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Passa la direttiva UE sul copyright. E adesso?

Ultimo aggiornamento: 2019/03/26 20:25.

Il Parlamento dell’Unione Europea ha approvato oggi il testo finale del progetto di direttiva sul diritto d’autore. Entrerà in vigore nell’UE dal 2021, se approvata dagli stati membri, e ha vari problemi.

  • La direttiva rischia di creare leggi differenti per ciascun paese UE.
  • È un salto nel buio, perché (come nota l’avvocato Guido Scorza su AgendaDigitale e sul Fatto Quotidiano) non è supportata da nessuno studio economico sul suo impatto, per cui non si sa quanto (e nemmeno se) i titolari dei diritti guadagneranno più soldi come promesso dai sostenitori della direttiva. Esperimenti analoghi in Germania non hanno ottenuto un soldo.
  • Il suo articolo 15 (ex articolo 11) crea in sostanza una sorta di tassa sulle citazioni: gli editori dovranno autorizzare espressamente ogni ripubblicazione delle loro notizie, salvo che si tratti di singole parole o “estratti molto brevi”. Quanto brevi? Non è specificato. Questo dovrà essere chiarito dalle norme più dettagliate basate sulla direttiva. Ma una norma dello stesso genere esiste già in Spagna e ha prodotto la concentrazione del traffico sui grandi editori, svantaggiando quelli piccoli. Piccoli come il blog che state leggendo, per esempio.
  • Il suo articolo 17 (ex articolo 13) impone che tutti i grandi siti che permettono agli utenti di caricare contenuti debbano ottenere una licenza su quei contenuti e debbano filtrare quelli che violano il diritto d’autore; inoltre saranno responsabili per i contenuti immessi dagli utenti. In pratica si tratta di un filtro preventivo sugli upload, ossia una soluzione tecnica irrealizzabile (come si filtra un modello per stampante 3D sotto copyright?), oltre che uno strumento di censura formidabile (se ne volete un assaggio, guardate come si comporta il ContentID di Youtube). Per non parlare dell’assurdità di procurarsi una licenza preventiva per ogni possibile contenuto coperto da copyright: non solo musica e film, ma libri, foto, video, software, disegni, testi. Chi potrà negoziare una licenza a tappeto del genere? Solo chi ha tanti soldi.
  • L’articolo 17 prevede alcune esenzioni per l’esercizio del diritto di critica, recensione, parodia e collage, per cui i memi dovrebbero essere salvi. Sono esentati anche i siti come Wikipedia (le enciclopedie online non a scopo di lucro), le piattaforme di sviluppo di software open source, i servizi cloud, i negozi online e i servizi di comunicazione.

In sintesi, la direttiva crea un pantano legale che solo chi ha stuoli di avvocati potrà permettersi di gestire e comporta il rischio serio di zittire le voci dei piccoli o dei singoli.

Per esempio, si chiede la BBC, cosa succederà a chi condivide le proprie sessioni di videogioco su Youtube o Twitch? Il video di una sessione è una nuova opera, i cui diritti spettano al giocatore, ma include opere di proprietà dell’azienda creatrice del gioco. Opere al plurale, perché un videogioco contiene grafica, musica, dialoghi e software, ciascuno vincolato da un diritto d’autore separato. Verrà filtrato automaticamente? Un video di una festa di compleanno che contiene una canzone in sottofondo verrà bloccato?

E cosa cambierà in questo blog, per esempio? Per ora nulla: io vivo e lavoro in Svizzera, per cui quello che scrivo non è toccato dalla direttiva, salvo che la Svizzera decida di adottare norme analoghe. Lo stesso vale anche per tutti i contenuti prodotti fuori dall’UE. Il risultato, insomma, è che chi sta nell’UE verrà penalizzato e chi ne sta fuori (Google o Facebook, per esempio) continuerà come prima e anzi starà meglio di prima, perché nessun europeo se la sentirà di costituire un’azienda concorrente.

Ma soprattutto mi sembra che i creatori di questa direttiva, e i politici che l’hanno approvata, non abbiano tenuto conto di una cosa fondamentale: non è che siccome adesso c’è la direttiva, allora i siti dei pirati audiovisivi che distribuiscono film, telefilm, musica e libri violando il diritto d’autore smetteranno improvvisamente di farlo.

