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No, neanche stavolta Marte sarà grande come la Luna il 27 agosto

No, neanche stavolta Marte sarà grande come la Luna il 27 agosto

La bufala di Marte che sarà grande come la Luna è tornata puntuale anche quest’anno, accompagnata dall’immagine qui accanto e da questo testo: “Il 27 agosto Marte sarà visibile ad occhio nudo e sarà grande come la Luna. La prossima volta accadrà nel 2287.”

Balle. Marte è sempre visibile a occhio nudo: basta sapere dove guardare nel cielo notturno. E naturalmente neanche quest’anno sarà grande come la Luna: resterà un puntino come al solito.

Chi diffonde questa panzana non sta facendo un favore a nessuno, men che meno a se stesso: sta soltanto dimostrando di essere ignorante in astronomia e incapace di usare Google, visto che lo sbufalamento è in giro da anni ed è a portata di clic: basta avere l’abitudine di controllare prima di inoltrare. La mia indagine antibufala è qui sin dal 2009.

Due autoritratti straordinari di Curiosity su Marte

Due autoritratti straordinari di Curiosity su Marte

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Questo autoritratto del robot Curiosity della NASA su Marte è stato scattato il 6 ottobre scorso presso il sito soprannominato Big Sky, dove il trapano di Curiosity ha raccolto il quinto campione di roccia delle pendici del Monte Sharp. Il link diretto per scaricare la versione a massima risoluzione (7149 x 10036 pixel) di questo selfie da un altro pianeta è questo.

La foto è una composizione di decine di immagini scattate nel corso della giornata mediante la fotocamera MAHLI che sta all’estremità del braccio robotico di Curiosity. Il braccio non è visibile (ma la sua ombra sì) perché durante le singole foto è stato spostato man mano in modo da essere sempre fuori dall’inquadratura, dando l’effetto di una foto scattata da qualcun altro, come già avvenuto in altre occasioni, come per esempio questa e questa.

L’orizzonte nella foto è in realtà pianeggiante, ma sembra in pendenza perché i creatori dell’autoritratto hanno scelto di allineare l’inquadratura rispetto allo strumento ChemCam che sovrasta Curiosity.

Per dare un’idea delle dimensioni di Curiosity, le ruote hanno un diametro di 50 centimetri e sono larghe circa 40 centimetri. Il foro trapanato della roccia ha un diametro di 16 millimetri.

Un altro autoritratto composito di Curiosity, visto dal basso, risale al 5 agosto scorso ed è scaricabile a piena risoluzione in due versioni: questa e questa.

Se vi può essere utile una spiegazione grafica di come funziona la manovra per nascondere il braccio che regge la fotocamera, date un’occhiata qui sotto.

La NASA oggi annuncerà la soluzione di un “mistero marziano”. Tranquilli, niente ET neanche stavolta

La NASA oggi annuncerà la soluzione di un “mistero marziano”. Tranquilli, niente ET neanche stavolta

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La NASA ha annunciato per oggi una “importante scoperta scientifica derivante dall’esplorazione continua di Marte”. La scoperta verrà resa nota durante una conferenza stampa alle 11:30 EDT di oggi (17:30 ora dell’Europa centrale).

Visto il precedente dell’annuncio in pompa magna della NASA rivelatosi poi abbastanza deludente rispetto all’attesa creata, non è il caso di scaldarsi immaginando, come stanno facendo alcuni (hashtag #askNASA e Mars su Twitter, per esempio), che la NASA abbia intenzione di annunciare la scoperta della vita o altre cose altrettanto clamorose.

I dettagli della notizia sono già stati diffusi nei giorni scorsi a vari giornalisti specializzati in tutto il mondo, come è consuetudine della rivista Nature Geoscience che ha chiesto l’embargo: se fosse qualcosa di davvero clamoroso, qualcuno avrebbe violato l’embargo. Inoltre la notizia circola già negli ambienti delle prepubblicazioni. Tra poco, comunque, lo sapremo direttamente dalla conferenza stampa, che riassumerò qui in tempo reale.

17:15 CET

C’è acqua liquida corrente oggi su Marte. La notizia è uscita su varie fonti qualche minuto prima dell’inizio della conferenza stampa (Le Scienze, Focus, La Stampa, BBC).

