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Quello che postate su Snapchat può essere visto dai dipendenti di Snapchat

Quello che postate su Snapchat può essere visto dai dipendenti di Snapchat

C’è ancora parecchia gente che pensa che i social network siano luoghi nei quali possono esistere spazi realmente privati e quindi si lascia andare a confidenze e immagini intime senza rendersi conto che chi lavora per questi social network ha spesso il potere di leggere e vedere tutto quello che passa attraverso i computer dell’azienda.

Stavolta è il caso di Snapchat: grazie a un’indagine pubblicata da Joseph Cox su Motherboard/Vice.com, oggi sappiamo che esiste SnapLion, uno strumento interno usato dai dipendenti di Snapchat per accedere ai dati degli utenti, e sappiamo che questo strumento è stato sfruttato indebitamente per spiare gli utenti.

Nonostante le promesse di riservatezza del social network, come la crittografia end-to-end attivata a gennaio 2019, i dipendenti sono stati in grado di accedere ai dati degli utenti, compresa la geolocalizzazione, le immagini, i numeri telefonici e gli indirizzi di mail. Sono a loro disposizione in particolare gli Snap, ossia le foto e i video che teoricamente spariscono dopo essere stati ricevuti dal destinatario o durano al massimo 24 ore se pubblicati nelle Storie.

Va detto che strumenti come SnapLion sono necessari per la gestione di qualunque social network, per esempio per rispondere alle richieste di informazioni provenienti da autorità giudiziarie o per contrastare il bullismo e gli abusi da parte degli utenti, e ci sono norme aziendali che vietano e puniscono l’uso illecito di questi strumenti di monitoraggio. Ma ogni azienda è ovviamente composta da singoli dipendenti, che vanno e vengono, ciascuno col proprio livello personale di rispetto delle regole.

Non è il primo caso di abuso: Motherboard segnala casi di licenziamento da Facebook per stalking effettuato da dipendenti nei confronti degli ex partner mediante gli strumenti aziendali, e Uber si è addirittura vantata di avere una “God View” che permette di vedere la localizzazione in tempo reale di tutti gli utenti e conducenti oltre che di spiare ex partner, politici e celebrità.

Tenetelo presente quando scrivete o postate immagini nei social network.

Christchurch: social network manipolati dal terrorismo, ma anche suoi istigatori

Questo articolo è il testo del mio podcast settimanale La Rete in tre minuti su @RadioInblu, in onda ogni martedì alle 9:03 e alle 17:03.

In risposta all’attentato terroristico che ha ucciso decine di persone inermi in due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda, Facebook ha annunciato di aver rimosso circa un milione e mezzo di copie del video trasmesso sul social network in diretta dal terrorista durante l’attacco e di averne bloccate un milione e duecentomila già all’istante del caricamento.

Sono cifre che possono sembrare un successo, ma in realtà rivelano che ben trecentomila copie del video non sono state bloccate preventivamente e sono finite online.

E non va dimenticato che sono stati proprio i social network (non solo Facebook ma anche Youtube) a rendere possibile una diffusione così enorme, mettendo a disposizione di chiunque, gratuitamente, la possibilità di pubblicare qualunque video in diretta e di disseminarlo a milioni di persone, senza pensare agli abusi orrendi ai quali si presta questa possibilità. E sono loro a guadagnare miliardi sulla condivisione di video senza però destinare una parte significativa di quei miliardi alla moderazione efficace dei contenuti di quei video.

Infatti pare contraddittorio che Youtube sia capace di bloccare prontamente un video di una festa di compleanno perché ha in sottofondo una canzone vincolata dal diritto d’autore ma non sia capace di fare altrettanto con un video di terrorismo, il cui audio ha delle caratteristiche altrettanto ben riconoscibili.

Sembra assurdo che i social network, così abili nel profilare tutti i nostri gusti, orientamenti e consumi, non siano capaci di rilevare i deliri di un aspirante terrorista che li sbandiera con tanto di foto.

E pare incredibile che i grandi social network non abbiano le risorse per bloccare seriamente almeno gli hashtag e le parole chiave più ovvie che promuovono l’ideologia e il video dell’attentatore di Christchurch, che infatti continuano a circolare usando lingue e alfabeti diversi dall’inglese. I social network hanno una copertura planetaria, ma a volte sembrano pensare che il mondo finisca ai confini della California.

Certo, filtrare senza eccedere e prestarsi a censure è un problema tecnicamente complesso. Per questo le carenze dei filtri automatici vengono da sempre compensate usando moderatori in carne e ossa. Ma questi moderatori costano e riducono i profitti, per cui i social network non hanno alcun incentivo ad assumerli. Costa meno fare le condoglianze, dire che si sta lavorando per migliorare e fare qualche gesto di facciata, invece di rendersi conto che è il concetto stesso di dare a tutti il potere di pubblicare video in tempo reale a incoraggiare orrori come quello di Christchurch.

