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*Podcast RSI – Gli smartphone ci ascoltano? No, ma…

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de
Il Disinformatico
della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto:
lo trovate
qui sul sito della RSI
(si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare
qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
iTunesSpotify
e
feed RSS (Google Podcasts non esiste più, al suo posto c’è YouTube Music). 

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
fonti di questa puntata, sono qui sotto.

I telefonini ascoltano le nostre conversazioni per bombardarci di pubblicità?
La risposta degli esperti è sempre stata un secco “no”, nonostante la
montagna di aneddoti e di casi personali raccontati dagli utenti, che dicono
in tanti di aver visto sul telefonino la pubblicità di uno specifico prodotto
poco dopo aver menzionato ad alta voce il nome o la categoria di quel
prodotto.

La tecnologia, però, galoppa, i telefonini diventano sempre più potenti e i
pubblicitari diventano sempre più avidi di dati personali per vendere
pubblicità sempre più mirate ed efficaci, e quindi oggi quel secco
“no” va aggiornato, trasformandolo in un “no, ma…”,
perché un’azienda importante è stata colta a proporre ai clienti proprio
questo tipo di ascolto delle conversazioni a scopo pubblicitario.

Questa è la storia di quel “no” e soprattutto di quel “ma”. Non
è il caso di farsi prendere dal panico, ma è opportuno sapere dove sta andando
la tecnologia e quali semplici gesti si possono fare per evitare il rischio di
essere ascoltati dai nostri inseparabili smartphone.

Benvenuti alla puntata del 6 settembre 2024 del Disinformatico, il
podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Se ne parla da anni: moltissime persone sono convinte che i loro smartphone
ascoltino costantemente le loro conversazioni e colgano le parole chiave di
quello che dicono, selezionando in particolare i termini che possono
interessare ai pubblicitari. C’è la diffusissima sensazione che basti
parlare
di una specifica marca di scarpe o di una località di vacanze, senza cercarla
su Internet tramite il telefonino, per veder comparire sullo schermo la
pubblicità di quel prodotto o di quel servizio. Praticamente tutti i
proprietari di smartphone possono citare casi concreti accaduti a loro
personalmente.

Restano inascoltate, invece, le spiegazioni e le indagini fatte dagli esperti
in vari paesi del mondo in questi anni. I test e le inchieste della rete televisiva statunitense CBS e della Northeastern University nel 2018, gli
esperimenti della BBC insieme alla società di sicurezza informatica Wandera
nel 2019, l’inchiesta del Garante italiano per la protezione dei dati
personali nel 2021: tutte queste ricerche sul problema non hanno portato a
nulla. Non c’è nessuna conferma oggettiva che i telefonini ci ascoltino e
mandino ai pubblicitari le nostre parole per impostazione predefinita. Quando
si fanno i test in condizioni controllate, il fenomeno sparisce.

Per esempio, nella loro
indagine del 2019,
la BBC e Wandera hanno messo due telefonini, un Android di Samsung e un iPhone
di Apple, in una stanza e per mezz’ora hanno fatto arrivare nella stanza
l’audio di pubblicità di cibo per cani e per gatti. Hanno anche piazzato due
telefonini identici in una stanza isolata acusticamente. Tutti questi telefoni
avevano aperte le app di Facebook, Instagram, SnapChat, YouTube e Amazon,
insieme al browser Chrome, e a tutte queste app erano stati dati tutti i
permessi richiesti.

I ricercatori hanno successivamente controllato se nelle navigazioni fatte
dopo il test con quegli smartphone sono comparse pubblicità di cibi per
animali domestici e hanno analizzato il consumo della batteria e la
trasmissione di dati durante il test. Hanno ripetuto tutta questa procedura
per tre giorni, e il risultato è stato che non sono comparse pubblicità
pertinenti sui telefonini esposti agli spot di cibi per animali e non ci sono
stati aumenti significativi del consumo di batteria o della trasmissione di
dati. I consumi e le trasmissioni di dati sono stati praticamente uguali per i
telefoni esposti all’audio pubblicitario e per quelli nella stanza silenziosa.

Se ci fosse un ascolto costante e un’altrettanto costante analisi dell’audio
ambientale, questo produrrebbe un aumento dei consumi, perché il processore
del telefono lavorerebbe in continuazione, e ci sarebbe un aumento della
trasmissione di dati, per inviare le informazioni ascoltate ai pubblicitari. E
invece niente. Anzi, i ricercatori hanno osservato che i telefonini Android
nella stanza isolata acusticamente trasmettevano più dati rispetto a
quelli esposti all’audio preparato per l’esperimento, mentre gli iPhone
facevano il contrario.

Altri esperimenti analoghi sono stati fatti negli anni successivi, e tutti
hanno dato gli stessi risultati. Il picco di consumo energetico e di
trasmissione di dati prodotto dagli assistenti vocali, cioè Siri e OK Google,
è sempre emerso chiaramente in questi test. Questi assistenti vocali sono in
ascolto costante per impostazione predefinita (anche se si possono
disattivare), e questo non è minimamente in dubbio, ma lavorano in maniera
molto differente rispetto a un ipotetico ascolto pubblicitario.

Gli assistenti vocali, infatti, ascoltano l’audio ambientale alla ricerca di
suoni che somiglino a una o due parole chiave di attivazione – tipicamente
“Ehi Siri” e “OK Google” – e quando credono di averle sentite iniziano una
vistosissima trasmissione di dati verso le rispettive case produttrici.
L’ipotetico ascolto pubblicitario, invece, dovrebbe cercare e riconoscere un
insieme di parole molto più vasto e magari anche in più di una lingua, e
questo richiederebbe molta più potenza di calcolo e quindi consumi molto più
elevati, e poi dovrebbe trasmettere dei dati, cosa che i test finora hanno
smentito.

Ma allora perché abbiamo la forte sensazione che i telefonini ci ascoltino lo
stesso a scopo pubblicitario? E perché avete probabilmente la sensazione
altrettanto forte che alla fine di questo mio racconto ci sia una novità che
smentisce tutto quello che si era scoperto fin qui?

La sensazione di ascolto pubblicitario viene spiegata dagli esperti con la
cosiddetta “illusione di frequenza”, per usare il termine coniato dal
professore di linguistica Arnold Zwicky della Stanford University. In parole
povere, tendiamo a
notare le coincidenze
e a dimenticare le non coincidenze. Nel corso della giornata vediamo
moltissime pubblicità, ma ci rimangono impresse solo quelle che coincidono con
qualcosa che abbiamo detto o fatto. E quando la coincidenza è particolarmente
specifica ci colpisce anche emotivamente.

