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Getty Images apre i propri archivi d’immagini all’uso gratuito non commerciale

Getty Images apre i propri archivi d’immagini all’uso gratuito non commerciale

Chi vuole aggiungere immagini al proprio sito o blog spesso ricorre a immagini prese da Internet, senza riconoscerne la paternità e violando solitamente il diritto d’autore. I più diligenti e onesti ricorrono alle immagini di Wikipedia, liberamente usabili se se ne cita la fonte. Le foto di grande impatto, quelle usate commercialmente, finora erano troppo costose per un sito amatoriale.

Pochi giorni fa le cose sono cambiate: Getty Images ha deciso di concedere l’incorporamento gratuito, senza watermark, di una buona porzione del proprio vasto catalogo. Le regole dicono che le immagini non possono essere utilizzate “per qualsiasi scopo commerciale”, per cui un sito amatoriale che non generi introiti e non contenga pubblicità sulla quale guadagna l’utente dovrebbe essere libero di usare l’offerta di Getty Images. Le immagini concesse con questa licenza sono pubblicabili anche su Twitter e Tumblr.

In concreto, per usare una foto di Getty Images si procede andando alla pagina di ricerca e immettendo i criteri di ricerca (anche in italiano). Nella pagina dei risultati si lascia un istante il mouse sull’immagine che interessa: se compare l’icona dell’HTML (simbolo di minore, trattino, simbolo di maggiore), l’immagine può essere incorporata liberamente inserendo il codice nella pagina del blog o sito.

Le dimensioni dell’immagine incorporata possono essere modificate a piacimento e il codice include automaticamente una dicitura che evidenzia l’uso di Getty Images e indica l’autore dell’immagine. Cliccando su di essa si viene portati alla sua pagina nel sito di Getty Images, dove è possibile acquistarla per altri usi oppure pubblicarla su Tumblr o Twitter cliccando sulle rispettive icone.

Sembra insomma una soluzione vincente per tutti: gli utenti possono abbellire le proprie pagine senza violare il copyright, mentre Getty Images e i suoi fotografi guadagnano visibilità (e presumibilmente attirano acquirenti). L’unico neo del servizio è che al momento non è possibile chiedere di visualizzare soltanto le immagini incorporabili.

Surreale: complottista ricorre al copyright per censurare le sue stesse manipolazioni

Surreale: complottista ricorre al copyright per censurare le sue stesse manipolazioni

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “giuliod*” e “alfredo.alf*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il mio video che documenta tramite confronto i tagli pesantissimi e faziosi al dibattito con un complottista sugli attentati dell’11 settembre di qualche tempo fa risulta “bloccato a livello globale” da YouTube perché “potrebbe includere clip di proprietà di una terza parte”. Questa terza parte sarebbe, stando a Youtube, “DIVIMOVE”.

Molti lettori hanno segnalato che al posto del video vedono un’immagine come quella qui accanto, che avvisa che “Questo video include contenuti di DIVIMOVE che sono stati bloccati dallo stesso proprietario per motivi di copyright”.

Sinceramente non riesco a capire quali possano mai essere questi “contenuti di DIVIMOVE” in un video che non fa altro che mostrare me, il complottista e il “moderatore” (eufemismo) del dibattito. Fra l’altro, a differenza di un altro caso che mi ha coinvolto, qui non viene indicato il punto nel quale ci sarebbero questi “contenuti”.

Potrei lasciar perdere e ripubblicare il video altrove, su siti meno grossolani di YouTtube in materia di copyright, ma non mi piace mollare e voglio proprio sapere quali sono queste presunte violazioni che avrei commesso.

Così ho avviato la procedura di contestazione.

Ho scelto l’opzione “Il mio utilizzo dei contenuti soddisfa i requisiti legali del fair use o del fair dealing ai sensi delle leggi vigenti sul copyright” e ho precisato che “Il video mostra una _porzione_ di un dibattito _pubblico_, tenuto su Google Hangout, al quale ho partecipato _personalmente_. L’uso legittimo è dato dall’esercizio del diritto di critica ai sensi della legge sul copyright. La critica è il raffronto fra dibattito pubblicato (censurato) e dibattito integrale.”

Nel frattempo mi sono messo in contatto con Divimovie ed è emerso che il mio video di confronto è stato bloccato su richiesta dell’organizzatore/moderatore del dibattito, Tommaso Minniti. Che sorpresa.

