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*Podcast RSI – Interfacce touch per auto, 40 anni di seduzione pericolosa

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[CLIP: Rumore di auto elettrica che parte da ferma e accelera]

Le automobili di oggi sono dei computer su ruote, hanno un numero sempre
maggiore di funzioni e servizi, e si pone il problema di come permettere al
conducente di gestire tutta questa complessità. Per usare il gergo
informatico, è necessario adeguare la cosiddetta interfaccia utente.

La soluzione sempre più diffusa è uno schermo tattile, che sostituisce le
levette e i pulsanti fisici, ma ci sono anche i comandi capacitivi,
ossia finti pulsanti che si azionano semplicemente sfiorandoli e non si
muovono fisicamente.

Eppure la sensazione di molte persone che guidano questi veicoli è che le
interfacce touch, una volta passato l’effetto wow e superato l’impatto
estetico seducente, siano scomode e in alcuni casi addirittura pericolose.
Cominciano a essere pubblicate anche delle ricerche tecniche che sembrano
confermare questa sensazione. Ma allora perché quasi tutti i costruttori di
automobili insistono a usare questo tipo di interfaccia?

Questa è la storia delle interfacce touch nelle automobili. Una storia
che comincia, sorprendentemente, nel 1986, quasi quarant’anni fa, e che rivela
il lungo flirt dell’industria automobilistica con una tecnologia in
apparenza avveniristica ma in realtà perlomeno controversa. Un flirt nel quale
la persona più importante, cioè il conducente, finisce spesso per trovarsi nel
ruolo del terzo incomodo che deve fare buon viso a cattivo gioco.

Benvenuti alla puntata del 2 agosto 2024 del Disinformatico, il podcast
della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane
dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

—-

Se qualcuno nomina il concetto di interfaccia touch per le auto, o in
altre parole parla di automobili che si comandano in gran parte non con dei
pulsanti, delle manopole o delle levette fisiche ma usando uno schermo
interattivo e sensibile al tocco, il pensiero corre facilmente a una marca ben
precisa: Tesla. Le sue auto, esclusivamente elettriche, sono famose per i loro
schermi giganti incastonati nel cruscotto, da usare per comandarne le mille
funzioni offerte dal software di bordo.

Ma in realtà la prima interfaccia touch, ossia il primo schermo sensibile al
tocco presente in un’automobile risale a molto prima della nascita del
marchio Tesla: risale addirittura al 1986. In quell’anno la casa
automobilistica statunitense Buick presentò il Graphic Control Center,
uno schermo tattile da nove pollici, incastonato nel cruscotto della sua
coupé Riviera di settima generazione. Era un monitor a tubo catodico, monocromatico, con caratteri verdi su
sfondo nero, e a detta della casa costruttrice riuniva in un unico elemento
ben 91 funzioni
che altrimenti avrebbero richiesto pulsanti, selettori, interruttori e
manopole sul cruscotto. Da questo schermo sensibile al tatto si
comandavano per esempio l’aria condizionata, l’autoradio, i sistemi
diagnostici e si monitoravano i consumi di carburante.

Lo schermo touch di una Buick Riviera, versione del 1989. Immagine tratta da questo video.

Fu un fiasco, perché i conducenti si lamentarono che usare lo schermo tattile
era scomodo e li distraeva troppo dalla guida, obbligandoli a togliere gli
occhi dalla strada molto di più di quanto facessero quei comandi fisici che il
monitor tattile aveva sostituito. Buick non installò più questo sistema touch,
e l’idea delle interfacce tattili rimase parcheggiata con le quattro frecce
per circa vent’anni.

Nel 2001 arrivò infatti BMW, che introdusse
iDrive, un’interfaccia
di gestione incentrata su uno schermo da quasi 9 pollici di diagonale,
finalmente piatto e non a tubo catodico ma a LCD, che sostituiva tutta la
pulsantiera del sistema di intrattenimento di bordo. Non era comandabile
toccandolo: la persona alla guida vi interagiva tramite una manopola fisica
che permetteva di esplorare i suoi vari menu e sottomenu.

Gli schermi nei cruscotti cominciarono man mano a diffondersi, ma solo come
coprotagonisti di un pannello comandi che restava affollato di bottoni. Tesla arrivò
con la sua interfaccia touch soltanto nel 2012, ma lo fece col botto,
piazzando al centro del cruscotto della sua prima berlina, la Model S, un
monumentale schermo tattile da ben 17 pollici, ed eliminando quasi
completamente i pulsanti fisici. Praticamente tutte le funzioni dell’auto,
comprese quelle importanti per la sicurezza di guida come l’accensione dei
fendinebbia, passavano da quello schermo, con un effetto avveniristico che
fece immediatamente presa nell’opinione pubblica. E la tendenza di questa
marca al minimalismo dei pulsanti è proseguita con i modelli successivi. Nelle
Tesla più recenti, anche la direzione delle bocchette di ventilazione si
comanda dallo schermo touch, è scomparso il quadrante degli strumenti, quello che stava dietro il
volante, e sono sparite anche le levette per azionare le frecce, sostituite da
tasti capacitivi, ossia delle superfici a sfioramento integrate nelle
razze del volante. Anche le marce si selezionano toccando lo schermo oppure
dei tasti capacitivi inseriti in modo quasi invisible nella plafoniera.

Ora moltissimi costruttori di automobili mettono un grande schermo tattile al
centro dei loro cruscotti: è la moda di design del momento, perché fa colpo
sul cliente, elimina tantissimi anfratti che attirano antiestetica polvere, ma soprattutto
fa risparmiare tanti soldi al costruttore, che si trova ad avere meno
componenti e sottocomponenti da montare durante la fabbricazione, quindi meno
costi di manodopera, e non deve gestire una selva di pulsanti, cavi, levette e
relativi ricambi da tenere a magazzino per anni. Inoltre consente di
aggiungere nuove funzioni con un semplice aggiornamento software, senza dover
installare pulsanti extra o dover rifare gli stampi e le procedure di
assemblaggio per offrire un cruscotto modificato.

Il caso forse più estremo è quello di Mercedes, che nella sua EQS offre in
opzione il cosiddetto Hyperscreen, uno schermo largo 56 pollici, circa un
metro e mezzo, composto da tre pannelli da 12 pollici e da uno da quasi 18
pollici.

Ma non è un po’ troppo tutto questo?

