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Elettrica Renault a 9000 euro? Non proprio

Elettrica Renault a 9000 euro? Non proprio

Molti lettori mi stanno segnalando un articolo di Repubblica (copia su Archive.is) a firma di Vincenzo Borgomeo, che parla di un’auto elettrica Renault, la K-ZE Concept, che Costerà poco (9000 euro), avrà una forma
alla moda (Suv) e un’autonomia QB, quanto basta come dicono gli chef con
il sale (250 km)
. Addirittura “Si ricarica come un cellulare a una normale presa di corrente”.

Contenete il vostro entusiasmo: non so da dove Borgomeo abbia preso quel prezzo, ma per quel che mi risulta il prezzo europeo non è stato ancora dichiarato pubblicamente. Il comunicato stampa completo di Renault è qui su InsideEVs.com.

Non solo: l’autonomia dichiarata è misurata secondo lo standard NEDC (fonte: Renault), che è totalmente irrealistico e va cautelativamente ridotto: un’auto che dichiara 250 km NEDC di solito nella realtà sta sotto i 200 km di autonomia. In altre parole, “quanto basta” soltanto per un uso come auto per brevi tragitti. Con un’autonomia del genere, è più una seconda auto da città che un vero sostituto dell’auto tradizionale.

Per quel che mi risulta, non sono state rilasciate le specifiche tecniche di quest’auto, per cui non si sa qual è la capienza della sua batteria, l’elemento più costoso e cruciale di qualunque auto elettrica: Renault dice solo che la carica rapida (secondo quale standard, non si sa) richiede 50 minuti per arrivare all’80% e la carica al wallbox richiede “meno di 4 ore”. Su questi dati si può ipotizzare una capienza di circa 40 kWh. Considerato che una batteria oggi costa spesso più di 150 dollari al kWh, una batteria da 40 kWh costerebbe 6000 dollari. Quindi se questa mia rapida spannometria è esatta, pare davvero difficile un prezzo finale all’utente di 9000 euro, anche se l’auto è basata sulla Kwid a benzina già esistente.

Infine, dire che un’auto si ricarica “come un cellulare a una normale presa di corrente” è fuorviante: qualunque auto, per caricarsi in tempi umanamente ragionevoli, deve assorbire parecchia energia per molte ore, e questo può causare surriscaldamenti negli impianti non perfettamente a norma. Non è come collegare un telefonino a una prolunga.

Fonte aggiuntiva: Electrek. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Ci vediamo a Bergamo il 22/9 per il raduno di Tesla Owners Italia?

Ci vediamo a Bergamo il 22/9 per il raduno di Tesla Owners Italia?

Domani (22 settembre) sarò moderatore e co-relatore al Tesla Owners Italia Forum che si terrà a Bergamo dalle 15:30 alle 17:30, alla Sala Galmozzi in via Torquato Tasso 4. L’accesso è gratuito.

L’evento è organizzato da Tesla Owners Italia, ma non si parlerà solo di Tesla: affronteremo il tema generale dei cambiamenti climatici, parleremo di esperienze reali di viaggi con auto elettriche in occasione della Settimana della Mobilità organizzata dal Comune, e di case autonome o produttrici di energia.

Questo è il programma dell’evento.

Si partirà dagli effetti e dalle soluzioni al cambiamento climatico con Paola Fiore, Climate Reality Leader; poi io parlerò di SpaceX, che da sogno strampalato si sta trasformando nel più importante operatore spaziale mondiale, con l’aspirazione di aprire la colonizzazione di Marte.

Daniele Invernizzi, presidente di Ev-Now, ci racconterà di Hyperloop e Boring company, mezzi completamente alternativi di mobilità, e poi con l’assessore Stefano Zenoni parleremo dell’ingrediente principale e necessario per la diffusione dell’auto elettrica: l’infrastruttura di ricarica a livello nazionale e a livello locale, come nel caso di Bergamo, con 22 colonnine di ricarica in corso di installazione.

Ma forse la novità più importante riguarda le nostre case che da affamate consumatrici di energia possono trasformarsi in unità autosufficienti in grado non solo di ricaricare l’auto elettrica ma anche di produrre cibo per chi le abita: ce ne parlerà l’architetto Pierpaolo Zampini.

Il cambiamento climatico: una realtà

  • La sfida del cambiamento climatico e le soluzioni – Luca Del Bo (presidente Tesla Owners Italia) e Paola Fiore (Sustainability Management Specialist)
  • Marte: una nuova casa per noi terrestri? – Paolo Attivissimo
  • Cosa lega SpaceX, Tesla, Hyperloop e Boring Company – Daniele Invernizzi (presidente eV-Now! – VP Tesla Owners Italia)

La realtà elettrica: in viaggio

  • La chiave di successo è la ricarica Ultra Veloce per i viaggi e quella di Destinazione capillare – Daniele Invernizzi
  • La rete di ricarica di Bergamo – Stefano Zenoni (assessore mobilità Comune di Bergamo)

Dalla casa attiva energia e cibo

  • Produzione e accumulo energia rinnovabile – progettazione della casa ideale – Pierpaolo Zampini (architetto, VP Tesla Owners Italia)

Farò il viaggio in Tesla: se volete seguirmi in tempo reale, puntate un browser qualsiasi a https://glympse.com/!disinformatico dalle 11.10 di sabato in poi.

La mia prima auto elettrica: Peugeot iOn

La mia prima auto elettrica: Peugeot iOn

Ultimo aggiornamento: 2018/09/11 23:50.

Forse ricordate che a ottobre 2017 vi avevo chiesto informazioni sulla Mitsubishi i-MIEV / Citroen C-zero / Peugeot iOn. Ora posso spiegarvi perché: stavo valutando di acquistarne una di seconda mano, quella nella foto qui accanto, come prima auto elettrica sperimentale del Maniero Digitale. L’ho fatto, e oggi è arrivata: è una Peugeot iOn.

Resto in attesa della futura Tesla Model 3 che ho prenotato, la cui consegna in Europa è prevista attualmente per l’inizio del 2019, ma nel frattempo ho deciso di acquistare questa iOn come complemento (non sostituto) della mia attuale auto a benzina, che è una Opel Mokka con cambio automatico.

Come mai ho scelto proprio questa mini-auto elettrica fra le tante e ho rinunciato per esempio alla Opel Ampera-e che avevo provato con molto piacere? Per due motivi fondamentali: prezzo e (non ridete) larghezza.

Prezzo

Le auto elettriche sono dannatamente care, per ora. Una piccola iOn nuova costa oltre 30.000 euro in Italia (ma 22.500 CHF, ossia 19.330 €, in Svizzera). Usata, però, si trova a molto meno (come nel mio caso, presso Robbiani Automobili ad Agno). Questo mi consente di acquisire esperienza nell’uso di un’auto elettrica (pianificazione dei viaggi, procedure di ricarica nei punti pubblici, tecnica di guida, invecchiamento delle batterie, paranoie altrui) senza svenarmi, prima di decidere se imbarcarmi nella spesa notevole di una berlina elettrica nuova a lunga autonomia di qualunque marca, e tenendo l’auto a benzina per qualunque emergenza e per i viaggi lunghi.

Parlando di prezzi, la suddetta Ampera-e è salita di prezzo rispetto a quando l’ho provata. Già non era a buon mercato, ma ora costa cinquemila franchi in più (52.700 CHF, circa 46.000 euro).

Larghezza

Nel mio caso personale le dimensioni sono un fattore decisivo. La iOn è “larga” 148 centimetri (179 a specchietti aperti), per cui ha un grandissimo vantaggio: passa agevolmente nello stretto vialetto a S che conduce alla porta d’ingresso del Maniero, mentre l’auto che ho ora ci passa a fatica e rischio costantemente di graffiarla nella mia maldestrezza. Una Tesla Model 3, larga due metri e lunga 4,7, nelle mie mani in quel vialetto sarebbe spacciata.

Con la iOn arrivo direttamente davanti alla porta di casa con la spesa, per esempio, invece di fare ripetuti pellegrinaggi con le borse su e giù per le scale dalla rimessa dell’auto. Problema da primo mondo, forse, ma percorrere le scale quando sono ghiacciate senza potersi reggere al corrimano è come giocare alla roulette russa, e in più da qualche tempo ho una questioncella di salute che mi obbliga a non sforzare la schiena (noi rettiliani longitipi siamo un po’ troppo fragili per la gravità terrestre).

Scegliendo specificamente un’auto stretta elettrica, inoltre, non emetto gas di scarico e rumore, che darebbero fastidio ai vicini davanti ai quali devo transitare.

Le ridotte dimensioni della iOn saranno utili anche quando mi arriverà la Tesla che ho prenotato, perché anche la Model 3, nonostante le apparenze, non è affatto una macchina piccola (come dicevo, è larga due metri e lunga 4,7). Anzi, la Model 3 è decisamente ingombrante per le strade e i parcheggi stretti di Lugano: lo so perché l’ho sperimentato a fondo guidando una Model S, che è larga come la Model 3 e 30 cm più lunga, e non è un’esperienza che rifarei (e probabilmente non rifarebbe il concessionario Tesla ticinese che coraggiosamente me l’ha prestata): i sensori di parcheggio della Model S sono meravigliosamente precisi e chiari, con la loro curva grafica delle distanze e l’indicazione in centimetri, per cui l’ho restituita intatta, ma una manovra di parcheggio chirurgica non è il tipo di stress che voglio subire ogni volta che vado in città.

La larghezza è un fattore importante anche perché i miei due posti auto coperti nella rimessa del Maniero sono piuttosto stretti, per cui una iOn e una Tesla ci stanno, ma un’auto normale e una Tesla decisamente no. Non senza imparare a uscire dal bagagliaio o fare una cura dimagrante drastica.

La questione degli ingombri di una Tesla non è una magagna solo mia, fra l’altro. So che alcuni Teslari semplicemente si rifiutano di usare alcuni parcheggi locali perché rigano puntualmente i cerchioni sui cordoli e toccano con il muso sulle rampe troppo ripide e mal raccordate, a causa della larghezza e lunghezza dell’auto. La Dama del Maniero ed io abbiamo preso l’abitudine di commentare “fallo con una Tesla!” ogni volta che riusciamo a infilare la nostra auto attuale in una strada stretta o in un autosilo che sembra concepito per le macchine degli anni Settanta.

