Le immagini delle sonde esplorative che abbiamo inviato su Marte sono meravigliose, ma spesso è difficile capire la scala delle formazioni che mostrano. L’artista digitale Seán Doran ha trovato una soluzione semplice, elegante e intuitiva a questa difficoltà: aggiungere un astronauta in scala alle foto reali della superficie marziana. Il risultato è straordinario.
Quanto tempo passerà prima che quell’astronauta ci sia davvero?
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Il 25 luglio 1976 la sonda Viking 1 della NASA, in orbita intorno a Marte, scattò una delle fotografie più celebri dell’esplorazione spaziale: quella che sembra mostrare, sulla superficie del pianeta, una enorme struttura a forma di volto umano, lunga circa tre chilometri e larga uno e mezzo.
Le immagini scattate successivamente, insieme alle misurazioni altimetriche dettagliatissime, hanno chiarito che si tratta semplicemente di una collina la cui forma creava in quel momento un’illusione ottica (pareidolia) grazie al gioco delle ombre e alla bassa risoluzione, ma questo non ha impedito a generazioni di ufologi di continuare a presentare questa struttura come una prova della presenza di civiltà extraterrestri su Marte, naturalmente tenute nascoste dalla NASA brutta e cattiva e intente, chissà perché, a creare sculture di noi terrestri.
C’è chi si è spinto a dire che la NASA avrebbe addirittura falsificato le immagini successive per nascondere questa prova, senza pensare che l’ente spaziale avrebbe potuto semplicemente fare a meno di mostrare la foto iniziale, visto che all’epoca era l’unica fonte di immagini del suolo marziano a questa risoluzione.
Da sinistra: Viking 1 (1976); Mars Global Surveyor (1998); Mars Global Surveyor (2001).
Ma in realtà, andando a ripescare i comunicati stampa dell’epoca, salta fuori che fu proprio la NASA a creare il mito del Volto su Marte. La didascalia originale della foto, riportata qui sotto e pubblicata pochi giorni dopo lo scatto, attirava l’attenzione proprio su questa struttura, parlando di “una enorme formazione rocciosa… che somiglia a una testa umana,,, formata dalle ombre, che producono l’illusione di occhi, naso e bocca” (“huge rock formation … which resembles a human head … formed by shadows giving the illusion of eyes, nose and mouth.”).
NATIONAL AERONAUTICS AND SPACE ADMINISTRATION
VIKING NEWS CENTER
PASADENA, CALIFORNIA
(213) 354-6000
Viking 1-61
P-17384 (35A72)
PHOTO CAPTION July 31, 1976
This picture is one of many taken in the northern latitudes of Mars by
the Viking 1 Orbiter in search of a landing site for Viking 2.
The picture shows eroded mesa-like landforms. The huge rock formation
in the center, which resembles a human head, is formed by shadows
giving the illusion of eyes, nose and mouth. The feature is 1.5
kilometers (one mile) across, with the sun angle at approximately
20 degrees. The speckled appearance of the image is due to bit errors,
emphasized by enlargement of the photo. The picture was taken on July
25 from a range of 1873 kilometers (1162 miles). Viking 2 will arrive
in Mars orbit next Saturday (August 7) with a landing scheduled for
early September.
Gli autori del comunicato stampa pensarono che sarebbe stato un modo per attirare l’interesse dell’opinione pubblica. Non l’avessero mai fatto: più di quarant’anni dopo, questa storia è ancora un tormentone che affligge chiunque si occupi seriamente di esplorazione spaziale.
Il giornalismo italiano ha messo a nudo in maniera perfetta il proprio disastroso metodo redazionale quando ha proposto notizie sull’eclissi di Luna di ieri sera.
Molte testate online, cartacee e televisive hanno infatti citato l’incredibile idiozia secondo la quale la colorazione rossastra della Luna durante l’eclissi sarebbe dovuta alla vicinanza del pianeta Marte. Marte è rosso, la luna diventa rossa, non fa una grinza, giusto?