Ma guarda un po’: i sedicenti paladini della verità e della trasparenza, quelli che lottano contro il sistema, quelli che contestano le censure ufficiali usano proprio la censura quando c’è un video che mostra i loro trucchetti e le loro manipolazioni.

Complimenti: una bella figuraccia per il Minniti e la sua combriccola di rivoluzionari da tastiera. Se volete esprimergli educatamente il vostro parere, il suo indirizzo di mail è tommasominniti@hotmail.com e questo è il suo canale Youtube.

Aggiornamento (19:45): Il mio video è tornato visibile. Divimove ha pubblicato questi due tweet di chiarimento:

DivimoveIT
@disinformatico Ciao Paolo,fatta chiarezza sulla questione abbiamo sbloccato il video che era stato reclamato quale violazione di copyright
26/08/14 19:23

DivimoveIT
@disinformatico Evidentemente in maniera illecita. Buon proseguimento!
26/08/14 19:24

È interessante notare la dicitura con la quale YouTube ha posto fine alla vertenza: “Your dispute wasn’t reviewed within 30 days, so the copyright claim on your YouTube video has now been released by DIVIMOVE” (“La tua vertenza non è stata riesaminata entro 30 giorni, per cui DIVIMOVE ha sciolto la rivendicazione di copyright sul tuo video su YouTube”). Trenta giorni? Il video è stato bloccato oggi.

Ci ho speso un po’ di tempo, ma ne è valsa la pena per far emergere un’ulteriore conferma dei mezzucci e delle scorrettezze usate dai complottisti. Si sciacquano la bocca con grandi ideali e sono i primi a tradirli. Se avete amici tifosi dei vari Mazzucco e compagnia bella, indicate loro questa vicenda. Anzi, chiedete loro di farsi dire da Mazzucco che ne pensa del comportamento di Minniti.

Red Bull ritira la contestazione: la Luna non è sua. Capitan Ovvio saluta e se ne va

Red Bull ritira la contestazione: la Luna non è sua. Capitan Ovvio saluta e se ne va

Breve epilogo della vicenda dell’accusa di violazione di copyright inviatami da Red Bull per un video della Luna (raccontata qui): stamattina è arrivata via mail la notifica del ritiro della contestazione. Il video è tornato online.

Nessuna spiegazione.

Non so se ha funzionato la mia mail di contronotifica o se la controversia s’è risolta grazie al fatto che ne ho parlato pubblicamente o per merito degli interventi dietro le quinte di alcuni di voi: siete troppi per ringraziarvi singolarmente, quindi perdonatemi se offro solo un grazie collettivo.

In ogni caso, tutta la faccenda è un bel promemoria del fatto che è meglio non affidarsi troppo ai servizi commerciali gratuiti di Internet per la distribuzione dei contenuti. L’apparente libertà di comunicare che ci offrono è revocabile per semplice capriccio e senza che sia dovuta alcuna spiegazione. Conviene sempre avere un piano B.

Con Popcorn Time è facile piratare senza rendersene conto

Con Popcorn Time è facile piratare senza rendersene conto

Un ascoltatore del Disinformatico, Fabio, mi ha chiesto se è legale l’uso del sito Time4popcorn.eu, che consente di guardare quasi istantaneamente film e telefilm recenti e classici su smartphone e tablet Android e su computer Windows, Mac OS X e Linux.

La risposta breve è no: qualunque sito che offra musica, film o telefilm senza il consenso esplicito dei titolari dei diritti di questi prodotti sta commettendo una violazione del diritto d’autore. Il problema di questo sito è che è realizzato in maniera estremamente professionale ed elegante, imitando la grafica di siti legali come Netflix e nascondendo tutte le complicazioni tecniche, per cui può trarre facilmente in inganno l’utente inesperto.

In realtà Time4popcorn.eu è un esemplare di una galassia di siti che si basano sul software Popcorn Time, oggi non più disponibile sul sito ufficiale ma facilmente reperibile altrove in Rete. Questo software si basa sul protocollo BitTorrent e crea un’illusione particolarmente pericolosa. L’utente ha la sensazione di ricevere il film o telefilm in streaming passivo, cosa che in alcuni stati (per esempio la Svizzera) è legale perché la legge punisce soltanto chi dissemina e condivide, ma non chi si limita a ricevere un file (anche se il file è vincolato dal diritto d’autore e non c’è il consenso del titolare dei diritti).

