Vai al contenuto
Internet italiana bloccata da virus, dice il TG5

Internet italiana bloccata da virus, dice il TG5

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili
donazioni
di “frac” e “marco”. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione
iniziale.

Il TG5 di stasera ha riportato una notizia informatica decisamente curiosa.
Potete rivedere il servizio di Lella Confalonieri
qui, ma vi trascrivo il testo qui sotto. Il titolo un tantinello allarmistico è
“Internet: epidemia”.

Avete presente le autostrade durante i periodi di vacanza? Tante macchine
tutte in fila e nessuno che si muove di un centimetro? Ebbene, questa è la
situazione che si sta verificando in questi giorni nella grande autostrada
della rete Internet italiana. Collegamenti impossibili, posta elettronica
difficile da inviare. Insomma, tutti fermi. Un fenomeno solo italiano, a
quanto pare, dovuto a file cattivi che stanno infestando i computer nostrani.
Spyware, programmi che si infiltrano e spiano le abitudini, malaware [sic] che
provocano danni, o adware che ci inondano di pubblicità non desiderata. Sono
parenti dei virus più aggressivi, e l’infezione si trasmette proprio navigando
in Rete. Scaricando programmi che sembrano innocui, si installano sul computer
anche quelli dannosi, e così i programmi da una sola postazione riescono a
moltiplicare all’infinito gli accessi alla Rete, e il sistema va in tilt. Il
problema è così sentito che Telecom, gestore di importanti server italiani, ha
istituito un numero, 19122, che fornisce soluzioni tecniche adeguate, che poi
sono sempre le stesse: un buon antivirus, da lanciare di tanto in tanto,
giusto per fare un po’ di pulizia.

In altre parole, il TG5 dice che c’è un problema dovuto a
“file cattivi” (complimenti per la
terminologia rigorosa e non ambigua), però non dice quali sono, non dice quali
sistemi operativi sono colpiti, fornisce indicazioni contraddittorie sul
metodo d’infezione (ci si infetta già soltanto navigando in Rete o bisogna
anche scaricare dei
“programmi che sembrano innocui”?), e
non dice nulla di sensato sulle contromisure da prendere: anzi, fornisce anche
un consiglio irresponsabile come usare l’antivirus solo
“di tanto in tanto”. Un po’ come dire
“la cintura di sicurezza? basta usarla di tanto in tanto”. Il preservativo per i rapporti a rischio? Idem, è sufficiente usarlo solo
“di tanto in tanto”.

Saranno contenti gli addetti al
call center di Telecom, che si
troveranno inondati di chiamate grazie a un servizio di telegiornale che
semina soltanto panico insensato senza fornire alcuna indicazione utile, ma
anzi rifilando ad altri il pacco di spiegare agli utenti cosa fare.

Sto cercando di capire cosa può aver scatenato questa crisi di
Paneraite. Dalla Svizzera, purtroppo, non posso chiamare il 19122. Questo
articolo di Punto Informatico
sembra gettare un po’ di luce sulla questione: sarebbero sovraccarichi i
server DNS di vari provider italiani, a causa dei numerosissimi computer
infettati che stanno diffondendo spam. Può darsi che c’entri l’ondata di
tentativi d’infezione lanciata nei giorni scorsi con la falsa
e-mail di diffida dell’avvocato.

Il rimedio, sempre stando all’articolo di Punto Informatico, consiste almeno
in parte in una modifica delle impostazioni del DNS nel proprio computer, che
Alice.it dovrebbe pubblicare a breve nell’ambito di
istruzioni per mitigare il problema.

Se sapete qualcosa, scrivetemi o lasciate un commento.

Aggiornamento (22:40)

Stando alle informazioni scovate da un lettore (grazie Maurizio), il TG5 ha
tralasciato di specificare un dato importante: il servizio al numero 19122 è
attivo soltanto dalle 8 alle 18.30, per cui è inutile chiamarlo adesso.

