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Antibufala: se cerchi pentole a pressione su Google arriva l’antiterrorismo?

Dagli Stati Uniti arriva un classico esempio di “effetto Snowden”: ogni evento informatico insolito viene visto alla luce della paranoia derivante dall’esistenza dei sistemi d’intercettazione di massa del governo statunitense.

Michele [sic] Catalano, una giornalista statunitense piuttosto ben conosciuta, annuncia sul proprio blog che dopo aver cercato pentole a pressione su Google ha ricevuto una visita dei funzionari dell’antiterrorismo. Le pentole a pressione si usano per gli ordigni esplosivi improvvisati. Questo, secondo la sua deduzione istintiva, vuol dire che Google fa la spia, e lo fa anche con i cittadini americani.

Parte il panico mediatico, che arriva anche ai media italofoni. Ma è una bufala nata da un equivoco: se vi interessano i dettagli, li trovate in questo mio articolo per la Rete Tre della RSI.

Disinformatico radio 2013-03-15, podcast pronto

È disponibile il podcast della puntata di ieri del Disinformatico radiofonico. Ecco i temi e i rispettivi articoli d’accompagnamento:

Aggiungo, sul tema dei nomi infelici di prodotti, il mitico VINCULO, da leggere naturalmente con l’accento sulla I e non sulla U. Grazie a @latente_flickr per la segnalazione.

Google fotografa il Maniero Digitale

Google fotografa il Maniero Digitale

Gli occhi digitali di Google in giro per Lugano e dintorni

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Una delle Googlemobili, le auto utilizzate da Google per scattare le foto delle strade e delle vie che poi confluiscono nelle passeggiate virtuali di Google Street View, è stata colta in giro per Lugano, per cui prossimamente (ma non si sa di preciso quando) anche il Maniero Digitale sarà esplorabile a distanza ravvicinata da qualunque parte del mondo. Brrr.

La funzione di mascheramento automatico dei volti e delle targhe in Street View è stata oggetto di polemiche con le autorità svizzere preposte alla tutela della privacy dei cittadini, che non sempre hanno reagito con gioia al passaggio della Googlemobile (la vedete qui sopra, colta a Comano, nella foto gentilmente concessa da Ines Bee).

Certo, se trovate un’immagine che viola la vostra privacy o quella altrui, è sufficiente cliccare sul pulsante “Report a problem” in Street View, oppure ricorrere al modulo di richiesta di oscuramento o eliminazione predisposto dal preposto federale alla protezione dei dati, Hanspeter Thür. Ma l’onere della verifica e dell’eventuale contestazione spetta al singolo cittadino, e questo non è molto corretto: da qui le reazioni a volte un po’ colorite dei passanti quando s’accorgono della Googlemobile.

Radio: lo strapotere di Google

Informatica alla radio: Google è troppo potente?

Stamattina, dalle 11.10 a mezzogiorno, la Rete Uno della Radio Svizzera di lingua italiana parla dell’impero di Google e del suo peso ormai non più soltanto tecnico ma economico, politico e sociale. Io sarò in studio insieme alla conduttrice del programma, Mailù Rezzonico, e altri ospiti di settore. La trasmissione è ascoltabile via Internet in streaming (formato Real).

Aggiornamento (2006/12/07 22:30)

La discussione, alla quale ha partecipato anche Giampaolo Lo Russo, è andata in una direzione differente rispetto alle intenzioni iniziali, ma spero comunque siano emerse riflessioni interessanti sulla difficoltà di stabilire delle regole universali per gestire la Rete e sulla fondamentale inutilità e pericolosità di ogni tentativo di censura e di regolamentazione. Internet è fatta così: ha splendori e miserie, e bisogna prenderla in blocco, senza sconti. Esattamente come l’umanità che la crea.

La trasmissione è scaricabile come MP3 (circa 30 megabyte) qui.

Risolto il “mistero” del logo ufologico di Google

Risolto il “mistero” del logo ufologico di Google

Tranquilli, la O di Google rapita dagli alieni non è un messaggio ufologico

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “geogalb”.