Va detto che la pubblicità che vediamo sui nostri dispositivi non è affatto
casuale, e quindi le coincidenze sono agevolate: Google e Facebook, per
esempio, usano un vasto assortimento di tecniche per dedurre i nostri
interessi e proporci pubblicità mirata. Sanno dove ci troviamo minuto per
minuto, grazie alla geolocalizzazione del GPS e del Wi-Fi; sanno con chi siamo
e con chi trascorriamo più tempo, grazie al monitoraggio passivo dei
dispositivi Bluetooth nelle nostre vicinanze, all’analisi del traffico di
messaggi e al fatto che affidiamo a loro le nostre agende e le nostre rubriche
telefoniche; sanno cosa scriviamo nelle mail o rispettivamente sui social
network. Con dati del genere, ascoltare le conversazioni è praticamente
superfluo. Oltretutto la legalità di un ascolto di questo tipo sarebbe molto
controversa, visto che si tratterebbe in sostanza di una intercettazione di
massa di conversazioni che si ha il diritto di presumere che siano private.

Va anche detto, però, che non è un mistero che esistano tecnologie di ascolto
installabili sugli smartphone. I servizi di sicurezza dei vari governi le
usano abitualmente per intercettare le comunicazioni delle persone indagate.
Già dieci anni fa, Edward Snowden spiegò che l’NSA aveva accesso diretto ai
sistemi di Google, Facebook e Apple nell’ambito di un programma di
sorveglianza governativa denominato PRISM [The Guardian, 2013]. Ma si tratta di intercettazioni mirate, specifiche, ordinate
da un governo su bersagli selezionati, non di ascolti di massa, collettivi e
senza basi legali. In ogni caso, è indubbio che usare uno smartphone come
microfono nascosto, a insaputa dell’utente, sia tecnicamente possibile.

Si sa anche di un caso conclamato di ascolto ambientale tramite telefonini a
scopo commerciale: nel 2019 l’app ufficiale del campionato spagnolo di calcio,
LaLiga, fu colta a usare il microfono e la geolocalizzazione degli smartphone degli utenti per identificare i locali che trasmettevano le partite senza autorizzazione. L’agenzia spagnola per la protezione dei dati impose
all’organizzazione sportiva una sanzione di 250.000 euro per questo
comportamento. Ma anche in questo caso, si trattava di un ascolto effettuato
da una specifica app, installata su scelta dell’utente, con tanto di richiesta
esplicita del permesso di usare il microfono del telefono, non di una
attivazione collettiva e nascosta dei microfoni di tutti gli smartphone così
come escono dalla fabbrica.

Questa storia, però, prosegue a dicembre 2023, quando alcuni giornali
segnalano che una società di marketing, la statunitense Cox Media Group,
avrebbe
“ammesso di monitorare le conversazioni degli utenti per creare annunci
pubblicitari personalizzati in base ai loro interessi”
 [Il Sole 24 Ore, 28 dicembre 2023, paywall].

Sembra essere la conferma che il sentimento popolare era giusto e che gli
esperti avevano torto. Ma per capire come stanno realmente le cose bisogna
andare un pochino più a fondo.

La scoperta di questa presunta ammissione da parte di Cox Media Group è merito
della testata 404 Media, che ha pubblicato lo scoop in un articolo riservato
agli abbonati e quindi non immediatamente accessibile [paywall].

Ma pagando l’abbonamento e andando a leggere l’articolo originale, come ho
fatto io per questo podcast, emerge che non c’è nessuna ammissione di
monitoraggio in corso, ma semplicemente c’è l’annuncio che Cox Media
Group dispone della capacità di effettuare un eventuale monitoraggio
tramite i microfoni degli smartphone e anche tramite quelli dei televisori
smart

e di altri dispositivi. Non c’è nessuna dichiarazione che la stia realmente
usando.

Anzi, il materiale promozionale di Cox Media Group dice che questa tecnologia,
denominata “Active Listening” o
“ascolto attivo”, “è agli albori”
(“Active Listening is in its early days”), e
presenta
questa capacità tecnica come
“una tecnica di marketing adatta al futuro, disponibile oggi” [“a marketing
technique fit for the future. Available today”]
.

Le affermazioni promozionali di Cox Media Group, ora rimosse ma salvate su Archive.org.

È disponibile, ma questo non vuol dire che venga usata. E i consulenti
di vendita dell’azienda la presentano come se fosse un prodotto nuovo in cerca
dei primi clienti.

I clienti di Cox Media Group, stando all’azienda, sono nomi come Amazon,
Microsoft e Google. Stanno usando questa tecnologia di ascolto? Le risposte
che hanno dato ai colleghi di 404 Media a dicembre scorso sembrano dire di no,
ma inizialmente è mancata una smentita secca da parte loro. Smentita che è
invece arrivata subito, stranamente, da Cox Media Group stessa, che ha
dichiarato ai giornalisti di 404 Media che
“non ascolta conversazioni e non ha accesso a nulla più di un insieme di
dati fornito da terze parti e anonimizzato, aggregato e completamente
cifrato usabile per il piazzamento pubblicitario”
e ha aggiunto che si scusa per “eventuali equivoci”.

Eppure il suo materiale promozionale dice cose decisamente difficili da
equivocare. O meglio, le diceva, perché è scomparso dal suo sito.

[È disponibile come copia d’archivio su Archive.org e su Documentcloud.org, che contiene frasi come “No, it’s not a Black Mirror episode – it’s Voice Data” e “Creepy? Sure. Great for marketing? Definitely”].

Ma pochi giorni fa, sempre 404 Media ha reso pubblica una
presentazione di Cox Media Group [PDF] nella quale l’azienda parla esplicitamente di
“dispositivi smart” che
“catturano dati di intenzione in tempo reale ascoltando le nostre
conversazioni”
(“Smart devices capture real-time intent data by listening to our
conversations”
), parla di consumatori che
“lasciano una scia di dati basata sulle loro conversazioni e sul loro
comportamento online”
(“Consumers leave a data trail based on their conversations and online
behavior”
) e parla di “dati vocali” (“voice data”).

La slide 1 della presentazione di Cox Media Group ottenuta da 404 Media.

Ma allora come stanno le cose? È indubbio, anche grazie alle testimonianze
raccolte dai giornalisti di 404 Media, che Cox Media Group abbia
cercato di vendere questa sua presunta capacità di ascoltare le nostre
conversazioni. Ma l’ha davvero venduta, ed è realmente in uso? Sembra proprio
di no.

