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Respinta (per ora) la direttiva europea sul copyright

Respinta (per ora) la direttiva europea sul copyright

Fonte: Julia Reda
(il refuso “Digitial” non è suo)

Ultimo aggiornamento: 2018/07/10 18:40.

La direttiva europea per l’aggiornamento delle norme sul copyright è stata bocciata dal Parlamento Europeo, come racconta in dettaglio Il Post, e verrà ridiscussa a settembre.

La questione è complicata e controversa, ma la contesa riguardava principalmente due articoli di questa direttiva: uno (l’articolo 11) rischiava di creare ostacoli insormontabili nel linkare opere vincolate dal diritto d’autore, in particolare le notizie dei giornali; il secondo (l’articolo 13) avrebbe regolamentato le citazioni di opere vincolate dal diritto d’autore in un modo che secondo i critici avrebbe reso praticamente impossibile mettere online anche un minuscolo frammento di un articolo di giornale, del testo di un libro, o un fotogramma tratto da un film e avrebbe comportato il rischio di incappare negli errori grossolani dei filtri automatici che si renderebbero necessari per pattugliare la Rete, come ho raccontato qui.

A favore della direttiva si sono schierati gli editori di giornali e molti musicisti, compresi David Guetta, Annie Lennox, Placido Domingo e Paul McCartney, che vogliono comprensibilmente vedere riconosciuto il proprio lavoro quando viene usato da terzi. Contro questa regolamentazione si sono levate invece le voci di Jimmy Wales (con l’auto-oscuramento di Wikipedia in italiano) e di padri di Internet come Vint Cerf, Brewster Kahle, Bruce Schneier, Mitch Kapor, Tim Berners-Lee e decine di altri, che hanno riassunto la propria posizione in una lettera aperta al presidente del Parlamento Europeo per dirgli, in sintesi, che una regolamentazione aggiornata del settore è necessaria e benvenuta, ma non è così che va fatta.

La BBC ha riassunto bene la vicenda in questo articolo e in quest’altro; una spiegazione molto dettagliata è stata pubblicata dalla parlamentare europea Julia Reda.

Se ne riparlerà di nuovo a settembre, con eventuali modifiche al testo; se passerà, dovrà essere sottoposto al Consiglio Europeo e, se approvata anche dal Consiglio, dovrà essere recepita in ogni singolo paese dell’Unione. Staremo a vedere.

Youtuber denunciato per violazione di copyright. Sulla propria canzone

Youtuber denunciato per violazione di copyright. Sulla propria canzone

Il copyright e i controlli online contro le sue violazioni sono di attualità in seguito alla recente polemica sulla proposta di direttiva europea sul diritto d’autore.

Chi usa Youtube sa bene che questi controlli sono a dir poco imprecisi. Io stesso ho ricevuto varie contestazioni da Youtube per presunta violazione del copyright perché avevo pubblicato un video contenente i dialoghi degli astronauti sulla Luna, che come materiale NASA sono di dominio pubblico.

Ma ci sono casi ancora più bizzarri, come quello dello Youtuber Paul Davids, che nei propri video insegna a suonare la chitarra. Youtube gli ha segnalato che un suo video sta violando il copyright per un brano che è suo.

Qualcuno, infatti, ha preso un suo brano, gli ha aggiunto una voce e lo ha messo su Youtube. E Youtube ha accusato Davids di aver copiato. Come se non bastasse, la monetizzazione del video di Davids finisce in tasca al pirata.

Il comportamento assurdo dei sistemi di controllo dei contenuti, come il Content ID di Youtube, ha già fatto pasticci in passato. Nel 2010 Youtube ha vietato per qualche tempo a Justin Bieber di pubblicare sulla piattaforma video la propria nuova canzone perché qualcun altro l’aveva caricata prima di lui.

Fonte: BBC.

Youtube accusa un utente di violazione del copyright: ha pubblicato un fruscio

Youtube accusa un utente di violazione del copyright: ha pubblicato un fruscio

Se vi capita di pubblicare video su Youtube, magari con un brano musicale in sottofondo di cui non vi eravate accorti, probabilmente vi siete imbattuti nella temutissima notifica di violazione del diritto d’autore. Succede quando il sistema antipirateria automatico di Youtube, denominato ContentID, rileva all’interno di un video un contenuto visivo o sonoro che secondo lui appartiene a qualcun altro.

