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Teatrino della sicurezza: scanner d’impronte beffati

Teatrino della sicurezza: scanner d’impronte beffati

Scanner d’impronte da 44 milioni di dollari battuti dal nastro adesivo

Molto spesso si ha la tentazione di risolvere i problemi di sicurezza ricorrendo a gadget tecnologici molto costosi invece di affrontarli andando alla radice. E’ quello che è successo in Giappone, secondo Yahoo News: in trenta aeroporti del paese sono stati installati, nel corso del 2007, dei lettori automatici di impronte digitali per gestire i controlli d’immigrazione e l’antiterrorismo. Il sistema è costato oltre 44 milioni di dollari ed è in grado di confrontare le impronte dei viaggiatori istantaneamente con quelle di criminali, fuggiaschi e stranieri colpiti da ordine di deportazione.

Non è chiaro quanti terroristi siano stati così gentili da regalare all’amministrazione giapponese le loro impronte digitali in anteprima, ma una cosa è chiara: il sistema fa acqua da tutte le parti. Una donna sudcoreana, colpita da divieto d’ingresso in Giappone e deportata dal paese a luglio 2007 per immigrazione e lavoro clandestino, è riuscita ad eluderlo con un espediente decisamente a bassa tecnologia: si è coperta le dita con appositi nastri adesivi sui quali erano imprese le impronte di un’altra persona, di cui aveva inoltre un passaporto falso.

Ma come, in Giappone nessuno ha visto Diamonds Are Forever (Una cascata di diamanti)? James Bond ci aveva già pensato nel 1971. E Mythbusters ha ripetuto la dimostrazione in una puntata di qualche tempo fa:

C’è però una differenza importante fra il caso di Bond e di Mythbusters e quello giapponese. Infatti al di là della realizzazione pratica dello specifico rilevatore d’impronte, che è il principale colpevole del fallimento in questi casi, lo scenario d’uso giapponese vi aggiunge una delle insidie poco intuitive della biometria.

La biometria funziona bene se la si usa per verificare che una persona è chi dice di essere (ho un’impronta certa di Tizio nel database, voglio sapere se chi appoggia il dito sul sensore è davvero Tizio): in questo caso c’è un’unica impronta che funziona e tutte le altre vengono scartate. Il sistema può essere reso estremamente schizzinoso e quindi efficace (più di quelli di 007 e Mythbusters).

Ma in Giappone questa biometria è stata usata per verificare (si fa per dire) che una persona non è una fra le tante presenti in un database segnaletico. Questo significa che per quanto sia ben realizzato il sensore d’impronte, è facilissimo ingannare il sistema antiterrorismo/anti-clandestini, perché basta dargli in pasto qualunque impronta che non sia fra quelle nel database. In altre parole, invece del criterio “va bene solo X”, si usa il criterio “va bene qualunque cosa non sia X”. E questo garantisce che il sistema sarà sempre bucabile, perché la sua logica di base è fallata.

Ecco la vignetta di Moise, pubblicata inizialmente su AFNews e ripubblicata qui per gentile concessione dell’autore.

Conficker batte anche Windows 7, se l’utente aiuta

Conficker batte anche Windows 7, se l’utente aiuta

Windows 7 vulnerabile a Conficker: è ora di pensionare l’Autoplay?

F-Secure segnala che il trucchetto d’ingegneria sociale usato da Conficker funziona anche con Windows 7.

Se si inserisce una penna USB infetta in una macchina Windows 7, compare la finestra di Autoplay, che chiede all’utente cosa fare. La finestra contiene un’opzione-trappola: è la prima nella figura qui accanto, che sembra essere un invito ad aprire una cartella (dunque un gesto che riteniamo innocuo) ma in realtà esegue Conficker.

In Windows Vista l’opzione-trappola può saltare all’occhio maggiormente, perché la dicitura “Open folder to view files” è sempre in inglese (è hardcoded nella riga Action dell’autorun.inf scritto da Conficker) a prescindere dalla lingua del sistema operativo ospite. Presumo che chi sta collaudando Windows 7 abbia invece scelto la versione inglese, nella quale la trappola si mimetizza molto bene. Quanti, infatti, noteranno che sopra l’icona autentica di Windows c’è scritto “Install or run program”?

