pagando 30 eurocent per ciascuna (30% del prezzo base per gli album interi): basta avviare il programma iTunes, selezionare la sezione iTunes Plus e poi Aggiorna la mia libreria. Viene chiesto se si vuole impostare iTunes Plus come preferenza, in modo da essere sempre avvisati se esiste la versione senza DRM di un brano. E qui comincia il calvario.

Anche in iTunes Plus c’è il curioso limite ai minori di tredici anni nelle condizioni di servizio, che includono altri cavilli interessanti e francamente demenziali come il divieto di usare come suoneria del cellulare una canzone acquistata (presumo sia perché si ricadrebbe nella riproduzione in pubblico del brano). E se risiedete in Svizzera, vi beccate le paginate delle condizioni in tedesco e basta. Buona fortuna.

Vanno notate le condizioni d’uso dei brani senza lucchetti: “Lei è autorizzato a copiare, memorizzare e masterizzare Prodotti iTunes Plus come ragionevolmente necessario per uso personale, non commerciale”. E bisogna sempre ricordare chi è che comanda qui: “iTunes si riserva il diritto di modificare le Regole di Utilizzo in ogni momento”. Interessante. Che cosa succederà, in tal caso, alla musica che ho già comprato? Se San Steve Jobs decide che non ho più diritto di masterizzare, il mio lettore di CD in auto diverrà fuorilegge se ci suono le canzoni di iTunes regolarmente pagate?

C’è poi la chicca da Grande Fratello orwelliano: “Il Servizio è attualmente disponibile solo in Italia e non è disponibile in nessun altro paese”. Bugia, bugia! Mi sa che la frase è mal formulata. E poi: “Lei accetta di non utilizzare o tentare di utilizzare il Servizio al di fuori di detto territorio, ed accetta che iTunes possa utilizzare strumenti tecnologici per verificarne l’osservanza da parte sua”. Ma scusate, che crimine commetto, che danno causo se uso iTunes in un altro paese? I soldi che ho pagato cessano magicamente di valere quando varco la frontiera? Vuol dire che mentre sto a Lugano o a Vienna non posso legalmente usare iTunes? E allora le mie canzoni comprate su iTunes sono legali o no? Sono complicazioni vessatorie come queste che imbrigliano il mercato della musica legale.

Per non parlare, poi, di altre perle come questa: “22. Legge applicabile. Il presente Contratto e l’utilizzo del Servizio sono governati dalla legge inglese.” Uhm, scusate, ma che cosa volete che ne sappia io (e specialmente il cliente medio) della legge inglese? Da quando le leggi inglesi valgono in territorio italiano (o svizzero, dove mi trovo ora)? E iTunes è una società lussemburghese. Non è che devo sapere anche le leggi del Granducato, vero?

Superate le forche caudine del contratto, l’interfaccia di iTunes è di una semplicità disarmante: si clicca e si compra, pensa a tutto il software (iTunes memorizza i dati della carta di credito). L’unica pecca che ho notato è che manca un’indicazione chiara della presenza o meno del lucchetto digitale, anche se lo si può dedurre dal prezzo (almeno per i brani singoli) prima di acquistare. Per i brani acquistati, Sheldon Pax ha segnalato che il menu Informazioni dei singoli brani presenta dati differenti: “Doc. Audio AAC acquistato” per i brani senza DRM, “Doc. Audio AAC protetto” per quelli con DRM. Inoltre i file con DRM hanno l’estensione m4p, quelli senza DRM hanno l’estensione m4a.

Va notato, inoltre, che non tutti i brani sono disponibili in versione senza DRM; soltanto EMI, per ora, ha adottato questa formula commerciale, e non tutti i suoi brani sono già disponibili in versione senza lucchetto (Speed of Sound dei Coldplay, che avevo già acquistato in versione single, non c’è, e quindi non posso neppure convertirla al pagando 30 cent). Gli artisti già disponibili includono i Coldplay (sic), i Rolling Stones, Norah Jones, Frank Sinatra, i Pink Floyd e una decina di album di Paul McCartney (senza Beatles).

Ma sono davvero scomparsi tutti i lucchetti? Non proprio. Certo, i brani senza DRM sono copiabili liberamente e riproducibili su qualsiasi lettore (e convertibili in MP3, sia pure al prezzo di una leggera perdita di qualità), ma al loro interno ci sono informazioni personali sull’acquirente.