Come andrà a finire non lo sa nessuno. Staremo a vedere. Ma se padri di Internet come Tim Berners-Lee e tanti altri sono contrari, forse dovremmo ascoltarli. Anche perché ci hanno detto più volte che quando la Rete trova un ostacolo, trova anche la maniera di aggirarlo.

Ma se volete una sintesi perfetta di cosa non va in questa direttiva, leggete cosa ha tweetato Luca Sofri in proposito:

Fonti aggiuntive: Cory Doctorow, Gizmodo, EFF, Torrentfreak. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Intelligenza artificiale per disegnare bikini sulle foto di donne nude

Intelligenza artificiale per disegnare bikini sulle foto di donne nude

Prima riga: immagini originali;
seconda e terza: tentativi dell’IA.

Ultimo aggiornamento: 2018/07/27 11:45.

Secondo quanto racconta The Register, un gruppo di ricercatori brasiliani ha condotto uno studio sull’uso dei sistemi di intelligenza artificiale per riconoscere automaticamente le immagini di nudo e censurarle applicandovi dei bikini.

I risultati dello studio sono stati pubblicati nei lavori della IEEE International Joint Conference on Neural Networks (IJCNN), nell’ambito della IEEE World Congress on Computational Intelligence, tenutasi a Rio de Janeiro.

The Register descrive la tecnica usata: i ricercatori hanno dovuto scaricare oltre duemila immagini di donne nude e in bikini e le hanno usate per addestrare l’intelligenza artificiale.

I risultati non sono stati entusiasmanti, come potrete notare dai campioni mostrati qui sopra. Cosa peggiore, questa tecnologia potrebbe essere usata in senso inverso per creare immagini di nudo sintetiche togliendo i bikini alle foto scattate in spiaggia, per esempio.

Non capita spesso di dover scaricare per lavoro migliaia di immagini di donne poco o per nulla vestite, di doverle selezionare e poi guardare di nuovo per vedere se il software le ha elaborate correttamente. Ma per la scienza questo e altro.

L’articolo completo che descrive la ricerca, scovato da @bvzm dopo la pubblicazione iniziale di questo articolo, si intitola Seamless Nudity Censorship: an Image-to-Image Translation Approach based on Adversarial Training.

Chicca finale: i ricercatori lavorano per l’Università Cattolica Pontificia di Rio Grande do Sul.

Mi hanno chiesto di rimuovere un articolo per diritto all’oblio. A malincuore l’ho fatto

Mi hanno chiesto di rimuovere un articolo per diritto all’oblio. A malincuore l’ho fatto

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Ho un caso personale da raccontare a proposito del diritto all’oblio, la controversa norma europea del 2014 (in vigore in Italia da maggio 2016) che in sintesi consente a una persona di richiedere la deindicizzazione dai motori di ricerca (in particolare Google, che ha una FAQ) di un’informazione che la riguarda se è lesiva e se il danno che quest’informazione le causa è prevalente rispetto al diritto dei cittadini di esserne informati.

Ovviamente sono subito nati metodi per abusare di questo diritto e per eluderlo, creando intorno a chi ricorreva alla norma un effetto Streisand che paradossalmente riportava alla notorietà chi invece voleva svanire nell’oblio. Ne avevo dato alcuni esempi qui nel 2014.

In linea di principio sono contrario a questa norma proprio perché è inefficace (troppo facile da eludere per un utente competente) e rischia di essere un comodo paravento per le malefatte di personaggi che invece non dovremmo mai dimenticare. Ma soprattutto mi puzza di censura orwelliana.

Provate infatti a immaginare se il diritto all’oblio si applicasse alla carta stampata. Andreste in un archivio di un giornale a cercare gli articoli che parlano di una persona e trovereste, al loro posto, un grosso buco ritagliato con le forbici. Come vi sentireste? Deindicizzare un articolo da Google è come sforbiciare un articolo da un giornale: non esiste più, non è più leggibile, e non potete neanche sapere che cosa diceva. Anzi, non sapete neanche che è mai esistito. Con il calo dei lettori dei giornali e il boom delle notizie lette in Rete, la presenza o l’assenza online di una notizia conta più di quella cartacea.