Le striature scure viste lungo i pendii nelle immagini di Marte dalle sonde in orbita sono associate a depositi di sali che possono alterare il punto di congelamento e di evaporazione dell’acqua nella tenue atmosfera marziana e quindi consentirle di restare fluida in superficie abbastanza a lungo da permetterle di scorrere. Si tratta di acqua salmastra e quindi poco ospitale per la vita come la conosciamo.

L’articolo scientifico su Nature Geoscience è stato pubblicato qui e poi (temporaneamente) rimosso.

Sintesi della conferenza stampa

La scoperta di oggi, dicono in conferenza stampa, suggerisce che possa esserci vita su Marte oggi (il problema sarà che le regole di protezione della possibile vita extraterrestre vietano di far atterrare sonde nelle zone dove c’è acqua per evitare il rischio di contaminazione).

Le striature sono note da vari anni (dal 2010 circa) e sono un po’ ovunque su Marte: ce ne sono anche nella zone di Mouth Sharp, dove si trova attualmente Curiosity. Oggi abbiamo identificato la natura chimica di queste striature: l’acqua è un loro componente fondamentale. Va notato che gli strumenti non hanno avvistato direttamente acqua corrente su Marte ma hanno rilevato la presenza dei sali che si depositano normalmente nel terreno quando vi scorre sopra dell’acqua salmastra. Le striature sono stagionali: si formano a fine primavera, si ingrandiscono in estate e svaniscono in autunno.

La tracce spettroscopiche sono compatibili con i perclorati, che sono stati trovati su Marte anche vicino ai luoghi di atterraggio di Phoenix e Curiosity. I perclorati sono in grado di assorbire l’acqua dall’atmosfera e quindi offrono un modo per mantenere una presenza d’acqua in superficie.

La presenza d’acqua è un potenziale bonus per l’esplorazione umana di Marte, perché significa che gli astronauti potranno sfruttare l’acqua presente invece di doverla portare dalla Terra. Ma bisognerà decidere se davvero vogliamo mandare su Marte delle collezioni ambulanti di batteri e microbi vari che potrebbero contaminare il pianeta e sopraffare eventuali forme di vita esistenti.

Non solo: questa scoperta pone anche domande importanti sulle missioni robotiche. Non è un caso che il rover previsto per il 2020 abbia un divieto specifico di avvicinarsi a zone con acqua o ghiaccio d’acqua a causa della presenza a bordo del generatore nucleare, che emana calore (fonte).

Jon Grunsfeld dice una frase che verrà sicuramente fraintesa da tutti i fufologi: “Sappiamo che c’è vita su Marte”. Poi aggiunge subito: “…perché ce l’abbiamo mandata noi” (tramite le sonde, che hanno comunque un residuo di contaminazione microbica).

Una cosa è certa: la scienza sta progredendo talmente in fretta che The Martian è obsoleto ancora prima di uscire al cinema.

È disponibile ora il comunicato stampa ufficiale della NASA.

Trovato un cucchiaio su Marte: stavolta non è un’illusione ottica

Trovato un cucchiaio su Marte: stavolta non è un’illusione ottica

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alla gentile donazione di “newfil*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2015/09/05 00:30.

Quella mostrata qui accanto è una foto reale, non ritoccata, proveniente da Marte, scattata dalla sonda Curiosity, e quello al centro è davvero un oggetto a forma di cucchiaio. Niente Photoshop, nessun inganno della prospettiva; l’ombra è vera e delinea le forme correttamente.

I fufologi si calmino, perché non c’entrano i marziani distratti: il cucchiaio è una struttura scolpita dal vento nella roccia marziana. Una spettacolare dimostrazione di quello che la natura sa fare quando ha tempo, ci si mette d’impegno e non ci sono pioggia, piante o animali a disturbare le sue fragili sculture (e la gravità è un quarto di quella terrestre).

L’immagine è un dettaglio di questa foto originale:

Image Credit: NASA/JPL-Caltech/MSSS

La foto è stata scattata il 30 agosto scorso. Il “cucchiaio” si trova nella zona in basso e al centro e misura una decina di centimetri, secondo questi calcoli di Emily Lakdawalla della Planetary Society.