Maurizio segnala anche che
Repubblica ha pubblicato un
articolo
insolitamente accurato (visti i precedenti bufalini della testata, ma la mano
felice di Alessandro Longo fa la differenza) che spiega come modificare le
impostazioni di DNS (per gli utenti Windows; quelli Mac e Linux si devono
arrangiare) e dal quale il TG5 ha pescato a piene mani espressioni come
“file cattivi” e paragoni
autostradali, omettendo invece la sostanza: cambiando i settaggi del DNS,
Internet riprende a funzionare. Se poi usate Windows, dovete inoltre
controllare le condizioni del vostro computer usando non solo un antivirus, ma
anche un antispyware, per eliminare eventuali infezioni.

Aggiornamento (2006/12/13 10:30)

I commenti qui sotto segnalano delle informazioni tecniche pubblicate da
Telecom Italia presso www.helpadsl.it: si
parla di
“notevole diffusione di spyware o adware il cui effetto si manifesta nella
possibile difficoltà di connessione e nel saltuario sovraccarico dei sistemi
DNS dei vari Internet Service Provider.”

La soluzione è il cambio delle impostazioni di DNS descritto sul sito,
seguendo le istruzioni fornite per Windows, Mac OS e Linux. I DNS indicati,
tuttavia, sono presumibilmente riservati ai clienti Telecom: gli altri possono
appoggiarsi agli OpenDNS citati da Repubblica.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, che si fa con Kaspersky?

Pubblicazione iniziale: 2022/02/27. L’articolo è stato modificato estesamente per tenere conto degli ultimi sviluppi della situazione. Ultimo aggiornamento: 2022/03/16 21:00.

L’invasione russa in Ucraina ha attivato una serie di sanzioni internazionali che riguardano molte aziende russe o legate alla Russia, e fra queste c’è anche il noto produttore di software di sicurezza Kaspersky

Mi stanno arrivando parecchie domande
su cosa fare in particolare con gli antivirus di Kaspersky. La tesi che gira maggiormente è che siccome il fondatore e CEO, Eugene
Kaspersky, è un ex membro del KGB, allora non ci si dovrebbe fidare dei prodotti della sua azienda. Inoltre si fa notare che il governo statunitense ha vietato già nel 2017 alle agenzie federali di usare software di Kaspersky.

È vero che Eugene Kaspersky ha studiato alla scuola del KGB e ci ha lavorato
(Stefano Quintarelli), però temere che l’azienda annidi trappole pro-Russia nei suoi prodotti perché
il suo CEO è un “ex KGB” suona un po’ come dire
“non mi fido dei consigli informatici di Edward Snowden, è un ex dell’NSA”. Tantissimi dei
migliori esperti del settore informatico sono passati dalle rispettive scuole tecniche
militari.

Inoltre l’azienda non è composta solo dal suo CEO. Ci lavorano tecnici esperti
di moltissimi paesi del mondo, e in seguito alle accuse statunitensi Kaspersky ha attivato una serie di Centri di trasparenza o Transparency Center che consentono ai partner fidati e agli enti governativi di esaminare il codice dei suoi prodotti. Uno di questi Centri di Trasparenza si trova a Zurigo.

Alcuni giorni fa Kaspersky Lab Italia ha inviato una lettera ai suoi
clienti (di cui ho copia ma che non pubblico per tutela delle fonti), nella quale rassicura sui princìpi aziendali e sulle misure
prese per mantenere la continuità operativa nonostante gli embargo verso
la Russia. Queste misure comprendono i data center, che già da novembre 2018 sono stati gradualmente trasferiti in Svizzera e altri paesi.
Resta da vedere se tutto questo basterà a convincere i clienti.

Come sempre in questi casi, bisognerebbe basarsi sulle prove, non sui
sospetti. Ci sono prove? Bene, allora si può ragionare. Non ci sono prove?
Allora forse è meglio evitare decisioni di pancia. Anche il divieto statunitense è stato emanato senza fornire alcuna prova concreta, e anche il Centro per la cibersicurezza britannico (NCSC) nota che non ci sono motivi robusti (“no compelling case at present”) per sconsigliare l’uso del software di Kaspersky.