Ma i siti che usano Popcorn Time stanno usando, dietro le quinte, un sistema (BitTorrent) nel quale chi riceve si trova anche inconsapevolmente a ritrasmettere e condividere: in gergo tecnico, chi usa Popcorn Time sta facendo seeding. Quindi chi usa questi siti sta violando la legge anche nei paesi nei quali lo streaming puro di opere vincolate è consentito.

Districarsi fra siti legali e non legali in questo campo non è facile, e siti come Time4popcorn rendono ancora più sfumata la differenza visiva e pratica fra pirati e onesti. Nel dubbio è meglio non fidarsi di siti che non hanno una reputazione commerciale solida e rivolgersi invece a nomi conosciuti e garantiti che hanno il permesso esplicito dei titolari dei diritti su musica, film e telefilm e che chiedono un compenso o visualizzano spot pubblicitari.

Il senso della fanfiction, i danni del copyright eterno

Segnalo una considerazione di Henry Jenkins, direttore degli studi sui media all’MIT, che mi ha stuzzicato come appassionato della fanfiction e come persona che non sopporta le beghe idiote di copyright hollywoodiane su chi possiede cosa del costume di Superman o imbriglia le opere per 120 anni soltanto per difendere un topolino: “La fanfiction è un modo in cui la cultura ripara i danni causati in un sistema in cui i miti contemporanei appartengono ad aziende invece che alla gente” (“Fan fiction is a way of the culture
repairing the damage done in a system where contemporary myths are owned
by corporations instead of by the folk.”
). Grazie a Cory Doctorow per la segnalazione.

Il “maxisequestro” italiano di siti per download di film si aggira in un minuto

Il “maxisequestro” italiano di siti per download di film si aggira in un minuto

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “norina” e “ivano.m*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Panico fra gli internauti italiani per il “più vasto sequestro di portali informatici portali mai compiuto in Italia”, come scrive l’avvocato Fulvio Sarzana, elencando alcuni dei 46 siti che offrivano streaming e download di film e telefilm e accusati dal GIP di Roma di essere in violazione del diritto d’autore italiano.

Il termine “sequestro” fa pensare a irruzioni della Guardia di Finanza nelle sale server di questi pirati, ad arresti di massa e tranciamenti di cavi. Nulla di tutto questo: i server sono ancora tranquillamente al loro posto e connessi a Internet. Semplicemente, a quanto risulta dai miei test, è stato ordinato ai provider italiani di modificare i propri DNS in modo da restituire ai propri utenti l’illusione che i siti siano diventati inaccessibili. In realtà all’utente italiano basta di norma una banale modifica delle impostazioni del proprio DNS per eludere completamente il “sequestro”.

Mio screenshot di
Mondotorrent.eu stamattina.

A me, per esempio, siti “sequestrati” come Mondotorrent.eu, 7tv.org, Eurostreaming.org. Piratestreaming.tv, Filmxtutti.org, Dopaminatorrent.com (elenco completo disponibile qui su Censura.bofh.it, grazie a peppe per la segnalazione) rispondono perfettamente, come se nulla fosse cambiato, proprio perché in effetti non è cambiato nulla. Non li uso perché mi puzza l’idea di dover installare un codec di dubbia provenienza, come mi chiedono di fare questi siti invece di usare i codec standard di streaming, ma i siti funzionano.

Filmsenzalimiti.net mi risulta ancora attivo; non mi risponde, invece, Filmsenzalimiti.it, che mostra una schermata di sequestro (relativa a un altro provvedimento), probabilmente perché si tratta di un dominio .it sul quale le autorità italiane hanno maggiori possibilità d’intervento.

Non entro nel merito morale o etico delle norme italiane antipirateria audiovisiva: segnalo solo che in Svizzera, dove abito, il download puro di opere vincolate dal diritto d’autore non è punito dalla legge e le forze di polizia non vengono distolte dai compiti di sicurezza per andare a caccia di ragazzini che scaricano film, eppure l’industria del cinema prospera comunque, secondo l’indagine del Consiglio Federale pubblicata nel 2011.

