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Sembrano mail informative anti-pandemia ma sono trappole

Sembrano mail informative anti-pandemia ma sono trappole

Il crimine informatico si aggancia a qualunque appiglio emotivo per cercare di ingannarci, e la pandemia non fa eccezione. Abuse.ch segnala che è in circolazione un falso documento Excel che sembra provenire dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (ma il mittente è falsificato) e chiede di “sbloccare le celle” per leggerne il contenuto urgente e importante. Ma è solo un pretesto per indurre la vittima ad eseguire macro potenzialmente infettanti.

La difesa è semplice: qualunque documento che richieda “sblocchi” o esecuzioni di macro va cestinato. Se davvero siete fra i pochi che ricevono realmente per lavoro documenti con queste funzioni avanzate, verificateli sempre a voce con il mittente prima di aprirli.

Lo stesso vale per i messaggi apparentemente provenienti da governi, come questo:

Il link, se cliccato, non porta affatto al sito del Governo italiano, ma a un sito gestito dai criminali.

No, non c’è collegamento fra 5G e coronavirus

No, non c’è collegamento fra 5G e coronavirus

Circola parecchio una tesi di complotto secondo la quale le installazioni delle antenne di telefonia 5G sarebbero collegate alla pandemia in qualche modo, argomentando che il 5G è stato installato per la prima volta proprio a Wuhan, epicentro del contagio.

Ma i fatti dimostrano che il nesso è del tutto illusorio: FullFact ha verificato che in realtà Wuhan è stata semplicemente una delle tante città cinesi a sperimentare inizialmente il servizio 5G, e le altre, come Beijing, Shanghai e Guangzhou, non sono state interessate dal coronavirus.

Bufale un Tanto al Chilo ha provato a verificare se la mappa della copertura 5G in Italia corrisponde alla mappa della diffusione del contagio: le due cartine qui accanto parlano da sole. Lo stesso vale per la Svizzera, mettendo a confronto questa mappa dei contagi con quella degli impianti 5G.

Ancora una volta, con sentimento: non ci sono prove di dannosità del 5G agli esseri umani. Il 5G non ha nulla di misterioso, magico o strano rispetto al 4G: si tratta semplicemente di onde radio, come quelle che usiamo da decenni per la radio, appunto, e per la televisione oltre che per la telefonia mobile.

App di tracciamento anti-pandemia, nuova occasione per i criminali informatici

App di tracciamento anti-pandemia, nuova occasione per i criminali informatici

Si parla molto di introdurre app di contact tracing, ossia di tracciamento dei contatti, per facilitare la ripresa delle attività e gestire i contagi, e si discute parecchio su come dovranno funzionare queste app per essere realmente efficaci e il più possibile rispettose della privacy dei cittadini.

Ma i criminali informatici non hanno perso tempo e stanno già usando questo nuovo tipo di app e l’emotività che lo caratterizza per creare nuove trappole. Salvatore Lombardo su Cybersecurity360 segnala che sono in circolazione app Android per il tracciamento anti-pandemia che sono state modificate dai truffatori, inserendo una backdoor che permette di prendere il controllo remoto degli smartphone di chi le scarica e le installa.

Un’analisi tecnica di Zerofox avvisa infatti che gli utenti in Iran, Colombia e Italia rischiano di scaricare versioni fasulle delle app ufficiali di tracciamento che contengono funzioni nascoste di raccolta di dati personali. Queste versioni alterate non sono nello Store ufficiale di Android ma circolano su vari siti che hanno contenuti ingannevoli. Difendersi è quindi piuttosto semplice: scaricate app Android soltanto dallo Store di Google e diffidate di qualunque altra provenienza, anche se vi viene proposta da un messaggio ricevuto da una fonte apparentemente attendibile.

Huffington Post: “Prima pena di morte in Cina per uomo che tenta la fuga da Wuhan”. Non era a Wuhan e ha ucciso due funzionari

Huffington Post: “Prima pena di morte in Cina per uomo che tenta la fuga da Wuhan”. Non era a Wuhan e ha ucciso due funzionari

Marco Lupis su Huffington Post Italia pubblica un articolo intitolato “Prima pena di morte in Cina per uomo che tenta la fuga da Wuhan”. Ma leggendo il testo emerge che l’uomo non stava tentando la fuga da Wuhan. Si trovava infatti nella provincia dello Yunnan, nel sud-ovest della Cina, che dista da Wuhan circa 1500 chilometri.

