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Patti Chiari e PIN scavalcati, qualche chiarimento

Patti Chiari e PIN scavalcati, qualche chiarimento

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 22014/04/02.

La puntata di Patti Chiari (RSI La1) di venerdì scorso, visionabile qui (con altre info e commenti qui), si è occupata estesamente di software-spia da installare sugli smartphone per sorvegliare spostamenti, messaggi e chiamate.

A 36 minuti circa dall’inizio ho partecipato a una dimostrazione di come è possibile scavalcare rapidamente un PIN a quattro cifre di sblocco dello schermo/tastiera. Questa parte ha suscitato qualche perplessità fra chi ha seguito la puntata, per cui chiarisco qui pubblicamente i dubbi principali che mi sono stati segnalati.

  • Lo smartphone Android usato per l’esperimento (immagine qui sopra) non era realmente il mio; è stato fornito da Patti Chiari su mia richiesta, dato che non desideravo dare accesso ai dati sul mio vero smartphone. Inoltre, per esigenze televisive, ero consapevole del “furto” del telefonino messo a segno dal collega Lorik Sefaj (l’“hacker”) dalla mia tasca della giacca. Questi sono gli unici aspetti di messa in scena televisiva: tutto il resto della prova alla quale ho presenziato è stato reale.
  • Per l’esperimento ho scelto intenzionalmente un PIN di media difficoltà (0852), usato frequentemente dall’utente medio, invece di uno completamente casuale, per creare una situazione realistica. Lo scopo dell’esperimento era infatti scoprire se era possibile scavalcare le protezioni adottate da un utente comune e, se sì, in quanto tempo. Di fatto, comunque, la tecnica usata funziona anche su PIN più casuali: semplicemente ci mette più tempo.
  • La voce fuori campo parla correttamente di un PIN scelto a caso, non di un PIN casuale: infatti mi è stato detto di scegliere liberamente un PIN qualsiasi, senza rivelarlo a chi poi avrebbe tentato di scavalcarlo.
  • Rispettando la politica di Patti Chiari, non rivelerò marca e modello del dispositivo usato per scavalcare il PIN (e respingerò qualunque commento che tenti di farlo): dirò soltanto che sfrutta il fatto che gli smartphone considerano “trusted” le tastiere collegate fisicamente e che un PIN o una password lunghi più di quattro caratteri rendono molto più impegnativo lo scavalcamento con questa tecnica (ma quanti utenti usano un PIN lungo?).
  • A 39 minuti circa, Lorik Sefaj dice che si può scavalcare anche il PIN di un iPad (e quindi, in linea di principio, di qualunque dispositivo iOS). Alcuni spettatori sono molto scettici su questo punto. Quello che ha detto Lorik è quanto risulta dalla documentazione del dispositivo scavalca-PIN; se posso, farò una prova pratica personale e ne pubblicherò i risultati.

Aggiornamento 2014/04/02

Finora mi è mancato il tempo di fare un testo completo personale e non me la sono sentita di immolare il mio unico dispositivo iOS per fare test potenzialmente distruttivi: me ne procurerò uno sacrificabile non appena riesco a trovarlo senza svenarmi.

Intanto, però, ho verificato che il mio iPad 2, sul quale gira iOS 7 non jailbreakato, accetta digitazioni dallo specifico dispositivo mostrato da Patti Chiari, collegato tramite un Camera Connection Kit.

Inizialmente l’iPad segnala “Impossibile usare dispositivo – HID Keyboard: il dispositivo collegato non è supportato”. Tuttavia quando tocco OK l’iPad accetta comunque le digitazioni provenienti dal dispositivo. Le digitazioni vengono accettate anche nella schermata del PIN di blocco.

In altre parole, è possibile scriptare il bruteforcing di un PIN di un iPad usando il dispositivo in questione. Non è detto che sia conveniente. Infatti c’è l’ostacolo dei timeout, che diventano progressivamente più lunghi man mano che aumenta il numero di digitazioni errate del PIN (1 minuto dopo 10 tentativi; se anche l’undicesimo fallisce, 5 minuti; se fallisce anche il dodicesimo, 15 minuti; se fallisce anche il tredicesimo, 60 minuti; altri 60 minuti se fallisce il quattordicesimo; oltre non ho provato). Ma se il PIN è fra quelli più comuni e lo script tenta per primi questi PIN comuni (come è avvenuto per il dispositivo Android), mettendosi in pausa per i tempi di timeout opportuni, il bruteforcing effettuato in questo modo può richiedere tempi lunghi ma tollerabili.