A proposito di Svizzera, l’unico dominio .ch sottoposto a “sequestro”, ossia Watchfreemovies.ch, mi risponde perfettamente. Secondo Domaintools è intestato a Vladimir Stanislav
Kamyanogirska 16, UA-69100 Zaporozhye, Ukraine e secondo IP Location Finder il suo server è fisicamente in Romania.

Viste le modalità tecniche del “sequestro”, chi sa usare Internet continuerà a scaricare esattamente come prima, mentre chi è semplice cliccatore d’icone, trovandosi improvvisamente a bocca asciutta, imparerà a cambiare il proprio DNS. Risultato netto sulla pirateria: zero. Esattamente come tutti gli altri “sequestri” precedenti. Anzi, c’è il rischio che gli utenti inesperti imparino il trucchetto del DNS e quindi diventino immuni agli interventi fatti in questo modo. Un po’ come dosi da cavallo di antibiotici alla lunga non fanno altro che rendere più resistenti i batteri. Per non parlare della pubblicità gratuita regalata a questi siti dall’annuncio del loro “sequestro”.

Sono curioso di vedere quanti altri decenni passeranno prima che il legislatore si renda conto che questo approccio goffo e maldestro è inutile e che dedicare le poche risorse delle forze dell’ordine a questo genere di intervento è al limite dell’immorale.

Il Corriere illustra le polveri ultrasottili attuali in Pianura Padana. Con una foto del 2005, Presa da Wikipedia [UPD 2014/02/01]

Il Corriere illustra le polveri ultrasottili attuali in Pianura Padana. Con una foto del 2005, Presa da Wikipedia [UPD 2014/02/01]

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “alemarzaro” e “g.loru*” e alla segnalazione di @tyler_D1974 ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

“Le polveri ultrasottili soffocano la pianura padana”, titola il Corriere. Soffocano. Tempo presente. Ma la foto, attribuita dal Corriere genericamente alla NASA, è di nove anni fa. Risale infatti al 2005, come si può scoprire in tre minuti usando semplicemente la ricerca per immagini di Google (strumento evidentemente ignoto a buona parte delle redazioni dei giornali).

La foto originale è infatti qui su Nasa.gov, dove è datata 17 marzo 2005, e non mostra la Pianura Padana “sotto una cappa di nanoparticelle” come scrive il Corriere, ma genericamente la foschia prodotta da tutto l’inquinamento (compreso quello delle macroparticelle) quel giorno di nove anni fa.

Ma nella foto NASA manca l’ovale rosso. Da dove proviene? Ma da Wikipedia, dalla quale è stata prelevata dai redattori del Corriere senza neanche citare la fonte e con buona pace dell’obbligo di citazione. Giornalismo.

È giusto sensibilizzare ai problemi dell’inquinamento, ma bisogna usare dati reali, non fantasie. Perché altrimenti, quando salta fuori che l’immagine che dovrebbe documentare il pericolo è fasulla, viene sminuita la credibilità della causa che si vuole sostenere.

2014/02/01

Leggo.it ha pubblicato la bufala parlando di “foto della NASA” che “spaventa l’Italia”. No, cara redazione di Leggo che non controlla le fonti prima di pubblicare: quello che spaventa l’Italia non è la foto della NASA. È l’incoscienza del giornalismo che fa terrorismo psicologico partendo da qualunque cretinata. Vergogna.

Ringrazio @ItsTheMind per la segnalazione.

Pirateria, i film più scaricati sono quelli meno disponibili legalmente

Sembra proprio che sia ora di dichiarare morto il DVD, o perlomeno di smettere di tenerlo in vita artificialmente. Attualmente, infatti, i film che hanno appena terminato i passaggi nelle sale vengono offerti esclusivamente in DVD per un certo periodo prima di essere offerti dai circuiti di download a pagamento (Netflix, iTunes, eccetera). Questo significa che ovviamente in quel periodo prosperano i download “alternativi”. L’analisi della classifica dei film più scaricati gratuitamente sembra parlare chiaro in questo senso: dateci un download a pagamento subito, invece di proporci un pezzo di plastica che forse guarderemo una sola volta, e pirateremo di meno. i dettagli sono qui.