—-

Euro NCAP, una delle più prestigiose
organizzazioni europee per la sicurezza automobilistica, sostenuta dall’Unione
Europea e da numerosi ministeri nazionali dei trasporti, ha annunciato a marzo
del 2024 che i suoi nuovi test di sicurezza, previsti per il 2026,
incoraggeranno le case automobilistiche a usare
“comandi fisici e separati per le funzioni di base in maniera intuitiva per
limitare il tempo trascorso con gli occhi distolti dalla strada e quindi
promuovere una guida più sicura”
. Inoltre ha dichiarato che
“l’uso eccessivo degli schermi tattili è un problema che tocca l’intero
settore”

perché
“obbliga i conducenti a spostare lo sguardo dalla strada e aumenta il
rischio di incidenti dovuti alla distrazione”
[Interesting Engineering].

Già nel 2022 una
rivista di settore svedese
aveva dimostrato che i pulsanti fisici sono solitamente più sicuri degli schermi tattili. Lo aveva fatto misurando il tempo di spostamento dello sguardo necessario per compiere quattro compiti
relativamente semplici. Su una Volvo V70 del 2005, dotata solo di pulsanti, il
tempo complessivo era stato di dieci secondi. Sulla BMW iX, basata su uno
schermo touch, le stesse operazioni avevano richiesto il triplo del tempo,
trenta secondi, e su una MG Marvel R erano serviti addirittura 45 secondi di
distrazione.

Anche senza arrivare al rigore di un test come questo, è abbastanza intuitivo
che se ci si trova improvvisamente in un banco di nebbia è molto più sicuro
avere un pulsante per accendere i fendinebbia, un pulsante che si può trovare
e premere senza togliere lo sguardo dalla strada in un momento critico del
genere, che avere una zona specifica dello schermo che bisogna toccare per
attivare un menu dal quale bisogna poi scegliere l’icona giusta e centrarla
con il dito, senza nessun riscontro fisico di averla toccata correttamente.

Va detto che pulsanti e interfacce fisiche non sono automaticamente una
garanzia di sicurezza. Come gli informatici e i piloti collaudatori ben sanno,
qualunque interfaccia può causare confusione, distrazione e disastri anche
fatali se non è pensata bene. Un caso tristemente noto in campo
automobilistico è quello della leva del cambio della Fiat Chrysler Grand
Cherokee del 2015. Una leva tangibile, impugnabile, che però era stata
concepita in modo da non mantenere fisicamente una posizione differente a
seconda della marcia inserita. Tornava sempre alla posizione centrale,
lasciando come unica indicazione del suo stato una piccola spia luminosa.

Molti conducenti erano scesi dall’auto pensando di averla messa in Park quando
in realtà era ancora in Drive o in folle o addirittura in retromarcia, col risultato che
l’auto si muoveva da sola. Alla fine, dopo almeno 41 casi di ferimento legati
a questa interfaccia, Fiat Chrysler era stata costretta a richiamarne oltre un
milione di esemplari. Questo errore di progettazione dell’interfaccia è fra le
probabili cause della morte nel 2016 dell’attore di Star Trek
Anton Yelchin, schiacciato contro un cancello di sicurezza dalla propria Grand Cherokee
lasciata inavvertitamente in folle in pendenza.

Non è solo una questione di schermi tattili al posto dei pulsanti: anche la
recente moda di adottare comandi capacitivi a sfioramento ha i suoi problemi di interfaccia.
Alcuni proprietari di auto Volkswagen affermano infatti che questi pseudo-pulsanti,
presenti sul volante, causano incidenti.

Siccome si tratta di superfici estremamente sensibili al tocco, basta
sfiorarle inavvertitamente, magari durante una manovra di parcheggio, per dare
i comandi corrispondenti. Finché si alza per errore il volume dell’autoradio
non è un problema grave, ma se si riattiva involontariamente il
cruise control o tempomat, i cui comandi sono sulle razze del
volante, l’auto accelera di colpo e a sorpresa. Le segnalazioni di incidenti
di questo genere si stanno accumulando nei forum online [Ars Technica], ma per ora manca un’inchiesta formale, per cui sono dati da prendere con
un pizzico di cautela. In ogni caso Volkswagen ha deciso di non attendere test
formali e ha annunciato sin da
ottobre 2022
che ripristinerà i pulsanti fisici veri e propri sul volante, scrivendo che
“è quello che ci chiedono i clienti”.

Insomma, se vi lamentate che le interfacce touch di oggi non vi vanno a genio,
non siete soli e non siete diventati brontoloni che non sanno stare al passo
con i tempi. Il problema è molto concreto e diffuso, tanto che esistono
aziende che
vendono pulsantiere Bluetooth per ridare
agli utenti dei bottoni da pigiare almeno per le funzioni più frequenti che
sarebbero invece accessibili soltanto toccando uno schermo.

Il minimalismo è una scelta di design valida nell’informatica di consumo, dove
l’estetica può essere privilegiata tranquillamente rispetto alla velocità e alla intuitività d’uso,
ma i dati indicano che non è affatto una scelta altrettanto valida nella sicurezza
stradale, anche se per molti costruttori di automobili il ritorno alle
interfacce utente fisiche, con i relativi costi e le associate complessità di
fabbricazione, è letteralmente un tasto che non vogliono toccare.

Fonti:

*Podcast RSI – Frodi milionarie con numeri di telefono falsificati, in manette i fornitori: il caso Russian Coms

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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: Squillo di telefono]

Il vostro telefonino squilla all’improvviso. Sul suo schermo compare il numero
della vostra banca. Rispondete, e una voce molto precisa e professionale vi
informa, con il tono leggermente spassionato di chi ha detto queste stesse
parole infinite volte, che è successo quello che temevate e che un po’ tutti
temiamo. Dei criminali informatici hanno avuto accesso al vostro conto
corrente.

Per fortuna la vostra banca ha bloccato il tentativo di frode e vi sta
chiamando appunto per informarvi della situazione e per chiedervi di smettere
di usare le vostre coordinate bancarie attuali e sostituirle con quelle nuove,
che vi verranno dettate tra un momento. A voi non resta che trasferire il
saldo del conto dalle coordinate attuali a quelle nuove, e tutto sarà a posto.

Ma come avete probabilmente intuito, la chiamata è una messinscena, il numero
che compare sul vostro schermo è stato falsificato, la voce è quella alterata
digitalmente di un criminale che finge di essere un funzionario antifrode, e
le coordinate nuove servono per convincervi a trasferire volontariamente i
vostri soldi su un conto controllato dal malvivente.

Fin qui niente di nuovo, ma questa non è la storia dell’ennesimo caso di frode
bancaria informatica: è la storia di Russian Coms, un vero e proprio servizio
commerciale di assistenza tecnica ai criminali, il cosiddetto
crime as a service, che vendeva kit chiavi in mano per aspiranti
truffatori e ha permesso di derubare centinaia di migliaia di persone in oltre
cento paesi per un totale di svariate decine di milioni di dollari.