Non solo: la condanna a morte non è stata inflitta per aver tentato la fuga, ma per aver “pugnalato a morte due funzionari in un posto di blocco istituito per contenere la diffusione del coronavirus all’inizio di febbraio, nel tentativo di fuggire dalla “zona rossa” e tornare al proprio villaggio.” Lo scrive lo stesso Lupis nell’articolo. Ma chi si ferma al titolo legge tutta un’altra storia.

Se vogliamo migliorare la qualità del giornalismo, eliminiamo i titolisti sciacalli.

2020/03/04 10:30. Il titolo è stato cambiato in “Prima pena di morte in Cina per uomo che tenta la fuga dalla quarantena.”

Fonti aggiuntive: Globaltimes.cn, Twitter, Wattpad, Twitter.

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Antibufala: la Cina ha costretto l’Italia a ricomprarsi i dispositivi di protezione che l’Italia le aveva donato!!

Antibufala: la Cina ha costretto l’Italia a ricomprarsi i dispositivi di protezione che l’Italia le aveva donato!!

Ultimo aggiornamento: 2020/04/06 16:20.

Roberto Burioni, su Twitter, ha chiesto pubblicamente lumi su una storia apparsa su The Spectator negli Stati Uniti; questi sono i miei rapidi appunti d’indagine.

Burioni ha successivamente rimosso il tweet di richiesta, che riporto qui sotto per chiarezza e completezza:

L’articolo in questione di The Spectator è archiviato qui su Archive.org. Ho risposto così alla richiesta di Burioni:

Screenshot dall’articolo:

In traduzione:

Dopo che il COVID-19 è arrivato in Italia, decimando la significativa popolazione anziana del paese, la Cina ha detto al mondo che avrebbe donato dispositivi di protezione (DPI) per aiutare l’Italia a fermare la sua diffusione. Alcune notizie hanno poi indicato che la Cina aveva in realtà venduto, non donato, i DPI all’Italia. Un alto funzionario dell’amministrazione Trump dice a The Spectator che le cose stanno molto peggio: la Cina ha obbligato l’Italia a ricomprarsi la fornitura di DPI che [l’Italia] aveva dato alla Cina durante l’epidemia iniziale di coronavirus.

“Prima che il virus colpisse l’Europa, l’Italia ha inviato tonnellate di DPI alla Cina per aiutare la Cina a proteggere la propria popolazione” ha spiegato il funzionario dell’amministrazione. “Poi la Cina ha rispedito i DPI italiani in Italia — alcuni, neanche tutti — e glieli ha fatti pagare.”

Gli antisemitismi ai quali mi riferisco sono questi (ammessi dalla stessa Athey). Mi rifiuto di metterli per iscritto:

Per chi non lo sapesse, Tucker Carlson è un conduttore di Fox News, canale statunitense che ha negato a lungo l’esistenza del pericolo di pandemia, assecondando il negazionismo del presidente Trump, per poi fare uno spettacolare voltafaccia quando i morti hanno cominciato, tragicamente, a salire di numero.

Ovviamente non le ho chiesto di rivelare il nome del funzionario. La risposta di Amber Athey è stata questa:

Screenshot:

Screenshot:

Screenshot:

Screenshot:

Screenshot:

Fine delle comunicazioni.

In sintesi: Athey ha detto che le è stato riferito che se ne è parlato nei media esteri (notizie di terza mano, insomma), ma che non è stata in grado di trovare queste fonti. Poi ha polemizzato sulle cose che ho segnalato a proposito del suo sito e dei suoi tweet passati, chiarendo che all’epoca dei tweet antisemiti aveva 17 anni (come se questo fosse una scusa) ed era il 2012 (quindi oggi ne ha 25, cosa che indica un’esperienza giornalistica non proprio di lungo corso), mi ha accusato di dire “bugie” su di lei e su The Spectator, ma alla fine resta un fatto di fondo: The Spectator non ha portato nessuna prova di questa tesi.

Secondo Enrico Mingori su TPI.it, inoltre, il governo italiano avrebbe smentito la tesi con una nota diffusa oggi (5 aprile), nella quale Palazzo Chigi userebbe le parole “bufala senza precedenti”. Non ho ancora trovato una fonte diretta per questa nota.

Anche Bufale un tanto al chilo si è occupato della vicenda.

2020/04/06 16:20. Athey ha rimosso i suoi tweet. Ne ho però gli screenshot, che ho aggiunto a questo articolo.

