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Multa in Germania per i Wifi aperti? Non proprio

Multa in Germania per i Wifi aperti? Non proprio

Germania, multa se non si lucchetta il Wifi? Sentenza da chiarire

Photo Credit: RafeB (Flickr). L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Avrete probabilmente letto i titoli che parlano di connessioni Wifi personali che in Germania devono essere “protette per legge” (Punto Informatico) perché altrimenti “ti multano” (Tom’s Hardware).

Chi si è fermato ai titoli potrebbe avere l’impressione che d’ora in poi avere una connessione Wifi aperta in Germania sarà un reato punito dalla legge. E magari si chiede se una norma del genere non possa estendersi al proprio paese, magari sull’onda del provvedimento tedesco.

La questione è un po’ diversa da come la presentano i titoli (gli articoli linkati sopra, va detto, spiegano meglio la questione nel loro testo). Non c’è alcun obbligo di proteggere l’accesso alla propria connessione Wifi: non ci saranno ronde di poliziotti armati di scanner Wifi che multeranno chi non provvedesse a lucchettare con una password il proprio access point. Più semplicemente, se un utente lascerà libero accesso alla propria connessione Wifi e qualcuno la userà per commettere un reato, l’utente sarà considerato parzialmente responsabile di quel reato. In quel caso, e solo in quel caso, l’utente tedesco rischierà una multa massima di 100 euro.

Nel caso specifico che ha generato la notizia, la Corte federale di giustizia tedesca (Bundesgerichtshof) a Karlsruhe si è pronunciata in merito alla causa intentata da un musicista (che secondo varie fonti non sarebbe stato identificato dal tribunale ma stando a Focus.de è legato al brano intitolato Sommer unseres Lebens di Sebastian Hämer) nei confronti di un utente Internet la cui connessione Wifi senza fili era stata utilizzata da ignoti per scaricare illegalmente una canzone che poi era stata immessa in un circuito di scambio file.

L’utente era stato identificato in base al suo indirizzo IP, ma era riuscito a dimostrare che era in vacanza al momento del misfatto ed è stato quindi ritenuto non colpevole di violazione del diritto d’autore. Tuttavia il tribunale lo ha giudicato comunque in parte responsabile perché non aveva protetto la propria connessione contro abusi da parte di terzi. Va notato un altro dettaglio che molte fonti non hanno riportato: l’imputato aveva sì protetto la propria connessione, ma aveva usato la password di default del fabbricante del proprio apparato Wifi, che è facilmente reperibile da chiunque.

La cosa interessante è che il tribunale ha deciso inoltre che gli utenti non saranno tenuti ad aggiornare continuamente le proprie misure di sicurezza, ma dovranno soltanto proteggere la propria connessione impostando una password (diversa da quella predefinita) al momento della prima installazione.

La misura legale è destinata a far discutere, anche perché scavalcare queste password sta diventando sempre più semplice. Network World segnala che in Cina sono in vendita a poche decine di dollari apparecchietti da collegare alla porta USB di un computer che permettono di decifrare le chiavi WEP e WPA delle reti Wifi nel giro di pochi minuti nel caso di protezione WEP (la WPA viene attaccata per bruteforcing, ossia per tentativi ripetuti). Ed esistono dei servizi che per una ventina di dollari promettono di restituire la password WPA di una rete Wifi protetta secondo i criteri della sentenza tedesca.

Speriamo che chi deve giudicare questi casi, in Germania e ovunque si dovesse pensare di introdurre sanzioni analoghe o principi giuridici dello stesso tipo, si tenga al corrente di queste novità tecniche, altrimenti si rischia di punire gli innocenti. In fin dei conti, è come se qualcuno si introducesse in casa nostra forzando la porta, rubasse un nostro coltello e lo usasse per un delitto, e poi condannassero noi come corresponsabili per aver fornito il coltello.

Fonti: CrunchGear, ItaliaSW, Associated Press, BBC, ZeroPaid, InfoSecurity Magazine, Focus.de.

