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Antibufala: la misteriosa “raccomandata elettronica” da TIM non è una truffa o un malware

Antibufala: la misteriosa “raccomandata elettronica” da TIM non è una truffa o un malware

Ultimo aggiornamento: 2024/05/04 13:05.

Se avete ricevuto una mail contenente un “Avviso di giacenza posta raccomandata” spedito da Tnotice.com etichettata “Per conto di TIM S.p.A.” e avete sospettato che si trattasse di una truffa o di un tentativo di attacco informatico, non siete i soli e non avete tutti i torti.

Già un mittente strano come Tnotice.com fa insospettire, ma il messaggio contiene anche gli errori dilettanteschi sono tipici delle mail dei truffatori:

  • no replay al posto di no reply (nella mail)
  • retire the message come traduzione maccheronica di ritira il messaggio (to retire significa “pensionare”)
  • frequent ask questions al posto di frequently asked questions 
  • informations, che persino uno studente al primo anno d’inglese sa che non ha il plurale (è un uncountable)

A chi ha confezionato e approvato questa roba andrebbe regalata una canna da pesca insieme a un prepensionamento anticipato in modo che non possa più fare altri danni.

Fra l’altro, questa “raccomandata elettronica” può essere ritirata da chiunque abbia la mail ricevuta: basta dare un numero di telefono qualsiasi per ricevere via SMS il codice di accesso.

Se volete sapere cosa contiene questa “raccomandata”, ecco il testo che ho ricevuto io: un paragrafo unico di burocratese stretto che parla di un possibile rimborso per la pratica delle bollette con periodicità di 28 giorni.

Oggetto: TIM Informa

Il Tribunale di Milano, Sezione Undicesima Civile, all’esito dell’azione ordinaria promossa da Associazione Movimento Consumatori, ha inibito a TELECOM ITALIA S.P.A. l’adozione, l’uso e gli effetti nei contratti di telefonia fissa (o di altri servizi offerti in abbinamento alla telefonia fissa) stipulati con i consumatori, di clausole che prevedono rinnovi e pagamenti su base temporale di 28 giorni/8 settimane. L’adozione e l’uso di tale periodicità, a far data dal 01.04.2017, ha leso e lede i diritti e gli interessi collettivi dei consumatori, previsti dall’art. 2 Codice del consumo (1: diritto ad un’adeguata informazione ed ad una corretta pubblicità; 2: diritto a pratiche commerciali improntate a principi di buona fede, correttezza e lealtà; 3: diritto alla correttezza, alla trasparenza ed all’equità nei rapporti contrattuali) con violazione anche dei contenuti informativi minimi e del principio di trasparenza, previsti a favore dei consumatori utenti di servizi telefonici dagli artt. 70 e 71 Codice delle comunicazioni elettroniche. Tale condotta si risolve altresì in una pratica commerciale scorretta ingannevole, vietata dall’art. 20 Codice del consumo, in quanto l’adozione di tale periodicità (28 giorni), diversa da quella d’uso, risulta contraria alla diligenza professionale ed è idonea a falsare in maniera apprezzabile il comportamento economico del consumatore medio, rendendo difficile la valutazione delle offerte ed il confronto tra le medesime, anche ai fini dell’esercizio della facoltà di recesso gratuito, prevista dalla legge in caso di mutamento unilaterale delle condizioni del servizio da parte dell’operatore telefonico. L’illegittimità della condotta sopra descritta comporta il diritto di ciascun consumatore che abbia subito, nell’ambito di un contratto di telefonia fissa (o di altri servizi offerti in abbinamento alla telefonia fissa), l’adozione della periodicità di fatturazione a 28 giorni/8 settimane, alla ripetizione delle somme indebitamente corrisposte.

Puoi effettuare la tua richiesta on line dalla Home Page del sito tim.it nella sezione «TIM Sempre al tuo fianco» compilando il modulo dedicato, indicando il seguente codice unico [omissis].

Antibufala: Sole 24 Ore, “Lo smartphone ci ascolta? Cominciano ad arrivare le prime evidenze”. Ma anche no

Antibufala: Sole 24 Ore, “Lo smartphone ci ascolta? Cominciano ad arrivare le prime evidenze”. Ma anche no

Il 28 dicembre scorso il
Sole 24 Ore ha pubblicato un articolo
intitolato
“Lo smartphone ci ascolta? Cominciano ad arrivare le prime
evidenze”
, a firma di Marco Trabucchi. Il
titolo è fuorviante e l’articolo rischia di creare un allarmismo inutile e
ingiustificato.

In sintesi, il titolo suggerisce che tutti i telefonini siano impostati
automaticamente per ascoltarci. Non è così, neppure secondo la fonte
citata proprio dal Sole, che purtroppo non ha linkato la propria fonte.
Però l’ho trovata io per voi, e la storia che racconta è parecchio diversa da
quella suggerita dal titolo: si tratta di un ascolto reso possibile
solo se si installa una specifica app che lo includa e
solo se si accetta l’attivazione del microfono, che viene
esplicitamente chiesta all’utente dal sistema operativo (Android o iOS). Non è
una funzione incorporata o generalizzata presente in tutti i telefonini.

