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La letterina di scuse di Facebook

La letterina di scuse di Facebook

Come dicevo nella puntata di stamattina del Disinformatico alla Radio Svizzera, un difetto nella gestione dei dati degli utenti di Facebook ha fatto sì che nei mesi scorsi chi scaricava una copia dei propri dati usando l’apposito servizio di Facebook poteva trovare nel file scaricato anche dati altrui, in particolare numeri di telefono e indirizzi di mail, che gli utenti avevano affidato al social network fidandosi delle sue promesse di custodirli diligentemente. Le promesse non sono state mantenute.

Uno dei circa sei milioni di account Facebook ai quali il social network non ha custodito correttamente i dati mi appartiene. È uno dei miei account di test. Su quell’account ho ricevuto questa mail di scuse da parte di Facebook. Magari vi interessa conoscerne il testo.

Ciao [nome utente],

La privacy degli utenti è importantissima per tutte le persone che lavorano in Facebook: la nostra priorità è proteggere le tue informazioni. Nonostante il nostro impegno sia costantemente rivolto a evitare o risolvere eventuali problemi prima che interessino concretamente le persone, di recente si è verificato un problema tecnico a causa del quale un’altra persona ha potuto vedere il tuo numero di telefono o il tuo indirizzo e-mail.

Il bug ha interessato un numero limitato di utenti e, con tutta probabilità, ha esposto il tuo indirizzo e-mail o numero di telefono solo a persone che conosci già al di fuori di Facebook. Nonostante ciò, ci rendiamo conto di quanto sia grave questo errore da parte nostra.

La spiegazione del bug è altamente tecnica, ma desideriamo spiegare cosa è successo. Quando le persone caricano una lista di contatti o una rubrica telefonica su Facebook, cerchiamo di stabilire una corrispondenza tra tali dati e le informazioni di contatto pubblicate da altre persone su Facebook per generare suggerimenti di amicizia. Il bug ha fatto in modo che gli indirizzi e-mail e i numeri di telefono usati per generare questi suggerimenti di amicizia e ridurre il numero di inviti mandati indesiderati venissero memorizzati negli account Facebook degli utenti, accanto ai contatti da loro caricati. Di conseguenza, quando una persona scaricava un archivio delle informazioni presenti nel suo account Facebook mediante l’apposito strumento che mettiamo a disposizione, tale archivio includeva i suoi contatti scaricati. È durante questo processo che le persone potrebbero aver ottenuto indirizzi e-mail o numeri di telefono aggiuntivi.

Ecco le tue informazioni di contatto condivise per sbaglio con 3 utenti di Facebook al massimo:

*******[ultime quattro cifre di un mio numero di telefonino]

Secondo le nostre stime, gli utenti che hanno visto queste informazioni di contatto aggiuntive accanto al tuo nome sono stati 3 e tale errore si è verificato nella copia scaricata delle informazioni del loro account. Non è stata mostrata nessun’altra informazione su di te ed è probabile che le persone che hanno visto queste informazioni siano persone che conosci nonostante non siate amici su Facebook.

Ci rendiamo conto che condividere per sbaglio le informazioni di contatto di qualcuno sia inaccettabile, anche quando l’utente interessato conosce le persone che hanno potute vedere queste informazioni, e ti assicuriamo che abbiamo preso le misure appropriate per evitare che si ripeta una situazione del genere. Per ulteriori informazioni sul problema, leggi il nostro post sul blog.

Per tutti noi che lavoriamo in Facebook, questo problema è serissimo. Ti ringraziamo per la fiducia che hai sempre dimostrato in qualità di utente di Facebook e ti assicuriamo che, giorno dopo giorno, facciamo del nostro meglio per assicurarci che il servizio che ti forniamo soddisfi le tue aspettative.

