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Dodicenne riceve una fattura di 100.000 euro da Google: ha confuso AdWords e AdSense

Non è la prima volta che racconto di disavventure economiche causate da giovanissimi internauti. Di solito i danni ammontano a qualche migliaio di dollari, euro o franchi, ma stavolta la cifra è da record: centomila euro di bolletta. È quello che ha combinato un dodicenne spagnolo, José Javier di Torrevieja, che ha ricevuto da Google una fattura di questo importo, secondo quanto riferisce il quotidiano El País.

José aveva le idee chiare: voleva fare soldi su Internet pubblicando su Youtube dei video del suo gruppo musicale, usare il servizio AdSense di Google per associare questi video a delle pubblicità che gli avrebbero dato un guadagno e raccogliere abbastanza soldi da comprare gli strumenti musicali e diventare ricco facendo musica.

Purtroppo, però, ha confuso AdSense (il servizio di Google che paga gli utenti ogni volta che qualcuno guarda o clicca su una pubblicità associata ai loro contenuti) con AdWords, che invece fa pagare gli utenti inserzionisti ogni volta che qualcuno clicca sulle loro pubblicità.

José ha dato a Google il numero di un conto corrente della famiglia e ha scelto una parola chiave che avrebbe mostrato la sua pubblicità a chi cercava in Google quella parola. Nel giro di un paio di mesi, i clic sulla sua inserzione sono stati così tanti che Google gli ha mandato, appunto, la fattura da centomila euro.

Di fronte alle contestazioni della famiglia di José, Google ha poi annullato la fattura, essendo chiaro che si trattava di un errore da parte di un ragazzino, ma ha ricordato alla famiglia che esistono delle restrizioni d’età su servizi come AdWords (bisogna essere diciottenni) e che i genitori dovrebbero consultare le informazioni fornite dal suo Centro per la sicurezza online prima di lasciare che i figli usino Internet senza supervisione. La famiglia, per contro, ha obiettato che è stato troppo facile per José attivare un conto AdWords e che servirebbero maggiori salvaguardie.

E voi come siete messi? Siete sicuri di aver spiegato bene ai vostri figli che ogni cosa che riguardi soldi su Internet va discussa e approvata da voi?

Alternative a WhatsApp: Google Allo, troppo poco troppo tardi?

Alternative a WhatsApp: Google Allo, troppo poco troppo tardi?

Un ascoltatore del Disinformatico radiofonico mi ha chiesto un parere su Google Allo (per Android e iOS), la recente app di messaggistica che dovrebbe essere la risposta di Google allo strapotere di WhatsApp. In sintesi: troppo poco, troppo tardi, anche se le chicche interessanti non mancano.

Le somiglianze con WhatsApp sono davvero notevoli, al limite del plagio, per cui usare Allo per chi già usa l’app di Zuckerberg non è un problema. L’autenticazione si basa esclusivamente sul numero di telefonino, per cui non è obbligatorio associare Allo al vostro account Google.

Sono molto utili le risposte preconfezionate, che imparano dal vostro stile di scrittura, e i suggerimenti automatici in base al contesto: se per esempio state chattando di andare a mangiar fuori, Allo propone i nomi e gli orari dei ristoranti più vicini (senza dover uscire dall’app per cercarli e poi rientrare nell’app per copiaincollarli).

L’invio di messaggi di testo semplice da Allo a chi non ha Allo è molto allettante: se il destinatario ha un iPhone, i messaggi vengono convertiti in SMS tradizionali; se ha un Android, riceve una notifica che sembra un’anteprima di Allo. Ma in entrambi i casi i messaggi arrivano da numeri brevi, non dal vostro numero, e chi li riceve può sapere che li avete mandati voi soltanto perché Allo inizia il messaggio scrivendo il vostro nome.

