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Dodici milioni di zombi

Dodici milioni di zombi

Botnet, tre dilettanti controllavano dodici milioni di computer

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “simone.savol*” e “deagost*”.

C’era una volta, neanche tanto tempo fa, una botnet grande grande: una rete di milioni di computer infetti, sparsi in oltre 190 paesi. Una delle più grandi mai viste. Si chiamava con un nome delicato, Mariposa, e il suo passatempo era rubare i codici d’accesso ai servizi bancari e alle caselle di posta elettronica degli utenti dei PC Windows e riciclare denaro rubato elettronicamente. Ogni tanto i suoi padroni la subaffittavano, con i suoi servi appestati, ad altri criminali.

Fra i computer che Mariposa aveva silentemente stregato c’erano quelli di metà delle aziende più quotate nella celebre lista Fortune 1000. Ma un giorno un Panda (Security), assistito dai cavalieri iberici della Guardia Civil, dai fanti dell’FBI, dai saggi della canadese Defence Intelligence e del Georgia Tech Information Security Center, l’ha eliminata.

Oggi Mariposa non c’è più: a dicembre scorso è stata decapitata. I suoi nemici si sono infiltrati nel suo labirinto di comunicazione e hanno iniziato a origliare per scoprire come faceva a trasformare in zombi le sue vittime. Usava i circuiti P2P, le penne USB infette e i link su MSN che adescavano gli utenti, invitandoli a visitare siti infetti. I suoi padroni la comandavano usando un passaggio segreto, una VPN anonima, nascondendo così la loro vera identità ai penetranti sguardi della giustizia.

Ma il Panda e i suoi valorosi scudieri li hanno sgominati con l’astuzia, inducendoli al panico. Con un sortilegio hanno tagliato le comunicazioni con Mariposa. Quando l’hanno vista perdere i sensi, i suoi padroni, che si fregiavano dei nomi Netkairo, Jonyloleante e Ostiator, hanno avuto un fremito d’ira e si sono così traditi. Gettando al vento la prudenza, Netkairo s’è collegato a Mariposa direttamente dal proprio computer di casa, senza passare dal segreto pertugio della VPN, lasciando così una traccia per i segugi. Ha lanciato un ultimo incantesimo, un Denial of Service, contro uno dei suoi nemici, usando tutti i computer zombi che riusciva ancora a comandare, paralizzando numerose università e istituzioni del Canada.

Ma invano. Le Forze del Bene e dell’Ordine hanno cambiato i record DNS, bloccando Mariposa, e solo allora si sono accorti che gli zombi sotto il comando della malefica triade erano oltre dodici milioni. Un esercito mai visto prima.

Il 3 febbraio scorso la Guardia Civil ha arrestato uno dei crudeli padroni di Mariposa, Netkairo, che si è rivelato essere un trentunenne spagnolo, e poco dopo ha acciuffato i suoi due compari. Sul computer di Netkairo c’erano le password, i numeri di carte di credito e i nomi di oltre 800.000 utenti. Ma la sorpresa più grande è che i tre furfanti non erano maghi del computer: avevano semplicemente comperato al mercato nero gli ingredienti già pronti per creare Mariposa. Erano tre dilettanti.

Se volete sapere se anche voi, senza accorgervene, eravate fra gli zombi degli apprendisti stregoni di Mariposa, non dovete far altro che usare un antivirus aggiornato sul vostro PC. E vivere per sempre felici e contenti. Fino alla prossima infezione.

Fonti: The Register, Panda Labs, Findlaw.com.

Attenti all’avviso d’infrazione

Infrazione per divieto di sosta? La punizione è un virus

Sta circolando una serie di messaggi che spaventano gli utenti per indurli ad aprire un allegato infetto: eccone un esempio.

La presente per notificarle la sanzione applicata per “divieto di sosta” in data 02 Aprile 2008.

Articolo contestato n° 141

E’ obbligo del conducente regolare la velocità del veicolo in modo che, avuto riguardo alle caratteristiche, allo stato ed al carico del veicolo stesso, alle caratteristiche e alle condizioni della strada e del traffico e ad ogni altra circostanza di qualsiasi natura, sia evitato ogni pericolo per la sicurezza delle persone e delle cose ed ogni altra causa di disordine per la circolazione.

