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Marilyn Chambers, 1952-2009: come cambia il costume

Marilyn Chambers, 1952-2009: come cambia il costume

È morta Marilyn Chambers, pornostar e fenomeno di costume

Non mi capita spesso di segnalare la dipartita di attori o attrici porno, ma in questo caso faccio un’eccezione.

Il caso di Marilyn Chambers, morta l’altroieri a soli 56 anni, è l’occasione per segnalare una curiosa leggenda metropolitana autentica e per confrontare i costumi e le paranoie politically correct di oggi con la cultura degli anni Settanta, che molti internauti non hanno vissuto, e chiedersi se abbiamo fatto passi avanti o se siamo regrediti sotto la spinta di un nuovo puritanesimo digitalizzato, oggi che la Disney si sente obbligata a ridurre digitalmente il seno coperto di Lindsay Lohan ma non si fa scrupoli con le scene di violenza o di terrore e Facebook censura le areole delle mamme che allattano.

Per tutelare le anime sensibili, l’articolo è sul Disinformatico Not Safe For Work qui. Non ci sono immagini osé, ma l’argomento potrebbe non essere adatto a tutte le situazioni.

Censura e filtri? Buona fortuna

Censura e filtri? Buona fortuna

Filippica: furori Facebookiani fomentano filtri futili, facili follie

È colpa di internet. È sempre colpa di Internet. È sempre tutta colpa di Internet. Ogni volta che avviene qualche evento violento clamoroso, tutti corrono a dare la colpa alla Rete e invocano il bisogno di censure, controlli, classificazioni, schedature e filtraggi. Dopo l’aggressione a Berlusconi è tutto un fiorire di proposte di imbrigliare Internet e di leggi ad hoc per punire l’istigazione a delinquere commessa online e per l’apologia di reato in Rete. In Italia si parla di chiudere i siti Internet istigatori di violenza e di istituire filtri per la navigazione.

Come no: nascondiamo il problema, e il problema d’incanto sparirà. Mai mostrare foto di Carnera a terra, eccetera, eccetera. Tanto varrebbe proporre di ridurre le aggressioni violente vietando la vendita di modellini kitsch del Duomo di Milano, cosa che un pregio perlomeno l’avrebbe: quello di eliminare la piaga sociale dei souvenir di cattivo gusto.

Semmai sarebbe ora di guardare i fallimenti dei tentativi di censura e di controllo persino nei regimi più totalitari prima di imbarcarsi nel reinventare la ruota. Se neppure Cina, Egitto e Iran riescono a mettere in piedi barriere efficaci, farlo in un paese europeo non ha alcuna speranza di successo e avrebbe dei costi sociali enormi.

E sarebbe ora di guardare in faccia la realtà. È facile puntare il dito contro Internet, come se giornali e TV fossero luoghi nei quali la discussione è invece gestita in punta di forchetta, con una pausa per sorseggiare il tè prima di rispondere garbatamente alla dotta considerazione di un illuminato interlocutore dalle parole squisitamente misurate. Prima di chiedere pulizia in casa d’altri, sarebbe magari opportuno annusare l’aria in casa propria e chiedersi se per caso aver installato uno spandiletame in soggiorno possa aver lasciato qualche schizzo anche sul tappeto buono.

Trovo invece esemplare la lezione di vita impartita agli utenti di Facebook dal voltafaccia operato da alcuni gruppi del social network. Prima hanno raccolto centinaia di migliaia di adesioni spacciandosi per gruppi pro-terremotati, pro-gattini abbandonati e pro-rivogliamo-le-mezze-stagioni, poi hanno cambiato nome (un concetto tecnico che alcuni giornalisti non hanno capito, immaginandosi improvvise solidarietà organizzate magicamente online), schierandosi con Berlusconi o con il suo aggressore. Così chi sperava di salvare il mondo con una cliccata in Facebook s’è trovato improvvisamente sostenitore dell’agiografia più sfrenata o dell’istigazione al getto balistico di cattedrali.

Ancora una volta la Clausola del Gatto Sitwoy ha colpito con precisione darwinianamente chirurgica: davvero a nessuno era venuto in mente che dare la propria adesione pubblica, con tanto di proprio nome e cognome, a un’iniziativa priva di qualunque efficacia pratica, lanciata da un promotore anonimo, in un social network che cambia le proprie regole con la stessa facilità con cui si cambiano i calzini (rinominare un gruppo di Facebook prima non era ammesso, a quanto mi risulta), potesse prestarsi a qualche tiro mancino o strumentalizzazione?

Se è così, non ci resta che piangere.

Facebook censura i messaggi

Facebook censura i messaggi

Perché Facebook legge i miei messaggi e li censura?

Questa è proprio bella. L’ho dovuta verificare di persona, perché quando l’ho letta su Wired non ci ho creduto. Facebook blocca i messaggi se decide che contengono qualcosa che a suo insindacabile giudizio è “offensivo”.

Provateci anche voi. Entrate nel vostro profilo Facebook e provate a scrivere a un vostro contatto un messaggio che contenga un link a The Pirate Bay. Nel mio esempio ho scelto un link che porta a un’opera che è di pubblico dominio ed è quindi legalmente distribuibile: Don Chisciotte. Ecco il link: http://thepiratebay.org/torrent/4864059/Don_Quixote_Ebook.

Sto commettendo un reato? No, perché Don Chisciotte è fuori copyright. Sto offendendo qualcuno? No, sto semplicemente informando un amico, adulto e vaccinato, dove può trovare un classico della letteratura.

Ma ecco cosa succede se clicco su Invia:

“Attenzione: alcuni contenuti di questo messaggio sono bloccati” mi dice Facebook. “Alcuni contenuti di questo messaggio sono stati segnalati come offensivi dagli utenti di Facebook”. Posso solo cliccare su OK. La sentenza è inappellabile. Come sarebbe a dire? E chi saranno mai questi utenti di Facebook che leggono i miei messaggi privati e hanno segnalato Don Chisciotte come offensivo? Un clan di bigotti spagnoli ficcanaso?

Ah no, direte voi, Facebook ha bloccato il messaggio perché secondo lui Thepiratebay.org è un sito illegale. Ma allora che lo dica, invece di accampare scuse e dire che sono stati “gli utenti di Facebook” a decidere. E magari mi dia l’opzione di contestare il blocco.

Facendo un po’ di ricerche ho trovato altre espressioni “offensive” secondo Facebook: Cellware.com, Wadjia.com e Yuwie.com. Guarda caso, due sono social network concorrenti, potreste pensare. Ma Facebook in passato ha anche censurato altri siti, come il sito razzista American Renaissance, secondo questa lamentela. Probabilmente si tratta di misure antispam male impostate, ma il principio di fondo resta la libertà di comunicazione: perché non devo essere libero di dire che Cellware.com è un sito orrendo, o che i razzisti di American Renaissance sono l’anello di congiunzione fra l’uomo e l’ameba?

Se trovate altre parole proibite da Facebook, segnalatele nei commenti.

Video BBC “bandito” dal Vaticano spopola in Rete

Video BBC “bandito” dal Vaticano spopola in Rete

Vaticano vs Google; vince Google. Anzi no, vince la libertà d’informazione

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “sara-f****” e “felipardovino”. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Nota di chiarimento: questo articolo non è un’invettiva contro la Chiesa Cattolica, come alcuni potrebbero pensare nella foga della polemica di questi giorni. Se la prende con l’ottusità di chi, nelle istituzioni laiche come in quelle religiose di ogni genere (non soltanto cristiane — penso a Scientology), pensa ancora di avere il diritto di decidere cosa proibire a un adulto di vedere o leggere, e soprattutto pensa di averne ancora la capacità tecnologica. Capacità rimossa grazie a Internet, ma che rischia di ritornare se s’impongono i lucchetti digitali del DRM.

Aggiornamento (2007/05/26): Il video è stato rimosso da Google Video nella versione linkata in questo articolo, ma è tuttora reperibile altrove digitandone il titolo.

Sex Crimes and the Vatican è il titolo del video più popolare del momento su Internet: un video che Avvenire definisce “infame calunnia”. E’ un documentario della BBC, prodotto dalla celeberrima redazione d’inchiesta di Panorama (nulla a che vedere con l’omonima testata cartacea italiana), che raccoglie testimonianze di pedofilia e abusi sessuali all’interno della Chiesa Cattolica.

Il documentario afferma anche l’esistenza di un documento segreto, il cosiddetto Crimen Sollicitationis, che definirebbe le procedure per la gestione degli scandali pedofili coinvolgenti esponenti della Chiesa. Sex Crimes and the Vatican dice che questo documento segreto impone il giuramento del silenzio alla vittima minore, al sacerdote che si occupa del procedimento e agli eventuali testimoni.

Non entro nel merito della questione, se non per dire che l’“infame calunnia” non si può smontare a colpi di censura preventiva chiedendo di bloccarne la messa in onda (in Anno Zero di Michele Santoro). L’Indice dei Libri Proibiti, signori miei, è un tantinello démodé. Nel ventunesimo secolo, le notizie false non si nascondono e non si smentiscono invocando istericamente il principio d’autorità: si sbufalano pubblicamente presentando i fatti e lasciando che siano i lettori a decidere chi ha torto e chi no. La BBC ha torto? Si mostri dove. Se il reportage è una bufala, si faccia il debunking, insomma. Internet è fatta apposta.

Aggiornamento: il debunking (o perlomeno un chiarimento tecnico) è arrivato, sotto forma di questo articolo di Massimo Introvigne e questo articolo di Sandro Magister, con informazioni e link al testo originale del documento contestato. La trascrizione dell’inglese del documentario fornita dalla BBC è qui e contiene dichiarazioni non trascurabili di consulenti di diritto canonico e di ex monaci che sembrerebbero confermare la tesi della BBC, nonché le parole di fuoco di Frank Keating, capo della commissione d’inchiesta della Chiesa sugli scandali pedofili in USA.

E’ importante distinguere fra la questione del Crimen, che è materia di interpretazione del diritto canonico, e i fatti terribili descritti e documentati nel programma: è del resto quello che fa l’arcivescovo cattolico Vincent Nichols nella sua protesta alla BBC (pubblicata dalla BBC stessa). La pagina web dedicata dalla BBC al programma fa notare che anche una commissione governativa britannica è arrivata alla conclusione che “una cultura della segretezza e il timore dello scandalo ha portato alcuni vescovi ad anteporre gli interessi della Chiesa Cattolica alla sicurezza dei bambini”. Questa non è una frase di un giornalista, ma di un rapporto ufficiale governativo.

La BBC nota anche che “Il Vaticano ha rifiutato le reiterate richieste di Panorama di rispondere a qualunque dei casi presentati nel filmato”. Il documentario non è stato certo gradito dalla Chiesa Cattolica, ma risulta secondo nella classifica dei più apprezzati dai telespettatori, per quel che può valere l’opinione pubblica.

Ripeto: non voglio entrare nella querelle e fornisco questi link soltanto per informazione.

Le regole sono cambiate, anche se molti (religiosi e laici) non l’hanno ancora capito. Oggi la censura, il divieto fatto agli adulti di vedere una trasmissione TV, specialmente se proveniente da una testata di indubbia reputazione come la BBC, sono percepiti come un tentativo arrogante di decidere sopra la testa delle persone e di gettare al vento il diritto alla libera informazione che è una delle (poche) conquiste sociali di cui si può andare fieri. Ogni tentativo di bandire un’informazione non fa altro che attirare l’interesse su di essa e costituisce un autogol spettacolare per gli aspiranti censori (come ben sappiamo).

Senza diritto all’informazione non c’è modo di valutare liberamente tutti gli aspetti di un problema, sentire entrambe le campane (se mi passate il gioco di parole) e decidere autonomamente. Se si è tenuti all’oscuro, resta soltanto lo spazio per le decisioni preconfezionate dalle autorità di turno, da una parte e dall’altra delle fatiscenti barricate ideologiche. Come direbbe Orwell, per chi ambisce al potere l’ignoranza è forza, la libertà è schiavitù.

Oggi c’è Internet; non ci sono più le frontiere e non siamo più obbligati a dipendere dai ghiribizzi delle emittenti televisive nazionali per informarci. C’è il satellite; e c’è Google Video, dove chiunque può diventare testata televisiva e può far circolare il materiale che i media tradizionali non passano. Le persone comuni, oggi, hanno in casa le risorse tecniche che consentono di prendere un filmato controverso come quello della BBC, digitalizzarlo, tradurlo (sia pure con qualche imprecisione), sottotitolarlo e diffonderlo al mondo.

Al momento in cui scrivo, Sex Crimes and the Vatican è già stato visto da quasi mezzo milione di spettatori. Eppure, nelle stanze dei bottoni, personaggi sempre meno influenti ma inconsapevoli della loro progressiva irrilevanza si accapigliano per prendere decisioni di messa in onda che, di fronte a questi numeri, sanno tanto di chi litiga su come chiudere la stalla dopo che i buoi non solo sono scappati da tempo, ma hanno capito che non hanno più bisogno dell’elemosina dell’allevatore per procurarsi da mangiare.

E’ per casi come questo che m’inquieta l’incessante avanzare del DRM. Con i lucchetti digitali del DRM sarà possibile impedire la visione dei programmi sgraditi ai potenti con la stessa sottile efficienza di una dittatura digitale. E questo è un futuro sempre più vicino, se non ci impegniamo tutti a contrastarlo.

Svizzera: nuova legge sull’anticopia da abolire?

Svizzera: nuova legge sull’anticopia da abolire?

Petizione contro la nuova legge “pericolosa” sul diritto d’autore in Svizzera

Non capita spesso che la Svizzera balzi agli onori della cronaca informatica, ma è già la seconda volta che la madre di tutti i blog, BoingBoing.net, si occupa della nuova legge svizzera sul diritto d’autore. Anche Slashdot, altro sito di riferimento mondiale degli internauti, ha discusso la questione.

E’ stata infatti avviata una petizione (disponibile anche in versione italiana e tedesca) che ambisce ad abrogare, secondo il diritto referendario svizzero, questa nuova legge che promette di essere estremamente controversa.

Non si tratta della solita raccolta di “firme” cara a tanti appelli: la procedura proposta comporta infatti la raccolta di 50.000 vere e proprie firme fisiche, da apporre su moduli cartacei e da far controllare dal comune di residenza dei firmatari.

La petizione propone di abrogare l’attuale legge, “votata il 5 ottobre dal Parlamento e dal Consiglio Nazionale senza praticamente alcuna resistenza”, perché (dice la petizione) “aiuta decisamente l’applicazione di misure di protezione dalla copia. Secondo noi, queste misure non hanno nessuna utilità per i consumatori e di fatto finiranno per danneggiare anche i produttori di materiale audio/video”.

Sul fatto che i sistemi anticopia siano da contrastare non c’è dubbio: le esperienze di altri paesi dimostrano che sono del tutto inutili come strumento di lotta alla pirateria e soprattutto costituiscono un intralcio ai consumatori legittimi (quando non li infettano direttamente). Non per nulla le case discografiche hanno da tempo sperimentato e poi abbandonato le protezioni anticopia. E non c’è come far infuriare un cliente pagante, che non riesce a vedere il proprio DVD regolarmente acquistato, per spingerlo fra le braccia dei pirati.

Tuttavia il testo della nuova legge svizzera, consultabile come PDF anche in italiano, non sembra coincidere con la contestazione mossa dagli autori della petizione. Secondo la petizione, l’articolo 39a sarebbe liberticida per queste ragioni:

“Questo è il significato delle nuove norme: può essere legale copiare opere se si rientra nei limiti dell’utilizzo legale delle stesse, anche se richiede di aggirare misure di protezione (comma 4). Tuttavia, è illegale distribuire un mezzo per aggirare le misure, e addirittura menzionarlo (comma 3). Come si può pensare che un consumatore possa mettere in atto il suo diritto a copiare un’opera legalmente, se nessuno può aiutarlo ad ottenere i mezzi tecnici per farlo?”

La critica fatta dalla petizione, insomma, è che la legge finirebbe per impedire anche la discussione tecnica legittima. Se per esempio dicessi a un amico o raccontassi in un articolo come ho usato il mio Mac oppure MacTheRipper per copiare un mio CD o DVD protetto da un sistema anticopia, allo scopo di caricarlo sul mio lettore audio/video per uso personale, secondo gli autori della petizione sarei punibile (comma 3). Anzi, questo stesso articolo sarebbe una violazione della legge perché menziona un “mezzo per aggirare le misure”.

Un altro esempio: se descrivessi una falla colossale in un sistema anticopia, scoperta da un ricercatore, sarei ancora in volazione della nuova legge svizzera. Questo sopprimerebbe, di fatto, la libera discussione tecnica. Non si potrebbero più smascherare i venditori di fumo anticopia.

Ma è davvero così? L’articolo 39a della legge, infatti, recita (le evidenziazioni sono mie):

Art. 39a (nuovo) Protezione dei provvedimenti tecnici

1 I provvedimenti tecnici efficaci destinati alla protezione delle opere e di altri oggetti protetti non devono essere elusi.

2 Sono considerati provvedimenti tecnici efficaci ai sensi del capoverso 1 le tecnologie e i dispositivi quali i controlli relativi all’accesso e alle copie, i sistemi di criptaggio, i sistemi di distorsione e altri sistemi di trasformazione destinati e atti a impedire o limitare impieghi non autorizzati di opere e di altri oggetti protetti.

3 E’ vietato produrre, importare, offrire al pubblico, alienare o mettere altrimenti in circolazione, dare in locazione, lasciare in uso, pubblicizzare o possedere a scopo di lucro dispositivi, prodotti o componenti e fornire servizi che, a prescindere dall’elusione dei provvedimenti tecnici efficaci, hanno solo una finalità o utilità commerciale limitata e che:

a. sono oggetto di un’azione promozionale, pubblicitaria o commerciale volta a eludere i provvedimenti tecnici efficaci; o

b. sono progettati, prodotti, adattati o forniti principalmente allo scopo di consentire o facilitare l’elusione dei provvedimenti tecnici efficaci.

4 Il divieto di elusione non può essere fatto valere nei confronti di chi elude i provvedimenti tecnici efficaci esclusivamente allo scopo di procedere a un’utilizzazione legalmente autorizzata.

Ci sarebbe, insomma, il prerequisito dello scopo di lucro: cosa che in una discussione tecnica, o nella condivisione di informazioni fra amici o colleghi, non avviene. Sono esclusi anche i prodotti (hardware o software) che hanno altre funzioni oltre a quella di elusione, per cui un masterizzatore non è vietato. Non è vietato neanche aggirare i codici regionali dei propri DVD, per poterli vedere sul proprio computer o per vedere quelli acquistati all’estero in zone diverse dalla propria: un lettore multizona non ha lo scopo prevalente di eludere.

Inoltre il quarto comma esclude esplicitamente il divieto di elusione se l’elusione viene fatta per usi legali, e l’ultima volta che ho controllato, in Svizzera era ancora legale copiare un proprio CD per caricarlo sul proprio iPod. In tal caso, non sarebbe affatto vero che “nessuno può aiutarlo [il consumatore] ad ottenere i mezzi tecnici per farlo” come afferma la petizione.

Ma un blog come questo, nel quale compare pubblicità, potrebbe essere considerato fonte di lucro (con Adsense ci pago giusto le bollette di Internet, per cui “lucro” è una parola grossa, ma fa niente), e qui si entrerebbe davvero in un campo minato.

Per questo sto contattando gli esperti di settore per saperne di più: nel frattempo, vale la pena di organizzare una discussione in merito, perché i veri limiti del diritto d’autore e dei diritti dei fruitori sono poco conosciuti, e soprattutto in Svizzera c’è il rischio di credersi pirati quando non lo si è e di esserlo senza saperlo.

L’importanza di un prato ben rasato

Test d’inglese: quanti giochi di parole trovate in questo spot?

Problema: una marca molto famosa vuole promuovere un prodotto la cui funzione non può essere descritta esplicitamente in TV. La soluzione: uno spot strapieno di giochi di parole e di doppi sensi, che in confronto la patatina di Siffredi è niente.

Lo spot non contiene immagini osé, ma offre molte allusioni riservate a chi sa bene l’inglese oltre ad alcune comprensibili anche a chi non mastica questa lingua. Divertitevi a contare quanti giochi di parole trovate. Lo colloco nel Disinformatico NSFW per il suo argomento, che potrebbe turbare le anime candide. A quanto mi risulta, il video è reale e viene trasmesso nel Regno Unito.

Dite che una pubblicità del genere passerebbe in Italia?

Apple ripulisce l’App Store per le anime candide

Apple ripulisce l’App Store per le anime candide

Apple: se sei grosso, puoi pubblicare le tue foto osé

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “aquila.della.*” e “fabrizio.b*”.

A volte per spiegare i concetti di base dell’economia non c’è niente di meglio di una scollatura generosa. Uno di questi concetti di base è che concedere a una singola società il controllo totale sulla distribuzione dei propri prodotti non è mai salutare, perché espone agli sbalzi d’umore e ai ghiribizzi di quell’intermediario esclusivo.

Lo hanno imparato a proprie spese coloro che realizzano le applicazioni per iPhone e iPod, che possono essere distribuite esclusivamente passando attraverso Apple. Se Apple decide che l’applicazione non va bene per qualunque motivo, tutto il lavoro di ricerca e sviluppo è stato inutile.

Se i criteri di accettazione fossero chiari e fissi, la cosa sarebbe forse meno irritante, ma Apple continua a cambiare le regole del gioco. L’ultima novità è che la Federazione degli Editori tedesca (VDZ) lamenta la nuova serie di criteri di discriminazione introdotti da Apple per ripulire il proprio negozio di applicazioni iTunes e renderlo adatto anche alle anime più candide secondo i nebulosi criteri morali di Cupertino. Il materiale provocante non è ammesso, salvo che provenga da “una società ben conosciuta che abbia già pubblicato materiale”. Ci sono curve di serie A e curve di serie B, insomma.

Il problema è capire cosa s’intende per “ben conosciuta”. APF/Yahoo riferisce che il popolarissimo giornale tedesco Bild ha dovuto mettere un bikini digitale sulla pin-up dell’applicazione che ha realizzato per iPhone e di cui ha già venduto 100.000 copie (l’applicazione chiede agli utenti di scuotere il proprio iPhone per spogliare la modella). Un’applicazione realizzata dalla rivista Stern è stata bloccata a gennaio perché presentava foto provocanti. Però Playboy e FHM hanno il benestare di Apple per pubblicare parte del proprio materiale attraverso iTunes.

Axel Springer ha riassunto la faccenda nel modo più limpido: “Oggi si tratta di seni scoperti, domani potrebbe trattarsi di qualcos’altro. Riteniamo che il comportamento di Apple sia iniquo, arbitrario, deleterio per gli affari e pericoloso per la libertà di stampa”.

In altre parole, la situazione di monopolio sapientemente creata da Apple è stata eloquentemente messa a nudo.

Sentenza Google, niente panico

Sentenza Google, niente panico

Sentenza contro Google per il video del disabile: facciamo il punto, senza agitarci troppo?

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il tribunale di Milano ha condannato a sei mesi di carcere, con pena sospesa, tre dirigenti di Google Italy (David Carl Drummond, George De Los Reyes e Peter Fleischer) per violazione della privacy in seguito a un video pubblicato su Google Video che mostrava un ragazzo autistico picchiato da alcuni giovani, risultati poi essere studenti di un istituto tecnico torinese. Assolto invece il responsabile europeo di Google Video, Arvind Desikan, accusato di diffamazione. La notizia fa il giro del mondo (Japan Today; WAToday; China Post di Taiwan). Google s’indigna.

Vuol dire che d’ora in poi in Italia i fornitori di servizio sono responsabili dei contenuti pubblicati dagli utenti? La libertà della Rete è in pericolo? Non proprio.

I fatti risalgono al 2006. Il video incriminato viene registrato a maggio e pubblicato su Google Video l’8 settembre. Vi resta per due mesi (fino al 7 novembre) e viene visto 5500 volte prima di essere rimosso. I media cominciano ad occuparsene il 12 novembre, dopo che il video è stato eliminato.

Qualunque considerazione su questi fatti è menomata da un problema di fondo: non si conoscono, per ora, le motivazioni della sentenza, che verranno depositate entro tre mesi. Per cui si possono fare alcune congetture, definire alcuni punti fermi e poco più.

La prima cosa da tenere presente è che, secondo Manlio Cammarata, una sentenza di primo grado, come quella di cui si parla, “non costituisce un precedente vincolante per i giudici che dovessero pronunciarsi su casi analoghi”. Quindi non c’è da attendersi una raffica di provvedimenti giudiziari analoghi.

La seconda è che la legge italiana (articoli 14-15-16 del decreto legislativo n. 70/2003) e le leggi dell’Unione Europea (e in USA il Communications Decency Act) dicono chiaramente che un fornitore di un servizio come Google Video o Youtube non è responsabile dei contenuti immessi dagli utenti se si limita a veicolarli. Un po’ come le Poste non sono responsabili se qualcuno le usa per mandare una lettera minatoria. Scatta una responsabilità legale in sede civile solo se il fornitore non rimuove prontamente i contenuti illeciti.

Questa, come segnala anche l’ex garante per la privacy italiano Stefano Rodotà su Repubblica, potrebbe essere una delle motivazioni della sentenza: forse Google non è stata pronta nel rimuovere il video a seguito di una segnalazione e quindi potrebbe esserci un “comportamento omissivo”. Ma è una congettura. Secondo la BBC, Google ha detto di aver rimosso il video non appena le è stato segnalato, addirittura due ore dopo aver ricevuto la notifica dalla Polizia secondo la Associated Press, che dice che gli avvocati dell’accusa hanno criticato invece l’inefficacia del sistema che permette agli utenti di segnalare video illeciti: il video era entrato nella classifica dei “più divertenti” ed aveva ricevuto oltre 800 commenti.

La terza è che le caratteristiche stesse della Rete, e soprattutto i numeri in gioco, negano qualunque possibilità pratica di filtraggio preventivo o controllo dei contenuti da parte del fornitore del servizio. Gli utenti pubblicano ogni giorno molti più video di quanti Google ne possa esaminare e valutare (su Youtube vengono pubblicate venti ore di video ogni minuto) e immettono in Rete molti più post di quanti Facebook ne possa controllare. Ci vorrebbe un esercito di sorveglianti: e chi li paga? E chi controlla il loro operato? Proprio per questo la legge si basa (non solo in Italia) sull’idea della non responsabilità dei meri “prestatori di servizio”. E la legge non è cambiata nottetempo, per cui per ora le cose stanno come prima.

Cosa più interessante, quand’anche si cambiasse la legge, ci sarebbe il problema tecnico non banale di impedire l’accesso dall’Italia a Youtube, Facebook, Vimeo e tutti i servizi analoghi, compresi i blog. Significherebbe far precipitare l’Italia ai livelli dell’Afghanistan, isolandola dal resto del mondo. Uno scenario un tantino irrealistico, visto che ci sono di mezzo un bel po’ di soldi (l’oscuramento di Youtube e simili causerebbe un crollo dell’uso di Internet in Italia e ridurrebbe il fatturato degli operatori telefonici), per cui è decisamente prematuro impanicarsi paventando censure imminenti. Il problema è che leggo commenti di politici secondo i quali invece una censura preventiva sarebbe tecnicamente fattibile e soprattutto sarebbe cosa buona e giusta. Per parafrasare un detto un po’ scurrile, siamo tutti sysadmin con il router degli altri.

Aspettare di conoscere i fatti prima di rigurgitare slogan non sembra essere granché di moda. Ne riparliamo quando saranno pubblicate le motivazioni.

Aggiornamento

Giuseppe Vaciago, uno degli avvocati di Google al processo in questione, è intervistato da Elvira Berlingieri su Apogeonline.

A proposito di “cosa buona e giusta” segnalo questa perla dell’Osservatore Romano: “La sentenza di Milano va nella giusta direzione: servono regole; i motori di ricerca e i provider hanno responsabilità penali.” Davvero? La legge a quanto risulta dice di no, e per ora vale la legge, che piaccia o no. Ma se qualcuno vuole introdurre il principio che i dirigenti di un fornitore di servizio sono responsabili di quello che fanno i loro utenti, forse non ha considerato che questo significherebbe arrestare il Papa se un cristiano ruba.

Italia, proposta legge ammazza-Youtube

Italia, proposta legge ammazza-Youtube

Italia, permesso del governo per mettere un video su Youtube?

Caso mai servisse qualche altro esempio di quanto i governanti italiani vivano su un altro pianeta e siano capre totali in fatto di Internet, sentite questa. Lo schema del decreto legislativo che dovrebbe attuare in Italia la direttiva UE 2007/65/CE che regolamenta i servizi audiovisivi contiene una bestialità che equipara il privato che mette un proprio video su Youtube o Vimeo a un’emittente televisiva, con tutti gli obblighi giuridici che questo comporta.

Se lo schema venisse approvato com’è ora, non si posterebbero video senza licenza, insomma.

Complimenti all’estensore dello schema di decreto, che ha incaprettato la direttiva UE e l’ha sottoposta ad atti contro natura (non c’è nessuna misura restrittiva nella direttiva), ma complimenti anche ai caproni dell’opposizione, che invece di fare nome e cognome dell’estensore e indicarlo agli italiani ridendo, si sono lanciati nella solita tesi di complotto: è una sordida manovra di Berlusconi per controllare i media e censurare la libertà d’espressione, e bla bla bla.

Troppo difficile pensare che chi scrive certe proposte di legge in Italia non sia al servizio della Spectre, ma semplicemente un imbecille?

Ovviamente la figuraccia internazionale è garantita: della faccenda si parla già su Slashdot, BoingBoing, citando come fonte il sito statunitense The Industry Standard. Per fortuna su Punto Informatico c’è un bell’articolo di Guido Scorza che mette in chiaro il fatto che la direttiva UE non include alcun obbligo di licenza per postare video in Rete e che quindi i politici italiani non possono intonare la litania “è l’UE che ce lo impone”. Scorza chiarisce anche che si tratta di uno schema di legge, che come tale è soggetto a modifiche prima dell’approvazione. Quindi niente panico, ma teniamo d’occhio l’iter di questa legge.

Io ho solo una curiosità: vorrei sapere il nome (o i nomi) di chi ha scritto quello schema. Giusto per indirizzare correttamente un’educata, compita, rispettosa pernacchia.

Francia, legge contro i pirati o contro il buon senso?

Francia, legge contro i pirati o contro il buon senso?

Antipirateria, la nuova legge francese rischia di trasformarsi da ghigliottina in boomerang

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

E’ stata approvata in Francia una legge antipirateria, denominata HADOPI, che prevede la disconnessione da Internet e l’immissione in una lista nera per chi è sospettato di essersi macchiato di tre violazioni del diritto d’autore via Internet.

Alla prima violazione sospettata, l’utente riceverà una mail di avviso. Alla seconda violazione sospettata, riceverà una lettera. Alla terza scatterà la disconnessione dalla Rete per un periodo da tre mesi a un anno. L’utente disconnesso non potrà aprire altri abbonamenti a Internet e dovrà continuare a pagare i canoni di quello che gli è stato chiuso.

La parola chiave, come avrete notato, è sospettato. Non occorre una prova giuridicamente valida per avviare il procedimento: un’autorità pubblica indipendente creata ad hoc, la Haute Autorité pour la Diffusion des Œuvres et la Protection des Droits sur Internet (in acronimo approssimativo, HADOPI, appunto), agisce su semplice segnalazione del titolare del diritto d’autore. La mail iniziale non informa neanche l’utente di quale opera avrebbe fruito senza permesso: indica semplicemente data e ora della violazione. Non è prevista una via di ricorso fino alla terza violazione, e a quel punto l’onere di dimostrarsi innocente sta all’accusato.

Colpevole fino a prova contraria di un reato del quale non viene neppure informato. Di un reato di cui è estremamente facile essere accusati anche quando si è innocenti. Ecco giusto qualche scenario che mi viene in mente al volo:

  • un insegnante o un recensore potrebbe esercitare il diritto di citazione a scopo di critica o insegnamento (articolo 10 della Convenzione di Berna), per esempio scaricando da Internet spezzoni di film della Disney non più reperibili, come le scene razziste tagliate di Fantasia;
  • un utente può scaricare un film legalmente condivisibile, come Memphis Belle di William Wyler, ed essere accusato perché il denunciante non sa che quel documentario è sotto public domain oppure crede che si tratti dell’omonimo film del 1990;
  • si può essere legittimati per lavoro a scaricare e pubblicare un’opera sotto copyright ma essere accusati lo stesso per errore, come ha fatto la Warner Music nei confronti della Sire Records, rea di aver pubblicato su Youtube video musicali della Warner, senza rendersi conto che la Sire è una etichetta della Warner stessa, o come ha fatto sempre la Warner Music nei confronti di una delle proprie artiste bloccando i suoi video musicali, pubblicati dall’artista medesima sul proprio sito;
  • si può essere oggetto di ripicca o attacchi personali, come sta succedendo (nel mio piccolo) anche a me per dei video che ho ripreso io stesso, ho pubblicato su Youtube e ho visto rimuovere perché accusati pretestuosamente di violare il copyright (cosa difficile a credersi, visto che si tratta di riprese pubbliche autorizzate in un luogo pubblico e uno dei video mostra semplicemente il cielo in time-lapse);
  • gli intrusi informatici possono passare attraverso i computer altrui per scaricare, incolpando le vittime ignare;
  • il presunto reato viene commesso da persone che hanno accesso alla connessione alla Rete ma non ne sono i titolari: gli esempi classici sono il figlio che scarica musica e film usando l’abbonamento Internet intestato al capofamiglia, oppure l’utente che acquista un dispositivo senza fili per diffondere Internet in tutta la casa e non sa che deve attivarne le protezioni, altrimenti i vicini di casa possono usare, anche involontariamente, la sua connessione alla Rete).

La nuova legge francese si scontra anche con ostacoli pratici non indifferenti. Per esempio, se i tre download incriminati avvengono tramite l’accesso aziendale ad opera di un dipendente, che si fa, si scollega l’intera azienda? E i punti d’accesso wifi pubblici e gli Internet café come faranno a monitorare l’operato degli utenti?

E quanto costerà gestire tutto questo sistema di sorveglianza? Secondo la Fédération Française des Télécoms, fino a 100 milioni di euro saranno a carico dei provider, che inevitabilmente spalmeranno la spesa sugli utenti sorvegliati. Altri sei verranno spesi dal governo.

Ma la questione più spinosa è appunto la necessità di origliare il traffico Internet degli utenti. E’ un’intercettazione vera e propria, contraria ai diritti di base del cittadino. In pratica alle case discografiche e cinematografiche viene dato il potere di ficcare il naso nella vita della gente.

Tutto il meccanismo, fra l’altro, sembra eludibile con estrema facilità. Se gli utenti che scaricano materiale sotto copyright iniziano a utilizzare il peer-to-peer cifrato e a usare nomi poco intuitivi per i file scambiati, i sorveglianti avranno un bel daffare a decrittare e identificare i file. Il numero dei denunciati per validi motivi precipiterà, e alla fine resteranno soltanto i casi di accusa infondata. E poi c’è sempre il vecchio detto: mai sottovalutare la larghezza di banda di un hard disk da un terabyte e di un’automobile.

La legge non è stata accolta in Francia con un coro unanime di entusiasmo da parte degli artisti che ambisce a tutelare. Alcuni si sono schierati a favore (con notevoli polemiche su alcuni nomi arruolati a loro insaputa, come segnala L’Express), altri decisamente contro, come Marc Cerrone e come Catherine Deneuve, Victoria Abril, Chiara Mastroianni e altri artisti su Libération. Anche l’associazione di difesa dei consumatori Que Choisir è contraria alle nuove norme. Le case discografiche e cinematografiche invece si sono espresse con estremo favore.

Anche oltremanica, nel Regno Unito, gli schieramenti sono strutturati in modo analogo. I rappresentanti del mondo dei media sono a favore del principio della disconnessione degli accusati. Lo affermano la British Phonographic Industry e la Federation Against Copyright Theft, che hanno inviato al governo britannico delle “raccomandazioni urgenti”. Ma l’Internet Services Providers’ Association, che rappresenta i provider, ribatte che le disconnessioni sarebbero contestabili in tribunale e che (cosa importante per il caso francese), la tecnologia disponibile per il monitoraggio e il rilevamento di chi condivide illegalmente non è a un livello “tale da renderla ammissibile come prova in tribunale”.

I grandi titolari di diritti italiani si sono già detti favorevoli al modello francese in una lettera aperta al presidente francese Sarkozy e al Presidente del Consiglio italiano Berlusconi,come segnala Punto Informatico.

Non voglio difendere il Far West attuale, ma leggi come quella francese sono un rimedio inefficace e peggiore del male che asseriscono di voler combattere. Sono tentativi di far sopravvivere un sistema di leggi, quello sul diritto d’autore, concepito in un’epoca nella quale il numero di potenziali violatori del diritto era esiguo (occorrevano risorse tecniche significative, come una tipografia o un’emittente televisiva o radiofonica o una centrale di duplicazione di audiocassette e videocassette) e non più adatto alla situazione tecnologica moderna, nella quale tutti siamo potenziali violatori. Invece di blindare un impianto legale obsoleto, che alla fine premia i grandi magnati dei media ma lascia indifesi i piccoli titolari di diritti e soprattutto gli autori, sarebbe forse più maturo riformare il diritto d’autore per portarlo al passo con la realtà.

L’assurdità intrusiva e liberticida e l’impraticabilità di fondo di questa legge sono spiegate molto eloquentemente da Ed Felten, professore di Princeton e noto ricercatore nel settore della sicurezza informatica e dei diritti digitali, in questo articolo, che trasporta le norme-ghigliottina francesi dal mondo poco familiare dei computer a quello concreto della carta stampata:

Ieri il parlamento francese ha adottato un disegno di legge per creare un sistema “tre sbagli e sei fuori” che espellerebbe le persone da Internet se vengono accusate tre volte di aver violato il diritto d’autore.

E’ un’idea talmente valida che andrebbe applicata anche agli altri media. Ecco la mia modesta proposta di estendere la regola dei tre sbagli alla scrittura, vale a dire alle parole messe su carta.

Il sistema che propongo è estremamente semplice: il governo crea un registro degli accusati di violazione. Chiunque può mandare al registro una contestazione in cui dichiara che qualcuno sta violando un suo diritto d’autore tramite la scrittura. Se il registro governativo riceve tre contestazioni riguardanti una persona, quella persona ha il divieto di utilizzare la parola scritta, per un anno.

Come avviene per Internet, il divieto si applica alla lettura e alla scrittura e a tutti gli usi della parola scritta, compresi quelli informali. In sintesi, le persone bandite non potranno scrivere o leggere nulla per un anno.

Alcuni bastian contrari potranno obiettare che i divieti di scrittura saranno forse difficili da far rispettare, e che vietare la comunicazione sulla base di semplici accuse di reato pone alcune questioni minori di giusto processo e libertà d’espressione. Ma se queste questioni non ci turbano su Internet, perché mai dovrebbero farlo nel caso della parola scritta?

Se colpiti dal divieto di usare la parola scritta, alcuni studenti non potranno fare i compiti e alcuni adulti avranno qualche piccolo inconveniente nella vita di tutti i giorni, e a qualche facinoroso non verrà permesso di partecipare al dibattito politico (o di seguirlo). Magari così ci penseranno due volte in futuro, prima di farsi accusare di violazione del diritto d’autore.

In breve: il sistema dei tre sbagli è una buona idea tanto per la parola scritta quanto per Internet. Quale paese sarà il primo ad adottarlo?

Una volta adottato questo sistema per la parola scritta, potremo occuparci degli altri media. I prossimi della lista sono i sistemi a tre sbagli per le onde sonore e per le onde luminose. Si tratta di media troppo importanti per lasciarli privi di protezione.

Fonti: Zdnet, BBC, Laquadrature.net; fonti primarie citate da Wikipedia in inglese e in francese.