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Fate un salto al Piccolo Eliseo stasera alle 20.30. Si ride

Fate un salto al Piccolo Eliseo stasera alle 20.30. Si ride

Ultimo aggiornamento: 2020/07/31 13:30

Se non ci sono stati cambiamenti di programma, questa sera alle 20.30 al Piccolo Eliseo di Roma verrà proiettato gratuitamente il video lunacomplottista American Moon alla presenza del suo creatore, Massimo Mazzucco.

Ci saranno vari Prezzolati Agenti del Nuovo Ordine Mondiale in borghese, che si mescoleranno tra il pubblico in maniera perfettamente dissimulata per documentare pacificamente la serata e schedare telepaticamente i presenti tramite scie chimiche miniaturizzate disciolte nelle bibite e chip sottopelle inseriti nelle poltrone. Se avete voglia di tenere loro compagnia e vedere come va a finire, la parola d’ordine è birra e salcicce. Pare che sia necessaria la prenotazione inviando una mail a comunicazione@teatroeliseo.com.

La metto sul ridere perché ho una storia comica da raccontarvi a proposito di Mazzucco: avete presente che Focus TV farà uno speciale sugli allunaggi il 18 luglio al quale parteciperò insieme a Massimo Polidoro, come ho preannunciato? Beh, il piano originale era molto diverso.

Infatti quando mi aveva contattato inizialmente Focus TV, la loro idea era di trasmettere il video di Mazzucco e poi lasciare a me e Massimo il compito di smontarne una dopo l’altra tutte le fandonie, le falsità e gli inganni.

Io ho fatto notare che due ore di video complottista avrebbero richiesto almeno altrettanto tempo per ribattere documentatamente, visto il numero vastissimo di baggianate asserite dal video. Insomma, sarebbe stata una maratona fantozziana di mortificazione che non avrebbe seguito nessuno. In confronto la Corazzata Potëmkin sarebbe sembrato Fast and Furious.

Ho proposto una sintesi: il complottista avrebbe presentato la sua top ten delle prove migliori (secondo lui) e noi avremmo analizzato quelle. Sembrava tutto deciso, e ho anche ricevuto una lista di queste presunte prove migliori, ma poi dalla produzione è arrivata la segnalazione che Mazzucco aveva rifiutato seccamente di presentare il suo video quando aveva saputo che sarebbe stato seguito da un debunking al quale avrei partecipato io e al quale non avrebbe potuto replicare (avendo già detto la sua all’inizio). Sono proprio la sua magnifica ossessione :-).

La cosa comica è che Mazzucco sarebbe stato regolarmente pagato da Focus TV per la messa in onda del suo video. Lo dice lui stesso: “A quel punto ho rinunciato a dargli il film, anche se mi è dispiaciuto parecchio perdere la possibilità di vederlo andare in onda, e di guadagnare anche qualche bel soldino” (copia archiviata qui su Archive.org).

E così, al posto di diffondere un video complottista in prima serata e di pagare un complottista, Focus ha scelto di trasmettere un documentario sugli allunaggi molto ben fatto, Il giorno che camminammo sulla Luna (The Day We Walked on the Moon), curato dallo Smithsonian Channel, e poi di mandare in onda una chiacchierata fra Massimo Polidoro e il sottoscritto in cui avremmo sbufalato le principali tesi di complotto. Comprese quelle presentate da Mazzucco.

Non poteva andare meglio:

  • non andrà in onda un video complottista,
  • il complottista ci ha pure rimesso dei soldi,
  • e al posto del suo video andranno in onda due ore di documentario che confermano splendidamente gli allunaggi e poi un’oretta di allegro debunking.

Non c’è che dire, i complottisti hanno uno spiccato senso della comunicazione e degli affari.

La versione degli eventi raccontata da Mazzucco è, guarda caso, completamente opposta: potete leggerla senza regalargli traffico sempre qui su Archive.org. In sintesi, secondo lui lo scopo di Mediaset/Focus TV “non era affatto quello di appurare la verità sui viaggi lunari, ma piuttosto di confondere il pubblico, lasciandolo intenzionalmente nel dubbio, anche se questo avesse comportato il mandare in onda delle bugie plateali […]“.

