Vai al contenuto
Se la piazza libera viene sostituita dal giardino cintato: distopia dei social network

Se la piazza libera viene sostituita dal giardino cintato: distopia dei social network

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “leandrodae*”.

La foto qui accanto non è tratta da qualche film di fantascienza distopica. È un’immagine scattata il 21 dicembre scorso in un centro commerciale, il Mall of America, nel Minnesota, dove alcune centinaia di persone si sono radunate pacificamente per dimostrare contro i recenti e ripetuti abusi di polizia che hanno portato alla morte di numerose persone innocenti. Tutte, guarda caso, di colore.

Come segnalano Wired e BoingBoing, l’immagine è il simbolo perfetto di dove stiamo andando senza rendercene conto granché. Stiamo sostituendo la libera piazza con il recinto controllato, nel mondo fisico e anche su Internet.

Nel mondo fisico, stiamo sostituendo un luogo d’incontro e di discussione su suolo pubblico, regolato soltanto dalle leggi dello stato e dalle norme di democrazia e nel quale vale il diritto di esprimere la propria opinione e di manifestare, con un ambiente privato, il cui proprietario può decidere a suo totale piacimento cosa consentire e cosa vietare: può vietare di fare fotografie, anche soltanto per prendere nota dell’aspetto o dei dati tecnici di un prodotto (è successo anche a me in Svizzera), e può proibire un incontro pacifico di persone, definendolo addirittura una “sommossa” (riot). Guardate questa foto e ditemi se corrisponde alla vostra definizione di sommossa:

Credit: John Autey/Pioneer Press

Tenete presente che è scattata in un paese nel quale, in molti stati, esiste il diritto automatico di girare armati anche in un centro commerciale (così un bambino di due anni può sparare alla madre e ucciderla). Cosa vi fa sentire più minacciati, un gruppo di manifestanti come questo o la consapevolezza che un tizio qualunque può avere addosso abbastanza munizioni da fare una strage?

Certo, il centro commerciale è proprietà privata e quindi il proprietario ha il diritto legale di imporre le regole che desidera. Ma è interessante notare quanti centri commerciali vietano di entrare armati e quanti invece vietano di fare fotografie.

Su Internet sta succedendo la stessa cosa. Stiamo rapidamente sostituendo mezzi di comunicazione liberi e regolati soltanto dalle norme di democrazia (mail, mailing list, IRC, newsgroup, forum distribuiti e decentrati), con ambienti chiusi commerciali, di proprietà privata (i social network), nei quali il proprietario decide arbitrariamente cosa abbiamo il diritto di dire o di fare.

Per esempio, su Facebook non potete pubblicare una foto di un seno di cui s’intraveda l’areola, neppure per mostrare un allattamento (norma revocata solo di recente), neppure per un body painting (anche qui), e fino a poco tempo fa neppure in un’opera d’arte presentata da un museo, ma una testa spiaccicata (“crushed heads are OK”), un cane trascinato a sangue dietro un’auto o la decapitazione di una donna vanno benissimo.

Leggete le norme interne di Facebook e guardate gli esempi qui sotto: è chiaro che qualcuno, da qualche parte, s’è messo in testa che mostrare specificamente i capezzoli femminili (e solo quelli; il resto del seno non causa turbe), anche soltanto disegnati, diffonde Ebola, causa pazzia, porta alla perdizione o istiga ad atti di terrorismo. Qualcuno deve pensare ai bambini che verranno scioccati da cotanta visione. Siamo in piena Guerra al Capezzolo.

Immagine non accettabile secondo Facebook.
Credit: Laure Albin Guillot, 1940 circa, Museo Jeu de Paume

Vignetta bandita da Facebook.
Credit: New Yorker/Robert Mankoff.

Immagine bandita da Facebook.
Credit: Gregory Colbert.
Immagine accettabile per Facebook.

Comunicare attraverso i social network significa dare a un ente privato commerciale il potere assoluto di controllare e regolamentare quello che possiamo dire, discutere e mostrare in base a regole che non sono quelle del nostro paese o delle nostre leggi, ma sono quelle arbitrarie del proprietario, che le può alterare in ogni momento a proprio piacimento e bandirci quando gli pare.