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Tanti invocano l’app anti-coronavirus. Parliamone con gli esperti (prima parte)

Tanti invocano l’app anti-coronavirus. Parliamone con gli esperti (prima parte)

Questo articolo è stato reso possibile dalla donazione straordinaria di C.A., che ringrazio pubblicamente. Ultimo aggiornamento: 2020/04/04 22:50.

Da giorni sto cercando di scrivere un articolo che risponda a tutti quelli che mi chiedono perché temo che un’app di tracciamento di massa finalizzata alla lotta alla pandemia da coronavirus sia inutile nel caso migliore e pericolosa nel caso peggiore. Comincio a pubblicare questa prima parte, altrimenti non ne esco più.

Di fronte all’aumentare tragico dei morti e alla paralisi delle attività che sta lasciando senza soldi per vivere tante persone, moltissimi stanno invocando un’app, sullo stile di quelle usate in Cina, a Singapore o in Corea, che consenta di tornare alla vita normale, di poter uscire di casa e di poter tornare a lavorare. La disperazione è tale che molti sono disposti a rinunciare alla propria privacy pur di uscire da questo dramma e trovano grottesca e assurda l’idea di anteporre la riservatezza delle persone alla sopravvivenza delle persone stesse.

Fonte: Valigiablu.it.

Pensieri come “Non me ne faccio niente della mia privacy se sono morto o senza lavoro” sono molto diffusi e umanamente comprensibili. Ma il panico è cattivo consigliere, ed è proprio nei momenti di panico che bisogna essere razionali, per evitare di fare scelte che peggiorino le cose invece di risolverle.

Lascio da parte momentaneamente il fatto che la privacy è un diritto fondamentale per il quale si è combattuto a lungo, del cui valore ti accorgi solo quando lo perdi e che non va sacrificato senza pensarci bene e sottolineo che l’app di tracciamento è cosa ben diversa dal rilevamento di massa della localizzazione dei telefonini in forma anonimizzata che è già in corso per esempio in Italia e in Svizzera.

In sintesi, le mie obiezioni principali sono queste:

  • Un’app, da sola, non risolverà il problema; serviranno anche misure costose e difficili, di tipo sanitario, ma temo che molti stiano pensando di limitarsi a fare l’app, che costa poco, senza fare tutto il resto, che costa tanto.
  • Un’app è inutile se non la installano in tanti: come si convince la gente a installarla? La si obbliga? Se la si obbliga, come si fa? E chi non ha uno smartphone? Chi non vuole essere tracciato (non solo i criminali e i clandestini, ma chiunque abbia semplicemente una tresca sentimentale o un incontro di lavoro confidenziale)? Chi non deve essere tracciato perché per legge non deve essere tracciabile (polizia, giornalisti, medici)? Che percentuale della popolazione deve installarla affinché sia efficace?
  • Un’app rischia di non funzionare: se si basa sulla geolocalizzazione dei cellulari per dirmi se sono stato vicino a una persona contagiosa, come potrà funzionare se vado per esempio in un centro commerciale, al chiuso? Chi controlla la validità dei dati raccolti? Sono previste multe per chi li altera o “dimentica” a casa il telefonino? Ispezioni? “Favorisca la patente e il cellulare, grazie”?
  • Che si fa con chi viene segnalato dall’app? Supponiamo che il mio vicino di casa o collega di lavoro sia segnalato (a torto o a ragione) come contagioso. Chi vigila sul suo auto-isolamento? Qual è l’incentivo a collaborare, visto che isolarsi significa spesso perdere il lavoro? Ci sono le risorse mediche per utilizzare queste segnalazioni (per esempio facendo test, visto che per esempio in Italia non si riesce a farne a sufficienza)?
  • Sarà tecnicamente gestibile l’enorme massa di dati di tracciamento? Quali risorse informatiche bisogna predisporre per poter pedinare decine di milioni di persone ventiquattr’ore su ventiquattro?