Dico “vendeva” perché Russian Coms è stato sgominato dalle forze
dell’ordine, arrestando varie persone e soprattutto prendendo il controllo dei
server sui quali i criminali gestivano i rapporti con la propria clientela,
promettendo discrezione e riservatezza. Ma ora tutti i dati di quei rapporti
sono nelle mani degli inquirenti, e sul canale Telegram di Russian Coms è
comparso un avviso:
“tutto è stato compromesso, non importa quale software stiate usando. Anche
tutti gli altri fornitori sono stati compromessi”.

L’avviso sul canale Telegram di Russian Coms. Fonte: National Crime Agency.

In altre parole, si salvi chi può.

Questo fuggi fuggi generale è un’occasione rara per gettare luce sulla filiera
del crimine informatico e sulle sue tecniche, per riconoscerle e difendersi
meglio, ma anche per rispondere a un paio di curiosità che magari vi siete
posti: ma dove vanno esattamente i criminali online a procurarsi i ferri del
mestiere? Vanno nel dark web? Sono tutti esperti del fai da te
informatico, dediti al male? E poi, perché è possibile falsificare il numero
del chiamante?

Benvenuti alla puntata del 9 agosto 2024 del Disinformatico, il podcast
della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane
dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Questa storia inizia nel 2021, quando nasce un gruppo di criminali online che
si fa chiamare Russian Coms anche se non ha nessun collegamento noto
con la Federazione Russa. La sua specialità è offrire ad altri criminali
servizi di caller ID spoofing, ossia di falsificazione del numero del
chiamante. Servizi che fanno comparire sui telefonini delle persone chiamate
un numero appartenente a una banca, a una compagnia telefonica o a una forza
di polizia, per conquistare la fiducia di queste persone e aiutare così a
carpirne i dati personali, le carte di credito e i soldi.

Russian Coms comincia offrendo ai propri clienti dei telefonini Android
appositamente personalizzati, dotati di app finte che li fanno sembrare
normali telefoni in caso di sequestro da parte della polizia, di VPN per
rendere meno tracciabili le attività criminali per le quali vengono usati, e
anche di una app di autodistruzione che cancella istantaneamente la memoria
dello smartphone in caso di necessità. Successivamente offre anche lo stesso
servizio tramite una web app.

Russian Coms propone contratti di sei mesi che costano circa 1300 euro in
tutto, sono pagabili con criptovalute e vengono pubblicizzati su Snapchat,
Instagram e Telegram, e su un normalissimo sito Web, Russiancoms.cm. Non
provate a visitarlo adesso: non ci troverete nulla. Lo so perché ho provato io
per voi.

Avete capito bene: niente dark web, ma tutto sfacciatamente alla luce
del sole, sul Web normale, sui social network, come se niente fosse.

Le offerte di contratto sul sito Web di Russian Coms. Fonte: National Crime
Agency.

Il servizio è completo e professionale: le chiamate sono cifrate, viene
offerto un software che altera la voce in tempo reale, i costi delle
telefonate internazionali sono inclusi nel canone, e naturalmente c’è
un’assistenza clienti disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro, sette
giorni su sette. Un livello di customer care invidiabile, migliore di
quello di tante aziende regolari.

Gli affari di Russian Coms vanno bene. I suoi clienti arrivano a saccheggiare
conti correnti in ben 107 paesi, dagli Stati Uniti alla Norvegia, dalla
Francia alle Bahamas. Fra il 2021 e il 2024, gli utenti paganti di Russian
Coms effettuano milioni di chiamate a milioni di vittime, fingendo di
rappresentare aziende di buona reputazione e facendosi dare soldi per merci
mai consegnate, spacciandosi per banche per accedere ai conti correnti delle
persone chiamate, e organizzando in alcuni casi il ritiro fisico, fatto di
persona, di carte di debito e di credito con la scusa che andavano sostituite
per motivi di sicurezza. Il sistema funziona. Nel Regno Unito, per esempio, il
danno medio ammonta a oltre 9000 sterline (circa 10.000 euro o franchi) per
ciascuna delle circa 170.000 vittime.

Ma a marzo 2024 le cose prendono una brutta piega per i membri di Russian
Coms.

Dopo mesi di indagini, gli agenti della National Crime Agency britannica
arrestano due uomini di 26 e 28 anni a Londra. Gli inquirenti ritengono che si
tratti degli sviluppatori e degli amministratori del servizio.

Nei giorni successivi, il sito di Russian Coms viene disattivato, e il 12
aprile viene arrestato, sempre a Londra, un altro uomo che viene considerato
uno degli addetti alla consegna di persona degli smartphone modificati. Pochi
giorni fa è stato arrestato, sempre nel Regno Unito, uno dei clienti di
Russian Coms, e inoltre l’Europol ha in corso altre operazioni analoghe in
vari altri paesi.

Gli agenti britannici hanno
reso pubblici
i dettagli di questa vicenda il primo agosto scorso, pubblicando anche un
video dell’irruzione e dell’arresto e una schermata tratta dal sito di Russian
Coms che ne illustra il tariffario.

[rumore dell’irruzione]

Sul canale Telegram di Russian Coms i messaggi dei criminali sono stati
sostituiti da un avviso che informa la clientela, per così dire, che il
servizio
“è ora sotto il controllo delle forze dell’ordine internazionali” e
annuncia che “La polizia verrà a trovarvi presto”, con tanto di emoji
sorridente ma non troppo.

L’avviso sul canale Telegram di Russian Coms. Fonte: National Crime Agency.

La National Crime Agency sottolinea che anche se le tecnologie sofisticate e
le tecniche professionali usate da gruppi come Russian Coms
“promettono l’anonimato, a insaputa dei loro utenti criminali registrano e
conservano i loro dati, e quindi è possibile identificare chi sono e come
operano”
.

Il fatto che i server dei fornitori del servizio siano stati acquisiti dalle
forze dell’ordine implica un bottino ingentissimo di dati, e soprattutto di
identità di vittime e truffatori, che fotografa l’intera organizzazione e la
sua clientela con un dettaglio che si vede di rado. La polizia londinese ha
dichiarato di aver svolto controlli incrociati su oltre 100.000 dati, compresi
indirizzi IP, numeri di telefono e soprattutto nomi, per identificare i
sospettati e rintracciare anche le loro vittime.

