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Quel profetico sonetto del Belli

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente su Wired.it, dove però non è più disponibile, per cui lo ripubblico qui.

C’è chi lo intitola “Er Ber Paese” e c’è chi meno aulicamente ne usa il verso finale come titolo: “A noi ce sarveranno le mignotte”, ma è indubbio che il sonetto in romanesco attribuito a Giuseppe Gioachino Belli imperversa in Rete grazie alla sua vivace descrizione della situazione dell’epoca del poeta (1791-1863), che ricalca in modo impressionante quella odierna.

Mentre ch’er ber paese se sprofonna
tra frane, teremoti, innondazzioni
mentre che sò finiti li mijioni
pe turà un deficit de la Madonna
Mentre scole e musei cadeno a pezzi
e l’atenei nun c’hanno più quadrini
pè la ricerca, e i cervelli ppiù fini
vanno in artre nazzioni a cercà i mezzi
Mentre li fessi pagheno le tasse
e se rubba e se imbrojia a tutto spiano
e le pensioni sò sempre ppiù basse
Una luce s’è accesa nella notte.
Dormi tranquillo popolo itajiano.
A noi ce sarveranno le mignotte.

Chiaroveggenza? Corsi e ricorsi storici? Un bel modo per dire in rima che in Italia non cambia mai niente e fare polemica politica? Ognuno è libero di interpretare come vuole il successo mediatico di questi versi, ma c’è un fatto di base che è uguale per tutti: il sonetto è un falso, nonostante venga presentato come autentico da una miriade di blogger e utenti di Facebook (e anche da Oliviero Beha) e lo si potrebbe scoprire facilmente, se solo si volesse, grazie agli strumenti della Rete.

Basta infatti consultare una buona enciclopedia per scoprire che Belli scrisse in tutto 2279 sonetti, principalmente fra il 1830 e il 1847, e una consultazione di Wikipedia permette di sapere che i sonetti sono interamente disponibili online per esempio su Intratext.com. Una rapida ricerca in questa raccolta non trova il sonetto sotto indagine.

Non solo: un’analisi letteraria trova nel sonetto una collezione di anacronismi e assurdità che tradiscono la natura moderna dei versi. L’indizio principale è il riferimento alle pensioni, che all’epoca del Belli non esistevano nell’accezione moderna di prestazione spettante per diritto ma erano un privilegio riservato a pochi. Ma ci sono molti altri elementi fuori dal tempo, lucidamente analizzati per esempio su Admodeo con ampi riferimenti specialistici.

Secondo un commento pubblicato su Osservatorio dei Laici, l’autore del falso sarebbe un certo “M.G.”, che avrebbe inviato il sonetto-burla via mail alla fine di novembre 2010 “a 24 tra parenti stretti ed amici”, indicandone chiaramente l’origine fasulla. “Poi tutto si è ampliato in progressione geometrica”, come accade spesso con le cose pubblicate in Rete, e s’è persa l’indicazione dello scherzo.

Quale che sia la provenienza del sonetto, il suo successo è una perfetta dimostrazione di uno dei fattori ricorrenti nelle bufale e nelle catene di Sant’Antonio: tendiamo a propagare le storie che si adattano ai nostri preconcetti. Il loro adattarsi alla nostra visione del mondo e il loro messaggio morale inibiscono la normale cautela che spingerebbe a verificare prima di pubblicare. In altre parole, tendiamo a inoltrare non tanto il vero, ma ciò che vogliamo che sia vero.

Foto osé di Liz Taylor, bufala nella bufala

Foto osé di Liz Taylor, bufala nella bufala

Questo articolo era stato pubblicato in origine su Wired.it, ma ora non è più disponibile, per cui lo ripubblico qui.

Il 23 marzo è morta Liz Taylor, una delle ultime vere star di Hollywood. Una settimana dopo, il Daily Mail inglese ha annunciato che era stata resa pubblica una sua foto di nudo, l’unica conosciuta, scattata dall’amico Roddy McDowall quando la Taylor era ventiquattrenne, come “dono di fidanzamento da Miss Taylor al produttore Michael Todd”. L’immagine, ritenuta perduta, sarebbe stata acquistata da un collezionista, Jim Shaudis, che alla morte dell’attrice avrebbe deciso di pubblicarla.

Notizia ghiottissima, con tutti gli ingredienti di sesso e celebrità che l’hanno resa irresistibile per il giornalismo che non si pone questioni di rispetto per i morti: è stata ripresa subito da ANSA, AGI e da moltissime testate (Gazzetta del Mezzogiorno, Messaggero, Corriere della SeraRepubblica e tante altre anche all’estero), senza che nessuno facesse caso alla data di pubblicazione della notizia sul Daily Mail.

Il giornale inglese, infatti, aveva pubblicato foto e articolo il primo d’aprile, come si può notare dalla data dei primi commenti dei lettori. Già questo avrebbe dovuto mettere sul chi vive i giornalisti, e una semplice ricerca in Google avrebbe indicato che il nome di Jim Shaudis non era mai stato citato da nessuna fonte online prima del primo d’aprile, ma la fettasalamite ha colpito implacabile.