Tornando alla questione del diritto alla riservatezza:

  • Chi custodirà questi dati? Gli spostamenti e le abitudini di milioni di cittadini fanno gola a moltissimi operatori: sia commerciali, sia governativi. A chi finiranno in mano? E se vi fidate del governo attuale, siete disposti a mettere una mano sul fuoco anche per tutti i governi futuri possibili?
  • Che fine faranno questi dati? Come possiamo garantire che non verranno usati per altri scopi? La pandemia da Covid-19 passerà, prima o poi, ma i dati raccolti resteranno? Un tracciamento di massa è il sogno proibito di ogni aspirante dittatorucolo e fan delle dittature (fino al momento in cui finisce sotto la dittatura di qualcun altro) e sarebbe perfetto per contrastare qualunque opposizione politica organizzata (o per sapere se e quando sei andato al seggio a votare).
  • Come e quando sarà revocabile questa violazione “temporanea” della privacy? La pandemia da Covid-19 passerà, prima o poi, ma ci sarà sempre lo spauracchio della prossima epidemia che giustificherà il mantenimento della sorveglianza di massa. Oppure si dirà che l’app aiuta a prevenire il crimine (come se i criminali fossero così scemi da farsi tracciare quando vanno a rubare), quindi tanto vale tenerla. Molti diranno che per il bene comune vale la pena di accettare la sorveglianza, perché tanto non hanno niente da nascondere (fino al momento in cui si rendono conto che invece hanno qualcosa da proteggere). Chi invocherà il diritto alla privacy verrà facilmente zittito chiedendogli come mai ci tiene tanto e che cosa ha mai da nascondere se non fa niente di male. E saranno in pochi a dire “ma se non faccio niente di male, allora perché mi vuoi sorvegliare?”

La mia preoccupazione, insomma, è che si stia pensando a un’app magica che risolva tutto, ma senza neppure aver chiarito cosa farà e come funzionerà; anzi, senza neanche aver capito se funzionerà. Dobbiamo fare attenzione alla facile ma falsa dicotomia “o app, o milioni di morti”.

Rispondo subito alle contro-obiezioni più frequenti:

  • “Ma tanto siamo già tutti tracciati, che male c’è?”: No, non siamo tutti tracciati. Quando vai dal medico, non sei tracciato. Quando vai a un consultorio dopo una violenza, quando vai da un andrologo, quando vai dal tuo avvocato, quando compri un giornale, non sei tracciato. Quando lasci il telefono a casa o lo tieni spento, non sei tracciato. Qui si propone di introdurre un tracciamento continuo e di massa. Un tracciamento nel quale se ti si scarica il telefonino di notte, ti bussa la polizia alla porta (come a Taiwan) o dove si è sospettati di furto perché si è passati vicino alla casa svaligiata (come negli Stati Uniti).
  • “Ma tanto Google, Facebook e Apple sanno già tutto di noi”: A parte il fatto che non è vero (avete dato a Google la vostra cartella medica?), ragionare in questo modo è come dire “Mi sono già amputato due dita con la motosega, tanto vale tranciarsene un terzo”.
  • “Ma tanto siamo già controllati perché il governo ci obbliga a stare in casa”. No. Un conto è tenere chiusa la porta di casa, un altro è tenere un registro di chi entra e chi esce, con chi e a che ora di quale giorno.
  • “Ma allora qual è l’alternativa?” Non lo so. Come informatico, posso solo dire che questo metodo rischia di non funzionare. Se qualcuno ti avvisa che il cancro non si cura con le caramelle, non gli credi perché non sa proporti una cura che invece funziona?

La questione è complessa, insomma. Cominciamo a vedere cosa ne pensano gli esperti. Vi consiglio di leggere le loro riflessioni per intero, se possibile, prima di farvi un’opinione.

Ho chiesto a Sarah Jamie Lewis di OpenPriv (già nota per il suo lavoro sulle falle del voto elettronico svizzero), che ha scritto un bel thread pubblico sull’argomento. Mi ha scritto questo:

Per quel che ne so, esiste una sola proposta di fornire un’app di segnalazione che protegga la privacy [HelpWithCovid], e proviene da (credo) il MIT, ma non ha né fondi né una tabella di marcia. Credo che cominceremo a vedere una sorveglianza di massa molto più in fretta di quanto sia possibile sviluppare e applicare una soluzione che tuteli la privacy. Sorvegliare i metadati dei telefoni è banale e molti governi hanno già una certa infrastruttura di supporto. Se sia utile, non ne sono certa. È sicuramente più uno strumento di feedback (per esempio quante persone ci sono in una certa area e stanno violando l’isolamento / dove assegnare risorse) che di sorveglianza di una persona specifica. La maggior parte degli operatori telefonini ha già le risorse tecniche per gestire cose come, per esempio, i grandi eventi sportivi.