L’obiettivo di questo intervento e del suo annuncio al pubblico è minare in
generale la fiducia dei malviventi in questi fornitori di servizi e quindi
spezzare la filiera del crimine organizzato, ma è anche un’occasione per
ricordare al pubblico alcune regole di cautela da adottare per non finire tra
le vittime di questi professionisti dei reati digitali.

Se ricevete una chiamata inattesa di qualcuno che dice di rappresentare la
vostra banca, un servizio finanziario, un corriere o qualunque ente ufficiale
e vi mette sotto pressione chiedendovi di prendere una decisione immediata
riguardante del denaro oppure vi chiede dati personali, riagganciate e
chiamate subito il numero che trovate sul sito dell’ente o del servizio in
questione o sul retro della vostra carta di credito o di debito. Nessuna
azienda seria e nessun ente vi metterà mai fretta chiedendovi di prendere
subito decisioni importanti per telefono.

Vicende come quella di Russian Coms rivelano che i criminali online non sono
tutti esperti del settore, non sono tutti geni malvagi dell’informatica: sono
molto spesso dei semplici consumatori opportunisti, a volte inetti, di
tecnologie sviluppate da altri e comprate chiavi in mano, senza sapere nulla
del loro funzionamento, e possono commettere questo tipo di reati solo perché
trovano facilmente chi fornisce loro i grimaldelli informatici necessari.

C’è anche un altro aspetto messo in luce da questo successo delle forze di
polizia contro il crimine online, ed è il fatto a prima vista assurdo che il
sistema telefonico mondiale consenta di falsificare il numero del chiamante.

Se non ci fosse questa possibilità, i malviventi perderebbero un appiglio
psicologico molto importante nel costruire la propria credibilità e nel
conquistare la fiducia delle loro vittime, che non si aspettano che esista una
funzione del genere e si fidano del numero che vedono sul proprio schermo. Ma
allora perché gli operatori telefonici non cambiano le cose, visto che questa
possibilità di falsificazione consente frodi da decine di milioni di dollari
come quella di Russian Coms?

La risposta, poco intuitiva, è che in realtà ci sono dei casi legittimi nei
quali chi chiama ha bisogno di far comparire un numero differente da quello
effettivo, come per esempio un call center che effettua chiamate per
conto di varie aziende, oppure una ditta che ha varie sedi ma vuole
presentarsi ai clienti sempre con lo stesso numero per non creare confusione,
e quindi le compagnie telefoniche devono lasciare aperta questa possibilità.

Tuttavia possono mettere delle regole, per cui per esempio il numero da
visualizzare (il cosiddetto Presentation Number) non può appartenere a
un paese differente da quello del numero effettivo (il cosiddetto
Network Number). E infatti alcuni operatori telefonici lo fanno
[lo spiega
qui
Ofcom per il Regno Unito].
Ma per tutta risposta, i criminali eludono questo filtro procurandosi numeri
di telefono nazionali.

Per ogni difesa, insomma, i malviventi inventano un attacco che la scavalca
dal punto di vista strettamente tecnico. Ma se si riesce a far salire il costo
e la complessità di questo attacco, diventa meno conveniente effettuarlo e le
persone capaci di compierlo e di procurarsi le risorse necessarie diventano
meno numerose. E se la difesa adottata costringe per esempio gli aggressori a
usare numeri di telefono del paese che vogliono colpire, quei criminali non
possono più agire impunemente dall’estero ma devono risiedere localmente, e
questo non solo complica la logistica di questi reati ma rende enormemente più
semplici gli interventi di giustizia e di polizia, che non vengono più
ostacolati dalla necessità di rogatorie e coordinamenti internazionali
interforze.

Le soluzioni tecniche, dunque, ci sono
[STIR/SHAKEN, CLI authentication, eccetera]; il problema è mettere d’accordo tutti gli operatori del mondo su
quale
soluzione adottare, coordinarli su questa adozione senza trovarsi con interi
paesi bloccati per errore, e convincerli ad affrontare la spesa del
cambiamento. Buona fortuna.

In attesa di quel momento, a noi utenti non resta altro che imparare a essere
diffidenti su tutto, anche su un concetto in teoria elementare come il numero
di telefono di chi ci chiama e ci compare sullo schermo.

Fonti:

Recensione: “L’ombra del sudario”, thriller sulla Sindone

Premessa: conosco l’autore da una vita per il suo lavoro per il CICAP e per amicizia personale, per cui questa recensione è inevitabilmente influenzata da questo legame, ma ho cercato di essere obiettivo e imparziale.

È uscito pochi giorni fa L’ombra del sudario, descritto come “un thriller tra le pieghe della Sindone”, e ho finito di leggerlo stanotte, intrigato e incuriosito da questa creazione letteraria di Luigi Garlaschelli, chimico, socio emerito del CICAP, noto per i suoi saggi e i suoi esperimenti di replicazione riguardanti fenomeni legati al paranormale religioso, come le stimmate di Padre Pio, il presunto sangue di San Gennaro e, appunto, la Sindone.

Ho sempre letto con piacere i saggi di Luigi su questi temi; scopro con altrettanto piacere che sa anche costruire una storia di fiction intrigante, agile e realistica intorno a questi argomenti, con personaggi ben delineati, uno stile asciutto e preciso e una costruzione ben orchestrata della struttura narrativa.

L’ombra del sudario è anche un libro divulgativo: la storia è un’occasione, ma non un pretesto, per presentare idee, temi e fatti tecnici e storici assolutamente reali calandoli in un contesto avventuroso e dinamico. Molti, leggendo questo libro, finalmente scopriranno cosa ne pensava realmente la Chiesa di questo reperto quando comparve inizialmente oltre settecento anni fa.

L’ho letto tutto d’un fiato (215 pagine) e mi sono divertito, scoprendo dettagli della storia della Sindone che non conoscevo e godendomi le citazioni e le allusioni che chi conosce il CICAP coglierà con particolare gusto aggiuntivo. Molti degli eventi e dei personaggi raccontati sono infatti ispirati da accadimenti e persone reali, ma con ampie licenze letterarie.

Ovviamente non faccio spoiler: vi dico solo dove trovarlo. È disponibile online subito qui presso Cartabianca Publishing (la casa editrice che ha reso possibili le traduzioni italiane delle autobiografie degli astronauti lunari alle quali ho collaborato) a 14 euro su carta e a 6,99 euro in formato digitale (EPUB, Kindle, Apple). La presentazione del libro è invece qui.

Buona lettura!