Tutto questo è teoria: ma la pratica è sempre un po’ diversa. Qualche mese fa un avvocato mi ha contattato telefonicamente e via mail, chiedendomi di eliminare un mio articolo nel quale descrivevo una vicenda accaduta ad una persona. Quello che avevo scritto, ha spiegato, era datato (l’articolo riguardava fatti di più di dieci anni fa) e a suo avviso causava gravissimi danni all’immagine e alla reputazione della persona assistita, dato che l’articolo era fra i primi risultati che comparivano in Google digitando il nome della persona. La richiesta dell’avvocato si basava appunto sul diritto all’oblio (scusatemi se sono molto vago e non fornisco dettagli, ma vorrei evitare appunto l’effetto Streisand che citavo prima).

Più precisamente, mi si chiedeva di eliminare uno specifico link (quello che portava all’articolo) o di deindicizzarlo oppure di rimuovere il nome della persona dall’articolo. Tre richieste assurde dal punto di vista tecnico:

– eliminare il link non ha molto senso: l’articolo è linkato non solo nei miei blog e siti, ma anche in molti altri di terzi, sui quali non ho alcun controllo, e comunque anche se quei link venissero eliminati Google indicizzerebbe comunque il mio articolo.

– deindicizzare un link da Google non dipende da me: è ovviamente compito di Google.

– togliere il nome della persona dall’articolo non otterrebbe comunque il risultato desiderato, perché il testo dell’articolo e soprattutto il suo URL, che contiene il nome della persona, permetterebbero comunque di identificarla facilmente.

Oltre alle questioni tecniche, però, c’era la questione di principio. In sostanza, un avvocato stava chiedendo a un giornalista di censurare un articolo. E il giornalista in questione ero io: un conto è sentenziare in astratto, un altro è trovarsi di fronte alla realtà concreta. Ci ho pensato su un paio di settimane.

Poi, a malincuore, ho risposto offrendomi di cancellare l’articolo indicato dal link e spiegando che le richieste originali erano tecnicamente impraticabili o inefficaci. Ho chiesto però di ricevere una lettera formale di richiesta (firmata e su carta intestata). Contemporaneamente ho messo in guardia contro l’inevitabile effetto Streisand: togliendo il mio articolo, che faceva il più obiettivamente possibile il punto della situazione e ridimensionava accuse pesanti fatte alla persona in questione, Google avrebbe probabilmente fatto emergere in cima ai propri risultati altre copie del mio articolo oppure altre citazioni degli articoli di giornale sui quali mi ero basato: citazioni magari ostili, parziali e fuorvianti. Insomma, la richiesta rischiava di essere un autogol.

L’avvocato ha riferito le mie osservazioni alla persona assistita, che ha confermato di voler chiedere comunque la cancellazione della pagina. Così ho rimosso l’articolo, chiedendo colpevolmente scusa al fantasma di George Orwell e alla mia sgualcitissima copia di 1984.

Sapete bene che in altri casi non sono stato conciliante (ricorderete le diffide e le denunce mandatemi da Giulietto Chiesa e da vari direttori dei giornali che coglievo a pubblicare bufale, cordialmente cestinate), ma stavolta ho valutato che non valeva la pena di sostenere il rischio e il costo di un’eventuale azione legale per difendere un articolo di più di dieci anni fa, che non era ormai di interesse per nessuno se non per la persona direttamente coinvolta. Per le balle di Giulietto o di Repubblica o del Corriere sì, eccome, perché sono bufale socialmente pericolose, ma non per una storia diventata ormai irrilevante.

Vi racconto tutto questo perché secondo me è un buon esempio di come funziona o non funziona, in concreto, il diritto all’oblio, e perché volevo mostrarvi i dilemmi concreti che comporta. E poi qualcuno mi verrà a chiedere come mai quell’articolo è sparito e vorrei avere già pronta una spiegazione esauriente da dargli. Eccola.

Fra l’altro, ho per le mani un’altra richiesta di applicazione del diritto all’oblio, assai diversa da questa, che riguarda un altro mio articolo. Ma questa è un’altra storia, che vi racconterò non appena l’avrò dipanata e risolta.

Le regole segrete di Facebook sui messaggi d’odio

Le regole segrete di Facebook sui messaggi d’odio

Ultimo aggiornamento: 2017/07/2 11:47.

I criteri usati da Facebook per decidere se un post è accettabile o meno sono segreti. O meglio, lo erano fino a pochi giorni fa, quando ProPublica ha pubblicato una serie di documenti interni riservati di Facebook che spiegano come funziona e come decide l’esercito di 4500 moderatori di questo social network.