Anzi, dopo che si è diffusa la notizia di questa sua offerta di tecnologie di
ascolto, Google ha tolto Cox Media Group dal programma Google Partners
dedicato ai migliori inserzionisti, nel quale la Cox era presente al massimo
livello da oltre 11 anni. Amazon ha dichiarato di non aver mai lavorato con la
Cox al programma di ascolto. Meta, invece, dice che sta valutando se la Cox
abbia violato i termini e le condizioni della loro collaborazione, mentre
Microsoft non ha rilasciato commenti.

[Meta ha dichiarato al New York Post che “non usa il microfono del vostro telefono per le pubblicità e lo dichiariamo pubblicamente da anni […] stiamo cercando di comunicare con CMG per fare in modo che chiariscano che il loro programma non è basato su dati di Meta”. In originale: “Meta does not use your phone’s microphone for ads and we’ve been public about this for years […] We are reaching out to CMG to get them to clarify that their program is not based on Meta data.”]

Insomma, formalmente intorno a chi ha proposto di ascoltare le nostre
conversazioni a scopo pubblicitario è stata fatta terra bruciata, per cui
tutta la vicenda sembra più un maldestrissimo tentativo di proporre una
tecnologia di ascolto che una conferma di una sua reale applicazione in corso.
E la rivelazione di questo tentativo mette in luce la falla non tecnica ma
molto umana di qualunque piano di ascolto globale segreto delle conversazioni
a scopo pubblicitario: è praticamente impossibile tenere nascosta una
tecnologia del genere, che va presentata ai potenziali partner, va
pubblicizzata agli addetti ai lavori, ai rivenditori, ai tecnici e a chissà
quante altre persone. Il segreto dovrebbe essere condiviso da un numero enorme
di persone, e prima o poi qualcuna di queste persone si lascerebbe sfuggire
qualcosa oppure, presa da rimorsi di coscienza, vuoterebbe il sacco.

[L’inchiesta di 404 Media sembra essere partita appunto da una vanteria di ascolto pubblicitario fatta in un podcast da un’azienda del New Hampshire, la MindSift]

Anche stavolta, quindi, possiamo stare tranquilli, ma solo grazie al fatto che
ci sono giornalisti che vigilano e segnalano i tentativi di invadere uno
spazio così personale come quello di una chiacchierata privata tra colleghi,
amici o coniugi. Perché un’invasione del genere è illegale e immorale, ma
questo non impedirà a persone e aziende senza scrupoli di provarci lo stesso.
E se comunque preferite spegnere il telefonino prima di una conversazione
sensibile di qualunque tipo, male non fa. Non si sa mai.

Fonti aggiuntive: Cox Media Group Reveals Its ‘Active Listening’ Software Spies on User Convos, Clients Include Meta, Google (TechTimes.com); Marketing firm admits using your own phone to listen in on your conversations (New York Post); ; “Attenti al microfono del vostro smartphone: Cox Media Group vi spia per pubblicità mirate”, Hwupgrade.it.

*Podcast RSI – Gli smartphone ci ascoltano? No, ma…

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de
Il Disinformatico
della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto:
lo trovate
qui sul sito della RSI
(si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare
qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
iTunesSpotify
e
feed RSS (Google Podcasts non esiste più, al suo posto c’è YouTube Music). 

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
fonti di questa puntata, sono qui sotto.

I telefonini ascoltano le nostre conversazioni per bombardarci di pubblicità?
La risposta degli esperti è sempre stata un secco “no”, nonostante la
montagna di aneddoti e di casi personali raccontati dagli utenti, che dicono
in tanti di aver visto sul telefonino la pubblicità di uno specifico prodotto
poco dopo aver menzionato ad alta voce il nome o la categoria di quel
prodotto.

La tecnologia, però, galoppa, i telefonini diventano sempre più potenti e i
pubblicitari diventano sempre più avidi di dati personali per vendere
pubblicità sempre più mirate ed efficaci, e quindi oggi quel secco
“no” va aggiornato, trasformandolo in un “no, ma…”,
perché un’azienda importante è stata colta a proporre ai clienti proprio
questo tipo di ascolto delle conversazioni a scopo pubblicitario.

Questa è la storia di quel “no” e soprattutto di quel “ma”. Non
è il caso di farsi prendere dal panico, ma è opportuno sapere dove sta andando
la tecnologia e quali semplici gesti si possono fare per evitare il rischio di
essere ascoltati dai nostri inseparabili smartphone.

Benvenuti alla puntata del 6 settembre 2024 del Disinformatico, il
podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Se ne parla da anni: moltissime persone sono convinte che i loro smartphone
ascoltino costantemente le loro conversazioni e colgano le parole chiave di
quello che dicono, selezionando in particolare i termini che possono
interessare ai pubblicitari. C’è la diffusissima sensazione che basti
parlare
di una specifica marca di scarpe o di una località di vacanze, senza cercarla
su Internet tramite il telefonino, per veder comparire sullo schermo la
pubblicità di quel prodotto o di quel servizio. Praticamente tutti i
proprietari di smartphone possono citare casi concreti accaduti a loro
personalmente.

Restano inascoltate, invece, le spiegazioni e le indagini fatte dagli esperti
in vari paesi del mondo in questi anni. I test e le inchieste della rete televisiva statunitense CBS e della Northeastern University nel 2018, gli
esperimenti della BBC insieme alla società di sicurezza informatica Wandera
nel 2019, l’inchiesta del Garante italiano per la protezione dei dati
personali nel 2021: tutte queste ricerche sul problema non hanno portato a
nulla. Non c’è nessuna conferma oggettiva che i telefonini ci ascoltino e
mandino ai pubblicitari le nostre parole per impostazione predefinita. Quando
si fanno i test in condizioni controllate, il fenomeno sparisce.

Per esempio, nella loro
indagine del 2019,
la BBC e Wandera hanno messo due telefonini, un Android di Samsung e un iPhone
di Apple, in una stanza e per mezz’ora hanno fatto arrivare nella stanza
l’audio di pubblicità di cibo per cani e per gatti. Hanno anche piazzato due
telefonini identici in una stanza isolata acusticamente. Tutti questi telefoni
avevano aperte le app di Facebook, Instagram, SnapChat, YouTube e Amazon,
insieme al browser Chrome, e a tutte queste app erano stati dati tutti i
permessi richiesti.