In arrivo il cinquantenario di Apollo-Soyuz: sovietici e americani nemici ma uniti nello spazio

Prima della collaborazione fra Russia e Stati Uniti per costruire e occupare la Stazione Spaziale Internazionale, prima dei voli dello Shuttle statunitense verso la stazione spaziale sovietica Mir, in tempi di Cortina di Ferro e guerra fredda, quando non si parlava ancora di glasnost o perestrojka, ci fu una missione spaziale congiunta sovietico-americana, nella quale un veicolo spaziale degli Stati Uniti e uno dell’Unione Sovietica si incontrarono e i rispettivi equipaggi si strinsero la mano, in un memorabile gesto simbolico di distensione: la Apollo-Soyuz.

Tra pochi giorni ne ricorre il cinquantenario: il veicolo Apollo partì dagli Stati Uniti il 15 luglio 1975, portando nello spazio tre astronauti (Stafford, Slayton e Brand) e raggiungendo in orbita intorno alla Terra il veicolo Soyuz decollato poche ore prima dal cosmodromo di Baikonur in Kazakistan, allora facente parte dell’Unione Sovietica, con a bordo i cosmonauti Leonov e Kubasov.

Illustrazione del 1973 del volo congiunto della navicella Apollo (a sinistra) e del veicolo Soyuz (a destra). In mezzo, agganciato al veicolo statunitense, il vano pressurizzato di raccordo fra i due veicoli. Immagine NASA S73-02395.

Una collaborazione del genere tra superpotenze nucleari nemiche non era certo frutto dell’improvvisazione: erano stati necessari anni di lunghissime trattative politiche e diplomatiche (quale nome mettiamo per primo facendolo sembrare più importante? Soluzione: Apollo-Soyuz in USA, Soyuz-Apollo in URSS), per non parlare delle risoluzione di innumerevoli aspetti tecnici.

Dalla traduzione dei rispettivi manuali di lancio e di volo alle decisioni su come rendere compatibili due sistemi di attracco e di pressurizzazione drasticamente differenti (con pressioni operative molto differenti fra i due veicoli), dalla risoluzione dei problemi di comunicazione radio alle tecniche di rendez-vous, fu necessario uno sforzo tecnico e organizzativo straordinario. E c’era poi il problema che gli statunitensi sapevano benissimo che i sovietici li avrebbero spiati e avrebbero fatto di tutto per carpire i segreti della tecnologia spaziale americana, di gran lunga superiore a quella russa, eppure bisognava collaborare per il bene della missione.

Gli equipaggi della missione Apollo-Soyuz: in piedi a sinistra, il comandante americano Thomas Stafford; in piedi a destra, il comandante russo Alexei Leonov; seduti, da sinistra a destra, Deke Slayton e Vance Brand (per gli Stati Uniti) e Valery Kubasov (per l’Unione Sovietica). Foto S75-22410, marzo 1975.

A livello personale, fra astronauti e cosmonauti nacque un’amicizia che continuò per decenni, in particolare fra i comandanti, Stafford e Leonov. Ricordo con piacere l’incontro con Leonov a Martigny, nel 2015, in cui il cosmonauta spiegò che dopo anni di studio dell’inglese si rese conto che la sua controparte non parlava inglese, ma Oklahomski. Entrambi ci hanno lasciato (Leonov nel 2019, Stafford nel 2024); di quegli equipaggi è vivo ancora soltanto Vance Brand, oggi novantaquattrenne. Slayton è morto nel 1993, Kubasov nel 2014.

Insieme all’amico Gianluca Atti, racconterò alcuni aspetti di questa missione molto particolare (l’ultimo volo di un veicolo Apollo) in una serie di articoli. Se volete approfondire l’argomento, sul sito della NASA c’è una sezione apposita, insieme a un libro scaricabile di 580 pagine, pubblicato nel 1978 (e tutto scritto usando il sistema metrico decimale, che in quegli anni si tentò di introdurre negli Stati Uniti).

Nel frattempo, dalla Russia arrivano queste immagini. Cinquant’anni dopo Apollo-Soyuz, una navicella cargo Progress (la versione senza equipaggio della Soyuz, derivata dal veicolo di mezzo secolo fa) viene approntata per il lancio, sempre presso il centro di lancio di Baikonur. Sul suo rivestimento esterno spicca il logo della missione Apollo-Soyuz.

Fonte: Katya’s Space News su Telegram

L’IA di Meta non sa nemmeno le preghierine. Quanti fantastiliardi ci hanno speso?

Ultimo aggiornamento: 2025/06/27 8:25.

Ho chiesto a Meta AI, la versione integrata in Whatsapp, un’informazione molto semplice: Quante R ci sono nel padre nostro (minuscolo solamente perché andavo di fretta). Risposta generata dai potentissimi server di Zuckerberg per i quali Meta sta spendendo cifre allucinanti:

Persino io so che questo non è il Padre Nostro corretto: quell’assurdo “indurre in tentazione” è stato finalmente corretto ufficialmente nel 2018 [Il Mattino]. Ma Meta AI non lo sa. Complimenti.

Sul fatto che Meta AI trovi soltanto cinque lettere R nel Padre Nostro non aggiungo alcun commento. L’errore è talmente grossolano che si commenta da solo.


2025/06/27 8.25

Nei commenti è stato segnalato il fatto che sbagliare il conteggio delle lettere in una parola o frase è un limite intrinseco dei grandi modelli linguistici (LLM), che funzionano sulla base dei cosiddetti token e quindi non “vedono” le lettere come le vediamo e consideriamo noi. Dario Bressanini sottolinea questo concetto in questo bel video [Facebook] e dice che chiedere a una IA di contare le lettere significa non conoscere bene lo strumento. Con l’aiuto (riveduto) di Whisper, ecco la trascrizione del video:

Non chiedete a ChatGPT! Lo so che lo fate, lo fanno tutti, lo faccio anch’io, è una tendenza sempre più diffusa, specialmente tra gli studenti, ma è un errore. Ora vi spiego meglio, e alla fine vi darò un consiglio.

L’intelligenza artificiale, o meglio gli LLM, i Large Language Model, modelli di linguaggio di grandi dimensioni, sta sostituendo Google per molte ricerche e se ne è accorto anche Google, che ha introdotto nei suoi risultati riassunti generati dalla sua AI Gemini.

Sempre più studenti chiedono a ChatGPT aiuto sugli argomenti più disparati o per risolvere degli esercizi, ma fidarsi ciecamente delle risposte è un rischio. Tempo fa ho letto un’intervista al premio Nobel Giorgio Parisi in cui raccontava di aver convinto un modello linguistico che 5 per 4 fa 25. Parisi ovviamente sa benissimo come funzionano questi sistemi, dato che la matematica su cui si basano è molto vicina ai suoi studi. Ma molte persone, studenti compresi, non hanno idea di cosa siano davvero questi modelli e vedo sempre più gente dire “Ah, ho chiesto a ChatGPT” e prendere per oro colato le sue risposte. È il nuovo “l’ha detto la televisione”, dopotutto si chiama intelligenza artificiale, no? Dovrebbe dare le risposte giuste.