In altre parole, una city car compatta mi serve, se mai vorrò avere una qualunque auto elettrica a lunga autonomia (Tesla o altro), e sarà utile per molti, molti anni.

Autonomia, prestazioni e costi

La iOn ha una batteria da 16 kWh che le dà un’autonomia realistica di circa 100 km (Peugeot dice che “può arrivare a 150 km”, ma in condizioni assolutamente ideali).

Per alcuni mesi ho tenuto traccia dei miei spostamenti in auto e ho visto che produco circa il 20% del mio chilometraggio in tragitti di meno di 100 km: faccio tanti giri nelle vicinanze del Maniero e poi ogni tanto (circa una volta la settimana) faccio un viaggio lungo oltre 100 km. Questo vuol dire che userò piuttosto spesso l’auto elettrica, riducendo leggermente il mio inquinamento e la mia spesa di carburante, che attualmente è di 0,11 CHF/km (0,095 €/km).

Fra l’altro, se avessi un’auto con un‘autonomia di 350 km (come la Model 3), potrei fare in elettrico circa l’80% dei miei spostamenti senza neanche ricaricare in viaggio e praticamente il 100% se accettassi di ricaricare in giro.

Piccola parentesi: prendere nota diligentemente dei propri chilometraggi in auto è un esercizio illuminante a prescindere dall’intenzione o meno di acquistare un’auto elettrica, perché permette di capire meglio come ci si sposta e quanto costano questi spostamenti. Ve lo consiglio in ogni caso.

Tornando alla iOn, l’auto è subito piaciuta sia a me, sia alla Dama del Maniero: accelerazione vivace (come è normale nelle auto elettriche, nonostante i 1200 kg di peso), splendido silenzio, cruscotto semplice e intuitivo, sedili comodi persino per uno spilungone come me, nonostante le dimensioni ridotte dell’auto (è una quattro posti), e un bagagliaio ottimale per portare la spesa della settimana se si ribaltano i sedili posteriori.

Sì, lo so, è un’auto di sette anni fa e di certo non rispecchia il top della tecnologia attuale. Non ha i sensori di parcheggio (ma è piccolissima e ben vetrata, per cui non servono granché). Non ha l’app di gestione e quindi non la si può preriscaldare da remoto e non si può ricevere sullo smartphone la notifica dello stato di carica. Non ha nessuna forma di guida assistita o software aggiornabile come le Tesla: è un’auto elettrica a corto raggio e basta.

Ma al tempo stesso:

  • è in ottime condizioni (al momento della consegna aveva fatto 25.421 km, usata solo dal concessionario, e per la vendita ha appena superato il controllo tecnico ufficiale; unica incognita è la batteria, che ha sette anni ed è quasi a fine garanzia del costruttore);
  • ha comunque climatizzatore, sedili riscaldati, airbag, ASR ed ESP, specchietti retrattili elettricamente e altre amenità;
  • consuma pochissimo;
  • mi costa una sciocchezza di assicurazione (circa 50 CHF/anno, perché è inclusa nell’assicurazione dell’auto principale grazie al metodo svizzero delle targhe trasferibili);
  • ha una tassa di circolazione trascurabile di 71 CHF/anno (grazie a questi dati: codice di emissione A24; prima immatricolazione 3/2011; fascia di emissione CO2 da 0 a 30 g/km; peso totale 1450 kg; potenza 49 kW);
  • è modificabile con un banale cambio di mascherina per migliorarne le prestazioni in rigenerazione (2018/08: fatto!);
  • le si possono aggiungere accessori da geek per monitorare meglio le sue funzioni. 

Ma come dicevo, soprattutto in questo momento mi risolve un problema di salute e di mobilità personale e mi offre la possibilità di fare un primo, cauto passo elettrico senza rischiare troppo.

Cauto, sì. Perché devo ammettere che un conto è discutere sulla carta di auto elettriche o viaggiare su quelle altrui, e un altro è passare all’atto pratico: emergono mille magagnine, angosce, dubbi e incognite che sembrano banali fino al momento in cui devi mettere mano al portafogli o mettere le mani sul volante, oppure devi spiegare ai curiosi o ai vicini di casa che no, le auto elettriche non prendono fuoco spontaneamente più di quelle a benzina (semmai è vero il contrario), e che il fatto che la ventola si accenda di notte durante la carica non vuol dire che l’auto stia per esplodere o abbia preso vita propria. Ve le racconterò prossimamente.

Prima cosa: come e dove la carico?

Il bello di un’auto elettrica è che puoi partire da casa sempre col “pieno”, a patto di predisporre una presa per la ricarica in garage. Questo riduce moltissimo l’inconveniente dell’autonomia limitata e dei tempi di ricarica: è sempre al massimo ogni mattina, e tanto l’auto passa tutta la notte in garage e quindi può metterci anche parecchie ore a caricare senza che la cosa causi alcun problema. Portarla ai punti di ricarica pubblici, dove il “pieno” di una iOn richiede circa mezz’ora, sarebbe invece molto scomodo e ridurrebbe parecchio il risparmio di denaro (la corrente dei punti pubblici costa circa il triplo di quello che mi costa a casa).

Ho quindi deciso di predisporre un punto di ricarica adeguato in garage e l’elettricista l’ha completato proprio oggi: include una presa da 240 V AC 16A per la iOn e una presa industriale per esterni da 400V 16A (3P+N+T), per la futura Tesla (o altra auto elettrica a lunga autonomia), con relativo salvavita nel locale dei contatori. Costo complessivo dell’impianto: circa 760 CHF (660 €). Non ho dovuto cambiare il contatore perché quello standard svizzero eroga sia i 240 V, sia i 400 V trifase, e il mio contratto eroga fino a 25 ampere (quindi, se ho fatto bene i conti, regge ben oltre 10 kW).

Va detto che in queste cose la differenza rispetto all’auto tradizionale si sente: è facile perdersi nel labirinto dei vari tipi di connettori e dei vari tipi di corrente con le relative unità di misura, e devi farti installare un “distributore” in casa. Se non siete pratici di kilowatt, kilowattora, volt e ampere, fatevi assistere e consigliare da un elettricista o da una persona che ha già un’auto elettrica. Ringrazio in particolare Paolo P. e Tiziano di Teslari.it per tutti i loro suggerimenti, che mi hanno fatto risparmiare parecchio.

Parlando di complicazioni, la iOn ha due connettori elettrici: un Tipo 1 (SAE J1772) e un CHAdeMO. Il CHAdeMO serve per la carica rapida (80% in mezz’ora, a 330V CC) presso i punti di ricarica commerciali. Il Tipo 1 è per la carica lenta in corrente alternata, a casa o presso i punti di ricarica commerciali.

Connettore Tipo 1. Notate lo sportello doppio.
Connettore CHAdeMO. Sportello doppio anche qui.

L’auto è fornita con un cavo di carica lenta dotato di regolatore, che a un capo si collega al connettore Tipo 1 della iOn e ha una spina standard da 220V all’altro capo. Questo cavo permette di caricare la iOn completamente (cosa che capita raramente) in circa 7 ore su qualunque presa da 10A assorbendo 2,3 kW: un carico ben gestibile insieme agli altri apparecchi domestici, perlomeno in Svizzera (tanto per dire, il mio bollitore per il tè consuma 2,4 kW); so che in Italia molti hanno contatori da 3 kW per risparmiare e questo potrebbe essere un problema, ma è un limite solo italiano che nel resto d’Europa non c’è (e, mi dicono, è superabile anche in Italia con una spesa non eccessiva).

Sette ore possono sembrare un’eternità, ma provate a pensare quanto tempo passa in garage la vostra auto ogni notte. Appunto.

[2018/09/11: Fra l’altro, ho visto che una carica completa (da zero) della batteria è un caso molto raro, perché non capita quasi mai di arrivare a casa “in riserva” e quindi si tratta quasi sempre di “rabbocchi” che durano meno delle sette ore di una carica completa. Di solito arrivo a casa con 3-4 kWh residui (oltre alla riserva d’emergenza) e ci metto meno di sei ore ad arrivare al “pieno”.]

Cavo con regolatore e connettore Tipo 1.

Spina svizzera tripolare.

Ho già chiesto tempo addietro i permessi condominiali e il mio contratto di fornitura regge tranquillamente un’auto sotto carica oltre agli altri elettrodomestici. Non ho fatto nessuna modifica al contratto, visto che eroga già anche corrente a 400 V (in Svizzera le lavatrici e le piastre di cottura elettriche solitamente sono a 400 V trifase). Dalle 22 alle 6, inoltre, ho una tariffa elettrica agevolata (0,146 CHF/kWh, pari a 0,126 €/kWh, tutto compreso).

Calcolando un po’ di margine per le inefficienze di ricarica, un “pieno” da 100 km dovrebbe costarmi 2,7 CHF (2,34 €), pari a 0,027 CHF/km (0,023 €/km) contro i già citati 0,11 CHF/km (0,095 €/km) della mia auto a benzina. Un quarto del costo della benzina sembra troppo bello per essere vero: staremo a vedere [2018/09/11: è vero].

Voglio adottare un approccio molto prudente, pratico e di minimo disagio, per cui non intendo usare la iOn per allontanarmi dal Maniero Digitale tanto da dovermi fermare a ricaricare. In pratica, con quest’auto andrò a non più di una quarantina di chilometri da casa (distanza più che sufficiente per quasi tutti i miei spostamenti quotidiani: radio, spesa, lezioni nelle scuole). So che potrei osare qualcosina di più, probabilmente, ma non intendo rischiare o farmi affliggere dalla famosa range anxiety (ansia da autonomia) tipica dei conducenti di auto elettriche pure: per qualunque viaggio troppo lungo posso sempre usare l’auto a benzina. Di conseguenza, praticamente tutte le mie ricariche saranno alla presa di casa, dove mi costano meno. E la carica lenta allunga la vita della batteria. [2018/09/11: alla fine ho ceduto e ho iniziato a fare anche spostamenti ben più lunghi].