I ricercatori hanno successivamente controllato se nelle navigazioni fatte
dopo il test con quegli smartphone sono comparse pubblicità di cibi per
animali domestici e hanno analizzato il consumo della batteria e la
trasmissione di dati durante il test. Hanno ripetuto tutta questa procedura
per tre giorni, e il risultato è stato che non sono comparse pubblicità
pertinenti sui telefonini esposti agli spot di cibi per animali e non ci sono
stati aumenti significativi del consumo di batteria o della trasmissione di
dati. I consumi e le trasmissioni di dati sono stati praticamente uguali per i
telefoni esposti all’audio pubblicitario e per quelli nella stanza silenziosa.

Se ci fosse un ascolto costante e un’altrettanto costante analisi dell’audio
ambientale, questo produrrebbe un aumento dei consumi, perché il processore
del telefono lavorerebbe in continuazione, e ci sarebbe un aumento della
trasmissione di dati, per inviare le informazioni ascoltate ai pubblicitari. E
invece niente. Anzi, i ricercatori hanno osservato che i telefonini Android
nella stanza isolata acusticamente trasmettevano più dati rispetto a
quelli esposti all’audio preparato per l’esperimento, mentre gli iPhone
facevano il contrario.

Altri esperimenti analoghi sono stati fatti negli anni successivi, e tutti
hanno dato gli stessi risultati. Il picco di consumo energetico e di
trasmissione di dati prodotto dagli assistenti vocali, cioè Siri e OK Google,
è sempre emerso chiaramente in questi test. Questi assistenti vocali sono in
ascolto costante per impostazione predefinita (anche se si possono
disattivare), e questo non è minimamente in dubbio, ma lavorano in maniera
molto differente rispetto a un ipotetico ascolto pubblicitario.

Gli assistenti vocali, infatti, ascoltano l’audio ambientale alla ricerca di
suoni che somiglino a una o due parole chiave di attivazione – tipicamente
“Ehi Siri” e “OK Google” – e quando credono di averle sentite iniziano una
vistosissima trasmissione di dati verso le rispettive case produttrici.
L’ipotetico ascolto pubblicitario, invece, dovrebbe cercare e riconoscere un
insieme di parole molto più vasto e magari anche in più di una lingua, e
questo richiederebbe molta più potenza di calcolo e quindi consumi molto più
elevati, e poi dovrebbe trasmettere dei dati, cosa che i test finora hanno
smentito.

Ma allora perché abbiamo la forte sensazione che i telefonini ci ascoltino lo
stesso a scopo pubblicitario? E perché avete probabilmente la sensazione
altrettanto forte che alla fine di questo mio racconto ci sia una novità che
smentisce tutto quello che si era scoperto fin qui?

La sensazione di ascolto pubblicitario viene spiegata dagli esperti con la
cosiddetta “illusione di frequenza”, per usare il termine coniato dal
professore di linguistica Arnold Zwicky della Stanford University. In parole
povere, tendiamo a
notare le coincidenze
e a dimenticare le non coincidenze. Nel corso della giornata vediamo
moltissime pubblicità, ma ci rimangono impresse solo quelle che coincidono con
qualcosa che abbiamo detto o fatto. E quando la coincidenza è particolarmente
specifica ci colpisce anche emotivamente.

Va detto che la pubblicità che vediamo sui nostri dispositivi non è affatto
casuale, e quindi le coincidenze sono agevolate: Google e Facebook, per
esempio, usano un vasto assortimento di tecniche per dedurre i nostri
interessi e proporci pubblicità mirata. Sanno dove ci troviamo minuto per
minuto, grazie alla geolocalizzazione del GPS e del Wi-Fi; sanno con chi siamo
e con chi trascorriamo più tempo, grazie al monitoraggio passivo dei
dispositivi Bluetooth nelle nostre vicinanze, all’analisi del traffico di
messaggi e al fatto che affidiamo a loro le nostre agende e le nostre rubriche
telefoniche; sanno cosa scriviamo nelle mail o rispettivamente sui social
network. Con dati del genere, ascoltare le conversazioni è praticamente
superfluo. Oltretutto la legalità di un ascolto di questo tipo sarebbe molto
controversa, visto che si tratterebbe in sostanza di una intercettazione di
massa di conversazioni che si ha il diritto di presumere che siano private.

Va anche detto, però, che non è un mistero che esistano tecnologie di ascolto
installabili sugli smartphone. I servizi di sicurezza dei vari governi le
usano abitualmente per intercettare le comunicazioni delle persone indagate.
Già dieci anni fa, Edward Snowden spiegò che l’NSA aveva accesso diretto ai
sistemi di Google, Facebook e Apple nell’ambito di un programma di
sorveglianza governativa denominato PRISM [The Guardian, 2013]. Ma si tratta di intercettazioni mirate, specifiche, ordinate
da un governo su bersagli selezionati, non di ascolti di massa, collettivi e
senza basi legali. In ogni caso, è indubbio che usare uno smartphone come
microfono nascosto, a insaputa dell’utente, sia tecnicamente possibile.

Si sa anche di un caso conclamato di ascolto ambientale tramite telefonini a
scopo commerciale: nel 2019 l’app ufficiale del campionato spagnolo di calcio,
LaLiga, fu colta a usare il microfono e la geolocalizzazione degli smartphone degli utenti per identificare i locali che trasmettevano le partite senza autorizzazione. L’agenzia spagnola per la protezione dei dati impose
all’organizzazione sportiva una sanzione di 250.000 euro per questo
comportamento. Ma anche in questo caso, si trattava di un ascolto effettuato
da una specifica app, installata su scelta dell’utente, con tanto di richiesta
esplicita del permesso di usare il microfono del telefono, non di una
attivazione collettiva e nascosta dei microfoni di tutti gli smartphone così
come escono dalla fabbrica.

Questa storia, però, prosegue a dicembre 2023, quando alcuni giornali
segnalano che una società di marketing, la statunitense Cox Media Group,
avrebbe
“ammesso di monitorare le conversazioni degli utenti per creare annunci
pubblicitari personalizzati in base ai loro interessi”
 [Il Sole 24 Ore, 28 dicembre 2023, paywall].

Sembra essere la conferma che il sentimento popolare era giusto e che gli
esperti avevano torto. Ma per capire come stanno realmente le cose bisogna
andare un pochino più a fondo.

La scoperta di questa presunta ammissione da parte di Cox Media Group è merito
della testata 404 Media, che ha pubblicato lo scoop in un articolo riservato
agli abbonati e quindi non immediatamente accessibile [paywall].