Nei social network non abbiamo diritti. Pensiamoci, prima di dimenticarci come si manda una mail.

Vi fareste svegliare da uno sconosciuto? Wakie scommette di sì

Vi fareste svegliare da uno sconosciuto? Wakie scommette di sì

Si chiama Wakie (“svegliati” in inglese) ed è un’app molto particolare: la imposti come una sveglia comune, ma al posto della solita suoneria c’è una voce. Non una voce preregistrata, ma una voce dal vivo: la voce di un perfetto sconosciuto che ti dice che è ora di svegliarsi. Già disponibile per Windows Phone e Android, ora c’è anche in versione per iOS, dopo nove mesi di attesa per essere accettata da Apple: è la “sveglia social”, basata sull’idea che sentirsi svegliare da una voce non familiare sia un modo molto efficace di attirare l’attenzione anche dei più profondi dormitori.

Gli utenti di Wakie si dividono in coloro che desiderano essere svegliati, ossia gli Sleepyheads, e coloro che svegliano, ossia i Wakie. I primi impostano la data e l’ora alla quale desiderano ricevere la sveglia, come consueto, ma al momento prescelto si troveranno connessi anonimamente con una chiamata di un altro utente di Wakie, che ha circa un minuto per parlare e fare da sveglia umana (se nessun utente è disponibile, l’app ripiega su un messaggio preregistrato).

Finora, stando alle prime prove pratiche, sembra che non ci sia un grande rischio di trovarsi svegliati da turpiloquio o molestie verbali, come temono in molti. C’è anche un forum pubblico all’interno dell’app, per chi vuole cercare di mettersi in contatto di nuovo con la persona chiamata o chiamante. Funzionerà? Staremo a vedere.

Le nostre foto nei social network vengono scansionate a caccia di marchi e loghi

Le nostre foto nei social network vengono scansionate a caccia di marchi e loghi

Pian piano sta cominciando a diffondersi la consapevolezza che le promesse di privacy dei social network e di molti servizi gratuiti di Internet sono fasulle e ingannevoli e che nulla di quello che vi immettiamo è realmente privato o riservato, sia perché ci sono mille modi per superare le banali restrizioni di visibilità dei post e delle immagini, sia perché comunque i gestori dei social network hanno pieno accesso a tutto il loro contenuto e lo scandagliano sistematicamente per estrarne dati vendibili alle agenzie di marketing.

Tuttavia l’idea di questa schedatura di massa non sembra togliere il sonno a molti, forse perché si ha la sensazione di perdersi nella folla (ci sono 20 miliardi di foto solo su Instagram, dove ne vengono caricate 60 milioni al giorno, per esempio) e non si ha la percezione diretta di quanto sia potente e meticolosa.

Una dimostrazione forte in questo senso arriva dal Wall Street Journal, che segnala l’esistenza di aziende come Ditto Labs o Piqora che “usano del software per effettuare la scansione delle foto [immesse nei social network] – per esempio l’immagine di qualcuno che tiene in mano una lattina di Coca-Cola – allo scopo di identificare loghi, se la persona nell’immagine sorride, e il contesto della scena. Questi dati consentono agli operatori di marketing di inviare pubblicità mirate o di svolgere ricerche di mercato.”

Alcune di queste aziende, fra l’altro, conservano per mesi le immagini degli utenti, tenendone una copia sui propri server. Quindi quel selfie imbarazzante che pensate di aver cancellato rimane comunque in copia altrove.

In pratica, chi usa i social network diventa un testimonial ambulante e inconsapevole di marche e marchi. Ogni bottiglia di birra, ogni T-shirt con un logo, ogni borsa griffata costruisce un profilo dei nostri gusti. Un profilo altamente vendibile, specialmente se abbinato agli altri dati personali (geolocalizzazione, nomi degli amici, “mi piace”, eccetera).