Ho sentito anche Mikko Hypponen, di F-Secure:

Se il governo crea un’app di tracciamento, che può essere usata dai cittadini per segnalare le proprie condizioni e la propria localizzazione, è ottimo. Ma se il governo inizia un tracciamento di massa non volontario di tutti, è molto più complicato. Il mio consiglio è fare in modo che il tracciamento degli spostamenti dei cittadini resti volontario il più a lungo possibile. Il tracciamento non volontario è un cambiamento molto importante: non va usato se non è assolutamente necessario, va abolito permanentemente appena possibile e va fatto il più trasparentemente possibile.

Raccomando inoltre di leggere queste fonti, che forniscono moltissimi dettagli su come funzionano realmente le app di cui si parla tanto e le misure sanitarie e di sorveglianza prese nei paesi solitamente citati come esempi virtuosi di controllo della pandemia:

  • Bruce Schneier e la Electronic Frontier Foundation (che fra l’altro sollevano la questione spinosissima di cosa succede se una persona viene identificata erroneamente come da mettere in quarantena: esiste una procedura di ricorso e rettifica?).
  • La spiegazione in video di Alex Orlowski di come “una App per fermare il #COVID19 come la coreana non funzionerà”.
  • Il Post (in Corea del Sud la “riduzione dei contagi è stata attribuita soprattutto all’impiego estensivo dei test per identificare rapidamente i casi positivi, isolandoli dal resto della popolazione, mentre non è ancora chiaro se i sistemi di sorveglianza abbiano avuto un ruolo rilevante”).
  • Il Garante per la protezione dei dati personali italiano, Antonello Soro (“[…] mi sfugge l’utilità di una sorveglianza generalizzata alla quale non dovesse conseguire sia una gestione efficiente e trasparente di una mole così estesa di dati, sia un conseguente test diagnostico altrettanto generalizzato e sincronizzato. Premesso questo, non esistono preclusioni assolute nei confronti di determinate misure in quanto tali. Vanno studiate però molto attentamente le modalità più opportune e proporzionate alle esigenze di prevenzione, senza cedere alla tentazione della scorciatoia tecnologia solo perché apparentemente più comoda, ma valutando attentamente benefici attesi e “costi”, anche in termini di sacrifici imposti alle nostre libertà”).
  • Il Comitato Europeo per la Protezione dei Dati dell’UE (“even in these exceptional times, the data controller and processor must ensure the protection of the personal data of the data subjects […] any measure taken in this context must respect the general principles of law and must not be irreversible. Emergency is a legal condition which may legitimise restrictions of freedoms provided these restrictions are proportionate and limited to the emergency period.”).
  • L’ex Garante della privacy italiano Francesco Pizzetti su Formiche.net.
  • Covid-19 e protezione dei dati personali, de L’Asino di Buridano (“L’elemento attrattivo che induce all’utilizzo di tale app è la possibilità di controllare se nelle vicinanze ci sono altre persone contagiate. Per questo l’applicazione ha potuto riscuotere successo anche tra i non contagiati, considerato che in Sud Corea si è imposta la quarantena anche a coloro che sono entrati in contatto – anche essere stati nella stessa stanza di un individuo che ha mostrato i sintomi del Coronavirus – con un infettato.”).
  • Coronavirus: l’uso della tecnologia, il modello coreano e la tutela dei dati personali, su Valigiablu, che nota che basta un solo incosciente (che in quanto tale magari non installa l’app) per causare migliaia di contagi (“La Corea del Sud è passata in pochi giorni da qualche decina di infetti a decine di migliaia. Il focolaio di coronavirus è stato per lo più la conseguenza del comportamento incosciente del cosiddetto “paziente 31”, un membro di una chiesa locale (Shincheonji) che avrebbe portato ad infettare quasi 5.000 persone (di cui 29 morte).”) e che non si tratta semplicemente di installare un’app di localizzazione (“la legge coreana (modificata dopo l’epidemia di MERS del 2015) consente alle autorità di accedere ai dati delle telecamere, a quelli di tracciamento tramite GPS da telefoni e automobili, alle transazioni con carta di credito e altri dati personali per finalità di controllo delle malattie infettive”).
  • Cellulari, app e privacy ai tempi della pandemia su ZEUS News (“In Italia […] sono attualmente attive almeno due iniziative di sviluppo di applicazioni di questo tipo […] Questo processo, come molto spesso avviene nel nostro Paese, è però del tutto opaco, e questa, solo questa, è una caratteristica negativa e da avversare. Non solo perché processi che coinvolgono un’intera società democratica devono essere trasparenti per definizione, visto che non ci sono segreti di Stato in ballo, ma le vite di tutti”).
  • Coronavirus, come funzionano il controllo delle celle e il tracciamento dei contagi. Il Garante: «Non bisogna improvvisare» di Martina Pennisi sul Corriere della Sera (con l’indicazione di quali operatori privati in Italia si stanno già muovendo per creare app).
  • The Shield: the open source Israeli Government app which warns of Coronavirus exposure di Graham Cluley (che analizza l’app israeliana di tracciamento anti-coronavirus: è facoltativa, i dati di localizzazione restano sul telefono, ed è open source).
  • L’analisi di TraceTogether, l’app del governo di Singapore, su MobiHealthNews.com (solo Bluetooth per rilevare i telefoni nelle immediate vicinanze, dati tenuti sul telefono, zero geolocalizzazione, dati cancellati dopo 21 giorni).
  • La proposta di app di tracciamento decentralizzata e protettiva della privacy di Zcash (che include anche altre info su TraceTogether).
  • La proposta di Pan-European Privacy-Preserving Proximity Tracing di una nascente non-profit svizzera di cui fanno parte vari istituti e università in Europa.
  • Il progetto Safe Paths del MIT (dati di localizzazione salvati sul telefono, scaricati solo per chi è infetto). 
  • Covid Watch (app di tracciamento open source che usa Bluetooth su smartphone o altri dispositivi Bluetooth a bassissimo costo)
  • Fabio Sabatini segnala uno studio che “mostra che il tracciamento digitale dei potenziali contagiati è *essenziale* per fermare l’epidemia, e suggerisce che ogni ritardo nella sua attuazione potrebbe avere un costo sociale molto elevato). Lo studio è Quantifying SARS-CoV-2 transmission suggests epidemic control with digital contact tracing (preprint non riveduto, su MedRxiv; versione su Science).
  • La discussione fra Alfonso Fuggetta, Stefano Zanero e il sottoscritto.
  • Stefano Zanero: Quando vi dicono che la Corea del Sud ha sconfitto il virus coi big data, i cellulari e le app, ricordatevi che non vi stanno dicendo una cosa corretta.