Da queste considerazioni è nata una proposta tecnica interessante: eliminare le dirette di massa e introdurre un ritardo di un’oretta prima che qualunque video non giornalistico diventi pubblico. Questo darebbe ai filtri e ai moderatori il tempo di valutarlo ed eventualmente bloccarlo. Il disagio di dover aspettare un pochino prima di poter mostrare a tutti le prodezze del proprio bambino o gattino sarebbe compensato dal fatto che nessun terrorista potrebbe più avere la garanzia che i suoi video di morte finiscano online. Vediamo se i social network avranno il coraggio di provare questa strada.

Che fine fanno i nostri dati quando cancelliamo un account social?

Che fine fanno i nostri dati quando cancelliamo un account social?

Da un lettore del Disinformatico, Marco P., arriva una domanda che penso possa incuriosire molti: che fine fanno i nostri dati dopo la cancellazione di un account da un social network? Le nostre informazioni e i nostri metadati rimangono sui server di Facebook, Instagram o Twitter a tempo indeterminato anche dopo l’eliminazione di un account o vengono davvero cancellate senza lasciarne traccia?

Dice Marco: “Chiedo ciò perché dopo i vari scandali che hanno riguardato Facebook negli ultimi anni avevo pensato di cancellare il mio profilo, ma mi chiedo se abbia senso farlo se poi di fatto trattengono i dati degli utenti e considerando che creano persino profili fantasma di gente che non è nemmeno iscritta. Qual è il tuo consiglio?”

In teoria Facebook, come qualunque custode dei nostri dati, è tenuto a cancellarli quando non ne ha più bisogno per gestire i nostri account. Tuttavia la garanzia che i dati spariscano davvero non è assoluta, perché un errore tecnico nella cancellazione può sempre capitare, specialmente in un social network che ha avuto uno sviluppo caotico come Facebook. Ma il problema principale è che i nostri dati social esistono anche altrove: per esempio sui dispositivi degli utenti con i quali li abbiamo condivisi.

C’è anche un altro modo in cui i nostri dati social possono persistere dopo la richiesta di cancellazione: gli scraper. Si tratta di organizzazioni con vari livelli di legalità che usano programmi automatici per raccattare in massa i dati pubblicati dagli utenti nei social network e poi usarli per analisi di mercato oppure per estrarre indirizzi di mail, foto, elenchi di amici o altri dati da sfruttare per attacchi informatici.

Nonostante tutto questo, suggerirei comunque di cancellare: male non fa, e perlomeno riduce l’esposizione di contenuti sfruttabili.

Usare Facebook senza farsi schedare, i consigli di F-Secure

Usare Facebook senza farsi schedare, i consigli di F-Secure

Se non potete lasciare Facebook perché su questo social network ci sono persone o situazioni con le quali volete restare in contatto ma volete ridurre al minimo la raccolta di dati personali, potete seguire i consigli pubblicati da Sandra Proske di F-Secure. Li traduco in sintesi qui.

1. Non aspettatevi che le chat di Messenger siano private. Facebook le legge e le analizza automaticamente per profilarvi. Non solo: Facebook permette ad altre aziende di leggerle, e molte app possono leggere, creare e cancellare messaggi al posto vostro.

2. Whatsapp crea un profilo-ombra. Anche se WhatsApp (di proprietà di Facebook) usa la cifratura end-to-end e quindi non può leggere il contenuto dei messaggi, sa con chi li avete scambiati, quanti ne avete scambiati, quanto erano grandi le foto o i video che avete inviato o ricevuto e in che giorno e a che ora lo avete fatto. Cosa ancora più significativa, WhatsApp ha accesso automatico alla vostra rubrica, per cui se usate WhatsApp avete inviato a Facebook la mappa completa dei vostri rapporti sociali. Facebook, spiega Proske, usa queste informazioni per mantenere un profilo-ombra (shadow profile) per voi e per tutti i vostri contatti, e sappiamo che è molto più completo di quello che Facebook permette di scaricare.

3. Se non altro, disattivate la Application Platform, ossia l’integrazione di Facebook con app, giochi e siti Web. Le istruzioni sono qui su Facebook.

4. Riducete i permessi. Togliete a Facebook il permesso di accedere alla fotocamera, alle foto, al microfono e alla geolocalizzazione. Per iOS, queste impostazioni sono in Impostazioni – Tempo di utilizzo – Contenuti e privacy.

5. Mentite. Proske scrive senza troppi giri di parole che Facebook “non ha bisogno di sapere la vostra vera età, il vostro vero indirizzo di casa o il cognome da nubile di vostra madre. Ovviamente questo va contro i termini e le condizioni del sito. E ovviamente non hanno nessun motivo legale per conoscermi così a fondo. Credo sia uno scambio equo: tu mi inganni e io ti ricambio mentendo.”