Tuttavia vorrei chiarire una cosa: Lorik Sefaj non ha specificato quale tecnica o dispositivo userebbe per scavalcare il PIN di un iPad. Infatti nella puntata di Patti Chiari, a 39:12, Lorik dice testualmente solo questo: “Tutti i moderni smartphone hanno queste possibilità di attacco”. Paola Leoni chiede: “Anche gli iPad?”. Lorik conferma: “Anche gli iPad, certamente” e non aggiunge altro. Non è detto, insomma, che userebbe il dispositivo usato per scavalcare il PIN dello smartphone Android. Mi ha confermato questo concetto privatamente.

Mi vengono in mente almeno un paio di metodi alternativi più eleganti di un bruteforcing tramite emulazione di tastiera: per esempio quelli basati su software per forensics e altri sistemi. Ma ho pattuito con la redazione di Patti Chiari di non rivelare i dettagli delle tecniche utilizzate o utilizzabili e quindi non posso aggiungere altro. In ogni caso, è indubbio che il PIN standard di un iPad e/o di un iPhone si possa scavalcare se si ha accesso fisico allo smartphone o al tablet per un tempo sufficiente.

Se qualcuno è ancora dubbioso ed è disposto a sacrificare un suo iPhone e un po’ del suo tempo, posso organizzare una dimostrazione pratica.

Antibufala: attenti ai salassi in bolletta per chiamate ricevute

Antibufala: attenti ai salassi in bolletta per chiamate ricevute

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “picchiopier*”.
L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2014/08/26.

Davvero in Italia c’è una truffa telefonica che causa addebiti a chi semplicemente riceve una chiamata? Così sembrerebbe stando al Giornale, sul quale c’è un articolo (segnalatomi da un lettore, Daniele P.) a firma di Sergio Rame che s’intitola Non rispondete al telefono: ecco come vi rubano il credito.

L’articolo inizia con queste frasi:

“Le telefonate arrivano da un numero normale. Non certo di quelli che iniziano col prefisso 899 e che mettono subito in guardia perché chiaramente a pagamento. Come riporta il Secolo XIX, la trappola arriva da un numero “geografico”, cioè da un abbonato fisico: 0824052. Si tratta di un’utenza di Benevento anche se non risulta operativo. Eppure basta una risposta perché il credito inizi a scalare.”

Il titolo e l’ultima frase sono fortemente ingannevoli: fanno sembrare che basti rispondere alla chiamata per trovarsi degli addebiti. In realtà l’addebito truffaldino scatta solo se si richiama il numero.

Questa differenza fondamentale è chiarita dal testo dell’articolo del Secolo XIX (a firma di Marco Menduni) citato dal Giornale, che ha comunque un titolo altrettanto ingannevole: Allarme telefonini: dici «pronto» e sei truffato. Niente affatto: per essere truffati non basta dire “pronto” quando squilla il telefonino, bisogna richiamare il numero che ci ha chiamato.

Soluzione semplice: se vedete chi vi hanno chiamato da un numero che non riconoscete e non avete in rubrica, non richiamate quel numero. Se siete giornalisti o titolisti, invece, ripassate la differenza fra rispondere e richiamare.

Aggiornamento (2014/08/26): Un articolo altrettanto ingannevole è uscito il 4 agosto 2014 sul Messaggero.

Recensione: Nexus 5X, l’Android secondo Google

Recensione: Nexus 5X, l’Android secondo Google

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle gentili donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2015/12/16 3:40.

Nota: ho acquistato il telefonino di tasca mia e non ricevo compensi da Google o altri sponsor commerciali per questa recensione.

Di recente ho scritto del problema della scarsa sicurezza di Android derivante dal fatto che per moltissimi telefonini i produttori non rilasciano aggiornamenti del sistema operativo e ho segnalato che una soluzione a questo problema è procurarsi un Nexus, il telefonino Android gestito e aggiornato direttamente da Google. Così ne ho comprato uno, un Nexus 5x, che è appena uscito, e lo sto mettendo alla prova. Queste sono le mie prime impressioni d’uso: i dettagli tecnici delle prestazioni e delle specifiche li lascio agli esperti.