Microsoft patcha di soppiatto

Microsoft patcha di soppiatto

Le patch segrete di Microsoft

I bollettini Microsoft per gli aggiornamenti di sicurezza MS10-024 e MS10-028, pubblicati ad aprile, descrivevano soltanto una vulnerabilità classificata “importante” o “media” ma non “critica”. In realtà installava silenziosamente anche delle correzioni per due falle molto più gravi, decisamente critiche, che Microsoft non ha annunciato nonostante costituissero un rischio per molti utenti, secondo quanto rivelato da un articolo della società di sicurezza informatica Core Security.

Le falle in Microsoft Exchange e nei servizi SMTP rendevano molto semplice falsificare (fare spoofing) le risposte alle query DNS; un problema non da poco, sfruttabile per vari attacchi informatici. Soprattutto, lamenta la Core Security, il fatto di non annunciare la correzione ha impedito ai responsabili della sicurezza informatica delle aziende di conoscere la vera importanza della patch di Microsoft e quindi valutarne e pianificarne opportunamente l’introduzione. Nel bollettino c’era solo un accenno annidato nelle FAQ.

Microsoft ha risposto (per esempio a The Register) con una frase molto diplomatica e Core Security ha a sua volta ribattuto: se volete immergervi nei dettagli tecnici, li trovate su Breaking Code, che spiega anche quanto sia diffusa questa prassi di affidare agli utenti aggiornamenti che correggono vulnerabilità senza annunciarlo. Oggi, per fortuna, queste correzioni infilate di soppiatto sono smascherabili dagli esperti: se volete sapere come si fa, cercate le parole binary diffing.

Facebook installa(va) applicazioni di soppiatto

Facebook installa(va) applicazioni di soppiatto

Facebook “migliorato” aggiungeva applicazioni ai profili utente senza chiedere

Macworld segnala un’altra falla di Facebook, introdotta dalle nuove funzioni mirate a integrare il celebre social network nel resto del Web. La falla permette di aggiungere automaticamente applicazioni ai profili degli utenti senza avvisarli. O meglio permetteva di farlo fino a ieri.

Bastava infatti visitare un sito appositamente confezionato dopo essersi connessi al proprio profilo Facebook. Non occorreva che fosse aperta una finestra di Facebook, non c’erano notifiche e non c’era modo di disattivare l’automatismo.

Non si trattava di applicazioni ostili (niente virus o simili), ma di potenziali ficcanaso, e poi quello che scoccia è che il profilo dell’utente venga modificato senza il suo permesso e senza neanche una parola di avviso. Per esempio, fra i siti che aggiungevano applicazioni in modo automatico io mi sono ritrovato con Gawker, Gizmodo, Io9, Lifehacker (tutti siti che leggo abitualmente) e Macchianera (che ho letto ieri).

Ecco la schermata delle applicazioni del mio profilo Facebook, alla quale accedo scegliendo Account – Impostazioni applicazioni – Utilizzate di recente:

Ricordo che uso questo profilo soltanto per prove come questa, quindi non chiedetemi “amicizia”: non voglio regalare a nessuna società commerciale la mia rete di amicizie e conoscenze.

Secondo Macworld, non è chiaro quali informazioni vengano prelevate dal profilo Facebook da parte di queste applicazioni. Facebook ha dichiarato che “nessuna informazione è stata condivisa con quelle applicazioni”, ma comunque il comportamento non è stato apprezzato da molti utenti, anche perché visitando il profilo di una di queste applicazioni si veniva a conoscenza di quali amici avevano installato (consapevolmente o meno) la stessa applicazione e quindi si scoprivano le loro abitudini di lettura e frequentazione in Facebook.

L’aggiunta automatica non richiesta delle applicazioni è stata corretta ieri pomeriggio, ma la correzione non rimuove le applicazioni che nel frattempo si sono già intrufolate nel profilo dell’utente. Se volete eliminarle, cancellarle cliccando sulla X potrebbe non bastare. Se si ripresentano, lasciatele nell’elenco ma bloccatele cliccando sul profilo di ciascuna applicazione e poi su Blocca applicazione; infine confermate cliccando sul pulsante di blocco.