Numerosi lettori e alcuni giornali, come il Corriere, si sono interrogati sul significato del logo di Google di sabato scorso, che vedete qui accanto. Sull’account Twitter di Google era inoltre apparso l’enigmatico messaggio:
1.12.12 25.15.21.18 15 1.18.5 2.5.12.15.14.7 20,15 21,19

Non è una confessione dei legami fra Google e le potenze venusiane, né un segnale in codice per dire che i rapimenti alieni sono veri ma Google non lo può dire: è semplicemente un riferimento a un celeberrimo videogame.

Il Corriere era arrivato (su imbeccata del Telegraph) a capire che i numeri erano un semplice codice a sostituzione. Basta sostituire a ciascun numero la lettera corrispondente dell’alfabeto per ottenere “All your O are belong to us”. E qui i videogiocatori d’annata hanno già capito tutto.

L’allusione, come conferma il Telegraph di ieri, è alla tragicomica, sgangherata traduzione inglese del gioco giapponese Zero Wing, famoso per la sgrammaticatissima dichiarazione “All your base are belong to us!” che compare all’inizio del gioco e che è entrata a far parte dei tormentoni di quella strana cosa chiamata umorismo informatico. Altri esempi d’uso di questa frase sono citati da Wikipedia.

Google ha semplicemente voluto commemorare il ventesimo anniversario dell’uscita di Zero Wing. Se avete creduto alle rivelazioni aliene, mi sa che è ora che usciate a comperare un po’ di senso della realtà. In omaggio potreste trovarvi un campione omaggio di humor. Provatelo, potrebbe farvi bene.

Murdoch minaccia il ritiro da Google

Murdoch minaccia il ritiro da Google

Murdoch: Google deve smettere di citare i miei articoli. Google: RTFM, nonno

È strano vedere quali notizie informatiche “bucano” la barriera d’attenzione dei media generalisti e ne vengono pubblicati e quali no: mostrano due visioni totalmente differenti del mondo digitale.

Per esempio, tutte le principali testate generaliste hanno annunciato la notizia che Rupert Murdoch ha protestato perché Google pubblica nei risultati delle proprie ricerche anche i brani pertinenti degli articoli del Sun, del Wall Street Journal, del Times e dei tanti altri giornali di proprietà della società News Corporation di Murdoch. Il magnate dei media australiano dice di voler quindi trovare la maniera di vietare a Google di farlo, e poi rendere accessibili soltanto a pagamento le proprie testate online.

Le dichiarazioni di Murdoch provengono da un’intervista per Sky News Australia, disponibile in video su Youtube (che, ironicamente, è di proprietà di Google).

Ma mentre i media che non si occupano in modo specialistico di Internet strillano la notizia (BBC, Repubblica, Corriere), da quelli informatici si leva uno sbadiglio collettivo. A parte il suicidio mediatico di una scelta come quella minacciata da Murdoch (oggi non essere su Google è come non esistere) e la domanda spontanea su quanti siano realmente disposti a pagare per le notizie online quando ci sono altre testate che le offrono gratis, c’è infatti un fatterello tecnico che si chiama robots.txt.

Se Murdoch non vuole che Google indicizzi i suoi siti, non deve far altro che impostare sul server un file robots.txt di due righe, come spiegato per esempio su Robotstxt.org. Una tecnica utile per chiunque voglia creare un sito che deve restare nell’ombra per qualunque ragione.

Infatti Google ha prontamente risposto con un educatissimo equivalente dell’RTFM (“read the f***ing manual”, ossia “leggiti il f****to manuale”): esistono dei “semplici standard tecnici” da usare. “Gli editori mettono i propri contenuti sul Web perché vogliono che vengano trovati, per cui sono pochi quelli che scelgono di non includere il proprio materiale in Google News e nelle ricerche nel Web. Ma se ci dicono di non includerlo, non lo includiamo… Se gli editori vogliono che i loro contenuti siano rimossi specificamente da Google News, devono soltanto dircelo”.