Per sicurezza e per fare un po’ di esperienza, comunque, mi sono informato sui punti di ricarica veloce locali disponibili (sono parecchi): mi sono procurato la app di Emoti (gestore locale in Canton Ticino), la app Lemnet e la mappa dei punti di ricarica. Ho anche aperto online un account con Swisscharge.ch, che offre 30 CHF di credito ai nuovi iscritti e un’app che permette di trovare i punti di ricarica affiliati e di addebitarne il costo.

A differenza delle auto a motore termico, che hanno distributori ovunque e hanno metodi di pagamento standardizzati (contanti o carta di credito), i punti di ricarica elettrici sono ancora abbastanza rari e i metodi di pagamento sono una giungla (tessere, app e altro ancora); in più bisogna sperare che abbiano il connettore giusto e che siano liberi. Le Tesla semplificano tutto questo grazie alla loro lunga autonomia, al connettore unico e a una propria rete di punti di ricarica veloce (i Supercharger, da 120 kW), ma questa semplicità si paga. Vi racconterò le mie esperienze di ricarica man mano che mi capiteranno.

Seconda cosa: come la guido?

La iOn non è recente, ma supporta comunque il one-pedal driving, ossia la guida a pedale singolo: è facile e divertente come guidare la macchinina dell’autopista, specialmente per chi (come me) si è abituato al cambio automatico sulle auto a motore termico.

La frizione non c’è, ovviamente (non c’è neanche il cambio, perché i motori elettrici non ne hanno bisogno), e inoltre se si rilascia l’acceleratore l’auto rallenta rapidamente (anzi, piuttosto drasticamente) perché entra in funzione la rigenerazione: il motore agisce come una dinamo e converte l’energia di movimento in energia elettrica, ricaricando le batterie e aumentando l’autonomia. In pratica il pedale del freno (tradizionale) non si tocca quasi mai, specialmente se si impara ad anticipare i momenti in cui sarà necessario rallentare. Così si evita di buttare via energia e di inquinare disperdendo le particelle delle pastiglie dei freni (come avviene nelle auto a motore termico).

A parte questo, la iOn si guida come qualunque auto col cambio automatico: ha un selettore a leva per la marcia avanti (D), la retromarcia (R), il folle (N) e il parcheggio (P).

Per il resto, la sensazione di guida è abbastanza normale, a parte il silenzio totale quando si è fermi, per esempio al semaforo, che può creare inquietudine finché non ci si abitua. Bisogna inoltre tenere conto che l’auto praticamente non fa rumore a bassa velocità e quindi è importante assicurarsi che pedoni e ciclisti siano consapevoli della presenza dell’auto.

Le salite, anche lunghe, vengono affrontate senza alcuna difficoltà e le discese offrono la possibilità di ricaricare parzialmente le batterie invece di consumare i freni.

In autostrada si raggiunge senza problemi la velocità massima consentita in Svizzera (120 km/h) e si ha un’accelerazione molto godibile e rassicurante, anche se siamo lontani (ovviamente) dai valori brucianti di una Tesla. L’importante è ricordarsi di premere a fondo subito l’acceleratore, in modo che l’auto “capisca” che si vuole accelerare rapidamente, e tenere conto che queste accelerate costano molto in termini di autonomia.

Questo, per ora, è tutto. Mi ero ripromesso che quella attuale sarebbe stata la mia ultima auto fossile e così è stato. Ora sono proprietario di un’auto elettrica: piccola, semplice, con autonomia limitata, ma elettrica. Inquino meno da subito.

Certo, non pretendo assolutamente che sia un’auto adatta a tutti o che tutti la debbano comperare, ma a me funziona. Nei prossimi articoli vi racconterò gioie e dolori di questo modo nuovo di pensare la mobilità sostenibile.

Questo articolo non è sponsorizzato dal fabbricante o dal concessionario dell’auto (che ho acquistato di tasca mia) e vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi. Fonti: e-station.store.it, E-station.it, EV-database.uk.

Vincenzo Borgomeo su Repubblica critica l’auto elettrica. Con uno studio del 2013

Vincenzo Borgomeo su Repubblica critica l’auto elettrica. Con uno studio del 2013

Ultimo aggiornamento: 2018/09/18 22:20.

Mi state segnalando in tanti l’articolo Ma quanto inquina davvero un’auto elettrica? A volte più del diesel (copia su Archive.is per non regalare clic a Repubblica). Mi manca il tempo di scrivere un articolo dettagliato che smonti questa nuova collezione di luoghi comuni falsi sulle auto elettriche, ma segnalo soltanto una cosa.

Vincenzo Borgomeo cita lo studio “Comparative Environmental Life Cycle Assessment of Conventional and Electric Vehicles”. È la base della sua intera argomentazione. Si dimentica un particolare: un dettagliuzzo, una cosina da nulla. Lo studio è datato 2013. Cinque anni fa. Ma lui scrive ora è tutto nero su bianco.

In realtà da allora le cose sono un po’ cambiate nel mondo delle auto elettriche. Già due anni dopo, nel 2015, la Union of Concerned Scientists pubblicava Cleaner Cars from Cradle to Grave, che chiariva che le auto elettriche a batteria, nel loro ciclo di vita complessivo (fabbricazione, uso, smaltimento), generano la metà delle emissioni di un’auto a benzina paragonabile (attenzione ai vari articoli che confrontano una Tesla con una Panda invece che con una berlina di lusso equivalente). Lasciamo stare il confronto con le emissioni complessive di un diesel.

Forse Borgomeo ha difficoltà a distinguere fra impatto ambientale e inquinamento e non coglie la differenza fra inquinare in città con tanti veicoli da controllare uno per uno e inquinare in un luogo centralizzato e ispezionabile (grazie a pgc per la dritta). Lo invito quindi ad andare a proclamare che l’auto elettrica inquina “a volte più del diesel” in centro città nell’ora di punta. Si attacchi al tubo di scappamento di un bel dieselone e mi dica se gli piace quello che respira.

2018/03/03 12:30

Numerosi commentatori mi hanno segnalato questa perla (il link porta ad Archive.is) di Vincenzo Borgomeo, che era convinto che l’auto ad aria compressa potesse funzionare e sarebbe stata messa in commercio “entro la metà del prossimo anno”. Era il 7 giugno 2012: siamo nel 2018 e l’auto non si è ancora vista. Però secondo Borgomeo era “ormai a un passo dal lancio commerciale”.

Borgomeo scriveva questo articolo sei anni dopo che erano usciti gli sbufalamenti di Quattroruote e miei. Sarei quindi un po’ cauto nel dare credibilità alle sue argomentazioni.

Riguardando in archivio, ho notato che lo stesso Borgomeo aveva annunciato (copia su Archive.is) a gennaio 2017 su Repubblica che la Fiat Chrysler Portal, “la prima auto elettrica del gruppo Fiat Chrysler”, sarebbe stata messa in vendita a breve: “l’entrata in produzione definitiva è annunciata entro l’anno e per questo tutta la parte meccanica è già definita”, scriveva il giornalista. Gli avevo scritto privatamente, all’epoca, chiedendo conferme, visto che passare da una concept car alla produzione di serie, soprattutto per un veicolo radicalmente differente come un’auto elettrica, pareva azzardato. La sua risposta è stata molto, come dire, interessante.

Sbaglio io, o la Fiat Portal elettrica promessa da Borgomeo non si è ancora vista?

2018/03/03 13:20

Borgomeo ha risposto alla mia richiesta di chiarimenti sulla Portal elettrica, rifiutandosi di fornire qualunque informazione e con toni di lesa maestà che vi risparmio. La prossima volta che qualcuno mi chiederà perché non contatto prima privatamente un giornalista che pubblica una bufala, invece di segnalarlo subito pubblicamente, mi ricorderò di questo episodio.

2018/09/18 22:20

Siamo a fine 2018 e la Portal annunciata da Borgomeo come in produzione entro il 2017 è ancora indicata come concept sul sito di FCA (copia su Archive.is) e secondo Automotive News entrerà in produzione “nel 2020”.

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1972, chicca elettrica in uno sketch di Raimondo Vianello e Gianni Agus

1972, chicca elettrica in uno sketch di Raimondo Vianello e Gianni Agus

In Sai che Ti Dico?, del 1972, c’è uno sketch con Raimondo Vianello e Gianni Agus che fanno la parte degli archeologi del futuro; lo potete rivedere qui sulle Teche Rai. La Dama del Maniero Digitale l’ha rivisto a TecheTecheté qualche giorno fa e me ne ha fatto notare una particolarità.

Agus: Cari amici, finalmente il mistero della scomparsa della civiltà di duemila anni or sono è stato risolto. Si credeva finora che questa scomparsa fosse dovuta alle esplosioni atomiche. Viceversa, gli scavi compiuti dal professor Mixer hanno rivelato una ben diversa soluzione del mistero. Dunque, professore…

Vianello: Qui dove noi ci troviamo c’era…

Agus: Scusi, professore, parli solo quando mi si accende la luce della telecamera. Ecco, parli, prego.

Vianello: Ecco, qui dove noi ci troviamo c’era una penisola dalla strana forma di stivale. Noi ci troviamo al centro di questa penisola, dove sorgeva una grande città chiamata Ramo.

Agus: Ah! Ramo!

Vianello: Ramo, sì (estrae un foglietto di appunti). Ramo. Ah, no, Roma!

Agus: Roma.

Vianello: I nostri scavi si riferiscono esattamente al centro della città di Roma.

Agus: Ma perché, di questa città non è rimasto niente?

Vianello: Niente, assolutamente niente. Però abbiamo avuto la fortuna di portare alla luce migliaia e migliaia di queste strane scatole di metallo, che ci hanno dato l’esatta soluzione del problema.

Agus: Ma scusi, professore, a che cosa servivano?

Vianello: Mah, probabilmente per spostarsi da un luogo all’altro, ma l’aumento vertiginoso del numero di queste scatole di metallo provocò una serie di ingorghi caotici finché si arrivò al cosiddetto ingorgo finale.