Disinformatico radio del 2013/03/22

La Radiotelevisione Svizzera ha caricato il podcast della puntata di ieri del Disinformatico radiofonico, nella quale ho parlato dei seguenti temi (con i rispettivi articoli di approfondimento):

Perché Swisscom accusa Safelinking.net di phishing?

Perché Swisscom accusa Safelinking.net di phishing?

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “giacomoma*” e “mauro-lamb*”.

Anche a voi qualunque URL di Safelinking.net risulta bloccato o blacklistato?

Forse è un problema esclusivamente del mio provider (Bluewin/Swisscom), ma mi interessa sapere se anche altrove (in Svizzera con altri provider e all’estero) si verifica lo stesso problema, perché ho provato a chiedere lumi all’assistenza tecnica di Swisscom, ma dopo più di due settimane non ho ancora ottenuto una risposta che spieghi le ragioni del blocco dell’intero nome di dominio.

Mi sto anche chiedendo quanto questo tipo di blocco silenzioso sia esteso, anche perché all’inizio, quando mi sono accorto del problema (il 5 febbraio), Swisscom non visualizzava nessuna schermata di avviso (come fa ora e come vedete nello screenshot all’inizio di questo articolo) ma semplicemente il browser restava in attesa di una risposta dal sito che non giungeva mai. Dato che Safelinking.net è molto usato (anche) per linkare indirettamente copie di contenuti vincolati dal diritto d’autore, ho pensato a un blocco in stile blackhole relativo a questioni di copyright.

Poi ho fatto un traceroute (direttamente dal mio router, usando l’apposito diagnostico) e ho scoperto che il router (quello standard di Swisscom, impostato con i parametri di default del provider, in particolare con 195.186.4.162 e 195.186.1.162 come server DNS) routava Safelinking.net a blockphishing.bluewin.ch. Un nome molto eloquente, che oltretutto portava all’avviso che “Il sito che voleva guardare è chiuso per motivi di sicurezza. Dei criminali provano a ottenere delle informazioni personali come login o numero di carta di credito (phishing)”.

Phishing, dunque: strano, però, che venisse blacklistato l’intero dominio invece di uno specifico URL. Un approccio un po’ drastico, come se un provider decidesse di bloccare gli URL shortener Bit.ly o T.co.

Con questi dati ho contattato il servizio clienti di Swisscom via Twitter (@Swisscom_care), che non ha fornito chiarimenti. Ho sollecitato il giorno successivo, anche perché altri utenti segnalavano la stessa anomalia: nessuna risposta significativa. Poi ho lasciato perdere, visto che ci avevo girato intorno con TunnelBear. Il 20 febbraio la rete Swisscom è andata in tilt in tutta la Svizzera (traceroute dal mio router) per un paio d’ore.

Dopo il blackout, Safelinking.net ha iniziato a risolversi sul router come mostrato nell’immagine qui accanto (acquisita oggi). L’IP di Safelinking.net viene risolto dal router a 195.186.135.200 ma sostituito dall’avviso di Swisscom.

Cambiando i server DNS nei settaggi del router, dando per esempio quelli di OpenDNS.com, non serve a nulla: occorre cambiarli anche sulle singole macchine collegate.

Sarò paranoico, ma mi è venuto spontaneo riflettere su quanto sia potente questo genere di scelta tecnica: un sito sgradito semplicemente scompare e viene reso inaccessibile all’utente medio che non sa smanettare con i DNS o le VPN. Niente di nuovo, per carità, ma provarlo sulla propria pelle (digitale) fa un certo effetto.

Quello che mi ha turbato, a parte la reticenza del servizio clienti (che ha detto che il problema era stato “risolto” e mi ha proposto di provare un altro browser (sic)), è il fatto di avere un router e un provider che mandano in blackhole un sito senza avvisare del fatto e senza dare l’opzione di disabilitare questo comportamento. Viene da chiedersi quanti altri siti sono bloccati in questo modo, silenziosamente o adducendo scuse improbabili. Dico “improbabili” perché altri provider svizzeri (Orange, per esempio) non bloccano Safelinking.net e non c’è, a quanto mi risulta, nessun phishing che stia coinvolgendo questo sito. E viene da chiedersi se un provider ha il diritto di bloccare arbitrariamente un sito e quindi intralciarne l’attività commerciale.

Se avete idee, i commenti sono a vostra disposizione.