Addirittura, stando a quello che scrive pubblicamente Mazzucco, qualcuno della produzione di Focus TV gli avrebbe detto “Ma è proprio questo che noi vogliamo”, ossia fare in modo che il pubblico non capisca dove sta la verità.

Queste insinuazioni diffamatorie non sono piaciute alla produzione, che ora si riserva di agire in sede legale.

Complimenti per l’autogol. Se andate al Piccolo Eliseo stasera, chiedetegliene conto e salutatemelo garbatamente.

2019/07/19 18:30

Mediaset/Focus TV è molto contenta del risultato della trasmissione: mi ha scritto che il documentario ha ottenuto 226.000 telespettatori e la chiacchierata fra me e Massimo Polidoro ne ha raggiunti 268.000, che è il doppio degli ascolti abituali.

Immagino che a questo punto Mazzucco stia riflettendo sulla saggezza della sua scelta di non partecipare alla trasmissione. Avrebbe potuto esporre le sue tesi a quasi trecentomila persone, e oltretutto essere pagato per farlo, e invece le ha presentate a forse trecento in un teatro. Geniale.

2020/07/31 13:30

L’intera trasmissione è ora disponibile qui sotto e su Youtube.

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Teleconferenze, c’è chi le fa dimenticandosi che la telecamera è attiva. E va al gabinetto

Ultimo aggiornamento: 2020/03/26 16:25.

Milioni di persone si affacciano improvvisamente per la prima volta al lavoro a distanza. Alcuni devono ancora imparare le basi. Concetti complessi come “se tu vedi loro, loro vedono te, anche quando porti il dispositivo al gabinetto” forse vanno ripassati. Altrimenti succede quello che si vede in un video che è diventato virale: durante una conferenza di gruppo su Zoom, una donna porta con sé il proprio dispositivo in bagno e lo lascia acceso e rivolto verso di sé mentre si cala pantaloni e mutande e si siede sul water, sotto gli occhi allibiti degli altri partecipanti alla teleconferenza.

Nota: inizialmente avevo pubblicato qui un tweet nel quale era incorporato il video, ritenendo che il suo valore di monito fosse importante e che l’anonimato della donna fosse protetto. Ma un’indagine tecnica ha permesso di risalire alla sua identità e quindi ho rimosso il video. Spero che la descrizione sia un monito sufficiente.

Siate prudenti. Siate consapevoli. E come regola generale, non portate in bagno i vostri dispositivi. Specialmente se hanno un microfono e/o una telecamera.

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Arrivano le patch anche per i film: il disastro di “Cats”

Arrivano le patch anche per i film: il disastro di “Cats”

Cats, il film basato sul celeberrimo musical a sua volta basato sul libro di poesie di T.S. Eliot, è un disastro tecnico di proporzioni epiche. Chi è andato al cinema a vederlo ha notato che gli effetti speciali digitali che dovrebbero trasformare gli attori in umanoidi felini sono sbagliati, assenti o incompleti.

Spicca, per esempio, la mano umanissima di Judi Dench, con tanto di anello al dito. C’è anche la mano umana di Rebel Wilson, addirittura in uno dei trailer ufficiali.

Chi ha visto il film nella sua versione iniziale ha detto di aver notato anche “un uomo che se ne sta semplicemente in piedi in mezzo a una scena di un raduno di gatti” e “una donna che dovrebbe essere un gatto ma è stata soltanto colorata e si sono dimenticati di aggiungerle il pelo” e altro ancora. I corpi e i volti degli attori (nomi fra l’altro di altissimo livello) sono spesso fuori sincronismo: “si vede chiaramente la separazione fra i volti degli attori e il ‘pelo’ digitale [… e si vedono] le linee delle scarpette da danza sotto quelli che dovrebbero essere piedi o zampe nude” (Screenrant).

Gli attori hanno infatti girato le scene indossando tute per motion capture e poi gli artisti digitali hanno usato i dati posizionali acquisiti dalle tute per aggiungere il pelo digitale e fondere le forme umane con quelle feline, a volte con risultati esteticamente sconcertanti, come si può vedere nel trailer qui sotto.