    Principalmente il metodo coreano si basa su molti, moltissimi test” (linka questo articolo di Bloomberg.com).

  • Top10VPN ha pubblicato un elenco dettagliato dei paesi (una ventina) che usano forme di tracciamento digitale come misura anti-coronavirus; altre info sul tema sono su Business Insider.

Proseguirò queste riflessioni in un altro articolo. Nel frattempo, personalmente considererò accettabile un’app di sorveglianza quando i primi a essere obbligati a installarla saranno i politici che la propongono, i loro coniugi e i loro figli.

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Bufale e fake news sul coronavirus, ne parliamo alla TV svizzera

Ieri sera è andato in onda uno speciale della Radiotelevisione Svizzera dedicato alla situazione della pandemia in corso, particolarmente per quanto riguarda il Canton Ticino.

La puntata è ovviamente dedicata soprattutto al personale sanitario, che è in prima linea in questa lotta, ma ho partecipato anch’io insieme al collega e amico debunker David Puente (da 1:15:20) per quel che riguarda la disinformazione sul coronavirus che viene veicolata dagli utenti via Internet, anche qui in Svizzera. L’avvocato Gianluca Padlina spiega quali possono essere le conseguenze legali della diffusione di notizie false.

Il mio spettinatissimo intervento è stato registrato a metà marzo: è per questo che mi vedete in un video ripreso in esterni da un operatore invece che in un collegamento in video streaming. C’è anche una piccola clip di mie raccomandazioni.

Antibufala: il volantino che invita a “lasciare le abitazioni ospitanti”

Antibufala: il volantino che invita a “lasciare le abitazioni ospitanti”

Mi sono arrivate moltissime segnalazioni (ma una sola foto, sempre la stessa) di un presunto foglio affisso all’esterno di abitazioni e apparentemente intestato al Ministero dell’Interno italiano che inviterebbe “gli eventuali non residenti di questo edificio a lasciare le abitazioni ospitanti, per rientrare nel loro domicilio di residenza”, con minaccia di controllo e di denuncia con rischio di “ammenda fino a 206 euro, arresto fino a 3 mesi, reclusione da 3 a 12 anni nei casi più gravi”.