Non è l’unica roccia scolpita in forme affusolate e lamellari dal sottile ma abrasivo vento di Marte nella zona esplorata dalla sonda, come si nota in queste foto. Naturalmente la nostra familiarità con la forma di un cucchiaio fa risaltare subito questa specifica formazione rocciosa, ma nella stessa area ce ne sono molte altre straordinariamente scolpite ed erose con forme meno familiari. Qualcuna è visibile in questa panoramica composita, soprattutto sulla destra:

Se siete capaci di vedere gli stereogrammi o avete un paio di occhialini 3D con i filtri rossi e blu potete anche vedere il “cucchiaio” in tre dimensioni grazie al lavoro di Atomoid su Unmanned Spaceflight, che ha combinato due immagini della stessa zona scattate da Curiosity, ottenendo risultati impressionanti: emerge perfettamente la complessità delle forme, che si perde completamente nella versione 2D, e si nota bene il fatto che il “cucchiaio” è attaccato alle rocce adiacenti nella parte iniziale del “manico”.

Se qualcuno ha tempo di preparare una wiggle GIF, la pubblico volentieri.

2015/09/03 11:15

Ecco la wiggle GIF preparata da Riccardo Rossi (RikyUnreal):

Ho scelto quella di RikyUnreal perché al mio occhio è quella che produce l’effetto più intenso, ma le altre che ho ricevuto sono qui: Ufoofinterest, Davide, Bettella87 e Maxspace.

Segnalo inoltre un bel documento PDF della NASA che mostra esempi di come il vento può lavorare la roccia anche sulla Terra in forme incredibili.

Lo yeti fra i ghiacci di Marte

Lo yeti fra i ghiacci di Marte

I marziani hanno dodici mani. E due piedi?

Continua la serie di “misteri” riguardanti le foto che arrivano dalla sonda Phoenix arrivata pochi giorni fa su Marte. Considerate questa serie di articoli come una sorta di vaccinazione anti-Voyager e simili, visto che prima o poi qualche programma di pseudoscienza farà finta che tutto questo sia inspiegabile e ne tirerà fuori il solito polpettone con alieni, cerchi nel grano, Maya e codici segreti dei templari.

Per esempio, è quasi inevitabile che questa foto stereoscopica sia indicata come una prova della presenza di forme di vita evolute sul pianeta rosso: un’impronta di un piede triangolare. Sapranno i vari conduttori e animatori di fuffa radiotelevisiva andare a scoprire cos’è in realtà quell’impronta? Per garantire che si guadagnino lo stipendio invece di scroccare la soluzione spacciandola per uno scoop, l’ho nascosta non troppo bene nell’articolo che state leggendo.

Non occorre inventarsi misteri per trarre piacere e meraviglia dalla scienza, come credo dimostri questa foto spettacolare della Phoenix immortalata mentre scende appesa al paracadute nella tenue atmosfera marziana, o lo speciale DVD rinforzato, trasportato dalla Phoenix e diventato un backup off-site della cultura umana (include messaggi di Arthur Clarke, Carl Sagan, Isaac Asimov, Ray Bradbury, la versione radio de La guerra dei Mondi di Orson Welles, e tante opere letterarie oltre a 250.000 nomi di semplici cittadini del pianeta Terra), o la scoperta di una macchia liscia e chiara sotto la Phoenix che sembra proprio essere ghiaccio portato alla luce dai getti dei retrorazzi della sonda:

Gli oggetti a tronco di cono in alto nella foto sono gli ugelli di Phoenix: le strutture che si vedono sotto sono le zampe della sonda. La forma dell’ombra delle zampe indica che il suolo marziano è stato smosso per diversi centimetri di profondità. Un’altra foto della lastra (la cui natura non è ancora stata confermata) è qui.

Misteri marziani: il luccichio non è un pezzo di sonda

Misteri marziani: il luccichio non è un pezzo di sonda

Dettagli strani nelle foto da Marte: oggetti riflettenti o difetti della fotocamera?

Di recente ho segnalato le miniteorie di complotto che circondano alcune foto della sonda Phoenix, sbarcata da poco su Marte, che sta preparandosi a scavare nel suolo polare del pianeta alla ricerca di acqua, in una corsa contro il tempo prima che finisca il “sole di mezzanotte” di quelle latitudini e arrivi il ghiaccio delle calotte polari ad inghiottirla.

In particolare, la foto di cui mostro un dettaglio qui accanto (tratta da qui) ha acceso le fantasie di molti per quel luccichìo anomalo all’orizzonte. Alcuni lettori mi hanno segnalato questo filmato, realizzato dalla Nasa componendo varie foto scattate da Phoenix: vi si scorgono il paracadute, la backshell (una parte dello scudo protettivo), lo scudo termico e il cratere d’impatto dello scudo stesso.