Il telefonino, che ho ordinato online direttamente da Google a 499 franchi (circa 460 euro) e mi è arrivato a casa con il corriere due giorni fa, è leggero e sottile, ma un po’ grande per i miei gusti (e meno male che ho scelto il modello “piccolo” della famiglia Nexus); difficilmente sta nella tasca dei pantaloni senza rovinarli o rovinarsi. Mi sa che mi procurerò una “cornetta” Bluetooth e terrò il telefono prevalentemente nella borsa insieme al laptop.

Il connettore USB Type-C ha il pregio di essere reversibile (a differenza dei precedenti, non ha importanza come lo orientate) ma ha anche il difetto di richiedere un adattatore apposito per collegarsi alle porte USB normali (il cavo dell’alimentatore fornito nella confezione del Nexus 5x ha un connettore USB Type-C a entrambi i capi). Devo quindi portare con me almeno due alimentatori e cavetti: uno per tutti i dispositivi micro-USB e uno solo per il Nexus.

Nella confezione non è prevista la cuffia: non che sia un problema, visto che ne ho una collezione intera proveniente dagli altri telefonini e comunque so che molti utenti preferiscono procurarsene una separatamente.

Manca la possibilità di inserire una scheda micro-SD per espandere la memoria o per trasferire rapidamente grandi quantità di dati (foto o filmati), che è una delle caratteristiche che mi ha sempre fatto preferire i dispositivi Android rispetto agli iCosi: il Nexus 5x è disponibile in versioni da 16 e 32 giga, ma bisogna scegliere quella che si vuole al momento dell’acquisto.

Anche la batteria non è rimovibile: lo so, è una tendenza diffusa che snellisce i telefonini, ma rimpiango i tempi in cui potevo cambiare batteria al volo invece di dovermi portare un’ingombrante e inefficiente batteria esterna (che oltretutto nega quasi tutti i vantaggi di leggerezza e compattezza dell’integrazione della batteria).

La configurazione del telefono è molto semplice: dando i dati del mio account Google eredita app, posta e altre impostazioni. Il sensore d’impronta, situato sul retro del telefonino, funziona bene e mi permette di avere un PIN di sblocco d’emergenza bello lungo e poco sbirciabile.

Android 6.0 (Marshmallow) cambia molti dettagli dell’interfaccia e può risultare un po’ disorientante per chi arriva da versioni meno recenti (io ho usato finora un Samsung S3), ma ci si abitua in fretta, anche se bisogna Googlare per scoprire, per esempio, che l’accesso veloce alle impostazioni non è più una scrollata dal bordo superiore dello schermo ma è una doppia scrollata (oppure usando due dita, come mi è stato segnalato nei commenti).

Interessante la funzione che tiene attivi acceleromtro e giroscopio usando un coprocessore separato: quando prendo in mano il telefono, si illumina il suo display e mi mostra l’ora. Comodissimo per chi usa il cellulare come sveglia.

Il pregio principale di uno smartphone come questo è che non contiene fuffa. Non ci sono tutte le stupide e inutili app promozionali o “personalizzazioni” ficcate dai produttori o dai rivenditori, spesso impossibili da disinstallare e ficcanaso. C’è un Android liscio, pulito, veloce e senza orpelli, con aggiornamenti di sicurezza forniti prontamente e direttamente da Google (tant’è vero che mi sono arrivati subito gli aggiornamenti di novembre). Potrei prendere un telefonino di marca, rootarlo e installare una CyanogenMod, oppure prendere un Wileyfox con CyanogenMod preinstallata, ma ho poco tempo e il Wileyfox non ha il sensore d’impronta, che trovo discutibile per situazioni di elevata sicurezza ma è dannatamente pratico in condizioni normali.

Oggi è il battesimo del fuoco del mio Nexus 5x: sono in viaggio per Losanna per andare a sentire Buzz Aldrin e Alexei Leonov e questo articolo vi arriva grazie al tethering Bluetooth col quale ho collegato il mio laptop alla rete cellulare. Vi racconterò nei prossimi giorni com’è andata.

2015/12/16

Dopo un mese di utilizzo tutto sommato mi trovo bene; l’app della fotocamera si è piantata un po’ troppo spesso proprio quando volevo fare foto, ma i recenti aggiornamenti delle app sembrano aver risolto il problema.