Una di queste aziende, Ditto Labs, offre una dimostrazione in tempo reale della scansione delle foto dei social network presso Streamditto.com. La precisione con la quale il software estrae i marchi dalle fotografie (identificate con i rispettivi nomi degli utenti) è impressionante.

In pratica, queste aziende stanno guardando le nostre foto per vedere quali marche consumiamo e indossiamo. Non era questo, probabilmente, lo scopo per il quale abbiamo scattato quelle immagini. Vale la pena di chiedersi se siamo contenti che i nostri ricordi personali vengano venduti e sfruttati in questo modo.

Nuovo furto di immagini intime: stavolta di minori che hanno creduto alle promesse di SnapChat

Nuovo furto di immagini intime: stavolta di minori che hanno creduto alle promesse di SnapChat

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

L’ultimo esempio della falsità del mito del “nativo digitale”, secondo il quale i giovani d’oggi sarebbero istintivamente capaci di gestire le tecnologie informatiche, arriva con un avvertimento forte: non trafficate con l’ultimo lotto di immagini intime rubate, perché diffondereste pedopornografia.


È infatti in circolazione in Rete un nuovo, immenso lotto di immagini intime rubate. Si parla di circa 13 gigabyte, per un totale di circa centomila fotografie. Ma sono foto intime di minorenni, e come tali farle circolare (o scaricarle tramite circuiti peer-to-peer) comporta il rischio di essere accusati del reato di diffusione di pedopornografia.

Il furto sarebbe avvenuto, stando ai primi dati, tramite un’app Android, SnapSave (ora scomparsa), che è un client di SnapChat, un servizio che promette foto che si cancellano automaticamente e irrevocabilmente dal dispositivo del destinatario dopo che sono state viste; l’ideale, pensano molti, per foto intime da condividere in modo effimero. Secondo le dichiarazioni di alcuni dei distributori di questo nuovo lotto, denominato The Snappening, SnapSave conservava di nascosto una copia di tutte le foto “temporanee”. SnapSave nega tutto. Snapchat si è dichiarata estranea al furto. Intanto gli utenti di 4chan, che sono fra quelli che distribuiscono le immagini, stanno creando un database che associa le foto ai nomi degli utenti.

Chiunque creda alla promessa di foto che si autocancellano su un dispositivo altrui non è un nativo digitale: è un analfabeta che tocca icone senza capire cosa sta succedendo dentro il lucido giocattolo che ha in mano. Una volta che un dato finisce sul dispositivo di qualcun altro, non c’è nessun modo di garantire che venga realmente cancellato e che non possa essere recuperato: è un concetto fondamentale dell’informatica. Non solo ci sono app che salvano automaticamente le foto di SnapChat, come faceva appunto SnapSaved: basta fare uno screenshot della foto, o fotografare lo schermo del dispositivo ricevente mentre mostra la foto.

La colpa di questo analfabetismo, però, non sta solo negli utenti. Servizi come SnapChat andrebbero denunciati per quel che sono: truffe che promettono una cosa tecnicamente impossibile e alimentano l’illusione che esista davvero la possibilità di condividere qualcosa temporaneamente con i mezzi digitali.

Mi spiace, nativi digitali minorenni che componete la metà dell’utenza di Snapchat: l’informatica non funziona così, una cosa condivisa è condivisa per sempre, e gli adulti sono bastardi disposti a mentire spudoratamente pur di guadagnare sulla vostra pelle. E gli adulti che creano i social network sono ancora più bastardi. Mettete giù un attimo il telefonino, e invece di farvi un selfie, fate di questa vicenda una lezione di vita.

Whatsapp a pagamento: la bufala non è diventata realtà

C’è chi, come La Stampa, titola “Whatsapp a pagamento, la bufala diventa realtà” e chi, come tanti internauti, annuncia che Whatsapp diventa a pagamento. Ma la bufala non è diventata realtà (è tuttora una bufala) e Whatsapp non è “diventato” a pagamento: lo è sempre stato.