Agus: Vale a dire, professore?

Vianello: Vale a dire che non riuscirono più a muoversi. Rimasero tutti bloccati, la città fu paralizzata e di conseguenza morirono tutti di inedia.

Agus: Oh, impressionante!

Vianello: Ê impressionante perché questo fu l’inizio della fine della civiltà dell’anno duemila, che praticamente si è autodistrutta.

Agus: Professore, come si muovevano queste scatole di metallo?

Vianello: È difficile dirlo, perché noi abbiamo trovato solo i gusci. Secondo una mia teoria usavano l’elettricità per non inquinare l’aria.

Assistente: Professore, professore!

Vianello: Sì? Haha! La mia teoria era esatta! È chiaro che usavano il braccio e la mano come antenna per captare l’elettricità dell’aria e trasformarla in energia motrice. Guardi!

Quasi cinquant’anni fa, insomma, i danni da inquinamento erano già tanto evidenti da essere oggetto di uno sketch comico e la soluzione elettrica era altrettanto ovvia. Gli archeologi del futuro troveranno davvero incredibile l’idea di una civiltà che riempie le città di migliaia di scatole di metallo che inquinano l’aria, comperate e usate sapendo che sono inquinanti, e rifiuteranno l’idea che le popolazioni antiche siano state così stupide e dissennate. Ridiamoci sopra, che è meglio 🙂

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Avventurette in auto elettrica: il primo mese con Elsa

Avventurette in auto elettrica: il primo mese con Elsa

Ultimo aggiornamento: 2018/04/09 19:00.

Il primo mese, i primi mille chilometri: un quarto dei miei viaggi in auto (957 km su 3985) è stato elettrico. Nelle mie stime pre-acquisto avevo calcolato un 20%, ma è andata meglio del previsto.

Infatti dopo le mie titubanze iniziali ho visto che la iOn, nonostante i sette anni d’età, si è dimostrata affidabile, soprattutto nella batteria e nella stima dell’autonomia. Ho anche verificato che le nuove reti di colonnine di ricarica informatizzate in Canton Ticino funzionano bene e permettono di caricare rapidamente e di pianificare le ricariche senza problemi. Di conseguenza ho cominciato ad usare l’auto elettrica anche per percorsi superiori alla sua autonomia, contrariamente alle mie intenzioni originali.

È un’altra lezione da considerare per chi sta valutando un’auto elettrica: la diffidenza passa in fretta e la fiducia viene conquistata sul campo. Ma come dicevo nelle puntate precedenti, tutto dipende dalla disponibilità di punti di ricarica di cui posso sapere con certezza la situazione a distanza, prima di raggiungerle.

Il primo mese è anche bastato a prendere dimestichezza con le varie particolarità delle auto elettriche: le procedure per la ricarica rapida e lenta, sia presso le colonnine sia in garage; i suoni caratteristici che annunciano l’avvio corretto delle ricariche; la strana sensazione di allontanarsi dall’auto lasciandola attaccata a una presa come se fosse un gigantesco telefonino; la nuova abitudine di arrivare a casa quasi “a secco” ma non dover più andare al distributore a fare rifornimento (la attacchi alla presa e la lasci lì per la notte; l’indomani hai il “pieno”); e sì, anche il freddo a bordo (che però c’è solo in inverno e per i viaggi relativamente lunghi).

E soprattutto il silenzio, l’assenza di vibrazioni, l’accelerazione fluida e senza sobbalzi da cambiata. Questo con una city car elettrica di sette anni fa: le elettriche di oggi sono ancora meglio in termini di comodità e autonomia.

In questo primo mese ho risparmiato circa 80 franchi rispetto alla spesa di carburante che avrei sostenuto con la mia auto endotermica. E naturalmente ho inquinato molto meno.

Certo, ci sono dei disagi. Ma mi sono reso conto che i disagi si sopportano, e ci si adatta in fretta a sopportarli, esattamente con lo stesso spirito con il quale lo si faceva (e lo si fa) con Linux, con LibreOffice o con qualunque approccio alternativo e un po’pionieristico: per il piacere di fare qualcosa di differente dalla massa e di scoprire un mondo nuovo (e magari contribuire a tenerlo pulito). Con Linux non trovi la pappa pronta e ti devi ingegnare, ma in cambio non dipendi più dai ghiribizzi di Microsoft o Apple: con l’auto elettrica non dipendi più dai petrolieri. Soprattutto, l’auto elettrica è divertente da guidare.

Un’altra lezione da tenere presente: molti commentatori hanno lamentato la difficoltà di dover pianificare qualunque viaggio se si ha un’autonomia così limitata. Ma la pianificazione diventa più facile man mano che la fai, e una volta che l’hai fatta per un dato percorso che fai spesso non hai bisogno di rifarla.

Per esempio, in questi giorni sono andato a fare lezione per i corsi per adulti (uso avanzato di Google, se volete saperlo) a Biasca, che dista dal Maniero Digitale 56 km. Un’occhiata al percorso su Lemnet.org e il piano è stato fatto: sono andato dal Maniero fino a destinazione senza fare pause, a velocità autostradali (110 km/h), e all’arrivo mi restavano 24 km di autonomia. Nessuna differenza di tempi di percorrenza rispetto a un’auto endotermica.

Ho messo l’auto sotto carica lenta alla colonnina Emoti di Biasca, che ho pagato con l’apposita app, e sono andato a cena con la Dama del Maniero. Un’oretta di carica (2,9 kWh, costo 1,66 CHF, pagato con l’app di Emoti) durante la cena mi ha riportato a 9 kWh, ossia 47 km di autonomia, sufficienti per raggiungere, dopo la lezione, la colonnina veloce GOFAST di Cadenazzo (31 km) lungo la strada del ritorno al Maniero.

Qui ci siamo fermati per 23 minuti, che ci hanno portato all’80% di batteria (6,76 kWh, costati 3,31 CHF, pagati con l’app Swisscharge). Con l’occasione abbiamo verificato che si può caricare un’auto elettrica sotto la pioggia (cosa che alcuni lettori temevano fosse pericolosa).

Fatto questo, siamo tornati al Maniero, dove ho messo l’auto di nuovo sotto carica per l’indomani. Percorrenza totale: 117 km. Tempo extra: 23 minuti, trascorsi lavorando e chiacchierando con la Dama.

Il giorno successivo è stato ancora più semplice: la pianificazione si è limitata a un “quanto dista Bellinzona dal Maniero Digitale?” Risposta: 39 km, quindi andata e ritorno senza ricaricare, andando a velocità autostradali, senza dover cercare colonnine. Sono andato, ho fatto lezione e sono tornato percorrendo in tutto 79 km, arrivando al Maniero con ancora 16 km di autonomia residua. 95 km di autonomia a 110 km/h, dopo sette anni di invecchiamento della batteria, non sono male. Tempo di viaggio in più dovuto all’uso dell’auto elettrica: zero.

Per queste destinazioni e per quelle raggiunte nei giorni scorsi non mi servirà più pianificare: so già quale procedura usare, so dove sono le colonnine, so che l’auto ce la fa. Se fate sempre gli stessi percorsi, come capita a me, i disagi dell’elettrico sono molto modesti.

Se poi fate viaggi nel raggio di autonomia dell’auto, siete a posto: non dovete preoccuparvi assolutamente di colonnine o riscaldamento o altro e potete divertirvi. Ne ho fatti tanti, in questo mese di luna di miele elettrica, che non vi ho raccontato perché non hanno nessuna particolarità: li ho fatti e basta, senza preoccuparmi di autonomia o altro.

Stamattina sono andato alla sede luganese della Radiotelevisione Svizzera a condurre la rituale puntata del Disinformatico (scaricabile qui) e ho colto l‘occasione per girare un breve video e raccontarvi uno di questi numerosi viaggetti elettrici senza ansie, come alcuni di voi mi avevano chiesto. Se vince il premio per il video più noioso dell’anno, ho centrato il mio obiettivo e dimostrato che in elettrico si gira senza tensione (scusate, non ho resistito).

Dopo lunga e attenta valutazione, abbiamo scelto di chiamarla Elsa, come suggerito da Loristeo (grazie) nei commenti di un altro articolo, perché è azzurra e fredda come la protagonista di Frozen, ma anche perché è l’acronimo (o retroacronimo) di ELectric Silent Automobile. Mi sono poi accorto che Elsa è il quasi-anagramma di Tesla.

Due conti di pura convenienza economica

Lasciamo stare la questione inquinamento per un istante: qual è il punto di pareggio economico di un’auto elettrica? Ho provato a considerare la più parsimoniosa auto endotermica, la Opel Corsa Life diesel del 2006, che secondo i dati di Equaindex fa 26,7 km/l, e ho usato il prezzo svizzero del diesel (1,62 CHF/litro). La iOn fa circa 90 km con 16 kWh e un kWh mi costa, in fascia notturna, 0.146 CHF. Se non ho sbagliato i conti, l’auto elettrica costa, in “carburante”, circa la metà della più morigerata auto diesel (non più in produzione e oltretutto Euro 4, con tutti i limiti conseguenti): 100.000 km costano 6067 CHF di diesel o 2595 CHF di elettricità.

Sembra molto incoraggiante, ma la iOn costa parecchio di più della Corsa. Prendendo entrambe nel mercato dell’usato, secondo Autoscout24.ch la differenza è circa 3.000 CHF. Questo vuol dire che si raggiunge il pareggio soltanto dopo 90.000 km.

Proviamo a prendere le auto nuove. La più parsimoniosa auto endotermica attuale che ho trovato è la Opel Corsa Energy AC diesel del 2018 (Euro 6), che secondo Equaindex fa 55 mpg, ossia 23,4 km/l, e costa 20.400 CHF; una iOn nuova costa circa 22.500 CHF. In queste condizioni si raggiunge il pareggio dopo 58.000 km. Va già un po’ meglio, e in questi conti non ho considerato le differenze di prezzo di assicurazione e tassa di circolazione, i tagliandi e le riparazioni (solitamente minori in un’elettrica) ed eventuali vantaggi come accesso a zone a traffico limitato o circolazione durante i blocchi del traffico.