Purtroppo questo sistema automatico ha, come dire, qualche problema di eccesso di zelo. Ne sa qualcosa il professor Sebastian Tomczak, tecnologo musicale, che è stato accusato da Youtube di aver violato il copyright ben cinque volte nella colonna sonora di un singolo video.

Il bello è che il video contestato è semplicemente un fruscio, quello che in gergo tecnico si chiama rumore bianco, simile a quello che facevano una volta i televisori quando non erano sintonizzati su un canale; un video che Tomczak ha pubblicato per un esperimento scientifico.

Non è finita: i presunti autori che rivendicano diritti non hanno chiesto di rimuovere il video di Tomczak, ma ne hanno chiesto la rimonetizzazione, ossia hanno ottenuto da Youtube che i guadagni sulle visualizzazioni finissero nelle loro tasche invece che in quelle del creatore del video. Anche se può sembrare strano che ci sia un mercato per quelli che in sostanza sono video di fruscio, esistono su Youtube milioni di video di questo genere, alcuni dei quali hanno milioni di visualizzazioni. Tomczak dice che c’è chi li usa per esempio per addormentarsi meglio o per distrarsi da un rumore fastidioso.

Naturalmente Youtube offre una procedura di opposizione, ma è piuttosto tediosa, specialmente se occorre farla ripetutamente, e comporta che un video possa restare in sospeso fino a un mese. Cosa più importante, a differenza del rilevamento delle presunte violazioni, che è automatico, l’opposizione va effettuata a mano ogni volta. Questo squilibrio è così marcato che è nata una vera e propria industria delle contestazioni di copyright fasulle su Youtube, che monetizzano il lavoro altrui.

Insomma, se voi (o magari i vostri figli) siete Youtuber assidui e quindi pubblicate molti video, l’unico modo per evitare queste scocciature al limite della vessazione è fare molta attenzione a non includere nei vostri video qualcosa che possa portare a una contestazione: per esempio canzoni o spezzoni di programmi televisivi provenienti da una TV accesa nel luogo in cui avete girato il video, anche se il televisore non è inquadrato. Se vi capita di includerli, cercate di fare in modo che siano spezzoni molto brevi, di un decina di secondi o poco più, perché sembra essere questa la soglia di durata oltre la quale il sistema ContentID entra in azione e fa partire la contestazione automatica.

Naturalmente c’è sempre l’alternativa drastica, che è quella di pubblicare video su altri siti, come Vimeo o Dailymotion, che non usano automatismi antipirateria così imprecisi e manipolabili come quello di Youtube. Ma questo significherebbe abbandonare uno dei siti di video più frequentati del mondo e dire addio ai sogni di fama che albergano in ogni Youtuber. Buona fortuna.

Questo articolo è il testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 9 gennaio 2018. Fonti: Gizmodo, Torrentfreak.

Twitter segnala il Disinformatico come blog “pericoloso”

Twitter segnala il Disinformatico come blog “pericoloso”

Da ieri il mio articolo sul manuale della Tesla Model 3 viene bloccato e segnalato da Twitter con l’avviso (copia su Archive.is) che “Il link al quale stai cercando di accedere è stato identificato da Twitter o dai nostri partner come potenzialmente pericoloso o associato a una violazione dei Termini di servizio di Twitter”. Cliccando su Continua si viene comunque portati all’articolo.

Twitter non mi ha mandato neanche una riga di spiegazioni, che magari sarebbero state utili per capire la causa del blocco. Una fonte tecnica esterna, solitamente attendibile, mi ha detto che il link a una copia non ufficiale del manuale di Tesla che c’è nel mio articolo è oggetto di una segnalazione secondo la DMCA, la normativa statunitense per la gestione delle violazioni di copyright. Sembra quindi che non ci sia nessun pericolo a visitare il mio articolo, ma che ci sia di mezzo una presunta violazione del diritto d’autore.

Ho sostituito il link con un altro che porta a un articolo che parla del manuale in questione: vediamo che succede.

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Lo studio sulla pirateria insabbiato dalla Commissione Europea

Lo studio sulla pirateria insabbiato dalla Commissione Europea

Di solito mi capita di smentire le tesi di complotto e d’insabbiamento da parte dei governi, ma in questo caso faccio un’eccezione: una ricerca commissionata della Commissione Europea è stata davvero insabbiata.