Crimini informatici, rapporto degli agenti svizzeri

Crimini informatici, rapporto degli agenti svizzeri

MELANI racconta sei mesi di crimini informatici

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “mykeike” e “emanuele.laf*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il rapporto semestrale 2009/2 della Centrale d’annuncio e d’analisi per la sicurezza dell’informazione MELANI (http://www.melani.admin.ch; la sigla sta per Melde-und Analysestelle Informationssicherung) mette da parte i sensazionalismi di molti media generalisti e getta luce sul vero quadro delle minacce informatiche e dei crimini online e sulla loro evoluzione, contrastata appunto da organismi come MELANI, mostrando come la sicurezza informatica non sia un problema astratto che riguarda qualcun altro ma arriva ovunque e deve essere affrontato sia dal singolo cittadino sia dalle aziende.

Nelle quaranta pagine del documento PDF, disponibile in italiano, francese, tedesco e inglese, vengono esaminate e descritte le principali forme d’attacco informatico utilizzate a livello mondiale e nazionale. Si spazia dall’attacco tramite virus ai danni del Dipartimento federale degli affari esteri al defacement di circa 300 siti svizzeri dopo l’accettazione dell’iniziativa sul divieto di costruzione di minareti. Vengono descritti gli attacchi tramite DDOS (Distributed Denial of Service) ai siti erotici svizzeri, motivati forse dalla concorrenza sleale o da considerazioni morali. Anche gli assalti informatici a Twitter, Facebook, Livejournal e Google sono presi in considerazione, insieme alla divulgazione della corrispondenza privata di un gruppo britannico di ricercatori sul clima poco prima del vertice di Copenaghen a dicembre scorso.

Gli utenti di Facebook saranno particolarmente interessati all’analisi dettagliata dell’attacco agli account di questo social network effettuato mediante il cavallo di Troia Koobface, che ha avuto ripercussioni importanti anche in Svizzera. Anche l’esplorazione dei forum russi di vandali e malviventi digitali è molto ricca ed educativa: esistono veri e propri mercenari del crimine, secondo il modello del Crimeware as a service.

Ci sono anche truffe più tradizionali, come le false lettere o e-mail che esigono pagamenti per la registrazione di domini internet a nome di aziende. Ma la moda del momento sembra essere quella dello scareware/rogueware (siti o e-mail che impauriscono gli utenti avvisando che il loro computer è infetto e offrono di rimediare vendendo loro programmi dall’aspetto molto convincente, ma in realtà del tutto inefficaci o addirittura infettanti) e del ransomware (programmi che cifrano i dati sul PC, in modo che l’utente non li possa più leggere, e chiedono un riscatto per decodificarli, spesso spacciandosi per software che rintraccia e ripara i file danneggiati).

Sul fronte delle carte di credito, che è una delle preoccupazioni più frequenti fra gli utenti Internet, il 2009 è stato un anno turbolento non tanto per chi ha usato la propria carta online, ma per chi l’ha adoperata in Spagna, dove s’è verificata un’importante fuga di dati. La Svizzera è stata toccata solo marginalmente da quest’episodio, ma non tanto da motivare una sostituzione di massa delle carte.

Anche il popolare programma di telefonia online Skype è preso in considerazione dal rapporto di MELANI, con la trattazione del software che consente di ascoltare di nascosto le conversazioni fatte tramite Skype. L’evoluzione del phishing (furto di dati e codici d’accesso tramite messaggi-esca) indica il passaggio dalla caccia a codici per servizi finanziari al furto di codici d’accesso di servizi online di qualunque tipo, utili a commettere o preparare reati assumendo l’identità di utenti innocenti: “da questo punto di vista non sono soltanto interessanti la posta elettronica e il conto Facebook di una persona, ma piuttosto i contatti intrattenuti da una singola persona… l’obiettivo è di confezionare e-mail possibilmente su misura della vittima potenziale”. Attenzione, insomma, anche alla posta che vi arriva dagli amici: potrebbe essere opera di un impostore. E attenzione a pubblicare la rete delle vostre conoscenze.