Ma se andiamo sulle auto elettriche meno “mini” della iOn, la situazione cambia molto: una Nissan LEAF 2018, una Hyundai Ioniq o una KIA Soul costano circa 38.000 CHF e una Opel Ampera-e o una BMW i3 costano circa 54.000 CHF. Ipotizzando che consumino quanto la iOn, recuperare rispettivamente circa 18.000 e 34.000 CHF richiede grosso modo 450.000 e addirittura 800.000 km. O macinate chilometri più di un camionista, o con queste auto elettriche non arriverete mai al punto di pareggio, men che meno a risparmiare.

In altre parole, prima che l’utilitaria elettrica sia competitiva in termini puramente economici, serve un calo drastico dei prezzi di vendita. Fino a quel momento, le motivazioni per passare all’elettrico non possono essere economiche (salvo casi limite) e devono essere ben altre.

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In Tesla fino a Verona per parlare di Elon Musk: visionario illuminato o folle ottimista?

In Tesla fino a Verona per parlare di Elon Musk: visionario illuminato o folle ottimista?

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2018/08/05 12:15.

Il 12 marzo scorso, prima del lancio della Tesla Model 3 (la versione “economica” delle auto elettriche di Elon Musk), sono stato invitato da Redder.it a parlare per una ventina di minuti a Verona, all’incontro Tesla Revolution, dove sono arrivato a bordo di una splendida Tesla Model S rossa (grazie Danilo!).

Abbiamo percorso 205 km in due ore e 21 minuti, senza fermarci a ricaricare e con la guida assistita (Autopilot) quasi sempre inserita, consentendoci un viaggio rilassato e una guida morbidissima. L’auto in Autopilot sembra seguire un binario invisibile, tanto che sembra di stare in treno, in un abitacolo silenzioso e comodo. L’ho provata per un breve tratto autostradale e cittadino, ed è sorprendentemente agevole da guidare anche in città. Ho già guidato auto da cinque metri (ho avuto per undici anni un monovolume Pontiac Trans Sport), ma mai così basse costose e con un’interfaccia utente così informatizzata, per cui ho un po’ di patema. Ma nel complesso è una bella esperienza.

L’indomani, dopo una ricarica al Supercharger presente presso l’albergo nel quale si teneva il convegno, siamo andati in città per pranzare insieme a Danilo e consorte e goderci un po’ Verona.

Parcheggiare un’auto da cinque metri per due negli stretti autosilo europei non è proprio agevole, e soprattutto bisogna cercare un posto che esponga il meno possibile ai danni da manovra inconsulta altrui, ma il sistema di indicazione delle distanze dagli ostacoli dell’auto facilita l’operazione.

Fa freddo, per cui approfittiamo con piacere di un’altra funzione utilissima, offerta dal fatto che l’auto è elettrica e comandabile da remoto e quindi è possibile farla funzionare anche al chiuso senza emettere gas di scarico tossici: il preriscaldamento dell’abitacolo. Durante il viaggio d’andata, Danilo ha fatto scoprire a mia moglie Elena il piacere dei sedili riscaldati elettricamente e ha spiegato che sono comandabili tramite app sul telefonino. Per cui a Elena, durante la freddolosa passeggiata per tornare all’auto, esclama “Danilo, scalda i sedili!”. Ci si abitua in fretta al lusso.

Il viaggio di ritorno al Maniero Digitale è altrettanto piacevole e tranquillo: nessuna sosta di ricarica, Autopilot quasi sempre attivo. Noto però che un paio di volte l’Autopilot mantiene la corsia stando più vicino ai veicoli laterali di quanto farebbe un conducente umano: è leggermente inquietante trovarsi a qualche decina di centimetri dalla fiancata di un camion. Certo, i sensori laterali misurano costantemente la distanza laterale e sono pronti a intervenire sterzando se il veicolo che ci sta a fianco si sposta verso di noi, ma un po’ di tensione si prova lo stesso.

Anche Danilo, che è alla guida, non è entusiasta di questo comportamento dell’auto, e tende a correggerlo: è interessante notare che la Model S in Autopilot, prima di cedere il controllo al conducente, oppone una leggera ma avvertibile resistenza. “Lei non vuole”, commenta Danilo.

Ieri è stato pubblicato il video del mio intervento, che è una sorta di mini-biografia critica, e un po’ antibufala, di Elon Musk e dei suoi progetti.

Dato che alcune delle immagini che ho mostrato nella presentazione non sono molto visibili nel video, le pubblico qui sotto. Buona visione.

Ho “prenotato” una Tesla Model 3. Vediamo che succede

Ho “prenotato” una Tesla Model 3. Vediamo che succede

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2016/04/03 20:35.

Nota: prima di commentare, leggete per favore le FAQ che ho scritto appositamente per rispondere alle domande e alle obiezioni più frequenti. Grazie!

Stamattina ho versato 1000 franchi di anticipo per un’auto elettrica: una Tesla Model 3. L’ho fatto principalmente perché sono anni che vorrei avere un’auto che non butta fuori gas di scarico tossici e puzzolenti, che non alimenta regimi oppressivi e totalitari e che adotta la tecnologia del ventunesimo secolo (trazione elettrica, gestione via software aggiornabile, guida assistita) invece di essere un discendente delle locomotive dell’Ottocento.

So benissimo che la Model 3 non sarà in produzione prima della fine del 2017 (nel migliore dei casi) e che davanti a me ci sono, al momento, circa 232.000 altre prenotazioni, per cui al ritmo di 80.000 esemplari/anno mediamente previsti non vedrò la mia auto elettrica prima di quattro anni (se va bene). Ma ho provato a chiedere quando saranno disponibili in Europa le auto elettriche concorrenti (Chevrolet Bolt in primis) e il concessionario stesso mi ha invitato a lasciar perdere per i prossimi anni. Non mi posso permettere una Tesla Model S, che sarebbe disponibile subito ed è l’unica auto elettrica attuale che ha l’autonomia e la velocità di ricarica che mi servono per il mio profilo di utilizzo dell’auto (la Model 3, a circa 35.000 dollari per il modello base, è al limite di quello che voglio e posso spendere per un’auto). Le ibride, invece, mi sembrano un compromesso assurdamente complicato, che non cambierebbe il fatto che butterei fuori gas di scarico tossici una volta finita la scarsa autonomia della batteria, portando oltretutto in giro il peso del motore a benzina quando viaggio in elettrico e il peso delle batterie quando vado a benzina. Infine mi aspetto che un’auto nel ventunesimo secolo sia aggiornabile via software scaricabile, come uno smartphone, e lo sia in modo sicuro (prima o poi vi racconterò quant’è paranoica l’elettronica di bordo della Tesla), senza andare in officina.

Ho fatto due viaggi lunghi su delle Model S, ho parlato a lungo con i loro proprietari, ho raccolto tante informazioni tecniche al raduno Tesla Revolution di Verona, ma è stata soprattutto l’esperienza come passeggero e come guidatore che mi ha convinto e incantato: viaggiare a bordo di un’auto elettrica, con le prestazioni e le automazioni che hanno le Tesla, mi fa dire che è così che dovrebbero essere le automobili. Tutto il resto diventa improvvisamente arcaico.

So altrettanto bene che le prestazioni effettive e le specifiche tecniche della Model 3 non sono state ancora rese pubbliche. E come debunker resto cautamente scettico sulla capacità di Elon Musk, boss di Tesla, di produrre auto elettriche in massa invece di fabbricarle in tiratura limitata, perché Musk ha dimostrato di essere bravo con le sfide tecnologiche (SpaceX e il razzo con le zampette, per esempio) ma deve ancora dimostrare di saper fare innovazione non nella tecnologia ma nei processi produttivi (economia di scala). Un conto è dimostrare che una cosa è tecnicamente fattibile (e in questo tanto di cappello a Musk per aver fatto capire all’opinione pubblica che un’auto elettrica non deve essere una forma di mortificazione); un altro è dimostrare che è fattibile in massa e a prezzi abbordabili (detto questo, sembra che il piano delineato da Musk dieci anni fa stia funzionando). Ma sono disposto a correre il rischio. Anche perché il rischio è relativamente basso.

Le virgolette intorno alla parola prenotato nel titolo di questo articolo, infatti, sono necessarie perché versando l’anticipo in realtà non si prenota nulla: ci si riserva soltanto un posto nella fila (uno slot di produzione), al quale è possibile rinunciare facendosi rimborsare. L’anticipo è pienamente rimborsabile fino al momento in cui firmo l’eventuale ordine di acquisto (quando me ne verrà offerta la possibilità), come descritto nelle condizioni (questa è la versione svizzera). In pratica, per ora sto prestando mille franchi a Elon Musk a interessi zero. Tutto qui.

Vi terrò aggiornati sugli sviluppi del mio piccolo esperimento. Nel frattempo, se volete saperne di più, vi consiglio di iscrivervi a Teslaforum.it, il forum in italiano apposito e di dare un’occhiata ai miei articoli precedenti sull’argomento.

Segnalo infine alcuni link interessanti:

– gli importi della prenotazione nelle varie valute;
– un articolo ferocemente scettico sulla sostenibilità finanziaria di Tesla Motors;
– un riassunto su Bloomberg.com delle caratteristiche tecniche note della Model 3;
– un altro riassunto;
articolo di The Verge con video e foto;
– altri video delle prime prove limitate;
– un’analisi economica di Tesla, con l’osservazione che gli anticipi di 24 ore superano l’ammontare della IPO.

2016/04/03 20:35. Elon Musk ha tweetato poco fa che le prenotazioni sono salite a 276.000. Mi sa che ho fatto bene a mettermi in fila.

Avventurette in auto elettrica: l’importanza di una rete di ricarica informatizzata

Avventurette in auto elettrica: l’importanza di una rete di ricarica informatizzata

Ultimo aggiornamento: 2018/03/30 7:30.

