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Antibufala: la foto del Fantasma Appeso

Antibufala: la foto del Fantasma Appeso

La foto qui accanto è una delle più famose foto di presunti fantasmi. Secondo la storia che l’accompagna, risale agli anni Cinquanta del secolo scorso e proviene dal Texas, dove la famiglia Cooper aveva acquistato una casa molto vecchia e aveva iniziato ad abitarvi.

La foto, dice il racconto, sarebbe stata scattata la prima sera che la famiglia trascorse nella casa e mostra due bambini con la loro mamma e nonna vicino al tavolo di cucina.

Tutti sorridono nell’immagine, ma quando la foto fu sviluppata (all’epoca la fotografia era chimica, non digitale) la famiglia Cooper si accorse con orrore che si vedeva nell’angolo dell’immagine un corpo sottosopra, come se stesse cadendo o fosse appeso a testa in giù. Era il fantasma di un occupante precedente della casa?

Secondo l’indagine di Metabunk le cose stanno un po’ diversamente. Non c’è nessuna traccia di questa foto su Internet prima del 2009, e l’analisi della foto indica che si tratta di un fotomontaggio nel quale il “fantasma” è stato creato usando un’immagine rovesciata di una ballerina con le braccia alzate.

dancehep.jpg

Ma la chicca di questa indagine è che Metabunk è stata contattata da uno dei bambini ritratti nella foto. Si chiama Robert Copper, non Cooper, e ha dimostrato la propria identità fornendo altre foto di famiglia, scattate addirittura nella medesima stanza. Senza fantasma, ovviamente.

Robert ha detto di aver saputo con stupore del mito intorno a questa foto da suo fratello maggiore (l’altro bambino nella foto) e ha precisato che l’immagine risale al 1959. Mistero risolto, insomma.

Antibufala: no, non è vero che il 38% degli americani non comprerebbe birra Corona per paura del coronavirus

Antibufala: no, non è vero che il 38% degli americani non comprerebbe birra Corona per paura del coronavirus

La notizia secondo la quale il 38% degli americani non comprerà più la birra Corona perché la associa al coronavirus è una bufala. Specificamente, è una fandonia costruita da un’agenzia di sondaggi in cerca di visibilità.

Lo spiega molto dettagliatamente Bufale un tanto al chilo: tutto parte da un sondaggio della 5W Public Relations (comunicato stampa qui), condotto telefonicamente su un campione di 737 bevitori di birra statunitensi, che annuncia che “il 38% dei bevitori di birra americani adesso non comprerebbe Corona in nessuna circostanza” (“38% of beer-drinking Americans would not buy Corona under any circumstances now”).

Ma il comunicato omette la cosa più importante, ossia la domanda che è stata fatta per ottenere questa risposta. L’ha trovata l’Huffington Post, ed è un generico “Comprerebbe Corona in qualunque circostanza adesso?”, senza citare affatto il coronavirus. Quindi chi ha risposto “No” può averlo fatto per molte ragioni, compresa semplicemente quella che non gli piace la Corona e quindi non la comprerebbe a prescindere dal coronavirus e non l’avrebbe comprata neanche in passato.

Il comunicato stampa, insomma, è stato costruito furbescamente per fare in modo che l’associazione fra Corona e coronavirus si formi nella mente del lettore.

Come controprova, si può notare che il sondaggio contiene anche un’altra domanda, che però non ha attirato altrettanta attenzione da parte dei media: “Alla luce del coronavirus, intende smettere di bere Corona?”. Solo il 4% ha risposto di sì.

Questo, semmai, sarebbe stato il dato da pubblicare, ma non sarebbe stato spettacolare e non avrebbe permesso di far leva sul luogo comune che gli americani sono stupidi. Purtroppo anche molti giornalisti hanno abboccato all’esca troppo ghiotta.

PR Week riferisce che Maggie Bowman, senior director of communications della Constellation Brands che è proprietaria della Corona, ha detto che “nonostante la disinformazione circolante, il consumer sentiment e le vendite restano robusti. I consumatori capiscono che non c’è legame fra il virus e la nostra impresa.” 