Non c’è, però, la possibilità di usare Allo su più di un dispositivo o su computer o su tablet (se non ha una SIM), e soprattutto le conversazioni normali non sono cifrate end-to-end (da quando escono dal dispositivo a quando arrivano al destinatario) come quelle di WhatsApp ma sono leggibili da Google: devono esserlo per poter fornire i suggerimenti contestuali. Per fare una conversazione cifrata con Allo è necessario utilizzare la modalità Incognito, che però conserva comunque sul dispositivo un archivio della conversazione.

Questo, nota per esempio la Electronic Frontier Foundation, è un brutto modo di usare la cifratura, perché fa risaltare i messaggi sensibili (che sono cifrati) rispetto alle conversazioni normali (che sono in chiaro), mentre WhatsApp e altri applicazioni di messaggistica cifrano tutto, in modo che le conversazioni da proteggere si perdono nel mare di messaggi innocui perché sono tutte cifrate allo stesso modo.

Ma il limite principale di Allo è che arriva troppo tardi: è inutile usare un’app di messaggistica se non la usa nessun altro dei nostri amici, e ormai quasi tutti gli utenti sono su WhatsApp o Telegram, nel bene e nel male.

14 anni di Google; e se si fosse chiamato BackRub?

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 2012/09/28 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Ieri, 27 settembre, Google ha compiuto quattordici anni. I festeggiamenti ufficiali sono stati decisamente modesti: un Google Doodle (il disegno sulla pagina iniziale di Google) costituito da una torta con quattordici candeline e nient’altro.

La storia di Internet avrebbe potuto prendere una piega drasticamente differente se nel 1996 due studenti di Stanford, Larry Page e Sergey Brin, incontratisi per caso l’anno precedente, non avessero lanciato un progetto di un motore di ricerca, che avevano chiamato inizialmente BackRub (“massaggio alla schiena”) perché usava i backlink (link a ritroso) per valutare l’importanza e la rilevanza di una pagina. Una copia di BackRub è archiviata presso Archive.org. Poi, nel 1997, arrivò il nome Google, nato da una grafia storpiata di “googol”, termine che indica il numero composto da 1 seguito da cento zeri, a indicare la grande quantità di informazioni che il motore avrebbe fornito.

Google nacque grazie al capitale di rischio offerto da Andy Bechtolsheim, uno dei fondatori della Sun Microsystems, e inizialmente girava sul sito dell’università di Stanford, presso google.stanford.edu e z.stanford.edu. Se volete vedere il primo server ufficiale di Google, ce n’è una foto qui, e una delle prime versioni della sua pagina iniziale è archiviata su Wikipedia. Spiccava già il “mi sento fortunato” e c’era un punto esclamativo nel nome che poi verrà abbandonato.

Ma come si cercavano le informazioni su Internet prima di Google? C’erano Archie e Gopher, che però elencavano solo i nomi di tutti i file pubblicamente accessibili su Internet, senza indicizzarne il contenuto come fanno Google e gli altri motori di ricerca moderni: la ricerca all’interno dei testi era impraticabile. La soluzione era il “motore di ricerca umano”: si chiedeva agli internauti esperti dove trovare una specifica informazione. Uno dei primi servizi a indicizzare in modo moderno la piccola Internet del 1994 fu WebCrawler, seguito da Lycos: poi esplosero Excite, Infoseek, Northern Light e AltaVista, mentre Yahoo! usava un approccio differente: catalogava i siti per categorie. Il dominio di Google iniziò intorno al 2000. E il resto è storia: la cronologia ufficiale di Google è sul sito dell’azienda.

Ricerche fatte a voce? Google le ha registrate, ecco come cancellarle

Ricerche fatte a voce? Google le ha registrate, ecco come cancellarle

L’articolo è stato aggiornato estesamente dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2015/10/23 17:00.

Non è un segreto che Google ricorda tutto quello che ciascun utente digita nella casella di ricerca; è forse meno noto che quando si usa Google per una ricerca fatta a voce, come si fa spesso con i telefonini, questo motore di ricerca registra la voce e la conserva.