La scoperta è di Ars Technica, che sottolinea che i dati sono presenti in tutte le canzoni acquistate presso iTunes, non solo quelle senza DRM, e le istruzioni per verificare queste informazioni annidate sono pubblicate da Tuaw.com. E’ sufficiente aprire un file musicale con un editor esadecimale (va bene anche un editor di testi come TextEdit del Mac) per trovarci, in chiaro, il proprio nome e cognome preceduti dalla chiave name. Ci sono anche la data e l’ora d’acquisto.

Perché Apple non ha speso qualche parolina del suo interminable contratto d’uso per informare gli utenti di questo fatto? Non penserà certo che possa essere un sistema per tracciare chi distribuisce i brani agli amici o nei circuiti P2P (cosa vietata dal contratto), perché i dati sono perfettamente modificabili da chiunque con un banale editor (ho verificato) senza alterare il brano, per cui non hanno alcuna valenza probatoria. Ci si potrebbe scrivere il nome di qualcuno che ci sta antipatico e poi accusarlo di pirateria, per esempio.

E allora a cosa serve? Ars Technica ha una teoria: la raccolta di dati statistici. Il programma iTunes potrebbe comunicare ad Apple se un utente ha sul proprio disco brani che appartengono ad altri utenti e quindi si è macchiato di pirateria. Ma è soltanto una teoria, appunto. Quel che è certo è che Apple ha perso una buona occasione per dimostrarsi trasparente.

Comunque sia, Apple ora vende musica degli artisti EMI senza DRM, e io ho fatto una promessa a febbraio scorso: ho detto che avrei comprato 200 euro di musica dalla prima major che avesse mollato il DRM. Vado a spulciare il catalogo EMI.

Megamulta USA per file sharing, storia infinita

Megamulta USA per file sharing, storia infinita

USA, 24 canzoni piratate costano 222.000 dollari. No, 1,92 milioni. No, 25.000 trattabili

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Ricordate il caso di Jammie Thomas, la donna del Minnesota che nel 2007 fu al centro del primo processo per pirateria musicale tenuto negli Stati Uniti di fronte a una giuria? All’epoca ci fu molto clamore intorno alla megamulta di 222.000 dollari inflitta per aver condiviso su Internet ventiquattro canzoni. Una cifra stabilita per legge. La giuria arrivò alla decisione dopo ben cinque minuti di riflessione.

Da allora la lite legale è andata avanti con sviluppi decisamente inattesi: nel giugno del 2009 si è tenuto un secondo processo a carico della Thomas, dopo che il primo era stato invalidato da un errore procedurale. Ma alla signora non è andata molto bene: la giuria l’ha trovata colpevole di violazione del diritto d’autore e le ha irrogato una pena di quasi due milioni di dollari, pari a 80.000 dollari per ogni canzone. Poteva andarle anche peggio, perché la legge avrebbe consentito anche un ammontare quasi doppio.

Ma Jammie Thomas ha contestato che la sanzione era talmente sproporzionata rispetto ai danni reali da essere incostituzionale, e il giudice ha accolto l’obiezione, riducendo l’importo a 54.000 dollari, definendo i due milioni iniziali come “mostruosi e scioccanti”. La casa discografica Capitol Records, controparte nella causa, ha offerto di patteggiare un importo di 25.000 dollari. Pagabili in comode rate e da devolvere in beneficenza.

Niente da fare: le ultime notizie sono che la Thomas ha rifiutato quest’ultima proposta e si va quindi verso un terzo processo, per la semplice ragione che la signora non è in grado di pagare nessuna cifra (l’avvocato la difende gratuitamente).

La reazione dell’opinione pubblica alla vicenda è stata molto deleteria per le case discografiche e per la loro associazione, la RIAA, nonostante sia stato dimostrato che la Thomas ha effettivamente violato il diritto d’autore. La RIAA non può mollare, perché questo costituirebbe un precedente che consentirebbe ai giudici di cambiare a piacimento l’ammontare delle sanzioni in altri processi analoghi. E allora si va avanti. Quanti sono i processi analoghi in corso? Esattamente uno: quello contro Joel Tenenbaum, che ha già avviato la procedura d’appello contro la sanzione di 675.000 dollari alla quale è stato condannato.