La foto di Liz Taylor è stata prontamente sbufalata non dai giornalisti, ma dagli internauti, che hanno dimostrato di essere molto più bravi di chi è pagato per raccogliere e verificare le notizie. La presunta immagine inedita della Taylor, infatti, non appartiene affatto all’attrice, ma alla ballerina Lee Evans, immortalata nel 1940 dal celebre fotografo Peter Gowland, e non è affatto inedita: è stata pubblicata nel 2001 nel libro Classic Nude Photography: Techniques and Images. Il libro è parzialmente consultabile in Google Books, e la foto in questione è a pagina 39, scovata dai segugi di Fark.com, e sul sito di Gowland. L’equivoco era già noto da un decennio agli appassionati del settore dei falsi nudi di celebrità, tanto da essere uno dei classici test del Fake Detective (sito da aprire con cautela, essendo ovviamente pieno di grazie femminili senza veli).

Già così, insomma, la figuraccia giornalistica di abboccare a un pesce d’aprile sarebbe divertente per i lettori e imbarazzante per chi pubblica i giornali. Ma non è finita. Quando finalmente ha cominciato a diffondersi la smentita (lode a Vanity Fair e al Secolo XIX, per esempio), molti siti di notizie online non solo non hanno pubblicato alcuna rettifica in calce agli articoli originali, cosa di per sé scorretta e ingannevole che perpetua la bufala, ma hanno sbagliato anche la smentita.

Forse per giustificare lo scivolone, hanno dichiarato infatti che la foto è un falso sul quale “qualcuno ha pensato bene di usare Photoshop per appiccicarle sopra la faccia di Elizabeth Taylor” (Zapster, BlitzQuotidiano). L’accusa di fotomontaggio del viso è stata ripresa anche da Leggo, TGCom, CheDonna e molti altri.

Ma anche la notizia del fotomontaggio è fasulla: infatti il confronto fra l’originale di Gowland e l’immagine pubblicata dal Daily Mail conferma che il viso è quello di Lee Evans, non quello di Liz Taylor.

Una bella dimostrazione, insomma, non tanto di quanto sia superficiale certo giornalismo, ma di quanto sia diventato facile, grazie a Internet, sbugiardare chi non fa bene il proprio lavoro.

Schermi di Times Square hackerati con l’iPhone?

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente su Wired.it, ma ora non è più disponibile. Lo ripubblico qui, con la stessa data dell’originale e recuperandolo da Archive.org, per completezza d’archivio.

Ha superato i tre milioni di visualizzazioni su YouTube il video in cui un hacker dimostra come usare un iPhone, dotato di un accessorio dall’aria autocostruita, per prendere il controllo degli schermi pubblicitari di Times Square a New York. È davvero ben fatto, tanto che Wired lo ha segnalato fra i migliori video virali del momento.

Si è subito scatenato il dibattito fra i sostenitori del fake e chi si chiedeva come funzionasse l’accessorio acchiappamonitor, e il passaparola ha fatto correre il contatore delle visualizzazioni. Il video è troppo ben fatto per essere un falso realizzato con gli effetti digitali: l’allineamento perfetto delle immagini sui megaschermi, le tonalità e i riflessi assolutamente realistici e l’assenza di bordi o sfarfallii o altri segni di ritocco digitale quando il ragazzo passa più volte con il braccio davanti agli schermi non sono compatibili con un video amatoriale.

Eppure un attimo di riflessione rivela che un trucco ci deve essere. L’accessorio, i cui poteri quasi magici hanno fatto storcere il naso agli esperti di tecnologia, tradisce la propria natura ingannevole con un particolare ben visibile: è collegato alla presa audio dell’iPhone, dalla quale non passa certo il segnale video registrato dal telefonino. In altre parole, è solo un oggetto di scena e la manipolazione degli schermi avviene usando altri metodi. Ma quali, visto che quelli digitali sembrano implausibili?

Nella foga dell’effetto speciale hi-tech di oggi ci si dimentica che nonostante la grafica digitale ormai pervasiva di Hollywood gli effetti visivi migliori sono spesso quelli ottenuti dal vivo direttamente durante la ripresa. Così viene poco spontaneo pensare che il video possa essere stato realizzato nella maniera più semplice: affittando davvero gli schermi pubblicitari di Times Square per proiettarvi legalmente delle immagini preregistrate che simulano un’intrusione nella normale sequenza di spot, sincronizzate con quelle mostrate sull’iPhone.