Prendetevi pure un attimo di pausa per riprendervi da questa imbecillità. Poi, se avete bisogno di fornire a qualcuno la spiegazione corretta del fenomeno, usate pure questo video della NASA, disponibile anche per qualunque giornalista che si degni di informarsi.
Fun Fact: If Earth had no atmosphere, the Moon wouldn’t turn red during a total #LunarEclipse. Filtered sunlight passing through the layer of gases surrounding our planet is what gives the Moon its gorgeous color: https://t.co/QZhx5Wt1LApic.twitter.com/1s1rpIRwGx
In parole povere: la colorazione è dovuto alla luce solare filtrata dall’atmosfera della Terra. Marte non c’entra nulla, anche perché se ne sta in questo momento a cinquantasette milioni di chilometri dalla Terra e dalla Luna.
Ma i Veri Giornalisti non si curano di quisquilie come i fatti. Cominciamo con Alessandro Belardetti su Quotidiano.net, secondo il quale “Marte colorerà di rosso la Luna”:
Alessandro Belardetti su https://t.co/kgsQS9yHfN: “A completare la giornata particolare ci penserà Marte, che colorerà di rosso la luna.” Astronomia, questa sconosciuta. pic.twitter.com/QypPJlLcSA
Passiamo all’edizione cartacea del Corriere della Sera, dove Laura Vincenti scrive che la Luna “si colora di rosso per effetto di Marte in opposizione”:
Sottolineo che si tratta dell’edizione cartacea perché c’è chi obietta che le castronerie escono sulla versione Web, che è gratuita (come se questo fosse una giustificazione per pubblicare falsità), ma non su quella cartacea.
Non manca anche il contributo de Il Giorno, che scrive che la Luna “si colorerà di rosso grazie alla vicinanza di Marte”:
Maria Cristina Massaro, su Repubblica (link intenzionalmente alterato), ripete la stessa scemenza astronomica e vi aggiunge anche ben due errori d’ortografia nella stessa frase. Rileggere, a quanto pare, proprio non si usa più. Grazie ad @aldolat per la segnalazione e la copia su Archive.is.
A rendere ancora più suggestivi gli sbattila colorazione rossastra assunta dal satellite grazie a Marte in “grande opposizione”, cioè alla mini distanza dal nostro pianeta e al suo massimo splendore.
Screenshot per chi non riesce a concepire che il giornalismo possa essere sceso così in basso:
Repubblica ha anche ribadito il concetto su Twitter, dicendo che “La Luna sarà illuminata di rosso grazie a #Marte in ‘grande opposizione’, cioè alla minima distanza dalla Terra e al suo massimo splendore”:
Spettacolo nei cieli per l’ #eclissi di luna più lunga del secolo: ben 103 minuti. La Luna sarà illuminata di rosso grazie a #Marte in ‘grande opposizione’, cioè alla minima distanza dalla Terra e al suo massimo splendore. Le foto dal mondo #redmoon 👉 https://t.co/4HvgTqTAYBpic.twitter.com/EFC4YJxgDR
E per finire, ecco SkyTG24, che ha affermato (durante il telegiornale, non nella rubrica degli oroscopi) che “le persone hanno così potuto ammirare il satellite colorato dai riflessi del pianeta Marte”, come dice la conduttrice in studio, e come ribadisce l’autrice del servizio, Laura Cappon, che parla di “riflessi prestati da Marte” e poi ribadisce la scemenza astronomica, come potete sentire in questo spezzone fornitomi gentilmente da biemmic:
Che io sappia, nessuno dei giornali, siti o telegiornali citati ha finora corretto o chiesto scusa per gli errori.
Lezioni di giornalismo che possiamo trarre da questa storia:
Rileggere quello che si scrive non si usa più.
Le redazioni fanno lavorare persone alle quali mancano le conoscenze più elementari.
I giornalisti fanno copiaincolla gli uni dagli altri, e senza chiedersi se quello che copiano abbia vagamente senso.
Le redazioni, pur avvisate, non correggono gli errori e non pubblicano rettifiche.