Evitate anche di usare programmi peer-to-peer, come eMule, sui computer di lavoro: il rapporto di MELANI racconta come alcuni dipendenti del governo USA hanno installato questo software su computer sui quali avevano memorizzato anche documenti riservati, che sono finiti nel circuito di scambio, diventando pubblici.

Ci sono anche buone notizie, come gli arresti di vari criminali informatici internazionali e l’introduzione di nuove misure di sicurezza per le transazioni elettroniche con gli istituti finanziari svizzeri, che hanno indotto i membri di un forum dove si radunano i malfattori online a dire che “Non c’è formaggio gratuito in Svizzera” perché il sistema di online banking nazionale è troppo complesso da scardinare e l’utenza è limitata.

Malware per Mac

Malware per Mac

Attenzione al virus spione per Mac

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “cveronic” e “albertopier*”.

Il mito che non esistano virus per il mondo Mac subisce un altro scossone: la società di sicurezza Intego segnala che è in circolazione una nuova variante di un programma ostile per Mac OS X comparso per la prima volta nel 2004.

OSX/HellRTS.D, questo il nome della simpatica creatura informatica, apre una backdoor che permette agli aggressori di prendere il controllo del Mac infetto. Funziona sia sui Mac basati su processore Intel (quelli recenti), sia su quelli con processore PowerPC. Fra le altre cose, si crea un proprio server dentro la macchina infetta, è in grado di mandare mail autonomamente, contattare un server remoto, fornire accesso al computer infetto e permettere agli aggressori di vedere cosa c’è sul monitor del Mac appestato.

Per infettarsi con OSX/HellRTS.D occorre installarlo intenzionalmente: cosa più facile di quel che potrebbe sembrare, visto che basta ricorrere al classico espediente del cavallo di Troia. Si immette il programma ostile in una versione pirata di qualche programma molto desiderato (Photoshop, per esempio), si mette la versione pirata su Internet e si aspetta che l’utente scroccone la scarichi e la installi.

Gli antivirus per Mac, se aggiornati, riconoscono questa minaccia, non si ha notizia di infezioni su vasta scala e il numero di minacce per il mondo Windows è enormemente superiore, ma questo non vuol dire che si possa abbassare disinvoltamente la guardia se si usa un Mac, come credono in molti: si è meno esposti, ma non immuni a tutto.

In particolare vale la pena di disattivare l’apertura automatica dei file ritenuti sicuri dal browser Safari, che includono i file .dmg usati nel mondo Mac per distribuire e installare programmi. Si va in Safari, si sceglie il menu omonimo, la voce Preferenze e la scheda Generale, e si disattiva l’opzione “Apri doc. ‘sicuri’ dopo il download”. L’importante è ricordare che l’invulnerabilità dei Mac è un mito sul quale non è opportuno adagiarsi.

PDF trappola, non c’è tregua

PDF trappola, non c’è tregua

Un PDF può diventare un worm

Mi sa che è ora di riscrivere la regola 11 del mio piccolo dodecalogo. Non mi lamento: ha retto benino per quasi sette anni, che in informatica sono un’eternità. Ma il consiglio di usare PDF come formato di scambio sicuro di documenti sta diventando una trappola.

The Register segnala che Didier Stevens, ricercatore di sicurezza, ha dimostrato che è possibile annidare codice ostile eseguibile – un virus, insomma – all’interno di un documento PDF. Aprendo un documento del genere con Adobe Reader, normalmente compare una finestra di dialogo che chiede all’utente se vuole procedere, ma Stevens è riuscito a manipolarne il testo in modo che inganni buona parte degli utenti. Disabilitare Javascript è inutile e non è possibile rimediare aggiornando Reader, perché secondo Stevens non si tratta di una vulnerabilità, ma soltanto di un uso “creativo delle specifiche del linguaggio PDF”. Sono disponibili un video e un PDF dimostrativo.