Istintivamente sembra un’ipotesi da scartare: troppo costosa e logisticamente complicata da realizzare per un semplice video su Youtube. Ma è quella giusta, perché si tratta di uno spot pubblicitario, costruito e disseminato secondo la logica del marketing virale. Lo segnala Momentum Blog, che ha intervistato l’autore del video, Michael Krivicka dell’agenzia Thinkmodo. Il prodotto reclamizzato è rivelato tra le righe in un secondo video, che sembra rivelare il metodo usato ma in realtà serve solo a mostrare allo spettatore che prima dell’“hackeraggio” sul megaschermo di Times Square c’è il trailer del film Limitless, in cui il protagonista acquista capacità straordinarie grazie a una pillola. Esattamente come racconta il ragazzo all’inizio del secondo video.

Nel marketing virale è lo spettatore a fungere da canale di disseminazione, eliminando il costo di una campagna pubblicitaria tradizionale. Chi vede un video virale ne parla agli amici, si crea il mistero e l’interesse, e al momento giusto l’autore del video rivela il messaggio pubblicitario seminascosto: così tutti ne parlano di nuovo per annunciare la soluzione del mistero. È una trappola nella quale inevitabilmente incappa anche l’articolo che state leggendo, ma è un prezzo da pagare per cogliere l’occasione di ricordare l’efficacia degli effetti in-camera, troppo spesso dimenticata in molti campi, e di segnalare una regola di Sherlock Holmes che ben si applica anche alle indagini antibufala: una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, dev’essere la verità.

Antibufala: documenti ufficiali dell’NSA rivelano comunicazioni con extraterrestri!

Antibufala: documenti ufficiali dell’NSA rivelano comunicazioni con extraterrestri!

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente l’11/5/2012 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Clamoroso: sul sito dell’NSA, la segretissima National Security Agency del governo statunitense, c’è un documento dal titolo inequivocabile: Key to The Extraterrestrial Messages (“Chiave ai messaggi extraterrestri”). Il documento, tratto dall’NSA Technical Journal, volume XIV, numero 1, è firmato da H. Campaigne, che secondo alcune fonti è “uno dei più grandi crittologi (la crittologia è la scienza delle scritture nascoste) sul pianeta con anni e anni di servizio alla Naval Security Group, Army Security Agency, per quanto riguarda la decodifica di messaggi extraterrestri che erano stati ricevuti “dallo spazio esterno”. A quanto pare, questi messaggi furono effettivamente ricevuti tramite il satellite Sputnik, ma nessuno aveva alcuna idea su come decodificarli in quel momento.”

Anche il testo dell’articolo non sembra lasciare spazio a dubbi: parla di “una serie di 29 messaggi dallo spazio” e di “messaggi radio captati recentemente dallo spazio”. Ma cosa s’intende per “recentemente”? Non si sa: l’articolo è senza data, e l’unica informazione cronologica è la data di rilascio al pubblico, che è il 21 ottobre 2004. Ma una ricerca negli archivi del Technical Journal lo colloca all’inverno del 1969: l’anno dello sbarco sulla Luna. Coincidenza?

L’articolo cita un altro documento del Technical Journal dal titolo ancora più intrigante: “Extraterrestrial Intelligence”, che si può tradurre sia come “Intelligenza extraterrestre” sia come “Intelligence extraterrestre”, con un gioco di parole a tema, dato che l’NSA si occupa di decifrare i codici segreti delle potenze straniere. Anche questo secondo documento è scaricabile e rivela l’origine di questo mistero.

Si tratta, infatti, semplicemente di un esercizio di crittologia per gli addetti ai lavori, una “serie di messaggi per mettere alla prova l’ingegno dei lettori”. Nessuna rivelazione di contatti con alieni, insomma, ma un semplice divertissement per appassionati di codici segreti.

O almeno così vogliono farci credere…

Antibufala: squalo elefante nel porto di Liverpool!

Antibufala: squalo elefante nel porto di Liverpool!

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente su Wired.it, dove ora non è più disponibile, per cui lo ripubblico qui.

A Liverpool, stando a Repubblica, sarebbe in atto una “caccia all’animale misterioso” apparso in un’immagine di Google Earth del porto della città. Secondo il sito del quotidiano, “l’animale marino” (così viene definito senza esitazioni) sarebbe stato scoperto “da un ragazzo inglese nella zona portuale di Albert Dock, nel quartiere Merseyside” e sarebbe un vero colosso, “più grande delle imbarcazioni ancorate nel porticciolo”.

Non manca la conferma autorevole di “un biologo di Liverpool”, secondo il quale si potrebbe trattare di “uno squalo elefante, magari un vecchio squalo in cerca di un posto dove morire”.

Ma andando a vedere l’immagine originale in Google Earth, disponibile anche in Google Maps, si nota che è estremamente confusa e sgranata e si presta all’equivoco. Certo, la forma è vagamente simile a quella di uno squalo molto grande, però guardando il contesto viene in mente una spiegazione decisamente più semplice: una barca non illuminata dal sole (come alcune delle altre visibili nella zona) che si lascia dietro una scia divisa in tre parti. La barca forma la presunta testa del pesce e la scia forma il corpo e le pinne.