Fabio Pietrosanti ha fatto un’inchiesta su Kaspersky
(l’azienda): leggetela. Leggete anche l’articolo di Stefano Quintarelli su Il Post che nota che Kaspersky è certificata per l’uso in ambiti classificati, ma solleva “la questione dell’opportunità di una riflessione a lungo
termine in merito a chi affidare la scansione di tutti i contenuti
digitali (con antivirus ed altre tecnologie), in particolare di quelli
ospitati nelle organizzazioni pubbliche e private che rientrano nel
“perimetro cibernetico” italiano.”
Ma sempre Quintarelli, nello stesso articolo del Post, nota anche che Kaspersky
si occupa molto direttamente della sicurezza
informatica delle infrastrutture governative russe.

Il problema, in effetti, è che un antivirus è un software che ha pieno accesso ai dati e al sistema operativo, per necessità, e quindi è indispensabile potersene fidare completamente.

Conviene insomma ragionare con calma per decidere se si vuole
cambiare prodotto o no, quale prodotto scegliere e come fare bene una
migrazione che non crei una vulnerabilità proprio in un momento delicato come
questo.
Le decisioni avventate raramente
si sposano bene con la sicurezza informatica.

Nel passare a un prodotto alternativo, bisogna anche valutare quanta fiducia si può dare al paese dal quale proviene quel prodotto alternativo. Sarebbe ingenuo pensare che solo le aziende russe possano avere legami governativi scomodi. L’ente statunitense di sorveglianza NSA, per esempio, ha alterato di nascosto i router della Cisco, tanto per dire, e nel 2020 è emerso il caso della società Svizzera Crypto AG, che produceva dispositivi di cifratura venduti in tutto il mondo ma modificava quelli forniti ad alcuni paesi, in modo da consentire alla CIA e ai servizi segreti tedeschi di sorvegliare gli utenti di quei paesi.

In questa valutazione è opportuno considerare, per esempio, se il prodotto è
open source e quindi liberamente ispezionabile. È più difficile
annidare trappole in un prodotto open source che in uno a sorgente chiuso. 

[2022/03/13: l’esperto di sicurezza informatica Corrado Giustozzi, sul Corriere, descrive un modo elegante in cui un antivirus, pur essendo open source e completamente trasparente e anche ispezionato da autorità terze affidabili, può agire per conto di un aggressore: è sufficiente che i creatori dell’antivirus intenzionalmente non gli facciano rilevare il malware usato dall’aggressore. Una tecnica, aggiungo, già usata in passato da alcuni antivirus nei confronti di malware commerciale e forse anche malware governativo.] 

Infine non va dimenticato il contributo dei ricercatori di tutto il mondo che
lavorano per Kaspersky Labs, che danno una mano importante da anni nella difesa contro
il malware e pubblicano info preziose sui malware circolanti. Fra l’altro, la
qualità del software antivirus di Kaspersky è ritenuta molto alta e superiore
a molti prodotti alternativi come Norton o Trend Micro:

“Kaspersky’s malware scanner has been tested as recently as fall of 2020 by major testing labs. It performed extremely well, capturing 100% of zero-day malware and 100% of widespread malware, with fewer false positives than a close competitor Norton. SE Labs in London confirmed that this 100% record resulted from blocking the malware from being installed, rather than dismantling it once it had been installed. Only Trend Micro had a similarly perfect record, while top products like Norton and Microsoft allowed a few pieces of malware to be installed before neutralizing them.” (Cybernews).

C’è anche un altro aspetto pratico importante da considerare a proposito di Kaspersky: in caso di embargo sui prodotti russi potrebbero esserci problemi di
supporto tecnico o di aggiornamento. E c’è anche la questione del messaggio politico di
isolamento e di protesta che si potrebbe dare abbandonando un prodotto considerato “russo”. 

Non è una situazione facile, insomma. Ma in sintesi: se usate Kaspersky e vi sentite più tranquilli a cambiare prodotto di sicurezza, è perfettamente comprensibile. Però pensateci bene e pianificate altrettanto bene l’eventuale sostituzione.