6. Dedicate un browser separato alle attività social. Facebook ha codici di tracciamento praticamente ovunque in Internet e sembra proprio che ci pedini anche quando siamo fuori da Facebook. Se ci tenete alla privacy, questa misura è molto utile.

7. Presumete che tutto, tranne Signal, sia pubblico. È meglio non usare gli SMS per informazioni sensibili, per via dei profili ombra di WhatsApp. Usate invece Signal.

Il 10-Year Challenge è un complotto? Improbabile. Ma il sospetto la dice lunga

Il 10-Year Challenge è un complotto? Improbabile. Ma il sospetto la dice lunga

Da qualche giorno è scoppiata la mania di pubblicare nei social network (Facebook, Twitter, Instagram) una propria foto attuale accanto a una di dieci anni fa e accompagnarla con l’hashtag #10YearChallenge. Solo su Instagram sono circa tre milioni le immagini con questo hashtag.

Anche se molti si stanno divertendo con questo gioco, altri hanno cominciato a diffondere una tesi di complotto: il 10-Year Challenge consentirebbe a Facebook e Instagram (che è di proprietà di Facebook) di acquisire coppie di foto del volto della stessa persona a una distanza di tempo ben precisa, allo scopo di addestrare meglio i sistemi di riconoscimento facciale dei social network e consentire loro di indovinare come cambia il viso quando si cresce o si invecchia.

C’è chi, come Nicholas Thompson di Wired, ipotizza che il 10-Year Challenge sia stato creato intenzionalmente dai gestori dei social network a questo scopo.

Di prove, però, non ce ne sono e Facebook ha risposto a Thompson smentendo tutto. Forse l’aspetto più interessante è la popolarità di questa tesi, insieme alle reazioni degli utenti alla smentita. La disinvolta fiducia nei confronti di Facebook e in generale della raccolta massiccia di dati personali che ha caratterizzato gli anni del boom dei social network sembra essersi perlomeno incrinata, a furia di episodi come Cambridge Analytica e le tante fughe di dati personali dovute alla scarsa attenzione dei gestori dei social network.

Google+ chiuderà, che fare?

Google+ chiuderà, che fare?

Ultimo aggiornamento: 2018/10/12 16:55.

L’annuncio che Google chiuderà Google+, il suo social network famoso per la sua scarsissima popolarità (200 milioni di utenti mensili stimati, secondo Vincos.it; meno di cinque secondi per sessione nel 90% dei casi, secondo Google), ha creato qualche dubbio fra gli utenti.

Innanzi tutto, chi non ha Google+ ma ha un account Google o Gmail non deve preoccuparsi di nulla: tutti gli altri servizi di Google continueranno a funzionare esattamente come prima.

In secondo luogo, niente panico: la chiusura riguarda la versione consumer di Google+, non quella per uso aziendale, e comunque avverrà non prima di agosto 2019.

Chi teme di perdere i dati immessi in Google+ potrà scaricarli: Google ha promesso che prima della chiusura verranno messi a disposizione strumenti appositi. Ma in realtà già adesso è possibile scaricare tutti i propri contenuti Google+:

  1. Andate a Google Takeout (takeout.google.com)
  2. Nell’elenco di tipi di dati, cliccate su Deseleziona tutto
  3. Attivate solo la selezione di G+1
  4. Andate in fondo all’elenco e cliccate su Avanti 
  5. Scegliete il formato del file e il metodo di consegna
  6. Cliccate su Crea archivio. 

Tutto qui.

La decisione di Google di chiudere Google+ al grande pubblico dopo sette anni (debuttò il 28 giugno 2011, sostituendo Google Buzz lanciato a febbraio 2010) è stata vista come un’ammissione del fallimento del suo tentativo di contrastare Facebook; l’occasione per giustificare la chiusura è stata la scoperta, da parte di Google stessa, di una falla che avrebbe potuto permettere a terzi di accedere ai dati degli utenti di Google+.

Non risulta che ci sia stata alcuna violazione e la falla è stata chiusa, ma è abbastanza chiaro che lo sforzo per continuare a garantire la sicurezza e la privacy non è più economicamente giustificabile. E così addio Google+.

Fonti aggiuntive: 9to5google, Naked Security.

Difendersi dai ricattatori sessuali su Internet

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “angelagabri*”.

Ieri, proprio mentre ero in una scuola di Locarno a raccontare agli studenti come riconoscere i tentativi d’inganno, di attacco e di molestia via Internet, è arrivata la notizia del fermo di un uomo di 47 anni, residente nella zona di Berna, per molestie sessuali, atti sessuali con fanciulli e ricatto.