Conclusioni: ai giornali non gliene frega nulla di fottere il lettore e pubblicare notizie false. Non sono errori occasionali, è proprio metodo redazionale. Se questo è il loro modo di fare giornalismo, non si lamentino che il giornalismo sta morendo per colpa di Internet. Questo tipo di giornalismo merita di morire.
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Lo strumento italiano MARSIS a bordo della sonda europea Mars Express, in orbita intorno a Marte da quasi 15 anni, ha rilevato segnali radar compatibili con la presenza di uno strato significativo di acqua liquida sotto la superficie di Marte, a circa 1,5 km di profondità, nella regione del Planum Australe, la pianura vicina al polo sud del pianeta, in un’area larga circa 20 chilometri. Ne ha dato notizia oggi l’Agenzia Spaziale Italiana.
Credit: Agenzia Spaziale Italiana (ASI). La zona colorata indica i segnali compatibili con la presenza d’acqua.
I dettagli della scoperta sono pubblicati sulla rivista scientifica Science, nell’articolo Radar evidence of subglacial liquid water on Mars. Si ipotizza, sulla base dei dati, che l’acqua sia salata, perché altrimenti a quella profondità le basse temperature la farebbero ghiacciare. Un ambiente di questo tipo, protetto dalle radiazioni provenienti dallo spazio, potrebbe essere congeniale alla vita.
Ma come nota Emily Lakdawalla su Planetary.org, a quella profondità la temperatura dovrebbe aggirarsi intorno ai -68°C, per cui dovrebbe trattarsi di acqua molto, molto, molto salata.
Inoltre Lakdawalla sottolinea che le dimensioni indicate per il possibile lago sotterraneo sono vicine al limite della risoluzione dello strumento MARSIS, e lo confermano gli stessi ricercatori (“For most Martian areas, MARSIS lateral resolution is about 10 – 30 km whereas along track resolution is 5 – 10 km after Synthetic Aperture Radar (SAR) processing”, R. Orosei et al., Supporting online material, Science), per cui servirebbero strumenti molto più sensibili per determinare con precisione le dimensioni del ritrovamento.
Data l’importanza della possibile scoperta, che consentirebbe per esempio di attingere alle risorse locali invece di dover portare l’acqua dalla Terra, è opportuno avere molta cautela e attendere conferme ulteriori. La tecnica usata è molto sofisticata e solitamente affidabile, ma non è un’osservazione diretta, e sappiamo che l’Universo spesso riserva sorprese a chi si fa prendere troppo dall’entusiasmo.
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Quando ho scritto questo articolo nel quale riferivo le prime informazioni non ufficiali sulle cause dello schianto su Marte della sonda Schiaparelli ci sono state un po’ di polemiche e di reazioni incredule nei commenti. Adesso è uscita la spiegazione ufficiale dell’ESA, che a pagina 12 del PDF EXOMARS 2016 – Schiaparelli Anomaly Inquiry (linkato in fondo alla pagina) riporta questa frase:
Because of the error in the estimated attitude that occurred at parachute inflation, the GNC Software projected the RDA range measurements with an erroneous off-vertical angle and deduced a negative altitude (cosinus of angles > 90 degrees are negative). There was no check on board of the plausibility of this altitude calculation
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La prima cosa che si chiedono tutti non è come andare su Marte, ma perché mai vorremmo andarci, ammesso di poterlo fare. Già: chi mai vorrebbe andare a vivere in un mondo incontaminato, tutto da esplorare, insieme alle menti migliori dell’umanità, in una colonia autosufficiente, in un ambiente impegnativo e ricco di sfide, lontano e al riparo dalle diarree mentali dei politici, dei complottisti, degli sciachimisti, degli antivaccinisti, di Roberto Giacobbo e dal rischio di autodistruzione per epidemie, riscaldamento globale, guerra nucleare o semplice, inesorabile coglionaggine collettiva?