Del resto basta considerare che le immagini di Google Earth e Google Maps non sono in tempo reale e che un pesce di quelle dimensioni non sarebbe passato inosservato agli utenti del porto di Liverpool, per cui negli archivi dei giornali locali ci dovrebbe essere traccia dell’avvistamento clamoroso. Invece non se ne parla affatto, se non per indicare la fotografia citata da Repubblica. Click Liverpool del 17 dicembre, per esempio, fa il nome dello scopritore, che non è “un ragazzo inglese” ma è il trentaseienne Simon Hoban, disk-jockey della stazione locale della BBC. Il “biologo marino” è Tom Cornwell. Il Daily Mail riporta gli stessi nomi e la stessa storia.

Si tratta, insomma, di un classico caso di pareidolia: la tendenza innata a interpretare come forme familiari immagini indistinte o generate dal caso. Il signor Hoban ha probabilmente più dimestichezza con l’aspetto di uno squalo che con quello di una barca in movimento vista dall’alto e quindi ha scelto l’interpretazione ittica, nonostante il ragionamento e il contesto spingano verso una spiegazione meno arzigogolata, che però non avrebbe fatto notizia. L’entusiasmo per la presunta scoperta e la voglia di facile scoop di certi giornalisti hanno completato la bufala.

Come avviene spesso anche in altri campi che hanno a che fare con immagini indistinte e sgranate, come l’ufologia, la criptozoologia o la teoria degli orbs (globi luminosi visibili in certe fotografie notturne), anche in questo caso è venuto meno l’uso del rasoio di Occam: la spiegazione più semplice è di solito quella giusta. Perché tirare in ballo squali elefante dispersi nelle gelide acque britanniche, quando potrebbe trattarsi benissimo di una barca che lascia una scia? O per dirla diversamente: se sentite rumore di zoccoli, pensate a un cavallo o a una zebra?

Magari poi è davvero una zebra, ma prima di esserne certi è indispensabile escludere l’ipotesi più probabile, senza lasciarsi prendere dal facile entusiasmo. Altrimenti – tanto per completare la carrellata di animali – diventa alto il rischio di incappare in una bufala.

Antibufala: i cadaveri non si decompongono più, è colpa dei conservanti nei cibi!

Antibufala: i cadaveri non si decompongono più, è colpa dei conservanti nei cibi!

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente su Wired.it, dove non è più disponibile, per cui lo ripubblico qui.

I conservanti che ingeriamo avrebbero un effetto collaterale tanto inaspettato quanto inquietante: impedirebbero la decomposizione dei cadaveri, causando intasamenti nei cimiteri. Almeno così sostengono articoli e post di blogger circolanti in Rete, che citano vari addetti ai lavori a conferma di questa tesi.

Per esempio, Psichesoma.com la attribuisce a un “collega anatomopatologo”, rigorosamente anonimo, secondo il quale “i cimiteri dei piccoli comuni da qualche anno stanno avendo problemi di mancanza di loculi” perché “quando riesumano le salme per trasferirle nell’ossario le trovano ancora tutte intere”, grazie al fatto che “da una quarantina di anni mangiamo cibi pieni di conservanti e questi rimangono nel nostro corpo e conservano anche noi oltre che i cibi.” Brrr.

La storia viene ampiamente ripresa nella blogosfera, per esempio presso Biospazio.it, Express-news.it, Agorà Magazine e in tanti altri siti e blog.

La tesi circola anche all’estero, citando sempre fonti specialistiche ma anonime, come “un amico che aveva un compagno di classe che era il figlio di un impresario di pompe funebri” (blog del professore di psicologia Seth Roberts, ripreso e amplificato dal seguitissimo BoingBoing.net).

Sfogliando i siti che citano questa tesi si nota un elemento ricorrente: quasi tutti hanno propensioni ambientaliste e concludono il proprio racconto con la raccomandazione di tornare a mangiare biologico per scongiurare questa conservazione innaturale.

Il sospetto, insomma, è che la storia venga amplificata e propagata soprattutto perché corrisponde a una specifica visione del mondo e conferma un pregiudizio emotivo classico delle bufale: la paura delle sostanze sconosciute e l’inquietudine per l’uso e l’abuso di conservanti, che in questo caso assumono una connotazione mitica e macabra.

Il messaggio di fondo della storia che viene diffusa è che i conservanti fanno talmente male che causano effetti contro natura persino dopo la morte, quindi sono diabolici. Il preconcetto e il peso emotivo della storia fanno mettere da parte la prudenza e il raziocinio e inducono a disseminare l’allarme senza porsi la domanda fondamentale: è vero?

Tutte le fonti di questa storia citano specialisti, ma non ne fanno i nomi. Non includono riferimenti adarticoli di letteratura medica o a dati statistici sulla conservazione dei cadaveri. In altre parole, la storia non ha alcuna conferma autorevole. Inoltre se ci fosse stata una drastica variazione nella velocità di decomposizione dei corpi la letteratura medica ne dovrebbe parlare, specificamente nel settore della medicina legale. Le mie ricerche negli archivi, tuttavia, non hanno trovato nulla. Anche siti specialistici come Funerali.org non riportano questioni riguardanti i conservanti alimentari.