Full disclosure: non uso prodotti Kaspersky, a parte un porta-carte di credito schermato che ho ricevuto in omaggio. Ma se essere contigui è
indice di colpa, preciso che sì, una volta sono stato a pochi metri da Eugene.
Insieme a Neil deGrasse Tyson, Oliver Stone e Larry King. Allo
Starmus Festival, a Trondheim, nel 2017. Non ci siamo parlati 🙂

2022/03/15 23:10. L’ente di sicurezza informatica governativo tedesco BSI (Bundesamt für Sicherheit in der Informationstechnik) ha pubblicato un avviso ufficiale (in tedesco) sull’uso dei prodotti Kaspersky, mettendo in guardia non solo a proposito di quello che potrebbero fare, ma anche di quello che potrebbero essere costretti a fare da altri. Il BSI ha anche pubblicato una FAQ apposita dedicata a Kaspersky e altre info sono su Der Spiegel, sempre in tedesco.

Kaspersky ha pubblicato una replica.

2022/03/16 6:45. Il CSIRT italiano ha pubblicato una raccomandazione sulle “implicazioni di sicurezza derivanti dall’utilizzo di tecnologie informatiche fornite da aziende legate alla Federazione Russa”. Non cita per nome Kaspersky, ma il senso è evidente. Consiglio di leggerla.

Fonti aggiuntive: SafetyDetectives, Wired UK.

Attenzione agli antivirus Avira e Norton 360, sfruttano i computer degli utenti per generare criptovalute

Fonte:

Avira
/Krebs on Security.

Di solito, quando qualcuno mi chiede quale antivirus usare, rispondo che
grosso modo uno vale l’altro: l’importante è usarne uno, tenerlo aggiornato e
stare alla larga dagli antivirus fasulli che appaiono spesso nelle pubblicità
di Internet. È già tanto rispetto a quello che fanno molti utenti, ossia
assolutamente niente oppure, peggio ancora, installare qualche antivirus
farlocco che dà un falso senso di protezione. Ma forse sarò costretto a
cambiare consiglio.

Due noti antivirus, Norton360 e Avira, hanno infatti iniziato qualche mese fa
a integrare nelle proprie installazioni un cryptominer, ossia un
programma che genera criptovalute. Nel caso specifico, genera la criptovaluta
Ethereum.

I soldi digitali così prodotti vengono suddivisi fra l’utente e l’azienda
produttrice dell’antivirus. Norton e Avira si prendono il 15%, più una
commissione su ogni transazione, e il resto va all’utente. Tutto il meccanismo
è descritto in una
sezione apposita del sito di Norton
e in
una analoga del sito di Avira.

Il problema è che generare criptovalute richiede un uso molto intensivo del
computer dell’utente, per cui questo guadagno in realtà si paga sotto forma di
consumo di energia elettrica e di surriscaldamento e rallentamento del
computer. Per chi non usa le criptovalute, poi, non c’è proprio nessun
guadagno ma solo una perdita.

Va chiarito che l’installazione del cryptominer non è automatica: avviene solo
su computer dotati di scheda grafica piuttosto potente (per esempio una NVIDIA
o AMD con almeno 6 GB di memoria) e viene proposta all’utente durante la prima
installazione dell’antivirus, secondo la formula chiamata
opt-in, ma molti utenti sono abituati a cliccare distrattamente sulle
varie richieste che compaiono durante le installazioni e quindi è facile che
si ritrovino con un cryptominer installato senza volerlo.

La decisione di Norton e Avira
non è stata gradita
da molti
addetti ai lavori
e da
parecchi utenti. È vero che Avira è un prodotto gratuito, per cui lasciare che questo
antivirus guadagni qualcosina è una sorta di forma di pagamento, ma è spesso
un pagamento inconsapevole. Norton360, invece, è un prodotto a
pagamento, per cui l’utente
finisce in un certo senso per pagarlo due volte.