Elon Musk ha le idee molto chiare in proposito: a costo di essere scambiato per pazzo, dice spesso che l’unico modo per garantire la sopravvivenza a lungo termine della specie umana è colonizzare anche altri pianeti oltre alla Terra, in modo da non avere tutte le uova nello stesso paniere. Un concetto di pura, istintiva sopravvivenza, semplice e comprensibile da chiunque. Meno semplice è come realizzare questa colonizzazione.
Ieri Musk, nel corso di un’ora abbondante di conferenza pubblica all’International Astronautical Congress (IAC) a Guadalajara, in Messico, ha presentato la sua proposta: non si tratta solo di un video accattivante (che trovate qui sotto), ma di un piano tecnicamente dettagliato, al quale Musk e SpaceX hanno chiaramente dedicato molta attenzione e per il quale sono già stati costruiti i primi componenti sperimentali. Un piano che non solo è tecnicamente fattibile, dato che non richiede alcuna nuova scoperta scientifica, ma che è anche economicamente sostenibile. Musk, nella sua presentazione, ha dedicato molto tempo alla questione dei costi: un aspetto che mancava completamente nei piani di esplorazione marziana di Wernher Von Braun di cinquant’anni fa, spinti solo dalla politica. Qui, invece, lo sguardo è verso le stelle ma la mano è sul portafogli.
Il video presentato da Musk è puro space porn: il razzo più grande mai costruito, capace di portare centoastronauti per volta fino a Marte e di essere riutilizzato interamente più volte; un veicolo spaziale di rifornimento in volo; e un impianto di produzione di propellente su Marte che utilizza le risorse locali. Musk dice che il video è basato su progetti tecnici concreti (i modelli ingegneristici CAD creati da SpaceX) e non è una semplice rappresentazione artistica (anche se personalmente ho qualche riserva sulla plausibilità di quel colossale finestrone anteriore, della torre di lancio snellissima e del secondo veicolo parcheggiato accanto alla rampa).
Interstellar, mangia la mia polvere.
Musk presenta il suo progetto (PDF) senza slanci retorici, quasi sottotono, con la sua caratteristica cadenza esitante, come se stesse presentando un nuovo modello di telefonino che ha le icone disposte così invece che cosà invece che una flotta di astronavi per la colonizzazione di un pianeta. E man mano le obiezioni di pancia, che vengono spontanee di fronte all’idea di astronavi da cento passeggeri e di un milione di abitanti su Marte entro cent’anni, vengono smontate.
La diretta della presentazione di Elon Musk è archiviata qui su Youtube; una versione ripulita, senza i venti minuti di musichetta d’attesa iniziale e la sessione di domande e risposte, è qui sotto.
Costi, costi, costi
Esplorare lo spazio con i costi di missioni come quelle lunari degli anni Sessanta (circa 10 miliardi di dollari di oggi per persona portata sulla Luna) è insostenibile. Per far scendere i costi bisogna puntare sulla riusabilità completa dei veicoli, sul rifornimento in orbita, sulla produzione di propellente in loco, e sul tipo di propellente adatto.
La riusabilità è in via di sviluppo (il primo stadio dei Falcon 9 di SpaceX l’ha dimostrata); il rifornimento in orbita è in fase sperimentale su piccoli satelliti; la produzione in loco di propellente è fattibile se si sceglie una materia prima disponibile su Marte. E su Marte c’è la possibilità di produrre ossigeno e metano. Ovviamente serve un propulsore a metano: c’è, si chiama Raptor e ha completato con successo il primo test di accensione pochi giorni fa. A parità di dimensioni, ha il triplo della spinta dei motori attuali di SpaceX. E SpaceX ha già dimostrato di saper fabbricare un gran numero di motori per i suoi razzi Falcon 9, che ne usano nove per volta.
Profilo di missione
Nella visione di Elon Musk, il razzo gigante, alto 122 metri e largo 12, pesante 10.500 tonnellate al decollo, più grande dell’immenso Saturn V che portò i primi astronauti sulla Luna, decolla da Cape Canaveral, proprio dalla Rampa 39A dalla quale partirono le missioni lunari. Una rampa che SpaceX sta già adattando alle proprie esigenze di lancio.