Il regista, Tom Hooper, aveva detto di aver finito il film appena prima della sua anteprima mondiale, ma chiaramente si è perso per strada qualcosa. Ormai il film, costato oltre 100 milioni di dollari, è in circolazione in migliaia di sale.

Nell’era della pellicola questo sarebbe stato un disastro irreparabile, con migliaia di costose copie da buttare e rifare e un incubo logistico senza pari, ma dato che ormai quasi tutti i film sono distribuiti su supporto digitale o addirittura tramite download, la Universal, che distribuisce Cats, ha preso una decisione senza precedenti: sostituire tutte le copie digitali fallate con una versione aggiornata e corretta, che è in distribuzione da un paio di giorni. Siamo arrivati alle patch per i film.

In passato è già capitato che un film sia stato modificato o corretto dopo l’anteprima, ma questo solitamente è avvenuto prima della duplicazione in massa per la distribuzione. L’unico incidente vagamente analogo che mi viene in mente è il ritiro, nel 1999, di 3,4 milioni di copie su videocassetta di Le avventure di Bianca e Bernie, un cartone animato della Disney datato 1977: in una scena della pellicola originale qualcuno aveva infatti inserito abusivamente, per due fotogrammi, una piccola foto di una donna a seno nudo che si affacciava a una finestra dello sfondo disegnato.

Fonti aggiuntive: Hollywood Reporter, Screenrant.

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Autopilot di Tesla fallisce miseramente un semplice test della BBC

Autopilot di Tesla fallisce miseramente un semplice test della BBC

Ultimo aggiornamento: 2018/06/14 7:20.

Chiunque abbia una Tesla (o un’auto con funzioni di guida assistita di altra marca) o stia pensando di acquistarne una dovrebbe riflettere seriamente su questo video prodotto dalla BBC.

Nella prima parte del test, l’auto (una Tesla Model S con la guida assistita Autopilot attiva) segue correttamente le corsie e rallenta altrettanto correttamente, fino a fermarsi, quando il veicolo che le sta davanti incontra un’auto ferma sulla corsia, rallenta e a sua volta si ferma.

Ma nella seconda parte del test, l‘auto che precede la Tesla mette la freccia e poi cambia corsia per evitare il veicolo fermo: la Tesla invece procede diritta, senza rallentare, fino a centrare in pieno l’auto ferma.

So che Tesla sta correndo per installare software meno fallimentare di questo, e che la sua release più recente (la 2018.21.9, in distribuzione in queste ore a tutta la flotta) riduce drasticamente il tempo per il quale si possono togliere le mani dal volante (da uno o due minuti a una trentina di secondi), ma a mio parere l’Autopilot attuale (quello mostrato nel video) non può neanche essere considerato un assistente di guida. È un pericolo, perché fallisce in situazioni e in modi che l’utente non ha motivo di aspettarsi.

È vero che la situazione del test è indicata specificamente nel manuale delle Tesla e in quello di altre auto con guida assistita, ma quanti conducenti se ne ricorderanno e la terranno costantemente presente durante la guida assistita, il cui scopo è ridurre la fatica (e quindi l’attenzione) di chi guida?

Il manuale della Tesla Model X dice: Avvertimento: Il Cruise Control adattativo al traffico potrebbe non rilevare oggetti e potrebbe non frenare o decelerare in presenza di veicoli fermi, soprattutto se si procede a velocità superiori a 80 km/h e il veicolo antistante si sposta dal percorso di marcia e ci si trova davanti a un veicolo fermo un oggetto immobile. Prestare sempre attenzione alla strada davanti a sé ed essere sempre pronti a prendere immediatamente azioni correttive.

Il problema di qualunque sistema di guida assistita di questo genere (BBC cita sia Autopilot di Tesla, sia Propilot di Nissan; da parte mia segnalo queste avvertenze nei manuali BMW e Volvo) è in quel potrebbe, che crea incertezza e che rischia di aumentare i tempi di reazione invece di ridurli.

Infatti il conducente tenderà a lasciar fare al sistema, che spesso funzionerà correttamente e quindi farà aumentare man mano la fiducia del conducente nei suoi confronti, ma poi fallirà inaspettatamente, come in questo caso, e il conducente spenderà secondi preziosi per valutare se il sistema sta per intervenire o no. Quando si accorgerà che il sistema non solo non sta intervenendo, ma sta creando una condizione di pericolo, potrebbe essere troppo tardi.