Alla fine, il messaggio poco confortante che passa è che non c’è certezza della pena, cosa che indebolisce l’efficacia di qualunque legge, e che gli unici che guadagnano dalle liti legali fra case discografiche e utenti disonesti sono gli avvocati, ed è per questo che negli USA non ci sono altre cause analoghe. La signora Thomas, oggi Thomas-Rasset, forse riuscirà a pagare poco o nulla, ma è rimasta in ballo per ben tre anni (l’azione legale iniziò nell’aprile del 2006). Per ventiquattro canzoni. Non sarebbe stato più semplice scaricarle legalmente o comperarle in negozio?

Per chi fosse interessato, ecco i titoli incriminati:

Aerosmith – Cryin’
Bryan Adams – Somebody
Def Leppard – Pour Some Sugar on Me
Destiny’s Child – Bills, Bills, Bills
Gloria Estefan – Here We Are; Coming Out of the Dark; Rhythm Is Gonna Get You
Goo Goo Dolls – Iris
Green Day – Basket Case
Guns N’ Roses – Welcome to the Jungle; November Rain
Janet Jackson – Let’s Wait Awhile
Journey – Faithfully; Don’t Stop Believing
Linkin Park – One Step Closer
No Doubt – Bathwater; Hella Good; Different People
Reba McEntire – One Honest Heart
Richard Marx – Now and Forever
Sarah McLachlan – Possession; Building a Mystery
Sheryl Crow – Run Baby Run
Vanessa Williams – Save the Best for Last

Fonti: sintesi e articoli citati da Wikipedia; Ars Technica; PC World.

Megamulta musicale: 24 canzoni costano 220.000 dollari

Megamulta musicale: 24 canzoni costano 220.000 dollari

Sentenza shock antipirateria: meritata, ma rischia di essere un boomerang inutile

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Il 4 ottobre scorso una trentenne del Minnesota, Jammie Thomas (nella foto, tratta da News.com), madre single di due figli, è stata dichiarata colpevole di violazione del diritto d’autore da un tribunale del suo stato: per aver offerto in condivisione su Kazaa ventiquattro canzoni senza il permesso dei titolari, dovrà pagare una multa di 222.000 dollari (155.000 euro, 260.000 franchi svizzeri), più 60.000 dollari di spese legali. La Thomas ha già deciso di appellare la sentenza.

E’ il primo caso riguardante il file sharing che finisce davanti a una giuria negli Stati Uniti. La RIAA, l’associazione dei discografici statunitensi che ha promosso la causa, esulta. Per una trentenne che guadagna 36.000 dollari l’anno, la multa è una mazzata micidiale. Però, a costo di andare controcorrente e di attirarmi gli strali di una buona fetta della comunità di Internet, devo dire una cosa: Jammie Thomas se l’è cercata e la RIAA ha ragione.

La posizione della Thomas è infatti indifendibile, se non legalmente (ci sono dei possibili cavilli) perlomeno moralmente. Non ha scambiato canzoni altrimenti irreperibili, per cui non ha la scusante di dire che non aveva altro modo di arricchirsi culturalmente o tutelare una parte di cultura che rischiava il dimenticatoio: è andata su Kazaa a scambiare Aerosmith, Green Day, e Guns N’ Roses (*). Tutta musica che poteva andare a comperare in negozio o su Internet o scaricare dai siti legali. Il principio che ho spesso invocato anch’io, quello della pirateria a scopo di difesa della cultura dalle manipolazioni dei discocinematografici, qui non si applica.

(*) questa è la grafia corretta ufficiale del nome della band, in contrasto con le regole dello spelling inglese che vorrebbero la doppia elisione (da and a ‘n’). Grazie ad Alessandro per la segnalazione.

Non può neanche dire che voleva avere una versione priva di lucchetti DRM di queste canzoni, perché i CD che le contengono sono senza DRM (o se l’hanno, è un DRM facilmente eludibile) e i siti legali le offrono anche in versione MP3 pulita, senza lucchetti.

Ma la faccenda non è così semplice. Come nota giustamente The Register, molta gente va su Internet, ed è disposta a pagare un abbonamento al proprio provider, proprio perché allettata dall’idea di scaricare film e musica a scrocco. Le pubblicità dei provider giocano spesso ambiguamente sull’attrattiva del file sharing indiscriminato: avete mai visto una réclame che dica “potrete scaricare musica e film” specificando “dai siti legalmente autorizzati”?