In allegato :

– Documentazione verbalizzata.
– Immagini di ripresa del veicolo.
– Documentazione di contestazione.
– Conteggio punti patente.

Siete pregati di prendere visione di quanto in allegato ed agire di conseguenza entro e non oltre 15 giorni dal ricevimento della presente.

Qualora volesse opporsi a tale sanzione in allegato trova il modulo riferito alla sentenza di cassazione del 20 Luglio 2001 NR 9909 la quale sminuisce la presunzione di veridicità dei fatti attestati come avvenuti in assenza di verbalizzanti
( immagine ripresa con mezzi digitali ( autovelox ).

Seguirà raccomandata al suo indirizzo.

L’allegato è un virus, più propriamente un trojan horse, identificato per esempio coem Trojan BackDoor.Generic9 dall’antivirus AVG. Chiaramente l’allegato non va aperto e il messaggio va cestinato perché non proviene affatto da un servizio di notifica contravvenzioni ufficiale. Gli indizi sono tanti, ma la paura impedisce a molti di notarli: un classico social engineering, insomma.

Radio: estensioni Firefox, antivirus mangiaposta, messaggi subliminali

Disinformatico radio stamattina: Firefox mostra i muscoli, antivirus Microsoft mangia la posta di Outlook, studio scientifico “conferma” il subliminale

L’edizione radio del Disinformatico di oggi toccherà questi temi:

  • Firefox: come installare le “estensioni” che permettono di potenziare questo programma di navigazione libero e gratuito, e le estensioni più gettonate che consentono di navigare in Internet meglio e più veloci.
  • Niente pezze di sicurezza per Microsoft questo mese, ma in compenso c’è l’antivirus di Microsoft che si mangia la vostra posta. Come rimediare e perché succede.
  • Esiste la pubblicità subliminale, e funziona? Un nuovo studio scientifico getta nuova benzina sul fuoco, perché sembra dimostrare che il cervello registra immagini anche se la persona non è consapevole di vederle.

Potete seguire il Disinformatico in diretta sulla Rete Tre della Radio Svizzera di lingua italiana, ricevibile anche in streaming in tempo reale (Real Audio, http://retetre.rtsi.ch) e in differita come podcast (http://www.rtsi.ch/podcast).

Come consueto, a fine trasmissione troverete in questo blog i dettagli e i link dei temi trattati. Buon ascolto.

Falla Mac OS X, basta un’immagine per bucarlo

Serie di falle gravi in Mac OS X, aggiornate subito

La newsletter @Risk di Qualys segnala una serie di falle critiche in Mac OS X: basta un’immagine, un file DMG o TAR o un photocast di iPhoto appositamente confezionato per ottenere la “completa compromissione dei sistemi degli utenti”. Decisamente imbarazzante.

Apple ha pronti gli aggiornamenti di sicurezza, che è ovviamente consigliabilissimo installare senza indugio. Gli avvisi di sicurezza diramati da Apple sono qui: uno, due e tre.

Prova: Google Docs and Spreadsheets

Prova: Google Docs and Spreadsheets

Google permette di scrivere documenti e fogli di calcolo senza installare nulla

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “mauro.dalex****” e “piumichele”.

Google ha da poco presentato la nuova versione di Google Docs and Spreadsheets, o Google Documenti e Fogli Lavoro, disponibile sia in forma gratuita, sia in edizione a pagamento (Premier Edition).

Si tratta di un’area del sito di Google che si comporta come una versione semplificata di una suite di applicazioni d’ufficio: un “programma” di scrittura, uno per la generazione di spreadsheet (fogli di calcolo), un calendario e un “programma” per la gestione della posta (Gmail) che include una funzione di chat.

A queste “applicazioni” di base si affiancano una gestione delle foto e un editor di pagine Web, tutti accessibili da qualsiasi browser compatibile (Internet Explorer 6 e successivi, Firefox, Mozilla, Netscape), senza dover installare assolutamente nulla sul proprio computer. In pratica, si fa a meno di Microsoft Office o OpenOffice.org, perlomeno per la realizzazione dei documenti più semplici.

Questo è un bonus non indifferente per chi lavora in ambienti nei quali è vietato installare software (come per esempio alla RTSI, dove mi trovo a fare ogni martedì un programma sull’informatica usando computer sui quali non posso installare nulla, per cui le prove le faccio sui miei computer personali) e per chi si sposta frequentemente da un computer a un altro.