I reati sono stati compiuti selezionando via Internet le vittime (adolescenti maschi fra i 15 e i 17 anni) con una tecnica micidiale: per due anni, sui social network (in particolare Facebook), l’uomo fingeva impunemente di essere una ragazzina (usando foto raccolte in Rete) e offriva materiale pornografico ai ragazzi presi di mira. Difficile resistere alle lusinghe di una ragazzina disinibita: i giovani venivano così convinti a ricambiare l’offerta esibendosi davanti alla webcam. Le loro attività venivano registrate e poi usate come arma di ricatto da parte del pedofilo, sfociando in incontri di persona.

I ragazzi hanno esitato a lungo prima di denunciare i fatti: come avviene spesso in questi terribili casi, la vittima si vergogna di essere caduta nella trappola, teme di essere ulteriormente umiliata se il suo comportamento viene reso pubblico e quindi non ne parla con nessuno, men che meno con i genitori. Il pedofilo crea insomma una situazione dalla quale la vittima non vede alcuna via d’uscita e questo consente alle molestie di protrarsi.

Ma quando questi crimini avvengono via Internet lasciano delle tracce digitali molto chiare, che gli esperti sanno analizzare, non solo per identificare i colpevoli ma anche per confermare, in prima istanza, le accuse dei minorenni coinvolti, che spesso temono di non essere presi sul serio. Internet aiuta i molestati a dimostrare i fatti terribili che raccontano, come ho suggerito in un’intervista [2018/10: link non più funzionante] per il telegiornale della RSI.

Vale, come sempre, la regola di fondo: mai fare davanti a una webcam o a qualunque fotocamera o telecamera nulla che non si farebbe sulla pubblica piazza, neanche quando si crede di conoscere l’interlocutore. Purtroppo molti utenti, non solo giovani, non sanno quanto è facile creare false identità in Rete, si fidano troppo, credono spesso di essere abbastanza furbi da riconoscere un impostore e non immaginano che qualcuno possa essere così vile da circuirli per settimane e anche mesi prima di far scattare la trappola del ricatto.

E se la trappola scatta, l’unico modo per uscirne è parlarne ai genitori e alle autorità, con il conforto di essere creduti grazie alle tracce lasciate inevitabilmente in Rete dai tormentatori.

Giuseppe Vatinno e l’uso dei nuovi media

Giuseppe Vatinno e l’uso dei nuovi media

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “massimo.soff*”. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2018/10/14 21:00.

Il deputato Giuseppe Vatinno ha già dato interessanti dimostrazioni della competenza dei politici nell’uso dei nuovi media, come ha raccontato Giornalettismo qui, qui e qui, dispensando su Twitter e Facebook insulti come “faccia da ca.zo” e “cybercoglionazzo” a chi ha osato criticarlo per aver firmato (insieme a Francesco Barbato) una interrogazione parlamentare sugli extraterrestri basata su premesse che meritano assolutamente di essere lette per il loro surrealismo. Perché con tutti i problemi che ha l’Italia, è giusto che i deputati si preoccupino dei rapporti con gli UFO.

Non pago di quest’elargizione di insulti, ha anche risposto così a un utente di Twitter, @paolobertotti (Photobuster): “Godo molto nel non essere stato eletto e che lei mi paghi lo stipendio. Sono al ristorante a mangiare alla faccia sua” (link). Una maniera davvero singolare di accattivarsi le simpatie dei contribuenti. Persone poco sensibili al sottile umorismo del deputato potrebbero scambiarla per una manifestazione della più squallida arroganza del potere.

Oggi il deputato Vatinno se l’è presa anche con me, in un fiume di tweet pubblici che riporto testualmente prima che ne perda il filo (il suo account Twitter pubblico è, come dire, piuttosto prolifico). Tutto inizia con una richiesta di un mio lettore di commentare l’interrogazione:

dcavedon
Alla Camera dei Deputati “Indagini sul fenomeno ufologico”, mi piacerebbe sentire il parere di @disinformatico http://t.co/mwcEYTZu #UFO
12.01.13 13:03

Rispondo così:

disinformatico
@dcavedon Te lo dico non appena smetto di ridere 🙂
12.01.13 14:42

Tutto qui. Ma sono già stato chiamato in causa da Vatinno:

GiuseppeVatinno
@PaoloBertotti @disinformatico Bertotti, ma tu la mattina ti fai la barbetta con il rasoio di Occam?
12.01.13 13:49

Non voglio fare polemica e la battuta a mio parere è decisamente infantile, per cui la faccio breve:

disinformatico
@GiuseppeVatinno @paolobertotti Chiunque si abbassi ad attacchi personali invece di criticare le idee ha perso in partenza la discussione
12.01.13 16:38

A questo punto parte il torrente di tweet di Vatinno:

GiuseppeVatinno
@disinformatico @GiuseppeVatinno @PaoloBertotti Attacchi personali? È il fotomontaggio di Bertotti che neppure conoscevo? Senza parole
12.01.13 16:41