Sembrano esserci solo due spiegazioni al gesto di Murdoch: o è completamente sconnesso dalla realtà delle dinamiche della Rete e pensa ancora di poter fare il bello e il cattivo tempo, oppure è tutto un bluff per farsi pubblicità o per chiedere soldi a Google accusandola di rubare contenuti. Google ha risposto al bluff invitando Murdoch a passare all’azione, se fa sul serio. Media vecchi contro media nuovi: adesso sì che la notizia diventa interessante.

Google Dashboard

Google Dashboard, per sapere cosa mettete in piazza

Cosa sapete di Google? Di solito è questa la domanda che si fa. Ma con tutte le preoccupazioni di privacy che comporta l’uso della Rete, forse è meglio chiedersi anche cosa sa Google di noi.

È per rispondere a questa domanda che Google ha inaugurato Dashboard, un nuovo servizio concepito per mostrare all’utente il quadro generale delle informazioni che Google ha raccolto sulle sue attività online. Si va dalla posta di Gmail ai video consultati su Youtube alle voci immesse nell’agenda di Calendar, passando per i contatti nella rubrica, gli Alert, le foto di Picasa e le ultime ricerche svolte. La pagina informativa è accessibile soltanto all’utente. Naturalmente se non usate i servizi di Google e non avete un account Google, in Dashboard non c’è nulla o quasi.

Certo, non ci dice cosa fa esattamente Google con tutti questi dati (specialmente con i suoi cookie), ma perlomeno ci rende più evidente la mole di dati che Google ha su di noi e forse è un incentivo in più a tutelare questi dati con una password robusta. Maggiori informazioni sono pubblicate da Google nel suo blog.

Google rivenditore di cellulari? [UPD 2010/01/08]

Google rivenditore di cellulari? [UPD 2010/01/08]

Arriva il Googlefonino

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “eneapar” e “lafattoriadelramo”. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Da poche ore Google vende il suo primo telefonino, battezzato Nexus One (no, probabilmente non supera il test di Voight-Kampff come i Nexus Six). “Suo” per modo di dire, perché è fabbricato da HTC. Google ci mette solo il logo e ha collaborato alla progettazione.

Il termine di paragone inevitabile è l’iPhone, e sicuramente non mancheranno le polemiche sulle caratteristiche tecniche: schermo AMOLED da 480 x 800, contro i 480 x 320 dell’iPhone, e mezzo centimetro di diagonale in più, che conta non poco; batteria rimovibile anziché fissa, bonus non trascurabile per molti utenti, viste le lamentele sull’autonomia e durata di quella dell’iPhone; controllo vocale in tutte le applicazioni (ma vedremo quanto funzionerà in italiano); niente multitouch (almeno ufficialmente, anche se l’hardware lo supporta), e questa è una carenza grave per l’interfaccia; flash e memoria espandibile, a differenza dell’iPhone; sistema operativo Android 2.1 open source (licenza Apache), a differenza dell’iPhone OS 3.1 (derivato di Mac OS X) chiuso del cellulare Apple.

Per il resto, le dotazioni sono simili a quelle dell’iPhone: GPS, bussola, accelerometro, touchscreen, registrazione di video (a 720×480), geotagging, autofocus, Bluetooth stereo. Peso e dimensioni sono quasi uguali: il Nexus One è lievemente più sottile e largo.

La differenza più importante, però, non sta nelle specifiche hardware (che trovate qui), ma nel modello commerciale. Il Googlefonino viene venduto soltanto direttamente da Google nel sito apposito, e per ora viene spedito solo a indirizzi statunitensi, britannici, di Singapore e di Hong Kong. Tecnicamente, comunque, è in grado di funzionare subito su quasi tutte le reti e in quasi tutto il mondo, per cui gli appassionati potranno ricorrere a indirizzi di comodo o amici disponibili e sfoggiare subito il nuovo giocattolo.