C’è stato un calo generale delle vendite di birra in Cina a causa del coronavirus. Anheuser-Busch InBev, che produce Budweiser, Corona, Stella Artois e altri marchi, prevede un 10% di calo dei profitti nel primo trimestre.

Negli Stati Uniti, invece, la Corona non ha subìto cali significativi, anzi: Bufale un tanto al chilo nota, citando CNN, che “Le vendite della Corona erano salite del 5% negli Stati Uniti nelle 4 settimane fino al 16 febbraio. Questo è circa il doppio di quello che era il trend delle ultime 52 settimane.”

Fonte aggiuntiva: The Atlantic.

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Antibufala: il “Wuhan-corona” previsto in un libro dedicato al Dark Web

Antibufala: il “Wuhan-corona” previsto in un libro dedicato al Dark Web

Mi sono arrivate alcune segnalazioni di un inquietante brano di un libro intitolato Il Dark Web visto attraverso gli occhi del suo leader, che cita “un virus per le persone dal nome strano (come Wuhan-corona o Whuan-corona o qualcosa di simile)”.

Precognizione letteraria? Un segnale in codice per farci sapere che sul Dark Web si sapeva già tutto? Improbabile. La spiegazione più semplice è che si tratti di un esempio di Teorema delle Scimmie Infinite: ogni anno avvengono tantissimi eventi e vengono scritti tantissimi libri che raccontano tantissime cose e quindi prima o poi è inevitabile che qualche passaggio di qualche libro abbia una somiglianza con qualche evento.

Fra l’altro, il nome corona non è uno sforzo anticipatorio particolarmente impegnativo, dato che i coronavirus furono isolati per la prima volta nel lontano 1937 e sono ben noti per aver causato epidemie come la SARS nel 2002-2003.

Scegliere Wuhan è altrettanto ragionevole, dato che è una delle città più importanti, popolose e conosciute della Cina: citare Wuhan è come citare Firenze o Chicago. Oltretutto Wuhan è notoriamente sede di uno dei più sofisticati istituti di virologia di tutta la Cina, per cui chiunque voglia inventare una storia di virus e faccia un briciolo di ricerca per la propria ambientazione si imbatterà in Wuhan, come ha ben dimostrato lo scrittore Dean R. Koontz quando ha cambiato Gorki in Wuhan nella riedizione del suo libro The Eyes of Darkness (1996).

Fra l’altro, il libro è recentissimo: è disponibile online soltanto dal 13 novembre 2019, ossia appena un mese prima delle prime notizie sul coronavirus di Wuhan (Amazon; Google Books; Google Play) ed è classificato come “narrativa biografica/gialli e thriller”. Su Google Play viene descritto dicendo che sarebbe “un Best Seller internazionale”, ma in realtà ne esiste soltanto una versione digitale in inglese, la cui descrizione dice però che il libro è stato scritto prima in italiano e poi tradotto in inglese, contraddicendo completamente il testo italiano, che include una “prefazione del traduttore”.

E che dire di quella “recensione” in quarta di copertina dell’edizione inglese, firmata “Roliing S.” come se si volesse far pensare al lettore distratto che si tratti di una recensione fatta da Rolling Stone?

Sono troppo malizioso? Beh, andate a guardare da chi è “recensito” il libro nell’edizione italiana. Un certo R. Stones.

In altre parole, fino a prova contraria questo libro è da considerare un testo di fiction confezionato furbescamente come pseudobiografia e autopubblicato da un autore anonimo spacciandolo per un best-seller, con tanto di recensioni inventate.

Questa, insomma, è la spiegazione più plausibile. Ma se volete perderci il sonno pensando che sia un presagio di poteri superiori, fate pure: si vede che non avete preoccupazioni maggiori nella vostra vita, e di questi tempi è un privilegio raro.

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Antibufala: la Cina invia centomila anatre contro le locuste in Pakistan. Lo dice(va) Associated Press

Antibufala: la Cina invia centomila anatre contro le locuste in Pakistan. Lo dice(va) Associated Press

Di solito quando la Associated Press pubblica una notizia, ci si fida ciecamente, ma stavolta la fiducia è stata un po’ tirata per i capelli.