Ma pagando l’abbonamento e andando a leggere l’articolo originale, come ho
fatto io per questo podcast, emerge che non c’è nessuna ammissione di
monitoraggio in corso, ma semplicemente c’è l’annuncio che Cox Media
Group dispone della capacità di effettuare un eventuale monitoraggio
tramite i microfoni degli smartphone e anche tramite quelli dei televisori
smart

e di altri dispositivi. Non c’è nessuna dichiarazione che la stia realmente
usando.

Anzi, il materiale promozionale di Cox Media Group dice che questa tecnologia,
denominata “Active Listening” o
“ascolto attivo”, “è agli albori”
(“Active Listening is in its early days”), e
presenta
questa capacità tecnica come
“una tecnica di marketing adatta al futuro, disponibile oggi” [“a marketing
technique fit for the future. Available today”]
.

Le affermazioni promozionali di Cox Media Group, ora rimosse ma salvate su Archive.org.

È disponibile, ma questo non vuol dire che venga usata. E i consulenti
di vendita dell’azienda la presentano come se fosse un prodotto nuovo in cerca
dei primi clienti.

I clienti di Cox Media Group, stando all’azienda, sono nomi come Amazon,
Microsoft e Google. Stanno usando questa tecnologia di ascolto? Le risposte
che hanno dato ai colleghi di 404 Media a dicembre scorso sembrano dire di no,
ma inizialmente è mancata una smentita secca da parte loro. Smentita che è
invece arrivata subito, stranamente, da Cox Media Group stessa, che ha
dichiarato ai giornalisti di 404 Media che
“non ascolta conversazioni e non ha accesso a nulla più di un insieme di
dati fornito da terze parti e anonimizzato, aggregato e completamente
cifrato usabile per il piazzamento pubblicitario”
e ha aggiunto che si scusa per “eventuali equivoci”.

Eppure il suo materiale promozionale dice cose decisamente difficili da
equivocare. O meglio, le diceva, perché è scomparso dal suo sito.

[È disponibile come copia d’archivio su Archive.org e su Documentcloud.org, che contiene frasi come “No, it’s not a Black Mirror episode – it’s Voice Data” e “Creepy? Sure. Great for marketing? Definitely”].

Ma pochi giorni fa, sempre 404 Media ha reso pubblica una
presentazione di Cox Media Group [PDF] nella quale l’azienda parla esplicitamente di
“dispositivi smart” che
“catturano dati di intenzione in tempo reale ascoltando le nostre
conversazioni”
(“Smart devices capture real-time intent data by listening to our
conversations”
), parla di consumatori che
“lasciano una scia di dati basata sulle loro conversazioni e sul loro
comportamento online”
(“Consumers leave a data trail based on their conversations and online
behavior”
) e parla di “dati vocali” (“voice data”).

La slide 1 della presentazione di Cox Media Group ottenuta da 404 Media.

Ma allora come stanno le cose? È indubbio, anche grazie alle testimonianze
raccolte dai giornalisti di 404 Media, che Cox Media Group abbia
cercato di vendere questa sua presunta capacità di ascoltare le nostre
conversazioni. Ma l’ha davvero venduta, ed è realmente in uso? Sembra proprio
di no.

Anzi, dopo che si è diffusa la notizia di questa sua offerta di tecnologie di
ascolto, Google ha tolto Cox Media Group dal programma Google Partners
dedicato ai migliori inserzionisti, nel quale la Cox era presente al massimo
livello da oltre 11 anni. Amazon ha dichiarato di non aver mai lavorato con la
Cox al programma di ascolto. Meta, invece, dice che sta valutando se la Cox
abbia violato i termini e le condizioni della loro collaborazione, mentre
Microsoft non ha rilasciato commenti.

[Meta ha dichiarato al New York Post che “non usa il microfono del vostro telefono per le pubblicità e lo dichiariamo pubblicamente da anni […] stiamo cercando di comunicare con CMG per fare in modo che chiariscano che il loro programma non è basato su dati di Meta”. In originale: “Meta does not use your phone’s microphone for ads and we’ve been public about this for years […] We are reaching out to CMG to get them to clarify that their program is not based on Meta data.”]

Insomma, formalmente intorno a chi ha proposto di ascoltare le nostre
conversazioni a scopo pubblicitario è stata fatta terra bruciata, per cui
tutta la vicenda sembra più un maldestrissimo tentativo di proporre una
tecnologia di ascolto che una conferma di una sua reale applicazione in corso.
E la rivelazione di questo tentativo mette in luce la falla non tecnica ma
molto umana di qualunque piano di ascolto globale segreto delle conversazioni
a scopo pubblicitario: è praticamente impossibile tenere nascosta una
tecnologia del genere, che va presentata ai potenziali partner, va
pubblicizzata agli addetti ai lavori, ai rivenditori, ai tecnici e a chissà
quante altre persone. Il segreto dovrebbe essere condiviso da un numero enorme
di persone, e prima o poi qualcuna di queste persone si lascerebbe sfuggire
qualcosa oppure, presa da rimorsi di coscienza, vuoterebbe il sacco.

[L’inchiesta di 404 Media sembra essere partita appunto da una vanteria di ascolto pubblicitario fatta in un podcast da un’azienda del New Hampshire, la MindSift]

Anche stavolta, quindi, possiamo stare tranquilli, ma solo grazie al fatto che
ci sono giornalisti che vigilano e segnalano i tentativi di invadere uno
spazio così personale come quello di una chiacchierata privata tra colleghi,
amici o coniugi. Perché un’invasione del genere è illegale e immorale, ma
questo non impedirà a persone e aziende senza scrupoli di provarci lo stesso.
E se comunque preferite spegnere il telefonino prima di una conversazione
sensibile di qualunque tipo, male non fa. Non si sa mai.

Fonti aggiuntive: Cox Media Group Reveals Its ‘Active Listening’ Software Spies on User Convos, Clients Include Meta, Google (TechTimes.com); Marketing firm admits using your own phone to listen in on your conversations (New York Post); ; “Attenti al microfono del vostro smartphone: Cox Media Group vi spia per pubblicità mirate”, Hwupgrade.it.

Credete che il vostro telefonino vi ascolti e vi mandi pubblicità delle cose di cui parlate? (seconda parte)

Credete che il vostro telefonino vi ascolti e vi mandi pubblicità delle cose di cui parlate? (seconda parte)

Ho da proporvi un altro episodio della serie “No, il tuo telefonino non ti ascolta; sei tu che noti le coincidenze”, seguito ideale di questa storia.

Oggi stavo chiacchierando in casa con la famiglia. A un certo punto, parlando di risposte argute a qualcosa detto da qualcuno che ti vengono in mente sempre troppo tardi, ho citato la bella espressione francese “l’esprit de l’escalier”.