Il primo stadio ha ben 42 motori (un numero che piacerà molto ai fan della Guida Galattica per Autostoppisti), di cui i sette centrali sono orientabili, e torna a Terra atterrando verticalmente, come fa oggi il primo stadio del Falcon 9, ma con precisione ancora maggiore: si posa direttamente sulla rampa dalla quale è partito.
Questo primo stadio è un mostro: è capace di portare in orbita terrestre circa 550 tonnellate in un solo volo (se si rinuncia al rientro controllato, altrimenti scendono a 330). Per intenderci, un Saturn V ne portava 135. Se volete un altro paragone, un solo razzo come quello proposto da SpaceX sarebbe in grado di mettere in orbita l’intera Stazione Spaziale Internazionale in un colpo solo.
L’astronave vera e propria costituisce il secondo stadio del razzo gigante e viene parcheggiata
in orbita intorno alla Terra con i serbatoi quasi vuoti perché ha
consumato quasi tutto il propellente per raggiungere l’orbita. Viene raggiunta da veicoli di rifornimento, sempre lanciati con l’aiuto del primo stadio e basati sullo stesso progetto dell’astronave, per contenere i costi di sviluppo.
Quando ha fatto il pieno, l’astronave (il cui primo esemplare Musk vorrebbe battezzare Cuore d’Oro o Heart of Gold, sempre citando la Guida Galattica) viene caricata di astronauti con un altro volo e poi parte verso Marte, dove arriva dopo circa tre mesi di viaggio (può viaggiare velocemente perché ha molto propellente che le consente di accelerare e poi frenare), sfruttando pannelli fotovoltaici a ventaglio per generare circa 200 kW di energia elettrica per i sistemi di bordo.
Arrivata a Marte, scende sulla superficie utilizzando inizialmente uno scudo termico per frenare sfruttando la tenue atmosfera del pianeta e poi i motori di discesa per rallentare e infine effettuare un atterraggio verticale: tecnica già dimostrata da SpaceX sulla Terra, dove la gravità maggiore di quella marziana è una sfida molto più impegnativa.
Su Marte, trasportato da una missione precedente, c’è un impianto di estrazione e produzione di metano e ossigeno che consente di rifornire l’astronave. Terminato il rifornimento, l’astronave riparte verso la Terra (per decollare da Marte non ha bisogno del primo stadio gigante che serve sulla Terra), dove rientra usando prima lo scudo termico multiuso per la frenata iniziale e poi i motori per rallentare ulteriormente e atterrare in verticale.
I viaggi partirebbero ogni due anni, quando Marte è alla distanza minima dalla Terra, a una sessantina di milioni di chilometri, e le astronavi formerebbero periodicamente una flotta, anche di mille unità, distribuite su varie fasi e in vari punti del sistema solare; la produzione in massa ridurrebbe i costi unitari.
Costi, costi, costi (ancora)
Se il primo stadio viene usato 1000 volte, il veicolo di rifornimento 100 volte e l’astronave una dozzina di volte, Musk stima che i costi di un viaggio possano scendere a circa 200.000 dollari a persona (o per tonnellata di carico). A queste cifre, e solo a queste cifre, diventa realistico parlare di colonizzazione di Marte e non di semplici missioni mordi e fuggi.
Musk è consapevole del fatto che non ha un piano finanziario che gli consenta di trovare i dieci miliardi di dollari che servono per arrivare al primo veicolo (se tutto va bene) e non c’è una speranza di ritorno economico da una flotta di navi coloniali che, dice esplicitamente durante la conferenza, richiama quella di Battlestar Galactica. Non è l’unica citazione nerd della serata: oltre alla già menzionata Guida Galattica, Musk sdrammatizza la mancanza di un piano finanziario con un’immagine che dice letteralmente che le tappe sono “rubare mutande, lanciare satelliti, mandare cargo e astronauti alla ISS, Kickstater, guadagnare.” La questione del furto di biancheria intima deriva da una puntata di South Park, dove gli gnomi avevano un piano finanziario altrettanto irrealistico basato proprio sul furto di mutande.