Quindi no, lo smartphone non ci ascolta: semmai è la singola app che può
tentare di chiederci il permesso di ascoltarci. Se glielo neghiamo, le
salvaguardie presenti nei sistemi operativi non le consentono di accedere al
microfono. Che è esattamente quello che era già successo nel 2019 con l’app
calcistica spagnola.

Niente di nuovo sotto il sole*, insomma, ma la vicenda è un promemoria utile
del fatto che non bisogna installare app a casaccio e soprattutto non bisogna
concedere alle app di avere accesso a fotocamera e microfono senza un fondato
motivo, perché le aziende di marketing ci provano in continuazione: per loro,
noi non siamo persone, siamo consumatori. Siamo polli da spennare. A loro non
interessa se la loro app registra le vostre conversazioni intime con il vostro
medico o le prime esperienze amorose di vostra figlia: ci proveranno, e
continueranno a provarci, per cui è doveroso fare resistenza.

* Gioco di parole non intenzionale, ma lo lascio lo stesso.

Usate le app conosciute, fate attenzione a richieste strane di permessi di
accesso e sarete a posto: ci penseranno gli esperti a leggersi le condizioni
d’uso delle app più famose e rivelare eventuali clausole che prevedano
l’ascolto automatico e indiscriminato delle conversazioni.

E se proprio non vi fidate nemmeno degli esperti indipendenti e siete convinti
che comunque il vostro telefonino vi spii, allora che ci fate ancora
con uno smartphone addosso?

Se volete tutti i dettagli, ho pubblicato una versione estesa di questo
articolo su
Patreon, ad accesso gratuito. Sto facendo un po’ di prove; ditemi cosa ne pensate
nei commenti qui sotto.

SMS Premium Challenge: riuscite a creare un sito che catturi il numero di telefonino e faccia mandare l’SMS di conferma di nascosto?

Ultimo aggiornamento: 2022/02/02 10:55. Ringrazio tutti i lettori e commentatori che hanno contribuito e stanno tuttora contribuendo ad ampliare questo articolo.

Per ora non posso rivelare i dettagli, ma ho una sfida per voi: creare un sito
dimostrativo che imiti in modo innocuo i siti truffaldini che fanno abbonare
con l’inganno gli utenti ai servizi SMS Premium. Il committente è disposto a
pagare.

Premessa: cosa sono gli SMS Premium e perché sono il male

Gli SMS Premium sono degli SMS a costo fortemente maggiorato: costano
vari euro/franchi a messaggio inviato o ricevuto (in Svizzera un
singolo messaggio una tantum può costare fino a 100 CHF; per gli abbonamenti i
singoli messaggi costano di solito 5 CHF). Fanno parte dei cosiddetti
servizi a valore aggiunto. Il loro costo viene addebitato direttamente
sulle bollette telefoniche. Esistono in quasi tutti i paesi del mondo. In
Italia, per esempio, sono descritti
qui da Vodafone.

In teoria questi SMS Premium dovrebbero servire a fornire informazioni a
pagamento (oroscopi, previsioni meteo, notizie) o consentire il pagamento di
servizi (biglietti di trasporto, parcheggi, suonerie o contenuti erotici) su
richiesta degli utenti, ma in pratica moltissimi utenti lamentano di essersi
trovati abbonati a questi servizi senza aver fatto alcuna richiesta. Se ne
accorgono quando trovano sulla propria bolletta degli addebiti inattesi.

Sempre in teoria, abbonarsi a questi servizi richiede due invii di SMS:
uno di richiesta del servizio e uno di conferma della richiesta. Sembrerebbe
quindi impossibile iscriversi agli SMS premium senza accorgersene.

Eppure succede: è successo di recente con il malware Joker, un’app pubblicata
anche sul Play Store di Google, che fingeva per esempio di essere un’app di
sfondi di Squid Game ma in realtà, spiega
Kaspersky, è
“in grado di iscrivere di nascosto le proprie vittime ai servizi in
abbonamento premium simulando il processo di abbonamento”
.
Punto Informatico
scrive che Joker agisce “[s]imulando i tocchi e intercettando gli SMS”.
Un altro esempio è la famiglia di app truffaldine per Android
UltimaSMS
descritta da Avast
(2021): la vittima viene convinta a digitare il proprio numero di telefono e
poi l’app provvede ad abbonarla. Su Android le app possono inviare SMS; su
iPhone no. Le app
possono anche
cancellare le tracce
della richiesta di abbonamento.

Wired.it si è occupata della questione per l’Italia nel 2016, descrivendo l’uso del DNS e della connessione cellulare come ingredienti essenziali delle attivazioni indesiderate. 

Inoltre c’è stata una condanna dell’AGCOM a TIM per non aver “adottato con la dovuta tempestività e esaustività misure idonee a
prevenire l’attivazione dei servizi premium in assenza del previo
consenso degli utenti né a impedirne l’addebito anche in casi di chiara
incompatibilità del servizio con l’espressione del consenso”.
L’attivazione era avvenuta anche su SIM che non erano inserite in telefonini ma erano “dedicate al controllo da remoto di particolari dispositivi (es. telesorveglianza, teleallarme) e/o prive di connessione dati” (PDF). Ad agosto 2021 l’AGCOM ha multato WindTre, Vodafone e TIM per attivazione dei servizi premium senza il consenso degli utenti (HWupgrade.it).