The Register suggerisce che visto che Windows 7 è ancora in beta, ci sia ancora tempo per modificare il modo in cui funziona l’Autoplay e renderlo un grimaldello meno efficace, o per eliminarlo del tutto. Credo che saremmo in tanti a rinunciare volentieri alla relativa comodità di questo automatismo in cambio di una maggiore sicurezza.

Intanto arrivano segnalazioni di danni causati da Conficker e soprattutto dalla scelleratezza dei manager responsabili per l’aggiornamento dei computer. Sempre secondo The Register, la rete informatica degli ospedali di Sheffield, nel Regno Unito, ha oltre 800 PC infetti, grazie anche al fatto che era stata presa la decisione di disattivare gli aggiornamenti di sicurezza su tutti e 8000 i PC della rete dopo che nella settimana di Natale i PC di una sala operatoria si erano riavviati nel bel mezzo di un intervento chirurgico. Brr.

Come se non bastasse, un’epidemia di Conficker sembra essere la causa dei guai ai sistemi informatici della Marina Militare britannica. Sì, perché le navi da guerra e i sommergibili di Sua Maestà usano NavyStar/N*, un sistema basato su PC Windows standard. Siamo in buone mani: chi ha bisogno di missili e soldati, quando grazie all’incoscienza dei governanti basta un virus informatico per seminare la confusione nelle forze armate del nemico? Evidentemente nessun ministro della difesa guarda Battlestar Galactica.

Aggiornamento: istruzioni Microsoft sbagliate (2009/01/21)

Il CERT avvisa che le istruzioni di Microsoft per disabilitare l’Autoplay/Autorun sono sbagliate:

According to Microsoft, setting the NoDriveTypeAutorun registry value to 0xFF “disables Autoplay on all types of drives.” Even with this value set, Windows may execute arbitrary code when the user clicks the icon for the device in Windows Explorer.

Le istruzioni corrette secondo il CERT sono indicate nell’avviso. Grazie a Luigi per la segnalazione. In sintesi: copiate e incollate le tre righe seguenti nel Blocco Note di Windows e salvatele con il nome autorun.reg.

REGEDIT4
[HKEY_LOCAL_MACHINE\SOFTWARE\Microsoft\Windows NT\CurrentVersion\IniFileMapping\Autorun.inf]
@=”@SYS:DoesNotExist”

In Esplora Risorse, fate doppio clic su questo file. Poi riavviate Windows.

Aggiornamento (2009/01/22): Microsoft ha corretto le istruzioni

Microsoft ha pubblicato le istruzioni corrette e aggiornate in inglese; la versione italiana è per ora una traduzione automatica non molto comprensibile.

Conficker, taglia da 250˙000 dollari

Microsoft mette una taglia da 250˙000 dollari sugli autori di Conficker

Il worm Conficker/Downadup ha infettato circa dieci milioni di computer, secondo le stime più recenti, e il peggio deve ancora venire, stando a quanto emerge dalla sua analisi. I computer infetti sono infatti un esercito silenzioso di zombi in attesa di ordini dal loro padrone virale.

Il diffondersi di Conficker ha indotto Microsoft a rispolverare l’Anti-Virus Reward Program, creato nel 2003 nell’ambito della lotta ai virus/worm Sobig e Blaster. In un caso, quello del worm Sasser, la taglia indusse al tradimento i soci di Sven Jaschan, condannato come autore del programma ostile. La speranza è che la nuova taglia di 250.000 dollari faccia altrettanto con gli autori di Conficker. L’annuncio di Microsoft è qui.

La minaccia di Conficker è ormai riconosciuta da tempo da tutti i principali antivirus, ma c’è sempre una bella percentuale di irresponsabili utenti di Windows che non usa, usa male o non aggiorna l’antivirus e scambia chiavette USB con estrema promiscuità: per esempio, la rete informatica giudiziaria di Houston, nel Texas, è stata bloccata per giorni, rendendo necessario sospendere gli arresti per reati minori, il pagamento delle cauzioni e tornare a carta e penna per l’amministrazione. I paesi più colpiti da Conficker sono, secondo Panda Security, Spagna, Stati Uniti, Taiwan e Brasile. Ma c’è di meglio in questa gara di salto in basso: da Londra arriva la notizia della paralisi della rete informatica di tre ospedali della capitale britannica infettati da Mydoom, che risale a cinque anni fa.

Gli altri sistemi operativi sono immuni all’infezione di Conficker, ma possono risentire dei suoi effetti collaterali: un elevato traffico sulla rete locale che rallenta i sistemi.