2018/06/14 7:20

La Thatcham Research ha pubblicato su Youtube un video che mostra altri dettagli dei test svolti non solo su Tesla ma anche su altre marche che offrono sistemi di guida assistita (notate quanto sbaglia il mantenimento di corsia della BMW a 1:20):

Jalopnik ha pubblicato un elenco (probabilmente parziale) degli incidenti nei quali l’Autopilot di Tesla, usato scorrettamente con eccessiva fiducia, ha ignorato ostacoli metallici (veicoli o barriere) fermi sulla corsia di marcia e li ha centrati:

I fallimenti dell’antipirateria per videogiochi

I fallimenti dell’antipirateria per videogiochi

Cracked.com ha pubblicato un articolo che compila alcuni dei più spettacolari fallimenti dei sistemi antipirateria adottati dai produttori di videogiochi, dove per fallimento s’intende che i sistemi non solo non sono riusciti a contrastare significativamente le duplicazioni abusive, ma hanno attivamente impedito agli utenti legittimi di giocare.

Fra le varie trovate fallimentari citate dall’articolo c’è Lenslok, un prisma deformante che negli anni Ottanta andava messo sullo schermo per decifrare un codice di sblocco, ma funzionava solo se avevi un televisore non troppo grande o troppo piccolo e se nella confezione del gioco c’era il Lenslok corrispondente invece di quello di un altro videogame, come accadde.

Negli anni Novanta spicca la genialata di Nintendo, dove il codice di sblocco del gioco StarTropics era un indovinello: “immergi la mia lettera nell’acqua”. Il giocatore cercava disperatamente questa lettera all’interno del gioco sullo schermo, ma in realtà si trattava di una lettera di carta, annidata fra i tanti foglietti allegati alla confezione (quelli che solitamente vengono buttati via subito). Nella lettera c’era scritto, in inchiostro simpatico, l’agognato codice. Il foglio, se non era stato buttato, andava immerso nell’acqua, ma non troppo, altrimenti si spappolava, e non troppo poco, altrimenti non si leggeva il codice.

Bioshock per PC, nel 2007, introdusse il sistema SecuROM, che consentiva di installare il gioco soltanto due volte. Se il giocatore legittimo cancellava il gioco o formattava il computer o ne comperava un altro, era spacciato. Anche disinstallare il gioco prima di installarlo su un PC nuovo non risolveva il problema, nonostante le promesse del produttore. Il limite di due installazioni era rinnovabile chiamando al telefono la SecuROM, ma il numero indicato nelle istruzioni era sbagliato. Fu un putiferio: due mesi dopo l’uscita, il produttore (la 2K Games) fu costretto a distribuire uno strumento di disinstallazione e mollò SecuROM pochi mesi dopo.

Lezione imparata? Assolutamente no: SecuROM tornò l’anno successivo per il gioco Spore, obbligando inoltre i giocatori a restare sempre online. Stesso disastro. Un mese dopo, il produttore del gioco ridusse i sistemi antipirateria. Per poi reintrodurli nel successivo Sim City, con la consegenza che i server di gioco furono sovraccaricati dal gran numero di utenti e andarono in tilt. Risultato: nessun giocatore legittimo poteva giocare.

Sega Epic Fail: la demo del gioco conteneva l’intero gioco

Sega Epic Fail: la demo del gioco conteneva l’intero gioco

Ultimo aggiornamento: 2018/03/02 10:45.

Il debutto di Yakuza 6: The Song of Life, distribuito pochi giorni fa per la PlayStation 4 in anteprima in Giappone da parte di Sega, è andato leggermente storto. Perlomeno dal punto di vista del produttore del gioco.

Come racconta Ars Technica, la versione demo di Yakuza 6 infatti conteneva per errore tutti i dati necessari per avere il gioco completo invece di avere accesso soltanto al primo capitolo, come era nelle intenzioni di Sega. Lo hanno scoperto, immagino con molto piacere, alcuni giocatori, che hanno poi diffuso online la notizia.

