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Volkswagen: milioni di auto con malware iper-inquinante. Messo da Volkswagen. E da quanti altri?

Volkswagen: milioni di auto con malware iper-inquinante. Messo da Volkswagen. E da quanti altri?

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Lo scandalo della Volkswagen che ha truccato il software di circa undici milioni delle proprie auto diesel in tutto il mondo per barare durante i test sulle emissioni inquinanti è su tutti i giornali. È un disastro per l’azienda, con miliardi di euro persi in borsa e altri da accantonare per risarcimenti e riparazioni, ma è soprattutto un disastro ambientale per tutti noi.

Secondo le stime del Guardian, l’inganno mondiale perpetrato dalla casa automobilistica rischia di aver prodotto ogni anno quasi un milione di tonnellate di emissioni di ossidi di azoto (NOx), grosso modo quanto ne producono tutte le centrali elettriche, le auto, le industrie e l’agricoltura del Regno Unito.

Il trucco è banalissimo, stando a Consumer Reports: quando l’elettronica di bordo (prodotta dalla Bosch) rileva che le ruote di trazione (anteriori, nelle auto VW) si muovono ma quelle posteriori sono ferme, ossia quando l’auto è presumibilmente su un banco di prova, le prestazioni del motore vengono degradate in modo da produrre emissioni nei limiti di legge.

Fra l’altro, questa scelta inequivocabilmente intenzionale di Volkswagen ridefinisce drasticamente il concetto di malware. Siamo abituati a malware che ruba password, inietta pubblicità o altera il funzionamento dei computer o dei telefonini; non era ancora capitato che del malware inserito intenzionalmente dal costruttore consentisse di nascondere un inquinamento atmosferico su vasta scala.

Il problema è che probabilmente questo trucco è stato adottato anche in Europa, e non solo da Volkswagen ma anche da altre case automobilistiche: lo indicano anche le analisi dell’atmosfera, che continuano a rilevare livelli di NOx più alti di quelli attesi. E di certo cose di questo genere vanno avanti da oltre vent’anni, grazie anche alle leggi idiote sul copyright. Non sto scherzando.

Infatti Volkswagen non ha inventato nulla di nuovo. Ricordo che una persona esperta del settore mi confidava in dettaglio, già a fine anni Novanta, che un trucco sostanzialmente identico (una routine nel software delle centraline di controllo dei motori, che riconosce quando è in corso un test sulle emissioni inquinanti e degrada appositamente le prestazioni e quindi le emissioni) veniva utilizzato da una nota marca europea di auto ad alte prestazioni (di cui conosco il nome) per superare i test americani sulle emissioni nocive.

Questo suggerisce una domanda: oltre a Volkswagen (e quindi Audi, Bentley, Bugatti, Lamborghini, Porsche, SEAT, Škoda), quante altre case automobilistiche stanno barando e inquinando ben oltre i limiti di legge?

Ce ne sarebbe anche un’altra: come mai nessuna delle case automobilistiche concorrenti, che comprano regolarmente le auto dei rivali per analizzarle e studiarle in ogni minimo dettaglio e che avrebbero molto da guadagnare nel denunciare una violazione gravissima come questa da parte di un concorrente, ha denunciato questo trucco?

La scoperta dell’inganno si deve infatti a dei ricercatori della West Virginia University che stavano cercando tutt’altro: avevano l’incarico, per conto di una società senza scopo di lucro europea, di raccogliere dati per convincere i normatori europei a emulare i severi standard americani sulle emissioni di NOx. La loro sperimentazione sul campo ha rilevato valori di NOx assolutamente fuori misura e incomprensibili, e l’ente per l’ambiente americano lo ha saputo quasi per caso, come spiegano gli stessi ricercatori qui su IEEE Spectrum.