Anzi, si potrebbe dire che i maggiori profittatori della pirateria non sono gli utenti, ma i provider, che grazie all’attrattiva dello scaricamento a scrocco vendono più abbonamenti e intascano sempre, anche quando l’utente passa ore su eMule e alla fine si trova bloccato in coda senza riuscire a scaricare nulla (o scarica e alla fine si trova con una patacca). E i provider sanno benissimo a cosa servono i loro abbonamenti e allestiscono campagne di marketing di conseguenza. Suvvia, non ditemi che le offerte di ADSL da 20 megabit in download servono per sfogliare meglio la Wikipedia.

Ma i provider non sono stati toccati dal clamore e dall’indignazione che hanno accompagnato questa sentenza statunitense. Chiediamoci perché. Nel frattempo, ci sono alcune considerazioni tecniche sul caso Thomas che vale la pena di conoscere per sapere come regolarsi personalmente e che sono segnalate da Declan McCulloch di News.com.

Innanzi tutto, possiamo esaminare parte degli atti della causa. Veniamo a sapere che la RIAA è riuscita ad associare alla Thomas un nome utente e un indirizzo IP unico, cosa non sempre possibile con certe configurazioni di rete: a uno stesso indirizzo IP aziendale, per esempio, possono corrispondere molti utenti, per cui è difficile attribuire la colpa a una persona specifica.

La Thomas si è inoltre incastrata da sola usando lo stesso nick “tereastarr” sia su Kazaa, sia nel proprio indirizzo di e-mail su Hotmail. Questo ha reso insostenibile, agli occhi della giuria popolare, la difesa della Thomas, che sosteneva di poter essere stata vittima di uno spoofing dell’indirizzo IP (qualcuno avrebbe fatto finta di essere lei su Internet simulando di avere il suo stesso indirizzo IP).

Inoltre la Thomas è stata colta a mentire sulla data in cui ha cambiato il proprio disco rigido: lei diceva di averlo fatto nel 2004, ma in realtà l’ha fatto nel 2005, guarda caso un mese dopo aver ricevuto dalla RIAA un SMS di avviso. E’ probabile che la giuria abbia interpretato questa falsa testimonianza e questa sostituzione come un tentativo della Thomas di coprire le proprie tracce.

C’è poi una parte giuridica importante: il giudice ha chiarito alla giuria che lo scaricamento non autorizzato di brani musicali è una violazione del diritto esclusivo di riproduzione e che mettere a disposizione di chiunque questi brani (in questo caso tramite un circuito P2P) è una violazione di un altro diritto esclusivo, quello di distribuzione, e costituisce violazione anche se non è stata dimostrata l’effettiva distribuzione.

Quest’ultima è la novità importante, che perlomeno nel sistema giuridico statunitense costituisce un precedente molto forte. Il solo fatto di mettere a disposizione è già una violazione: non occorre che qualcuno scarichi dal computer dell’accusato. E come nota McCullogh, non è il primo precedente in merito.

Ma nonostante tutto, questa sentenza rischia di essere un autogol per i discografici. Innanzi tutto ci sono i costi: difficilmente la Thomas riuscirà a pagare la multa, e le spese legali della RIAA per questa causa e le decine di migliaia di altre patteggiate, fallite o in corso, sono elevatissime. Secondo l’IFPI (International Federation of the Phonographic Industry), sono state intraprese 50.000 azioni legali in 18 paesi, con sanzioni medie di circa 2000 euro. E intanto negli USA l’industria del disco (intesa come disco fisico, non come download legale) è crollata da 15,3 miliardi di euro nel 2001 a 4,1 nel 2006.

E poi c’è l’entità delle sanzioni, che farà indignare anche molte persone che in linea di principio sono d’accordo sull’illegalità della pirateria. E’ giusto che ci si possa trovare con la vita rovinata economicamente soltanto per aver scambiato sul P2P ventiquattro canzoni?

Non solo: poteva andare molto peggio. Secondo il Copyright Act statunitense, la giuria avrebbe potuto infliggere una sanzione variabile da un minimo di 750 dollari a più di 30.000 per ogni violazione (ossia per ogni canzone piratata), che possono salire a 150.000 dollari se si dimostra l’intenzionalità della violazione. In questo caso, la giuria ha scelto un importo di 9250 dollari a canzone, ma poteva arrivare a 3,6 milioni di dollari. Sempre per 24 canzoni, l’equivalente di due album.