Grazie,

Il team di Facebook

L’insostenibile leggerezza di Google Plus

L’insostenibile leggerezza di Google Plus

Poco fa ho ricevuto questa notifica in una delle mie caselle di mail:

Faccio veramente fatica a capire cosa possa spingere una persona (che non conosco) a voler condividere con me un’informazione così inutile. Pensa davvero che mi possa far piacere sapere che ha “giocato a calcio #GoogleDoodle”? Non gli viene il dubbio che scocciare la gente con notifiche irrilevanti sia un modo perfetto per qualificarsi come spammer e quindi finire dritto nel cestino? E Google pensa davvero di essere apprezzata dagli utenti quando attiva notifiche come questa?

Ho disattivato le notifiche e aggiunto un altro motivo alla mia lista di ragioni per non iscrivermi a Google+. Se questo genere di spam “rispecchia la vita reale” secondo Google, allora Google ha bisogno di rifarsi una vita.

Aggiornamento

2012/08/11 – Questo doveva essere un mini-post, una semplice considerazione di passaggio, ma ha scatenato una notevole quantità di commenti arrabbiati. Forse non sono stato chiaro nell’esprimermi: la mia critica è principalmente all’utente che ha pensato fosse una buona idea mandarmi un’informazione sicuramente e assolutamente inutile. Critico anche Google+ per aver incluso questa funzione, ma è l’utente che sceglie di usarla. E non sto facendo classifiche di cosa è peggio fra Google+ e Facebook. Sto solo commentando sulla mancanza di buon senso di chi spamma: che usi Facebook, Google+ o la mail cambia poco. È sempre spam. È sempre mancanza di riguardo.

Nike condannata in GB per tweet pubblicitari ingannevoli

Wayne Rooney Nike tweetL’ASA, autorità di controllo sulla pubblicità nel Regno Unito, ha bocciato una campagna via Twitter di Nike nella quale due calciatori avevano tweetato messaggi contenenti link a video promozionali Nike.

Dalla sentenza dell’ASA: “We noted the Code did not just require ads to be identifiable as marketing communications but that they must be obviously identifiable as such […] We considered there was nothing obvious in the tweets to indicate they were Nike marketing communications. In the absence of such an indication, for example #ad, we considered the tweets were not obviously identifiable as Nike marketing communications and therefore concluded they breached the Code.”

Secondo la BBC, è il primo caso del genere.

Le cose che non colsi – 2011/06/23

Un po’ di chicche: non tutte fresche ma ghiotte comunque

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Doctor Who. Se avete un bel telescopio all’aperto, vi serve una copertura per proteggerlo. Ma invece della solita cupola, c’è chi usa un TARDIS. Il Dottore ha fan agguerritissimi anche in Russia, che traducono i sottotitoli quasi in tempo reale (pubblicando anche gli originali inglesi) presso Notabenoid. Non vi basta? Allora vi propongo il tema di Doctor Who suonato dalle mega-bobine di Tesla. Già visto? OK, ma stavolta dentro la gabbia c’è Adam Savage di Mythbusters.

2001 Odissea nello Spazio. Foto di oggetti di scena, attori, modelli e altre chicche straordinarie per i cultori del film di Kubrick. E non perdetevi questi poster che sono finte pubblicità d’epoca per HAL 9000 e la navetta Orion.

L’NSA pubblica 50.000 documenti segreti. C’è parecchia storia dell’informatica militare. Buona caccia.

Shuttle attraccato alla ISS, foto scattate da terra, in 3D. Thierry Legault non smette mai di stupirci. Se questo è quello che può fare un privato, immaginatevi cosa possono fare i militari.

RSA, 40 milioni di token da cambiare. Alcune intrusioni informatiche costano più di altre e rendono inutili, se non pericolosi, i gingilli che generano password temporanee usati da tante aziende. Brr.

Francia, vietato dire Facebook e Twitter in TV e alla radio. A meno che si tratti della lettura di una notizia che li riguarda. Una nuova applicazione di una norma del 1992 che proibisce la promozione di aziende nei notiziari. Quindi niente più “seguiteci su Twitter” e simili per i programmi TV francesi. Geniale.