Questa rivelazione getta finalmente un po’ di luce sulle motivazioni che spingono questi moderatori a vietare alcuni post e lasciarne passare altri apparentemente simili. Molti utenti di Facebook, infatti, si sono visti cancellare post o sospendere temporaneamente l’account senza capire perché. Questo rende difficile regolarsi meglio.

Il principio generale, scrive ProPublica, è che è vietato dir male di quelle che Facebook chiama “categorie protette” (razza, sesso, identità di genere, affiliazione religiosa, origine nazionale, etnia, orientamento sessuale e handicap/malattia grave). Però è permesso dir male di sottoinsiemi di queste categorie.

Per esempio, un post che nega l’Olocausto è accettabile ma uno che fa antisemitismo no. Gli utenti di Facebook sono liberi di attaccare le donne che guidano o i bambini di colore, ma non gli uomini bianchi. Come mai? Perché, dicono le regole di Facebook, i bambini non sono una categoria protetta e sono un sottoinsieme delle persone di colore. A quanto pare gli uomini non vengono considerati un sottoinsieme degli esseri umani.

Un altro esempio, tratto dalla realtà, è un invito a massacrare tutti i musulmani radicalizzati, fatto da un membro del Congresso statunitense: è accettabile, secondo Facebook, perché è rivolto a uno specifico sottoinsieme di musulmani. Dire “Tutti i bianchi sono razzisti”, invece, è inaccettabile per Facebook, perché prende di mira un’intera categoria protetta. Eppure la prima frase incita alla violenza (specificamente all’omicidio), mentre la seconda è una semplice osservazione generale, giusta o sbagliata che sia.

L’articolo di ProPublica (in inglese) esplora in grande dettaglio le ragioni e le bizzarrie di queste regole, spesso contrarie alle leggi nazionali e al buon senso: consiglio di leggerlo per rendersi conto che contrariamente a quanto pensano in molti, Facebook non è affatto uno spazio libero di discussione.

Nota tecnica: le immagini pubblicate da ProPublica e da Ars Technica sono ricostruzioni dei documenti trafugati; BoingBoing sembra invece mostrarne una versione originale.

La farsa del “diritto all’oblio” online: nasce il servizio che rivela cosa è stato rimosso

La farsa del “diritto all’oblio” online: nasce il servizio che rivela cosa è stato rimosso

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2016/08/13 17:00.

Di recente l’Unione Europea ha imposto a Google di rimuovere certi link dai propri risultati, in nome del “diritto all’oblio”. Ma la norma vale soltanto per le ricerche effettuati da utenti i cui computer risultano essere nell’Unione Europea.

Per cui basta usare Google.com invece di Google.it o Google.fr e simili (meglio se da un indirizzo IP non-UE reale o simulato con un tunnel/proxy, ma non sempre è necessario) per vedere anche i risultati rimossi.

Ovviamente è nato Hidden from Google, un servizio che cataloga i risultati censurati e permette di sapere che cosa non si vuole che gli utenti UE possano leggere, attirando quindi maggiore attenzione proprio su quello che si voleva nascondere.

Certo, la norma UE serve per proteggere gli innocenti. Ma guardate chi sta usando la norma per nascondersi a Google e al mondo: Scientology su Der Spiegel, banche sulla BBC, pedofili confessi e condannati, e molto altro. Non vengono rimossi blog offensivi di dilettanti rabbiosi, ma pagine di giornalismo autorevole.

Per esempio, ho cercato in Google.ch “Fred Anton” (tra virgolette) insieme a scientology da un mio IP in UE (o Svizzera): l’articolo di Der Spiegel che lo cita in relazione a Scientology, datato 1995, non compare. Compare invece questo (notate l’ultima riga e il fatto che ora viene elencato il risultato citato da Hidden from Google):

Se immetto la stessa ricerca in Google.com riappare il risultato oscurato. Se vi sembra molto simile a una censura, e se vi sembra assolutamente inutile, non siete i soli. Di certo è un Effetto Streisand perfetto: non appena vedi l’avviso di Google che mi dice che è stato rimosso qualcosa, ti viene la curiosità di sapere cos’è. E lo puoi sapere.