Se avete installato di recente uno di questi prodotti e notate che il vostro
computer è più lento del solito o fa girare più spesso la ventola di
raffreddamento, può darsi che abbiate installato il cryptominer senza
accorgervene. E qui arriva l’altro problema che sta facendo arrabbiare gli
utenti: disinstallare il cryptominer non è affatto facile.

Bisogna infatti trovare un file specifico, di nome Ncrypt.exe, e
rimuoverlo. Ma per rimuoverlo bisogna andare nelle impostazioni e disattivare
la protezione contro le alterazioni, come descritto in una
pagina del sito di Norton
che non è certo facile da trovare per un utente medio. Una volta rimosso il
file, bisogna poi riattivare la protezione contro le alterazioni
dell’antivirus. Tutte cose che portano via tempo. E il tempo è denaro,
specialmente se richiede l’intervento di uno specialista: forse è meglio
scegliere direttamente un antivirus a pagamento che non comporta tutte queste
complicazioni.

Fonti:
Slashdot,
Digital Trends,
Wired,
The Register,
Punto Informatico,
The Register.

Sondaggio Bitdefender: un utente su due usa la stessa password ovunque

Bitdefender ha effettuato un sondaggio sulle pratiche di base di sicurezza
informatica in 11 paesi, e i risultati sono piuttosto deludenti: c’è ancora
tanta strada da fare. Per esempio, il 50% degli intervistati ha ammesso
disinvoltamente di usare la stessa password per tutti gli account. Un altro
32% ha detto di usare solo poche password, che adopera più volte su vari account.

Il sondaggio (PDF scaricabile, in inglese;
comunicato stampa
riassuntivo in italiano) si basa su un campione di 10.124 intervistati in
Australia, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Spagna, Paesi
Bassi, Romania, Svezia e Danimarca, di età fra 18 e 65 anni.

Sempre a proposito di password, più di una persona su quattro usa password
banali (tipo 1234) come PIN di blocco del cellulare, e più di una
persona su dieci non usa nessun PIN. Gli uomini tendono a usare password
semplici più delle donne (31% contro 23%). Poi chiediamoci come mai i furti di
account sono così frequenti.

Per quanto riguarda gli antivirus, più di uno su tre (35%) non ne usa sul
proprio smartphone e il 30% ritiene che i telefonini non ne abbiano bisogno.
Eppure il 66% dice di aver avuto almeno una minaccia informatica su quello
stesso cellulare negli ultimi 12 mesi.

Il sondaggio copre anche l’uso degli smartphone e degli altri dispositivi
digitali connessi da parte dei bambini (36% è senza supervisione) e molti
altri aspetti della vita digitale.

Nel
comunicato stampa
sono disponibili anche i dati riferiti all’Italia. Qualche esempio: le
piattaforme maggiormente utilizzate sono WhatsApp e Facebook (nessuna
sorpresa); fra i 18 e 24 anni spadroneggiano Instagram e TikTok, nella fascia
25-34 si usano maggiormente Instagram e Netflix, e dai 45 ai 65 anni
prevalgono Gmail e Facebook. Gli smartphone più diffusi sono gli Android. Un
quarto degli utenti non usa un antivirus sul proprio dispositivo mobile; un
quinto abbondante (23%) usa una password semplice per gli account online
mentre il 22% usa una password semplice o non ha affatto una password.

Attenzione alle false mail inviate a nome dell’Ufficio Federale della Sanità Pubblica

Attenzione alle false mail inviate a nome dell’Ufficio Federale della Sanità Pubblica

Criminali e sciacalli non dormono mai. MELANI, la Centrale d’annuncio e d’analisi per la sicurezza dell’informazione della Confederazione, mette in guardia la popolazione contro le false mail che sembrano provenire dall’Ufficio Federale della Sanità Pubblica e fornire informazioni sanitarie ma sono in realtà trappole create da criminali informatici. MELANI raccomanda di cancellare immediatamente queste mail, di non aprire i loro allegati e non cliccare sui loro link.