Descrive esattamente quella condizione esasperante in cui la risposta perfetta e brillante ti viene in mente soltanto quando ormai sei in fondo alle scale e lontano dal tuo interlocutore, per cui è troppo tardi per dirla e ti prenderesti a calci per non averla pensata prima.

Beh, indovinate cosa è comparso poco fa nel mio flusso di tweet:

Non è stata una proposta di Twitter estemporanea: seguo abitualmente Quite Interesting perché è, appunto… parecchio interessante. Però quando ho notato il tweet di QI mi è venuta subito in mente la conversazione di poco prima.

Quante probabilità ci sono che quella esatta espressione assolutamente specifica mi capiti a distanza temporale cosi ravvicinata due volte di fila? Non si tratta di un generico “scarpe” o “divani”. Però è successo, e non c’è nessun modo in cui quelli di QI possano aver sentito la nostra conversazione per poi decidere di mandare quel loro tweet.

Morale della storia: dato un numero sufficientemente elevato di eventi, le coincidenze, anche le più strane, a volte accadono. Se nel corso della giornata vedo tanti tweet e dico tante cose, prima o poi l’argomento di quello che ho detto e quello che ho visto coinciderà, e io me ne accorgerò perché siamo animali abili a riconoscere gli schemi.

Quindi prima di accusare i social network, Microsoft, Samsung, Apple o Google di usare i nostri telefonini per ascoltare tutto quello che diciamo, pensiamoci bene. Anche perché non ne hanno bisogno: hanno già tantissimi dati su di noi e sui nostri gusti.

E se alla fine di questa storia ancora non siete convinti e pensate che il telefonino vi spii, allora siate coerenti e buttate via lo smartphone. Oppure state in dignitoso silenzio, così Facebook dovrà leggervi nel pensiero 🙂

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Credete che il vostro telefonino vi ascolti e vi mandi pubblicità delle cose di cui parlate?

Credete che il vostro telefonino vi ascolti e vi mandi pubblicità delle cose di cui parlate?

Ultimo aggiornamento: 2021/05/17 9:15.

Siete fra quelli che pensano che il loro telefonino ascolti le loro conversazioni e mostri pubblicità di conseguenza, perché vi è capitato di parlare di una cosa insolita e poi quella stessa cosa vi è stata proposta da Google o Facebook o Instagram? Ho una storia per voi. L’ho raccontata di fretta su Twitter qualche giorno fa, ma la riassumo meglio qui.

Molta gente mi scrive appunto dicendo che una volta ha parlato con gli amici di una cosa molto particolare e specifica e poi proprio quella cosa è comparsa subito dopo nelle pubblicità sul suo computer o smartphone, e quindi non può essere un caso.

Io spiego sempre che sono già state fatte tante verifiche tecniche da parte di esperti indipendenti (per esempio il test fatto da Wandera) e non c’è traccia di ascolto generalizzato e sfruttamento di quello che viene detto (a parte il riconoscere parole chiave tipo “Ehi Siri” o “OK Google” o “Alexa”).

Spiego anche che Google e social network non hanno bisogno di ascoltarci per capire i nostri interessi: leggono già la nostra Gmail, i nostri post Facebook, sanno i nostri “mi piace”, analizzano le nostre foto, tracciano i siti che visitiamo.

Aggiungo anche che ascoltarci di nascosto sarebbe illegalissimo in tutto il mondo e sarebbe un rischio enorme, che queste grandi aziende non hanno nessuna convenienza a correre. 

Ricordo poi a questi scettici che noi esseri umani abbiamo una tendenza innata a notare le coincidenze e dimenticare le non coincidenze. Si chiama effetto Baader-Meinhof, illusione di frequenza o, in alcuni casi, illusione di recentezza. Compri un’auto azzurro cielo, improvvisamente tutte le auto che noti sono azzurro cielo. Aspetti un bimbo, incontri solo donne incinte.

Ma non c’è niente da fare: questi scettici mi dicono sempre “Ma il mio caso è troppo particolare! Non può essere una semplice analisi delle mail o della localizzazione o di tutto quello che ho scritto sui social! Non ho mai parlato prima di tagliabecchi laser per pulcini!” (Sì, esistono).

Piccola parentesi: se davvero credete che il vostro telefono ascolti tutto quello che dite, compresi i vostri momenti intimi e le vostre conversazioni confidenziali, cosa diavolo ci fate ancora con un telefonino? Siate coerenti e buttatelo via, o almeno spegnetelo.

Vengo dunque alla storia che vi avevo promesso. Per tutti quelli che non credono che possano esistere coincidenze così precise come quelle che ho citato e mi vengono raccontate, questo è quello che mi è successo poco fa.

Il 6 agosto scorso ero in un camerino a provare pantaloni. Ho lasciato il mio marsupio vicino all’ingresso del camerino, chiuso da una tendina, e ho pensato (senza dirlo ad alta voce) “certo che se qualcuno infilasse la mano nel camerino me lo potrebbe rubare e io dovrei rincorrerlo in mutande, forse è meglio spostarlo” (scusatemi se ora questa scena è nella vostra immaginazione).

Il treno dei miei pensieri è andato avanti nella sua corsa, come fa spesso, e così ho pensato “Ma mi metterei davvero a correre in mutande in un centro commerciale per acchiappare un ladro di portafogli? Cosa mi dovrebbero rubare per indurmi a una scena del genere?” Da informatico ho pensato subito al mio laptop.

Non ho condiviso questo pensiero con nessuno, nemmeno con mia moglie. L’ho messo per iscritto per la prima volta in questo tweet, alle 17:07 del giorno dopo (7 agosto), il giorno dopo aver immaginato di rincorrere seminudo in pubblico un ladro che mi avesse rubato con destrezza il laptop.

E l’ho messo per iscritto perché un’oretta prima di quel tweet mi era capitato di vedere, nel flusso delle notizie che sfoglio spesso, che la BBC aveva pubblicato questo: un uomo che rincorre nudo un cinghiale che gli ha rubato la borsa contenente il suo laptop.

L’episodio è successo vicino a Berlino, e la moglie dell’uomo, che è un nudista, ha pubblicato altre foto della vicenda.

Dovrei quindi pensare “Non può essere una coincidenza! Chiaramente la BBC mi legge nel pensiero!”? Secondo i ragionamenti degli scettici/paranoici, sì.

Le corrispondenze sono troppe, no?