Sega ha rimosso dai PlayStation Store regionali la demo difettosa nel giro di poche ore e ha chiesto scusa per l’inconveniente. Chi ha già scaricato la demo (30 GB) ha ancora accesso al gioco completo, stando alle segnalazioni online, e Sega ha dichiarato che i save file prodotti con la demo saranno validi anche per la versione completa finale e ufficiale.

Usa NULL come targa pensando di beffare il sistema informatico delle multe. Il sistema beffa lui

Usa NULL come targa pensando di beffare il sistema informatico delle multe. Il sistema beffa lui

Un ricercatore di sicurezza californiano, Joseph Tartaro, ha creduto di aver avuto un’idea geniale quando, nel 2016, ha ottenuto la targa automobilistica personalizzata NULL. Come ha spiegato alla conferenza d’informatica Defcon, in molti linguaggi informatici NULL è una parola riservata che rappresenta il valore “vuoto” o “non definito”.

È diverso da zero, perché zero è un valore definito (se Mario ha zero libri, sappiamo quanti ne ha; se Mario ha NULL libri, vuol dire che non sappiamo quanti ne ha e neanche se ne ha).

La speranza di Tartaro era che il sistema informatico di gestione delle multe, leggendo la stringa NULL nel campo del numero di targa, l’avrebbe interpretata come “targa non definita” e quindi non gli avrebbe potuto infliggere multe.

Non è andata come sperava: invece di eludere le multe, gli sono arrivate tutte le multe nelle quali l’agente di polizia non aveva indicato il numero di targa o il sistema di lettura automatico delle targhe non era riuscito a leggere correttamente.

A un certo punto il totale delle multe a carico del ricercatore è arrivato a 12.049 dollari. Gli sono arrivate anche sanzioni che risalivano a prima che avesse l’auto. Ora sta litigando con l’amministrazione californiana e con l’azienda privata che gestisce le multe per cercare di farsi togliere le sanzioni che non lo riguardano, ma è un procedimento lungo e pieno di rimpalli.

Se volete sapere tutti i dettagli, Wired.com li racconta e aggiunge la storia di un uomo che si è trovato con lo stesso problema, ma non per scelta: si chiama infatti Christopher Null, e la sua vita è, come dire, complicata. Immaginate di chiamarvi Nessuno o Assente di cognome e di dover compilare un modulo e comincerete a intuire quali possano essere le conseguenze.

Fra l’altro, non è l’unico caso del genere in campo automobilistico: nel 2014 è emerso che il sistema di lettura automatica delle targhe dei rilevatori automatici di eccesso di velocità in Francia non era in grado di gestire le nuove targhe belghe, che iniziano con un 1, e registrava soltanto la prima cifra. Risultato: le multe andavano tutte all’automobilista belga che ha la targa numero 1, ossia il Re Filippo, come riferice il Luxembourg Times di allora. Le multe sono state annullate.

Sì, lo so, c’è un celebre precedente mitologico conclusosi con successo di uno che ha usato Nessuno come nome: ma Ulisse doveva solo sfuggire a un ciclope, mica a un sistema informatico programmato al massimo ribasso e in subappalto.

Fonti aggiuntive: The Verge, Gizmodo, Ars Technica.

Smartphone pieghevoli si piegano un po’ troppo. E si rompono

Samsung ha ottenuto un bel po’ di pubblicità gratuita quando ha presentato in pompa magna il suo smartphone con schermo pieghevole, il Samsung Galaxy Fold. Veder concretizzare un’idea che per anni è sembrata pura fantascienza è stato spettacolare. Anche il prezzo del dispositivo è stato sensazionale: poco meno di duemila dollari.

Questa pubblicità gratuita è diventata un autogol quando Samsung ha iniziato a dare i primi esemplari del Galaxy Fold ad alcuni giornalisti affinché ne scrivessero delle recensioni. Non è andata come sperato: Dieter Bohn, su The Verge, ha pubblicato le foto del suo Fold con lo schermo rotto dopo un solo giorno di utilizzo.

Lo stesso hanno fatto altri giornalisti recensori, mostrando i loro Samsung Galaxy Fold con lo schermo pieghevole rotto a metà.

In alcuni casi i giornalisti hanno rimosso per errore una pellicola protettiva che hanno intepretato erroneamente come una protezione temporanea fatta per essere tolta, ma in altri la rottura totale dello schermo è avvenuta anche senza togliere la pellicola.