Mascherare volti, targhe e altri dettagli nelle foto senza installare nulla: FacePixelizer

Mascherare volti, targhe e altri dettagli nelle foto senza installare nulla: FacePixelizer

Capita spesso di voler pubblicare delle immagini mascherandone alcuni dettagli, come per esempio i volti delle persone, le diciture identificative, i dati personali di un documento oppure i numeri di targa. In casi come questi lanciare Photoshop o un altro programma di fotoritocco è eccessivo e lento, sia nell’avvio sia nella manipolazione. Ma lo stesso risultato si può ottenere con pochi clic senza installare nulla con FacePixelizer.

FacePixelizer è un sito: lo si visita con un browser recente (Windows / Mac / Linux), si trascina sulla sua zona etichettata Drop Image Files Here la foto da mascherare e si sceglie l’effetto desiderato. Se si tratta di volti, il sito tenta il riconoscimento facciale e seleziona automaticamente i volti da censurare, lasciando intatto il resto dell’immagine; in alternativa si può selezionare manualmente l’area (o le aree) da sfuocare, coprire o quadrettare.

L’elaborazione dell’immagine avviene localmente: la foto originale non viene mai inviata al sito.

Come bonus, l’elaborazione rimuove anche i dati EXIF (data e ora, tipo di fotocamera, geolocalizzazione e altro ancora) che sono incorporati nell’immagine e che possono aiutare a risalire alla sua origine.

Purtroppo non è ancora disponibile una versione per iOS o Android o Chromebook, ma c’è un’estensione per Google Chrome.

Se Apple decide cosa si può pubblicare: perché l'iPad è una polpetta avvelenata per gli editori

Se Apple decide cosa si può pubblicare: perché l’iPad è una polpetta avvelenata per gli editori

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “roami” e “dea selene”. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento ore 21:15.

Tantissimi editori si stanno buttando a capofitto sull’iPad, investendo nella produzione di applicazioni apposite e di versioni su misura dei propri giornali e delle proprie riviste. Vedono l’iPad come un’ancora di salvezza per contrastare il declino delle loro vendite cartacee. La voglia di trovare un messia che li salvi è talmente forte che sono, a quanto pare, ciechi alle conseguenze delle loro scelte come una sedicenne che s’infila nel letto di una meteora del pop.

Il problema di dedicare i propri sforzi online esclusivamente alle piattaforme Apple è che in questo modo l’editore perde il controllo. Mette la propria rotativa in outsourcing, per così dire, a un’azienda che ha per contratto il diritto di decidere cosa viene o non viene stampato e pubblicato. E che decide con criteri talmente arbitrari e puritani da spingersi ben oltre l’indignazione per arrivare al ridicolo.

Esempio numero uno: TheBigMoney.com segnala che un adattamento a fumetti dell’Ulisse di Joyce, intitolato Ulysses Seen, è stato inizialmente respinto dall’App Store perché conteneva immagini di nudo inaccettabili. Ecco una delle immagini in questione:

E questa è un’altra:

Sì, queste sono le immagini respinte dall’App Store di Apple. Da notare che l’Ulisse originale di Joyce, con le sue descrizioni di attività sessuali esplicite, è invece in vendita su iBooks di Apple. Dopo che i creatori di Ulysses Seen hanno modificato i disegni, la società della mela morsicata ha accettato il fumetto nell’App Store (non ho ancora visto le versioni modificate; se qualcuno le trova, me lo faccia sapere); poi ha detto di aver commesso “un errore” e ha chiesto agli autori di sottoporre di nuovo i disegni originali. Però intanto censura con tanto di quadrettoni il fumetto di un bacio fra due uomini svestiti, ma non quello di una scena di sesso fra un uomo e una donna altrettanto svestiti. Un bel messaggio di tolleranza, non c’è che dire (aggiornamento: Apple ha fatto dietrofront anche in questo caso, secondo il Washington Post).

Come scrive lucidamente Kevin Kelleher sempre su The Big Money, è vero che il fumetto originale è disponibile altrove sul Web e quindi l’edizione per l’App Store è paragonabile a una versione di un film tagliata per mandarla in onda in prima serata, ma l’atteggiamento di Apple “obbliga gli artisti a scendere a compromessi sull’integrità della loro visione e punisce coloro che rifiutano il compromesso. Questo è particolarmente pericoloso quando il nudo non è osceno – come nel caso di Ulysses Seen – ma rinforza l’opera complessiva. Secondariamente, e in modo più pernicioso, può indurre gli artisti a tentare di interpretare anticipatamente la propria integrità censurando i contenuti ancor prima che Apple gliel’abbia chiesto… Joyce non scese a compromessi, neanche creando una seconda versione ripulita dell’Ulisse.”