— 

Adesso ho per le mani una serie di casi nei quali è quasi certo che sugli
smartphone delle vittime non sono state installate app ostili. È possibile che le vittime abbiano semplicemente visitato dei siti che sarebbero riusciti a
simulare le azioni degli utenti, carpendo il loro numero di telefonino e
mandando automaticamente gli SMS di richiesta e/o di conferma di abbonamento.

Molte compagnie telefoniche rifiutano di rimborsare questi abbonamenti
ottenuti con l’inganno argomentando che a) non è possibile che l’utente non si
accorga della procedura in corso b) comunque loro sono solo intermediari che
forniscono il servizio per conto terzi. E questa cosa va avanti da oltre dieci
anni. È un problema di cui
ho già scritto in varie occasioni.

Ci si può difendere preventivamente chiedendo al proprio operatore il blocco
dei servizi SMS Premium; di solito basta un SMS apposito o una telefonata
gratuita all’operatore. In Svizzera le istruzioni su come procedere sono
pubblicate per esempio
qui da Swisscom,
qui da Salt e
qui da Sunrise.

Si può inoltre risalire alla società che gestisce il servizio pagato tramite
gli SMS Premium usando gli elenchi dei loro numeri brevi (qui su Swisscom; qui su Salt;
qui su Sunrise).

Maggiori informazioni sono
qui
sul sito dell’Ufficio federale delle comunicazioni (UFCOM), che include il
codice di comportamento
di questi fornitori di servizi e precisa che la conferma di abbonamento può
essere inviata dall’utente tramite SMS, MMS o WAP. 

Per l’Italia il codice di
condotta è pubblicato
qui da Vodafone e l’AGCOM a gennaio 2021 ha disposto che le nuove SIM abbiano bloccati per default i servizi SMS Premium (l’annuncio di Tim.it è qui). La stessa Autorità ha anche predisposto un servizio di conciliazione per le attivazioni non volute di servizi premium.

Insomma, gli utenti sono protetti, grazie alla possibilità di bloccare questi servizi (in Svizzera) o al blocco per default (in Italia) e all’obbligo di inviare un SMS di conferma (in entrambi i paesi). Il messaggio che
arriva dagli operatori è molto chiaro: se gli utenti si trovano abbonati a
questi servizi SMS Premium, è solo colpa loro.

È davvero così?

La sfida: fare un sito che dimostri un abbonamento fatto di nascosto

Non c’è dubbio che si possano creare app che abbonano di nascosto gli
utenti. Ma è possibile creare un sito che faccia altrettanto, senza
installare nulla sul telefonino?

Il sito dovrebbe:

  1. Prendere il controllo del telefonino della vittima in modo da fargli inviare
    un normale SMS contenente un testo preciso (per esempio “START INFO”)
    a un numero specifico.
  2. Restando aperto sullo smartphone della vittima, riconoscere l’SMS di
    richiesta di conferma che le arriva. Questo SMS può anche essere visibile e
    salvato.
  3. Mandare a un numero specifico un SMS che faccia da richiesta di conferma (di
    solito costituita semplicemente da un “SI”). Facoltativamente, questo
    SMS può essere cancellato.

Inoltre dovrebbe fare tutto questo, se possibile, senza mostrare nulla di
significativo sullo schermo. 

Il sito, essendo dimostrativo, dovrà avere un nome e una grafica che ne
indichi chiaramente la natura di pura dimostrazione giornalistica.

La demo da realizzare sarebbe questa:

  • il telefonino-vittima (uno smartphone sacrificabile con SIM altrettanto
    sacrificabile) visita il sito
  • manda un SMS al mio telefonino
  • il mio telefonino manda un SMS al telefonino-vittima (simulando la richiesta
    di conferma di un abbonamento
  • il telefonino-vittima risponde mandando un SMS con scritto “SI” al mio
    telefonino
  • il tutto riducendo al minimo possibile le azioni della vittima e la
    visibilità di quello che sta succedendo.

In alternativa o in aggiunta, sto cercando qualcuno del settore che mi possa raccontare in dettaglio le tecniche usate per ottenere questi abbonamenti fraudolenti. Offro la garanzia giuridica dell’anonimato giornalistico.

Per il passo 1 forse ci si può appoggiare a funzioni come l’invio di SMS tramite link HTML: la vittima verrebbe quindi convinta a cliccare su un link. La sintassi è
di questo tipo:

    <a href="sms:numero&body=messaggio">Testo visibile</a> 
  

Se servono degli spazi nel messaggio basta usare %20 al posto dello
spazio. Invece di un testo visibile si può usare un’immagine.
Qui
trovate un generatore di pulsanti che mandano SMS.

Un’alternativa è usare le tecniche adoperate dai vari siti che invitano
l’utente a digitare il proprio numero di telefonino con qualche scusa
(facili da trovare, per il mercato svizzero, cercando diciture come
Gib Deine Handynummer Ein oppure Gib Deine Handy-Nr. ein). Ne
ho salvato un esempio
qui su Archive.is; il JavaScript che
(mi pare di capire) gestisce l’acquisizione e l’invio del numero di
telefonino è
qui.

Per i passi 2 e 3 forse si può usare la funzione OTP Autofill,
descritta in
questo mio articolo. Alcune delle tecniche usate dalle società che erogano questi servizi sono descritte in questo Reddit al quale partecipa una persona che dice di aver lavorato nel settore in Italia.