Inoltre ci sono luoghi, come la Outdoor Research Facility del Forensic Anthropology Center della University of Tennessee, dove dal 1981 gli specialisti imparano il macabro mestiere dell’analisi di cadaveri lavorando direttamente sul campo nel senso più letterale: i corpi di persone che hanno dato apposite disposizioni testamentarie vengono collocati in varie condizioni in un terreno protetto e lasciati a decomporre affinché possano essere studiati da chi fa medicina legale per le forze di polizia e per addestrare i cani poliziotto (pensateci la prossima volta che vi lamentate del vostro lavoro). Non risulta che vi siano problemi di eccessiva o alterata conservazione.

Anche le leggi italiane in materia (per esempio il DPR 285/1990, in particolare all’articolo 82 che definisce i tempi normali di mineralizzazione dei cadaveri, o la circolare 10/98 del Ministero della Sanità) non sembrano indicare problemi di questo genere.

C’è un altro aspetto che suggerisce che si tratti di una leggenda metropolitana: la stessa storia ricorre in varie forme da decenni. Per esempio, il celebre sito antibufala Snopes.com cita la diceria che già durante la guerra del Vietnam (terminata nel 1975) i corpi dei soldati americani si decomponevano più lentamente di quelli vietnamiti a causa dell’abbondanza di conservanti nella dieta americana. E c’è una conferma al contrario: quella del Weekly World News, pubblicazione-cult nel settore delle notizie inventate, che nel numero del 7 maggio 1991 include un articolo (mostrato nell’immagine qui sopra) che parla proprio della dieta-spazzatura americana che mantiene “freschi come fiori” i cadaveri statunitensi, lamentando il conseguente disagio occupazionale degli impresari di pompe funebri, che non vengono più chiamati a imbalsamare i defunti. E se lo dice il Weekly World News, state sicuri che gatta ci cova.

Antibufala: missile misterioso avvistato in California!

Antibufala: missile misterioso avvistato in California!

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente su Wired.it, dove non è più disponibile, per cui lo ripubblico qui.

Subbuglio e inquietudine non solo in Rete, ma anche nei network televisivi, per le immagini di quella che sembra essere la scia di decollo di un missile dal mare, ripresa da una troupe della TV locale KCBS dalla costa californiana vicino a Los Angeles intorno alle 17 di ieri (ora locale). L’inquietudine deriva da un piccolo particolare: non si sa chi l’avrebbe lanciato.

Secondo CBS News, i militari statunitensi dicono di non saperne nulla; l’ex vice segretario alla Difesa USA, Robert Ellsworth, ipotizza invece che si tratti di un lancio dimostrativo di un missile intercontinentale da un sommergibile statunitense. Space.com ha chiesto lumi al NORAD (North American Aerospace Defense Command), l’ente militare congiunto di USA e Canada che sorveglia lo spazio aereo nordamericano: “Al momento non possiamo fornire dettagli, ma stiamo lavorando per determinare l’esatta natura di questo evento. Possiamo confermare che non c’è alcuna minaccia al nostro paese e tutto indica che non si è trattato di un lancio effettuato da militari stranieri. Forniremo ulteriori informazioni man mano che diventano disponibili”.

L’ipotesi più inquietante è ovviamente che si tratti di un lancio effettuato da potenze ostili a pochissima distanza dagli Stati Uniti. Ma occorre fare un attimo mente locale prima di agitarsi di fronte allo spauracchio di un attacco missilistico agli USA (o dagli USA).

Innanzi tutto, i lanci missilistici militari statunitensi vengono sempre annunciati pubblicando dei NOTAM, che sono una sorta di avviso ai naviganti, riservato all’aviazione civile, che intima di non avventurarsi in una data zona per un certo periodo. È chiaro, infatti, che i militari non vogliono abbattere per errore un aereo di linea e non vogliono curiosi fra i piedi quando collaudano un missile. Ma finora non è emerso nessun NOTAM che riguardi quella zona.

È anche improbabile che si tratti di un lancio talmente segreto da non essere annunciato via NOTAM: a parte il rischio per l’aviazione civile, sarebbe un controsenso effettuare un lancio top secret davanti a Los Angeles invece che in uno dei tanti poligoni terrestri e marini, perfettamente isolati da occhi indiscreti, di cui dispongono gli Stati Uniti.

In secondo luogo, le riprese video non mostrano il decollo del presunto missile, ma soltanto una scia in cima alla quale brilla qualcosa di puntiforme. Di conseguenza, un’ipotesi perfettamente compatibile con i dati fin qui disponibili è che si tratti semplicemente di una scia di condensazione di un aereo che appare verticale per via della prospettiva ed è stata interpretata erroneamente dalla troupe. Il luccichio in cima alla scia potrebbe non essere la fiammata dei motori di un missile, ma il riflesso del sole al tramonto sulla superficie metallica di un aereo.