GiuseppeVatinno
@disinformatico Perchè non ti rilassi attivissimo? Rischi di passare per uno scientista; la Scienza li studia i fenomeni.Tu li neghi
12.01.13 23:10

GiuseppeVatinno
@disinformatico Tu hai una posizione apriori; neghi ogni possibilità prima di averla esaminata;sei un torquemada dello scientismo
12.01.13 23:10

GiuseppeVatinno
@disinformatico La tua vita intrisa di materialismo deve essere ben triste povero attivissimo.pensa un po’ di più alla fantasia.Ti farà bene
12.01.13 23:11

GiuseppeVatinno
@disinformatico Sei stato tu attivissimo?
12.01.13 23:12

Non so a cosa si stia riferendo.

GiuseppeVatinno
@disinformatico @elegantbear78 Ma perchè non parli normale attivissimo?
12.01.13 23:12

GiuseppeVatinno
@disinformatico Ma che fai scadi nell’attacco personale attivissimo? Non eri contro?Ah la coerenza…
12.01.13 23:13

GiuseppeVatinno
@disinformatico Sempre un signore eh attivissimo?
12.01.13 23:13

GiuseppeVatinno
@disinformatico @RandagiaMente @sydbarrett76 Molto democratico, attivissimo.Come al solito vuoi stroncare, estirpare, ma rilassati!
12.01.13 23:14

GiuseppeVatinno
@disinformatico @matteorossini @il4fili @UAAR_it Sei un Gran Democratico attivissimo! Sei proprio un bel censore eh?
12.01.13 23:14

GiuseppeVatinno
@disinformatico @diegodemartin Che fico che sei attivissimo
12.01.13 23:15

GiuseppeVatinno
@disinformatico @carlobis quello che non ti piace è pseudoscienza eh attivissimo?
12.01.13 23:16

GiuseppeVatinno
@disinformatico Per te basta il monodimensionale attivissimo
12.01.13 23:18

GiuseppeVatinno
@disinformatico Attivissimo ma tu sei fissato con gli alieni!
12.01.13 23:19

GiuseppeVatinno
@disinformatico E’ la tua mente chiusa come il nulla, attivissimo
12.01.13 23:19

Il bello di tutta questa pioggia di tweet è che Vatinno sta parlando da solo, perché io non ho replicato né avuto altra comunicazione con lui, per cui non ho attaccato, censurato, stroncato o estirpato lui o altri. Non solo: le conversazioni associate a quei tweet sono per me inaccessibili (dal mio account Twitter, i loro link portano al messaggio “Spiacente, non sei autorizzato a vedere questo stato”). Non potrei parteciparvi neanche se volessi.

Grazie alle verifiche dei lettori, dopo la pubblicazione iniziale di questo articolo è emerso che Vatinno sta rispondendo a dei miei vecchi tweet (Chris Priestly ha compilato il tutto come screenshot qui), alcuni risalenti addirittura al 21 dicembre scorso, ma al tempo stesso mi ha bloccato l’account, per cui non posso proseguire la conversazione. In pratica, Vatinno prima attacca briga con me, poi mi toglie la possibilità di replicare. Una squisita lezione di democrazia online.

Tutta la faccenda, insomma, emana un aroma di effetto Streisand che promette di essere memorabile come quello dei piedi di un pentatleta.

So che molti se la sono presa, ma personalmente non posso che ringraziare il deputato Vatinno per aver dato in un colpo solo una dimostrazione così pubblica, netta e brillante di ben tre concetti: essere laureati in fisica (come lo è Vatinno) non conferisce una patente d’infallibilità a tutto campo, come invece credono in molti; l’imbarazzante inettitudine dei politici italiani nell’uso dei nuovi media (basti confrontare le parole di Vatinno con questa risposta della Casa Bianca); e le ragioni per le quali gli ufologi vengono spesso visti come pazzi paranoici che aggrediscono chi, come Query o Marco Cattaneo su Le Scienze, tenta di spiegare loro pazientemente dove sbagliano. Quando poi il fisico, il politico e l’ufologo coincidono, nasce la tempesta perfetta. La perfect storm; o, in questo caso, perfect shitstorm.

Vado a prendere il popcorn.

No, non ancora. C’è il gran finale. Sapevate che Vatinno è uno dei creatori di Internet? Ipse dixit: “La Rete non può essere il regno dei CyberTeppisti e questo lo dico io che la Rete ha contribuito a crearla già al Cern nel lontano 1986”. Tim Berners-Lee, Vint Cerf, Leonard Kleinrock, Jon Postel, fatevi da parte.

Aggiornamento (2013/01/13  22:40): Dai commenti mi segnalano che Vatinno ha pubblicato sul suo sito un post che mi riguarda. Illuminante.