Esistono vari sistemi.
I più banali sono: porte usb di luoghi pubblici che mandano informazioni
e reti wifi pubbliche che fanno altrettanto.
Se ti trovi a casa in una rete sicura è invece molto probabile che tu
abbia installato qualche app (a cui tu hai dato il consenso) che manda
il tuo numero ad un servizio di adv.
Quando capiti in uno di questi siti malevoli mentre stai sicuramente
facendo qualche ricerca universitaria, ci sono vari script che abilitano
il servizio simulando un tuo consenso attivo.

Se non ricordo male, il wifi dei freccia rossa (almeno 4 anni fa) ti
chiedeva il numero di telefono per fare l’accesso. Ed ecco che hanno il
tuo numero.
Con le USB invece fidati che fanno quello che vogliono, soprattutto se
hai Android…ti basta una superficiale googlata per trovare migliaia di
attacchi, alcuni ancora validi dal 2010.

La maggior parte delle volte i servizi vengono attivati tramite script
che prendono azioni al posto tuo, trojan vari che ti infettano il
sistema o, nel peggiore dei casi ma fortunatamente più raro,
semplicemente qualcuno con una lista di numeri inizia ad abbonarli in
modo arbitrario. Purtroppo di programmazione capisco poco e niente, non
so darti i dettagli tecnici. Posso dirti però che il metodo informatico
usato diventa più complesso a seconda della regolamentazione. Se il
paese prevede un flusso abbonamenti 1 click (vale a dire, è sufficiente
che il cliente clicchi una volta per abbonarsi) allora è sufficiente uno
script nella pagina che incrementi la sensibilità del pulsante o che
simuli un’azione. Se invece vige il pin (per abbonarti devi scrivere una
password che ti viene mandata al cellulare) allora per riuscirci devi
per forza infettare il sistema o trovare un bug lato operatore da
sfruttare. Questi ‘bug’ sono comunemente considerati lasciati
volontariamente dagli operatori tra i miei colleghi.

Per nascondere il tutto, segnalo due tecniche molto in voga qualche tempo fa
fra i truffatori (e forse usate tuttora):

  • Indurre la vittima a toccare tante volte lo schermo in rapida successione,
    facendo poi comparire il pulsante di invio degli SMS a sorpresa (il
    pulsante può anche essere invisibile, per esempio dello stesso colore
    dello sfondo); questo di solito frega la vittima, che non fa in tempo ad
    accorgersi che è cambiata la schermata e quindi tocca il pulsante di
    invio.
  • Prendere il tocco dell’utente, fatto su una pagina del tutto innocente, e
    passarlo a una schermata sottostante che conteneva il pulsante di invio
    dell’SMS.

Se avete idee, consigli o suggerimenti, i commenti sono a vostra
disposizione. Se siete in grado di creare un sito del genere, mandatemi i
vostri preventivi via mail e li girerò al committente.

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle
donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere
ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico) o
altri metodi.

Hacker nel Far West

Ultimo aggiornamento: 2022/01/23 19:50. 

È una scena classica da western: l’eroe si accorge che sta per avvenire una
rapina e corre a perdifiato per avvisare lo sceriffo, arrivando appena in
tempo. Se invece vedeste un cowboy che corre semplicemente… fino al
telefono più vicino restereste probabilmente spiazzati. 

Ma la realtà
storica è questa: già nel 1890, quindi sul finire dell’era western comunemente
intesa, negli Stati Uniti si potevano comperare i telefoni, e questi telefoni
venivano “hackerati” dai cowboy per telefonare gratis nelle grandi pianure
rurali.

Il problema non era procurarsi il telefono: lo si poteva ordinare per
posta. Ma mancavano i cavi telefonici, che le compagnie come la Bell Telephone
installavano soltanto nelle città. Tirare centinaia di chilometri di cavi per
servire una manciata di persone non aveva nessuna convenienza economica.

Ma alcuni rancher intraprendenti si resero conto che in realtà i cavi
c’erano già: bastava essere un pochino creativi. Le loro enormi proprietà
erano infatti delimitate dal filo spinato, che è in sostanza un filo metallico
in grado di condurre corrente e quindi anche di trasportare un segnale
telefonico.

E di filo spinato ce n’era tanto. Nel periodo di picco, nel West ne veniva
posato oltre un milione di chilometri ogni anno. Bastava attaccare un
telefono alla recinzione e si poteva telefonare da un capo all’altro del filo,
dato che i telefoni di quell’epoca erano autoalimentati da una batteria e
generavano un segnale elettrico molto potente. Non serviva un centralino e non
serviva un abbonamento. 

Si potevano anche fare chiamate collettive: anzi, quando qualcuno faceva una
chiamata, squillavano tutti i telefoni presenti sul circuito. Ci si metteva
d’accordo con una sequenza particolare di squilli per indicare la persona con
la quale si voleva comunicare, ma era normale che rispondessero un po’ tutti.
Le occasioni per parlare con qualcuno erano pochissime e quindi erano
benvenute.