Il dubbio si potrebbe risolvere facendo un’analisi del traffico aereo in quella zona e verificando se esistono altre immagini della scia scattate da altri luoghi, che permetterebbero una triangolazione e quindi consentirebbero di determinare la vera altezza e inclinazione della scia. Di solito, però, le scie di condensazione degli aerei si formano a gruppi perché ci sono le condizioni meteo adatte in quota, per cui dovrebbero esserci state altre scie analoghe intorno a quell’ora.

L’ipotesi che non ho ancora sentito fare è che si tratti di una “scia chimica”. Ma sono sicuro che qualcuno colmerà presto questa lacuna.

Aggiornamento (2010/11/10 00:30): Necn.com ha una ripresa migliore del “missile”, dalla quale si capisce piuttosto chiaramente che si trata della scia di condensazione di un aereo vista di fronte. L’allineamento produce l’impressione che la scia sia verticale; l’allargamento progressivo della parte posteriore crea una falsa prospettiva e l’illusione ottica che il “missile” si stia allontanando quando in realtà si sta avvicinando all’osservatore. Contrail Science ha recuperato altri esempi di scie d’aereo che producono lo stesso effetto. Il caso, con tutta probabilità, è chiuso.

Aggiornamento (2010/11/10 11:00): Wired.com ha raccolto il parere di John Pike, direttore di Globalsecurity.org, che è del parere che si tratti di una scia d’aereo vista di fronte. Questo spiegherebbe il motivo per il quale non ci sono tante riprese della scia in questione: chiunque non si fosse trovato lungo l’asse della scia l’avrebbe vista come una normale scia d’aereo. Pike aggiunge che se si trattasse della scia verticale di un missile, dovrebbe espandersi quando il missile raggiunge gli strati meno densi dell’atmosfera durante la sua arrampicata, ma questo non avviene nelle immagini proposte.

Fonti aggiuntive: All247News.com, BBC, Slashdot, BoingBoing, Washington Post.

Antibufala: il limone “mutante” di Terzigno

Antibufala: il limone “mutante” di Terzigno

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente su Wired.it, dove non è più disponibile, per cui lo ripubblico qui.

Su Facebook è già stato emesso il verdetto. Le immagini di un limone deforme vengono definite ”prova inconfutabile dei danni causati dalla discarica di Terzigno… una mutazione, un vero e proprio ‘aborto di limone’… raccolto in un frutteto di Terzigno, a poche decine di metri dalla discarica Sari.” Il limone mutante viene citato da Repubblica e dal Corriere.

L’allarme sembra essere stato lanciato da un avvocato, Maria Rosaria Esposito, che ha pubblicato in Rete le foto dell’agrume, proveniente dal suo giardino di casa (secondo Il Mattino). Una scelta emotivamente efficace, che ha ottenuto l’attenzione dei media, ma non supportata dalle verifiche tecniche che sarebbe stato opportuno svolgere prima di sbattere il mostro in prima pagina, per evitare il rischio della Sindrome dell’Al Lupo Al Lupo: a furia di portare prove che poi si rivelano fasulle, gridando appunto “al lupo, al lupo” quando il lupo non c’è (o è altrove), qualunque asserzione, anche la più autentica e reale, rischia di essere annacquata dalle fandonie che le si sedimentano intorno.

Infatti la “prova” è tutt’altro che “inconfutabile”. Come segnala per esempio L’Informatore Agrario, il “limone mutante” ha tutte le caratteristiche di un agrume colpito da un particolare tipo di parassita, denominato acaro delle meraviglie o Eriophyes sheldoni (Insectimages.org; University of California; Wikipedia in italiano), il cui nome comune deriva appunto dal fatto che altera la crescita dei frutti facendo loro assumere forme mostruose (o meraviglie). Insomma, il colpevole del limone anomalo potrebbe essere madre natura, anziché la discarica. Ma quest’ipotesi non si adatta alla visione del mondo semplicistica “natura = solo bene, artificiale = solo male” che si vuole troppo spesso promuovere negli ambienti ecologisti-chic.

Prima di attribuire con così categorica certezza alla discarica le forme abnormi del frutto, insomma, sarebbe stato sensato e prudente consultare un entomologo agrario o un altro esperto per escludere che si trattasse di un fenomeno naturale o comunque non legato all’inquinamento da discarica.

Purtroppo l’emotività, in casi come questo, prende spesso il sopravvento, con il rischio di danneggiare proprio le istanze, peraltro legittime, di chi è preoccupato per la propria salute e lancia l’allarme. Le intenzioni saranno anche buone, ma l’autogol è quasi garantito.

Hamburger, l’ultimo immortale

Questo articolo era apparso inizialmente su Wired.it a novembre 2010 qui, ma dopo un po’ di tempo Wired l’ha cestinato, per cui lo ripubblico qui.

Ricordate Highlander, celebre film con Christopher Lambert e Sean Connery, in cui una stirpe di immortali viveva in mezzo agli uomini e doveva partecipare a un’eliminatoria tramite duelli, finché alla fine ne sarebbe rimasto uno solo? Adesso arriva Hamburger, l’immortale.