Il Sole 24 Ore dice (mostrando la stessa foto) che il foglio sarebbe stato trovato affisso “negli spazi condominiali di alcune zone di Napoli. Secondo la Questura
si tratta a ttti
[sic] gli effetti di un tentativo di truffa, dal momento che
non è stato predisposto alcun documento di questo tipo. La Questura
ricorda di non aprire la porta di casa a persone sconosciute e, in caso
di dubbi, si invita a contattare subito i numeri di emergenza delle forze dell’ordine.”

Altre testate mostrano altre immagini e riportano le dichiarazioni di varie Questure, secondo le quali il foglio è falso. Il sito della Polizia di Stato italiana e la sua pagina Facebook raccomandano a chiunque si imbatta in questi volantini “di segnalarne la
presenza alle Forze di polizia e di non seguire le indicazioni in essi
contenute”
.

L’indicazione “Allegato A” in alto a destra dovrebbe essere un indizio piuttosto evidente che qualcosa non quadra: allegato a cosa? Manca inoltre una data, che di solito è presente nelle comunicazioni reali.

Le motivazioni dell’affissione non sono chiare: c’è chi parla di truffa o di tentativo dei ladri di vuotare le case, ma ce li vedete i ladri che si organizzano e stampano volantini tutti uguali?

In ogni caso, il foglio è falso e l’allarme può essere cestinato.

Se qualche commentatore è competente in diritto, può guardare gli estremi delle leggi indicate nel foglio e vedere se sono pertinenti o meno.

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Antibufala: il “protocollo per l’ingresso in casa” del GEOS

Antibufala: il “protocollo per l’ingresso in casa” del GEOS

Sta circolando in varie lingue un presunto “protocollo per l’ingresso in casa – Azioni contro Covid-19” che elenca una lunga serie di cose da fare ogni volta si torna a casa. È ingannevole e potenzialmente pericoloso. Seguite solo le raccomandazioni sanitarie diffuse dalle autorità, non quelle fatte circolare da amici e conoscenti.

Il “protocollo” (ne trovate un esempio italiano qui) elenca raccomandazioni probabilmente eccessive e potenzialmente pericolose, come “disinfetta le zampe del tuo animale domestico se è uscito”. Considerato per esempio che gli animali tendono a leccarsi le zampe, impregnargliele di disinfettante a casaccio non è una buona idea. La raccomandazione delle autorità spagnole è invece di pulire i cuscinetti delle zampe e la coda con gel disinfettante (del tipo che evapora subito).

Il sito antibufala spagnolo Maldita.es spiega che il “protocollo” viene spacciato per un documento del Grupo Especial de Operaciones (GEO) della polizia spagnola, ma in realtà le sue immagini provengono da un documento della Fundación de Voluntarios de Salvamento y Rescate GEOS boliviana (pagina Facebook qui). Non si tratta di raccomandazioni dirette delle autorità sanitarie: la GEOS ha dichiarato che “le immagini sono state realizzate dal gruppo relazioni pubbliche della nostra istituzione sulla base delle raccomandazioni e dei consigli giorno per giorno” (las imágenes la realizó el.
Equipo de relaciones públicas de nuestra institución en base a
recomendaciones y consejos de día día”
).
Inoltre la terza pagina è riservata alle persone che convivono con persone a rischio: non riguarda tutte le persone.

Pensateci un momento: in materia sanitaria, ha più senso seguire le istruzioni dirette delle autorità sanitarie o quelle indirette di un gruppo di volontari che si occupano di soccorsi, tradotte da chissà chi?

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Antibufala: la puntata di TGR Leonardo del 2015 che parla del coronavirus creato in Cina

Ultimo aggiornamento: 2020/03/26 17:40.

Mi stanno arrivando parecchie segnalazioni di un video su YouTube, attribuito al programma TGR Leonardo di Raitre, in cui si parla di una sperimentazione sul coronavirus fatta in Cina per modificare un coronavirus animale e renderlo contagioso per gli esseri umani [2020/03/06 15:00 Il video è stato rimosso, ma il suo contenuto è linkato qui sotto].

Il video non è alterato: proviene da questa puntata del 16/11/2015, specificamente al minuto 4:55. Ma non c’entra nulla con l’attuale pandemia da coronavirus.

Questo è quello che viene detto testualmente nel servizio:

CONDUTTORE: È un esperimento, certo, ma preoccupa, preoccupa tanti scienziati. Un gruppo di ricercatori cinesi innesta una proteina presa dai pipistrelli sul virus della SARS, la polmonite acuta, ricavato da topi, e ne esce un supervirus che potrebbe colpire l’uomo. Resta chiuso nei laboratori, ovvio; serve solo per motivi di studio. Ma vale la pena correre il rischio? Creare una minaccia così grande solo per poterla esaminare? Maurizio Menicucci.