Questa strana storia di hacking nel Far West è documentata da storici
come Rob MacDougall, della University of Western Ontario, in Canada, e
raccontata da riviste come New Scientist (21/28 dicembre 2013) in tempi
recenti e dalla Electrical Review del 1897, che segnala un ranch in
California in cui
“fra i vari accampamenti c’è una comunicazione telefonica tramite le
recinzioni di filo spinato”
. Il New England Journal of Agriculture, sempre nel 1897, cita due
contadini del Kansas che vivevano a un miglio di distanza l’uno dall’altro e
avevano collegato due telefoni al filo spinato per parlarsi.

In Texas, poi, c’era una recinzione, quello dell’XIT Ranch, che si estendeva
per oltre 260 chilometri, e ai primi del Novecento
“furono installati moltissimi telefoni nel ranch. Dove possibile, il filo
superiore delle recinzioni veniva usato come linea telefonica, anche se la
qualità del ‘servizio’ era atroce”
, spiega il
Texas Standard
nel 2021. E non erano casi isolati: nel 1907 questi sistemi telefonici artigianali raccoglievano circa
tre milioni di utenti, ossia mezzo milione in più di quelli della compagnia telefonica Bell. Trovate altre informazioni e dettagli in proposito su Atlas Obscura, How Stuff Works, Inc.

Queste reti telefoniche di filo spinato avevano però un limite: consentivano
soltanto telefonate locali. Alla fine prevalsero le compagnie telefoniche, che
offrivano chiamate interubane verso chiunque, anche se a pagamento, e oggi i
cowboy comunicano le emergenze usando modernissimi telefoni satellitari, che
prendono la linea anche dove non c’è il segnale radio della rete cellulare
convenzionale.

Fonte: NBC News.

Storie dimenticate come questa, però, sono importanti per ricordare che non
sempre è necessario ricorrere a tecnologie complicate, software e sistemi
digitali per ottenere risultati sorprendenti. E se dovesse capitarvi di vedere
un western in cui qualcuno telefona, non stupitevi e non gridate all’errore. La storia della
tecnologia è piena di soluzioni alternative finite nell’oblio. Ogni tanto conviene ripassarle.

Messaggi vocali e netiquette, parliamone

Messaggi vocali e netiquette, parliamone

La crescente popolarità di social network solo audio come Clubhouse (e le funzioni analoghe in arrivo su Twitter) e dei messaggi vocali su WhatsApp e simili è un’occasione per riflettere sulle nuove forme di comunicazione e sui loro pregi e limiti. Sembra che la tendenza stia portando sempre più ad abbandonare la telefonata classica e anche il messaggio di testo in favore dei messaggi vocali.

Molti utenti trovano che usare un messaggio vocale invece di scrivere sia più veloce e renda più chiara l’intenzione e il tono di chi parla; inoltre è possibile produrli mentre si hanno le mani impegnate o quando manca la possibilità di concentrarsi su schermo o tastiera.

Ci sono poi tanti casi nei quali un messaggio vocale è l’unica via: analfabetismo, difficoltà a scrivere una lingua ma non a parlarla, dislessia,
ipovisione o cecità, impossibilità fisica a scrivere. In questo senso i messaggi vocali sono estremamente utili e preziosi.

Ma attenzione agli abusi, soprattutto per lavoro. Molti mandano messaggi vocali semplicemente per pigrizia, senza considerare che mandare
un messaggio vocale farcito di errori e di “uh.. eh…uhm…”
e che non va al sodo, invece di scrivere, vuol dire che chi manda considera più importante il
proprio tempo di quello di chi dovrà ascoltarselo. 

Leggere è di solito molto più veloce che ascoltare. E non sempre è possibile
ascoltare un vocale, per esempio nei luoghi affollati o rumorosi, senza privacy, o nei quali
si deve mantenere il silenzio e non disturbare gli altri. Inoltre non è possibile fare ricerche all’interno dei messaggi vocali per ritrovare un’informazione.

Considerate quindi l’opportunità di usare la funzione di trascrizione della voce, invece di un messaggio vocale, ovviamente ricontrollando che cosa ha capito il telefonino prima di inviarlo, per evitare malintesi. Oppure semplicemente rinviate l’invio di un messaggio fino al momento in cui potete fermarvi a scriverlo e comporlo in modo efficace e comprensibile. 

So che oggi può sembrare un’eresia, ma ricordate che potreste anche molto semplicemente telefonare

Il messaggio vocale, insomma, fa risparmiare tempo a chi lo manda ma lo fa spendere a chi lo riceve. E se qualcuno si offende e si giustifica dicendo che i vocali si possono ascoltare mentre si fa altro e invece i messaggi di testo richiedono di fermarsi a leggerli, suggerisco questa risposta: “In altre parole, mi stai dicendo che le cose che faccio sono così
stupide e facili che posso farle anche mentre ascolto messaggi. Secondariamente, mi stai dicendo che i tuoi messaggi sono così poco importanti che posso ascoltarli mentre sto facendo altro.”

Perché Samsung toglie la radio FM dai propri telefonini? C’entra una legge italiana

Perché Samsung toglie la radio FM dai propri telefonini? C’entra una legge italiana

Ultimo aggiornamento: 2021/01/04 12:30.

Numerosi lettori mi stanno segnalando che l’aggiornamento software dei loro telefonini Samsung parla di “nuove funzioni” ma in realtà ne toglie una intanto che aggiunge quelle nuove. Disabilita la radio FM.