Inoltre è venduto anche senza abbonamento a un operatore cellulare americano, a differenza di quasi tutte le offerte precedenti di questi smartphone sul mercato USA. Certo, senza abbonamento è caruccio: costa 530 dollari (360 euro), mentre ne costa 180 (125 euro) con abbonamento USA per due anni. Ma l’iPhone senza abbonamento parte in Italia da 499 euro (3G; 599 per il 3GS). La differenza di prezzo, insomma, è tutt’altro che trascurabile.

La differenza di modello commerciale rispetto all’iPhone spicca anche nella gestione dell’inevitabile app store, il negozio online dove acquistare le applicazioni supplementari per il Googlefonino. Mentre ogni programma venduto attraverso il negozio di Apple deve essere approvato insindacabilmente da Apple (con tutti i rischi di conflitto d’interessi che questo comporta), e quindi gli sviluppatori si trovano esposti al rischio di lavorare a un prodotto che poi non potrà essere venduto, nel negozio di Google tutto viene approvato con riserva di respingerlo. Inoltre il software per Android, il sistema operativo del Googlefonino, può essere distribuito anche al di fuori del negozio ufficiale, con tutte le libertà (e i rischi) che questo consente.

Ma la domanda di fondo rimane al di fuori del campo tecnico: perché Google vende telefonini? Non certo per guadagnare sull’oggetto in sé. L’intenzione, a giudicare dalle dichiarazioni in conferenza stampa e da alcuni annunci (BBC) di Google a proposito di pubblicità “pay per call”, è di “assicurarsi che la gente acceda ai servizi di Google e vada online”. Infatti la dotazione di software del Nexus One è orientata a portare l’utente il più possibile verso Gmail e gli altri servizi online di Google, attraverso i quali il colosso della ricerca può vendere le inserzioni pubblicitarie che sono la sua fonte di reddito fondamentale.

L’operazione di marketing serve anche per assuefare l’utente all’idea di usare Google sempre e ovunque, anche come terminale di accesso a Internet, e in questo modo raccogliere dati degli utenti, utili per vendere pubblicità sempre più mirata. È qui il punto cruciale: Google ha già la nostra posta (Gmail), i nostri video (Youtube), le nostre foto (Picasa), i nostri spostamenti (Latitude), il nostro DNS, le nostre ricerche, e ora vuole anche il nostro traffico telefonico (il software del Nexus spinge l’utente a navigare online con il proprio account Google e a gestire contatti e telefonate tramite Google Voice). Va tutto bene se quest’enorme tesoro di dati è in mani illuminate, ma che si fa se qualche governo non troppo democratico decide di imporre a Google di dargli accesso a questi dati?

Leggendo le condizioni di privacy di Google, non riesco a fare a meno di notare questa frase ricorrente: Google takes your privacy very seriously. E mi viene sempre più voglia di abbreviarla: Google takes your privacy. Niente panico, ma stiamo attenti.

Altre info: il Liveblog della presentazione, su Gizmodo; altre informazioni della presentazione su The Register; pro e contro di iPhone OS e Android dal punto di vista degli sviluppatori di applicazioni; il manuale dell’utente del Nexus One (PDF); galleria di foto del Nexus One (Gizmodo); la recensione di Wired; le mappe dei paesi che hanno reti compatibili con il Nexus One (GSMworld); le condizioni di vendita del Nexus One; i prezzi ufficiali del Nexus One; le FAQ preparate da Gizmodo; la recensione di Engadget, decisamente senza peli sulla lingua; una bella analisi dei piani di Google e dell’effetto del Googlefonino sul potere degli operatori telefonici (“Google is aiming for much more than just a nifty handheld. It wants an army of nifty handhelds, from countless manufacturers, running on countless wireless networks – and it wants all of them running ad-happy Google apps”, The Register).

2010/01/08

Un commento qui sotto ha posto una buona domanda: se Google vende il telefonino solo online, da chi si va in caso di guasto all’apparecchio? La risposta sembra essere che ci si rivolge al centro assistenza HTC più vicino, secondo questa pagina dell’help di Google, che fornisce anche un link all’elenco dei servizi di assistenza e riparazione di HTC.