Lo scopo di questa registrazione di massa non è la sorveglianza, ma l’affinamento del riconoscimento vocale, che migliora man mano che aumenta il numero di campioni di riferimento (generali dei vari utenti oppure dello specifico individuo). Ma è comunque impressionante vedere quanti brani della nostra voce sono stati incamerati da Google. Se volete farvi un’idea dei vostri spezzoni vocali collezionati dal motore di ricerca, entrate nel vostro account Google e poi seguite questo link. Troverete sorprese notevoli: io, per esempio, ho in archivio anche spezzoni casuali di conversazioni, probabilmente registrati perché ho toccato inavvertitamente l’icona del microfono nella casella di ricerca di Google sul telefonino.
Per fortuna è possibile cancellare selettivamente o in massa tutte queste registrazioni andando nelle Opzioni di eliminazione ed è possibile dire a Google di anonimizzare la raccolta di questi spezzoni di audio (seguendo questo link e scegliendo di disattivare l’opzione Comandi e ricerche vocali): si ottiene la richiesta di conferma mostrata qui di seguito, che spiega che “questa impostazione non incide sulla memorizzazione di informazioni da parte di prodotti Google (come Voice) che potrebbero essere utilizzati per memorizzare i tuoi input vocali o audio. Google potrebbe anche continuare a raccogliere e memorizzare dati audio in forma anonima.”

A questo punto, però, arriva una domanda inevitabile: cosa fanno gli altri fornitori di ricerche vocali, come Siri di Apple, Echo di Amazon e Cortana di Microsoft? Ci sono sospetti che Siri e Cortana conservino le registrazioni. Di questi tre, solo il servizio di Amazon offre esplicitamente un’opzione di cancellazione; per Siri e Cortana e più in generale, se volete essere sicuri di non regalare campioni della vostra voce l’unica soluzione semplice è non usare mai la ricerca vocale.

Fonti aggiuntive: Wired, Time.

Perché Google Translate traduceva “Russia” con “Mordor”?

Perché Google Translate traduceva “Russia” con “Mordor”?

Credit:
Vadim Nakhankov/VKontakte

Fino a pochi giorni fa Google Translate traduceva “Russia” in “Mordor”, la terra del male nel Signore degli Anelli, e faceva altri errori politicamente scottanti se lo si usava per tradurre dall’ucraìno al russo: per esempio, “russi” diventava “occupanti” e il cognome del ministro degli esteri russo Sergey Lavrov diventava “cavallino triste”. Le immagini di questi scivoloni di traduzione sono diventate popolarissime nei social network locali.

Google ha spiegato che si è trattato di errori automatici che ora sono stati corretti manualmente, ma non è stata molto chiara sul meccanismo che li ha prodotti: si è limitata a dire che Translate funziona “senza l’intervento di traduttori umani” e che “la traduzione automatica è molto difficile, perché il significato delle parole dipende dal contesto in cui vengono usate. Questo significa che non tutte le traduzioni sono perfette e che a volte ci saranno errori.” Vero, ma questi errori stavolta sono stati particolarmente specifici e non casuali.

L’ipotesi più plausibile, al momento, è che siano scaturiti dal fatto che Google Translate in realtà non capisce quello che traduce e non attinge a un dizionario bilingue, ma si basa meccanicamente sull’analisi dei testi bilingui che trova su Internet, come spiegato in questo video.

Questo vuol dire che se tanti utenti traducono su Internet una parola o una frase nello stesso modo, Google presume automaticamente che quella sia la traduzione corretta. In questo caso riferirsi alla Russia chiamandola “Mordor” è, a quanto pare, una consuetudine molto popolare fra i soldati e attivisti ucraìni in seguito all’annessione russa della Crimea e così Google ha attinto a questa pratica.