Alcuni hanno pensato che il luccichio che si vede a destra in questo fotogramma fosse lo stesso della foto “misteriosa”, ma la conformazione dell’orizzonte è molto diversa da quella che si vede nella foto con il luccichìo irrisolto (anche considerando che la foto è stirata verticalmente otto volte, come spiegato qui). Però la forma del luccichìo, in entrambe le foto, è molto simile, e questo sembra togliere plausibilità all’ipotesi di un difetto della fotocamera e avvalorare quella di un riflesso autentico. Mumble, mumble…

Nel frattempo, ecco qualche altra foto della zona: il paracadute e la backshell visti dall’alto, una vista d’insieme della sonda e dei pezzi che ha lasciato in giro, e quella che credo sia una delle immagini più straordinarie della storia dell’esplorazione spaziale automatica: ricordate la foto della Phoenix scattata dallo spazio mentre sta atterrando, appesa al proprio paracadute? Ebbene, questa è l’immagine panoramica (cliccatevi sopra per godervela a risoluzione piena):

Come spiega la pagina di presentazione Nasa di questa foto, l’immagine acquisita dal componente HiRISE della sonda automatica orbitante Mars Reconnaissance Orbiter mostra un cratere largo circa 10 chilometri nel quale sembra che Phoenix stia entrando, ma in realtà è un effetto prospettico: il cratere si trova circa 20 km più indietro rispetto alla sonda, che plana appesa al proprio paracadute.

Rendiamoci conto. Noi, piccoli fragili primati, siamo riusciti a mandare su Marte, a 200 milioni di chilometri di distanza, dei veicoli automatici e siamo riusciti a comandarli con così tanta precisione che uno è riuscito a fare la foto all’altro mentre atterrava. Abbiamo portato su Marte una piccola scavatrice che tra poco inizierà a raspare nel suolo di un altro pianeta. Riceviamo da Marte le informazioni meteo: massima -30°C, minima –80°C, pressione 8,5 millibar, assenza di vento. E lo abbiamo fatto adesso, senza mettere a rischio neanche una vita umana, con una spesa di circa 500 milioni di dollari, secondo NasaWatch: l’equivalente di un giorno e mezzo di guerra in Iraq (secondo Cost of War).

Risultati e dati come questi dimostrano quanto l’umanità, quando ci si mette, sappia essere grande, ma anche quanto abbia un talento naturale per l’idiozia smisurata.

Nuovo sbarco su Marte, con inevitabile complotto

Nuovo sbarco su Marte, con inevitabile complotto

La Phoenix atterra su Marte

La sonda automatica Phoenix è riuscita a posarsi correttamente sul suolo marziano domenica notte e ha già iniziato a inviare le prime immagini. Una di queste, in particolare, sta cominciando a far mormorare gli appassionati di misteri e cospirazioni (cliccatevi sopra per ingrandirla):

Se guardate appena sotto l’orizzonte, leggermente a destra della mezzeria, trovate una forma decisamente anomala:

E’ una torre di cristallo aliena? Un riflesso del sole sulla cupola trasparente della tuta di un marziano che sta venendo a vedere chi gli è arrivato in casa? Come avviene sempre in questi casi, la fantasia di chi non ha fantasia si scatena secondo i soliti, stanchi binari. E’ con tutta probabilità un semplice difetto di acquisizione dell’immagine, di quelli osservabili in altre foto marziane, dovuti a un picco localizzato di luminosità o a un’interferenza elettromagnetica più intensa della media.

La superficie di Marte è esposta alle radiazioni provenienti dal Sole molto più di quella terrestre, e queste radiazioni possono interferire con i sistemi elettronici delle sonde (che sono progettate per sopportarle solo fino a un certo limite). Le fotocamere digitali della Phoenix, come in tutti i veicoli che l’hanno preceduta, non sono pensate per scattare foto ricordo, ma per sopravvivere a mesi di viaggio nel vuoto dello spazio, al freddo estremo di Marte (-133°C) che farebbe schiattare una fotocamera normale, e per acquisire immagini in bianco e nero, pensate più per ottenere misure e rilievi che per emulare Ansel Adams.

Le foto a colori che vengono mostrate sono infatti una composizione di più foto in bianco e nero scattate attraverso appositi filtri per ottenere qualcosa che somiglia al colore naturale: non sono uno scatto singolo.