Sto man mano esplorando i limiti di un’auto elettrica ad autonomia limitata come la mia Peugeot iOn usata (90 km reali, secondo il computer di bordo). L’ho comprata pensando di usarla esclusivamente come city car, per viaggi brevi entro il limite della sua autonomia, ma visto il successo dell’avventuretta precedente a una distanza senza ritorno garantito ho proposto alla Dama del Maniero una sfida leggermente più spinta: andare in un luogo che possiamo raggiungere soltanto facendo tappa per caricare e dove c’è una sola colonnina di ricarica, dalla quale dobbiamo dipendere per poter tornare a casa. E fare tutto questo non per diletto, ma per lavoro, con orari di arrivo da rispettare.

Il luogo è Cevio, dove ho tre lezioni di sicurezza e privacy per gli studenti della Scuola Media locale. Cevio dista dal Maniero Digitale 72 chilometri, per metà autostradali. Ci potremmo arrivare senza far tappa per ricaricare, ma con margini ridottissimi, e fa freddo, per cui servirà un po’ di riscaldamento, che intacca l’autonomia. Troppo rischioso. Girare con soli 16 kWh di batteria richiede una certa arte nel pianificare e bilanciare le esigenze.

L’ottimo Lemnet.org mi segnala che lungo il percorso di andata ci sono ben tre colonnine di ricarica rapida con connettore CHAdeMO (quello della iOn) a circa 33 km dal Maniero. Rispetto all’avventuretta precedente, ne è spuntata una nuova, quella di GOFAST a Cadenazzo, che avevamo trovato in allestimento appunto durante quel giro esplorativo ed è stata inaugurata da poco. Decidiamo di provarla, visto che è nuova e abbiamo ancora un po’ di carica gratis offerta dal gestore Swisscharge. Una fermata di venti minuti e avremo energia più che sufficiente per arrivare a destinazione. Calcoliamo quindi di partire con mezz’ora di anticipo rispetto a un analogo viaggio a carburante.

Il problema sarà il ritorno. Una volta arrivati a Cevio, distante 42 km, per il ritorno dipenderemo da un’unica colonnina Emoti, che secondo Lemnet sta a 450 metri dalla scuola e non ha il connettore veloce CHAdeMO ma ha (per la iOn) solo il Tipo 1, che è a carica lenta. Dovremo assolutamente ricaricare lì almeno un po’, perché altrimenti non avremo autonomia sufficiente a raggiungere di nuovo la colonnina veloce usata all’andata. Fra l’altro, non ce ne sono altre di nessun genere nel raggio di 40 km da Cevio.

Il piano di viaggio è insomma questo: partenza dal Maniero col “pieno” (fatto durante la notte con la presa domestica), tappa per ricaricare rapidamente a metà strada, arrivo; poi carica lenta durante le lezioni, tappa a metà strada per ricaricare di nuovo e tornare al Maniero. La durata prevista del viaggio, fra andata e ritorno, si allunga quindi in totale di circa 40 minuti rispetto a un viaggio a benzina, ma il tempo non è un problema, visto che durante la carica possiamo lavorare.

Come sempre, quando si viaggia con un’auto elettrica ad autonomia limitata la pianificazione è tutto. Ma le cose non andranno esattamente come pianificato.

Andata: tutto liscio

Partiamo quindi dal Maniero la mattina presto. Fa freddo (8 gradi e c’è vento gelido), e il riscaldamento (elettrico) della iOn rischia di intaccare la nostra autonomia, per cui lo teniamo basso. Ma anche così consuma parecchio: il computer di bordo che segnava 101 km di autonomia alla partenza scende dopo pochi minuti a 47. Poi si ridimensiona, ma sono piccoli momenti di angoscia.

La Dama del Maniero inaugura la coperta che teniamo in auto proprio per questo motivo e conferma che è efficace: tenuta sulle gambe, fa una notevole differenza. Altra lezione imparata: se avete una piccola auto elettrica, vi serve una coperta. Farete la figura dei nonnini, ma fa niente. Prossimamente proverò anche a preriscaldare l’auto mentre è ancora sotto carica, usando il riscaldatore interno oppure una soluzione esterna.

Arriviamo spediti al nuovo punto di ricarica di Cadenazzo, viaggiando intorno ai 110 km/h (il limite autostradale in Svizzera è 120 km/h) e lo inauguriamo senza problemi: l’app Swisscharge sul mio telefonino dialoga con la colonnina e attiva la carica.

Dopo 18 minuti (trascorsi produttivamente lavorando) abbiamo già l’80% di carica. La colonnina si spegne automaticamente, ma prima che io riesca a riporre il computer c’è una sorpresa: è già partita la seconda carica, che è lenta e porterebbe la batteria al 100% in 50 minuti. Non sapevo di questa funzione. Comunque non ci serve e non abbiamo 50 minuti di tempo, per cui interrompo la ricarica e il viaggio prosegue. Abbiamo speso 1,52 franchi.

C’è molto traffico, ma questo non fa aumentare i consumi: l’auto elettrica è praticamente spenta quando è ferma in coda. Il silenzio a bordo è splendido.

La strada da Cadenazzo a Cevio è ricca di curve e ha quasi ovunque un limite di 60 km/h, che è ottimale per auto da città come la iOn, che non hanno un’aerodinamica esasperata e consumano parecchio a velocità elevate. È anche una strada molto pittoresca, in mezzo ai boschi, e sto già pregustando l’idea di girare con l’auto da queste parti a finestrini aperti, in estate, accompagnato solo dai suoni dell’ambiente e dal fruscio delle ruote, senza il baccano e le vibrazioni del motore a benzina.

Arriviamo a destinazione puntuali e con 36 km di autonomia residua. Facciamo le lezioni del mattino e dopo la pausa pranzo porto l’auto alla colonnina Emoti, che è libera e funzionante: lo so perché me lo ha detto l’app. Altra lezione molto importante: sapere in che condizioni sono le colonnine prima di visitarle è fondamentale per evitare ritardi e disagi ed è dannatamente rassicurante. Arrivo, collego l’auto, avvio l’app e attivo la ricarica.

Non parte. Panico.

Sto già valutando a chi chiedere una presa elettrica che regga 10 ampere (è il mio piano C ed è il bello delle elettriche: mal che vada, ricarichi ovunque ci sia una presa elettrica decente, anche se ricarichi lentamente). Poi mi ricordo il trucco: con queste colonnine bisogna prima far partire la ricarica e poi inserire il connettore. Poco intuitivo, perlomeno per chi come me viene dal mondo delle pompe di benzina, ma basta non farsi prendere dall’ansia e non presumere subito che ci sia qualche problema di app o di compatibilità.

Riavvio l’app, attivo la ricarica e poi collego l’auto, che saluta il rifornimento con il suo consueto rumore momentaneo di ventole (è il controllo termico della batteria). Altra lezione di questo viaggio: niente panico e memorizzare bene la sequenza in cui vanno fatte le cose.

Torno a scuola per proseguire le lezioni: mezzo chilometro è piacevole da fare a piedi, vista la giornata, ma sotto la pioggia (o la neve, visto che siamo in zona di montagna) sarebbe stato molto meno divertente. Ma online ho visto, prima di partire, che sul posto c’era bel tempo: un altro vantaggio dell’informatica che elimina le preoccupazioni.

Ritorno con sorpresa

Tre ore e mezza dopo finiamo le lezioni e raggiungiamo la iOn, che ha caricato 8,2 kWh con una spesa di 3,46 franchi.

L’app mi consente di monitorare i costi ed è accompagnata anche da una mail e da un SMS che contengono le informazioni sulla carica effettuata. Ripartiamo così con tranquillità con un “pieno”, con 87 km di autonomia per un viaggio di 71. Ma qui cominciano le sorprese.

Alla partenza il computerino di bordo prevede appunto 87 km:

Ma dopo alcuni chilometri sembra essere impazzito: l’autonomia aumenta invece di diminuire. Una decina di minuti dopo la partenza l’autonomia è salita a 99 km.

Cominciano le ansie. “Ecco”, mi metto a pensare, “vedi cosa succede a comperare un’auto usata? Sarà mica che le cariche veloci hanno sballato il computerino? E adesso come faccio a fidarmi delle indicazioni di autonomia? Cosa sto sbagliando?”

Poi guardo l’indicatore dello stato di carica della batteria (sulla sinistra nelle foto e noto che dopo parecchi chilometri dice che ha consumato soltanto una tacca. Impossibile. Stai a vedere che è guasta anche la batteria. Angoscia.

Poi, finalmente, mi si accende la proverbiale lampadina sopra la testa. O come dicono qui, mi scende il ventino (la moneta da venti centesimi era quella tipica per far funzionare i distributori automatici).

Siamo in discesa.

Fra Cevio e Cadenazzo, dove abbiamo caricato, c’è una differenza d’altitudine di circa 200 metri (trucco: per sapere la variazione altimetrica fra due luoghi in Google Maps basta impostare la bici come veicolo). Di conseguenza, adesso stiamo scendendo: l’auto consuma meno del normale e quindi il computer di bordo stima un’autonomia maggiore per via dei consumi ridotti. Dopo 28 chilometri, arrivati a Locarno, l’autonomia prevista è addirittura salita a 107 km.

Ed è a quel punto che ti rendi conto veramente che la Svizzera non è piatta e per un’auto elettrica l’altimetria conta. In auto a carburante queste differenze quasi non si sentono: qui le percepisci molto chiaramente.

Il risparmio di energia è talmente vistoso che possiamo addirittura saltare la tappa di ricarica veloce prevista per il ritorno. Torniamo al Maniero senza fermarci, risparmiando così anche venti minuti sulla tabella di marcia. All’arrivo restano ancora 31 km di autonomia: sufficienti per fare un altro giretto serale in città, per poi mettere la iOn sotto carica per la notte e trovarla l’indomani di nuovo col “pieno”.