Questo, signori, è quello che ritiene opportuno scrivere pubblicamente un deputato della Camera italiano. Quale sublime ironia che queste parole provengano da una persona che siede alla Camera a rappresentare un partito che si chiama Italia dei Valori. Non ho altro da aggiungere e non spenderò altro tempo dietro questa storia davvero deprimente.

2018/05/06 14:45

Piccolo aggiornamento: vedo che a dicembre 2016 Vatinno ha scritto un articolo su Affaritaliani.it che mi riguarda personalmente, rimproverandomi fra le altre cose di avere costruito un “impero mediatico”, di aver ottenuto “lucrosi guadagni” e di pagare le tasse in Svizzera. Non so dove altro dovrei pagarle, visto che ci abito da più di un decennio (link intenzionalmente alterato; copia aggiornata su Archive.is; copia precedente su Archive.is). Non è il suo unico attacco personale che mi riguarda.

Segnalo inoltre l’articolo Giuseppe Vatinno: Ex deputato, giornalista e ufologo “transumano” [2018/10/14: articolo non più disponibile, ma dovrebbe essercene una copia qui] che contiene molti link interessanti alle esternazioni di Vatinno e ne delinea la figura. Buona lettura.

2018/10/14 21:00

Ho aggiornato il link all’articolo dedicato a Vatinno, visto che l’originale non è più online.

Facebook è sempre più un social per “vecchi”: i dati di Vincos sui social media

Ultimo aggiornamento: 2018/08/29 12:30.

AGI ha pubblicato le stime di Vincenzo Cosenza (Vincos.it) sugli utenti italiani di Facebook: in totale 31 milioni attivi mensilmente (24 milioni ogni giorno tramite smartphone), un milione in più rispetto a un anno fa, ma il 40% in meno di adolescenti e 2 milioni in meno fra i 19 e 29 anni. A livello europeo, Facebook ha perso circa tre milioni di utenti. La fascia più consistente è fra 36 e 45 anni; l’unica fascia in crescita è quella dai 46 anni in su. Il 58% degli utenti italiani ha oltre 35 anni. Gli utenti invecchiano, e con loro i social network.

Maggiori dettagli sono qui su Agi.it. Su Vincos.it trovate anche le statistiche di popolarità dei social network e dei sistemi di messaggistica insieme all’Osservatorio sui social media, con i dati sull’utenza italiana. Gli utenti mensili sono i seguenti:

  1. Facebook: 31 milioni
  2. Youtube: 24 milioni
  3. Instagram: 14 milioni
  4. LinkedIn: 11 milioni
  5. Twitter: 7,9 milioni
  6. Pinterest: 6,1 milioni
  7. Google+: 5,7 milioni
  8. Tumblr: 2 milioni
  9. Snapchat: 1,6 milioni

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Cory Doctorow: Zuckerberg e l’incoscienza morale

Cory Doctorow: Zuckerberg e l’incoscienza morale

Ultimo aggiornamento: 2018/07/17 17:40.

Si parla molto degli effetti negativi dei social network e dello scandalo di Cambridge Analytica, e in proposito vorrei proporvi l’analisi di Cory Doctorow, che è consulente speciale della Electronic Frontier Foundation, visiting professor di informatica alla Open University e un Research Affiliate del MIT Media Lab; ha scritto vari libri, fra cui Walkaway, Little Brother e Information Doesn’t Want to Be Free.

Ho già tradotto tempo fa un suo saggio sulla guerra in atto contro il computer generico, che a distanza di quattro anni si sta avverando in modo preoccupante. Pochi giorni fa Doctorow ha pubblicato sulla rivista Locus l’articolo Zuck’s Empire of Oily Rags (“Zuckerberg e il suo impero di stracci imbevuti di petrolio”), che traduco qui sotto perché credo che sia altrettanto importante, illuminante e lungimirante.

2018/07/17 17:40. Doctorow ha pubblicato un podcast nel quale legge personalmente il proprio articolo.

This translation is free to use. No infringement on Cory Doctorow’s rights is intended. He has been asked for permission and notified of its publishing.


Per vent’anni i difensori della privacy hanno suonato l’allarme a proposito della sorveglianza online commerciale e del modo in cui le aziende accumulano dossier dettagliatissimi su di noi per aiutare quelli del marketing a mandarci pubblicità mirate. Questo allarme è rimasto inascoltato: la maggior parte della gente era poco convinta che la pubblicità mirata fosse efficace, perché le pubblicità che ricevevamo erano raramente convincenti e quando funzionavano era di solito perché i pubblicitari avevano capito cosa volevamo e si offrivano di vendercelo. La gente che aveva cercato divani vedeva pubblicità di divani, e se comprava un divano le pubblicità continuavano per un po’, perché i sistemi di personalizzazione pubblicitaria non erano abbastanza intelligenti da capire che i loro servizi non erano più richiesti, quindi che male c’era? Il caso peggiore era che i pubblicitari avrebbero sprecato il proprio denaro in pubblicità inefficaci; il caso migliore era che fare acquisti sarebbe diventato più conveniente, perché gli algoritmi predittivi ci avrebbero reso più facile trovare le cose che stavamo per cercare.