La AP ha infatti pubblicato la notizia che le autorità cinesi avrebbero trasportato centomila anatre per portarle in Pakistan allo scopo di aiutare nella lotta agli sciami immensi di locuste che stanno devastando il paese.

Molti altri canali d’informazione (Bloomberg, New York Times, ABC News) hanno ripreso la notizia senza farsi la domanda fondamentale: ma che senso ha mandare le anatre a combattere le locuste?

L’agenzia di stampa ha poi ritirato la notizia, che proveniva dal Ningo Evening News e citava Lu Lizhi, ricercatore all’Accademia di Scienze Agricole di Zhejiang. Nel ritirare la notizia, AP ha detto che erano stati “sollevati alcuni dubbi” sull’annuncio. Alcuni dubbi? Ma non mi dire.

Il problema delle locuste in Pakistan è in realtà serissimo, tanto che il paese ha dichiarato un’emergenza nazionale. Secondo la FAO, uno sciame grande come Parigi è in grado di divorare l’equivalente di metà del cibo consumato in tutta la Francia in un solo giorno. E anche centomila anatre sarebbero incapaci di contenere questa piaga: sempre secondo le stime FAO, riuscirebbero a mangiare 20 milioni di locuste al giorno, pari a mezzo chilometro quadrato di sciame. Ma alcuni sciami, anche in Africa, si estendono per centinaia di chilometri quadrati. Stavolta AP ha preso, è il caso di dire, non un granchio, ma una papera.

Fonte: Gizmodo.

Tempesta in un bicchiere: psicosi per il chip NFC nei bicchieri del Rabadan

Tempesta in un bicchiere: psicosi per il chip NFC nei bicchieri del Rabadan

Ultimo aggiornamento: 2020/02/19 10:05.

Si può avere paura di un bicchiere? A quanto pare sì. Il Rabadan, il grande carnevale di Bellinzona che si tiene dal 20 al 25 febbraio, quest’anno adotterà dei bicchieri multiuso in silicone al posto di quelli usa e getta, per ridurre il consumo di plastica. Sul fondo di questi bicchieri è incorporato un chip NFC, e questo ha scatenato angosce e psicosi.

C’è chi teme la possibilità di essere localizzato o sorvegliato, che il chip NFC trasmetta imprecisate onde pericolose o che c’entri in qualche modo il 5G. Altri si preoccupano dell’inquinamento causato dalla produzione dei chip.

Ma i fatti tecnici sono ben diversi. I chip NFC non localizzano, non sorvegliano, non trasmettono onde pericolose e il 5G non c’entra nulla. Inoltre la quantità di materiale e di energia usata per produrli è microscopica: nulla a che vedere con i costosi e complessi chip per computer.

Quelli usati nei bicchieri del Rabadan sono quelli più semplici (chip NFC passivi, come quello mostrato nella foto qui sopra), costano qualche centesimo l’uno e sono in sostanza dei dischetti sottilissimi che contengono un’antennina, una memoria e un piccolo processore, ma nessuna batteria. Il chip del Rabadan pesa meno di un millesimo del bicchiere che lo ospita, come indicato nel sito dell’azienda produttrice.

I chip NFC non sono una tecnologia nuova: esistono da quasi quindici anni e vengono usati comunemente nelle carte di credito e nei sistemi di pagamento contactless (carte di credito, Apple Pay, Google Wallet), nelle tessere di accesso alle camere d’albergo, e in molti sistemi anticontraffazione, antitaccheggio e di gestione dei magazzini. Una loro versione più sofisticata (chip NFC attivo) è presente all’interno di quasi tutti gli smartphone recenti. Quindi chi ha paura di questi chip non dovrebbe mai entrare in un negozio, perché sarebbe circondato da questi piccolissimi dispositivi, e non dovrebbe mai usare uno smartphone.

I bicchieri multiuso del Rabadan incorporano questi chip passivi per consentire alcune funzioni “social” del carnevale, che sono del tutto opzionali e sono attivabili scaricando e installando un’apposita app.