Video del volo rasoterra. Il Corriere e altri giornali hanno pubblicato un video di un volo incredibilmente radente di un caccia. C’è chi pensa si tratti di un falso, ma Gizmodo ha pubblicato la ripresa corrispondente fatta a bordo del caccia, che sarebbe di un pilota argentino, e sembrano collimare. È per questo che si dice che esistono piloti temerari e piloti anziani, ma non esistono piloti temerari anziani.

Base segreta marziana in Google Mars. Non c’è limite alla stupidità della gente. Repubblica segnala la “scoperta”, da parte di un internauta di nome David Martines, di una strana struttura dal perimetro rettilineo che “fa pensare a un edificio”. Semmai fa pensare a una cretinata. Fa niente: il video raggranella migliaia di visite. Al can can intorno al nulla si accodano Gizmodo e il Daily Mirror. Francesco mi segnala che è probabilmente uno spike, un disturbo prodotto dai raggi cosmici sul sensore della sonda che ha ripreso le immagini (Discovery.com, Yahoo.com).

Usate Instapaper? L’FBI ha una copia di tutto quello che avete letto o archiviato. Una copia illegale. Lo segnala il blog ufficiale di Instapaper. E vorrebbero spingerci verso il cloud? Non mi sorprende: in questo modo sarà uno spasso sapere tutto dei propri sudditi. Pardon, cittadini.

Skype comprato da Microsoft, inizia il ritiro dall’open source. Skype per Asterisk non sarà più acquistabile dal 26 luglio. Decisione, però, presa mesi prima dell’acquisto, ufficialmente. Già non era andata bene con l’update che forzava l’installazione di un bloatware (software aggiuntivo indesiderato), EasyBits GO. È ora di guardarsi in giro e cercare qualcos’altro.

Stagista australiana 22enne trova massa mancante dell’universo. Così dice Repubblica a proposito di Amelia Fraser-McKelvie, che avrebbe battuto orde di esperti che cercavano da decenni di risolvere il mistero. Fa eco il Sydney Morning Herald. Conviene leggersi almeno l’abstract del paper scientifico originale, sul Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, invece della divulgazione un po’ troppo entusiasta dei giornali.

I cellulari causano tumori? Non proprio. Un po’ di articoli che chiariscono il recente allarme per una ricerca (o meglio, una review di altre ricerche) che sembrerebbe avvalorare questa tesi quando in realtà il rischio è pari a quello dei sottaceti: Punto Informatico, BoingBoing, Cancer Research UK, New York Times, BBC.

Utenti dei social network in calo? Facebook smentisce. Inside Facebook denuncia un calo di 6 milioni di utenti facebook in USA e di 100.000 nel Regno Unito. Ma il Regno di Zuckerberg nega e altre aziende gli danno ragione (BBC).

Facebook, tempi spesi e nuove sicurezze

Facebook, tempi spesi e nuove sicurezze

23 miliardi di minuti al giorno su Facebook, tuteliamoli con nuove misure di sicurezza

Questo articolo vi arriva grazie a uno sponsor.

Alla conferenza Virus Bulletin 2010 che si tiene a Vancouver, il boss del reparto anti-malware di Facebook, Nick Bilogorskiy, ha reso pubblico un dato che ha dell’incredibile, riferito da Graham Cluley di Sophos. Ogni giorno i 550 milioni di utenti di Facebook spendono sul loro social network in totale 23 miliardi di minuti: una media di circa tre quarti d’ora a testa.

Un altro dato intrigante: gli autori del worm Koobface, che circola su Facebook da un paio d’anni, hanno incassato in media 35.000 dollari la settimana nel corso del 2009, vale a dire 1,8 milioni di dollari l’anno. Mica male, ma Bilogorskiy ha detto che si sa chi sono e che le forze dell’ordine stanno indagando.