  1. L’ho pensato proprio il giorno prima.
  2. Ho pensato proprio a un laptop.
  3. Ho pensato che me lo portassero via con destrezza.
  4. Ho pensato di rincorrere il ladro.
  5. Ho pensato di farlo in condizioni imbarazzanti.


Ma in realtà io mi sono ricordato di quel pensiero fugace soltanto perché ho visto la notizia della BBC. Era uno dei mille pensieri che mi passano per la testa ogni giorno. Ho semplicemente ricordato quello che più o meno corrispondeva alla notizia: ho notato una coincidenza.

Se non ci fosse stata quella notizia a stimolare il ricordo, mi sarei completamente dimenticato di quel pensiero. Quanti pensieri facciamo nel corso di una giornata? Uno fra i tanti ha coinciso con una notizia, tutto qui.

Oltretutto la mia mente ha dovuto forzare un po’ per far combaciare il pensiero e la notizia: il mio ladro non era un cinghiale. Non ero in un prato. E non ero nudo. Ma fa niente, ho avvertito subito un brivido per la corrispondenza sorprendente.

Questi processi mentali sono gli stessi alla base dei presunti sogni premonitori e dei successi dei sensitivi, delle cartomanti e dei paragnosti figli di paragnosti. Ci ricordiamo le cose azzeccate, scartiamo quelle sbagliate.

Quindi prima di dire “il mio telefonino mi ascolta, ho le prove” e accusare Google, Facebook e gli altri social di commettere atti altamente illegali su scala massiccia, pensateci bene e chiedetevi se per caso esiste un’altra spiegazione. Perché le coincidenze càpitano.

Davvero non avete mai scritto/googlato/messo un like a qualcosa legato a quel tema che ora vi viene proposto? La geolocalizzazione rivela il vostro interesse per quella cosa? I vostri amici ne hanno mai parlato online? Avete condiviso la stessa rete Wi-Fi con persone che hanno discusso online di quell’argomento? Non dimenticate che Google e social network sono maestri nel cercare ogni possibile appiglio di correlazione per proporvi pubblicità mirata.

Fine della storia. Se ora non riuscite a levarvi dalla mente un nudista che rincorre un cinghiale o un informatico spilungone in mutande, mi spiace. Ma è sempre meglio che pensare di essere ascoltati 24 ore su 24.

Qualche giorno dopo aver scritto la prima stesura di questo articolo mi è capitato un episodio che ne conferma le conclusioni.

Credete che il telefonino vi ascolti? Considerate quello che mi è successo

Per tutti quelli che sospettano che il telefonino li ascolti e usi le parole
chiave delle loro conversazioni per mandare pubblicità in tema, ho un esempio
pratico personale di cosa avviene in realtà.

Venerdì sera ero a un concerto a Lugano. Nella pausa ho chiacchierato faccia a
faccia (non telefonicamente) con un amico che non vedevo da tempo. A un certo
punto abbiamo parlato di Spazio 1999 e gli ho accennato al fatto che
l’Aquila di quella serie aveva indotto George Lucas a cambiare il design del
Millennium Falcon di Star Wars. Un argomento molto specifico, di
nicchia.

E oggi, poco fa, mi è comparso questo su Twitter.

Non c’è nessun ascolto di massa tramite telefonini; i test lo hanno confermato
infinite volte (BBC; Washington Post (paywall); Medium; Guardian; Spiralytics; Vice (unica leggermente dubbiosa); NordVPN;
CBS), e un comportamento del genere sarebbe talmente illegale che nessun social
network correrebbe il rischio. Ci provò nel 2019 l’app ufficiale del
campionato spagnolo di calcio, LaLiga, che fu
colta
a usare il microfono e la geolocalizzazione degli smartphone per identificare
i locali che trasmettevano le partite senza autorizzazione: l’agenzia spagnola
per la protezione dei dati diede all’organizzazione sportiva una sanzione di
250.000 euro. 

E perché dovrebbe esporsi a un rischio del genere, quando può
già leggere tutti i messaggi, sapere chi siamo, dove siamo e con chi siamo
(sotto lo stesso Wi-Fi) e guardare tutte le nostre foto e sapere a chi e cosa
mettiamo i like?

La realtà, forse banale, è che noi parliamo di tante cose tutti i giorni e
vediamo tante cose sui social network. E solitamente parliamo delle cose che
ci interessano e guardiamo sui social le cose che ci interessano. Quando
l’insieme delle cose di cui parliamo e quello delle cose che vediamo online
hanno un’intersezione, la notiamo. Quando non ce l’hanno, la dimentichiamo.

Quel tweet mi è comparso su Twitter semplicemente perché seguo gli account che
parlano delle cose che mi interessano e parlo di cose che mi interessano.

Le coincidenze possono capitare. Anche quelle molto precise. Tutto qui.

Spiati dalla tecnologia: le gioie della pubblicità iper-mirata a “Filo Diretto” RSI

Ieri (10 dicembre) sono stato ospite della Radiotelevisione Svizzera, nel programma Filo diretto, per parlare di tecnologie e sorveglianze commerciali. Uno dei conduttori, Enea, ha raccontato la propria esperienza, condivisa da tanti utenti, di aver parlato di una cosa molto insolita e specifica e di aver visto subito dopo la pubblicità di quella cosa nel proprio flusso di pubblicità nei social network.

Vuol dire che i social network ci ascoltano tramite i microfoni dei nostri telefonini? No: c’è un’altra spiegazione, e ne parlo da 4:30. Guardate però anche i servizi che accompagano il mio intervento e quello dell’ospite Giacomo Poretti, dell’Istituto sistemi informativi e networking della SUPSI.

Notate che a 16:44 Poretti mostra un tablet e-ink reMarkable. Poche ore dopo, fuori onda, sul mio telefono è comparsa in Instagram la pubblicità dello stesso, identico oggetto. Come è possibile?

L’ipotesi leggermente complottista che i nostri smartphone ci abbiano ascoltato in questo caso è poco plausibile. Abbiamo parlato di tablet, ma il nome della marca è stato citato una singola volta (fuori onda) da uno dei conduttori, e oltretutto remarkable è una parola inglese molto comune.

Se la pubblicità iper-mirata si basasse sull’ascolto delle nostre conversazioni in studio, questo ascolto avrebbe dovuto rilevare le parole tablet e remarkable e associarle nonostante il fatto che erano state dette in momento piuttosto distinti e non certo consecutivamente: un livello di sofisticazione piuttosto implausibile.

Oltretutto, l’ipotesi è già stata smentita da varie ricerche (BBC/Wandera; CBS News), anche se i sospetti rimangono. Facebook, per quel che vale, ha categoricamente negato di usare i microfoni dei telefonini in questo modo.