L’ICANN e i gestori dei DNS stanno collaborando per disabilitare i dominii usati di volta in volta da Conficker per ricevere ordini dai suoi padroni (ne usa 250 differenti ogni giorno), e OpenDNS ha attivato un sistema di tracciamento e bloccaggio su misura per questo worm, a disposizione degli amministratori delle reti informatiche, che permette di sapere quando un qualunque computer della propria rete chiama un dominio usato da Conficker ed è quindi infetto.

L’antivirus di zio Ballmer

L’antivirus di zio Ballmer

Debutta Security Essentials, il nuovo antivirus di Microsoft

Dal 29 settembre scorso, gli utenti di Windows XP, Vista e 7 possono scaricare gratuitamente dal sito apposito di Microsoft un programma, chiamato Security Essentials, che oltre alla protezione contro i virus informatici veri e propri offre anche tutela contro altri tipi di minaccia informatica, come i trojan horse, i rootkit e lo spyware.

Security Essentials non fa parte degli aggiornamenti automatici di Windows: non ha data di scadenza o periodi di prova. L’unica limitazione è che il software verifica che il Windows sul quale viene installato abbia una regolare licenza d’uso. Se avete già installato altri prodotti antivirus, Security Essentials può andarvi in conflitto e quindi occorre rimuoverli seguendo le apposite istruzioni fornite da Microsoft.

L’uso di Security Essentials non sostituisce il firewall, non offre protezione contro il phishing. Naturalmente occorre continuare ad installare gli aggiornamenti di sicurezza del sistema operativo e del browser man mano che si rendono disponibili e a comportarsi in modo informaticamente prudente. L’aggiornamento di Security Essentials per riconoscere nuove minacce è automatico, come avviene con qualunque antivirus, ed è gratuito.

Security Essentials è il secondo tentativo di Microsoft di entrare nel mercato degli antivirus: il primo, Windows Live OneCare, era a pagamento ed è stato ritirato a giugno 2009 senza aver raggiunto quote di mercato significative. Non è l’unico gratuito: ci sono alternative come AVG, Avast, Avira, che oltretutto non fanno domande sulla licenza d’uso di Windows.

Il prodotto di Microsoft ha suscitato recensioni positive: nei primi test effettuati dal laboratorio indipendente AV-Test.org si è dimostrato leggero, snello e capace quanto i principali antivirus gratuiti, soprattutto nell’evitare i falsi positivi, che sono uno dei problemi più seri in questo campo, perché se l’antivirus identifica erroneamente come infetto un file di sistema e lo mette in quarantena, il sistema operativo può smettere di funzionare.

Le critiche principali riguardano il fatto che l’antivirus di Microsoft non riattiva il firewall di Windows dopo che è stato disattivato da alcuni programmi ostili e che è risultato carente nel rilevamento delle minacce informatiche basato sul comportamento (behavior-based detection), che è una delle tendenze moderne degli antivirus ma è assente anche in molti altri antivirus gratuiti. Invece di identificare i virus e le minacce in base alla loro “impronta digitale” e dipendere quindi da un archivio di “impronte” già schedate che giocoforza è sempre in ritardo, questa tecnica si propone di identificare i software ostili in base a quello che fanno: connessioni anomale, cancellazioni o scritture in aree sensibili del sistema operativo, e così via sono sintomi di un potenziale virus.

Naturalmente le società che producono antivirus temono parecchio la discesa in campo del colosso Microsoft, ma qui in realtà c’è in gioco più che un mercato competitivo. Sono moltissimi gli utenti Windows che navigano senza alcuna protezione e finiscono vittima di virus e falsi antivirus truffaldini, e l’introduzione di un antivirus gratuito targato Microsoft, e soprattutto pubblicizzato massicciamente a differenza dei concorrenti, potrebbe avere lo stesso effetto benefico per l’ecosistema di tutta Internet che ebbe qualche tempo fa l’introduzione del firewall di Windows, grazie alla quale il problema diffusissimo dei worm fu praticamente eliminato. L’importante, insomma, è che gli utenti prendano l’abitudine di proteggersi.

Decapitata una rete di spammer

Decapitata una rete di spammer

Waledac e gli zombi decapitati

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “bisif” e “martelossi.*”.