Gli organizzatori del Rabadan mi hanno fatto avere in anteprima un campione di questi bicchieri “smart”, e ne ho sezionato uno per estrarne il chip NFC. Qui sotto vedete uno di questi campioni ancora integro, con l’NFC inglobato nel fondo, tra due strati di silicone.

Ho provato a leggerlo con un’app per NFC presente nel mio smartphone e questo è il risultato:

In quanto alle emissioni di onde radio, sono microscopiche, praticamente nulle: la sigla NFC sta infatti per Near Field Communication, ossia “comunicazione in prossimità”, e spiega bene il concetto che questi chip emettono un segnale radio talmente debole che si può captare solo a pochi centimetri di distanza (è ancora più debole di quello del Bluetooth). Quelli attivi (presenti nei telefonini e nei tablet, o nei lettori di tessere) emettono onde radio che vengono ricevute e usate come fonte di energia da quelli passivi.

I chip NFC passivi non emettono un segnale radio vero e proprio ma comunicano perturbando in maniera controllata il segnale emesso dai chip attivi, che rilevano queste perturbazioni (grazie a Marco Morocutti, nei commenti, per questo chiarimento).

La frequenza utilizzata è 13,56 MHz, quindi niente a che fare con le frequenze del 5G (o, se è per quello, del 4G, 3G o 2G).

Per chi teme un’eventuale sorveglianza: prima di tutto, il chip NFC passivo, quello presente nel bicchiere, è completamente inerte e non identifica in nessun modo l’utente del bicchiere se non lo si attiva intenzionalmente tramite il proprio telefonino e l’apposita app.

In secondo luogo, anche se lo si attiva, il sito del Rabadan dichiara che Né la start-up PCUP né Rabadan o gli altri partner coinvolti, hanno intenzione di analizzare i dati personali degli utenti o di utilizzarli a fini promozionali. Grazie all’utilizzo del bicchiere e dell’App sarà invece possibile misurare il risparmio di plastica monouso usando un bicchiere unico per tutto il periodo della manifestazione.

Ma soprattutto, se siete così preoccupati di essere sorvegliati da un bicchiere, che ci fate sui social network?

2020/02/09 20.50. I responsabili del Rabadan hanno risposto alle critiche sul bicchiere qui su Ticinonews.

2020/02/19 10:05. Bicchiere Rabadan? “Nessun pericolo per salute e privacy” (Ticinonews).

Artista crea “ingorgo virtuale” su Google Maps con un carrellino pieno di smartphone. Qualche dubbio

Artista crea “ingorgo virtuale” su Google Maps con un carrellino pieno di smartphone. Qualche dubbio

Ultimo aggiornamento: 2020/02/16 14:10.

Un artista, Simon Weckert, ha pubblicato un video in cui, a suo dire, ha creato un “ingorgo virtuale” su Google Maps usando 99 smartphone, trasformando una strada verde (traffico scorrevole) in una strada rossa (ingorgo o coda). Il concetto è tecnicamente molto interessante, perché se è reale consente di sabotare le informazioni di Google Maps e creare dei percorsi senza traffico che diventano sfruttabili da chi è complice del sabotaggio. Posso già immaginare un imprenditore che affitta i propri servizi ai ricchi che vogliono andare in giro senza la marmaglia tra i piedi, o azioni di protesta di un quartiere eccessivamente intasato dal traffico.

Ma bisogna vedere se è davvero reale. Una foto, sul sito di Weckert, fa sollevare due dubbi: ci stanno 99 telefonini in un carrellino così piccolo? E davvero gli schermi sono così luminosi da mostrare in pieno sole quello che hanno sullo schermo? È possibile che degli schermi retroilluminati abbiano ombre sulla propria superficie, come si vede qui sotto?

Ed è plausibile che nel dettaglio qui sotto, tratto da una foto presente sul sito di Weckert, gli schermi di questi smartphone siano così luminosi da essere bianchissimi mentre sono in piena luce diurna?

Ci sono anche altre contraddizioni nel racconto di Weckert: qui sul suo sito dice che sono “99 second hand smartphones”, ossia di seconda mano, ma altrove (Motherboard) risulta che siano stati noleggiati.