I difensori della privacy hanno cercato di spiegare che la persuasione era solo la punta dell’iceberg. I database commerciali erano bersagli ghiotti per le spie e per i ladri d’identità, per non parlare dei ricatti alle persone la cui scia di dati rivelava comportamenti sessuali, credenze religiose od opinioni politiche socialmente rischiose.

Ora stiamo vivendo il contraccolpo tecnologico e finalmente la gente sta tornando dai difensori della privacy a dire che avevamo ragione da sempre. Data una sorveglianza sufficiente, le aziende sono in grado di venderci qualunque cosa: Brexit, Trump, la pulizia etnica in Myanmar e le candidature elettorali di successo di bastardi assoluti come Erdogan in Turchia e Orban in Ungheria.

È molto bello che il messaggio che la privacy è importante stia finalmente raggiungendo un pubblico più ampio, ed è emozionante pensare che ci stiamo avvicinando a un punto di svolta per l’indifferenza verso la privacy e la sorveglianza.

Ma anche se il riconoscimento del problema della Big Tech è benvenuto, temo che la diagnosi sia sbagliata.

Il guaio è che stiamo confondendo la persuasione automatizzata con il targeting automatizzato. Le bugie risibili su Brexit, stupratori messicani e leggi della Sharia striscianti non hanno convinto persone altrimenti ragionevoli che l’alto sta in basso e che il cielo è verde. Semmai i sofisticati sistemi di targeting disponibili tramite Facebook, Google, Twitter e le altre piattaforme pubblicitarie della Big Tech hanno reso facile trovare le persone razziste, xenofobe, spaventate, arrabbiate che volevano credere che gli stranieri stavano distruggendo il loro paese mentre venivano finanziati da George Soros.

Ricordiamoci che le elezioni di solito si decidono sul filo di lana, anche per i politici che hanno mantenuto le proprie cariche per decenni con margini esigui. il 60% dei votanti è una vittoria eccellente. Ricordiamoci, inoltre, che il vincitore nella maggior parte delle elezioni è il partito degli astenuti, perché moltissimi elettori non votano. Se si riesce a motivare anche solo una piccola quantità di questi non votanti in modo che vadano a votare, anche elezioni sicure possono diventare incerte. Se i margini sono stretti, avere un modo economico per raggiungere tutti i membri latenti del Ku Klux Klan di un distretto e informarli con discrezione che Donald J. Trump è l’uomo che fa per loro stravolge tutto.

Cambridge Analytica è come un mentalista da palcoscenico: fa qualcosa che richiede molto lavoro e finge che sia qualcosa di soprannaturale. Un mentalista da palcoscenico si addestra per anni a memorizzare rapidamente un mazzo di carte e poi dice che può indovinare la tua carta grazie ai suoi poteri da sensitivo. Non assisterai mai ai suoi esercizi preparatori di memorizzazione, tediosi e per nulla affascinanti. Cambridge Analytica usa Facebook per trovare i cretini razzisti e per dire loro di votare per Trump, e poi dichiara di aver scoperto una tecnica mistica per convincere persone altrimenti ragionevoli a votare per dei maniaci.

Non voglio dire che la persuasione sia impossibile. Le campagne automatizzate di disinformazione possono inondare il canale di resoconti contraddittori e apparentemente plausibili della situazione attuale, rendendo difficile per un osservatore comune dare un senso agli eventi. La ripetizione a lungo termine di una narrativa coerente, anche una palesemente insensata, può creare dubbi e trovare seguaci: pensate ai negazionisti dei cambiamenti climatici o ai complottismi su George Soros o al movimento antivaccinista.

Ma questi sono processi lunghi e lenti, che producono piccoli cambiamenti nell’opinione pubblica nel corso di anni, e funzionano meglio quando ci sono altre condizioni che li sostengono: per esempio i movimenti fascisti, xenofobi e nativisti che sono le ancelle dell’austerità e delle privazioni. Quando sei a corto di tutto da tanto tempo, sei pronto a recepire i messaggi che incolpano i tuoi vicini per averti privato delle tue legittime spettanze.

Ma non abbiamo bisogno della sorveglianza commerciale per creare le folle inferocite: Goebbels e Mao ci sono riusciti benissimo usando tecniche analogiche.