Buona notizia: una rete di centinaia di migliaia di computer infetti che stava intasando Internet con invii massicci di spam è stata decapitata. Cattiva notizia: i computer sono tuttora infetti e zombificati, pronti a rianimarsi.

Microsoft è riuscita ad abbattere una botnet (una rete di computer connessi a Internet, tutti infettati dallo stesso software ostile) denominata Waledac, che era una delle dieci più grandi degli Stati Uniti e una delle principali fonti di disseminazione di spam nel mondo, ritenuta capace di inviare oltre un miliardo e mezzo di messaggi di pubblicità spazzatura al giorno. L’immagine qui accanto è una mappa delle infezioni realizzate da Waledac in un periodo di 18 giorni.

La decapitazione della rete di PC infetti è stata possibile grazie a un’azione legale avviata da Microsoft in Virginia contro gli ignoti padroni di Waledac, che ha permesso l’emissione di un ordine legale di blocco di ben 277 dominii Internet utilizzati per gestire la botnet. In pratica è stata tagliata la connessione fra il centro di comando della rete e i singoli computer zombificati che ricevevano ordini connettendosi periodicamente a questi dominii. Secondo il comunicato di Microsoft, si tratta della prima collaborazione in assoluto fra l’industria del software e gli ambienti legali mirata a bloccare una botnet. Non credo di essere il solo a volerne ancora.

Un ottimo successo, ma rimane il problema di fondo: sono stati trattati i sintomi ma non la malattia, perché i computer che erano stati infettati lo sono ancora, e non sono state risolte le cause. Che sono principalmente due: la scarsa attenzione alla sicurezza da parte degli utenti che si fanno infettare e la stupidità di chi compera patacche dagli spammer. Se nessuno comperasse i prodotti reclamizzati dallo spam, lo spam non avrebbe motivo di esistere. Ma eliminare la stupidità è probabilmente un compito troppo grande anche per le forze congiunte di Microsoft e della legge.

Orca killer, attenzione ai link

Orca killer, attenzione ai link

Non bastava l’orca, arrivano anche gli sciacalli

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “matteo.lecc****” e “michaela.dep****”.

Non cercate in Rete i video dell’uccisione dell’addestratrice di orche Dawn Brancheau da parte di uno dei suoi animali due giorni fa al parco acquatico SeaWorld di Orlando: si tratta di trappole per diffondere software ostile.

I criminali della Rete non hanno perso tempo e hanno subito predisposto siti confezionati per finire in cima ai risultati di ricerca per chi Googla insiemi di parole pertinenti alla notizia, come “killer whale video pictures” (“immagini video orca assassina”) oppure “dawn brancheau video”. Lo segnala la società di sicurezza informatica Sophos.

I siti non contengono i video in questione, ma fanno comparire sugli schermi degli utenti che li visitano dei finti allarmi di antivirus altrettanto fasulli, concepiti per spaventare il visitatore, fargli credere che il suo computer abbia problemi di sicurezza e indurlo a scaricare un finto antivirus che in realtà è software ostile denominato Mal/FakeAV-BW.

In un certo senso chi è così morboso da andare a cercare video del genere si merita quello che trova, ma questa è un’altra storia. Più in generale, i criminali informatici approfittano regolarmente delle cattive notizie, ma anche di quelle buone, purché suscitino clamore, per truffe di questo genere. Quindi andare in giro a cercare a casaccio informazioni su queste notizie senza opportune protezioni è sempre molto rischioso.

Adobe Acrobat e Reader, nuova falla, nuovo aggiornamento

Adobe Acrobat e Reader, nuova falla, nuovo aggiornamento

Acrobat e Reader di nuovo fallati e da aggiornare

È passato poco più di un mese dall’ultimo aggiornamento di Adobe Acrobat e Reader, popolarissimi programmi per la generazione e lettura di file PDF, ed è già ora di aggiornarli ancora, sia che usiate Windows, sia che usiate Mac o UNIX. Get Safe Online segnala infatti che c’è una vulnerabilità definita “critica” in Adobe Reader 9.3 per Windows, Mac e Unix, in Adobe Acrobat per Windows e Mac, e in Adobe Reader 8.2 e Acrobat 8.2 per Windows e Mac.

Il bollettino di sicurezza di Adobe aggiunge che c’è anche un’altra falla che può far andare in crash l’applicazione e potrebbe consentire a un aggressore di prendere il controllo del computer interessato.