Facciamo due conti

Se avessi percorso i 145 km di quest’avventuretta con la mia auto a benzina (Opel Mokka), avrei speso circa 16 franchi di carburante. Andando in auto elettrica, invece, ho speso un ”pieno” notturno domestico (2,3 CHF) più una ricarica veloce (1,52 CHF) più una ricarica lenta (3,46 CHF): in totale 7,28 franchi. In altre parole, pur caricando presso le colonnine, dove la corrente costa molto più che a casa, ho speso meno della metà di quello che avrei speso a benzina, senza particolari disagi. In realtà stavolta ho speso anche meno, perché la ricarica veloce è pagata dai 30 CHF di omaggio per i nuovi utenti Swisscharge, ma lasciamo stare. Ah, e ho anche inquinato molto meno.

So che sto confrontando due auto di categorie ben diverse e che il confronto andrebbe fatto con un’auto a benzina/diesel equivalente alla iOn, ma per me la scelta è fra andare con una Mokka e andare con una iOn, e poi non ho dati precisi su un’auto paragonabile alla iOn. Secondo Equaindex (scovata nei commenti da Kaguya, che ringrazio), l’auto endotermica pura più parsimoniosa è la Opel Corsa Life diesel del 2006 (Euro 4), che fa 26,7 km/l. Per fare 145 km avrebbe consumato circa 5,5 litri, al costo (in Svizzera) di 1,62 CHF/litro, quindi 8,91 CHF. Un franco e mezzo in più rispetto alla iOn,* ma inquinando molto di più.

*Con un’auto elettrica ad autonomia maggiore avrei potuto evitare la carica alle colonnine e usare solo energia domestica. In questo caso avrei speso 4,23 CHF contro gli 8,91 della Opel diesel.

Tutto questo è possibile, persino con un’auto ad autonomia ridotta come questa, perché la rete di ricarica è informatizzata: posso sapere se una colonnina è attiva e libera direttamente dal telefonino, e spesso posso addirittura prenotarla, quasi come fanno le Tesla sul loro gigantesco display da 17 pollici. Se si vuole incoraggiare l’uso delle auto elettriche, è fondamentale fornire una rete di punti di ricarica affidabile e capillare, e soprattutto dare agli utenti il modo di essere sicuri di trovare un posto dove caricare prima di arrivarci. L’informatica, abbinata alla telefonia mobile, è la soluzione ideale.

La Dama del Maniero è contenta della nuova avventuretta: vuole trovare un nome per la iOn. La Mokka, per via dei suoi sensori di parcheggio e dei suoi allarmi anticollisione piuttosto striduli che si attivano continuamente e spesso a sproposito, è stata battezzata Petula (perché è petulante, appunto). Avete qualche suggerimento?

Aggiornamento (2017/03/27): Dopo lunga e attenta valutazione, abbiamo scelto di chiamarla Elsa, come suggerito da Loristeo nei commenti, perché è azzurra e fredda, ma anche perché è l’acronimo di ELectric Silent Automobile. Grazie!

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Avventurette in auto elettrica: il mio primo viaggio senza ritorno garantito

Avventurette in auto elettrica: il mio primo viaggio senza ritorno garantito

Nota: prima di fare domande o commenti, vi raccomando di leggere la prima parte e la seconda parte di questa serie di articoli. Ultimo aggiornamento: 2018/03/11 23:20.

Lo so, lo so, avevo promesso che avrei usato l’auto elettrica solo per i viaggi locali per i quali l’ho appena acquistata, ma è talmente piacevole e divertente da guidare che alla fine, ispirato dalla Dama del Maniero Digitale (anche lei innamorata dell’auto), ho ceduto alla tentazione e ho provato il brivido di un viaggio elettrico al di là della distanza di ritorno garantito.

I veterani dell’elettrico sorrideranno per la mia apprensione, ma l’idea di esaurire l’autonomia e di restare a piedi, magari a pochi chilometri da casa, neanche dieci giorni dopo l’acquisto non mi piace affatto. Pubblico qui il racconto della nostra mini-avventura elettrica per darvi un’idea di cosa si prova concretamente in questi casi: magari può esservi utile per decidere se l’auto elettrica fa per voi. In fondo al racconto trovate anche due conticini sulla convenienza puramente economica di questo tipo di trasporto.

È domenica (4 marzo) ed è una bella giornata di sole. L’indomani devo fare lezione a scuola a Locarno, che sta a 43 chilometri dal Maniero, e in mezzo c’è il Monte Ceneri, per cui c’è una variazione altimetrica notevole (salita e discesa) da superare, con il consumo che questo comporta. Queste cose contano, quando vai in elettrico: il mondo diventa improvvisamente molto più tridimensionale e meno piatto.

Bisogna inoltre viaggiare a velocità autostradali (100-120 km/h), per le quali la iOn non è affatto ottimizzata. Quanto inciderebbe sull’autonomia quest’andatura spedita?

Dato che la iOn per ora mi indica un’autonomia di 80 chilometri (sulla base del mio attuale stile di guida), è chiaro che potrei arrivare a destinazione senza problemi ma non potrei tornare a casa senza ricaricare da qualche parte. È insomma un viaggio senza ritorno garantito, contrario alla mia regola prudenziale di non allontanarmi dal Maniero tanto da non potervi fare ritorno con la carica residua: ma la Dama del Maniero mi propone di rischiare e di farlo. E chi sono io per dire di no alla Dama e a una sfida da geek del genere?

Ci sto, dico io, ma prima voglio fare una prova generale, senza l’ansia di arrivare in tempo o di non arrivare del tutto se la iOn sbaglia le sue stime e mi lascia a piedi prima di completare il viaggio d’andata o quello di ritorno. Teniamo presente che io non ho mai fatto una carica veloce a una colonnina pubblica con quest’auto; non ho idea di come si comporti. Forse non ne ha mai fatte. Forse dopo sette anni i componenti per la ricarica rapida non funzionano più.

Affare fatto, dice la Dama: prova generale sia.

In elettrico la pianificazione è tutto

Lezione fondamentale di vita in auto elettrica: pianificare. Bisogna preparare un Piano A, un Piano B e magari anche un Piano C. È come andare in barca a vela rispetto a correre col motoscafo: gli imprevisti possono essere tanti e sei molto più in balia degli elementi, perché l’energia che hai a disposizione è limitata e non è sotto il tuo controllo.

Piano A: troveremo una colonnina di ricarica veloce compatibile (la iOn ha il connettore CHAdeMO, ma non tutte le colonnine ce l’hanno) e tutto andrà magicamente bene. Probabilità: scarse.

Piano B: il Piano A fallirà e dovremo cercare una colonnina di ricarica lenta, caricare per almeno un’ora e poi tornare lentamente al Maniero. Per questo si tiene sempre a bordo l’adattatore/regolatore che consente di caricare da qualunque presa elettrica standard che regga 10 ampere.

Piano C: falliranno i Piani A e B e non troveremo il modo di ricaricare. In questo caso, quando l’indicatore di carica della batteria ci dirà che abbiamo ancora poco più di metà carica gireremo i tacchi e torneremo al Maniero.

Serve una mappa dei punti di ricarica disponibili lungo il percorso: per questo c’è l’impagabile Lemnet.org, sito/app a cura di appassionati, che mostra l’ubicazione di tutti i punti di ricarica di qualunque gestore e ne indica il tipo di connettore, gli orari e le modalità d’uso, permettendo anche di pianificare il viaggio. Lemnet mi dice che ci sono ben tre colonnine compatibili a circa 30 km dal Maniero, il che significa che possiamo fermarci a rabboccare all’andata e/o al ritorno e prima di superare la metà della carica e quindi prima rischiare di non poter tornare con la carica residua a bordo.

Un connettore CHAdeMO porta la batteria della iOn all’80% nel giro di una ventina di minuti: un tempo accettabile, visto che non abbiamo fretta e durante la carica possiamo lavorare (porterò il laptop) o guardarci un video. Forse ce la possiamo fare.

La prova generale

Partiamo dal Maniero digitale poco dopo le 13 e viaggiamo in autostrada a 100-120 km/h, sulla salita del Monte Ceneri e poi lungo la discesa, percorrendo 31 km, fino al primo dei punti di ricarica. Non accendiamo aria condizionata o riscaldamento: non servono, è una bella giornata. Che bello vedere la batteria che si ricarica e l’autonomia che aumenta man mano che scendiamo senza toccare i freni ma usando soltanto la rigenerazione.

Arriviamo al primo punto di ricarica, quello della Lidl di Sant’Antonino, con 50 km di autonomia residua, due tacche oltre metà batteria. Quindi il computerino di bordo della iOn non ha sbagliato, nonostante la salita e discesa e la guida a velocità autostradale. Mal che vada, possiamo tornare al Maniero con l’energia che ci resta.

Ma qui ci coglie il primo intoppo: la colonnina è attiva, ha davvero il connettore CHAdeMO, è pure gratuita per i clienti Lidl, ma è disponibile solo durante gli orari d’apertura del supermercato, ed essendo domenica è chiusa (in Svizzera i negozi chiudono di domenica per legge, salvo rare deroghe). Ce ne rendiamo conto solo dopo aver provato a collegare l’auto senza successo, quando la Dama del Maniero esamina il retro della colonnina e si accorge della scritta esplicativa. Argh. Rileggendo Lemnet.org, mi accorgo che la disponibilità solo in orari di negozio era indicata. In tedesco.

Niente panico! Lemnet.org ci dice che a poche centinaia di metri c’è un’altra colonnina. La raggiungiamo: è quella della Alpiq presso il supermercato Migros. E la troviamo in queste condizioni.

Fantastico. Due delle nostre tre possibilità secondo il Piano A sono inutilizzabili. Questo è quello che succede alle auto elettriche che non hanno una rete di ricarica dedicata. Se consultate Lemnet adesso, trovate l’indicazione che questa colonnina Alpiq è guasta, ma non c’era quando ci siamo andati noi: abbiamo fatto noi la segnalazione a Lemnet. Non so da quanto tempo sia in questo stato.