Se siete preoccupati che qualcuno vi rubi la password di Facebook e usi al posto vostro la vostra identità nel social network, Bilogorskiy ricorda che da qualche mese Facebook mette a vostra disposizione una funzione che vi avvisa via mail o SMS in caso di accesso al vostro profilo Facebook effettuato da un computer diverso da quelli che avete autorizzato.

Trovate i dettagli di questa funzione nel blog di Facebook, ma in sintesi: andate su Account, Impostazioni account, Protezione dell’account, Modifica e attivate le notifiche di accesso.

Il servizio non è molto preciso nell’identificare la località dalla quale è stato effettuato l’ultimo accesso (nella schermata qui sopra, io non ero affatto a Zurigo; l’indicazione si riferisce al provider che usavo), ma è uno strato di protezione in più comunque consigliabile. In caso di accesso da un dispositivo diverso da quelli autorizzati, verrà posta una domanda di verifica.

Cluley, sempre ottimista, sottolinea però che anche la notifica via mail si presta a trappole di social engineering: dice che sarebbe molto facile per degli aggressori confezionare una mail di notifica falsa che mandi in panico l’utente e lo inviti a cliccare su un link che porta a un sito-trappola. La raccomandazione di tenere sempre i nervi saldi vale anche stavolta.

Diaspora, l’anti-Facebook

Diaspora, l’anti-Facebook

Diaspora, debutta il Facebook fai da te

È disponibile per lo scaricamento e la sperimentazione da parte di chiunque voglia partecipare al suo sviluppo la versione pre-alpha di Diaspora, un progetto mirato a realizzare un’alternativa libera a Facebook che salvaguardi maggiormente la privacy degli utenti dando loro un vero controllo sui propri dati.

Diaspora è open source: il suo codice di programmazione è liberamente esaminabile e modificabile da chiunque. È nato alcuni mesi fa dall’idea di quattro studenti statunitensi, concepita  mentre Facebook era oggetto di critiche molto vivaci per la sua gestione macchinosa e disinvolta delle impostazioni di privacy dei suoi 500 milioni di utenti. Gli studenti hanno chiesto alla comunità degli internauti un finanziamento per sviluppare il progetto e tramite il sito apposito Kickstarter hanno raccolto oltre 200.000 dollari che hanno permesso loro di dedicarsi interamente a Diaspora.

Secondo Maxwell Salzberg, uno dei cofondatori di Diaspora, il cui sito di riferimento è Joindiaspora.com, questo nuovo social network sarà una “rete distribuita in cui computer completamente separati si collegheranno direttamente fra loro e permetteranno a noi di connetterci senza cedere la nostra privacy”. Funzionerà così: ciascun utente potrà configurare un nodo della rete di Diaspora, denominato “seme”, un mini-server Web sul proprio computer domestico o su un computer dedicato. Questo “seme” raccoglierà i dati dell’utente pubblicati su Facebook, Twitter e altri siti e comunicherà con i “semi” degli altri utenti, condividendo questi dati secondo le impostazioni di privacy decise da ciascun utente e utilizzando una connessione diretta e cifrata, senza dipendere da computer centrali, in modo da garantire all’utente il massimo controllo. Un’impostazione simile a quella di alcune reti peer-to-peer.

I servizi previsti saranno simili a quelli di Facebook: creazione di un circolo di “amici”, condivisione di fotografie, video e file, chat istantanea, telefonate via Internet, “tagging” delle fotografie, ma a differenza di Facebook, i dati non verranno depositati presso i computer centrali di un’azienda dove possono essere analizzati e utilizzati per quello che il professore di legge Eben Moglen della Columbia University ha definito “spionaggio gratuito”. Con Diaspora questo “spionaggio” non sarà possibile perché i dati degli utenti non verranno centralizzati.