Si tratta di uno studio, costato 360.000 euro e completato nel 2015, sugli effetti della pirateria sui contenuti vincolati dal diritto d’autore. Si intitola Estimating displacement rates of copyrighted content in the EU,  è lungo oltre 300 pagine e oggi è scaricabile qui, ma non era mai stato reso pubblico.

Sappiamo di questo studio non grazie alle indagini dei complottisti, ma alla tenacia di una parlamentare europea, la tedesca Julia Reda, che ha scoperto che esisteva questo rapporto grazie alla Regola dell’Informazione Laterale che cito spesso nelle tecniche d’indagine giornalistica digitale: per sapere se un dato è vero o falso conviene sempre cercare le informazioni di contorno a quel dato. Se un documento è stato omesso o segretato, può darsi che altrove ci siano informazioni amministrative che ne tengono traccia.

In questo caso, per esempio, la parlamentare si è accorta dell’esistenza di questo studio perché ha scoperto la relativa gara d’appalto, risalente al 2013, e a quel punto ha richiesto accesso al documento. La Commissione, racconta la Reda, non ha risposto in tempo alla richiesta ben due volte.

Come mai tanta riluttanza nel pubblicare uno studio costato fior di quattrini? Può darsi che sia colpa dei suoi risultati, che “non mostrano prove statistiche dello spostamento delle vendite da parte delle violazioni del coypright online” con l’eccezione dei film più popolari e recenti. Risultati che stridono con i vari provvedimenti governativi che mirano a sorvegliare il traffico dei file caricati su Internet di tutti gli utenti, indistintamente, con la giustificazione della tutela del diritto d’autore.

Sia come sia, è indubbio che servono prove robuste per legittimare un intervento del genere e che, come dice la parlamentare, “dati preziosi sia finanziariamente, sia in termini di applicabilità dovrebbero essere disponibili a tutti se sono finanziati dall’Unione Europea: non dovrebbero raccogliere polvere su uno scaffale fino a quando qualcuno li richiede attivamente”.



Fonti aggiuntive: Boingboing.

La7 usa un mio video, poi contesta su Youtube che viola il suo copyright

La7 usa un mio video, poi contesta su Youtube che viola il suo copyright

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2017/09/20 16:15.

Pochi giorni fa ho dato a La7 il permesso di usare per Bersaglio mobile il mio video di debunking del 2008 Misteri da vendere, dedicato alle tesi di complotto sull’11 settembre. Stamattina mi è arrivata la contestazione di La7 per violazione del diritto d’autore su Youtube: io avrei violato il loro copyright perché loro hanno usato il mio video del 2008 in un programma del 2017.

Naturalmente mi sono opposto sia via Youtube, sia rivolgendomi direttamente ai responsabili di Bersaglio mobile.

La contestazione, fra l’altro, riguarda in tutto trentaquattro secondi. So che molte contestazioni sono generate automaticamente, ma questo è un sistema automatico idiota.

2017/09/20 16:15

Ê arrivata pochi minuti fa la rinuncia alla contestazione:

After reviewing your dispute, La7 has decided to release their copyright claim on your YouTube video.

Video title: “Il foro nel Pentagono è davvero troppo piccolo?”

If you earned any money during the dispute, you should receive that money as part of your next YouTube payment.

– The YouTube Team

Dove vanno a finire le foto mandate tramite WhatsApp?

Dove vanno a finire le foto mandate tramite WhatsApp?

Rispondo pubblicamente a una domanda che arriva da Mariana, una docente di scuola media: ci sono informazioni ufficiali e dettagliate su dove vanno a finire le foto che ci si manda tramite WhatsApp?

Sì, ci sono: l’informativa sulla privacy di WhatsApp parla molto chiaro.

WhatsApp non archivia i messaggi dell’utente durante la normale prestazione dei Servizi. Una volta consegnati, i messaggi (compresi chat, foto, video, messaggi vocali, file, e informazioni sulla posizione condivise) vengono eliminati dai nostri server. I messaggi dell’utente vengono archiviati sul suo dispositivo. Se non è possibile consegnare immediatamente un messaggio (ad esempio se l’utente è offline), lo archivieremo nei nostri server fino a 30 giorni nel tentativo di consegnarlo. Se dopo 30 giorni il messaggio non è stato ancora consegnato, verrà eliminato. Per migliorare le prestazioni e consegnare i messaggi con contenuti multimediali in modo più efficiente, ad esempio quando molte persone condividono una foto o un video famoso, archivieremo tale contenuto nei nostri server per un periodo più lungo.