Ai primi di gennaio 2012 circolava un appello-bufala secondo la quale Whatsapp stava per diventare a pagamento per chi non era utilizzatore frequente: per evitare il pagamento bisognava inviare l’appello ad almeno dieci contatti. Ma era appunto una bufala (ne avevo scritto in questo articolo) e lo aveva dichiarato esplicitamente anche Whatsapp.

Inoltre Whatsapp è già a pagamento da un pezzo. La versione iOS/iPhone costa 99 centesimi di dollaro (screenshot). La versione Android costa 99 cent l’anno dopo il primo anno, che è gratuito: c’è scritto chiaramente nella pagina di download presso Whatsapp.com (perlomeno se sapete leggere l’inglese; screenshot). Ed è così almeno da un anno. La pagina dell’app su Google Play, invece, la indica come gratuita (schermata qui accanto), e questo può aver alimentato la confusione.

Trovo comunque piuttosto ridicola la spilorceria di chi protesta e insorge contro la richiesta di pagare ben 79 eurocentesimi l’anno per usare un’app che fa risparmiare moltissimo sulle telecomunicazioni. Settantanove centesimi. Accidenti, che salasso.

Se proprio ci si vuole indignare per Whatsapp, sarebbe semmai il caso di farlo in merito al fatto che nelle versioni Blackberry, Android, Windows e Nokia questa app obbliga l’utente a mandare a Whatsapp.com tutta la propria rubrica degli indirizzi (per la versione iPhone è facoltativo). In altre parole, se avete affidato il vostro numero di telefono o altri dati personali a un amico che usa Whatsapp, quell’amico li ha passati a Whatsapp.com. Ma se è il tipo di persona che “scopre” solo ora che Whatsapp si paga, difficilmente sarà il tipo che capisce il concetto di rispettare la privacy altrui e non mandare in giro i dati personali degli amici.

Facebook cambia le regole e introduce il dinosauro salvaprivacy

Facebook cambia le regole e introduce il dinosauro salvaprivacy

Nuova raffica di cambiamenti in arrivo da Facebook: l’impostazione predefinita per tutti gli utenti nuovi sarà che i contenuti che pubblicano saranno visibili soltanto agli amici. Per aiutarci nel groviglio d’impostazioni di privacy di quest’immenso social network ci sarà anche un’icona di dinosauro, subito battezzata informalmente Zuckasaurus in onore di Mark Zuckerberg: ci ricorderà periodicamente di controllare le nostre impostazioni.

Finora Facebook ha spinto gli utenti a rendere tutto pubblico e visibile a tutti; spettava a loro prendersi la briga di reimpostare il social network in modo che le loro cose non fossero visibili a tutti, con tutte le conseguenze e gli incidenti del caso. Ora le cose cambieranno radicalmente, secondo l’annuncio di Facebook, ma rimane il fatto che un social network, per definizione, non è un luogo nel quale immettere informazioni private. Le nuove impostazioni renderanno meno facile la vita ai ficcanaso occasionali che cercano informazioni a caso, ma non cambierà nulla per gli amici che tradiscono la nostra fiducia diffondendo per esempio post o immagini che avevamo affidato soltanto ai loro occhi. Prudenza, insomma, come sempre.

Lo Zuckasauro, invece, fa parte della nuova funzione Privacy check, che verrà attivata nelle prossime settimane: avviserà gli utenti quando postano qualcosa rendendolo visibile a tutti e chiederà conferma di questa scelta di visibilità, e su Facebook per iPhone la visibilità di un post verrà indicata più chiaramente in cima alla schermata. Inoltre ci sarà un login anonimo per accedere alle app interne di Facebook senza dare loro informazioni personali provenienti da Facebook. Bisogna insomma rimettersi a studiare.

Uscire da un social network con AccountKiller

Uscire da un social network con AccountKiller

Vi siete iscritti a un social network e poi vi siete pentiti? Volete cancellare tutte le vostre tracce e ricominciare da capo con una nuova vita digitale? Mica facile. I social network fanno di tutto per nascondere le proprie vie di fuga; ci tengono a non perdere utenti, perché il loro valore di mercato dipende in gran parte dal numero di utenti attivi.