I documenti creati con GD&S, infatti, vengono conservati sui computer di Google in aree protette da password e sono accessibili da qualsiasi computer collegato a Internet. E’ possibile comunque salvarli localmente (per esempio sul proprio computer), esportandoli nei formati più comuni (Word, OpenDocument, PDF, RTF, HTML per i testi; CSV, OpenDocument, PDF e XLS per i fogli di calcolo). Viceversa, i documenti creati localmente sul proprio computer possono essere inviati a GD&S: i formati supportati sono OpenDocument, XLS e CSV per gli spreadsheet; Word, RTF, OpenDocument e OpenOffice/Staroffice per i testi.

L’accesso via Web ai documenti ha un’altra funzione estremamente comoda: la collaborazione. GD&S permette infatti a più utenti di scrivere e modificare contemporaneamente lo stesso documento. Questo è estremamente comodo per i gruppi di lavoro situati in luoghi geograficamente distinti che devono condividere e collaborare alla stesura di documenti e si scontrano sempre con il problema della gestione delle modifiche coordinate.

Le applicazioni, disponibili anche in versione italiana, sono spartane ma sufficienti per l’uso comune e non risentono di particolari lentezze, salvo nel caricamento iniziale. Per contro, c’è l’ovvio limite di qualsiasi soluzione gestita via Internet: se non c’è collegamento alla Rete, non c’è alcun modo di accedere ai propri dati (a parte le copie locali, che è comunque saggio fare periodicamente).

Una delle critiche più frequenti a GD&S e ad altre applicazioni via Web, che fanno parte delle nuove tendenze del software, è la relativa mancanza di sicurezza. Per prima cosa, l’accesso ai dati è sì protetto da password, ma la password è quella dell’account Google, e normalmente l’utente ha sempre l’account già aperto: di conseguenza, chiunque abbia accesso fisico al computer dell’utente può approfittarne per fare danni, perché si trova tutto già spalancato.

L’accesso ai dati, inoltre, avviene tramite una connessione non cifrata (anche se si può usare HTTPS per i documenti di testo), e questo espone al rischio d’intercettazione.

C’è poi un’altra considerazione di sicurezza: i dati sono in mano a Google. E man mano che Google estende la gamma dei propri servizi, accumula sempre più dati. Gli affidiamo la posta, i documenti, magari il calendario degli appuntamenti… una messe di dati che farebbe gola a qualsiasi governo animato da ambizioni di sorveglianza non proprio legittime. In molti casi, le normative sulla sicurezza posso addirittura vietare la conservazione dei documenti elettronici presso terzi. Queste sono obiezioni che potrebbero essere risolte da una versione “locale” di GD&S: un server o una appliance da acquistare e sul quale conservare tutti i dati, accessibili da qualsiasi computer della rete locale.

Le differenze fra la versione gratuita e quella a pagamento non sono molte in termini di funzioni software: per 50 dollari l’anno per ciascun account, gli utenti di GD&S Premier Edition hanno diritto a 10 GB di spazio per i documenti contro i 2 GB della versione gratuita, e hanno inoltre le API per interfacciarsi con i sistemi informatici aziendali e il diritto all’assistenza tecnica.

Uno dei bonus di queste applicazioni via Web è l’eliminazione di due grandi problemi di chi usa i computer, specialmente nelle piccole e medie imprese: la necessità di aggiornare periodicamente il parco macchine per supportare l’ennesima versione elefantiaca del sistema operativo e della suite per ufficio prediletta e il backup sistematico e sicuro (in luogo geograficamente distinto) dei documenti generati.

Considerata la scarsissima attenzione rivolta dalla maggior parte degli utenti al problema del backup dei dati, è probabile che i documenti siano molto più al sicuro nelle mani di Google che in quelle degli utenti.