Il mio sospetto è che si tratti di una messinscena a scopo di provocazione artistica, fatta con dei simulacri di telefonini sui quali è stata stampata una schermata di Google Maps, ma comunque è interessante ragionare sulle sue implicazioni: sarebbe davvero possibile creare un ingorgo inesistente usando questa tecnica?

2020/02/04 18:40. Se siete curiosi di sapere quando sarebbe stato creato l’ingorgo virtuale, i dati EXIF di questa foto indicano 2019:10:06 alle 12:23:19; quelli di questa foto 2019:10:06 12:14:32 (e l’immagine include un cartello che dice “ab 07.16.19”; e quelli di questa foto 2019:10:06 alle 11:42:11.

2020/02/05 10:00. La Frankfurter Allgemeine ha intervistato Weckert, che ha detto che ciascuno dei 99 smartphone aveva una propria carta SIM connessa e ciascuno stava usando attivamente Maps per la navigazione. Weckert aggiunge di aver scoperto che se il carrellino si fermava, Maps non indicava un ingorgo e che lo stesso accadeva se un veicolo passava in fianco al carrellino a velocità normale. L’ingorgo risultava soltanto quando il carrellino era in movimento e la strada era deserta. Maggiori info sono su Android Authority.

Nel frattempo, un commentatore mi ha fatto notare in privato che è strano che l’ingorgo venga indicato in entrambe le direzioni di marcia, dato che Maps rileva la direzione di movimento degli smartphone. Lo stesso commentatore indica che i telefonini sembrano degli Huawei Mate 20, costosi e poco disponibili, ma di cui sono facilmente reperibili simulacri.

2020/02/16 14:10. Digitec.ch ha tentato di replicare a Zurigo l’esperimento di Weckert: i risultati sono molto interessanti. Prima di tutto, viene fatto notare che Weckert ha scelto due strade (il ponte Schilling e il ponte Ebert, entrambi a Berlino) lungo le quali non passano trasporti pubblici: cosa importante, perché un autobus contiene ben più di 99 persone con telefonini e Google rileva la localizzazione anche quando un telefonino non è in modalità navigatore e quindi un autobus potrebbe creare l’apparenza di un ingorgo. Digitec concorda nell’identificare i telefonini come Huawei Mate 20 Pro.

La replica dell’esperimento fatta da Digitec ha usato 47 telefonini, tutti dotati di SIM, più altri sette senza SIM, tutti in modalità navigatore e con una destinazione immessa.

La prima strada scelta per la replica (Giessereistrasse) non è percorsa da trasporti pubblici, ha poco traffico ed è stretta. L’esperimento fallisce: anche camminando avanti e indietro, in mezzo alla strada, con il carrellino di telefonini non si forma alcun ingorgo in Google Maps. Ma quando gli sperimentatori si fermano sull’angolo di una strada, si forma un finto ingorgo all’incrocio, che è anche possibile controllare e spostare.

La seconda strada (Förrlibuckstrasse) rivela che Google ha limiti di congestione differenti per ogni singola strada: quelle grandi richiedono tanti telefoni, quelle piccole pochi, e anche a parità di grandezza ci sono altri fattori di variabilità, come la presenza di un parcheggio multipiano (che rallenta il traffico e di cui Google tiene conto).

La terza strada (Pfingstweidstrasse) è una delle arterie principali di Zurigo, percorsa da trasporti pubblici, numerose auto e molti pedoni. Qui il carrellino pieno di telefonini è del tutto inefficace.


Le conclusioni della prova di Digitec.ch sono che è possibile creare un ingorgo virtuale con una sessantina di cellulari se la strada è piccola; altrimenti no. Google non si fa fregare così facilmente.

Fonti aggiuntive: Ars Technica, The Register.

Repubblica, il giornalismo “professionale” saccheggia Internet e rimedia figuracce

Repubblica, il giornalismo “professionale” saccheggia Internet e rimedia figuracce

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori e grazie alla segnalazione di Claudio Mira*****. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2016/08/23 23:40.

Repubblica ha pubblicato quelle che dice essere “sensazionali immagini di un’onda imponente che si ghiaccia ancora prima di infrangersi”.