Editori di giornali, provate a sostituire artisti con giornalisti. E come potrete parlare obiettivamente dei prodotti Apple, sapendo che l’edizione online del vostro giornale o della vostra rivista dipende, per i propri introiti, dal placet di Apple? Gli editori tedeschi hanno dimostrato di aver capito il problema.

Se i criteri dell’App Store vi sembrano dettati da un puritanesimo al limite dell’assurdo, considerate il secondo esempio: The Sun. Sì, il giornale britannico noto più per le grazie dei suoi topless a pagina 3 che per la forbita sagacia dei suoi reporter. The Sun ha un’App nell’App Store che consente di leggere il giornale (a pagamento). Leggerlo, s’intende, compresa la suddetta pagina 3, che come documenta The Register offre in fotografia, ad alta risoluzione, il seno che disegnato a fumetti è invece inaccettabile per Apple. Riproduco qui le grazie di Chloe a bassa risoluzione per permettere la lettura di questo articolo senza causare disagi sul posto di lavoro: la versione più nitida, per gli interessati, è appunto su The Register.

Paidcontent spiega che Apple ha accettato il popputo ebdomadario britannico perché per scaricarlo sull’iPad è necessario confermare di avere più di diciassette anni. A quanto pare, la visione di un seno prima di quest’età può causare traumi indicibili. E come si fornisce la conferma, presentando un documento d’identità? No: molto più pilatescamente, cliccando su un pulsante e dichiarando di avere più dell’età mammocompatibile. Perché naturalmente nessun minorenne ormonalmente stimolato sarà così disonesto da mentire.

Sia chiaro: il problema non è dell’iPad, ma del modello commerciale scelto da Apple per l’iPad (e per l’iPhone), che esige il controllo totale e l’ultima parola sui contenuti. Si porrebbe per qualunque altra società che imponesse quello stesso modello monopolista su qualunque dispositivo.

Volete davvero che tutte le rotative siano gestite da un’unica società, con potere assoluto su cosa possono o non possono vedere e leggere i vostri lettori? Pensateci, editori, prima di mettervi a danzare con un elefante talebano.

Orwell ha un sussulto nella tomba: il “Corriere” cancella la memoria degli articoli scomodi. Aggiornamento: è “solo” un errore tecnico.

Orwell ha un sussulto nella tomba: il “Corriere” cancella la memoria degli articoli scomodi. Aggiornamento: è “solo” un errore tecnico.

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: ore 16:05.

Mi fareste un piacere? Visitate questo link della cache di MSN Live search, stampatelo e/o salvatene il contenuto sul vostro computer. Serve come prova di un fatto decisamente inquietante, che dimostra quanto sia vulnerabile il sistema dell’informazione basato su Internet, dove ciò che non è gradito o che rivela passati imbarazzanti si può far sparire, intenzionalmente o con un clic errato. Anche da una testata istituzionale come il Corriere.

È giusto che un giornale riscriva o faccia sparire articoli? Che razza di traccia storica rimane della realtà dei fatti, se i media e la storia vengono riscritti? E’ esattamente quello che previde, sia pure con altri mezzi, George Orwell nel libro 1984. Orwell pensava che anche nel futuro (il libro fu scritto nel 1948) sarebbero stati i governi totalitari a censurare le notizie o alterarle secondo la convenienza del momento. Non immaginava che sarebbero stati i giornali stessi a farlo.

Mi sono imbattuto in un piccolo ma significativo esempio di questa manipolazione facendo ricerche sul famoso “UFO Kinder”, ossia la fotografia di un’astronave giocattolo, tratta dalle merendine Kinder e ispirata al film Chicken Little, spacciata per un veicolo alieno da Flavio Vanetti proprio sul Corriere qui per poi essere abilmente sbufalata da Paolo Toselli e da Photobuster.