È importante ribadire che Diaspora non è pronto per essere scaricato e utilizzato dall’utente comune, ma è interessante leggere cosa è stato realizzato fin qui e vederne le prime schermate (che hanno un’aria rassicurantemente familiare) per capirne l’impostazione e cominciare a pensare seriamente a quanto teniamo ad avere il controllo della nostra vita sociale su Internet.

Preferiremo affidarci a un’azienda che utilizzerà i nostri dati per motivi commerciali e offre un bacino di utenti immenso oppure a un progetto che si regge sulla trasparenza e il rispetto della privacy ma ha davanti a sé una strada tutta in salita, spianata solo dal fascino indiscutibile di vedere Davide sfidare Golia? I prossimi mesi si preannunciano interessanti, specialmente per tutte le società e i singoli che in Facebook hanno investito risorse per farsi conoscere. E se avessero aperto una vetrina in un centro commerciale dove non andrà più nessuno? Staremo a vedere. Facebook, invece, sicuramente non starà a guardare.

Fonti: Gizmodo, Slashdot, BBC, Ars Technica.

Habbo, mobili virtuali, crimini reali

Habbo, mobili virtuali, crimini reali

Come si cercano dei mobili virtuali rubati?

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “clodo” e “giorgio.im*”.

Una bella demolizione del luogo comune che separa “reale” e “virtuale” arriva dalla Finlandia, dove la polizia ha perquisito numerose case in cinque città e sequestrato materiale informatico nel tentativo di recuperare oggetti rubati e acciuffare i ladri. La cosa è interessante perché si tratta di oggetti virtuali, impalbabili, ma pagati con soldi reali.

Secondo Yahoo e Sophos, le indagini riguardano fino a 400 episodi di furto avvenuti all’interno del social network giovanile Habbo, che ha 118 milioni di utenti registrati ed è nato appunto in Finlandia nel 2001. Gli utenti di Habbo hanno infatti denunciato il furto dei loro furni, i mobili virtuali con i quali si arredano gli ambienti di questo social network (una sorta di Second Life meno ambizioso e più sorvegliato), per importi che arrivano a mille euro per singolo utente.

Verrebbe da chiedersi quale livello di ossessione possa portare a spendere mille euro per una collezione di pixel in un social network, ma un furto è un furto, anche se l’oggetto rubato è virtuale, e quindi la polizia indaga.

I furti sono avvenuti usando delle pagine Web attrezzate per il phishing (imitazioni della pagina di login di Habbo nelle quali gli utenti immettono le proprie credenziali di accesso, regalandole al malvivente) e dei programmi spia che registravano le digitazioni degli utenti giocatori. I ladri si sono quindi sostituiti agli utenti legittimi e ne hanno venduto i furni, intascandosi i proventi tutt’altro che virtuali della vendita.

Non è la prima volta che Habbo viene preso di mira in questo modo. Nel 2007, un diciassettenne olandese aveva rubato quasi 6000 dollari di mobilio virtuale. E il problema tocca qualunque social network nel quale si investa denaro in un modo o nell’altro: nel Regno Unito, la polizia ha arrestato nel 2009 un ventitreenne per aver rubato personaggi virtuali dal gioco di ruolo online RuneScape. Già quattro anni fa, un gruppo di ladri coreani fu arrestato per aver accumulato denaro illegalmente  rubando le credenziali degli utenti del gioco di ruolo Lineage.

Ma forse l’esempio più drammatico di quanto siano poco virtuali i crimini commessi nei giochi online arriva dalla Cina, dove nel 2005 Qiu Chengwei, un giocatore del gioco Legends of Mir 3, accoltellò e uccise un altro giocatore, Zhu Caoyuan, quando scoprì che la “spada drago” che gli aveva prestato era stata invece venduta da Zhu.

Sperando di non arrivare a queste assurdità, episodi come questi rendono chiaro il concetto che anche nei giochi online, come in qualunque attività su Internet che coinvolga denaro vero o beni reali, occorre adottare comportamenti cauti e sicuri e conoscere le trappole informatiche tese dai malviventi.