L’autrice della didascalia, Giuditta Mosca, scrive che “Questo fenomeno naturale è stato raramente documentato dall’uomo e avviene grazie alla bassa temperatura dell’acqua che a contatto con l’aria ancora più fredda resta bloccata per pochi secondi, il tempo sufficiente affinché la temperatura proibitiva la solidifichi in blocchi di ghiaccio”.

Onde che si ghiacciano a mezz’aria? Si vede che qualcuno ha scambiato The Day After Tomorrow per un trattato di climatologia. E dormiva durante le lezioni di chimica e fisica del liceo.

Come se non bastasse, il fenomeno viene descritto come se fosse una prova dell’abbassamento delle temperature mondiali: le immagini, dice Repubblica, “vengono dal lago di Huron di Mackinaw City, nel Michigan, Stato USA ai confini con il Canada” e sono un “avvenimento naturale di grande fascino fino ad oggi comune solo alle zone polari”.

In realtà le immagini non vengono dal Michigan, ma da Internet: Repubblica le ha saccheggiate senza il benché minimo controllo e naturalmente senza riconoscerne la paternità o il diritto d’autore. Infatti Snopes.com spiega che si tratta di una bufala risalente a marzo del 2008. Le immagini sono autentiche, ma si riferiscono a un fenomeno che avviene in Antartide, non nel Michigan, ed è prodotto dalla fusione del ghiaccio antartico profondo.

Questo ghiaccio, infatti, riaffiora a causa degli spostamenti della calotta antartica e viene sagomato dall’esposizione alle intemperie. La fusione produce le striature verticali che sembrano la cresta di un’onda e la magnifica trasparenza del ghiaccio è dovuta alla sua formazione a grande profondità.

Le fotografie in questione provengono specificamente dalla base antartica di Dumont D’Urville e sono state scattate da Tony Travouillon nel 2002. Ne trovate altre qui.

Complimenti, come sempre, a Repubblica per aver dimostrato ancora una volta che i giornalisti veri, quelli stipendiati dalle redazioni, lavorano meglio di quei cialtroni di blogger.

2010/01/25

Ieri sera e stamattina sono stato contattato via mail dall’autrice della didascalia. La cortesia m’impone di non divulgare i dettagli dello scambio di vedute senza il suo permesso. Dico solo che per ora non c’è stato alcun chiarimento sulla fonte dalla quale è stata presa la notizia-bufala.

13:00. I lettori segnalano che la galleria fotografica e la didascalia non sono più presenti alle coordinate indicate a inizio articolo. Al momento il testo è ancora presente nella cache di Google.

2016/08/23

Riordinando i miei archivi di posta mi sono imbattuto nella discussione fra me e Giuditta Mosca. Il 24 gennaio 2010 aveva minacciato di rivolgersi a un giudice e aveva promesso che mi avrebbe fatto pervenire le prove che lei aveva ragione e le fonti autorevoli dalle quali aveva preso la notizia. Non sono mai arrivate.

Inoltre a gennaio 2016 Massimo Mantellini ha segnalato pubblicamente che molti indizi specifici fanno presumere che la giornalista abbia fatto uso della norma UE sul diritto all’oblio per far rimuovere dai risultati di Google almeno un articolo di Mantellini che riguardava questa vicenda.

“Millennium Bug? Quale Millennium Bug?”

“Millennium Bug? Quale Millennium Bug?”

No, non è finto.

Il tempo passa, il ricordo si affievolisce e arrivano nuove generazioni di utenti e di informatici che non erano al lavoro alla fine degli anni Novanta del secolo scorso e quindi non hanno esperienza diretta del cosiddetto millennium bug o problema Y2K, ossia il problema informatico causato dal fatto che molti sistemi gestivano le date usando soltanto due cifre per l’anno, col risultato di fare calcoli pensando che il 2000 (espresso come “00”) venisse prima del 1999 (espresso come “99”). Risultato: si sta diffondendo il mito che il millennium bug fosse una montatura, un’esagerazione giornalistica.