Soprattutto funzionano gli aggiornamenti di sicurezza: poco fa è arrivata sul Nexus la notifica della disponibilità di Marshmallow versione 6.0.1. Questo aggiornamento è stato rilasciato da Google una settimana fa. Non male come tempi di distribuzione degli aggiornamenti.

Antibufala: scoperto in Austria un telefonino di 800 anni fa!

Antibufala: scoperto in Austria un telefonino di 800 anni fa!

Gira su Internet una foto, quella mostrata qui accanto, che raffigura una tavoletta di argilla molto particolare trovata in uno scavo archeologico in Austria: somiglia dannatamente a un telefonino, solo che ha 800 anni.

Siamo noi che interpretiamo erroneamente con occhi moderni un oggetto antico? O è davvero un oggetto odierno lasciato nel passato da un viaggiatore nel tempo o una conferma di un contatto alieno, come sostiene per esempio il sito Mysterious Universe?

Il sito cita subito gli alieni Anunnaki del pianeta Nibiru, ma stranamente dimentica di considerare l’ipotesi più semplice: che si tratti di una burla moderna. Infatti il sito antibufala Snopes ha fatto quello che dovrebbe fare qualunque sito d’indagine seria, ossia cercare l’immagine in Google prima di lanciarsi in teorie più o meno fantasiose.

Facendo questa ricerca emerge che il “telefonino” di argilla raffigura effettivamente un telefono cellulare odierno, ma non perché arriva da un altro pianeta o da un viaggiatore nel tempo: semplicemente è una scultura creata a gennaio 2012 dagli scultori tedeschi Karin e Karl Weingärtner, dell’Art Replik Studio, che l’avevano poi intitolata BabyloNokia.

Guarda caso, la versione della foto pubblicata da Mysterious Universe taglia il titolo e la scritta che riporta il nome del sito degli scultori, http://www.art-replik.com. Nessun mistero, insomma, ma solo tanta malizia attiraclic.

Addebiti per roaming dati mentre il roaming dati era disattivato? Fatemi sapere

Addebiti per roaming dati mentre il roaming dati era disattivato? Fatemi sapere

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “danielecap*”. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Mi è capitata già un paio di volte una cosa strana: pur avendo disattivato sul mio cellulare (Android) il roaming dati, l’operatore preso il quale sono abbonato mi ha addebitato in bolletta dei costi per il roaming dati mentre ero all’estero.

Pochi spiccioli per pochissimi kilobyte (una trentina di k), che ho contestato e mi sono stati annullati senza difficoltà, ma ad altre persone che conosco non è andata altrettanto bene: bollette da oltre 700 franchi soltanto per roaming dati su operatori esteri, pur essendo sicuri di non aver fatto trasmissione dati in roaming internazionale perché l’opzione apposita era disattivata (immagine qui accanto). Nel loro caso, una pronta contestazione ha ridotto gli addebiti misteriosi ma non li ha annullati.

Se vi è capitato qualcosa di simile o ne sapete qualcosa, segnalatelo nei commenti (anche se non siete utenti di operatori cellulari svizzeri). Vorrei capire se si tratta di un fenomeno diffuso e soprattutto capirne la causa: sistema operativo difettoso? App che scavalcano le restrizioni? Operatori esteri che generano addebiti fantasma? Operatori locali che fanno altrettanto?

Inoltre se avete un’app di monitoraggio del traffico di dati che generi un log cronologico di quale app ha trasmesso dati e quanti dati ha trasmesso, o se ne sapete scrivere una, mi interessa.

La strana storia del videotelefono che compie... cinquant’anni?

La strana storia del videotelefono che compie… cinquant’anni?

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Avreste mai detto che il primo videotelefono risale al 1964? Bill Hammack di Engineerguy.com propone un bel video che ripercorre la storia bizzarra della videochiamata che oggi diamo assolutamente per scontata nei nostri smartphone e computer.

Il Bell PicturePhone, nella foto qui accanto, debuttò nel 1964 (e si vede dal design) alla World Fair, collegando New York con Disneyland: doveva essere una rivoluzione della comunicazione, ma fu un flop che costò all’azienda produttrice mezzo miliardo di dollari.