Anche le forme poligonali visibili sul terreno hanno un’aria misteriosamente regolare, ma in realtà sono prodotte dal periodico congelamento e scioglimento dell’acqua nel sottosuolo marziano, esattamente come avviene sulla Terra. Anzi, Phoenix è stata mandata in quella zona, verso il polo nord di Marte proprio perché queste forme poligonali sono state viste dalle sonde orbitanti e sono sintomo di presenza d’acqua. Phoenix ha un braccio lungo oltre due metri che verrà usato per scavare e cercare quest’acqua, così importante per alimentare le speranze di trovare vita su Marte.

Per saperne di più sulla tecnologia di questa sonda “riciclata” (fatta in gran parte con componenti provenienti da missioni annullate o fallite, da cui il nome Phoenix, fenice, per ricordare il mitico uccello che risorgeva dalle proprie ceneri), ecco qualche coordinata:

  • La sezione del sito della NASA dedicata alla Phoenix, con splendide animazioni (questa, in particolare, sembra il trailer di un film);
  • La straordinaria foto della Phoenix mentre scende appesa al proprio paracadute, scattata dalla sonda automatica orbitante Mars Reconnaissance Orbiter: un’operazione di altissima precisione che dimostra quanto si possa fare con i sistemi automatici;
  • Un’altra sezione del sito NASA dedicata alla sonda, con un contatore per seguire il poco tempo (tre mesi circa) a disposizione della sonda prima di spegnersi per mancanza di energia solare ed essere probabilmente sommersa dall’espansione delle calotte polari marziane.
  • Il sito dell’Università dell’Arizona che raccoglie le foto trasmesse dalla sonda;
  • e le pagine dell’Università di Neuchâtel dedicate al potente microscopio a forza atomica realizzato per la missione, che è frutto della collaborazione di numerosi paesi.

Buona fortuna, Phoenix!

L’ESA ritrova il suo Bracchetto: la sonda Beagle-2, dispersa su Marte nel 2003

L’ESA ritrova il suo Bracchetto: la sonda Beagle-2, dispersa su Marte nel 2003

Figura 1. Beagle-2 come visibile
dall’HiRiSe camera (credit NASA)

L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha annunciato ieri, 16 gennaio, che la sonda Beagle-2 (beagle in italiano significa “bracco”) è stata ritrovata intatta sul suolo marziano. Beagle-2 venne inviata su Marte nel 2003 ma non se ne seppe più nulla a partire dalla separazione in orbita dalla navicella madre.

Il ritrovamento è opera di un ex collaboratore del progetto, Michael Croon, che dopo scrupolose analisi delle foto raccolte dalla fotocamera ad alta risoluzione HiRISE, aveva notato in una di esse qualcosa che poteva essere proprio la sonda perduta. Beagle-2, con un diametro di circa 2 metri, era al limite della risoluzione dello strumento montato a bordo del Mars Reconnaissance Orbiter (MRO) della NASA. Successive ricerche hanno confermato tuttavia il ritrovamento (figura 1), e hanno consentito di rintracciare anche altri componenti rilasciati durante l’atterraggio (figura 2).

Ma partiamo dall’inizio. L’ente spaziale britannico lanciò nel 2003 da Baikonur un lander, una sonda priva di ruote, che doveva atterrare su Marte per compiere alcune osservazioni. La sonda era assai sofisticata per l’epoca, e faceva parte della missione Mars Express. Il suo nome prendeva spunto da quello della nave a bordo della quale Charles Darwin fece il suo epico viaggio del mondo intorno al 1830. Fu proprio quel viaggio del Beagle a rivoluzionare le nostre conoscenze della vita sulla Terra e a fornire le prove dell’evoluzione. Analogamente, Beagle-2 venne invece pensata per verificare l’eventuale presenza di forme di vita passate e presenti su Marte.

La sonda disponeva di fotocamere stereo, di un microscopio, ed anche di un “trapano”, montato al termine di un lungo braccio meccanico pieghevole, in grado di estrarre campioni dal sottosuolo per eseguire successive analisi in situ.

Figura 2. La sonda Beagle-2, il paracadute (parachute) e il coperchio (rear cover) mostrano
in questa foto variazioni della luminosità con l’ora marziana compatibili con le caratteristiche
dei materiali usati (credit: University of Leicester, Beagle-2, NASA, JPL, University of Arizona).