La schermata dice “Ti informiamo che scegliendo di installare il presente aggiornamento, rimuoverai la funzione Radio FM dal tuo smartphone. Il presente aggiornamento viene rilasciato in ragione dell’entrata in vigore della legge n. 205/2017.”

Le ulteriori informazioni fornite rimandano a questa pagina del sito Samsung (copia permanente), che si riferisce al Samsung Galaxy A50, parla della Build A505FNXXU5BTL3 di Android 10 rilasciata il 9 dicembre 2020 e dice “Please be informed that if you decide to install this software update, you will remove the Radio FM feature from your smartphone. This software update is released in consideration of the Italian Law n. 205/2017.”

Il fenomeno, insomma, è legato a un provvedimento italiano. Questa legge 205/2017, a quanto risulta dai forum Samsung, obbliga i fabbricanti (di qualunque marca) a disabilitare il ricevitore FM integrato nei suoi dispositivi venduti in Italia. Le ragioni piuttosto bizzarre sono spiegate (per così dire) qui su Qds.it: si tratterebbe dell’articolo 1, comma 1044 di questa legge, che recità così:

Al fine di favorire l’innovazione tecnologica, a decorrere dal 1º giugno 2019 gli apparecchi atti alla ricezione della radiodiffusione sonora venduti dalle aziende produttrici ai distributori di apparecchiature elettroniche al dettaglio sul territorio nazionale integrano almeno un’interfaccia che consenta all’utente di ricevere i servizi della radio digitale. Per le medesime finalità, a decorrere dal 1º gennaio 2020 gli apparecchi atti alla ricezione della radiodiffusione sonora venduti ai consumatori nel territorio nazionale integrano almeno un’interfaccia che consenta all’utente di ricevere i servizi della radio digitale.

Se vi state chiedendo perché un comma che aggiunge la funzione di radio digitale finisca in pratica per disabilitare la funzione di radio FM, non siete i soli. Se qualcuno sa spiegare bene questa cosa, i commenti sono a sua disposizione. 

La spiegazione prevalente, per ora, è che la legge italiana obblighi chiunque produca un ricevitore radio (o un dispositivo che includa un ricevitore radio) a dotarlo della possibilità di ricevere le radio digitali (DAB). Siccome questa dotazione costerebbe troppo, i produttori preferiscono modificare gli smartphone in modo che non includano più la funzione di ricevitore radio e apportano questa modifica tramite un aggiornamento del software.

Il 18 dicembre Wired.it ha pubblicato un articolo sulla questione: 

“Dal prossimo 1° gennaio 2021, tutti gli smartphone dotati di radio Fm che sono stati venduti finora in Italia dovranno spegnere il servizio per rispettare l’entrata ufficiale in vigore della legge n. 205/2017 e la successiva integrazione del decreto Sblocca Cantieri […] Tutti gli altri smartphone con radio fm integrata non rispetteranno le richieste e dovranno dunque spegnere il servizio rispettando la scadenza del 1 gennaio 2021.” 

Questo conferma la tesi che la legge italiana vieta gli smartphone che abbiano soltanto la radio FM e non includano anche la radio DAB+. Un classico esempio di legge che vorrebbe promuovere l’innovazione ma finisce per menomare gli apparecchi esistenti togliendo loro una funzione.

Per ascoltare le radio tramite lo smartphone occorrerà quindi usare app apposite che si collegano a Internet, consumando traffico dati, invece di captare il segnale radio FM gratuitamente.

La situazione svizzera prevede il passaggio dalla trasmissione analogica (FM) a quella digitale (DAB+) nel 2022-23, secondo l’Ufficio Federale delle Comunicazioni (UFCOM) citato da Tio.ch.

5G: come eliminare il 90% delle emissioni, spiegato da un esperto

5G: come eliminare il 90% delle emissioni, spiegato da un esperto

L’associazione svizzera di e-commerce Netcommsuisse ha intervistato ieri Pascal Grieder, ingegnere e CEO dell’operatore telefonico svizzero Salt Mobile, e io ho avuto il piacere di assistere e partecipare all’incontro trasmesso in streaming.

Qui sotto (se viene concesso l’embedding) o a questo link trovate l’intervista integrale (in inglese), ricca di spunti e di informazioni concrete sullo stato della comunicazione cablata (particolarmente in fibra ottica) e mobile in Svizzera e in altri paesi, ma vorrei sottolineare il passaggio in cui Grieder spiega con poche parole perfettamente piazzate che esiste un modo, basato esclusivamente su principi di fisica indiscussi, noti da oltre un secolo e non di parte, per eliminare con un semplice gesto il 90% delle emissioni cellulari del 5G, per tutti coloro che si dichiarano anti-5G: non usare il telefonino.

Da 20:00 in avanti, Grieder dice:

“Il 5G, come il 4G, il 3G e il 2G, è una tecnologia [di comunicazione] mobile ben consolidata. Dire che il 5G è dannoso è come dire che Windows 11 è cancerogeno. Parlando in termini di fisica, [il 5G] è un aggiornamento incrementale; non c’è nessuna differenza fondamentale tra il 5G e il 4G. Se le critiche mosse al 5G fossero valide, allora dovremmo disattivare tutte le reti mobili, perché quelle critiche varrebbero anche per il 4G e il 3G. Dal punto di vista fisico o medico, non c’è nessuna grande differenza tra 5G e 4G.