Le mail-trappola veicolano infatti un malware, soprannominato AgentTesla, che può installarsi sul dispositivo digitale della vittima e prenderne il controllo a distanza, leggendo anche le password.

“Se avete aperto inavvertitamente una tale e-mail, spegnete immediatamente il computer. Se possibile, reinstallate il computer o contattate per assistenza il vostro negozio specializzato. Infine cambiate immediatamente le vostre password”, consiglia MELANI.

Abuse.ch, invece, segnala la circolazione di mail infettanti apparentemente provenienti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità:

Anche F-Secure mostra numerosi esempi di mail truffaldine legate al coronavirus.

Insomma, avete un motivo in più per adottare la raccomandazione che faccio da giorni: cestinate qualunque messaggio legato al coronavirus che non provenga da fonte ufficiale.

La maggior parte degli antivirus aggiornati rileva automaticamente questi attacchi e li blocca. Se non avete già un antivirus, installatelo, anche sui vostri smartphone e tablet Android. Se l’avete già installato, assicuratevi che si aggiorni.

Perché Windows rifiuta di aggiornarsi? Colpa dell’antivirus

Perché Windows rifiuta di aggiornarsi? Colpa dell’antivirus

Se state cercando di seguire le normali raccomandazioni di sicurezza informatica e quindi volete installare gli aggiornamenti di sicurezza di Windows ma non ci state riuscendo, la colpa potrebbe essere dell‘antivirus. Sì, siamo arrivati all’assurdo che un antivirus, concepito per migliorare la sicurezza, finisce per impedirla.

Il problema nasce dalle due gravi falle Spectre e Meltdown, già descritte in un articolo precedente. Microsoft ha già rilasciato gli aggiornamenti che le correggono (almeno in parte), ma non permette di installarli a chi usa alcuni tipi di antivirus.

Questo, spiega Microsoft, è necessario perché alcuni antivirus usano metodi che sono incompatibili con i più recenti aggiornamenti di Windows e mandano il sistema operativo in crash, con un classico Schermo Blu della Morte.

Spetta ai produttori di antivirus modificare i propri prodotti per tenere conto delle novità di sicurezza generate da Spectre e Meltdown: nel frattempo Microsoft si trova costretta a scegliere fra lasciare i propri utenti con un computer vulnerabile ma funzionante e bloccarli del tutto.

Il ricercatore di sicurezza Kevin Beaumont ha pubblicato un documento, progressivamente aggiornato, che elenca gli antivirus che non intralciano gli aggiornamenti di sicurezza di Microsoft. Consultatelo per sapere se il vostro antivirus è diventato un ostacolo o si è aggiornato.

Chicca finale: Microsoft ha imposto ai produttori di antivirus di autocertificare la propria compatibilità aggiungendo un’apposita chiave al Registro di Windows ogni volta che si avviano. Quanto tempo ci vorrà, si chiede l’esperto di sicurezza Graham Cluley, prima che i criminali informatici imparino a modificare questa chiave del Registro per impedire ai PC di aggiornarsi e così mantenerli vulnerabili?

“Ma non esistono virus per Mac”: il caso FruitFly

“Ma non esistono virus per Mac”: il caso FruitFly

Credit: Patrick Wardle.

Gli anni passano ma il mito resiste: vedo che molti utenti Apple sono tuttora convinti che i loro computer siano magicamente immuni ai virus. Non è così, e c’è un caso misterioso che lo conferma.

Il caso è stato battezzato FruitFly (moscerino della frutta) ed è stato scoperto a gennaio di quest’anno. Si tratta di un malware per Mac che probabilmente è sfuggito ai ricercatori e agli antivirus per almeno cinque anni, fino a quando il suo traffico di dati è stato scoperto da un amministratore di rete di un’università di cui non è stato reso noto il nome.

Questo malware è in grado, su un Mac, di catturare schermate, registrare quello che viene scritto sulla tastiera, scattare immagini attraverso la webcam, modificare file e raccogliere dati riguardanti il computer infettato. È particolarmente astuto: avvisa i suoi padroni quando l’utente sta usando il computer infettato e così agisce solo quando l’utente non è al computer.