Vanetti aveva sostenuto strenuamente l’autenticità della foto, attribuita al comandante Garofalo, anche in un altro articolo del 17 aprile 2009, accompagnato da una lunga e documentata discussione dei lettori. L’articolo era qui, ma è scomparso. Nell’elenco degli articoli della rubrica Misterobufo di aprile figura tuttora, con tanto di link e inizio del testo, ma il link porta ora a un altro articolo, questo (che non c’entra nulla con l’avvistamento di Garofalo), e lo stesso fanno molti altri link ad altri articoli.

Sembra dunque che qualcuno abbia compiuto un’operazione di pulizia per far sparire una serie di affermazioni. Per fortuna c’è appunto la copia nella cache di MSN Live Search che ci permette di recuperare l’articolo misteriosamente vaporizzato, come direbbe Orwell.

Certo, è soltanto un articoletto che parla di un avvistamento di dischi volanti. Ma è una dimostrazione non banale di come i media digitali si prestino a queste alterazioni.

Times 22.3.84. riproduz ordogior gf bispluserrata nonesisper riscrinter pristes supautor anteinclucoll.

Aggiornamento 15:14

Il Corriere mi ha contattato con la spiegazione. La pubblico non appena ricevo il permesso.

Aggiornamento 16:05

Si è trattato di un disguido tecnico, che ora è stato sistemato: un articolo nuovo è stato salvato con lo stesso nome di un articolo precedente dello stesso mese (xfiles_ufo_avvistamenti.html) e l’ha quindi sovrascritto. Il nome di file è stato cambiato (l’articolo più recente, Le conseguenze degli Alieni, ora ha un underscore in più) e l’articolo sul caso Garofalo è stato ripristinato.

Quali che siano state le cause della momentanea scomparsa, è un episodio che dimostra quanto sia fragile la conservazione delle notizie nel mondo digitale anche in assenza di malizia.

È anche una bella dimostrazione di come siano spontanei i processi mentali cospirazionisti: siccome stavo cercando proprio quell’articolo e ho visto che era sparito, confesso che il mio primo pensiero è stato che qualcuno volesse nascondere qualcosa, anche in considerazione della natura controversa dell’articolo (Vanetti è stato fortemente criticato anche tra gli ufologi per la storia dell’UFO Kinder). Nessuno è immune a queste trappole psicologiche.

Brevi di oggi

Brevi di oggi

Podcast e TV per i rischi dei blog; cavi tranciati; caccia ai satelliti; Linux militare; complottisti sferzati; regole presidenziali

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il podcast del Disinformatico radiofonico di ieri è disponibile per qualche settimana sul sito della RTSI. Ho parlato del ruolo e delle regole dei blog nel Quotidiano (TSI) di ieri a proposito dell’omicidio insensato di Damiano Tamagni a Locarno.

A proposito della recente vicenda dei cavi primari di trasmissione dati misteriosamente tranciati, qui trovate un grafico molto chiaro e dettagliato (anteprima qui accanto) della distribuzione e dell’importanza di questi cavi in tutto il mondo.

Per coloro che pensano che sia facile ordire cospirazioni senza che nessuno se ne accorga: Satobs.org è il sito degli appassionati di caccia ai satelliti, capaci di rivelare la presenza e le coordinate dei satelliti spia di tutti i paesi. Ebbene sì, i satelliti sono visibili da terra, spesso a occhio nudo e persino di giorno (googlate “iridium flare” o guardate direttamente i filmati qui). C’è un bell’articolo in merito sul New York Times (registrazione gratuita), che risponde molto bene all’obiezione che avranno molti: non è pericoloso per la sicurezza nazionale rivelare a tutti le coordinate dei satelliti militari? La risposta è che se sono in grado di farlo degli hobbisti con un binocolo, un cronometro e un bel po’ di matematica, sono certo in grado di farlo i cinesi (o l’avversario di turno).

La prossima volta che qualcuno vi dice “Linux non lo usa nessuno”, citategli i militari USA, che lo stanno facendo (con qualche problema di integrazione).

Ogni tanto qualche voce si leva a dire le cose come stanno sul complottismo: Aldo Grasso scrive sul Corriere, rivolgendosi a Corrado Augias in merito allo spazio offerto su Raitre alle teorie sull’11/9 di Giulietto Chiesa, e le definisce senza mezzi termini “deliranti convinzioni”. La frase è verso a fine dell’articolo.