Detto questo, abbiamo oltre un miliardo di utenti in tutto il mondo che usano le reti mobili da vent’anni. Non c’è nessuna prova che questo causi danni sistematici alla salute. Dopo un miliardo di utenti in vent’anni, personalmente credo che se ci fosse un problema, ormai lo sapremmo. Abbiamo dati a sufficienza.”

Grieder nota che ovviamente lui verrà visto come di parte, ma la fisica non lo è:

“È molto semplice. Se guardi le radiazioni, a cui siamo esposti tu, io, tutti, oltre il 90% proviene dal tuo telefonino. Oltre il 90% delle radiazioni alle quali sei esposto proviene dal tuo telefonino. Quindi se sei preoccupato a proposito delle radiazioni del 5G, non comprare un telefonino 5G, disattiva il 5G sul tuo telefonino 5G, e avrai risolto il 90% del problema.”

Infatti anche per il 5G, come per qualunque radiazione elettromagnetica, vale la legge dell’inverso del quadrato: in altre parole, se raddoppi la distanza dalla sorgente l’intensità diventa quattro volte minore; se tieni il telefonino a un centimetro dall’orecchio e poi lo sposti a un metro, l’energia che ti arriva all’orecchio è diecimila volte inferiore. Quindi la fonte principale di emissioni per ciascuno di noi è il nostro telefonino, perché è così vicino.

Le antenne cellulari sono più potenti, ma molto più lontane, così come un lampione è più potente di una torcia, ma se mi metto la torcia vicino agli occhi mi abbaglia più del lampione lontano.

Credit: Wikipedia.

Sempre per la stessa legge fisica, spiega ancora Grieder,

“le radiazioni emesse dal vostro telefonino sono più intense se le antenne sono più lontane. Quindi tutte le persone che bloccano l’installazione di nuove antenne perché hanno paura delle radiazioni finiranno probabilmente per essere esposte a una maggiore quantità di radiazioni, perché continuano a usare il telefonino e il telefonino deve emettere più radiazioni per poter raggiungere l’antenna, che è più lontana. Se impedisci la posa di nuove antenne, crei in realtà più radiazioni”.

E infine: fermare il 5G

“significa che useremo di più il 4G, che è meno efficiente, in termini di energia, del 5G. Il 4G emette più radiazioni per trasmettere un gigabyte di dati rispetto al 5G.”

Questi sono i fatti. Mi piacerebbe sapere quanti dei sostenitori delle teorie anti-5G sono al corrente di questi dati elementari, che non sono in discussione e che conosciamo dai tempi di Keplero, ossia dal 1604, anno della prima formulazione della legge dell’inverso del quadrato. No, non c’erano i telefonini nel Seicento, ma c’era la luce, e la luce è una radiazione, esattamente come le onde radio, e segue le stesse leggi.

In altre parole, gli anti-5G sono in ritardo sulla realtà di quattrocento anni.

5G, stop ufficiale in Svizzera? No

5G, stop ufficiale in Svizzera? No

Il Financial Times ha pubblicato un articolo secondo il cui titolo la Svizzera avrebbe sospeso l’attivazione della rete cellulare 5G a causa di preoccupazioni per la salute (Switzerland halts rollout of 5G over health concerns). Si tratterebbe, dice il testo, di una “moratoria a tempo indeterminato”.

L’articolo cita una lettera inviata dall’Ufficio Federale per l’Ambiente svizzero (BAFU) ai governi cantonali a fine gennaio, che avrebbe causato la sospensione. La lettera non è linkata nell’articolo, ma dovrebbe essere questa (ringrazio @samirguidi per averla trovata).

In realtà la lettera non parla di una sospensione totale dell’attivazione del 5G, ma riguarda soltanto un aspetto specifico del 5G, ossia la tecnica del beamforming.

Il beamforming è un metodo per ridurre l’energia emessa dalle antenne della rete, concentrandola nella direzione in cui si trova in quel momento l’utente. In altre parole, invece di disseminare onde radio in tutte le direzioni, comprese quelle in cui non c’è nessuno che ha bisogno del segnale, come si fa adesso, il beamforming permette di fornire segnale solo dove serve realmente, adattandosi in tempo reale alla situazione e quindi riducendo l’esposizione per chi non usa il telefonino.

La lettera spiega che non c’è sufficiente chiarezza tecnica sul metodo di calcolo dell’esposizione alle onde radio che verrebbe prodotta dal beamforming e che serve più tempo per ottenerla e quindi sapere se anche in modalità beamforming il 5G rimane, anche nel caso peggiore, sotto i severi limiti imposti dalla normativa (ORNI). In attesa di questi chiarimenti, l’uso del beamforming non viene autorizzato, ma la rete 5G può continuare a funzionare in maniera tradizionale.

Questo è chiarito sia da questo articolo di Ictjournal.ch, sia dal testo dell’articolo del Financial Times, che non menziona il beamforming ma lo descrive indirettamente (“New 5G communications technology means individuals are exposed to more
concentrated beams of non-ionising radiation, but for shorter periods.
Bafu must determine which legal standards to apply to this.”
). È solo il titolo che è ingannevole.