Questo disastro è andato avanti per così tanto tempo anche grazie al fatto che il software di gestione dei motori degli autoveicoli non è liberamente ispezionabile dai ricercatori indipendenti: anzi, è considerato illegale farlo, secondo l’interpretazione dominante delle norme sul copyright previste dal Digital Millennium Copyright Act (DMCA) specificamente per il software automobilistico. Spiega la Electronic Frontier Foundation:

I fabbricanti di automobili dicono che è illegale che i ricercatori indipendenti esaminino il codice che controlla i veicoli senza il permesso dei costruttori. Abbiamo già spiegato che questo consente ai fabbricanti di impedire la concorrenza nei mercati delle tecnologie per accessori e riparazioni. Rende anche più difficile la ricerca di problemi di sicurezza da parte degli enti di tutela […]. L’incertezza legale creata dal Digital Millennium Copyright Act rende anche più facile per i costruttori nascondere illeciti intenzionali. Abbiamo chiesto […] un’esenzione al DMCA che renda chiaro che la ricerca indipendente sul software degli autoveicoli non viola le leggi sul copyright. Nell’opporsi a questa richiesta, i costruttori hanno affermato che se le persone avessero avuto acceso al codice, avrebbero violato le norme antinquinamento. Ma ora abbiamo appreso che secondo la Environmental Protection Agency [PDF; link aggiornato ad Archive.org] la Volkswagen aveva già programmato un’intera flotta di veicoli in modo da nascondere quanto inquinamento generavano, producendo un impatto reale e quantificabile sull’ambiente e sulla salute umana.

Se il software fosse stato liberamente ispezionabile, anche se non modificabile (per evitare manipolazioni pericolose), Volkswagen probabilmente non ci avrebbe nemmeno provato. Se c’è una dimostrazione potente dei pregi dell’approccio open source, è questa.

Come al solito, quando non c’è vigilanza si commettono abusi, e quando si invoca la segretezza in nome della sicurezza, spesso la vera ragione è che si vuole carta bianca per commettere questi abusi o per nasconderli. La trasparenza serve proprio per evitarli. Anche nel software, che non è una cosa astratta, ma ha conseguenze dannatamente reali: il malware intenzionale di Volkswagen le ha permesso di inquinare impunemente l’aria che respiriamo. È ora di togliere a questi criminali la loro burocratica foglia di fico.

Forza, giornalisti: invece di fare il copiaincolla dei comunicati stampa e le recensioncine all’acqua di rose, andate a chiedere alle altre case produttrici di dichiarare, nero su bianco, che non usano e non hanno mai usato trucchi software per barare sui test sulle emissioni. Vediamo un po’ cosa rispondono.

E se qualcuno nel settore dell’assistenza automobilistica riceve richieste confidenziali di aggiornare con discrezione il software delle centraline per far sparire le tracce del malware, me lo dica. Sapete come contattarmi in modo riservato, se conoscete le basi della crittografia.

Un diritto d’autore diverso si fa anche così: “Spring”, cartone animato digitale aperto e libero

Un diritto d’autore diverso si fa anche così: “Spring”, cartone animato digitale aperto e libero

Qualche anno fa avevo segnalato Sintel, un esempio di cartone animato digitale realizzato secondo i criteri dell’open source, nel quale tutti gli elementi sono liberi da vincoli di diritto d’autore e sono liberamente riutilizzabili (a patto che chi li usa a sua volta renda libere le proprie opere). Anche il software usato, Blender, è open source.

La tecnologia progredisce in fretta, e Spring è un nuovo cortometraggio che dimostra quanta strada è stata fatta. Tutti i suoi elementi sono scaricabili.

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È arrivato LibreOffice 6.0 (ora 6.0.1)

È arrivato LibreOffice 6.0 (ora 6.0.1)

Libreoffice, la suite di applicazioni libera e open source per creare testi, presentazioni e fogli di calcolo, è arrivata alla versione 6.0 per Windows, Mac e Linux. Se volete scaricarla per provarla, la trovate presso Libreoffice.org anche in italiano. Le sue novità sono elencate qui.

Fate attenzione, però, se avete già installato versioni precedenti di LibreOffice: quando ho installato la versione 6.0 su un Mac sul quale c’era la 5.4, LibreOffice è andato in crisi, crashando all‘avvio. Quando l’ho riavviato, mi ha avvisato che avrebbe tentato il recupero dei file aperti e non salvati (non ce n’erano) ed è poi crashato di nuovo. La scena si è ripetuta ai successivi riavvii in un loop infinito.