O almeno così si dice su Internet, dove spopolano le storie di hamburger acquistati presso McDonald’s o altre note catene di fast food e lasciati all’aria per dimostrare un fatto inquietante: non marciscono, ma si mummificano. Uno di questi panini è intatto da ormai 14 anni. Un chiaro sintomo, secondo alcuni, del fatto che la carne di questi fast food è talmente sintetica che neanche i batteri e le muffe la vogliono mangiare. Ma le cose stanno un po’ diversamente.

J. Kenji Lopez-Alt ha fatto un esperimento, pubblicato su SeriousEats.com con tanto di grafici, per verificare se la tesi dell’hamburger immortale perché sintetico è valida: ha preso vari hamburger, alcuni commerciali e altri fatti in casa usando esclusivamente la carne migliore, e li ha lasciati all’aria. Ha documentato un fatto molto interessante: neanche gli hamburger fatti in casa marciscono. Basta collocarli in un luogo aerato e non umido.

Ha scoperto anche che gli stessi hamburger (sia quelli commerciali, sia quelli casalinghi) invece ammuffiscono se vengono tenuti in ambienti umidi (per esempio dentro un sacchetto), nei quali non possono seccare e perdere la propria umidità. In altre parole, la smentita ufficiale di McDonald’s non diceva fandonie, anche se dagli esperimenti di Lopez-Alt risulta anche che gli hamburger del fast food marciscono eccome se superano una certa grandezza, perché il rapporto fra superficie e volume non consente alla carne di perdere la propria umidità naturale e seccarsi prima che prenda piede la muffa.

La tesi dell’hamburger chimicamente immortale è quindi una bufala alimentata dai preconcetti che hanno interpretato in modo sbagliato un fenomeno naturale: in termini tecnici, è mancato l’esperimento di controllo che confermasse che la causa presunta fosse quella reale. A questo serve il metodo scientifico: a escludere le tesi preconcette e i nessi apparenti. Seriouseats.com offre tutti i dettagli dell’esperimento, così potete ripeterlo e verificarlo. Mi raccomando, però: se lasciate in giro hamburger di prova, segnalateli bene, prima che qualcuno si lasci andare a uno spuntino potenzialmente indigesto.

Antibufala: allarme in Rete, l’INPS dice che i precari saranno senza pensione

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente su Wired.it, dove non è più disponibile, per cui lo ripubblico qui nella versione aggiornata dopo la pubblicazione iniziale.

Sta circolando via mail e nel copiaincolla dei blog un allarme, intitolato “Finiscono i soldi dell’INPS / Inps, è ufficiale: i precari saranno senza pensione”, che si presenta con lo stile di un inquietante trafiletto di giornale firmato dalla sigla “P.F.” e sembra citare fonti autorevoli che preannunciano una congiura del silenzio sulle pensioni.

Dice l’allarme: “La notizia è arrivata e conferma la peggiore delle ipotesi. Rimarrà sotto traccia per ovvi motivi, anche se in Rete possiamo farla circolare. Se siete precari sappiate che non riceverete la pensione. I contributi che state versando servono soltanto a pagare chi la pensione ce l’ha garantita.”

L’appello prosegue: “Perché l’Inps debba nascondere questa verità è evidente: per evitare la rivolta. Ad affermarlo non sono degli analisti rivoluzionari e di sinistra ma lo stesso presidente dell’istituto di previdenza, Antonio Mastrapasqua che, come scrive Agoravox, ha finalmente risposto a chi gli chiedeva perché l’INPS non fornisce ai precari la simulazione della loro pensione futura come fa con gli altri lavoratori: ‘Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale’”.

La frase dello scandalo viene attribuita a Mastrapasqua da fonti giornalistiche teoricamente autorevoli (per esempio il Corriere della Sera del 6 ottobre scorso e molte altre) e sarebbe stata pronunciata durante un convegno di Ania e Consumatori, ma Mastrapasqua ha smentito di averla detta (Repubblica.it; Walkonjob.it:“Io ho difficoltà a commentare quello che non ho detto”).

Viene da chiedersi come mai non sia stata resa pubblica l’eventuale registrazione di quello che è stato detto effettivamente, in modo da sciogliere ogni dubbio: sarebbe davvero ridicolo se un convegno di questo livello non venisse registrato in qualche modo (Aggiornamento: infatti la registrazione c’è, e dimostra che Mastrapasqua ha detto una frase ben diversa; i dettagli sono in fondo a questo articolo).

Comunque sia, è facile sospettare che l’appello abbia qualcosa di bufalino, perché contiene un paio di contraddizioni di fondo: Mastrapasqua avrebbe pronunciato l’ammissione top secret in un convegno pubblico, ma parlarne in pubblico non sembra un approccio particolarmente logico se davvero non si vuole che la notizia circoli.

Inoltre è abbastanza assurdo lamentare censure su una notizia citando come fonte proprio i quotidiani che l’avrebbero oscurata. La fame di complotto spesso fa sragionare, specialmente quando tocca le nostre paure, e così questi controsensi non hanno impedito alla notizia di esplodere in Rete (Agoravox, Il fatto quotidiano, Beppe Grillo, Cultumedia e altri). Ne è scaturita anche un’interrogazione parlamentare.

A giudicare dalla cronologia, la fonte originale dell’appello sembra essere un post su Conti In Tasca, che però non è così lapidario e categorico come l’appello circolante (Aggiornamento: una fonte ancora precedente è questo articolo di ActainRete.it).

Nel frattempo l’INPS ha replicato a Tempi.it (con approfondimento tecnico in questo articolo), spiegando che la presunta prova del complotto, ossia il fatto che l’INPS non fornisce ai precari la simulazione della loro pensione (e quindi, secondo l’appello, la pensione per i precari non c’è), è una bufala.

Scrive infatti l’INPS: “la non-proiezione riguarda tutti i lavoratori: non è una prerogativa riservata agli iscritti alla gestione separata. Non è possibile nemmeno per i lavoratori dipendenti”.

Inoltre, stando a quanto mi ha riferito una fonte tecnica interna all’INPS, non è affatto vero che “i precari saranno senza pensione”: i soldi ci sono e la pensione ci sarà, ma sarà da fame per quasi tutti a causa della bassa aliquota dei versamenti, nettamente inferiore a quella di un lavoratore dipendente a tempo indeterminato. Chi versa poco ottiene poco.

La stessa fonte spiega che l’impossibilità di fornire la simulazione della pensione non serve “per evitare la rivolta”, ma è dovuta al caotico cambiamento del software dell’INPS. Fino a pochi anni fa, quasi tutto il software dell’INPS era creato dalla DCSIT (Direzione Centrale Sistemi Informativi e Telecomunicazioni) di Roma e tutto funzionava bene in AS400. Se un programma non era soddisfacente, si telefonava a uno dei programmatori (che erano dipendenti INPS), che provvedevano al più presto. Questo, dice, permetteva il calcolo di valori di pensione indipendentemente dai contribuiti versati e dall’età: una mera proiezione, con le settimane accreditate fino a quel momento, disponibile sia per i lavoratori dipendenti normali, sia per i precari.

Poi a qualcuno sarebbe venuta l’idea di violare la regola del “se non è rotto, non aggiustarlo” e di migrare tutto al Web facendolo fare ai privati, col risultato che oggi ci sono oltre 150 aziende appaltatrici e 1500 esterni, con costi astronomici e malfunzionamenti a pioggia, che includono il programma di previsione delle pensioni: ora se non si hanno almeno 60 anni neppure si mette in moto.

“La simulazione non viene fatta per il semplice fatto che se non sei ad un anno dall’età pensionabile il programma non fa calcoli”, mi spiega la mia fonte.

Riassumendo: la frase attribuita dall’appello a Mastrapasqua è differente da quella effettivamente detta e le ragioni per le quali non viene fornita ai precari la simulazione della loro pensione sono tecniche e non c’entrano nulla con l’asserita mancanza di fondi. Anche stavolta, insomma, non c’è un omertoso complotto, se non quello collettivo di diffondere paure affidandosi al passaparola emotivo invece di andare a cercare i fatti.

Aggiornamento

La registrazione della dichiarazione di Mastrapasqua c’è, ed è negli archivi di Radio Radicale, come segnala questo articolo di ACTA uscito dopo la pubblicazione iniziale di quest’indagine. Nella registrazione, la frase controversa attribuita a Mastrapasqua non è quella che lui ha detto; anche il contesto è abbastanza differente da quello presentato nell’appello.

Queste sono le testuali parole del presidente dell’INPS, tratte dalla registrazione del convegno: “Noi ancora non forniamo la simulazione – siamo stati da qualcuno criticati – perché non riteniamo che tu possa improvvisamente dare a tutti i cittadini un’informazione se non prima c’è una confidenza, una cultura. Cioè, se io oggi riuscissi a dare – ed è impossibile – a un lavoratore a progetto al terzo anno la simulazione della pensione ci sarebbe forse un sommovimento sociale in Italia, ma non dovuto a una carenza del pubblico: dovuto a una non capacità delle persone di saper leggere il proprio futuro attraverso la previdenza.”

La frase, calata nel suo contesto, assume un significato ben diverso da “Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale” (la versione citata dall’appello). Il “se dovessimo” è in realtà “se io oggi riuscissi”: non un rifiuto a dare la simulazione, ma un’impossibilità di darla.

Con la precisazione che la segue, inoltre, sembra piuttosto chiaro che Mastrapasqua non dice affatto che ci sarebbe un sommovimento sociale perché non ci sono i soldi. Il sommovimento ci potrebbe essere perché la gente, a suo avviso, non è tecnicamente preparata ad interpretare la simulazione.