Ringrazio @MrcLucien per aver reperito l’articolo di Ictjournal. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

5G, ne parliamo stasera a Carabbia (Lugano)

5G, ne parliamo stasera a Carabbia (Lugano)

Questa sera alle 20 sarò a Carabbia, alla ex Casa Comunale in Piazza Balmelli, per parlare delle reti cellulari 5G e delle preoccupazioni che le riguardano. Con me ci sarà Andrea Galeazzi, rappresentante dell’operatore telefonico Swisscom.

L’incontro è organizzato dalla Commissione di quartiere di Carabbia in collaborazione con l’Ufficio quartieri della Città di Lugano.

L’ingresso è libero.

5G, miti da smontare e paure pilotate

5G, miti da smontare e paure pilotate

La propaganda di Russia Today.

Questo articolo è il testo, leggermente ampliato, del mio podcast settimanale La Rete in tre minuti su @RadioInblu, in onda ogni martedì alle 9:03 e alle 17:03. Ultimo aggiornamento: 2019/05/29 12:45.

Siete preoccupati per il 5G, la nuova tecnologia cellulare di cui si parla tanto? Non c’è nessun motivo concreto per esserlo: i dati accumulati nel corso di decenni e gli stessi principi fisici di base che consentono alle radio e alle televisioni di funzionare dicono che il 5G non è diverso dalla tecnologia cellulare attuale in termini di esposizione a campi elettromagnetici. Anzi, in molti casi il 5G riduce questa esposizione perché usa meno energia e (in alcuni casi) adotta frequenze che penetrano molto meno nel corpo rispetto alla telefonia mobile attuale.

Eppure, stando agli allarmi che circolano su Internet ma anche su alcune testate giornalistiche, il 5G sarebbe colpevole di ogni sorta di pericolo: obbligherebbe ad abbattere gli alberi e causerebbe varie malattie, avendo il solo scopo di dare un vantaggio economico a un piccolo gruppo di ultraricchi e di multinazionali. È nata un’industria vera e propria, molto redditizia, di dispositivi e indumenti atti a proteggere dai suoi presunti effetti: si va dai cappellini alle mutande.

Ma soprattutto in questi allarmi viene usata la parola “radiazioni”, che crea un equivoco fondamentale, associando nella mente di molti la telefonia cellulare alla radioattività. Le radiazioni emesse dalle sostanze radioattive, però, non c’entrano nulla con i segnali radio emanati da qualunque apparecchio trasmittente, dal telecomando della TV allo smartphone. Anche la luce solare, per esempio, è una radiazione, ma non per questo è consigliabile bandirla.

C’è chi invoca il principio di prudenza, sostenendo che prima di introdurre una nuova tecnologia si dovrebbe fare una sperimentazione accurata. Ma in realtà il 5G non è una tecnologia nuova: è in sostanza una versione aggiornata e più efficiente di tecnologie che già usiamo da tempo (in particolare usa la matematica dei codici polari per trasmettere dati più efficientemente). Applicare il principio di prudenza in questo caso sarebbe come boicottare il salumiere perché ha cambiato affettatrice e pretendere che dimostri che quella nuova non è nociva per il prosciutto.

Un altro equivoco frequente intorno al 5G è la credenza che siccome è più veloce, allora debba essere più potente e quindi più pericoloso. In realtà il 5G utilizza meglio le risorse: invece di diffondere in tutte le direzioni, concentra attivamente il segnale dove serve in un dato momento, e oltre a una matematica più efficiente usa frequenze di trasmissione più alte, che per loro natura permettono di far passare più dati usando la stessa potenza o, viceversa, di usare meno potenza per far transitare la stessa quantità di dati (più precisamente, la potenza necessaria dipende anche dal rumore, oltre che dalla banda disponibile).

Sembra inoltre che la paura del 5G, lungi dall’essere un fenomeno spontaneo, sia accuratamente alimentata da chi fa disinformazione per mestiere e per tornaconto: il New York Times ha tracciato la campagna anti-5G di RT America (che è il nuovo nome della filiale americana del canale Russia Today, organo di propaganda del governo russo): fuori dalla Russia, diffonde allarmi catastrofici di sedicenti “esperti”; in Russia, invece, le onde millimetriche (usate in alcuni paesi per il 5G) vengono addirittura consigliate come terapia e il 5G viene incoraggiato dall’ambasciatore russo Alexander Yakovenko. Lo scopo della campagna russa sarebbe ostacolare l’introduzione del 5G (e i relativi miglioramenti di efficienza, con nuove opportunità di lavoro e commercio) nei paesi concorrenti, in modo da trarne un vantaggio strategico.

L’attenzione intorno al 5G è comunque utile, perché spinge a informarsi su alcuni aspetti poco noti di queste tecnologie, per esempio consultando app, come ElectroSmart per Android, che permettono di usare lo smartphone come misuratore di campi elettromagnetici.

Si scopre così che la fonte più intensa spesso non è l’antenna di telefonia mobile, ma (oltre al proprio telefonino) il Wi-Fi domestico o il Bluetooth del televisore smart o degli auricolari senza fili che ci mettiamo direttamente dentro le orecchie, vicinissimi al cervello. E si scopre anche che la distanza dalle fonti conta tantissimo: se cambia da un centimetro a un metro, l’intensità scende di diecimila volte. Se dormite con lo smartphone acceso sul comodino, fateci un pensiero.

Fonti aggiuntive: Sciences et avenir, Open, Wired, Ars Technica, Swisscom, The Register.