Per fortuna c’è AccountKiller: un elenco dettagliato delle istruzioni per cancellarsi da tutti i principali social network. C’è una pratica casella di ricerca, nella quale si immette il nome del social network che interessa, e c’è una chiara indicazione visiva della difficoltà dell’impresa: i siti bianchi consentono facilmente la cancellazione, mentre quelli neri non la prevedono proprio o la rendono praticamente impossibile. In mezzo ci sono i grigi, che consentono l’eliminazione dell’account ma richiedono parecchio impegno.

Il sito è quasi tutto in inglese, ma le istruzioni sono spesso un semplice link alla pagina (spesso poco pubblicizzata) di cancellazione predisposta dal social network, come avviene per esempio per Snapchat. In altri casi emerge che anche siti molto popolari sono in lista nera: Apple ID è quasi impossibile da eliminare. Vale la pena di dare un’occhiata ad AccountKiller anche a titolo preventivo, per sapere se è possibile uscire da un social o se si rischia che i dati del profilo restino accessibili per sempre.

WhatsApp, due o tre cose da sapere

WhatsApp, due o tre cose da sapere

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Scossi dalla vendita a sorpresa di WhatsApp a Facebook? Incerti su cosa fare per difendere la vostra privacy? Ecco qualche qualche dato per orientarvi nella scelta.

Se usate WhatsApp, date il consenso affinché l’app legga periodicamente (non soltanto all’installazione) la vostra intera rubrica telefonica, ne estragga tutti i numeri e li invii ai computer di WhatsApp usando una connessione cifrata. Le altre informazioni presenti nella rubrica (per esempio nomi, indirizzi di mail e indirizzi postali) non vengono inviate a WhatsApp. La società memorizza in forma cifrata sui propri sistemi informatici sia i numeri di telefonino delle persone iscritte a WhatsApp, sia quelli di chi non usa il servizio ma ha il proprio numero memorizzato in una rubrica di un utente WhatsApp (dalle condizioni di contratto, paragrafo 3 e Privacy Notice, e dalle FAQ di WhatsApp).

Se usate WhatsApp su in iPhone, potete bloccare l’accesso dell’app alla vostra rubrica andando in Impostazioni – Privacy – Contatti e disattivando il selettore di WhatsApp. Questo, tuttavia, limiterà molto quello che potete fare con WhatsApp (dalle FAQ di WhatsApp).

Per poter leggere i messaggi di stato di un utente WhatsApp, che sono in sostanza pubblici, è sufficiente avere in rubrica il suo numero di telefonino. “Se non volete che il mondo intero sappia o veda qualcosa, non inviatela come messaggio di stato” (dalle condizioni di contratto, paragrafo 5).

È possibile bloccare un utente indesiderato (istruzioni per Android; BlackBerry; iPhone; Nokia S60 e S40; Windows Phone; BlackBerry 10), che non verrà avvisato del blocco ma potrebbe comunque dedurlo (FAQ di WhatsApp).

L’uso di WhatsApp è vietato ai minori di 16 anni (condizioni di contratto, paragrafo 9), a differenza di Facebook, che vieta i minori di 13 anni.

Quando mandate un messaggio tramite WhatsApp, la società ne registra la data, l’ora e i numeri di telefonino del mittente e del destinatario. Il contenuto di un messaggio non viene archiviato da WhatsApp, a meno che il destinatario non sia in grado di riceverlo: in questo caso resta sui server di WhatsApp fino a 30 giorni. Ciononostante, WhatsApp si riserva l’opzione di archiviare qualunque informazione che la legge californiana gli imponga di conservare (condizioni di contratto, Privacy Notice).

WhatsApp ha avuto molti problemi di sicurezza e intercettabilità nel recente passato e non è chiaro se siano stati tutti risolti. In particolare, è stato a lungo possibile assumere l’identità di un altro utente e leggere il traffico di messaggi, specialmente se gli utenti spiati usano reti WiFi. Visto l’approccio piuttosto disinvolto alla sicurezza da parte dei responsabili di WhatsApp, non è prudente utilizzare il servizio per informazioni private o sensibili.