Tecnicamente era geniale: riusciva a trasmettere sulle normali linee telefoniche in rame (non c’era in giro l’ADSL o la fibra ottica, allora) un’immagine video in bianco e nero insieme all’audio della chiamata. Non c’erano schermi piatti, per cui usava un piccolo tubo catodico televisivo. A partire dalla versione del 1970, quella messa in vendita al pubblico, aveva già incorporata una videocamera CCD per riprendere gli interlocutori (il CCD era stato inventato l’anno precedente). La Bell installò cabine per le videochiamate in vari luoghi pubblici di grande traffico negli Stati Uniti per promuovere il servizio. Si aspettava che entro il 2000 avrebbe avuto una dozzina di milioni di abbonati al videotelefono.

Ma le cose andarono malissimo. La Bell chiedeva circa 160 dollari di allora (mille di oggi) di canone mensile e le chiamate costavano 20 dollari al minuto (circa 150 di oggi). E così nel 1964 c’erano in tutti gli Stati Uniti solo una settantina di utenti; sei anni dopo non ce n’era più neanche uno. Nel 1978 la Bell ritirò il prodotto dal mercato dopo aver speso circa 500 milioni di dollari in ricerca. Nessuno voleva videochiamare, specialmente non a questi prezzi.

Alla Bell non erano stupidi: i prezzi furono imposti dalle norme antimonopolio dell’epoca, che le impedirono di immettere il PicturePhone sul mercato offrendolo sottocosto per stimolarne la diffusione, come si fa spesso con le tecnologie innovative. Peccato, perché il videotelefono doveva essere il primo di una serie di servizi telematici che sarebbero stati veicolati tramite la rete telefonica, rendendo economicamente conveniente la modernizzazione dell’infrastruttura per offrire servizi in banda larga.

In altre parole, c’era chi concepiva e costruiva Skype e Internet già negli anni Sessanta. È per questo che chi ha qualche anno sulle spalle si lamenta che il futuro non è più quello di una volta.

Aggiornamenti

È disponibile il video della prima chiamata commerciale del PicturePhone, effettuata a Pittsburgh nel 1970. Sulla genesi del CCD e sul suo uso nel PicturePhone, segnalo The Invention and Early Histoy of the CCD (disponibile anche qui), che mostra il vidicon usato inizialmente per poi sostituirlo con i primi CCD. Ho aggiornato l’articolo per chiarire che la versione del 1964 non usava ancora il CCD.

L’origine della classica suoneria Nokia

La pubblicità del Nokia 1011, primo palmare GSM sul mercato (1992):

A 13 secondi dall’inizio ci sono le note che diventeranno poi la celeberrima suoneria standard di tanti cellulari.

La musica proviene da qui: Francisco Tárrega – Grand Vals.

Grazie a @mikko e @rboninsegna per la segnalazione.

Antibufala: è pericoloso rispondere al telefonino mentre è in carica o a batteria quasi esaurita!

Antibufala: è pericoloso rispondere al telefonino mentre è in carica o a batteria quasi esaurita!

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Un lettore e ascoltatore del Disinformatico, Andrea, segnala che sta circolando in Rete un nuovo allarme riguardante i telefonini e scritto in un italiano claudicante: “Oggi un altro bambino è morto perchè ha risposto ad una chiamata mentre il telefono era ancora in carica. Quel tempo aveva una vibrazione improvvisa del suo cuore e poi bruciato la mano. Quindi per favore non rispondere alle chiamate o non chiamate durante il caricamento del telefono cellulare. Quando la batteria del telefono è l’ultima barra non effettuare una chiamata o rispondere alle chiamate in arrivo, perché la radiazione è 1.000 volte più forte. Questo può accadere a qualsiasi marca di telefoni cellulari per favore passare tali informazioni a tutti coloro che se ne frega e non dimenticate di condividere per la vostra sicurezza”.

Dovrebbe bastare lo stile sconclusionato per liquidare come bufala un appello del genere, ma caso mai non fosse sufficiente arriva anche la smentita dettagliata del sito antibufala Snopes.com: l’appello è vecchio di anni (è una variante di quello che girava nel 2008), non c’è nessun pericolo maggiore nel rispondere a una telefonata mentre il cellulare è in carica rispetto a quando non lo è, e non è affatto vero che “la radiazione è 1000 volte più forte” quando la batteria è quasi esaurita.