Semplificazione ed efficienza
I costi del veicolo si riducono usando una struttura in fibra di carbonio invece di quella metallica attuale e semplificandone il funzionamento: invece di pressurizzare il propellente liquido usando serbatoi supplementari di elio (come avviene oggi sui Falcon 9, per esempio), si usa direttamente il propellente stesso, una cui frazione viene convertita in gas. Elegante.
L’astronave, fra l’altro, è in grado (secondo Musk, perlomeno) di raggiungere l’orbita terrestre da sola, anche senza primo stadio, se si riduce drasticamente il carico a bordo (lo dice a 54 minuti dall’inizio). Se è vero, sarebbe il coronamento del sogno astronautico di un veicolo SSTO (Single Stage To Orbit), già tentato in tante occasioni passate.
Tempi di marcia
Musk pensa di avere pronto il primo stadio entro quattro anni da oggi (per i primi voli di collaudo suborbitali) e l’intero sistema entro una decina. Una capsula Dragon verrà lanciata per atterrare su Marte fra due anni, nel 2018 usando il Falcon Heavy. Tutto questo, s’intende, se non ci sono intoppi e sorprese: ma nel settore aerospaziale ci sono sempre (il Falcon Heavy, tanto per fare un esempio, non ha ancora volato ed è in ritardo sulle date previste). Ma Musk ragiona su una scala di quaranta e più anni, per cui c’è margine per qualche slittamento. Comunque il primo pezzo del grande veicolo, un enorme serbatoio sperimentale per l’ossigeno liquido, è già stato costruito.
Non solo Marte
Una delle più grandi sorprese della presentazione di Elon Musk è che non propone un veicolo fatto su misura per Marte, ma un’astronave concepita per essere usabile anche in molti altri posti del Sistema Solare, perché non usa ali o paracadute che dipendono dalla presenza di un’atmosfera. Se ci sono punti di rifornimento intermedi, può viaggiare fino a Giove o Europa e anche oltre, fino ai pianeti esterni, incluso Plutone, atterrando sui loro satelliti e ripartendo senza bisogno di un primo stadio. Musk, tuttavia, umoristicamente la sconsiglia per i viaggi interstellari.
Per la protezione contro le radiazioni, specialmente in caso di attività solare intensa e viaggi lunghi, è previsto un campo magnetico deflettore, combinato con il puntamento dei motori verso il Sole in modo da usarli come schermatura per le radiazioni provenienti dal Sole e con una grande massa d’acqua a bordo. Non si sa quanto possa essere efficace tutto questo per campi elettromagnetici intensissimi come quelli che circondano Giove e i suoi satelliti.
Fra l’altro, l’astronave, da sola, sarebbe anche usabile come trasporto terrestre iperveloce: da un capo all’altro del mondo in 45 minuti. Da New York a Tokyo in 25 minuti. Un volo transatlantico in dieci. Il problema principale sarebbe il rumore, per cui sarebbero necessarie basi di atterraggio al largo della costa.
Ma è credibile tutto questo?
Musk non ha perso l’occasione per sottolineare che SpaceX, nel 2002, era solo “moquette e una banda di mariachi”. Oggi rifornisce la Stazione Spaziale Internazionale (dal 2012), mette in orbita satelliti per telecomunicazioni e fa atterrare verticalmente i primi stadi dei suoi vettori per riutilizzarli, cosa che nessuno ha mai fatto prima (il primo lancio di un vettore che ha già volato è previsto a breve). Se tanto ci dà tanto, se i fondi ci sono e se c’è l’interesse, non c’è motivo di pensare che questo piano colossale di colonizzazione marziana, per quanto ambizioso, non sia tecnicamente fattibile, a patto di accettare delle perdite umane (come ha sottolineato Musk).