E invece no, il punto chiave è che questi sistemi non sono stati progettati per dire la verità. La G di GPT sta per Generative. Il loro compito è generare testo plausibile in base al loro addestramento, non fornire risposte corrette. Se gli chiedete di risolvere un’operazione matematica, sbaglia e vi lamentate, fate solo la figura di chi non ha capito come funzionano questi sistemi. Come si dice, it’s a feature, not a bug: non è un errore, è una caratteristica. Il fatto che la si possa convincere che 5 per 4 faccia 25 non è una prova che l’intelligenza artificiale sia inaffidabile, ma è proprio la dimostrazione di come realmente funzioni. E non è un motivo valido per sottovalutare quello che di incredibile può fare.

Se vi lamentate pubblicamente perché ChatGPT conta male il numero di lettere R in una parola, non avete smascherato un truffatore, avete solo dimostrato di non aver capito lo strumento, facendo la figura del picio. È come provare a piantare un chiodo con un cacciavite e poi lamentarsi che non funziona bene. Beh, la colpa non è del cacciavite, ma vostra che lo state usando. Per piantare un chiodo serve un martello.

Detto questo, le persone vogliono risposte affidabili. Non gli basta avere un LLM che generi solo testo plausibile ma inventato. Vogliono fatti, vogliono certezze, e quindi le aziende si stanno adattando. Ora ChatGPT, Perplexity e altre aziende hanno strumenti che possono cercare sul web e riassumere le informazioni trovate. Google per esempio ha introdotto il suo Deep Research e funziona in modo impressionante, provatelo.

Ma il cuore del sistema resta sempre lo stesso, un modello linguistico addestrato per prevedere la parola successiva, o meglio il prossimo token, sulla base delle precedenti, indipendentemente dal valore di verità. Se nell’addestramento ha trovato più testi che dicono per esempio che aceto e bicarbonato siano un buon detergente, ripeterà questa informazione, anche se è una scemenza, e affinare i prompt può migliorare la risposta, ma non risolve il problema della radice. Forse dovrebbe leggere i miei libri.

Io li utilizzo moltissimo, li trovo straordinari, per fare il brainstorming, strutturare appunti sparsi, traduzioni, riassunti di documenti complessi, no, ve l’ho fatto vedere in due vecchi video, Il controllo della struttura logica di un articolo, la creazione di quiz a risposta multipla per gli esami, sbobinando le mie lezioni, scalette per approfondire un argomento, mappe concettuali e così via. E quando scrivo del codice in Mathematica, o faccio operazioni avanzate con Excel, o scrivo degli script complessi per la Z Shell che uso, il risparmio di tempo è notevolissimo.

Ma per usarli al meglio è necessario capire come funzionano internamente, che cosa possono fare e cosa per loro natura ancora non riescono a fare.

Non sono oracoli, generano testo basandosi sulle probabilità, bisogna sapere cosa aspettarsi e soprattutto verificare quello che producono. La sfida più grande oggi credo sia proprio quella di far capire agli studenti, e non solo ovviamente, che chiedere a ChatGPT non è sbagliato di per sé, ma lo diventa se ci si aspetta che la risposta sia sempre giusta. La verifica delle fonti rimane fondamentale, in pratica dovete usare la vostra intelligenza, non la sua.

Se volete capire meglio quali sono le basi della cosiddetta intelligenza artificiale moderna vi posso consigliare questo libro, Why Machines Learn: l’ho comprato un po’ di tempo fa, e spiega i fondamenti matematici, perché c’è della matematica alla base del funzionamento delle moderne reti neurali, a partire dagli anni 50, con i primi studi sul perceptrone, sulle prime reti neurali molto semplici, i primi successi, i primi fallimenti, fino ad arrivare ai giorni nostri, e spiega in dettaglio, ma non è assolutamente pesante (c’è un po’ di matematica, ma è sufficiente che vi ricordiate la matematica delle scuole superiori), però spiega molto bene come funzionano internamente questi sistemi che poi sono la base dei moderni modelli linguistici.

È un libro interessante, l’ho comprato e poi qualche tempo dopo mi è stato spedito senza che io lo chiedessi da Apogeo, che ringrazio però, insomma, avevo già letto la versione in inglese. Se uno va a fondo e capisce qual è la base di questi sistemi, capisce anche che è stupido lamentarsi perché “Ah il sistema non riesce a fare 4 più 5” oppure “l’ho convinto che 4 più 5 faccia 10”. Quindi se volete andare un po’ oltre vi consiglio appunto uno di questi libri.

Giustissimo, e sono felice di prendermi del picio da Dario. Ma l’esempio si fa lo stesso proprio perché evidenzia un limite d’uso per nulla ovvio, che l’utente medio non si aspetta e che queste IA non ci avvisano di avere. Inoltre mostra l’altro errore, il più pericoloso: l’incapacità di queste IA di ammettere che non sono capaci di fare una cosa.

Dare questi prodotti in pasto al pubblico generico senza mettere bene in evidenza questi limiti significa creare intenzionalmente disastri fregandosene delle conseguenze. Significa, per usare il paragone di Bressanini, vendere un cacciavite spacciandolo per un martello.

Sulle confezioni di candeggina, o di qualunque prodotto potenzialmente pericoloso, la legge obbliga a scrivere delle avvertenze belle grosse e in evidenza. Perché non possiamo chiedere che si faccia la stessa cosa per queste IA? Davvero dobbiamo accettare quella minuscola foglia di fico della scrittina in piccolo in grigio?

Podcast RSI – Gli SMS di autenticazione segreti non sono affatto segreti: meglio abbandonarli

Questo è il testo della puntata del 23 giugno 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.

Il podcast va in pausa per due settimane e tornerà il 14 luglio.


[CLIP: audio di notifica di arrivo di un SMS]

Usate gli SMS per ricevere i codici di sicurezza dei vostri account? Quegli SMS che vi ricordano insistentemente che quei codici non devono essere condivisi con nessuno? Beh, in realtà quei codici vengono spesso condivisi con qualcuno ancora prima di arrivare a voi, perché possono essere letti dagli intermediari che li trasmettono per conto delle grandi aziende che li usano, e quindi non sono affatto sicuri e segreti come molti pensano.