Sarà un autogol per i discografici non solo perché si potrà giocare sentimentalmente sul cliché della giovane madre single spennata dagli avvoltoi del disco mentre Elton John o Robbie Williams incassano cifre da nababbi, ma anche perché c’è un fatto molto semplice che la RIAA involontariamente sottolinea.

Questo è il primissimo caso di sentenza inflitta da una giuria, e il numero di azioni legali conclusesi con ammende o risarcimenti è bassissimo. Il che significa che in quasi dieci anni di musica scambiata online (Napster è del 1999), miliardi di atti di pirateria sono rimasti impuniti. Tuttora, le probabilità di finire nelle maglie della giustizia del copyright sono minori di quelle di essere colpiti da un fulmine. Specialmente se si prendono delle precauzioni decenti e non si è sfrontati come lo è stata la Thomas (diamine, se proprio voleva scroccare i Green Day, poteva farsi prestare un CD da un amico o registrarli dalla radio o dalla TV: sarebbe stata imprendibile).

E per questo, nonostante lo spauracchio di multe salatissime, gli utenti se ne fregano di sentenze come queste, perché pensano (e non a torto) che tanto a loro non succederà. Secondo i dati del servizio di statistica BigChampagne, il numero di utenti P2P che scambiano materiale non liberamente distribuibile si è quasi triplicato dal 2003, quando la RIAA ha iniziato a prendere di mira i singoli utenti.

Nel frattempo, è già nata una colletta per Jammie, con tanto di sito e video Youtube, per finanziare quela che viene presentata come una lotta contro “le grandi case discografiche” che fanno “bullismo e intimidazione”.

Fonti: The Register, News.com, News.com, Minnesota Public Radio, Yahoo.

Rapporto: il file sharing aiuta a vendere

Rapporto: il file sharing aiuta a vendere

La pirateria online fa bene agli artisti famosi, parola di chi raccoglie i diritti

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The Long Tail of P2P, un rapporto preparato per conto della PRS for Music, una società britannica che riscuote i diritti d’autore per conto degli artisti, arriva a conclusioni sorprendenti sul ruolo della pirateria e del file sharing per quanto riguarda la musica, ponendosi in netto contrasto con le asserzioni dell’industria discocinematografica che paventa perdite colossali e reclama leggi che la tutelino maggiormente (come la recente legge-ghigliottina francese che ho commentato qui).

Secondo il rapporto, infatti, il file sharing non solo non causa danni, ma aiuta gli artisti famosi a diventare ancora più famosi. Di conseguenza, i circuiti di condivisione andrebbero visti come nuovi canali radiotelevisivi anziché come nemico da combattere. Una visione che non mancherà di far discutere, anche perché è supportata da dati piuttosto ben documentati.

Quello che colpisce del rapporto è che non si tratta in realtà di una presa di posizione pro o contro la pirateria, ma di un’analisi di un altro tema, quello della “coda lunga”. Le questioni piratesche emergono come conseguenza secondaria.

La “coda lunga”, o long tail nella dizione originale coniata da Chris Anderson in un articolo di Wired nel 2004, è la teoria secondo la quale quando i costi di duplicazione, magazzino e distribuzione scendono quasi a zero, diventa commercialmente sostenibile vendere poche copie di ciascun prodotto (la coda lunga della distribuzione delle vendite) anziché concentrarsi su pochi prodotti con un alto volume di vendite. I fondi di catalogo diventano vendibili anziché finire al macero. Questa ricchezza di scelta senza precedenti dovrebbe, secondo la teoria, portare orde di utenti ad acquistare prodotti rari ed ampliare i propri orizzonti di scelta.

Non è così, secondo il rapporto della PRS. Ci sono poche prove dell’idea che la coda più lunga in assoluto, ossia la ricchezza di repertorio sterminata offerta dai circuiti di file sharing, spinga grandi quantità di utenti a consumare e acquistare musica più eterogenea, scoprendo nuove band. Invece i titoli più scaricati nei circuiti di file sharing sono gli stessi che vengono maggiormente venduti nei negozi. Di coda lunga c’è solo una traccia molto esigua.

Il motivo di questo comportamento degli utenti è, paradossalmente, l’eccesso di scelta. La maggior parte della gente non ha tempo di spulciarsi cataloghi sterminati di musica alla ricerca di canzoni che potrebbero risultare interessanti, e alla fine si viene influenzati da quello che gli altri media propongono e dalla musica ascoltata dagli amici. C’è una nuova nicchia di utenti che ascoltano musica che prima non avrebbero potuto scoprire, ma è numericamente poco significativa. In altre parole, il file sharing rende più famosi i già famosi.