…La crittografia end-to-end significa che i messaggi degli utenti sono criptati per essere protetti dall’essere letti da WhatsApp e da terze parti.

Inoltre le informazioni sulla crittografia di WhatsApp dichiarano che sono criptati messaggi, foto, video, messaggi vocali, documenti, aggiornamenti di stato e chiamate:

When end-to-end encrypted, your messages, photos, videos, voice messages, documents, status updates and calls are secured from falling into the wrong hands.

In altre parole, una foto mandata via WhatsApp rimane sui computer di WhatsApp solo fino a che arriva sullo smartphone dell’ultimo dei destinatari; poi viene cancellata, e in ogni caso WhatsApp dichiara di non poterla vedere.

Tuttavia il prezzo per questa protezione è indicato nell’informativa sulla privacy:

L’utente accetta di fornirci regolarmente i numeri di telefono dei contatti presenti nella rubrica del suo dispositivo mobile, compresi quelli degli utenti dei nostri Servizi e degli altri contatti. L’utente conferma di essere autorizzato a fornirci tali numeri.

Se usate WhatsApp, insomma, date a WhatsApp (e quindi a Facebook e a terzi) il permesso di leggersi tutti i numeri di telefono che avete in rubrica, compresi quelli che vi sono stati affidati con la preghiera di tenerli riservati.

Sul fronte del diritto d’autore, infine, non è vero che le foto diventano proprietà di WhatsApp o di Facebook: l’informativa legale dice chiaramente:

WhatsApp non rivendica la proprietà delle informazioni inviate dall’utente in relazione all’account WhatsApp.

e che

Allo scopo di consentirci di rendere disponibili e fornire i nostri Servizi, l’utente concede a WhatsApp una licenza globale, non esclusiva, senza royalty, che può essere concessa come sub-licenza e trasferibile per utilizzare, riprodurre, distribuire, creare lavori derivativi, visualizzare ed eseguire le informazioni (compresi i contenuti) che carica, invia, memorizza o riceve sui nostri Servizi o tramite essi. I diritti concessi nella presente licenza sono destinati esclusivamente a rendere disponibili e fornire i nostri Servizi (ad esempio al fine di mostrare l’immagine del profilo e il messaggio di stato, trasmettere i messaggi, archiviare i messaggi non consegnati nei nostri server fino a 30 giorni durante i quali tenteremo di consegnarli e secondo le altre modalità descritte nella nostra Informativa sulla privacy).”

Quindi WhatsApp ha solo un diritto temporaneo d’uso, oltretutto limitato all’uso per fornire i servizi di WhatsApp.

“Soft Kitty” di Big Bang Theory, accuse di copyright violato

“Soft Kitty” di Big Bang Theory, accuse di copyright violato

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2017/04/03 14:45.

Se seguite Big Bang Theory conoscete senz’altro la ninna nanna Soft kitty che Sheldon chiede spesso a Penny nei momenti di sconforto. Intorno alla canzoncina è nato un vivace mercato di merchandising. Magari pensavate, come me, che fosse stata inventata per la serie TV, ma invece è una canzoncina che ha quasi cent’anni sulle spalle. E ora è anche oggetto di una lite di copyright.

Le parole furono scritte e pubblicate nel 1937 da Edith Newlin, insegnante d’asilo nel New Hampshire, morta nel 2004. Le figlie hanno ora fatto causa alla CBS e ad altre case produttrici che collaborano alla produzione di Big Bang Theory, accusandole di aver usato il testo senza acquisirne i diritti.

Queste case produttrici hanno infatti chiesto il permesso d’uso del testo alla Willis Music, un’azienda del Kentucky che le aveva pubblicate in un libro di canzoncine per gli asili. Ma secondo le figlie della Newlin, CBS e soci avrebbero dovuto chiedere il permesso a loro, che dichiarano di essere le eredi e titolari dei diritti sul testo.