Dopo essere entrata in orbita marziana, il 19 dicembre 2003 la sonda si separò come previsto dalla navicella madre, Mars Express. Per risparmiare massa e fondi, non era stato previsto l’invio di alcun dato di telemetria alla navicella madre. Sei giorni dopo, esattamente il giorno di Natale del 2003, l’ESA attese quindi un segnale di conferma del suo arrivo sulla superficie di Marte. Purtroppo non accadde nulla.

Diversi radiotelescopi e centri di ascolto, inclusa l’enorme antenna di Jodrell Bank, vennero allora puntati verso Marte, nel tentativo di raccogliere un minimo segnale di “vita” da Beagle-2. Ancora nulla. Dopo qualche mese le ricerche vennero abbandonate, causando grande frustrazione nei circoli scientifici, soprattutto del Regno Unito, dove un consorzio universitario aveva concepito la sonda. Il disastro causò certamente un ripensamento nella politica spaziale britannica, e il suo successore, Beagle-3, non vide mai la luce.

Le ipotesi sulla fine di Beagle-2, in mancanza di alcun dato sensibile, furono molteplici. Il rapporto presentato dalla Commissione di inchiesta all’Agenzia Spaziale Europea (ESA) nel 2004 per chiudere la questione proponeva diversi scenari. Un paracadute che non si era aperto, un problema allo schermo ablativo richiesto durante la discesa nella sottile atmosfera marziana, il mancato funzionamento degli “airbag” prima del contatto col suolo. In molti cercarono senza successo di identificare i resti del lander o il paracadute nelle foto di Marte disponibili allora. Ciò rende ancora più sorprendente il fatto che in realtà, come si sa solo adesso, Beagle-2 era atterrato con successo a soli 5 km dal centro dell’enorme ellisse prevista per l’atterraggio, che aveva una dimensione di 500 per 100 km. Un errore di pochi punti percentuali quindi, che conferma la straordinaria qualità della missione e in particolare delle complesse manovre di EDL (“Entry, Descent and Landing”, o “Ingresso, discesa e atterraggio” in italiano).

Figura 3. Beagle-2 a circa 20 m da
Mars Express, dopo la separazione in orbita.
Questa era l’ultima sua foto circolante, fino
a ieri.

Ma quali furono le cause di quel silenzio radio, visto che, come sappiamo adesso, la sonda sembra essere atterrata intatta? Osservando le foto ad alta risoluzione del lander non si vede molto, ma si capisce che almeno uno dei cinque pannelli solari che dovevano aprirsi dopo l’atterraggio come petali di un fiore non lo fece, coprendo così le antenne ed impedendo qualsiasi comunicazione con l’esterno. Può essere che durante l’atterraggio gli enormi airbag che dovevano attutire l’urto facendolo rimbalzare più volte (una tecnica standard adottata anche per i rover Opportunity e Spirit della NASA, sebbene non per Curiosity) non hanno funzionato a dovere, provocando una leggera deformazione ad uno dei mille meccanismi necessari all’apertura dei pannelli solari. Nessuno potrà dirlo con certezza fino al giorno in cui non si potrà fare della “archeoastronautica” su Marte, un possibile passatempo di futuribili turisti e coloni.

Fig. 4 – Prof. Colin Pillinger accanto alla sua creatura,
Beagle-2. Notare la disposizione “a fiore” dei
pannelli solari e le compatte dimensioni del lander
(credit: STFC, UK).

Ma possiamo anche domandarci se questo ritrovamento sia stato realmente una bella notizia per i progettisti e gli scienziati che hanno collaborato al progetto. Difficile rispondere. Ottenere i finanziamenti per una sonda, progettarla e costruirla arrivando fino al lancio richiede una gigantesca testardaggine e dedizione, e impegna spesso oltre metà della vita professionale di uno scienziato. Per questo un fallimento è particolarmente bruciante in questo campo. Scoprire che tutto andò bene fino a dopo l’atterraggio (uno dei momenti più delicati di ogni missione planetaria), potrebbe risultare assai frustrante per chi vi dedicò anni ed anni di lavoro. Senza contare quello che deve avere provocato a molti riaprire un capitolo mai chiuso della propria vita professionale. Non è facile quindi immaginare le sensazioni che il vedere a tanta distanza di tempo quel minuscolo avamposto dell’intelligenza umana, abbandonato in una piana sedimentaria di un altro pianeta, deve avere suscitato in costoro. Possiamo immaginare qualche telefonata alla ricerca di questo o quel collaboratore del progetto per comunicare l’inattesa notizia, qualche polemica mai sopita riaffacciarsi, qualche meeting e molti rimpianti.