Non si sa come si diffonde e chi sono i suoi autori e gestori: i siti attraverso i quali riceve i comandi non esistono più. Ma un esperto di sicurezza, Patrick Wardle (ex NSA), ha ricreato quei siti e si è messo in ascolto.

In pochissimo tempo ha cominciato a ricevere informazioni rubate da Mac sparsi un po’ ovunque ma situati principalmente negli Stati Uniti. Mac di utenti a caso, senza un nesso che li unisca, a conferma che i virus spesso attaccano a casaccio e che quindi pensare “Ma chi vuoi che mi prenda di mira” è un errore.

Apple ha rilasciato tempo fa degli aggiornamenti di MacOS che rilevano e bloccano FruitFly, e lo stesso fanno i principali antivirus in commercio. Morale della storia: gli aggiornamenti servono e gli antivirus pure. Anche su Mac.

Fonti: ZDnet, Intego, Intego.

Kaspersky accusata (senza prove) di rubare dati all’NSA. Che se li è fatti fregare come una dilettante

Kaspersky accusata (senza prove) di rubare dati all’NSA. Che se li è fatti fregare come una dilettante

Ultimo aggiornamento: 2017/10/06 19:40.

Facciamo un quiz informatico? Premessa: sei un collaboratore esterno o un dipendente dell’NSA. Ti porti a casa documenti e malware segretissimi, usati dall’NSA per penetrare le reti informatiche degli altri paesi e per difendere quelle americane (primo errore). Metti il tutto su un computer non sicuro (secondo errore). Il computer è connesso a Internet (terzo errore). Sul computer c’è un antivirus (quarto errore), che come tutti gli antivirus fa il proprio dovere e quindi rileva la presenza del malware e la segnala via Internet alla casa produttrice.

A questo punto delle spie informatiche legate alla Russia usano l’accesso fornito dall’antivirus per procurarsi una copia del malware dell’NSA prelevandola dal tuo computer e se la studiano, rendendola così inutilizzabile e compiendo l’ennesimo furto di dati ai danni della superagenzia americana. Epic fail.

Domanda: quanto devi essere cretino per fare una sequenza di errori del genere?

Domanda di riserva: quanto sono incompetenti quelli dell’NSA, che non riescono a impedire ai collaboratori di portarsi a casa malware top secret e scelgono ripetutamente gente che fa queste cose?

Questa, a mio avviso, è la vera storia dietro un articolo del Wall Street Journal che invece di sottolineare l’inettitudine dell’NSA tenta di dare la colpa di tutto a Kaspersky Lab, l’azienda russa che produce l’antivirus usato dallo sciagurato collaboratore esterno dell’agenzia (o dipendente, secondo il New York Times), insinuando che Kaspersky collabori con il governo russo senza però presentare prove e usando soltanto fonti anonime (che comunque non dichiarano che Kaspersky abbia attivamente aiutato la Russia a scoprire o rubare questi dati). Per quel che ne sappiamo finora, è molto plausibile che i criminali informatici che hanno sottratto i dati dell’NSA abbiano sfruttato qualche falla del software di Kaspersky senza il consenso dell’azienda.

In effetti, se ci pensiamo, un antivirus è il bersaglio ideale per una campagna di spionaggio: è un prodotto conosciuto e fidato, estremamente diffuso, aggiornato frequentemente, al quale gli utenti concedono per forza di cose un accesso totale ai propri dati. Riuscire a infettare un antivirus o prendere il controllo dei server dove gli utenti dell’antivirus caricano i campioni di malware rilevati sarebbe un colpo gobbo. Quello che è (a quanto pare) successo a Kaspersky, insomma, potrebbe succedere a qualunque produttore di antivirus, e non è detto che gli altri produttori siano immuni alle intrusioni o alle persuasioni delle proprie agenzie di sicurezza nazionale (o di quelle straniere).