Se è così, allora non solo Google è innocente, ma non c’è neanche stato un astuto coordinamento da parte di tanti utenti per influire sul funzionamento di Google, come hanno ipotizzato alcuni per analogia con il googlebombing, ossia la prassi di creare tanti link che associano una parola a una specifica pagina Web, in modo che chi cerca quella parola in Google trova come primo risultato quella pagina: per esempio, nel 1999 chi digitava in Google “More evil than Satan himself” (“più malvagio di Satana stesso”) otteneva come primo risultato il sito di Microsoft.

In questo caso, invece, non ci sarebbe nessuna azione coordinata: tutto sarebbe avvenuto spontaneamente a causa del modo in cui funziona Translate. Meglio ricordarsi, insomma, che questi servizi automatici hanno dei limiti molto significativi e possono causare equivoci e situazioni imbarazzanti.

Fonti: Ars Technica, Giornalettismo, BBC, The Guardian.

Cerco sponsor, Google Adsense mi ha rotto

Cerco sponsor, Google Adsense mi ha rotto

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: ore 18:10

Ora capisco perché la cultura informatica langue in Italia: scopro con orripilato stupore che questo blog è in cima alla classifica dei blog tecnici di Wikio. Probabilmente pensate che questo mi frutti un bel po’ di soldi tramite le pubblicità di Google. Assolutamente no, e da qualche mese quel pochetto che arrivava è crollato. Siamo a livelli da sfruttamento. Tanto che mi sono stufato e da oggi rimuovo tutte le pubblicità di Adsense dal Disinformatico. Non ha senso appesantire la lettura a voi in cambio di una paghetta.

Gestire questo blog costa tempo, sonno e fatica. Se riesco a farne una fonte di sostentamento, anziché una passione in perdita, posso darvi un servizio migliore: più indagini, più approfondimenti, più interviste. Con la stessa passione e lo stesso rigore. Per cui cerco idee e sponsor. Sponsor diretti, non servizi automatici di piazzamento banner tipo Adsense e simili. Se avete proposte grandi o piccole, dalla donazione periodica via Paypal al trafiletto al banner scelto da un essere umano e non da un algoritmo, scrivetemi al solito topone@pobox.com. Le statistiche di accesso di Sitemeter/Statcounter sono qui.

Aggiornamento 18:10

La discussione nei commenti è ricca di spunti su cui sto riflettendo. Chiarisco subito una cosa: il Disinformatico non sarà mai consultabile solo a pagamento. Non ho alcuna intenzione di metterlo dietro una paywall o simile. Grazie a tutti per le donazioni, grandi e piccole; mi rincuorano e mi spingono verso una formula in cui lo sponsor è l’unico che può garantire indipendenza e autonomia: voi. Sono arrivate anche varie proposte commerciali: risponderò a tutti dopo averle valutate.

Nel frattempo, un primo risultato importante c’è subito: togliendo Adsense, il blog si è velocizzato notevolmente, stando a quanto segnalato dai commenti. E già questo, per quel che mi riguarda, è un buon motivo per rinunciare ad Adsense.

Vorrei anche chiarire che non faccio polemica contro Adsense in generale: semplicemente, sulla base dei dati, questo blog e Adsense non sono fatti l’uno per l’altra. Altri blogger potrebbero trovarsi meglio.

Google Docs attiva la dettatura, anche in italiano

Google Docs attiva la dettatura, anche in italiano

Google Docs, il servizio di creazione di documenti via Web, ha attivato il riconoscimento vocale: ora è possibile dettare un testo al computer senza dover installare nulla e senza dover svolgere tediose sessioni di addestramento.

Per usare questa nuova funzione si apre un documento con Google Docs, si va nel menu Strumenti e si clicca la voce Digitazione vocale. Un clic sull’icona del microfono e si può cominciare subito a dettare usando il microfono integrato nel computer, senza cuffie microfoniche speciali. Bello, ma funziona?