“Qualora WhatsApp venga acquisita o si fonda con un’entità terza, ci riserviamo il diritto di trasferire o assegnare le informazioni che abbiamo raccolto dai nostri utenti” (dalla Privacy Notice delle condizioni di contratto).

“Abbiamo fatto ai nostri utenti una promessa così importante – niente pubblicità, niente trovate, niente giochini – che avere qualcuno che ci compra sembra terribilmente contrario all’etica. Va contro la mia integrità personale.” – Brian Acton, cofondatore di WhatsApp insieme a Jan Koum, citato da Wired UK prima di vendere WhatsApp a Facebook (citazione originale: “we’ve made such an important promise to our users — no ads, no gimmicks, no games — that to have someone come along and buy us seems awfully unethical. It goes against my personal integrity”).

Se regalate il primo smartphone o tablet per Natale ai vostri figli…

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “matteop*” e ”nicchia777” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Magari vi è venuta l’idea di regalare per la prima volta uno smartphone ai vostri figli e non sapete da che parte cominciare con le raccomandazioni. Magari non immaginate neanche che servano delle raccomandazioni. Complimenti: avete appena messo in mano ai vostri pargoli l’equivalente digitale di una motosega senza il paramani e senza il manuale d’istruzioni.

Naked Security ha pubblicato una bella serie di miniguide all’uso dei controlli parentali per Android, iOS, OS X Mavericks, Windows 7, Windows 8 e in generale. Purtroppo sono in inglese, ma le segnalo lo stesso insieme alle mie raccomandazioni personali ai neoutenti. Spero che mi perdonerete il tono un po’ informale.