Personalmente credo che l’ostacolo più grande sia la questione etica dell’interferenza con eventuali forme di vita marziane. Se ci andiamo in massa e decidiamo di trasformarne l’atmosfera per renderlo abitabile, bisognerà decidere che non c’è speranza di trovare vita su Marte e che il pianeta è sterile, per cui possiamo sfruttarlo. Questa questione non è stata toccata da Elon Musk durante la presentazione (ma, mi dicono nei commenti qui sotto, ne ha parlato nella conferenza stampa post-evento).
Musk ha invece detto molto chiaramente che ha più soldi di quanti ne possa mai spendere in una vita e che quindi l’unica motivazione che ha per lavorare e guadagnarne altri è l’esplorazione dello spazio. Si è messo a nudo, molto schiettamente, parlando di morti da mettere in preventivo e presentando oggi la mappa dettagliata della sua ambizione ultima, l’obiettivo finale al quale tende tutta la sua vita. E con motivazioni del genere, molto meno variabili dell’umore e delle convenienze elettorali di un governo, c’è poco da scherzare.
Con cauto entusiasmo staremo a vedere: di certo il boss di SpaceX e Tesla ci ha già regalato una visione e una speranza che non si vedevano dai tempi delle missioni Apollo, quando sembrava che l’Universo fosse a portata di mano di chiunque avesse determinazione, risorse, intelligenza e coraggio. Chissà se questa è la volta buona.
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Cliccate pure sull’immagine e godetevela ingrandita. Poi, se vi serve uno sfondo per il vostro computer (o per la vostra parete), scaricate l’originale. E perdetevi sulle colline e le valli di Marte: siete nella Marathon Valley, vista attraverso gli occhi del veicolo robotico Opportunity. Con le notizie che arrivano dalla Terra, ogni tanto ci vuole uno sguardo verso orizzonti più puri.
Foto scattata su Marte dalla sonda Curiosity il 10 e 11 aprile. 22.666 x 5838 pixel. Smettete di leggere, cliccate sul link all’originale a piena risoluzione e raccattate la mascella mandibola dal pavimento. Siete su Marte.
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Ci vorranno probabilmente decenni prima che qualcuno possa camminare su Marte e guardarsi intorno, ma i nostri emissari robotici sono già lì e le loro immagini possono essere composte per creare panorami che approssimano molto bene la sensazione di essere sul pianeta rosso.
Se avete un oculare per la realtà virtuale anche modesto, come per esempio Google Cardboard, potete guardarvi intorno spostando la testa con questo video, basato su immagini recentissime (sono state scattate dal rover Curiosity su Marte un mese e mezzo fa):
Se non avete un oculare, potete comunque guardarlo su uno smartphone o tablet e guardarvi intorno spostando il dispositivo. E se non avete neanche questi dispositivi ma un buon monitor, provate la versione ad altissima risoluzione, zoomabile a livelli impressionanti, che trovate qui su Trustedphoto.com. Buona visione.
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Il veicolo robotico Curiosity sta ancora esplorando Marte: è facile dimenticarsi di quanto sia incredibilmente eccezionale questa frase. A decine di milioni di chilometri da noi, su un altro pianeta, c’è un nostro emissario meccanico. Un emissario che oltre ad analizzare il suolo marziano scatta migliaia di foto e le manda a Terra, dove sono a disposizione di chiunque. C’è chi preferisce sprecare il proprio tempo trovando in queste foto piramidi, umanoidi e altre allucinazioni, e chi invece mette insieme queste foto per creare autoritratti incantevoli come questo, che è opera di Paul Hammond e mostra Curiosity alla base di una duna sabbiosa che sta esplorando con molta cautela per non incagliarsi.
Non fermatevi alla versione piccola che ho pubblicato qui: andate a prendervi l’originale su Flickr, che misura 10400 per 4732 pixel, e divertitevi considerando che state guardando granelli di polvere che stanno su un altro pianeta.
Tanto per darvi un assaggio di cosa vuol dire una risoluzione come quella di questa foto composita, questa è la ruota posteriore sinistra del veicolo: