Vai al contenuto

Capisci di Internet? No? E allora governa

Caso mai servissero conferme che i governanti non capiscono niente di Internet

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Punto Informatico segnala il tentativo del governo italiano di varare la tassazione e la schedatura dei blog: un disegno di legge che, se approvato, imporrebbe a chiunque gestisca un sito Web, un blog o qualsiasi altra forma di comunicazione online di iscriversi al Registro degli Operatori di Comunicazione.

Questo implica ovviamente un fardello burocratico demenziale e l’identificazione di ogni blogger, con un gesto degno della Birmania.

Certo, si tratta soltanto di un disegno di legge, ma non è questo il problema. Il problema è che una proposta idiota di questo genere non doveva neanche vedere la luce. Non doveva neanche impegnare un microsecondo delle risorse della pubblica amministrazione; e chi la proponeva doveva essere sommerso dagli sberleffi dei colleghi per aver dimostrato che non capisce un emerito piffero di Internet.

Ma nulla di questo è successo, perché i colleghi del genio che ha partorito questa mostruosità (probabilmente parente di chi coniò il bollino SIAE per i siti Web) sono altrettanto abissalmente ignoranti di come funziona Internet. E così siamo arrivato al disegno di legge, che impegnerà altre risorse per discuterlo, negoziarlo e, si spera, alla fine buttarlo via.

La notizia è particolarmente ironica per il fatto di arrivare mentre sono a Riva del Garda come ospite di un convegno promosso dal Ministero delle Politiche Giovanili e delle Attività Sportive allo scopo di ascoltare i giovani e ottenere il loro input su come arginare la fuga di cervelli dall’Italia.

L’incontro con i giovani di stamattina è stato molto piacevole e ricco di spunti, e ha permesso a noi relatori “matusa” di capire meglio quali ostacoli e quali problemi incontra e sente personalmente chi si affaccia oggi al mondo del lavoro in Italia, specialmente in campo tecnologico e informatico. Abbiamo partorito insieme alcune idee che sono state proposte al ministro Melandri. Per modo di dire: il ministro era talmente preso a chiacchierare che il pubblico in sala ha deciso, a un certo punto, di richiamarla all’attenzione chiedendo al relatore di ricominciare da capo la propria presentazione perché il ministro era “impegnato in altre conversazioni”.

Ecco il testo in sintesi delle proposte realistiche e a basso costo, ma credo preziose come volano, del workshop “Reale e virtuale”, che ho condiviso con Simone Cabasino e Michele Kettmaier:

  • il divieto dello scambio di dati con e fra organismi istituzionali a mezzo di formati che necessitino per l’accesso di software proprietario, per garantire la libertà di scelta tecnica agli utenti che hanno diritto all’informazione istituzionale.
  • l’incentivo alla formazione (alfabetizzazione informatica) all’uso del computer a tutte le fasce d’età, anche attraverso i media tradizionali [a quando un “Non è mai troppo tardi” per l’informatica, insomma?], per mutare la percezione del computer, delle sue potenzialità e del ruolo di internet nelle dinamiche di comunicazione.
  • la riformulazione della posizione di attore monopolistico nel mercato delle opere artistiche della SIAE e l’incentivazione del’affermazione di agenti alternativi in concorrenza, per dare una scelta agli artisti che debbono avere facoltà di disporre e di decidere del destino delle proprie opere.
  • la valorizzazione della concezione del fruitore e delle sue libertà dettate dalla Convenzione di Berna sul diritto d’autore e la riforma del modo eccessivamente restrittivo in cui questa Convenzione è implementata in Italia.
  • la pubblicazione su Internet dei bilanci degli enti pubblici o che svolgono funzioni pubbliche, e degli importi degli stipendi pubblici, nel rispetto della privacy individuale, per semplificare il controllo pubblico sull’assegnazione di commesse, stipendi e compensi.
  • la semplificazione della condivisione tra privati della connessione Internet (wifi e non solo) per diffondere la disponibilità di banda, consapevoli che i meccanismi di identificazione in essere (legge Pisanu) sono solo penalizzanti per gli utenti e non sono idonei ad arginare le comunicazioni nelle attività illegali.

Mi verrebbe voglia di aggiungere a queste proposte anche quella di mettere la mordacchia permanente a qualsiasi burosauro che insista a pensare che Internet sia da imbrigliare, colonizzare e censurare con norme di sapore medievale. Perché se si va avanti con idiozie di questo genere, la fuga di cervelli non la si evita; la si incoraggia.

Apparizione mistica, con contorno di tetta santa

Apparizione mistica, con contorno di tetta santa

La censura su Facebook corre con il vento in poppa, secondo il Corriere; intanto il Giornale parla di blog oscurabili

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Vignetta di Moise, pubblicata per gentile concessione dell’autore.

Lo so, lo so, è un refusino, ma è talmente divertente per le sue allusioni freudiane assortite che non riesco a trattenermi dal citarlo, anche perché me l’avete segnalato in tanti e quindi è piaciuto anche a voi: un articolo del Corriere segnala la notizia sulla censura operata da Facebook per le foto di donne che allattano i figli al seno, perché sarebbero “materiale osceno, pornografico e sessualmente esplicito”.

Storia interessante, sulla quale ci sarebbe da riflettere in merito ai criteri di censura (Facebook oscura le foto segnalate dagli utenti, per cui chiunque può ergersi a censore), e l’articolo del Corriere ne fa un resoconto piuttosto azzeccato, ma poi scivola su questa perla:

«di solito permettiamo le foto di madri che allattano», è solo una questione di quantità. «Seno nudo, con capezzolo e aureola»: troppa nudità tutta insieme.

Orbene, per quanto il seno sia indubbiamente degno di venerazione per la sua funzione e la sua grazia, dargli addirittura la patente di santità dotandolo di aureola pare un po’ esagerato.

Ecco una cattura dell’articolo, prima che il refuso venga corretto:

Sorprende che l’autrice dell’articolo, Claudia Voltattorni, non sappia di avere una parte del corpo chiamata areola. E di averla in duplice copia. Suggerisco una ritirata onorevole: dare la colpa al correttore ortografico di Word.

Parlando di censure meno frivole, il Giornale mi ha intervistato ieri sera a proposito delle recenti tentazioni censorie nei confronti dei blog e di come si è evoluto il blog da diario personale a pulpito editoriale e ideologico, e mi dicono che l’intervista è stata pubblicata a pagina 13 dell’edizione di oggi. Se qualcuno me ne potesse mandare una scansione della pagina presso topone chiocciola pobox.com per gli archivi del Maniero Digitale, gliene sarei grato (vorrei capire il contesto che circonda l’intervista) [Aggiornamento: la scansione è arrivata, grazie!].

Nel frattempo, trovate qui la versione online, che è un sunto molto drastico, ma tutto sommato corretto nell’essenza, di una chiacchierata ben più estesa. La bufala dei borseggi non più denunciabili citata nell’articolo è qui. Il contesto nel quale è calata la mia intervista è una sorta di necrologio dei blog da parte di Geminello Alvi che non condivido affatto: è come affermare che la scrittura è una forma di comunicazione morente e squallida perché la gente scrive diari insulsi, per cui Flaubert, Clarke, Manzoni, Dante, Bradbury, Steinbeck, Asimov, Golding, Beckett, Shakespeare non valgono niente.

Michelangelo? Un pornografo, dice MSN. Youtube conferma

Michelangelo? Un pornografo, dice MSN. Youtube conferma

Promemoria per aspiranti censori

Ogni tanto qualche genio luddista si affaccia a Internet e dal basso della sua ignoranza proclama che è necessario regolamentarla e censurarla, perché contiene immagini offensive e pornografiche. Quando gli si chiede come fare di preciso, ha sempre la soluzione pronta e fa sembrare tutto facile: si eliminano le immagini “di nudo, nudo parziale, pornografia, molestie e comportamenti illegali od offensive”, come recita una mail di avvertimento giunta a un utente di MSN Spaces e segnalata su Punto Informatico.

Visto? Che ci vuole? Basta fare un elenco di tipi d’immagini inaccettabili e poi filtrare tutto quello che rientra in quell’elenco. Problema risolto.

Il problema è che quell’elenco censura anche Michelangelo. L’avvertimento, infatti, è giunto all’utente perché aveva pubblicato quest’immagine:

Anche il Disinformatico verrà ora relegato fra i blog offensivi e pornografici, inadatti ai cuoricini puri dei nostri bambini (quelli che si scambiano le foto di Rotten.com via Bluetooth sui cellulari)? Staremo a vedere, perché il problema dell’applicazione delle regole contro i contenuti offensivi, della scelta di queste regole e della scelta delle persone che dovrebbero deciderle per tutti noi non è banale come lo dipingono certi aspiranti censori e non è certo limitato a MSN: anche Youtube è stata protagonista di un caso analogo, sempre legato a un’opera di Michelangelo.