L’ultima speranza di completare il Piano A è fare altri 5 km lungo il percorso verso Locarno per andare a una colonnina che, secondo Lemnet, sta presso la sede ABB di Quartino e dovrebbe essere aperta e gratuita, ma è dentro l’area uffici della sede. E oggi è domenica. Ho cercato di visitarla con Google Street view la sera prima (pianificare, pianificare!), ma non sono riuscito a vederla. E la carica della iOn è ormai appena sopra la metà. È quasi ora di tornare indietro o di allontanarci fino a Locarno e ricorrere al Piano B: ricarica lenta di almeno due ore, sempre che le colonnine funzionino. Comincio a sentire ansia da autonomia.

Arriviamo alla sede ABB con 51 km di autonomia residua e guardiamo perplessi la colonnina. Sembra proprio su suolo privato, ma non ci sono cancelli o barriere. Parcheggiamo e proviamo a collegarci. Ha un connettore CHAdeMO da 50 kW ed è davvero gratuita: cosa più importante, funziona nonostante sia domenica.

Ero così scettico che non ho neanche parcheggiato decentemente.

In venti minuti facciamo la ricarica dal 57 all’82%, dimostrando che il connettore CHAdeMO della iOn funziona correttamente: è un primo successo ed è un dubbio in meno fra i tanti di un principiante. Scopriamo che durante la carica veloce c’è un forte rumore di ventole in cabina, che però da fuori quasi non si sente. Abbiamo di nuovo 81 km di autonomia. E abbiamo caricato gratis: in pratica la ABB ci ha regalato 30 km, con un’iniziativa di promozione del trasporto elettrico davvero lodevole. È come se un benzinaio ci avesse regalato un paio di litri di benzina.

Con questa ricarica il Piano A è salvo: potremmo andare a Locarno e tornare a casa senza ulteriori tappe. Non andiamo fino a Locarno, vista l’ora, ma torniamo a casa senza risparmiare i cavalli, concedendoci una tappa per esaminare un “Super Charger” (sic), una nuova colonnina della rete GOFAST che abbiamo notato in allestimento a Cadenazzo ed è al momento inattiva. Ha un connettore CHAdeMO, per cui diventerà un’ulteriore possibilità di ricarica veloce quando passo da queste parti. L’ho subito segnalata a Lemnet, che l’ha già inclusa.

Dopo 28 km, che includono la salita del Monte Ceneri sulla strada cantonale, che sale molto più in alto dell’autostrada ma che prendiamo per mettere alla prova le capacità di arrampicata della iOn (ottime), arriviamo a Lugano con 22 km di autonomia residua. Cominciamo a notare che una delle cose che impari a fare, con un’auto elettrica di questo genere, è vivere con margini di autonomia che sono meno della riserva di tante auto a benzina: ma è normale.

Prima di rientrare al Maniero Digitale, facciamo tappa al punto di ricarica GOFAST di Pambio-Noranco per una mini-ricarica di prova, visto che ho aperto un account presso Swisscharge (con relativa app Android e iOS) che mi consente di pagare presso questa colonnina. Oltretutto come nuovo utente ho 30 franchi di credito, donati da Swisscharge quando ho aperto l’account. La colonnina, comandata tramite l’app di Swisscharge, funziona: di conseguenza ricarico gratis usando il connettore CHAdeMO e scopro che la iOn qui carica a 45.8 kW. Fra l’altro, sulla rete GOFAST l’app di Swisscharge mi permette di prenotare una colonnina specifica. Comodo.

Rientriamo al Maniero (6 km) e festeggiamo la prima avventuretta elettrica. So che ai Teslari e a chi ha già l’elettrica queste celebrazioni sembreranno ridicole, ma quando sei principiante è così: questi esperimenti servono davvero per togliersi le angosce e capire la realtà della scelta di un’auto elettrica. Ci sono tante abitudini nuove da imparare e tante incertezze da risolvere: mi sembra di essere tornato ai tempi delle prime configurazioni di Linux, quando installare i driver era un terno al lotto, si festeggiava il fatto che le cose funzionassero almeno decentemente, e si sopportava un’interfaccia ostica e grezza pur di avere la libertà di gestire davvero il proprio computer. Ora so che dopo sette anni senza manutenzione significativa, quest’auto elettrica funziona regolarmente ed è in grado di gestire la ricarica rapida presso la crescente rete di colonnine veloci.

Domani, chiede la Dama del Maniero, rischiamo un viaggio di lavoro in elettrico? Visto che la prova generale è andata bene, a parte qualche intoppo dovuto a colonnine inaccessibili, accetto la nuova sfida.

Dopo la prova generale, il debutto

Lunedì 5 marzo. Stavolta si fa sul serio: tentiamo un viaggio di lavoro al di là dell’autonomia di ritorno garantito della iOn. Ho messo sotto carica l’auto durante la notte, per avere il “pieno”, e scopro con piacere che per la prima volta il computer della iOn mi dice che ho 96 km di autonomia. Niente male.

Partiamo dal Maniero a riscaldamento spento, per avere il massimo di autonomia, e fa freddo. La Dama del Maniero fa un appunto mentale: serve una coperta da tenere in auto.

Dobbiamo essere a Locarno puntuali, e tutto procede bene fino a dopo il Monte Ceneri, quando ci troviamo imbottigliati nel traffico del mattino. Accumuliamo un ritardo che non ci consente di ricaricare alla ABB all’andata. Nessun problema: abbiamo autonomia sufficiente per arrivare a destinazione anche senza ricaricare, e arriviamo puntuali dopo 43 km di percorrenza. Ci restano 43 km di autonomia residua ed esattamente il 50% di batteria. In teoria potremmo quindi tornare a casa senza ricaricare, ma applichiamo una regola imparata dai Teslari: mai rinviare una ricarica; mai rischiare. L’imprevisto è sempre in agguato.

Così, terminata la lezione a scuola (una introduzione alla sicurezza informatica e alla gestione della privacy nei social network e nell’Internet delle Cose), ripartiamo e facciamo una tappa al punto di ricarica dell’ABB. Vista la sua ubicazione insolita, all’interno del parcheggio aziendale, entro e chiedo conferma che sia davvero gratuita e accessibile a tutti. La risposta è un confortante , per il quale ringrazio sentitamente. Ormai so come si fa e quindi carico senza più patemi. Un’altra trentina di km gratuiti di ricarica e ripartiamo. Stavolta abbiamo margini abbondanti e quindi accendiamo il riscaldamento.

Arriviamo al Maniero Digitale senza alcun problema: la iOn usata si è dimostrata ancora più flessibile di quello che ci aspettavamo e abbiamo percorso 93 km senza emettere gas di scarico, senza rilasciare particolato dai freni e senza fare rumore. Come se non bastasse, un viaggio che ci sarebbe costato circa 10 franchi di benzina è costato in kWh meno di due (grazie anche alla ricarica gratuita della ABB).

Facciamo due conti

Avendo tenuto traccia dei consumi della mia auto a benzina (Opel Mokka con cambio automatico, scelto per abituarmi all’elettrico, che appunto non ha le marce), so che un chilometro a benzina mi costa 11 centesimi di franco. Un kWh di corrente mi costa (tutto compreso) 14 centesimi a tariffa notturna (18,9 a tariffa diurna). Se consumo 16 kWh per caricare la batteria e ne ottengo circa 80 km di autonomia (in realtà qualcosina di più, ma fa niente), un km elettrico mi costa 2,9 centesimi. In altre parole, viaggiare in elettrico non solo è silenzioso e quasi del tutto non inquinante: ho la conferma pratica che mi costa circa un quarto di quello che mi costa girare con la mia attuale auto a benzina.

Per contro, le auto elettriche costano molto di più di quelle endotermiche. Qui in Svizzera, un’auto nuova a benzina paragonabile alla iOn (una Fiat Panda, una Hyundai i10 o una Suzuki Celerio) costa circa 10.000 franchi. La iOn nuova costa 22.500 franchi: più del doppio. Supponendo spannometricamente un costo al km a benzina di 0,07 CHF (1,5 CHF/litro e 20 km/litro), con un’elettrica ho un risparmio di 4 centesimi al chilometro. Se ho fatto bene i conti, questo risparmio compensa la differenza di prezzo dell’auto dopo circa 312.000 km. Sono tanti. A 70 km/giorno di percorrenza media, sono circa dodici anni prima di arrivare al pareggio.

È vero che un’elettrica non ha cambi d’olio o di pastiglie dei freni frequenti quanto quelli di un’endotermica e di solito ha tasse di circolazione e costi assicurativi più bassi, e tutto questo riduce i costi di gestione, ma comunque la strada da fare per recuperare la differenza di prezzo resta tanta. I prezzi delle batterie, e quindi delle auto elettriche, stanno però scendendo rapidamente, mentre l’autonomia sale.

Se il vostro obiettivo è soltanto risparmiare, insomma, l’elettrico attualmente non è una soluzione sensata, a meno che facciate una quantità spropositata di chilometri. Io, avendola acquistata usata e avendo un’auto a benzina meno parca, recupero la spesa della iOn come seconda auto dopo 160.000 km (che sono comunque tanti).

Le ragioni per scegliere un’auto elettrica devono essere altre: per esempio l’accesso a zone a traffico limitato (o, nel mio caso, al vialetto di fronte a casa senza appestare l’aria dei vicini e far baccano) o la possibilità di circolare quando c’è un blocco del traffico, la comodità di non dover più andare a far benzina (o, peggio ancora, metano o GPL), oppure il sentimento ecologico. Infatti si può discutere sull’inquinamento prodotto dalle centrali elettriche e dalla fabbricazione delle auto elettriche, ma è indiscutibile che queste auto non inquinano localmente (zero particolato, zero CO2, zero NOx, zero rumore).

Probabilmente la soluzione di compromesso più sensata, in questo momento e in territori poco serviti elettricamente, è un’ibrida (che perlomeno riduce i consumi e l’inquinamento locale), meglio se PHEV (cioè con batteria ricaricabile dalla presa di corrente oltre che dal motore endotermico), meglio ancora se a lunga autonomia elettrica (50-60 km), così tutti i giri a corto raggio, per esempio in città, si possono fare in modalità elettrica.

E ora via, verso nuove avventure elettriche: in una prossima puntata vi racconterò i miei tentativi di “hackerare” la iOn.

Aggiornamento: C’è un’altra avventuretta qui.

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