La notizia in sé è banale, ma mette in luce una delle assurdità delle attuali leggi sul copyright. Non va dimenticato, infatti, che il diritto d’autore nacque allo scopo di tutelare legalmente gli autori e di incentivarli a produrre altre opere dando loro un monopolio automatico temporaneo sulle proprie creazioni. Ma chiaramente è difficile produrre altre opere se si è morti, per cui l’attuale estensione del copyright per settant’anni dopo la morte dell’autore (e in alcuni casi anche oltre) tradisce l’intento originale della legge e non fa altro che creare un pantano legale che porta alla paralisi creativa e portare soldi nelle tasche di chi non ha creato un bel niente: in questo caso, le figlie dell’autrice, ma più in generale le case discografiche, editrici e cinematografiche.

Fonti: BBC, Time.

2017/04/03 14:45. La BBC riferisce che l’azione legale è stata respinta da un giudice.

Smascherato un circuito di pirati cinematografici: gli addetti ai lavori di Hollywood

Smascherato un circuito di pirati cinematografici: gli addetti ai lavori di Hollywood


Ultimo aggiornamento: 2016/11/15 23:50.

Vi siete mai chiesti da dove arrivano le copie pirata perfette dei film appena usciti al cinema? E cosa vogliono dire le strane diciture inglesi “For your consideration” (“Per la vostra valutazione”) che ci sono spesso in queste copie?

Ce lo spiega la Warner Bros, che di recente ha portato in tribunale un’agguerritissima organizzazione dedita alla pirateria cinematografica ai più alti livelli. Quest’organizzazione metteva su Google Drive, a disposizione dei propri clienti, copie perfette di film di prima visione o che addirittura non erano ancora usciti al cinema.

Piccolo particolare importante e sorprendente: l’organizzazione piratesca era un’agenzia di talenti cinematografici che opera a Santa Monica, in California. Gente, insomma, che vive di cinema e la cui esistenza dipende dal rispetto del diritto d’autore.

Secondo i documenti della causa, si tratta della Innovative Artists, accusata dalla Warner di aver violato il diritto d’autore mettendo online numerosi film di prima visione, compresi i cosiddetti screener DVD, ossia i DVD ufficiali dei film non ancora usciti, che vengono distribuiti regolarmente dalla Warner per consentire agli operatori di settore di valutarli (vengono inviati per esempio ai giurati che scelgono gli Oscar). Ecco il perché della dicitura “Per la vostra valutazione”.

La Innovative Artists, dice la Warner, riceveva questi DVD e doveva semplicemente inoltrarli ai propri clienti, ma invece li copiava, togliendo loro le protezioni anticopia (Patronus e CSS) e metteva online le copie, rendendole accessibili anche a familiari e amici al di fuori dell’agenzia. Da qui copie abusive di film come Creed – Nato per combattere e In the Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick finivano anche nei circuiti di scambio pubblici di Internet, dove venivano duplicate in massa.

La Warner ha identificato la provenienza di quete copie pirata grazie al fatto che i suoi DVD contengono non solo dei sistemi antiduplicazione ma anche dei watermark (codici identificativi individuali) che l’operazione di copia abusiva non rimuoveva. Ora la casa cinematografica sta chiedendo fino a 150.000 dollari di risarcimento per ciascuna violazione del suo diritto d’autore.

La Innovative Artists ha chiesto pubblicamente scusa, ma ha anche sottolineato che “la Warner è ben consapevole… che la condivisione degli screener per le premiazioni è la norma all’interno della comunità di Hollywood.” In altre parole, si parla tanto di utenti pirati, ma stavolta gli utenti non c’entrano. Chi è senza peccato scagli la prima pellicola.

Svizzera, condanna per file sharing

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2010/02/01.

Ha fatto notizia, tanto da essere descritta come “decisione storica”, quella che i media locali (RSI online; Il Quotidiano sulla RSI; Ticinonline) indicano come la prima condanna per file sharing illegale in Canton Ticino, dove si trova il mio Maniero Digitale: una diciottenne della zona di Locarno (l’immagine qui accanto è puramente indicativa) è stata condannata per aver violato online la legge federale sul diritto d’autore, acquisendo e offrendo illegalmente ben 270 film e oltre 4200 brani musicali. La pena: 400 franchi, circa 270 euro (le 30 “aliquote” – pari ciascuna a un giorno di guadagno dell’imputato – sono sospese con la condizionale).