  • Attivate il GPS solo per le app necessarie. Con pochissime eccezioni, serve soltanto ai pubblicitari e agli stalker per pedinarvi e localizzarvi meglio. E consuma batteria. Attivatelo soltanto per le app di navigazione o di localizzazione per telefonino/tablet smarrito.
  • Controllate spesso che siano disattivati il roaming per voce e dati. Altrimenti la bolletta rischia di essere salatissima.
  • Craccare o fare jailbreak per mettere app a scrocco è stupido, non è cool: vuol dire che siete taccagni. Non pagare ai programmatori i pochi euro che servono per comperare un’app di gioco è da sfigati.
  • Fate un backup dei vostri dati.
    Se vi rubano il tablet o smartphone o se si rompe, si guasta o vi cade,
    magari in acqua, e non avete una copia di scorta dei dati, le vostre
    foto sono perse per sempre insieme a tutti gli altri dati.
  • Non installate app senza un buon motivo. Le app inutili fanno perdere tempo, rallentano il funzionamento e spesso rubano dati personali o password oppure mandano SMS/MMS a pagamento. Voi pagate, loro incassano. 
  • Occhio agli acquisti in-app. Magari il giochino è gratis, ma gli accessori si pagano. Il fatto che basti fare clic o toccare OK non significa che non siano soldi veri. Disattivate gli acquisti in-app o proteggeteli con una password.
  • Specialmente se usate Android, installate un antivirus, per esempio quello di Sophos.
  • Sappiate che siete tracciati. Sempre.  La polizia e gli specialisti della Rete sanno sempre come identificarvi, se fate qualcosa di illegale. Se non vi difendete, lo sapranno anche i pubblicitari e i molestatori. Non pensate mai di essere anonimi. Non lo siete.
  • Usate nomi falsi per gli account di qualunque app o servizio “social”. Non mettete mai nome e cognome: diventa troppo facile trovarvi per qualunque rompiballe.
  • Non parlate/chattate con gli sconosciuti. Là fuori ci sono truffatori e molestatori senza scrupoli, e sono molto abili. Vi fregheranno, anche se voi credete di saperli riconoscere. Lo so: usare identità false in Rete fa parte del mio lavoro. La soluzione più semplice è non dare corda e bloccarli.
  • Non fidatevi delle promesse di privacy di Facebook, WeChat, Instagram, SnapChat e simili. Qualunque foto, una volta che l’avete messa in Rete, può essere salvata, copiata e inviata a chiunque. Qualunque messaggio, per quanto “privato”, può essere intercettato, copiato e ripubblicato. Internet è piena di figuracce fatte in questo modo. Cancellare gli originali non serve a niente.
  • Ricordate che una foto messa online ci resta per sempre. Fra cinque anni, quella
    vostra fotografia con la bocca a sedere d’anatra, in posa gangsta o con la felpa di Miley Cyrus
    sarà imbarazzante come la T-shirt di Julio Iglesias di vostra madre. Anche se la cancellate, gli amici ne faranno copie. Sì, anche di quella in cui avete il pisello in mostra.
    La vedranno i datori di lavoro ai vostri colloqui. Non fatela, che è meglio.
  • Non lasciate incustodito il vostro smartphone o tablet. Costa, specialmente se è un iCoso, e i ladri lo smerciano facilmente. Contiene tutti i vostri fatti personali, che fanno gola ai vostri compagni di scuola. Tenetelo sempre addosso o al sicuro e bloccatelo con un PIN.
  • Tutto quello che è gratis si paga. Non come soldi, ma sotto forma di ficcanaseria. WhatsApp si legge tutti i numeri delle vostra rubrica telefonica, per esempio. Se giocate a Candy Crush, l’app vi userà per farsi pubblicità avvisando tutti i vostri amici che ci state giocando (magari in un momento in cui non dovreste).
  • Non fate agli altri quello che non vorreste che gli altri facessero a voi. È facile prendere in giro qualcuno pesantemente o insultarlo al riparo dello schermo. È anche molto vigliacco.
  • Qualunque proposta troppo bella per essere vera non è vera. La bella ragazza che si offre a voi su Chatroulette e vi invita a fare sesso virtuale è probabilmente un truffatore che vi registrerà mentre vi masturbate e vi ricatterà per non diffondere il video. Benvenuti nella realtà.
  • Non credete a tutto quello che leggete su Internet. Neanche se ve lo dicono gli amici: probabilmente si sono fatti abbindolare anche loro da qualche storia sensazionale ma fasulla. Pensate con la vostra testa e informatevi prima di diffondere qualunque cosa.
  • Usate Internet per imparare, non solo per cazzeggiare. Avete a disposizione tutto il sapere dell’umanità. Avete un privilegio che nessuna generazione, prima di voi, ha mai avuto. Non sprecatevi giocando a Ruzzle.
  • La gente è stronza. Più di quello che immaginate. Più di quello che potete immaginare. Non datele la corda con la quale impiccarvi.
  • Non fate cazzate. E divertitevi.

Se avete altri suggerimenti da aggiungere, segnalatemeli nei commenti. E buon Natale.

Ho provato Facebook Graph Search: è un trovatutto pasticcione

Ho provato Facebook Graph Search: è un trovatutto pasticcione

Come ho raccontato qualche tempo fa, ho chiuso il mio account Facebook pubblico ma mantengo vari account segreti, e su uno di questi ho impostato la lingua inglese in modo da poter accedere all’attivazione progressiva di Graph Search, il motore di ricerca interno del social network.

Ho ricevuto pochi giorni fa l’attivazione e mi sono cimentato in qualche ricerca. La cosa più sconcertante non è tanto la capillarità di Graph Search, capace di accettare query estremamente complesse e interconnesse, quanto la sua totale inattendibilità.

Ho provato infatti a cercare alcuni temi controversi, come le persone di una certa regione che risultano favorevoli al razzismo secondo Graph Search, e sono venuti fuori nomi di persone che invece hanno dichiarato sul social network di essere contro il razzismo.

Immaginate il potenziale d’equivoco di un baco del genere: qualcuno fa una ricerca di questo tipo e poi pubblica i risultati, con tanto di nomi e cognomi. Sarà poi dura, per ciascuna delle persone citate a sproposito, spiegare che l’elenco è completamente sbagliato.

Trovate altri dettagli in questo mio articolo per la RSI e nel podcast della puntata del Disinformatico radiofonico di oggi.