Grandiosa, comunque, la scelta di MSN di indicare all’utente italiano le norme di comportamento complete in inglese. E chi non sa l’inglese cosa fa? Le viola senza nemmeno saperlo? Se a qualcuno viene in mente Douglas Adams e una certa autostrada intergalattica da costruire, con l’avviso di sgombero della Terra postato su Alfa Centauri, non siete i soli.

Gli internauti più attempati ricorderanno anche un caso celeberrimo, targato 1995: America Online (AOL) bandì la parola “breast” (seno), perché offensiva. Il risultato fu che le pazienti afflitte da cancro al seno non poterono più parlarne via Internet, se usavano AOL. Leggenda vuole che le utenti aggirarono il problema parlando di “boob cancer” (“cancro alle poppe”), perché “boob” non era nell’elenco di parole proibite deciso da chissà chi. AOL fece dietrofront in pochi giorni a seguito delle proteste dei suoi utenti, come racconta il Boston Globe (Richard A. Knox, “Women Go Online To Decry Ban On Breast”, 1 dicembre 1995, reperibile qui a pagamento).

Quando facevo il moderatore dei neonati forum della Rai, ricordo che tutti ci chiedemmo come mai il nome di un famoso attore italiano venisse censurato. Qualcuno ce l’aveva con Marcello Mastroianni? Poi un utente fece notare che nel cognome c’era annidata una parola di cinque lettere…

Per finire, le immagini di una chicca censoria ancora più stravagante: le armi eliminate dalla versione americana del trailer del prossimo film della serie di Indiana Jones, come segnalato su Slashfilm.com.

In alto la versione USA, sotto la versione internazionale (attenzione, la pagina della versione internazionale del trailer ospita un “nudo parziale” di Daniel Craig. Ho fatto trenta, tanto vale far trentuno).

Legge-bavaglio sui blog: altre info

Il governo indietreggia e “chiarisce” il senso del disegno di legge, ma il danno è fatto

Ecco qualche link in più sul contestatissimo disegno di legge sull’editoria di cui ho già raccontato.

Secondo l’ANSA, Beppe Grillo è insorto, minacciando di rifugiarsi “armi, bagagli e server in uno Stato democratico”. Il padre del DDL, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Ricardo Franco Levi, ha risposto che spetta all’Autorità Garante per le Comunicazioni “il compito di vigilare sul mercato e di stabilire i criteri per individuare i soggetti e le imprese tenuti ad iscriversi al Registro degli Operatori”.

Vari politici prendono le distanze dal DDL, compresi i ministri Di Pietro e Gentiloni che pure l’hanno approvata. Di Pietro dice che il DDL “non è stato discusso nel Consiglio dei Ministri del 12 ottobre perchè presentato come provvedimento di normale routine. Ho letto il testo oggi per la prima volta.”

Approvata senza leggerla? Fantastico, adesso siamo tutti più tranquilli. Specialmente se consideriamo che un eventuale obbligo di iscrizione al Registro degli Operatori di Comunicazione “non implica solo carte da bollo e burocrazia” ma “rischia soprattutto di aumentare le responsabilità penali per chi ha un sito”, secondo l’avvocato Sabrina Peron citato da Repubblica. Infatti il problema non è il costo della trafila burocratica (Macchianera sottolinea che costa zero! niente bolli, né versamenti”), ma le conseguenze legali in caso di post o persino commenti ritenuti diffamatori.

Non si sa, insomma, se davvero i blogger dovranno farsi schedare. Non si sa neanche se il disegno di legge è frutto di malizia o di semplice incompetenza: Veronica Ciarumbello, su Zeus News, ricorda che “non siamo nuovi a leggi poco chiare quali la norma per il deposito legale dei documenti di interesse culturale destinati all’uso pubblico, che ha richiesto un’espressa rettifica per esentare dall’invio delle cosiddette copie d’obbligo (cartacee) l’intera internet ospitata su italici server.”

Quello che si sa è che chi fa le leggi non sa quello che scrive, e chi le approva non le legge, e ci vuole la mobilitazione dei media generalisti per far fare ai governanti il proprio dovere (per il quale, se non erro, percepiscono una paghetta di qualche genere).

Una splendida sintesi di Guido Scorza su Punto Informatico, dove trovate anche i commenti di Massimo Mantellini, Manlio Cammarata e Luca Spinelli: “il DDL sull’Editoria, francamente, non riesce a farmi paura mentre mi fanno tanta paura i nostri Governanti tanto lontani dalle cose della Rete”, scrive Scorza.

E intanto la figuraccia internazionale è assicurata, grazie all’eco di BoingBoing.