Secondo il comunicato dell’IFPI, la multa ammonta invece a 900 franchi in aggiunta a 400 di sanzione e 250 di spese del tribunale, e qualora la ragazza non dovesse pagare la sanzione affronterebbe 14 giorni di prigione. L’IFPI dice che la locarnese aveva “distribuito 4253 file di musica e film che violavano il diritto d’autore sui circuiti peer-to-peer eMule e Bearshare a milioni di potenziali utenti, causando perdite stimate di 13.500 franchi ai titolari dei diritti”.

Non sono sicuro che sia proprio la prima condanna in assoluto (ricordo altri provvedimenti del genere, presentati durante una conferenza alla quale ho preso parte, e verificherò), e vorrei vedere le carte della sentenza prima di commentarla, ma è comunque un buon pretesto per riepilogare un po’ di fatti e considerazioni sullo stato della pirateria audiovisiva in Svizzera.

Innanzi tutto occorre capire una particolarità della legge svizzera sul diritto d’autore: scaricare da Internet film musica o altro materiale vincolato dal diritto d’autore è permesso. Avete capito bene. “Secondo la stragrande maggioranza delle opinioni, il download privato in Svizzera è permesso anche senza l’approvazione degli aventi diritto, anche se l’offerta stessa è illegale”, dice addirittura la SUISA, grosso modo l’equivalente della SIAE italiana, precisando che [I]n merito non vi è tuttavia ancora alcuna sentenza giudiziaria; non è pertanto possibile rispondere al quesito in maniera definitiva”. Per ora non è chiaro se la condanna locarnese permetta di rispondere al quesito e quindi la prassi corrente resta invariata.

Ma allora perché la diciottenne è stata condannata? Perché condivideva file vincolati dal diritto d’autore, e lo faceva al di fuori dell’“ambito privato” o della “cerchia di persone unite da stretti vincoli, quali parenti o amici”, nei quali la condivisione è esplicitamente permessa (articolo 19). E a quanto pare è stata colta da una delle società titolari dei diritti d’autore tramite monitoraggio del circuito di scambio peer-to-peer al quale partecipava (il comunicato IFPI dice che è stata l’IFPI a intraprendere l’azione legale dopo aver proposto un patteggiamento extragiudiziale).

Infatti l’uso dei circuiti peer-to-peer implica quasi sempre la condivisione con sconosciuti di quello che si scarica, per cui chi li adopera, se lo fa per scaricare file vincolati dal copyright, è probabilmente in violazione della legge. Nessun problema, tuttavia, se i file scaricati e condivisi sono file dei quali l’autore ha autorizzato la condivisione o sui quali non c’è diritto d’autore per legge. L’esempio classico è il software libero (condividere una copia di Linux è legalissimo), ma anche i testi delle leggi, le foto della NASA e alcuni brani musicali seguono la stessa regola. Per cui il peer-to-peer in sé non è illegale: dipende da cosa si condivide.

Come si fa a sapere se si sta violando la legge? C’è una regola semplice: date per scontato che se usate un programma di peer-to-peer (come eMule per i circuiti eDonkey ed eKad, oppure software per Gnutella o Bittorrent) per scaricare un film o telefilm che è in TV o al cinema o in vendita, state condividendo quel film con sconosciuti e quindi state commettendo un reato. Idem per la musica: se una canzone è di un cantante o gruppo famoso, in vendita nei negozi, è illegale condividerla sui circuiti peer-to-peer. Non è sempre così, e ci sono alcune eccezioni, ma conviene adottare questo criterio prudenziale. Alla fine, insomma, basta il buon senso: scaricare gratis qualcosa che gli altri pagano è molto probabilmente illegale.

Il vero problema della sentenza ticinese è che farà scalpore per qualche giorno e poi tutto tornerà come prima: chi scarica film e musica si sente invulnerabile, perché è uno fra tanti e pensa di passare inosservato (e in effetti in genere ha ragione, visto il numero striminzitissimo di sentenze). Fra l’altro, va sfatato il mito che scaricare sia un hobby giovanile: il download di film, telefilm e musica è diffuso anche fra gli adulti. Chi ha avviato l’azione legale (presumibilmente una delle società titolari dei diritti sui film condivisi illegalmente) ha vinto forse la battaglia, ma continua a perdere la guerra: quella dell’opinione pubblica.