Facebook non è un raggio per il controllo mentale. È uno strumento per trovare gente che ha caratteristiche insolite, difficili da localizzare, non importa se queste caratteristiche sono “persona che sta pensando di comprare un frigorifero nuovo”, “persona che ha la stessa malattia rara che hai tu” o “persona che potrebbe partecipare a un pogrom genocida”, e per poi offrire a queste persone un bel frigo doppio o delle fiaccole [tiki torches usate come simbolo dai razzisti americani] mentre si mostra loro una conferma sociale della desiderabilità di questo loro comportamento, sotto forma di altra gente (o bot) che sta facendo la stessa cosa, così si sentono parte di una folla.

Anche se i raggi per il controllo mentale restano fantascienza, Facebook e le altre piattaforme di sorveglianza commerciale sono comunque preoccupanti, e non solo perché consentono a persone con visioni del mondo estreme di trovare i propri simili. Raccogliere enormi dossier su ogni persona al mondo fa paura già di per sé. In Cambogia, il governo autocratico usa Facebook per identificare i dissidenti, arrestarli e torturarli; la US Customs and Border Protection [ente di protezione delle frontiere statunitensi] usa i social media per considerare colpevoli per prossimità coloro che visitano gli Stati Uniti e impedisce a questi visitatori di entrare nel paese sulla base delle loro amicizie, delle loro affiliazioni e dei loro interessi. Poi ci sono i ladri d’identità, i ricattatori e i truffatori, che usano i dati degli enti di valutazione del credito, i dati degli utenti che sono stati trafugati e disseminati e i social media per rovinare la vita della gente. E infine ci sono gli hacker, che potenziano i propri attacchi di “social engineering” rastrellando informazioni personali per creare impostori convincenti che ingannano i loro bersagli e li inducono a rivelare informazioni che consentono loro di penetrare nelle reti sensibili.

Va di moda trattare le disfunzioni dei social media come il risultato dell’ingenuità dei primi tecnologi, che non sono stati capaci di prevedere questi esiti. La verità è che la capacità di costruire servizi simili a Facebook è piuttosto comune. Quella che è rara è l’incoscienza morale necessaria per farlo.

Il fatto è che è sempre stato evidente che spiando gli utenti di Internet si poteva migliorare l’efficacia delle pubblicità. Non tanto perché spiare ti offre intuizioni fantastiche di nuovi modi per convincere la gente a comprare prodotti, ma perché attesta quanto sia inefficace il marketing. Quando il tasso di successo atteso di una pubblicità è ben al di sotto dell’uno per cento, raddoppiare o triplicare la sua efficacia ti lascia comunque con un tasso di conversione inferiore all’un per cento.

Ma è stato altrettanto evidente fin dall’inizio che ammassare immensi dossier su chiunque usi Internet avrebbe potuto causare problemi reali a tutta la società; problemi infinitamente più grandi di quei minuscoli vantaggi che quei dossier avrebbero prodotto per i pubblicitari.

È come se Mark Zuckerberg si fosse svegliato una mattina e si fosse reso conto che gli stracci imbevuti di petrolio che stava accumulando nel suo garage si potevano raffinare per estrarne un greggio di bassissima qualità e di infimo valore. Nessuno sarebbe stato disposto a pagare granché per quel petrolio, ma gli stracci erano tanti, e finché nessuno gli chiedeva di risarcire gli inevitabili roghi che sarebbero avvenuti per il fatto di aver riempito i garage del mondo di stracci imbevuti di petrolio, Zuckerberg avrebbe potuto incassare un bel guadagno.

Dieci anni dopo il mondo è in fiamme e stiamo cercando di dire a Zuckerberg e ai suoi amici che dovranno risarcire i danni e installare gli impianti antincendio che chiunque si fosse messo ad immagazzinare stracci impregnati di petrolio avrebbe dovuto pagare sin dall’inizio, e l’industria della sorveglianza commerciale non ha assolutamente intenzione di considerare nulla del genere.

Il motivo è che i dossier riguardanti miliardi di persone hanno il potere di causare danni quasi inimmaginabili, eppure ogni singolo dossier fa incassare solo qualche dollaro l’anno. Affinché la sorveglianza commerciale sia remunerativa, deve scaricare sulla società tutti i rischi legati alla sorveglianza di massa e privatizzare tutti i guadagni.

C’è una parola antica per questa cosa: corruzione. Nei sistemi corrotti, pochi malfattori costano miliardi a tutti gli altri per incassare milioni. Il risparmio che può avere una fabbrica scaricando inquinanti nei bacini acquiferi è molto più piccolo dei costi che subiamo tutti per il fatto di essere avvelenati dagli scarichi. Ma i costi sono ampiamente distribuiti, mentre i guadagni sono fortemente concentrati, per cui chi trae beneficio dalla corruzione può sempre spendere più delle proprie vittime per rimanere impunito.

Facebook non ha un problema di controllo mentale: ha un problema di corruzione. Cambridge Analytica non ha convinto della gente di buon senso a diventare razzista: ha convinto i razzisti a diventare elettori.

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