Grazie a voi, e in particolare a @denteblu, ho risolto il problema usando questo trucco: ho forzato la chiusura di LibreOffice e poi con il Finder sono andato nella cartella Library utente (menu Go, tasto Alt premuto per rivelare la Library, clic su Library) e nella sua sottocartella Application Support/LibreOffice.

Qui ho trovato la cartella di nome 4, che contiene il profilo utente di LibreOffice, e l’ho rinominata. Ho riavviato LibreOffice, che stavolta è partito senza problemi, creando fra l’altro una nuova cartella 4 contenente un nuovo profilo. Unico inconveniente: le eventuali personalizzazioni fatte nella versione precedente vengono perse (compresi eventuali file di controllo ortografico e autocorrezione personalizzati) e vanno rifatte a mano.

2018/02/10. Ieri è uscita la versione 6.0.1 “per risolvere questioni emerse dopo il lancio di LibreOffice 6.0”, dice l’annuncio della Document Foundation. Ma anche questa ha lo stesso problema.

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Haven, l’app consigliata da Snowden per sorvegliare i propri spazi privati

Haven, l’app consigliata da Snowden per sorvegliare i propri spazi privati

Credit: Peter Hess.

Quando si pensa alla sicurezza informatica, di solito si pensa alle intrusioni compiute via Internet. Ma esiste anche l’universo degli attacchi fisici, nel quale c’è davvero di tutto e spesso l’obiettivo non è rubare un computer o uno smartphone ma accedere ai dati sensibili che vi risiedono.

C’è l’addetto alle pulizie complice di una banda di criminali informatici, che installa di nascosto un keylogger, ossia un minuscolo dispositivo che registra e ritrasmette tutto quello che viene digitato sulla tastiera del direttore di una filiale di una banca o di un’azienda. E c’è il collega di lavoro ficcanaso, il partner sentimentale geloso, il genitore, il figlio o la figlia che vuole a tutti i costi frugare nella nostra vita digitale.

Capita più spesso di quel che si potrebbe immaginare. Nel mio lavoro ho avuto a che fare con tanti partner ed ex-partner ossessivi e anche con bambini che erano attratti irresistibilmente dagli smartphone dei genitori per giocarvi di nascosto, approfittando della loro assenza o distrazione, e per farlo diventavano ladri provetti, rimettendo il telefonino perfettamente a posto dopo l’uso. A tradirli erano le bollette telefoniche maggiorate causate dai loro giochi online.

Ora c’è una soluzione ingegnosa e gratuita per questi problemi: si chiama Haven, ed è un’app per dispositivi Android (scaricabile da Google Play) che trasforma uno smartphone in un cane da guardia digitale.

Funziona così: prendete un vecchio smartphone Android che non usate più (o compratene uno ultraeconomico sacrificabile), dategli una SIM abilitata alla trasmissione dati*, e installatevi Haven. Fatto questo, mettete quello smartphone nell’ambiente che volete proteggere (un ufficio, una stanza di casa, una camera d’albergo).

* La SIM serve solo se volete inviare i dati rilevati da Haven via rete cellulare e ricevere SMS di allerta, per esempio perché temete che qualcuno faccia jamming del Wi-Fi o se il Wi-Fi non c’è; se non avete questo problema, potete usare Haven anche senza SIM.

Se entra qualcuno, grazie a Haven il microfono capterà il rumore, la fotocamera rileverà il movimento, il sensore di luce noterà il cambiamento d’illuminazione e l’accelerometro rileverà qualunque vibrazione o spostamento; Haven si accorgerà di qualunque tentativo di scollegare il telefonino dall’alimentazione o di spegnerlo, registrerà tutti questi eventi e se volete li manderà immediatamente al vostro telefonino principale via SMS o con una connessione Internet criptata.