Dipende. Se l’ambiente in cui si detta è silenzioso e si scandiscono bene le parole, facendo finta di essere uno speaker da telegiornale, i risultati sono molto buoni, anche se bisogna superare l’imbarazzo di parlare a un computer e bisogna imparare a dettare la punteggiatura: per esempio, per andare a capo si deve dire “nuova riga”, non un più normale “a capo”. 

Per esempio, ecco come Docs ha riconosciuto la mia dettatura dei primi due paragrafi di questo articolo:

Google Docs servizio di creazione di documenti via web attivato il riconoscimento vocale due punti ora è possibile dettare un testo al computer senza dover installare nulla e senza dover svolgere tediosa sessione di addestramento. Nuova linea per usare questa nuova funzione si apre un documento con Google Docs, si va nel menù Strumenti e si clicca la voce digitazione vocale. Un clic sull’icona del microfono e si può cominciare subito a dettare usando il microfono integrato nel computer senza cuffie microfoniche speciali. Bello, ma funziona?

A parte le applicazioni ovvie, il riconoscimento vocale di Google si presta anche alla trascrizione di lezioni, discorsi e dialoghi di film, a patto che non ci siano musiche o rumori di fondo, perché è indipendente dalla persona che parla. Normalmente, invece, i software di riconoscimento vocale hanno bisogno di essere calibrati sulla singola persona che li usa.

Questa nuova funzione di Google metterà in crisi i produttori di software specializzato, come Dragon? È improbabile, perché non c’è per ora la possibilità di personalizzare il vocabolario e c’è un filtro contro le parolacce che sicuramente salverà da imbarazzi involontari ma potrebbe essere limitanti per chi usa un linguaggio colorito. Inoltre la funzione richiede una connessione continua a Internet e manda tutto quello che viene detto a Google (l’analisi viene infatti svolta dai server di Google, non dal computer locale), per cui ci sono implicazioni di riservatezza non banali. Nei miei test ho notato che il riconoscimento perde il filo se detto appena un po’ rapidamente, anche se scandisco bene le parole (cosa che sono abituato a fare, sia per abitudine radiofonica, sia perché uso software di dettatura tutti i giorni da oltre un decennio). Ma per una dettatura occasionale spiccia è sicuramente un’opzione interessante e a costo zero.

Un miliardo di telefonini Android infettabili con un messaggino? OK, PANICO. Ma non troppo

Un miliardo di telefonini Android infettabili con un messaggino? OK, PANICO. Ma non troppo

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2015/08/01.

Angoscia in Rete per la notizia che una grave falla di sicurezza riguarda un miliardo di telefonini Android: per infettarli e/o rubarne i dati è sufficiente che ricevano un MMS appositamente confezionato. La falla, scoperta dalla società di sicurezza informatica Zimperium, è stata battezzata Stagefright (dal nome della libreria software di Android coinvolta) e colpisce tutte le versioni di Android dalla 2.2 in avanti.

Niente panico: nella maggior parte dei casi è sufficiente disabilitare la ricezione automatica degli MMS in Google Hangouts e nelle altre applicazioni e imparare a non cliccare sui link agli MMS. Per Hangouts basta andare nelle Impostazioni e disabilitare Recupera automaticamente MMS, come mostrato qui accanto. Bisogna inoltre andare nell’app Messaggi, scegliere Impostazioni e disattivare Recupero automatico nella sezione dedicata agli MMS.

Google ha già corretto la falla, ma spetta ora ai produttori di telefonini distribuire l’aggiornamento correttivo predisposto da Google, e qui sta il problema: se il vostro telefonino non è recente, probabilmente non verrà mai aggiornato e resterà perennemente vulnerabile. Va detto che finora non ci sono segnalazioni dello sfruttamento della falla da parte di criminali informatici.