No. Io c’ero, e come tutti i colleghi che erano al lavoro in campo informatico in quel periodo, ricordo bene quante ore e quanti soldi (circa 300 miliardi di dollari) fu necessario spendere per correggere milioni di programmi installati ovunque, dalla contabilità ai timer degli allarmi, in modo da prevenire il problema. I danni causati dal millennium bug furono limitati perché fu fatta tanta, tanta prevenzione, non perché il problema non c’era.

Certo, ci furono titoli giornalistici catastrofisti che specularono sul problema e circolò una certa frenesia che spinse alcune persone ad accumulare viveri nel timore di un improbabile collasso globale della società umana, ma il rischio fu in gran parte evitato grazie al lavoro di tanti informatici anonimi in tutto il mondo.

Anche così, qualche incidente importante capitò lo stesso. Mental Floss cita alcuni esempi che non vanno dimenticati, e io ne aggiungo qualcun altro:

  • I satelliti spia statunitensi smisero di funzionare per tre giorni dopo la mezzanotte del 31 dicembre 1999, trasmettendo solo dati senza senso; l’America rimase militarmente cieca.
  • Le centrali nucleari di Onagawa e Ishikawa, in Giappone, furono colpite da due allarmi per sensori malfunzionanti appena dopo la mezzanotte fatidica.
  • Anche l’impianto statunitense di produzione di armi nucleari di Oak Ridge, nel Tennessee, ebbe un malfunzionamento.
  • 150 donne britanniche in gravidanza ricevettero diagnosi errate a causa del millennium bug, spingendone due ad abortire. 
  • Vari gestori di carte di credito negli Stati Uniti scoprirono di non poter verificare le transazioni, l’e-banking di una banca olandese non riusci a gestire i pagamenti differiti e uno dei sistemi informatici della Borsa di Hong Kong sbagliò i calcoli di data (Swarthmore.edu).

Non ci furono grandi eventi catastrofici, ma tanti piccoli malfunzionamenti che causarono disagi e problemi a tante persone: un elenco particolarmente dettagliato è consultabile su Iy2kcc.org. Telecom Italia inviò bollette datate 1900. In alcuni casi andò anche particolarmente bene, come nel caso di un uomo in Germania che scoprì con piacere di avere 12 milioni di marchi più del previsto (circa 6 milioni di euro) con un saldo datato 30 dicembre 1899.

Ma moltissimi problemi furono evitati per merito di tanti anonimi tecnici che controllarono e ripararono il software nei posti più disparati, persino nei controsoffitti delle carceri di massima sicurezza britanniche (che alloggiavano numerosi PLC di gestione), come racconta la BBC. A loro va il mio grazie più sentito.

Fonti aggiuntive: APNews, Time, BBC, ZDnet

Antibufala: le foto di “armi a energia diretta satellitare” che causano incendi nei boschi

Antibufala: le foto di “armi a energia diretta satellitare” che causano incendi nei boschi

Ultimo aggiornamento: 2019/09/07 20:55.

Circola nei social network un post che mostra immagini a prima vista inquietanti di quelli che sembrano essere raggi luminosi che provengono dal cielo e provocano incendi nei boschi. Il testo parla di “armi a energia diretta satellitare”, di “tecnologia usurpata a Tesla per i soliti scopi di potere”, e se la prende con Piero Angela. La didascalia delle immagini dice “Ecco come provocano i grandi incendi nel pianeta, altro che la favoletta del caldo torrido”.

Non si sa bene se chi ha scritto questo post l’abbia fatto per satira o perché crede veramente ai raggi incendiari spaziali, ma in ogni caso il sito di debunking Bufale un tanto al chilo ha pubblicato il testo integrale del post e ha indagato sull’origine delle immagini.

Non vi sorprenderà sapere che nessuna delle foto mostrate rappresenta armi spaziali incendiarie. Però è interessante capire quale sia la vera natura di quello che si vede nelle immagini.

BUTAC ha scoperto che la prima delle tre foto, quella a sinistra, mostra il decollo di un razzo Falcon 9 dalla base militare di Vandenberg, in California, a maggio del 2018. La foto originale è la seconda di questo articolo di Ars Technica, scattata con un tempo di posa lungo che trasforma il bagliore dei motori in una scia (come si nota dall’aspetto sfumato delle onde dell’oceano).