Radio: EMI vende MP3 senza lucchetti; Google Maps fa il matto; pesci d’aprile e falle IE

Disinformatico radio: EMI rinuncia (in parte) al DRM, Google colpito dalla Maledizione di Haugesund, pesci d’aprile informatici, cursore assassino per Internet Explorer

Come ogni martedì, l’edizione radio del Disinformatico va in onda in diretta sulla Rete Tre della Radio Svizzera di lingua italiana, ricevibile anche in streaming in tempo reale (Real Audio) e in differita come podcast. Ecco i temi della puntata di oggi:

  • La clamorosa scelta di EMI di vendere musica online di qualità superiore e senza lucchetti anticopia (DRM). Come reagiranno i consumatori? L’eliminazione degli odiati lucchetti aumenterà le vendite di questi brani più fruibili o incrementerà la pirateria?
  • I migliori pesci d’aprile storici del mondo informatico, e una menzione speciale per un pesce d’aprile vintage che riguarda da vicino il Canton Ticino.
  • Google Maps colpito dalla Maledizione di Haugesund come Microsoft: le indicazioni stradali sono, in alcuni casi, decisamente eccentriche, come quando vi viene chiesto di attraversare a nuoto l’Atlantico.
  • Falla di sicurezza in Internet Explorer: un cursore animato appesta la Rete così tanto da spingere Microsoft a preparare un aggiornamento di sicurezza straordinario. Come difendersi e come accorgersi di eventuali infezioni virali.

I cursori animati minacciano persino Vista

Patch d’emergenza per Windows: i cursori animati lo mandano in tilt

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “franco.bo****” e “happy.moto****”. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Microsoft ha pubblicato un avviso di sicurezza riguardante una falla importante in Windows XP e, in misura minore, anche in Windows Vista. La pezza apposita dovrebbe uscire oggi, secondo ZDNet, a testimonianza della gravità del problema (di solito Microsoft rilascia gli aggiornamenti di sicurezza una sola volta al mese, in blocco).

La falla consente a un cursore animato (file .ANI), annidabile in un e-mail o in una pagina Web visitata con Internet Explorer 6 o 7, di causare un buffer overflow sfruttabile dai vandali della Rete per infettare i computer e usarli per ulteriori attacchi virali o campagne di spam. La falla viene già sfruttata da almeno un worm e da alcuni spammer e si diffonde anche tramite chiavette USB e altri supporti, come riferiscono F-Secure e McAfee.

Aggiornamento (4/4/2007): Zdnet segnala che anche Firefox è vulnerabile a questa falla se usato sotto Windows (anche Windows Vista); non disponendo del Protected Mode di IE, Firefox consente un accesso ai dati dell’utente più esteso rispetto a IE in Protected Mode sotto Vista (con IE, l’intruso può “soltanto” leggere i dati dell’utente; con Firefox può anche modificarli). Sul sito di Determina.com trovate un’animazione (non un cursore animato!) che dimostra IE e Firefox su Vista alle prese con questa falla. Va notato che per Firefox si tratta di un proof of concept, ossia di codice dimostrativo, attualmente non circolante in Rete, ma è comunque una dimostrazione eloquente: come spiega l’animazione, Firefox si appoggia a Windows per la gestione dei cursori animati.

Il blog di McAfee presenta inoltre un video molto eloquente di Vista alle prese con un cursore animato ostile: il crash e riavvio, nota McAfee, non è quello che avviene negli attuali attacchi via Web, ma è comunque una dimostrazione chiara della vulnerabilità. Trend Micro descrive la falla qui.

Microsoft, secondo quanto riferito dal SANS Internet Storm Center, dice che gli utenti di IE7 con il Protected Mode sono protetti, e che gli antivirus aggiornati sono in grado di rilevare la minaccia. Gli utenti di Outlook 2007 sono protetti, come lo sono quelli di Windows Mail su Vista se non inoltrano l’e-mail infetto, mentre gli utenti di Outlook Express restano vulnerabili persino quando leggono la posta in formato “testo semplice”.

La raccomandazione, come al solito, è evitare di navigare con Internet Explorer, bersaglio preferito dei vandali, e sostituirlo con Opera, Firefox* o Mozilla.

*Aggiornamento (4/4/2007): Firefox resiste alla falla circolante, ma è vulnerabile (sotto Windows) al codice dimostrativo di Determina.com citato sopra, che usa i cursori animati come vettore d’infezione.

La falla è uno smacco per Microsoft, che ha puntato molto sulla sicurezza come motivo d’acquisto di Vista; vedere che anche Vista è così facilmente bucabile potrebbe indurre a qualche ripensamento, soprattutto all’altezza del portafogli.

Quando la stampante fa la spia, l’UE si sveglia

Quando la stampante fa la spia, l’UE si sveglia

Stampanti spione: l’UE si muove un pochino

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “paoloacri” e “giuseppes****”.