MENICUCCI: Vecchio quanto la scienza il dibattito sui rischi della ricerca. In fondo è il mito di Icaro, che cade per avere sfiorato il sole con le ali di cera progettate dal padre Dedalo. Lo rilancia un esperimento realizzato in Cina, dove un gruppo di studiosi è riuscito a sviluppare una chimera, un organismo modificato, innestando la proteina superficiale di un coronavirus, trovato nei pipistrelli della specie piuttosto comune detta ‘naso a ferro di cavallo’, su un virus che provoca la SARS, la polmonite acuta, anche se in forma non mortale, nei topi.

Si sospettava che la proteina potesse rendere l’ibrido adatto a colpire l’uomo, e l’esperimento lo ha confermato. È proprio questa molecola, detta SHCO14, che permette al coronavirus di attaccarsi alle nostre cellule respiratorie, scatenando la sindrome. Secondo i ricercatori, inoltre, l’organismo, quello originale e a maggior ragione quello ingegnerizzato, può contagiare l’uomo direttamente dai pipistrelli, senza passare per una specie intermedia come il topo, ed è appunto questa eventualità a sollevare molte polemiche.

Proprio un anno fa, il governo USA aveva sospeso i finanziamenti alle ricerche che puntavano a rendere i virus più contagiosi, ma la moratoria non aveva fermato il lavoro dei cinesi sulla SARS, che era già in fase avanzata e si riteneva non così pericoloso. Secondo una parte del mondo scientifico, infatti, non lo è: le probabilità che il virus passi alla nostra specie sarebbero irrilevanti, rispetto ai benefici.

Un ragionamento che molti altri esperti bocciano: primo perché il rapporto tra rischi e beneficio è difficile da valutare e poi perché, specie di questi tempi, è più prudente non mettere in circolazione organismi che possano sfuggire, o essere sottratti, al controllo dei laboratori.

Questo video è collegato all’attuale pandemia? No. Secondo gli esperti il coronavirus del COVID-19 è una variante nuova, biologica, “naturale” nel senso che non è stata ingegnerizzata, e che quindi questa sperimentazione del 2015, per quanto discutibile, non può aver causato la pandemia di oggi. Le ricerche hanno dimostrato che fra il virus di questa ricerca del 2015 e l’attuale virus del COVID-19 ci sono oltre 5000 nucleotidi di differenza.

La denominazione esatta, della proteina, fra l’altro, è SHC014, non SHCO14 (zero, non O).

Il TG3 di oggi alle 19 ne parla da 31:51 con queste parole: “Va chiarito che quel virus non ha nulla a che fare con l’attuale COVID-19. Il servizio è tratto da una pubblicazione della rivista Nature, spiega il direttore della testata regionale RAI Alessandro Casarin. Lo abbiamo chiarito anche in questo telegiornale il 19 marzo con un servizio in cui si dava conto della ricerca di Nature che spiegava come il COVID-19 non sia stato creato in laboratorio, e anche virologi come Pregliasco e Burioni dicono ‘Il virus di oggi è naturale, non c’entra niente con quello di cui si parlava cinque anni fa’.”

La pubblicazione su Nature citata nel servizio del 2015 dovrebbe essere A SARS-like cluster of circulating bat coronaviruses shows potential for human emergence, in Nature Medicine, volume 21, pagg. 1508–1513 (2015), doi.org/10.1038/nm.3985, insieme a Engineered bat virus stirs debate over risky research: Lab-made coronavirus related to SARS can infect human cells in Nature News (2015), doi:10.1038/nature.2015.18787.

La ricerca su Nature che documenta che il virus odierno è di origine naturale è invece The proximal origin of SARS-CoV-2, in Nature Medicine (2020), https://doi.org/10.1038/s41591-020-0820-9.

Caso chiuso, insomma: i complottisti si trovino un’altra gruccia per i loro zoppicanti e tediosi deliri. Ringrazio i tanti lettori che hanno contribuito con le loro segnalazioni: siete troppi per citarvi uno per uno.

2020/03/26 17:40

TGR Leonardo ha pubblicato una nuova puntata, con intervista a uno dei partecipanti alla ricerca citata nel 2015, chiarendo ulteriormente che quella ricerca non c‘entra nulla con l’attuale pandemia e che il “supervirus” era in realtà incapace di sopravvivere fuori dal laboratorio.

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