Consigli d’immagine per presidenti aspiranti e in carica: qualunque cosa facciate, non fatevi mai fotografare mentre indossate gli occhialini 3D. Con Carla Bruni? OK, molto OK. Con un sigaro usato da Monica Lewinski? Passabile, con qualche imbarazzo. Con gli occhialini 3D? Bispluserrato. Non fatelo neanche se siete il presidente iraniano e avete la reputazione di essere l’uomo più serio del mondo. Neanche per guardare un documentario sullo spazio. Mai. Mai. Mai. Perché questo, come mostra il Guardian, è il risultato:

Totally uncool.
Ashley Madison: nuova serie di dati trafugati, analisi degli account ticinesi

Ashley Madison: nuova serie di dati trafugati, analisi degli account ticinesi

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alla gentile donazione di “m.sabbat*”. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2015/08/23 17:30.

2015/08/21 10:30. Poche ore fa è stato rilasciato un altro Torrent di dati che a quanto pare provengono dal sito Ashley Madison. L’annuncio è stato pubblicato sulla rete Tor. Nel nuovo lotto di dati ci sono le mail di Noel Biderman, CEO di Avid Life Media, che è proprietaria di AM; il codice sorgente del sito e delle app per smartphone; e molti dati interni dell’azienda. La disponibilità di questi dati faciliterà il lavoro di devastazione di qualunque aspirante aggressore (ammesso che a questo punto resti qualcosa da devastare, anche se l’azienda sembra voler continuare a operare). Non sembra esserci nulla di interessante dal punto di vista tecnico in questa nuova serie di dati.

Intanto in Canada è partita la prima class action contro l’azienda per non aver tutelato i dati personali degli utenti. I gestori di Ashley Madison sono in piena modalità panico: stanno addirittura ricorrendo alla censura tramite le leggi sul copyright (DMCA) per rimuovere i tweet che la citano. Ma ormai il danno è fatto: le rivelazioni hanno dimostrato che c’è un enorme numero di account falsi e quindi la credibilità dell’azienda (anche in termini di custodia dei dati sensibili dei clienti) ne esce a pezzi.

Fra gli utenti di AM ci sono membri dello staff della Casa Bianca, secondo Time. Su Dadaviz.com c’è una notevole serie di grafici basati su analisi dei dati trafugati: ripartizioni per paese rispetto alla popolazione, proporzione uomini/donne, stato coniugale dichiarato, numero di utenti che hanno usato il proprio indirizzo di mail governativo (ci sono 11 italiani) o di lavoro.

Ieri ho partecipato al servizio della Radiotelevisione Svizzera sulla vicenda Ashley Madison: il video è qui in streaming. Dall’analisi del primo lotto di dati pubblicati, alla quale accenno nel servizio, emerge che ci sono in tutto circa 50 account che indicano una località del Canton Ticino come indirizzo fisico, insieme a un indirizzo di mail, al nome e cognome e alle ultime quattro cifre della carta di credito. In alcuni casi è stato usato l’indirizzo di mail del luogo di lavoro e/o ci sono altri dati personali reperibili facilmente sui social network. C’è un addebito di oltre 15.000 dollari sul quale sto indagando (ho contattato la persona per segnalare la possibile frode ai suoi danni). Le località ticinesi dichiarate dagli utenti, spesso indicando anche la via e il numero civico, sono una trentina (Arzo, Bellinzona, Cadempino, Camorino, Canobbio, Carabbia, Castel San Pietro, Chiasso, Cimo, Cugnasco, Figino, Lamone, Locarno, Losone, Lugano, Maggia, Manno, Massagno, Melano, Minusio, Monte Carasso, Morcote, Muralto, Pambio-Noranco, Paradiso, Quartino, Riva San Vitale, S. Pietro, Salorino, San Vittore, Sorengo, Vacallo).

2015/08/23 17:30

È partita una class action da oltre mezzo miliardo di dollari contro Ashley Madison. La riferisce la BBC, dicendo che due studi legali canadesi hanno avviato l’azione legale per conto di tutti i cittadini canadesi che sono stati colpiti dalla violazione della riservatezza dei propri dati. “In molti casi gli utenti avevano pagato un importo supplementare per far rimuovere dal sito tutti i propri dati e ora hanno scoperto che quelle informazioni sono invece rimaste intatte e ora sono state rese pubbliche”.

Fonti aggiuntive: Ars TechnicaThe Register.