Ne avevo già fatto un accenno tre anni fa, quando scoppiò il caso, ma ci sono nuovi sviluppi sulla questione delle stampanti laser a colori che rivelano l’identità di chi stampa.

Probabilmente non sapete che il governo degli Stati Uniti ha convinto con molta discrezione i principali produttori di stampanti e fotocopiatrici a colori a modificarne il funzionamento in modo che ogni esemplare generi, in ogni stampa, uno schema di puntini univoco. Questo permette di risalire, per esempio, alla specifica stampante/fotocopiatrice che ha prodotto una tiratura di banconote false, e secondo la Electronic Frontier Foundation consente anche di sapere ora e data della stampa.

Lo schema è costituito da puntini gialli quasi impercettibili. Andrew “Bunnie” Huang ha modificato uno scanner per rivelarli (li vedete tinti di blu nell’immagine qui sopra). La EFF ha pubblicato una lista di stampanti e fotocopiatrici che ha esaminato alla ricerca del segno spione: ci sono tutte le più note marche.

Il problema di questa tecnologia è che può essere usata per scopi ben diversi dall’identificazione dei falsari di banconote. Non ci vuole molta fantasia per rendersi conto che un marchio identificativo segreto annidato in ogni documento stampato è la manna dal cielo per qualsiasi governo che voglia reprimere la diffusione di documenti non autorizzati o sorvegliare i dissidenti.

Anche nei paesi più rispettosi dei diritti umani, c’è un problema anche politico di privacy violata. Una persona che ritiene di essere protetta dall’anonimato nel diffondere notizie scomode potrebbe invece smascherarsi involontariamente se non sa di questa funzione delle stampanti e delle fotocopiatrici.

Il problema è stato sottoposto al commissario Frattini dell’Unione Europea in un’interrogazione parlamentare, la cui risposta (formato DOC, in inglese) dice che la Commissione non è al corrente di leggi nazionali o comunitarie che regolino questi meccanismi di tracciamento, e tende a minimizzare il problema perché “le informazioni… non includono necessariamente dati riguardanti una persona identificata o identificabile”.

Tuttavia se si sa da quale fotocopiatrice è stato stampato un volantino dissidente, non ci vuole un’aquila per risalire a chi ha usato o poteva usare quella fotocopiatrice, e questo viene ammesso: “nella misura in cui gli individui potrebbero essere identificati tramite il materiale stampato o copiato usando certi dispositivi, tale elaborazione potrebbe dar luogo alla violazione di diritti umani fondamentali, specificamente il diritto alla riservatezza e alla vita privata. Potrebbe anche violare il diritto alla protezione dei dati personali”, prosegue la risposta.

Potrebbe anche darsi che dia piuttosto fastidio, anche a chi non ha nulla da nascondere, sapere di essere sorvegliabile senza saperlo e senza preavviso. Consideratevi preavvisati.

Come distruggere 60 hard disk l’ora

Distruzione sicura dei dati? Il trapano è OK anche per i professionisti

Qualche giorno fa ho pubblicato un video semiserio nel quale dimostravo una tecnica economica e pratica per garantire che i nostri dati non possano essere recuperati da un disco rigido danneggiato.

Ora salta fuori, grazie a una segnalazione di The Register, che la tecnica del trapano non solo non è stravagante come potrebbe sembrare a prima vista, ma è utilizzata a livello professionale. La EDR vende infatti l’Hard Disk Crusher, che trapana il mozzo dei dischi e li deforma fino a renderli illeggibili anche per le società di recupero dati più sofisticate.

L’apparecchio costa ben 11.500 dollari, ma è in grado di tritare 60 dischi rigidi in un’ora. Del resto, se avete l’esigenza di far fuori 60 dischi rigidi l’ora, probabilmente potete permettervi undicimila dollari e spiccioli: i comuni mortali si accontenteranno del trapano di casa.

Fra l’altro, se pensate che una martellata, una calamita o un software di riscrittura siano sufficienti a rendere illeggibile un disco, tenete presente che un disco rigido è addirittura sopravvissuto al rientro nell’atmosfera dallo spazio nel disastro della navetta Columbia, come descrive Scientific American con una foto molto eloquente.