Un altro problema, infatti, è che manca nell’opinione pubblica la percezione del danno. In effetti è difficile per Hollywood lamentarsi della pirateria quando il 2009 è stato l’anno record d’incassi (dieci miliardi di dollari soltanto in USA e Canada, un miliardo in più del 2008, grazie anche ai prezzi maggiorati delle proiezioni in 3D), secondo TorrentFreak, e si paga una tassa (più propriamente un indennizzo) sui supporti vergini come CD e DVD, per cui molti si sentono legittimati a scaricare film, telefilm e musica.

Certo, la legge va rispettata per principio, ma in effetti in molti casi il danno reale non c’è. È sbagliato l’assunto che chi pirata non va al cinema o non compra DVD. Chi pirata, accontentandosi di vedere male film ripresi con una telecamera in un cinema, spesso lo fa perché comunque non comprerebbe il DVD e non andrebbe al cinema: non è un cliente perso ai pirati, è un cliente che non c’è mai stato. E se un film passa in TV, dove pago i diritti per vederlo, ma me lo perdo e lo scarico da Internet, o se ho comperato il DVD del film e scopro che non lo posso trasferire al mio lettore video portatile perché ha un lucchetto anticopia, dove sta il danno?

Ci sono poi persone che scaricano un film dopo averlo già visto al cinema perché ne vogliono conservare una copia al riparo dalle modifiche, dai ridoppiaggi, dalle censure e dai tagli che avvengono molto spesso prima della distribuzione in DVD/Blu-Ray, o perché il DVD semplicemente non esiste.

Un esempio: avete presente il film comico classico Operazione Sottoveste? Non esiste su DVD in italiano (uno spettatore del Quotidiano, al quale ho partecipato, mi ha però mandato la copertina che vedete qui accanto: scoprite se è vera o falsa). Se lo cercate, lo trovate solo sui circuiti di condivisione. Perché i titolari dei diritti non ne fanno il DVD?

Lo stesso vale per tanti cartoni animati, specialmente giapponesi, e per film e intere stagioni di telefilm mai distribuiti dai titolari dei diritti.

Se un’opera è introvabile e non è in vendita, di preciso che danno provoca chi la scarica da Internet e la offre ad altri appassionati? Se si vuole ragionare sul problema, è meglio dunque sbarazzarsi del cliché del cittadino scroccone, perché spesso non corrisponde alla realtà. Non siamo tutti pirati perché ci piace scroccare.

La sentenza svizzera, inoltre, non fermerà certo i pirati professionisti e quelli esperti. I professionisti hanno complici nella filiera di produzione (ricordate il primo Hulk trafugato prima che fossero finiti gli effetti speciali, per cui ogni tanto perdeva i pantaloncini? O la versione grezza di Wolverine che circolò prima dell’uscita del film); gli esperti sanno dove e come scaricare senza condividere online (qualcuno si ricorda ancora che esistono i newsgroup binari, e prendono piede i terabyte party). E intanto i lucchetti digitali e le campagne antipirateria tormentano gli utenti onesti: perché mi mettete lo spot “non ruberesti mai una borsa, non ruberesti mai un nettaorecchie elettrico, copiare film è reato” nei DVD e mi impedite di saltarlo? Per l’amor del cielo, se ho comprato il DVD, lo so benissimo che copiare è reato. Non è a me che dovete dirlo.

La soluzione più probabile al problema della violazione sistematica del diritto d’autore non è la repressione. Inutile tentare di arginare un fiume fermando una goccia alla volta. È decisamente più efficace, e inimica sicuramente meno i potenziali clienti, creare un’offerta legale di film e telefilm scaricabili a pagamento in modo semplice, come già avviene per esempio con iTunes negli Stati Uniti, offrire DVD a prezzi abbordabili ed educare gli utenti all’idea che un film va visto con i colori originali, con l’audio pulito e senza il rischio di trovarsi uno spezzone di porno a metà di Bambi (che darebbe tutt’altro senso alla battuta “Uccellino!” del neonato cerbiatto). Anche perché il cinema e la produzione televisiva danno da mangiare non solo alle star e ai produttori strapagati (che potrebbero anche darsi una regolata sui compensi milionari), ma anche a tanta gente comune: i tecnici, gli operai che costruiscono i set, le costumiste, i traduttori, i doppiatori, e tanti altri. Pensiamoci.