Considerato che mancano due settimane scarse alla messa in commercio di questo smartphone pieghevole (il 26 aprile) e che i preordini sono numerosissimi, sarà interessante vedere come Samsung gestirà il problema a livello tecnico. Gli schermi OLED flessibili che usa stanno dimostrando di deformarsi e guastarsi proprio lungo la linea di piegatura, e questo non sembra un difetto facile da risolvere, nonostante le dichiarazioni di Samsung che lo schermo è in grado di “sopportare oltre 200,000 cicli di piegatura”.

Nel frattempo l’azienda ha risposto con un laconico comunicato stampa nel quale dice che “un numero limitato di esemplari iniziali di Galaxy Fold è stato dato ai media per la recensione. Abbiamo ricevuto alcune segnalazioni riguardanti lo schermo principale sugli esemplari forniti. Ispezioneremo approfonditamente queste unità di persona per determinare la causa della questione.” Ha inoltre accennato alla rimozione della pellicola da parte di alcuni recensori, segnalandola però come questione distinta.

Staremo a vedere. Nel frattempo, per il momento lo smartphone pieghevole sembra un miraggio ancora lontano, e oltretutto di dubbia utilità una volta superato l’effetto wow iniziale.

Fonti aggiuntive: Ars Technica.

Panico da blackout social

Panico da blackout social

Facebook piange e Telegram ride. Per circa 14 ore Facebook è rimasto inaccessibile in buona parte del mondo. È stato il blackout più lungo nella storia di questo social network. Ora tutto è tornato a posto, ma non si sa cosa sia successo.

Facebook dice (BBC) che si è trattato di un “cambiamento di configurazione di server” che ha “innescato una serie di problemi in cascata” che hanno toccato anche WhatsApp e Instagram. Non c’è stato nessun attacco informatico, secondo l’azienda.

Per contro, Telegram, rivale di WhatsApp, ha aggiunto tre milioni di nuovi utenti nel giro di ventiquattro ore, festeggiando pubblicamente questo incremento. Il distacco fra Telegram e WhatsApp resta comunque grande: i 200 milioni di utenti dell’app di messaggistica di Pavel Durov sembrano tanti finché non si considera che WhatsApp ne ha circa un miliardo e mezzo. Tuttavia l’improvviso balzo indica che molti utenti sono prontissimi a cambiare social network e a portare con sé i propri amici, con un probabile effetto valanga.

Anche gli inserzionisti non sono contenti del blackout, perché hanno pagato Facebook per le proprie campagne pubblicitarie ma nessuno le vede. La sospensione del servizio sarebbe costata alle aziende di Zuckerberg circa 90 milioni di dollari di ricavi mancati. La BBC segnala intanto che Facebook ha perso circa 15 milioni di utenti negli Stati Uniti.

Corriere: Osama bin Laden ucciso dagli alieni [UPD 20:25]

Corriere: Osama bin Laden ucciso dagli alieni [UPD 20:25]

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Fate presto, prima che al Corriere si accorgano della scemenza epica che hanno (tra)scritto. Grazie a LdG per la segnalazione.

Diffusa la prima foto di un componente delle forze speciali che hanno partecipato all’operazione:

Evidentemente la grafia corretta di Navy è troppo difficile per qualche redattore del Corriere, al quale porgo i miei complimenti per la precisione chirurgica nel conficcare chiodi nella bara del giornalismo italiano.

11:45. L’erroraccio è ancora lì. Un lettore, Ottarrio, segnala che l’ANSA ha commesso lo stesso svarione. Complimenti quindi, per par condicio, anche all’ANSA.

20:25. Correzione: mi è stato segnalato che la notizia pubblicata dal Corriere è il feed diretto dell’ANSA, sul quale il Corriere non interviene e quindi l’errore resterà. In altre parole, l’ANSA non ha commesso lo stesso errore del Corriere: l’ANSA ha commesso l’errore e il Corriere lo ha ricopiato pari pari in automatico. Per dirla in altri termini, fate attenzione: il Corriere della Sera pubblica qualunque cosa arrivi dall’ANSA senza il benché minimo controllo.