Un altro giorno, un’altra megafalla di Internet

Un altro giorno, un’altra megafalla di Internet

Virus informatici nello spazio, intercettazioni devastanti su Internet, e qualche altra cosuccia di poco conto

Alla recente DEFCON, due ricercatori hanno presentato un modo per intercettare il traffico di Internet, alterare i dati scambiati fra utenti e siti, e assumere identità fasulle in modo praticamente invisibile usando il BGP (Border Gateway Protocol). Non faccio finta di capire i dettagli: la presentazione in PDF è qui e lo spiegone di Wired è qui. In estrema sintesi, Internet fu concepita per un ambiente accademico, in cui tutti si potevano fidare di tutti e le identità di ciascuno erano note. Poi è stata data in pasto al mondo, senza protezioni. E’ inevitabile che vulnerabilità devastanti come questa ci siano e continuino ad emergere.

Nel frattempo, non c’è scampo dai virus informatici neppure nello spazio. La NASA ha confermato che un virus si è insediato sui laptop a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. Secondo SpaceRef, si tratterebbe di W32.Gammima.AG, noto per la sua tendenza a rubare le password e le credenziali per i giochi online. Più di un laptop a bordo ha subìto l’infezione. I laptop, stando alla NASA, non gestiscono funzioni vitali della stazione. Questo ai tempi delle missioni Apollo non sarebbe successo: provateci voi a infettare un regolo calcolatore o un computer la cui memoria è più piccola del numero di byte che compone un virus.

Restando in tema di spazio: non occorre tirare in ballo UFO e lunacomplotti per evocare misteri nell’esplorazione del cosmo. Spesso vengo criticato perché smonto tutte le teorie fantasiose e i grandi misteri, rovinando quelli che alcuni chiamano “il poetico fascino dell’ignoto” e io chiamo “ignoranza imbecille”. Ma come dico spesso, la scienza offre misteri reali in abbondanza: perché ricorrere alla pseudoscienza? Date un’occhiata al fenomeno delle nubi nottilucenti:

La foto è stata scattata dalla Stazione Spaziale Internazionale mentre i suoi abitanti si trovavano a circa 340 km di quota sopra la Mongolia il 22 luglio scorso. Trovate un’altra foto magnifica qui; fa parte della collezione di foto di nubi nottilucenti di Space Weather. Sì, lo so: adesso passerete un’ora a scegliere quale usare come nuovo sfondo del desktop.

Quelle tenui nubi che vedete sono a circa 80 km di quota: stanno più in alto del 99,999% della nostra atmosfera, secondo le cifre della NASA. A quella quota, il cielo è nero come nello spazio: è dove si manifestano meteore e aurore.

Prima che arrivi l’orda cafona di sciachimisti (dovreste leggere certi insulti incoerenti che mi arrivano, vero Dave Fox?), il fenomeno è noto sin dalla fine del diciannovesimo secolo: fu notato dopo l’eruzione del vulcano Krakatoa nel 1883. La novità è che in origine le nubi nottilucenti erano situate a latitudini oltre i 50° e bisognava andare in Scandinavia, Siberia o Scozia per vederle. Di recente, invece, sono state avvistate anche da latitudini più basse. La migrazione sembra coincidere con la Rivoluzione Industriale, ma è ancora tutta da dimostrare.

Come mai queste nubi sono, appunto, nottilucenti? Si tratta di cristalli di ghiaccio finissimi, dai 40 ai 100 nanometri: una taglia che consente loro di disperdere le frequenze blu della luce solare. La ricerca spaziale ha inoltre individuato cristalli ancora più fini, che non riflettono la luce ma contribuiscono al quadro atmosferico generale.

Questo è quello che si sa, ma la NASA si chiede (come ce lo chiediamo noi, immagino) che diavolo ci fa del ghiaccio in uno strato rarefatto dell’atmosfera che è cento milioni di volte più arido dell’aria del deserto sahariano.

I Giacobbo del mondo prendano nota, così eviteranno di riciclare le solite menate di piramidi e autopsie aliene.

Nel frattempo, se vi state chiedendo come mai il Disinformatico radiofonico è in pausa e questo blog pubblica trafiletti anziché articoli estesi, vi posso rivelare che sono stato colto da impegni un pochino più pressanti.


Il video completo è qui (grazie Rodri!). Attenzione al tatuaggio alla fine.