Comunque sia, la realtà è che ce l’avevano quasi fatta, oggi ne abbiamo la prova.
Complimenti sentiti a tutti, quindi. Soprattutto a quel Prof. Colin Pillinger (Figura 4) della Open University di Milton Keynes, UK, leader ed ideatore dell’intero progetto, spentosi circa un anno fa e che quindi non ha mai avuto una risposta alle mille domande che si sarà posto riguardo alla fine misteriosa del suo “bracchetto”.

Paolo G. Calisse, 16 gennaio 2015


Modifiche
18 Gennaio 2015Aggiunta foto e aggiornato il testo in vari punti.

18 Gennaio 2015 – Il Program Manager di Beagle-2, Mark Sims, di Leicester University, ha affermato in un’intervista che il sistema potrebbe essere tuttora funzionante, e addirittura contenere alcuni dati scientifici a bordo: There could still be power going to Beagle 2 and it might still be working and saying ‘I’m here, I’m here, I’m here’. Una prospettiva senz’altro interessante, e chissà che qualcuno non se ne esca con un metodo per cogliere qualche trasmissione dal sistema – magari sotto forma di interferenza elettromagnetica, ora che si sa dove puntare esattamente le antenne…

Marte produce metano variabile, possibile indizio di vita

Marte produce metano variabile, possibile indizio di vita

Il veicolo robotico Curiosity ha trovato su Marte emissioni variabili di metano nell’atmosfera. La percentuale di questo gas nell’atmosfera ogni tanto diventa brevemente ben dieci volte maggiore del normale (che è 0,7 parti per miliardo in volume) e poi cala. Il fenomeno è stato rilevato quattro volte in un periodo di due mesi, tra fine novembre 2013 e fine gennaio 2014, e l’emissione sembrava provenire da nord, dal ciglio del grande cratere Gale nel quale si trova Curiosity. Da allora il fenomeno non si è più ripetuto.

Qualcosa ha rilasciato metano, insomma: la domanda che tutti si pongono è se quel qualcosa è una forma di vita o se c’è qualche altra spiegazione.

I dati sono stati presentati oggi in una conferenza stampa e in un articolo pubblicato sulla rivista Science e indicano che Marte è un pianeta attivo. Le misurazioni di Curiosity confermano quelle fatte dai telescopi sulla Terra e dalle sonde orbitanti intorno a Marte (come l’europea Mars Express).

Il metano potrebbe provenire dall’impatto di comete o da processi geologici sotterranei (reazioni chimiche fra vari tipi di rocce), ma potrebbe anche derivare dall’attività di batteri attuali o passati. Sulla Terra, per esempio, il 95% del metano presente nell’atmosfera è prodotto da forme viventi. Il prossimo passo è cercare di analizzare il metano durante uno di questi picchi e determinare il rapporto fra isotopi dell’atomo di carbonio presente nel metano, perché un rapporto elevato fra C-12 e C-13, come quello trovato sulla Terra, è considerato un forte indicatore di attività biologica.

Le trapanazioni delle rocce marziane effettuate da Curiosity hanno anche trovato molecole organiche, ossia contenenti carbonio, che sono gli elementi costitutivi della vita sulla Terra ma possono anche scaturire da fenomeni non biologici.

Gli autori dell’articolo scientifico si sono guardati bene dal parlare di forme di vita: semplicemente, questi dati indicano che c’è su Marte una fonte sconosciuta di emissioni di metano. Non so voi, ma io sarei contentissimo di scoprire che Curiosity ha sniffato le scoregge dei marziani.

Fonti: Nature, BBC, NBC News, NASA.

La cometa Siding Spring come la vedrebbe su Marte il robot Curiosity

La cometa Siding Spring come la vedrebbe su Marte il robot Curiosity

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “gigifarr*”.

Questa è un’immagine tratta dal simulatore di SolarSystemScope.com: mostra il cielo di Marte così come lo vede il veicolo robotico Curiosity in queste ore, mentre sta passando la cometa Siding Spring a soli 130.000 chilometri di distanza. Speriamo che le fotocamere di Curiosity possano riprendere delle immagini: intanto godetevi queste immagini prese da Terra e fate un giro sul simulatore, è veramente bello: potete anche usare l’embed qui sotto.