Sottolineo che la vicenda è ancora nebulosa, anche se ben riassunta da Ars Technica, e non è chiaro se sia la ragione del recente divieto statunitense di usare prodotti di Kaspersky, su qualunque computer delle agenzie governative, visto che il furto risale al 2015. L’azienda ha negato con forza di aver collaborato con i servizi di spionaggio russi e Eugene Kaspersky in persona ha dichiarato che il suo antivirus ha semplicemente fatto quello che fanno tutti gli antivirus.

Una spy-story in piena regola, con risvolti geopolitici enormi, insomma: ma noi utenti comuni, che magari abbiamo scelto proprio Kaspersky come antivirus, cosa dobbiamo fare? Sicuramente ci conviene continuare a usare un buon antivirus, perché il rischio di essere attaccati da criminali informatici comuni è immensamente superiore (con poche eccezioni altolocate) a quello di essere presi di mira dalle spie informatiche russe. Mettiamola così: se per il governo russo (o per qualsiasi governo) siete un bersaglio informatico allettante, la scelta della marca di antivirus è l’ultimo dei vostri problemi.

In arrivo Play Protect, “antivirus” di Google per Android

In arrivo Play Protect, “antivirus” di Google per Android

Ultimo aggiornamento: 2017/07/21 11:35. 

Se avete un dispositivo Android, provate ad andare nelle Impostazioni, selezionate la voce GoogleSicurezza (da non confondere con Accesso e sicurezza) Verifica app. Se avete questa voce e compare un’icona con uno scudo verde e il triangolo di Google Play, come mostrato qui accanto, siete protetti da Google Play Protect, un nuovo “antivirus” per Android realizzato e distribuito automaticamente da Google.

Play Protect effettua una scansione di sicurezza di tutte le app installate, consente di ritrovare un dispositivo smarrito o rubato e protegge la navigazione in Internet: è insomma una risorsa utilissima per evitare le app truffaldine e infette che spesso compaiono anche nel Play Store ufficiale e ancora più spesso circolano sui siti poco raccomandabili. In pratica può sostituire o affiancare molti degli antivirus per Android già esistenti e forniti da altre aziende.

È importante sottolineare che Play Protect non è un’app: è una voce aggiuntiva dei menu del dispositivo. Diffidate delle app con nomi simili che stanno affollando il Play Store: nel caso migliore sono distrazioni o vi bombardano di pubblicità, nel caso peggiore sono inganni infettanti.

Non tutti i dispositivi Android riceveranno Play Protect: secondo la documentazione di Google, occorre un Android aggiornato almeno alla versione 7.0, ma i commenti arrivati dopo la pubblicazione iniziale di questo articolo mi segnalano che Play Protect compare anche su versioni precedenti.

Maggiori informazioni su Play Protect, comprese le istruzioni per disattivarlo se necessario, sono nella Guida e nella pagina informativa di Google.

Fonte aggiuntiva: HDblog.

Antivirus Microsoft era sfruttabile per installare virus: aggiornatelo

Antivirus Microsoft era sfruttabile per installare virus: aggiornatelo

Ironie dell’informatica: Windows Defender, il prodotto anti-malware di Microsoft integrato nelle versioni recenti di Windows, è risultato sfruttabile per infettare un computer semplicemente mandandogli una mail o un messaggio che venga esaminato da Defender. Sui sistemi non aggiornati all’ultima versione l’attacco ha successo senza alcun intervento dell’utente.

Niente panico: dopo l’annuncio pubblico della scoperta della falla sabato scorso da parte di Tavis Ormandy (Google Project Zero), Microsoft è corsa subito ai ripari e la falla è stata turata martedì scorso a tempo di record.

Se vi interessano i dettagli tecnici, segnalo questo articolo di Ars Technica e l’avviso di Microsoft; se volete verificare se avete l’aggiornamento che risolve questa magagna decisamente grave, in Windows 10 andate a Start – Impostazioni – Aggiornamento e sicurezza – Windows Defender e controllate che alla voce Versione motore ci sia un numero non minore di 1.1.13704.0. Se non l’avete, aggiornatevi usando le consuete procedure di Windows.