Naturalmente Haven non protegge contro un ladro che voglia portar via qualcosa: è un modo semplice, tascabile, discreto ed economicissimo per avere la garanzia che un nostro spazio personale non sia stato violato o per sapere in tempo reale se e quando viene violato, oltre che un bel modo per riciclare un vecchio telefonino. Per esempio, se mettete lo smartphone con Haven in un cassetto vi manderà una foto di chiunque apra quel cassetto e saprete chi fruga tra le vostre cose.

Haven, fra l’altro, è open source, ossia liberamente ispezionabile per verificare che a sua volta non faccia la spia, e ha un pedigree molto particolare: è uno dei progetti di protezione della privacy sostenuti da Edward Snowden, il noto ex collaboratore dell’NSA. Uno che sulla riservatezza la sa lunga e che ora mette a disposizione di tutti le proprie competenze. Usiamole.

Questo articolo è il testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 2 gennaio 2018. Fonte aggiuntiva: Wired.

Brevi di oggi

Brevi di oggi

Podcast e TV per i rischi dei blog; cavi tranciati; caccia ai satelliti; Linux militare; complottisti sferzati; regole presidenziali

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il podcast del Disinformatico radiofonico di ieri è disponibile per qualche settimana sul sito della RTSI. Ho parlato del ruolo e delle regole dei blog nel Quotidiano (TSI) di ieri a proposito dell’omicidio insensato di Damiano Tamagni a Locarno.

A proposito della recente vicenda dei cavi primari di trasmissione dati misteriosamente tranciati, qui trovate un grafico molto chiaro e dettagliato (anteprima qui accanto) della distribuzione e dell’importanza di questi cavi in tutto il mondo.

Per coloro che pensano che sia facile ordire cospirazioni senza che nessuno se ne accorga: Satobs.org è il sito degli appassionati di caccia ai satelliti, capaci di rivelare la presenza e le coordinate dei satelliti spia di tutti i paesi. Ebbene sì, i satelliti sono visibili da terra, spesso a occhio nudo e persino di giorno (googlate “iridium flare” o guardate direttamente i filmati qui). C’è un bell’articolo in merito sul New York Times (registrazione gratuita), che risponde molto bene all’obiezione che avranno molti: non è pericoloso per la sicurezza nazionale rivelare a tutti le coordinate dei satelliti militari? La risposta è che se sono in grado di farlo degli hobbisti con un binocolo, un cronometro e un bel po’ di matematica, sono certo in grado di farlo i cinesi (o l’avversario di turno).

La prossima volta che qualcuno vi dice “Linux non lo usa nessuno”, citategli i militari USA, che lo stanno facendo (con qualche problema di integrazione).

Ogni tanto qualche voce si leva a dire le cose come stanno sul complottismo: Aldo Grasso scrive sul Corriere, rivolgendosi a Corrado Augias in merito allo spazio offerto su Raitre alle teorie sull’11/9 di Giulietto Chiesa, e le definisce senza mezzi termini “deliranti convinzioni”. La frase è verso a fine dell’articolo.

Consigli d’immagine per presidenti aspiranti e in carica: qualunque cosa facciate, non fatevi mai fotografare mentre indossate gli occhialini 3D. Con Carla Bruni? OK, molto OK. Con un sigaro usato da Monica Lewinski? Passabile, con qualche imbarazzo. Con gli occhialini 3D? Bispluserrato. Non fatelo neanche se siete il presidente iraniano e avete la reputazione di essere l’uomo più serio del mondo. Neanche per guardare un documentario sullo spazio. Mai. Mai. Mai. Perché questo, come mostra il Guardian, è il risultato:

Totally uncool.

[IxT] Gates: l’open source minaccia i posti di lavoro

Questa newsletter vi arriva grazie alla gentile donazione di “s.bernero”.

Bill Gates, trovatosi un po’ a corto di argomenti contro l’avanzata dell’open source, ha inventato una nuova strategia. Adesso sostiene che il software libero toglie posti di lavoro. Non solo: il software commerciale, stando a zio Bill, è il miglior garante della compatibilità informatica.