Adobe consiglia agli utenti di queste versioni dei suoi prodotti di aggiornarsi rispettivamente alle versioni 9.3.1 e 8.2.1, utilizzando la funzione di aggiornamento automatico di questi programmi oppure scaricando manualmente l’aggiornamento di Reader nelle rispettive versioni Windows, Mac e UNIX e di Acrobat per Windows (Standard/Pro, Pro Extended, 3D) e Mac.

Windows, tappato il buco quasi maggiorenne

Windows, tappato il buco quasi maggiorenne

Patch mensile di Windows tura falla aperta da 17 anni

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “massimilianodepa******” e Luca Canteri (citato con il suo permesso) ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il pacchetto mensile di aggiornamenti di sicurezza di Microsoft di febbraio, uscito martedì scorso, è piuttosto corposo ma non da record. Tura 26 falle e riguarda gli utenti di tutte le versioni recenti di Windows; le vulnerabilità considerate critiche sono cinque in XP e 2000 e tre in Vista e Seven. Ci sono anche aggiornamenti per le versioni pre-2007 di Microsoft Office, comprese quelle per Mac. Non risolve, tuttavia, la falla che consente agli aggressori di leggere da remoto i file degli utenti di XP e Internet Explorer.

Come descritto nel dettagliato bollettino di Microsoft, si tratta di correzioni preventive: nessuna di queste falle veniva sfruttata per attacchi informatici, a quanto risulta, ma ora che è stata annunciata la loro esistenza è probabile che qualcuno ne approfitterà, anche perché alcune consentono di prendere il controllo del PC della vittima da remoto. Per una di esse, la MS10-013, era sufficiente convincere la vittima ad aprire un file video AVI appositamente truccato. Un’altra, come segnalato a gennaio, era aperta da 17 anni: risaliva a Windows NT 3.1.

Aggiornare il proprio software è quindi altamente consigliabile, ma con le solite cautele: fate una copia di sicurezza del sistema prima di procedere. Ci sono infatti alcune segnalazioni di problemi con uno degli aggiornamenti, l’MS10-015, ossia proprio quello che risolve la falla quasi maggiorenne. Questo aggiornamento causa lo schermo blu della morte in alcune installazioni di Windows XP. I computer colpiti non riescono poi a riavviarsi correttamente. Il problema è discusso, insieme alle istruzioni per la risoluzione, nei forum Microsoft qui.

Il rimedio consigliato, però, richiede l’uso del CD o DVD d’installazione di Windows, che purtroppo un buon numero di marche di computer non fornisce più (scelta irresponsabile che andrebbe punita perlomeno rifiutandosi di comperare PC venduti in questa configurazione), ed è ovviamente un grosso problema per gli utenti di netbook, che non hanno un lettore di CD/DVD integrato. Il blog di Brian Krebs offre qualche rimedio per chi non è debole di cuore. L’Internet Storm Center affronta il problema qui.

No, Bill Cosby non è morto

No, Bill Cosby non è morto

Finta morte di Bill Cosby usata per truffare gli internauti

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “chane” e “pippodoc” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

La prossima volta che ricevete via Internet la notizia che è morto qualcuno famoso o che è successo qualche evento drammatico, fate attenzione: potrebbe essere una truffa ben congegnata. Soprattutto non diffondete la notizia prima di averla verificata presso una fonte attendibile (no, “la mail che mi ha mandato mio cognato” non è una fonte attendibile).

Nei giorni scorsi, infatti, ha spopolato in Rete la notizia della morte di Bill Cosby, l’interprete principale della sitcom I Robinson. L’annuncio, secondo Sophos, sarebbe partito da Twitter, i cui utenti l’hanno diffuso ad altri twitteranti.

Questi utenti si sono precipitati alla cieca su Google per cercare informazioni sulla notizia e si sono trovati fra i primi risultati una finta pagina della CNN come quella mostrata qui sopra e tratta da Whyfame.com. Non si trattava della CNN, ma di un sito-trappola che contava proprio sull’esca emotiva della notizia per ottenere visitatori: chi lo visitava si trovava sullo schermo dei falsi allarmi di sicurezza che inducevano a scaricare un falso antivirus e a comunicare i dati della propria carta di credito ai truffatori acquattati dietro la facciata apparentemente rispettabile del sito.