Famosi non vuol dire ricchi, beninteso: ma questi dati possono essere letti anche con un’altra chiave. Le canzoni maggiormente scaricate restano le più vendute nonostante siano, appunto, massicciamente scaricate. Certo c’è stata una forte contrazione delle vendite: “un mercato musicale che un tempo alimentava vendite nei primi sette giorni anche di due milioni di copie per un album al primo posto in classifica (solo negli USA) ora produce album che arrivano a molto meno di metà di quel numero”, nota il rapporto.

Ma il rapporto nota anche l’inefficacia delle misure repressive prese fin qui: “Vediamo chiare prove di un nesso fra cambiamenti (aumenti o diminuzioni) dell’attività globale di file sharing e periodi di liti legali o di legiferazione? La risposta pare essere di no”.

E di fronte a questi fatti, le argomentazioni sui danni catastrofici prodotti dalla pirateria musicale e sulla necessità di arrivare a leggi draconiane per reprimerla non sembrano più così intuitive ed evidenti.

Le gioie del DRM: la musica di Yahoo scadrà il 30 settembre

Le gioie del DRM: la musica di Yahoo scadrà il 30 settembre

Yahoo Music chiude e si porta via la musica legalmente acquistata dai suoi polli clienti

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Comprereste un CD che avesse stampigliata sopra una data di scadenza? No, vero? Eppure questo è quello che succede a chi si fida del DRM (Digital Rights Management), ossia il lucchetto digitale che vincola ogni canzone al legittimo acquirente e che in teoria dovrebbe sconfiggere la pirateria musicale. I discografici ce l’hanno spacciato come male necessario per difendersi dagli scrocconi, ma la realtà si sta rivelando ben diversa.

Il 23 luglio scorso, Yahoo! Music Store ha annunciato che chiuderà i battenti, riferisce Ars Technica. Non solo: chiuderanno i battenti anche i server che gestiscono il DRM. In pratica, non solo l’effetto sulla pirateria musicale di questo DRM sarà stato nullo, ma verranno puniti principalmente i clienti onesti che hanno acquistato legalmente questa musica lucchettata, perché una volta chiusi i server DRM di Yahoo, questi clienti onesti non potranno più autenticare la musica acquistata, per esempio per trasferirla a un nuovo computer.

Non è neanche la prima volta che i clienti onesti si beccano una fregatura tramite il DRM. MSN Music, il servizio musicale lucchettato di Microsoft, ha recentemente fatto lo stesso giochino, e ci sono volute le proteste degli utenti per convincere Microsoft a tenere attivi i server di autenticazione e permettere agli utenti di continuare a fruire della musica lucchettata. Ma nel 2011, comunque, quei server chiuderanno.

Per rimediare alla chiusura del servizio, Yahoo consiglia quella che un tempo sarebbe stata chiamata pirateria: masterizzare su CD la musica di Yahoo, in modo da toglierle il lucchetto digitale.

Ma allora cosa l’hanno messo a fare?

2008/07/30

InformationWeek segnala che Yahoo rimborserà gli acquirenti oppure fornirà loro copie non lucchettate dei brani acquistati, secondo modalità ancora da definire.

Un altro successo del DRM, insomma.

CopeerRight, strani messaggi di diffida

CopeerRight, strani messaggi di diffida

Peer-to-peer, misteriose diffide su Emule

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “arcadi” e “valeriodiste****”. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Stanno arrivando numerose segnalazioni di un curioso messaggio che compare nelle sessioni di chat di Emule. Eccone un esempio:

*** Sessione Chat iniziata: CoPeerRight Agency – 02/01/2007 16.50.51
[16.50.51] CoPeerRight Agency: Le ricordiamo che il file :Natale a New
York: e protetto dai diritti d autore secondo le leggi italiane e
internazionali. Tutta la riproduzione o distribuzione totale o parziale di
questo file realizzato senza autorizazzione e illecita e Lei si espon
[16.50.51] CoPeerRight Agency: e a delle azioni penali considerevoli. La
preghiamo di abbandonare il download e di cancellare i file illegali della sua
lista di condivisione. Le ricordiamo che la copia privata non autorizza la
pirateria e si applica solo per le opere che Lei possi[16.50.51] CoPeerRight
Agency: ede e per il suo utilizzo personale. Questa copia deve essere realizzata
rispettando l impiego normale in conformita alla legge sul diritto d
autore.
[16.50.51] *** Disconnesso