Credit: SpaceX.

Una foto scattata con un tempo di posa normale dallo stesso punto di vista durante lo stesso lancio conferma che si tratta del decollo di un razzo:

Credit: SpaceX.

La foto in alto a destra nostra un cosiddetto light pillar, o colonna di luce: un fenomeno atmosferico che si produce quando l’aria contiene cristalli di ghiaccio in sospensione, che agiscono da minuscoli specchi: quelli situati otticamente sopra l’asse che unisce l’osservatore a un oggetto luminoso riflettono la sua luce. In questo caso, si tratta di una foto scattata in Ohio durante una fiammata controllata di una raffineria a gennaio del 2018, secondo The Black Vault.

Per la foto in basso a destra, invece, né io né BUTAC siamo riusciti a trovare con certezza la fonte esatta, ma a mio parere potrebbe essere questo tweet, che parla di un incendio boschivo in California, a maggio del 2018.

Come si può notare osservando la foto originale, mostrata qui sotto, il “raggio” si affievolisce proprio nella parte più vicina all’incendio, cosa piuttosto bizzarra se si trattasse di un raggio incendiario, ma perfettamente plausibile se si tratta invece semplicemente di un riflesso del sole nell’obiettivo (un fenomeno frequente, come descritto in questo video). Per coincidenza, l’obiettivo è orientato in modo da incrociare il fumo. Infatti la direzione delle ombre nella foto indica che il sole si trova, fuori dall’inquadratura, in alto a destra, ossia nella stessa zona verso la quale è direzionato il raggio:

Osama, nuova foto, nuovo fake [UPD 22:25]

Osama, nuova foto, nuovo fake [UPD 22:25]

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Questa è la foto che campeggia in questo articolo de L’Unità e questo del Corriere della Sera, entrambi con la data di oggi (3 maggio 2011).

L’articolo de L’Unità scrive in proposito quanto segue: “una nuova presunta foto che ritrarrebbe Osama bin Laden morto pochi minuti dopo il raid condotto dalle forze statunitensi in Pakistan è stata pubblicata online da un sito web, mentre il link viene rilanciato su Twitter dagli hacker di Anonymous. L’autenticità dell’immagine non è verificabile. ISi tratta di un’immagine notturna in cui il leader di al Qaida giace a terra con una ferita sopra l’occhio destro. Il corpo sembra sorretto da un soldato Usa. In Italia è stata rilanciata dall’Ansa. Ma la ferita sulla testa di Osama Bin Laden sembra contraddire le ricostruzioni del blitz, è a destra mentre doveva essere a sinistra”.

Il lancio dell’ANSA è questo. Però è inutile nascondersi dietro alla foglia di fico del solito “la pubblico perché fa audience, tanto dico che non è verificabile”. Santo cielo, gente, e fatela verificare una buona volta. Gli esperti ci sono. Pagateli.

In attesa che ANSA, Corriere o L’Unità aprano il portafogli, i lettori di questo blog hanno già fatto un lavoro egregio. Gratis. Guardate infatti quest’immagine, segnalatami da Gian_Ibanez, e ditemi se non notate qualche bizzarra somiglianza:

Confrontiamo:

La fonte di quest’immagine è Liveleak. Che ne dite, riusciamo a scoprire anche da che film è tratto questo nuovo fake?

22:25. Risolto: la fonte è il film Black Hawk Down. Lo spiegone è già su Repubblica, che cita Vanity Fair italiano come scopritore: una correttezza rara e apprezzata. Finché i mastini del copyright non intervengono, potete vedere la scena del film a 12:47 qui su Youtube.

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2020/01/09. Rivisitando questo articolo in occasione di un altro scivolone giornalistico-bellico, mi rammarico di non aver catturato degli screenshot degli articoli originali di Unità, Corriere e ANSA, che sono stati prontamente corretti per cancellare le tracce delle figuracce. Anche Archive.org ne conserva solo copie risalenti ai giorni successivi, quando erano stati riscritti (Unità su Archive.org; Corriere su Archive.org).