Questa è la storia di come gli SMS “di sicurezza” possono essere intercettati, permettendo di rubare account di posta o di accesso a servizi online di ogni genere anche quando sono protetti, almeno in apparenza, tramite l’autenticazione a due fattori. E al centro di questa storia c’è un bottino di un milione di SMS di autenticazione trafugati e c’è una società di telecomunicazioni svizzera. Ma questa è anche la storia di come si rimedia a questa falla sorprendente e inaspettata.

Benvenuti alla puntata del 23 giugno 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Gli SMS, intesi come messaggi di puro testo veicolati dalla rete telefonica cellulare, esistono da quasi quarant’anni, e resistono piuttosto bene alla frenetica evoluzione della tecnologia. Furono definiti nel 1986 dagli standard tecnici che diedero vita alla rete cellulare digitale GSM, e il primo SMS in assoluto fu inviato a dicembre del 1992, ma ci vollero alcuni anni prima che diventassero disponibili al pubblico i telefonini capaci di inviarli e i messaggini di testo diventassero un fenomeno di massa.

Oggi sembra quasi assurdo, ma all’epoca gli SMS si pagavano e spesso non era possibile mandarli a un numero estero o a quello di un altro operatore telefonico. Dopo un picco di utilizzo intorno al 2000, gli SMS sono stati in buona parte soppiantati e resi obsoleti dai messaggi gratuiti e molto meno limitati dei social network e dall’arrivo degli smartphone, ma ne vengono ancora inviati miliardi ogni mese nel mondo: non dagli esseri umani, ma dalle macchine.

Moltissimi servizi online, infatti, oggi usano gli SMS per inviare agli utenti i codici temporanei di accesso ai loro servizi, per verificare le identità dei loro clienti, per notificare allarmi meteo o relativi al traffico, per validare gli acquisti e, purtroppo, anche per inviare pubblicità indesiderata.

Sono uno dei cardini dell‘autenticazione a due fattori, quella raccomandata dagli esperti di sicurezza per proteggere gli account di posta o social dai furti, perché viaggiano su un canale separato rispetto alla richiesta di password tradizionale. La password viene trasmessa via Internet, mentre il codice supplementare di sicurezza mandato in un SMS viaggia attraverso la rete telefonica tradizionale, e quindi un aspirante intruso o ladro di account dovrebbe riuscire a intercettare sia il traffico Internet del bersaglio, sia il suo traffico telefonico.

Ma un’indagine pubblicata pochi giorni da un gruppo di giornalisti chiamato Lighthouse Reports in collaborazione con Bloomberg Businessweek [paywall] ha rivelato il ventre molle di questo venerabile servizio di messaggistica.

Quando un negozio online, una banca, un servizio di mail come Gmail o una piattaforma social come Instagram o Bluesky ci manda un SMS con i codici temporanei di autenticazione, in realtà non lo invia quasi mai direttamente a noi, come verrebbe spontaneo immaginare. Per contenere al massimo i costi, lo invia quasi sempre tramite società terze specializzate, degli intermediari, che a loro volta lo passano ad altri, fino a che finalmente arriva sul nostro schermo. Questo rimpallo è estremamente rapido, per cui non ce ne accorgiamo. Ma gli SMS vengono trasmessi in chiaro, ossia senza crittografia, e quindi ognuno di quegli intermediari può leggerne il contenuto senza che il mittente o il destinatario se ne possano accorgere.

E il contenuto di quegli SMS spesso include tutto quello che serve per rubare un account, perché assieme ai codici vengono inviati il numero di telefono del destinatario, per ovvie ragioni, e a volte anche il nome dell’account al quale si riferiscono. I codici segreti di autenticazione, insomma, non sono affatto segreti.

Se ne sono accorti l’anno scorso i giornalisti di Lighthouse Reports, appunto, quando hanno ricevuto da un addetto ai lavori, sotto anonimato e protezione giornalistica, un immenso archivio di SMS trafugati, che includevano circa un milione di messaggi contenenti codici di autenticazione a due fattori inviati intorno a giugno del 2023. Stando alle loro indagini, questi messaggi erano stati veicolati da una piccola società di telecomunicazioni svizzera, la Fink Telecom Services, che ha meno di dieci dipendenti. I mittenti erano Google, Meta, Amazon, banche europee, app come Tinder e Snapchat, servizi di scambi di criptovalute come Binance e persino servizi di messaggistica crittografata come Signal e WhatsApp. I destinatari, nota Bloomberg, erano situati in oltre 100 paesi in cinque continenti.

In altre parole, i nostri codici di sicurezza passano quasi sicuramente attraverso intermediari che non abbiamo mai sentito nominare.


Il problema è che questo settore è scarsamente regolamentato, ed è facilissimo diventare intermediari di miliardi di messaggi privati. In particolare, la Fink Telecom Services è nota agli esperti del settore per aver collaborato con agenzie di sorveglianza governative e con società specializzate nella sorveglianza digitale. Sempre Bloomberg sottolinea che “sia i ricercatori di sicurezza informatica, sia i giornalisti investigativi hanno pubblicato rapporti che accusano la Fink di essere coinvolta in vari casi di infiltrazione in account online privati.” Il CEO dell’azienda, Andreas Fink, respinge le accuse.

Le aziende che usano gli SMS per autenticare i propri servizi sono così ansiose di contenere i costi che si appoggiano a lunghe e intricate catene di intermediari non verificati, anche se sanno che questo è un comportamento pericoloso. Una delle principali organizzazioni di settore, il GSMA, ha pubblicato nel 2023 un codice di condotta che sconsiglia questa prassi proprio perché permetterebbe ai criminali di intercettare gli SMS contenenti i codici di sicurezza. Ma si tratta di un codice di condotta volontario, e sembra proprio che manchi la volontà diffusa di applicarlo.

Il rischio che deriva da questa carenza di volontà è tutt’altro che teorico. Nel 2020, per esempio, è emerso che una serie di attacchi informatici ai danni di investitori in criptovalute aveva usato proprio questa tecnica: un criminale informatico aveva ottenuto in questo modo i codici di autenticazione necessari per accedere agli account di mail e a quelli di gestione delle criptovalute di una ventina di persone in Israele. E ci sono altri casi documentati di intercettazioni e sorveglianze governative basate su questo approccio.