Siccome c’è il rischio che qualcuno ci creda, ho scritto per APOGEOnline un articoletto che racconta la vicenda e ne spiega le curiose contraddizioni:
http://www.apogeonline.com/webzine/2004/07/21/01/200407210101

Purtroppo, per un disguido tecnico l’articolo è attualmente presente sul sito in forma “decapitata”. Ecco il suo inizio corretto:

Bill Gates accusa l’open source di soffocare il mercato del lavoro per gli informatici e propone il software commerciale come garante della compatibilità. Curiose contraddizioni.

“Chi può permettersi di svolgere gratuitamente un lavoro di qualità professionale? Quale hobbista può dedicare 3 anni-uomo alla programmazione, al debug, alla documentazione del prodotto e poi distribuirlo gratis?” – Bill Gates, lettera aperta agli hobbisti, 1976.

“Se non si vogliono creare posti di lavoro o proprietà intellettuale, allora si tende a sviluppare l’open source. Non è una cosa che si fa durante la giornata come lavoro retribuito. Se vuoi darlo via, ci lavori di notte.” – Bill Gates, discorso in Malesia riportato da Asia Computer Weekly, 2004.

Sono passati quasi trent’anni e parecchi fantastilioni…

Arriva LibreOffice 4.4, più bello e più snello

Arriva LibreOffice 4.4, più bello e più snello

LibreOffice è un pacchetto di applicazioni simile a Microsoft Office: include un’applicazione per la scrittura di testi, una per la creazione di fogli di calcolo e una per produrre presentazioni. Ha ottenuto una notevole popolarità perché è gratuito, non comporta complicazioni di gestione di licenze, è disponibile anche in italiano, scrive i documenti in un formato che è standard ISO ed è installabile su tutti i principali sistemi operativi (Windows, OS X, Linux; la versione Android è ancora sperimentale).

Ieri è stata pubblicata la sua versione 4.4, che offre un aspetto un po’ meno rustico: ai nostalgici ricorderà molto Microsoft Office “classico”, quello che si usava fino al drastico restyling apportato nel 2007. Ma le migliorie non sono soltanto estetiche: LibreOffice 4.4 aumenta la compatibilità con i formati OOXML usati da Microsoft Office, consente di generare documenti PDF con firma digitale, e nella versione Windows offre nuove transizioni per le presentazioni (già presenti in LibreOffice per OS X e Linux). Sono state anche eliminate molte parti obsolete, che erano residui dell’antenato di LibreOffice, il mitico StarOffice.

I principali dettagli delle nuove funzionalità di LibreOffice 4.4 sono descritti in italiano qui; il link per scaricarlo è http://www.libreoffice.org/download.

Provatelo: non costa nulla, e se vi piace vi permetterà di risparmiare parecchio in spese di licenza e in complicazioni amministrative. Ma non dimenticate che LibreOffice si sviluppa liberamente e gratuitamente grazie alle donazioni raccolte da The Document Foundation.

ShellShock: falla critica in Linux, Mac OS X e altri sistemi operativi derivati da Unix

ShellShock: falla critica in Linux, Mac OS X e altri sistemi operativi derivati da Unix

L’articolo è stato aggiornato estesamente dopo la pubblicazione iniziale.

C’è una falla seria in innumerevoli server, computer, router, dispositivi connessi a Internet che permette agli aggressori di agire in modo così  devastante che l’ente statunitense NIST ha assegnato a questa vulnerabilità il massimo grado di gravità: dieci su dieci.

Non c’è da stupirsi, dato che la falla, battezzata ShellShock, consente per esempio di prendere il comando di un server Web non aggiornato semplicemente mandandogli un solo comando via Internet.

Secondo l’esperto Robert Graham di Errata Security, ShellShock è sfruttabile per creare un attacco che si autopropaga: “this thing is clearly wormable”. Una sua scansione ha già trovato alcune migliaia di server vulnerabili, e la BBC parla di mezzo miliardo di dispositivi a rischio. È già in circolazione il primo malware basato su ShellShock (Virustotal; Kernelmode.info) e Trustedsec ha pubblicato una dimostrazione di come questa falla può essere usata per attaccare un computer o altro dispositivo Linux vulnerabile che si collega a una rete Wi-Fi ostile.