Stevens ha già condiviso la propria scoperta con Adobe, nella speranza che venga trovata una soluzione. I programmi alternativi di lettura di documenti PDF non se la cavano meglio: fino a pochi giorni fa, Foxit Reader non visualizzava nessun avviso (il problema è stato corretto con la versione 3.2.1, rilasciata il primo d’aprile, secondo questa comunicazione).

Il problema è appunto che l’esecuzione di applicazioni e di Javascript e l’invio di dati a un URL (quindi, per esempio, a un sito Internet) fa parte delle specifiche del formato PDF (tabella 198 delle specifiche stesse, segnalata da F-Secure).

Jeremy Conway di NitroSecurity ha rincarato la dose, partendo dalla segnalazione di Stevens e dimostrando come sia possibile infettare un documento PDF in modo che infetti tutti gli altri PDF del computer e della rete locale (per esempio quella aziendale) in modo invisibile all’utente: un documento PDF diventa insomma un worm. Lo spiegone e il video sono qui su Sudosecure.net (nome quanto mai azzeccato, visto che questa magagna farà sudare di sicuro molti utenti).

Che fare? In attesa che i produttori di software di lettura dei documenti PDF trovino una soluzione, F-Secure consiglia di non aprire i documenti PDF sul proprio computer, ma di visualizzarli tramite servizi come Google Documenti: un’operazione automatizzabile mediante plug-in per i browser, come gPDF (usabile in Chrome, Opera, Firefox e Iron, che è una variante meno ficcanaso di Chrome/Chromium) per i documenti PDF che trovate online, oppure usando un programma di lettura di PDF poco diffuso, sulla base del principio che un programma poco conosciuto sarà oggetto di minore interesse da parte degli aggressori. Conway suggerisce invece l’uso di un programma di lettura minimalista, che non supporti le funzioni avanzate delle specifiche PDF.

Come dargli torto: l’errore di fondo è che l’evoluzione delle specifiche PDF ha snaturato il formato, che era nato per consentire la visualizzazione universale di documenti ma ora ha trasformato i documenti in file eseguibili. Sarò un informatico vecchio stile, ma non mi sembra eccessivo o retrogrado chiedere che un documento resti un documento e non si travesta da programma, visti i rischi che ne derivano. In altre parole, less is more: avere meno funzioni significa avere più sicurezza.

Troppi aggiornamenti per l’utente medio

Troppi aggiornamenti per l’utente medio

Perché tante infezioni? Colpa (anche) dei troppi programmi da aggiornare

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “bigfamily” e “longylongy”.

Se non c’è, non si può rompere, recita un antico detto. Vale anche per l’informatica: ogni programma che si installa sul proprio computer è un componente in più che può avere vulnerabilità o causare problemi. È per questo che si consiglia sempre di installare soltanto il software strettamente indispensabile.

Il problema è che ogni programma che si installa sul computer è un programma che avrà periodicamente bisogno di aggiornamenti. Se si tratta di software che va su Internet (e ormai lo fanno praticamente tutti), non aggiornarlo significa esporsi ad attacchi e infezioni.  Ovvio, fin qui: ma la società di sicurezza informatica Secunia ha pubblicato un’analisi che quantifica questo problema e spiega – qui sta la novità interessante – che il numero di aggiornamenti che un utente medio dovrebbe gestire è sostanzialmente impraticabile e quindi è di per sé un fattore di insicurezza informatica.

Infatti secondo lo studio di Secunia, basato sull’ispezione di due milioni di computer, l’utente Windows medio ha sul proprio PC programmi di 22 società differenti e il 50% circa degli utenti ha installato oltre 66 programmi di oltre 22 produttori differenti, ciascuno con le sue esigenze e modalità individuali di aggiornamento. Di conseguenza, l’utente medio dovrebbe installare nel corso di un anno circa 75 aggiornamenti di sicurezza: grosso modo uno ogni cinque giorni. Uno stillicidio insostenibile per molti utenti, che quindi si ritrovano a usare in Rete programmi non aggiornati che vengono sfruttati dagli aspiranti aggressori.