Un messaggio piuttosto sgrammaticato e sconnesso, che può far pensare a un tentativo di truffa in stile phishing o ad altre forme di attacco. In realtà si tratta di un messaggio di puro testo (senza contenuti infettanti) generato dalla società francese CoPeerRight Agency, che dal 2003 pattuglia la Rete, e in particolare i circuiti di scambio peer-to-peer come Emule, inviando messaggi di diffida (tramite le funzioni di chat dei programmi di scambio) agli utenti quando li coglie a scaricare e condividere film, videogame, musica o software la cui distribuzione non è autorizzata dai titolari del relativo diritto d’autore.

La società è attiva anche in Canada, Spagna e Francia, secondo quanto segnalato da El Pais già oltre un anno fa e nel 2005 da Ratiatum.com. Da quanto risulta, la CoPeerRight Agency SARL, fondata nel 2003 e registrata in Francia, agisce per conto dei titolari dei diritti d’autore, ma si limita a raccogliere gli indirizzi IP degli scambiatori e a inviare loro un messaggio di diffida, segnalandoli eventualmente ai fornitori d’accesso o ai titolari del diritto d’autore.

Un’altra attività svolta da CoPeerRight è la diffusione di falsi file il cui nome e le cui caratteristiche coincidono con quelle del file autentico (un film, per esempio). L’utente che magari dopo lunga attesa scarica questo file si trova un annuncio antipirateria al posto del contenuto desiderato.

Le tecnologie usate da CoPeerRight sono riservate, anche se una domanda di brevetto e un suo aggiornamento (scovati da Ratiatum.com, che pubblica un dettagliato dossier in proposito) le descrivono per sommi capi, e non è chiaro quanto sia significativo il rischio di equivoco che potrebbe portare un utente innocente ad essere accusato di pirateria perché ha condiviso un file il cui nome contiene una parola chiave ambigua (come Office, che potrebbe riferirsi sia alla suite open source OpenOffice.org, sia al pacchetto Microsoft); né si sa se le informazioni raccolte da CoPeerRight siano legalmente utilizzabili in tribunale.

In ogni caso, chi vuole evitare di essere molestato da questi messaggi può adottare firewall come PeerGuardian (per Mac e Windows), che bloccano le comunicazioni da e verso gli indirizzi IP dai quali provengono le azioni di monitoraggio dei circuiti peer-to-peer oltre a varie altre forme di molestia, come spyware e pubblicità indesiderata.

Mac, occhio ai trojan nel software piratato

Mac, occhio ai trojan nel software piratato

Mac infettabile, se piratate i programmi

Molti utenti Mac credono di essere invulnerabili, ma non è così, soprattutto quando si adottano comportamenti a rischio che scavalcano le difese naturali del sistema.

La società di sicurezza informatica Intego avvisa che le copie pirata di iWork 09, recente aggiornamento di una suite di programmi molto popolari e desiderati per il mondo Mac, circolano in una versione infettata da un trojan horse denominato OSX.Trojan.iServices.A.

E’ un vero e proprio cavallo di Troia, perché quello che viene offerto nei circuiti del software pirata è effettivamente iWork 09, ma al suo interno c’è una sorpresa infettante chiamata iWorkServices.pkg, che viene installata anch’essa quando si installa la copia pirata di iWork 09.

L’installazione del trojan horse richiede che l’utente digiti la propria password di amministratore, ma dato che l’utente sta intenzionalmente installando del software, è normale che la digiti quando gli viene chiesta. Il software ostile viene installato in modo che si avvii automaticamente ogni volta che si avvia Mac OS X ed ha i permessi di root in lettura, scrittura ed esecuzione: in altre parole, può fare quello che gli pare, perché l’utente gli ha dato le chiavi.

Il trojan si collega via Internet a un server remoto, il cui proprietario potrà prendere il controllo del Mac infetto, per esempio installandovi altri programmi ostili di qualsiasi genere. Secondo Intego sono già 20.000 le vittime informatiche di questa trappola.

La soluzione più semplice è la prevenzione: evitate di scaricare e installare programmi piratati e usate un buon antivirus.