Niente panico, comunque: gli utenti Windows sono totalmente immuni dalla falla, a meno che abbiano installato software come per esempio Cygwin: il problema, infatti, riguarda i dispositivi che usano sistemi operativi “Unix-like”, come per esempio Linux, Mac OS X o iOS. Al momento i Mac risultano formalmente vulnerabili, ma la falla normalmente non è sfruttabile per attacchi dall’esterno se si usa il Mac come workstation (per chi lo usa come server pubblico è tutta un’altra storia). Inoltre gli antivirus riconoscono già questo genere di malware. Se volete sapere se un sito è vulnerabile, c’è un test innocuo presso Brandonpotter.com.

È comunque fondamentale aggiornare i dispositivi vulnerabili installando la correzione (e anche la correzione della correzione), che è quasi sempre già disponibile: un’operazione relativamente facile per i computer, ma chi aggiornerà router, webcam, termostati, smart TV, stampanti, NAS e altri dispositivi online? Improvvisamente l’Internet delle Cose non sembra più una bell’idea come prima.

In dettaglio

La falla (CVE-2014-6271) risiede in Bash, l’interprete dei comandi di quasi tutti i sistemi operativi Unix e “Unix-like”. Secondo alcune indicazioni, giace indisturbata da circa vent’anni: un fatterello che non mancherà di riaprire il dibattito sui pro e contro dell’open source in termini di sicurezza (sul quale dico subito che la falla è stata scoperta proprio perché il codice sorgente è ispezionabile e che non sappiamo quante altre falle segrete ci sono nel software chiuso). È presente fino alla versione 4.3 inclusa ed è stata resa pubblica da Stephane Chazelas.

Per sapere se un dispositivo che usa Unix o simile (quindi anche un computer Apple) è vulnerabile, provate a digitare in una finestra di terminale questo comando:

env x='() { :;}; echo vulnerabile' bash -c "echo prova"

Se vi compare un messaggio d’errore del tipo bash: warning: x: ignoring function definition attempt
bash: error importing function definition for `x’
, siete a posto. Se invece compare la parola vulnerabile, siete appunto vulnerabili. Se comunque non vi va di attendere che Apple turi la falla, ci sono delle soluzioni non ufficiali qui.

Maggiori dettagli tecnici sono su The Register, Redhat.com, SlashdotArs Technica, e una delle migliori spiegazioni è quella di Troyhunt.com; in italiano c’è Siamogeek.

Misteriosa chiusura di Truecrypt: “è insicuro”, dice il suo sito

Misteriosa chiusura di Truecrypt: “è insicuro”, dice il suo sito

Credit: Naked Security

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Sul sito di TrueCrypt, popolare software libero usato da oltre un decennio per cifrare potentemente il contenuto dei dischi per tenerlo al riparo da occhi indiscreti e consigliato da esperti del calibro di Edward Snowden, è comparso un annuncio talmente sorprendente che molti hanno sospettato la burla o l’intrusione: “ATTENZIONE: Usare TrueCrypt non è sicuro, perché può contenere problemi di sicurezza non risolti”.

L’annuncio prosegue dicendo che lo sviluppo del software è terminato e che gli utenti dovrebbero migrare verso altri prodotti. L’unica giustificazione fornita per questa decisione repentina è che i principali sistemi operativi supportati da TrueCrypt ora offrono un proprio sistema di cifratura dei dischi.

Ad aumentare il mistero contribuiscono lo stile molto dilettantesco dell’annuncio (tipico dei comunicati fatti da intrusi) e il fatto che viene offerta una nuova versione di TrueCrypt, la 7.2, che a quanto pare è in grado soltanto di decifrare i dischi cifrati (se se ne ha la chiave) ma non di crearne di nuovi. Sembrebbe una versione mirata per aiutare gli utenti a migrare, appunto, verso altri prodotti, ma a questo punto la fiducia in TrueCrypt è ormai vicina allo zero.