Per ridurre il rischio è opportuno quindi imporsi una buona autodisciplina, installando soltanto i programmi strettamente utili e necessari ed evitando di installare software “tanto per provarlo”. Il compito di tenere aggiornata la propria eterogenea mandria di programmi può essere inoltre semplificato utilizzando lo stesso strumento adoperato da Secunia per acquisire i dati statistici citati nell’analisi, vale a dire il programma gratuito Personal Software Inspector. Questo software, disponibile anche in italiano, esamina settimanalmente i singoli programmi e componenti del sistema operativo installati nel computer dell’utente, ne guarda i numeri di versione e controlla se si tratta delle versioni più aggiornate. Se trova delle versioni vecchie, vi avvisa del problema (ma non installa nulla da solo). Naturalmente installare il Personal Software Inspector significa avere un programma in più, che a sua volta deve essere aggiornato.

Se pensate di non averne bisogno, provate a rispondere a questa domanda: siete sicuri che la versione di Flash e di Adobe Reader che avete installato è davvero la più recente?

La scatola che scavalca l’SSL

La scatola che scavalca l’SSL

Il lucchetto nel browser? I governi lo scavalcano allegramente. Forse non solo loro

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “srevai” e “sergio”.

Da tempo immemorabile, uno dei consigli ricorrenti per gli internauti è di controllare che nella finestra del browser ci sia l’icona del lucchetto chiuso durante le transazioni via Internet che coinvolgono soldi o segreti: acquisti online, ordini per la propria banca, telefonate tramite Internet, scambio di e-mail di dissidenti in regimi non democratici, eccetera. Il lucchetto indica che la comunicazione è segreta e sicura grazie alla cifratura e ai certificati. O almeno così ci hanno detto. Ma non è vero: non sempre, perlomeno.

Infatti la scatoletta della Packet Forensics mostrata qui sopra, stando a un articolo di Wired, è in grado di vanificare l’uso della comunicazione cifrata SSL/TLS: quella che si nasconde dietro il lucchetto. In estrema sintesi, quando ci colleghiamo per esempio al sito della nostra banca, il sito deve dimostrarci di essere davvero quello che dice di essere. Per farlo manda un certificato digitale: un codice generato da un’autorità fidata. Il nostro browser controlla il certificato e, se è in ordine, ci segnala che tutto va bene chiudendo il lucchetto.

Ma le autorità fidate primarie (root certificate authorities) che generano questi certificati sono oltre un centinaio (un elenco ordinato per paese è disponibile presso Tractis.com), e per quanto siano severamente controllate, qualche pecora nera c’è sempre, come la Etisalat degli Emirati Arabi, che a luglio 2009 fu colta a infilare un programma-spia nei cellulari degli utenti, camuffato da aggiornamento. Inoltre un governo o una forza di polizia o di sicurezza nazionale può generare un proprio certificato per qualunque sito del mondo oppure obbligare una delle autorità di generazione di certificati a produrne uno fasullo. È interessante notare che nessuno dei principali browser si fida dei governi di Singapore, del Regno Unito e di Israele, per esempio, stando all’articolo Certified Lies: Detecting and Defeating Government Interception Attacks Against SSL di Christopher Soghoian e Sid Stamm.

È qui che entra in gioco la scatoletta della Packet Forensics: una società in cui persino il catalogo dei prodotti ha una sezione protetta da password. Adorabile.

A una recente fiera riservata agli specialisti di settore a Washington è stato infatti offerto un depliant che ha rivelato le potenzialità della scatoletta in questione (che somiglia molto a questa, denominata LI-5B): in particolare, “la capacità di importare una copia di qualunque chiave legittima ottenuta (eventualmente su ordine del tribunale) oppure possono generare chiavi ‘sosia’ progettate per dare al soggetto un falso senso di fiducia nella sua autenticità”. In altre parole, installando questa scatoletta presso un provider, è possibile far credere all’utente di essere connesso in modo sicuro e segreto alla propria banca o al proprio account di posta mentre in realtà tutto quello che fa viene intercettato. Il lucchetto si chiude, ma l’orecchio del Grande Fratello si apre.