C’è una spiegazione possibile molto più semplice: il mio smartphone potrebbe aver rilevato il tablet tramite Bluetooth e trasmesso questo rilevamento a Instagram, che avrebbe quindi proposto la pubblicità di un oggetto che sapeva che era (o era stato) vicino a me e quindi poteva interessarmi.

Questa possibilità tecnica è prevista esplicitamente dalle condizioni di contratto di Instagram:

…we collect information from and about the computers, phones, connected TVs and other web-connected devices you use that integrate with our Products, and we combine this information across different devices you use. For example, we use information collected about your use of our Products on your phone to better personalize the content (including ads) or features you see when you use our Products on another device, such as your laptop or tablet, or to measure whether you took an action in response to an ad we showed you on your phone on a different device.

Information we obtain from these devices includes:

  • Device attributes: information such as the operating system, hardware and software versions, battery level, signal strength, available storage space, browser type, app and file names and types, and plugins.
  • Device operations: information about operations and behaviors performed on the device, such as whether a window is foregrounded or backgrounded, or mouse movements (which can help distinguish humans from bots).
  • Identifiers: unique identifiers, device IDs, and other identifiers, such as from games, apps or accounts you use, and Family Device IDs (or other identifiers unique to Facebook Company Products associated with the same device or account).
  • Device signals: Bluetooth signals, and information about nearby Wi-Fi access points, beacons, and cell towers.

Una lettrice mi ha inoltre contattato in privato per dirmi che la stessa pubblicità le è comparsa dopo aver semplicemente letto il mio tweet e le relative risposte.

Certo, potrebbe trattarsi di memoria selettiva: reMarkable sta mandando la pubblicità a tanti utenti e se ne ricordano solo quelli che hanno visto la mia segnalazione in proposito. Ma io seguo molto il settore dei tablet, specialmente quelli con e-ink, e credo che mi ricorderei se avessi già visto quel prodotto (fra l’altro molto ben fatto e interessante).

In altre parole, i nostri telefonini non ci ascolterebbero continuamente alla ricerca di parole chiave pubblicitarie per tre ragioni fondamentali:

  1. Sarebbe illegale e la rivelazione di un servizio del genere sarebbe catastrofica per la reputazione del social network o motore di ricerca che lo usasse.
  2. Sarebbe molto onerosa in termini computazionali (miliardi di riconoscimenti vocali continui in centinaia di lingue e trasmissione del flusso di dati ai rispettivi server).
  3. I social network e i motori di ricerca non ne avrebbero bisogno perché sanno già tutto quello che serve di noi grazie alle cose che scriviamo o cerchiamo, all’elenco degli amici e delle loro occupazioni, alla geolocalizzazione e ai vari sensori presenti negli smartphone.

Ma se volete essere ipersicuri di non essere ascoltati dal vostro smartphone, fate una cosa molto semplice: non portatelo con voi quando dovete fare una conversazione privata.

Cellulari che ascoltano? Il Garante Privacy italiano indaga

Cellulari che ascoltano? Il Garante Privacy italiano indaga

Molti giornali stanno riprendendo l’annuncio
del Garante italiano per la protezione dei dati personali, che ha avviato
un’indagine sulle app che userebbero il microfono dello smartphone per
ascoltare le conversazioni degli utenti ed estrarne parole chiave a scopo
pubblicitario.

Ma l’annuncio va letto attentamente, per evitare informazioni ingannevoli come
quella del Messaggero, che
dice
che
Secondo il Garante della privacy [lo smartphone] verrebbe utilizzato
per carpire informazioni rivendute poi a società per fare proposte
commerciali.

Il Garante non ha detto questo. Ha semplicemente avviato un’istruttoria che
prevede l’esame di “una serie di app tra le più scaricate” a seguito di
segnalazioni di “un servizio televisivo e diversi utenti”, secondo i
quali
“basterebbe pronunciare alcune parole sui loro gusti, progetti, viaggi o
semplici desideri per vedersi arrivare sul cellulare la pubblicità di
un’auto, di un’agenzia turistica, di un prodotto cosmetico.”

In altre parole, il Garante per ora non ha prove che esista
questo abuso del microfono dello smartphone. Sta agendo, stando perlomeno al
suo comunicato, soltanto sulla base di queste segnalazioni di utenti e di un
servizio TV (non specificato, ma probabilmente è
questo di Striscia la Notizia, che usa un metodo sperimentale decisamente discutibile). Segnalazioni e
servizi che potrebbero anche aver preso un granchio, visto che la questione è
già stata affrontata varie volte con
test di esperti ed
è risultato che quello che molti utenti credono che sia stato carpito
ascoltando le loro conversazioni è in realtà semplicemente il risultato
dell’analisi incrociata della montagna di informazioni personali che
riversiamo nei nostri smartphone.

Usate Gmail? Google legge tutta la vostra posta e quindi sa i vostri gusti,
cosa comprate online e altro ancora. Usate i social network? Facebook (anche
con Instagram e WhatsApp) sa quali sono i vostri interessi. Questi servizi
sanno anche dove siete e con chi siete, grazie alla geolocalizzazione e alla
co-localizzazione: se due smartphone sono a lungo nello stesso posto e i due
utenti hanno avuto una comunicazione social o via mail, probabilmente si
conoscono e si parlano su argomenti che interessano a entrambi, quindi i
servizi pubblicitari mandano a ciascuno pubblicità dei prodotti che
interessano all’altro.

Aggiungiamoci poi la cosiddetta
illusione di frequenza
che ci spinge a notare le
coincidenze
e a dimenticare le non coincidenze, è il gioco è fatto: si ha l’impressione
che il telefonino ci ascolti.

In realtà che io sappia esiste un solo caso conclamato di ascolto ambientale
effettuato da un’app: nel 2019 l’app ufficiale del campionato spagnolo di
calcio, LaLiga, fu
colta
a usare il microfono e la geolocalizzazione degli smartphone per identificare
i locali che trasmettevano le partite senza autorizzazione. L’agenzia spagnola
per la protezione dei dati diede all’organizzazione sportiva una sanzione di
250.000 euro.

In attesa dei risultati dell’indagine del Garante italiano, è comunque sensato
andare nelle impostazioni del proprio smartphone e guardare quali applicazioni
hanno il permesso di accedere al microfono, levandolo nei casi sospetti. La
procedura varia a seconda del tipo di smartphone (Apple o di altre marche) e
della versione di sistema operativo (iOS o Android).