C’è chi ipotizza che questo software sia stato abbandonato dagli sviluppatori su pressioni governative o commerciali e che per motivi legali non si possa dichiararlo apertamente (come è successo al provider Lavabit dopo le rivelazioni di Snowden). Probabilmente è una coincidenza, ma l’annuncio usa un inglese un po’ stentato (“Using TrueCrypt is not secure as it may contain unfixed security issues”) in cui alcune lettere iniziali formano la sigla NSA, per cui si potrebbe leggere come “Using TrueCrypt is NSA”, ossia “Usare TrueCrypt è NSA”. Enigmatico e inquietante, ma scegliendo opportunamente le iniziali si può tirar fuori di tutto e tecnicamente la cosa non ha molto senso.

Un’altra possibilità è che l’esame pubblico approfondito del codice di TrueCrypt, tuttora in corso, abbia trovato delle falle molto gravi che hanno spinto a rinunciare al suo sviluppo, ma la prima fase di quest’esame non ha rivelato nulla. Il lavoro di verifica procede comunque, nonostante la fuga precipitosa degli sviluppatori, grazie al fatto che TrueCrypt è software aperto (open source) e quindi se i suoi creatori originali lo abbandonano chiunque ha il diritto di prenderne in mano lo sviluppo ulteriore.

Circola anche l’ipotesi che il sito che ospita TrueCrypt, ossia
SourceForge, sia stato violato e che l’annuncio sia stato scritto dagli
aggressori, ma SourceForge dice di non aver avuto segnalazioni di violazioni.

Più semplicemente, come suggerisce l’analisi di Ars Technica, può darsi che gli sviluppatori originali (che lavoravano da anni sotto strettissimo anonimato) si siano semplicemente stufati di dedicare tanto sforzo a un progetto gratuito. Questa sembra la spiegazione più attendibile al momento, anche perché gli sviluppatori hanno pubblicato alcuni commenti in questo senso e la cronologia sembra supportare questo scenario.

In un modo o nell’altro, come scrive Naked Security, il danno è fatto: se l’annuncio è autentico, il progetto TrueCrypt è terminato, per una ragione o per l’altra; se è falso, l’affidabilità del progetto nel suo stato attuale è stata compromessa irrimediabilmente e molti si staranno chiedendo se il software al quale si sono affidati per anni per proteggere i propri dati cruciali è in realtà da tempo vulnerabile. Finché non sarà completata la verifica del suo codice e non sarà rilasciata una versione che ne corregge le lacune, TrueCrypt diventa così un’altra vittima illustre del clima di paranoia creato dall’NSA e dalle sue attività d’intrusione nei software e nell’hardware degli utenti comuni.

Heartbleed, scappati i buoi qualcuno finanzia il recinto

Heartbleed, scappati i buoi qualcuno finanzia il recinto

L’onda lunga della massiccia falla di sicurezza denominata Heartbleed prosegue la propria corsa. Oltre all’annuncio di Apple che alcuni suoi dispositivi sono vulnerabili e vanno quindi aggiornati prontamente e che lo stesso vale per alcuni prodotti IBM, Cisco, VMware, Dell, Intel e NetApp, c’è la notizia che ora finalmente le grandi aziende che per anni hanno beneficiato del software libero e gratuito OpenSSL, che è al centro della falla, ne finanzieranno lo sviluppo.

Può sembrare assurdo, ma un componente fondamentale della sicurezza e della privacy della Rete era gestito da una fondazione che aveva un solo dipendente che lavorava a tempo pieno alla manutenzione di OpenSSL. Inoltre la fondazione riceveva mediamente duemila dollari di donazioni l’anno.

Adesso che è scoppiato il pasticcio si corre ai ripari. La Linux Foundation ha annunciato un programma triennale, con finanziamenti per circa tre milioni e mezzo di dollari, per sostenere i progetti di software libero e aperto essenziali, dando priorità speciale per OpenSSL. Si sono impegnati a donare almeno centomila dollari l’anno per tre anni Amazon, Cisco, Dell, Facebook, Fujitsu, Google, IBM, Intel, Microsoft, NetApp, Rackspace e VMware. Chiunque può donare sin da subito a questo fondo, denominato Core Infrastructure Initiative. Meglio tardi che mai.