All’atto pratico ci sono modi più semplici per intercettare una comunicazione online, e la scatoletta scassa-SSL ha lo svantaggio che un utente esperto si accorge della sua presenza (inoltre Soghoian sta sviluppando un’estensione per Firefox che allerta automaticamente l’utente). Questa tecnica di intromissione, un classico man in the middle chiavi in mano, è un problema principalmente per chi viaggia all’estero.

Lo scenario che viene spontaneo immaginare è infatti l’uomo d’affari che si reca in un paese straniero e da lì si collega via Internet per leggere la posta aziendale con i dettagli di un progetto o di una transazione commerciale importante. Se il suo browser non lo avvisa che il certificato di un sito è stato emesso da un’autorità diversa da quella che ha emesso il certificato originale di quel sito, rischia di essere intercettato inconsapevolmente nonostante il lucchetto sia chiuso.

Per chi non viaggia per affari, invece, è importante conoscere l’esistenza di queste forme di intercettazione, per non pensare di essere invulnerabile e quindi non commettere idiozie in Rete credendo di farla franca.

Fonti aggiuntive: The Spy in the Middle, di Matt Blaze.

Svizzera presa di mira da BredoLab

Svizzera presa di mira da BredoLab

Siti svizzeri infettati da semplici visite Web

MELANI, uno degli organismi federali svizzeri per la sicurezza informatica, avvisa di aver rilevato “diverse decine di casi d’infezione di siti Internet svizzeri” che stanno diffondendo il trojan BredoLab, che scarica ed esegue file scaricati da Internet.

Per infettarsi è necessario visitare uno dei siti infetti (il comunicato non dice quali sono) con Windows e con un antivirus poco aggiornato e cliccare senza pensarci su eventuali messaggi che avvisano di scaricamenti in corso. Se l’attacco ha successo, il computer dell’utente scarica BredoLab da un sito russo. I responsabili dei siti Web possono accorgersi dell’infezione perché il codice HTML della pagina indice del sito include del Javascript apparentemente senza senso in fondo alla pagina, dopo il tag “/HTML” di chiusura. I siti web vengono infettati grazie a password di accesso FTP rubate. Prudenza.

Patch mensile per Microsoft

Patch mensile per Microsoft

Windows e Office, 25 falle da turare martedì prossimo

Preparatevi: il 13 aprile prossimo Microsoft rilascerà le correzioni che turano 25 vulnerabilità di Windows (tutte le versioni, compresa la 7), Office (versioni XP, 2003 e 2007) ed Exchange Server. Cinque di queste sono considerare critiche ed espongono l’utente al rischio di esecuzione di codice da remoto: in altre parole, permettono a un aggressore di prendere il comando del PC della vittima.

Manca all’appello, nella lista delle falle turate, quella di Internet Explorer presentata durante la gara di smanettoni Pwn2Own svoltasi a fine marzo a Vancouver. Verranno invece corrette la vulnerabilità in VBScript che permetteva di infettare il computer della vittima inducendola a premere il tasto F1, segnalata ai primi di marzo, e in SMB (Server Message Block, il protocollo di condivisione standard di Windows).

Tutti i dettagli delle versioni di software interessate dalle falle e dai rispettivi aggiornamenti di correzione sono elencati nel bollettino di preavviso di Microsoft del mese corrente.

Microsoft ricorda inoltre agli utenti di Windows XP che XP SP2 non verrà più supportato da Microsoft per gli aggiornamenti di sicurezza a partire da metà luglio 2010, per cui è opportuno aggiornare XP al Service Pack 3 oppure passare a una versione più recente del sistema operativo. Per sapere se siete aggiornati al Service Pack 3, aprite Esplora Risorse, cliccate sul menu Guida (il punto interrogativo), scegliete Informazioni su Windows e leggete cosa dice la riga che inizia con la parola Versione.