Bill Cosby (quello vero) sta bene e ha reagito alla falsa notizia con un commento sul proprio sito Billcosby.com il 6 febbraio scorso. L’esca, secondo il sito antibufala UrbanLegends.com, è però in circolazione da metà dicembre 2009 (ce ne sono tracce qui che puntano a un falso indirizzo di Yahoo News, ora disabilitato).

La tecnica di seminare una notizia fasulla e creare un sito-trappola che ne dia apparente conferma autorevole, in modo da essere linkata da tanti utenti e quindi finire in cima ai risultati di Google, sta prendendo piede. Pochi giorni fa è toccato all’iPad: l’interesse intorno al prodotto ha indotto i criminali a creare siti-trappola appositi. Anche i falsi allarmi diffusi da utenti irresponsabili stanno crescendo alla grande: Urbanlegends segnala gli annunci riguardanti Johnny Depp, Eminem, Britney Spears, Miley Cyrus, Matt Damon, Jeff Goldblum, Emma Watson e tanti altri. Le soluzioni per evitare di finire in quest’ennesimo tranello della feccia della Rete sono semplici:

  • non andate a casaccio su Internet in cerca di notizie: se proprio volete usare Google, adoperate Google News, che limita la ricerca ai siti delle testate giornalistiche ritenute attendibili da Google;
  • usate un antivirus aggiornato, che rilevi questo genere di trucco;
  • non abboccate agli annunci che vedete su Internet, specialmente se mirano a suscitare in voi emozioni che blocchino il ragionamento.
  • guardate sempre dove vi trovate, usando la barra degli indirizzi o programmi come la barra di Netcraft.com.
Twitter resetta password, non è una truffa

Twitter resetta password, non è una truffa

Sembra phishing ma non lo è: avvisi di cambio password per i Twitteratori

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “d_salva****” e “paolo.spagn****”.

Di solito si raccomanda di non fidarsi degli avvisi ricevuti via mail che annunciano problemi con le password di qualche servizio Internet, perché sono esche di truffatori. Questi avvisi contengono link che portano a siti apparentemente autentici nei quali la vittima immette i propri dati, regalandoli così ai malfattori.

Stavolta non è così: alcuni utenti del social network minimalista Twitter hanno ricevuto una vera mail di avviso di guai con le password e si sono trovati la password resettata. Uno degli utenti interessati ne parla nel proprio blog. La conferma di Twitter è qui.

Distinguere gli avvisi veri da quelli falsi è abbastanza facile: lasciate ferma la freccina del mouse sopra il link cliccabile nel messaggio di avviso e guardate per intero l’indirizzo che viene visualizzato (i più abili possono visualizzare l’HTML del messaggio). Se l’indirizzo è diverso da quello che appare nel testo normale del messaggio, è con tutta probabilità una trappola. Per maggiore prudenza, comunque, se siete davvero utenti del sito apparentemente indicato nel messaggio, visitatelo aprendo una finestra o scheda del vostro browser e digitando a mano (o prendendolo dai Preferiti dove l’avete memorizzato) il nome del sito, così siete sicuri di andare al sito autentico.

Nel caso curioso di Twitter, tuttavia, questa tecnica non sarebbe stata possibile, perché Twitter ha cambiato la password agli utenti coinvolti e l’unico modo per riottenere accesso al proprio account è cliccare sul link personalizzato presente nella mail di avviso. Non è un modo molto prudente di avvisare gli utenti e verrà probabilmente imitato presto dai truffatori della Rete.

Secondo il sunto pubblicato da Twitter, da alcuni anni qualcuno su Internet sta costruendo e vendendo a utenti ignari siti e forum Torrent completi, da usare per lo scambio di file più o meno legali. Gli acquirenti non sanno che questi siti “chiavi in mano” contengono backdoor ed exploit che permettono al venditore di prendere il controllo dei siti stessi e rubare login e password dei loro iscritti: le chiavi, insomma, finiscono nella mano sbagliata.

Siccome molti utenti usano la stessa coppia di login e password su più siti, rubarla da questi forum significa spesso avere accesso ad altri servizi Internet adoperati da quegli utenti, dalla casella di posta all’account su un social network come Facebook o, in questo caso, Twitter, dove i gestori si sono accorti che vari account erano stati modificati per linkare a siti Torrent malevoli. Da qui la scelta cautelativa di chiedere agli utenti coinvolti di reimpostare la propria password su Twitter. Naturalmente non manca anche la Twitterata di avviso.