Al tempo stesso, è vero che le batterie dei telefonini, specialmente quelle non originali che spesso non hanno dispositivi di sicurezza integrati, possono talvolta surriscaldarsi, scoppiare e prendere fuoco, ferendo le persone che stanno nelle vicinanze: Snopes cita alcuni casi realmente avvenuti. È quindi meglio usare batterie originali e fare in modo che il telefonino sia ben ventilato durante la carica, che genera calore. Metterlo sotto il cuscino per ascoltare la musica di notte, come fanno molti mentre lo caricano, non è una buona idea, perché il cuscino impedisce la dispersione del calore prodotto dalla carica.

Antibufala: donna cinese folgorata dall’iPhone sotto carica?

Antibufala: donna cinese folgorata dall’iPhone sotto carica?

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “leonardo.cr*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Ma Ailun. Credit: tech.qq.com.

Molte testate giornalistiche (per esempio Corriere della Sera; Corriere del Ticino; BBC) stanno riportando la notizia della morte di una donna cinese di 23 anni, Ma Ailun (foto qui accanto), che sarebbe stata folgorata dal proprio iPhone 5, usato per rispondere a una chiamata mentre era sotto carica. Comprensibilmente, molti si stanno preoccupando che la stessa cosa possa succedere anche a loro.

Prima di lasciarsi andare all’angoscia sarebbe sensato riflettere un momento sui dati di fatto. La polizia locale non ha ancora accertato se la causa della morte sia davvero il telefonino, ma ha confermato soltanto che il decesso è avvenuto per folgorazione (Xinhuanet.com; China Daily; Sina.com). La notizia è esplosa dopo che la sorella maggiore ha pubblicato un post sul servizio di microblogging Sina Weibo nel quale affermava che la causa della folgorazione era l’iPhone, e per ora è soltanto lei ad affermarlo. La sorella maggiore è anche l’unica persona ad aver dichiarato che l’iPhone e l’alimentatore erano originali e non una delle tantissime imitazioni circolanti in Cina e spesso prive delle più elementari protezioni.

Come chiarisce l’esperto contattato dalla BBC, non dovrebbe essere possibile restare folgorati mortalmente usando un telefonino sotto carica, perché l’energia elettrica che esce dal caricabatteria (alimentatore) è a bassissima tensione (circa 5 volt) ed è di gran lunga troppo debole per causare danni. Ci vorrebbe un difetto molto grave o un danno molto serio all’alimentatore o all’impianto elettrico domestico per dare una scossa elettrica mortale. L’esperto citato da The Inquirer afferma invece che “c’è un rischio nell’usare un dispositivo elettrico, che sia un rasoio o un telefono, mentre viene caricata la sua batteria”. Però non dice quale sia questo rischio o come lo si causi o lo si eviti. Non è di grande aiuto.

Se preferite evitare di rispondere al telefonino mentre è sotto carica, fate pure: è una scelta di massima cautela, anche se normalmente non dovrebbe fare alcuna differenza. Ci sarebbero semmai casi particolari più realistici che sarebbe meglio evitare, come per esempio l’uso di un cellulare sotto carica quando si è nella vasca da bagno o se si è bagnati, perché l’acqua può colare lungo il filo ed entrare nella presa. Può essere solo una coincidenza, ma secondo quanto riporta CNN, la donna era uscita dalla vasca da bagno per rispondere al telefonino.

Aggiornamento (2013/07/17)

ZDNet ha un aggiornamento sulla notizia: la donna era sola in casa al momento della folgorazione ed è stata trovata dal fidanzato “sdraiata sul letto, con un iPhone 4 Apple sotto carica attaccato al lato destro del collo. La pelle circostante era nera e bruciata.” Inoltre “il dito indice destro e l’alluce sinistro erano inceneriti a partire da sopra l’ultima articolazione”. Mi chiedo se un alimentatore, autentico o fasullo, possa causare bruciature così significative senza che si fonda prima il filo, solitamente sottile, che lo collega al telefonino.

Degli esperti, insieme alla polizia, hanno esaminato il luogo e non hanno trovato problemi con i circuiti domestici o con l’alimentatore. Il telefonino ha delle crepe su entrambi i lati e i tasti bruciati ma è ancora in grado di effettuare chiamate. L’apparecchio è ora in mano alla polizia, che deve ancora determinare se si tratta di un iPhone autentico.

Fonti aggiuntive: The Register, Gawker, The Atlantic.