La lentissima o inesistente disseminazione degli aggiornamenti, priva della gestione diretta e centrale che hanno per esempio Microsoft o Apple, è da sempre uno degli aspetti più criticabili di Android, e Stagefright ne mette bene in luce i limiti. Gli unici telefonini Android che ricevono gli aggiornamenti direttamente da Google sono i Nexus di Google; tutte le altre marche decidono autonomamente se, come e quando creare e distribuire gli aggiornamenti.

Certo, se siete avventurosi potete provare a installare un Android alternativo, come CyanogenMod, per il quale c’è già la correzione della falla. Per la maggior parte degli utenti la soluzione più fattibile, ma anche quella più consumista, è invece acquistare uno smartphone Android più recente.

Fonti: Zimperium, EFF, Androidcentral, Twilio.

Ora la cronologia delle ricerche in Google è scaricabile

Ora la cronologia delle ricerche in Google è scaricabile

“Leggi attentamente. Non è la solita solfa”, scrive Google nella finestra di avviso dell’opzione che consente agli utenti di scaricare l’intera cronologia delle proprie ricerche in Google. Decisamente non è la solita solfa: questa cronologia è incredibilmente rivelatrice e sfogliarla rende molto chiaro quanto dipendiamo dal motore di ricerca più popolare del mondo.

Scaricare la propria cronologia è semplice: basta visitare questa pagina del proprio account Google, denominata Attività web e app, cliccare sull’icona delle opzioni (l’ingranaggio in alto a destra) e scegliere Scarica e poi Crea archivio. Google ci avviserà via mail quando la cronologia è pronta da scaricare presso Google Drive, nella cartella Takeout.

Questa cronologia di ricerca contiene spesso dati sensibili di cui ci siamo dimenticati e che abbiamo regalato a Google, per cui è importante impedire che un malintenzionato ci rubi l’account Google e se la legga oltre a tutta la nostra corrispondenza in Gmail: se avete un account presso questo motore di ricerca, attivate dunque la sua verifica in due passaggi.

Se invece vi interessa eliminare questa cronologia e i suoi elementi potenzialmente imbarazzanti, andate alla stessa pagina Attività web e app, cliccate sulle Opzioni (di nuovo l’ingranaggio) e scegliete Rimuovi elementi: potete scegliere di eliminare le ricerche più recenti (quelle dell’ultima ora, giorno o settimana o delle ultime quattro settimane) oppure eliminarle tutte quante.

Per evitare che questa cronologia riprenda ad accumularsi, andate a Cronologia account, spostate verso sinistra il selettore blu e poi scegliete Sospendi, come mostrato qui accanto.

Google Trends per conoscere le grandi tendenze nelle ricerche online

Google Trends per conoscere le grandi tendenze nelle ricerche online

L’uso di base di Google è molto efficace nel trovare informazioni, ma a volte servono informazioni cronologicamente ordinate, per esempio per sapere come si è evoluta nel tempo la popolarità di un personaggio o di un concetto.

Per queste cose c’è Google Trends, che permette di ottenere un grafico cronologico della frequenza con la quale una certa parola o un dato nome è stato cercato rispetto alle ricerche complessive nello stesso periodo. Il grafico traccia questo rapporto dal 2004 in poi.

La popolarità relativa di un argomento di ricerca può essere suddiviso per area geografica e per lingua, fornendo risultati molto locali. Ponendo il mouse su un picco del grafico si ottiene un link alla notizia che presumibilmente ha causato quel picco d’interesse.

Un altro grafico interessante è la mappa animata (regionale o mondiale) che ripercorre cronologicamente l’interesse per un certo argomento. Per esempio, è interessante notare che il massimo delle ricerche per Samantha Cristoforetti è (non a caso) in Trentino-Alto Adige.

Ci sono però delle limitazioni importanti: per esempio, se l’argomento non è molto popolare, Google Trends dice che i dati non sono sufficienti per visualizzare un grafico. Inoltre spesso è possibile effettuare una sola consultazione al giorno: per evitare abusi, infatti, Google Trends limita drasticamente il numero di consultazioni effettuabili da un singolo utente.