Purtroppo l’industria della trasmissione degli SMS, che si stima abbia un valore di oltre 30 miliardi di dollari, non ha strumenti legali che le consentano di scremare eventuali intermediari disonesti. I grandi utenti, ossia le aziende, appaltano gli invii dei loro codici di autenticazione a uno di questi intermediari e non hanno modo di sapere se questi invii vengono subappaltati e se quel subappaltatore a sua volta cede il contratto a terzi, e così via, in un complicato gioco internazionale di scatole cinesi e di società che spesso non hanno nemmeno bisogno di una licenza per operare.

E i nostri codici di sicurezza viaggiano così in questo mare burrascoso come messaggi in bottiglia che tutti possono leggere, mentre noi crediamo di aver protetto i nostri account attivando gli SMS di autenticazione.

Per fortuna ci sono delle soluzioni.


Di fronte a questa situazione caotica e insicura degli SMS tradizionali, gli esperti di sicurezza raccomandano alternative più robuste. In molti casi si possono attivare dei PIN supplementari sui propri account, e molti grandi nomi dei servizi online, come Google o Meta, offrono soluzioni di autenticazione che fanno a meno degli SMS e anzi stanno incoraggiando gli utenti ad abbandonare la ricezione di codici tramite messaggi telefonici tradizionali.

Una delle soluzioni più efficaci è l’uso di una app di autenticazione, come quelle di Google [AndroidiOS] e Microsoft [Android; iOS], che si chiamano entrambe Authenticator, oppure Authy di Twilio. Per usarla, si entra nel proprio account del servizio che si vuole proteggere e lo si imposta in modo che non mandi un SMS con dei codici di verifica ma richieda un codice generato dall’app di autenticazione. Quel codice dura un minuto e poi viene cambiato automaticamente, e la sincronizzazione fra l’app e il sito si fa semplicemente inquadrando una volta con il telefono un codice QR.

Un altro metodo è l’uso di chiavi di sicurezza hardware: degli oggetti fisici, simili a chiavette USB, che si inseriscono nel computer, tablet o telefonino oppure si tengono vicini a uno di questi dispositivi per autorizzarlo ad accedere a un servizio online. Costano qualche decina di euro o franchi e diventano una sorta di portachiavi elettronico.

Queste soluzioni offrono maggiore sicurezza rispetto alla situazione colabrodo attuale degli SMS, ma in cambio richiedono un po’ di attenzione in più da parte dell’utente e, nel caso della chiave hardware comportano anche una piccola spesa.

Hanno anche un altro limite: accentrano tutti i codici in un’unica app o un unico dispositivo, per cui se si perde o rompe il telefonino o la chiave hardware si rischia di perdere accesso a tutti i propri account, mentre gli SMS invece arrivano sempre e comunque e sono separati per ogni account. Ma anche qui ci sono dei rimedi: si possono avere copie multiple dell’app di autenticazione su telefonini differenti o su più di una chiave hardware, un po’ come si fa con le chiavi della porta di casa, di cui è prassi normale avere almeno un paio di esemplari.

Se avete in casa un vecchio smartphone che non usate più perché la batteria non regge, potete recuperarlo facendolo diventare il vostro autenticatore di scorta, da lasciare a casa al sicuro in un cassetto e da usare in caso di furto o guasto dello smartphone principale.

Le soluzioni, insomma, ci sono. Ma resta la constatazione amara che le società più ricche del pianeta, come Google, Amazon o Meta, non sono disposte a spendere per garantire meglio la sicurezza dei propri utenti e continuano ad appoggiarsi a questa ingarbugliata rete di intermediari e sottointermediari invece di prendere il toro per le corna e mandare gli SMS di autenticazione direttamente. Tanto se perdiamo accesso ai nostri dati sui loro server, se ci saccheggiano il conto PayPal o Twint o quello in criptovalute, se perdiamo il controllo dei nostri profili social o qualcuno si legge tutta la nostra mail, il problema è nostro, non loro. E quindi, cinicamente, a queste grandi aziende conviene barattare la nostra sicurezza in cambio di un loro risparmio.

È dunque il caso di rimboccarsi le maniche virtuali e abbandonare gli SMS, pensando in prima persona alla propria protezione digitale, senza aspettare che lo faccia qualcuno per noi.

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/06/16

È andata in onda lunedì scorso l’ultima puntata prima della pausa estiva di Niente Panico, il programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile presso www.rsi.ch/rete-tre/programmi/intrattenimento/serotonina oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Niente Panico tornerà il 29 settembre.

L’articolo sulle ipotesi di allineamento delle piramidi egizie che cito è stato pubblicato su Astronomy nel 2021. Le tecniche di posa dei sarcofagi di Saqqara sono tratte da questo articolo di Wikipedia.

La vicenda della funicolare di Lugano che secondo Google Gemini dovrebbe chiudere nel 2027 (non è vero) mi è stata segnalata da un lettore, Mauro, che ringrazio. A lui devo questi screenshot. Non fidatevi di quello che dicono queste pseudointelligenze. Con tutti i miliardi che hanno speso Google, Microsoft, Meta e compagnia bella, non sono ancora capaci di distinguere la satira e i pesci d’aprile dalla realtà.

Sì, certo, c’è scritto “Le risposte dell’AI potrebbero contenere errori”. Ma allora cosa le consultiamo a fare? Sono solo una costosa, energivora perdita di tempo.

La “fonte” usata da Gemini (Instagram).

Podcast RSI – Le domande intime degli altri fatte a Meta AI si possono leggere online

Questo è il testo della puntata del 16 giugno 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: voce sintetica legge il testo di una domanda: “quale crema o unguento si può usare per lenire una grave reazione con lesioni allo scroto causate dal rasoio usato per depilarsi?”]

Se siete fra gli utenti delle app di Meta, come Facebook, Instagram o WhatsApp, fate attenzione alle domande che rivolgete a Meta AI, l’assistente basato sull’intelligenza artificiale integrato da qualche tempo in queste app e simboleggiato dall’onnipresente cerchietto blu. Moltissimi utenti, infatti, non si rendono conto che le richieste fatte a Meta AI non sempre sono private. Anzi, può capitare che vengano addirittura pubblicate online e rese leggibili a chiunque. Come quella che avete appena sentito.

E sta capitando a molti. Tanta gente sta usando quest’intelligenza artificiale di Meta per chiedere cose estremamente personali e le sta affidando indirizzi, situazioni mediche, atti legali e altro ancora, senza rendersi conto che sta pubblicando tutto quanto, con conseguenze disastrose per la privacy e la protezione dei dati personali: non solo i propri, ma anche quelli degli altri.

Questa è la storia di Meta AI, di come mai i dati personali degli utenti finiscono per essere pubblicati da quest’app e di come evitare che tutto questo accada.

Benvenuti alla puntata del 16 giugno 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Meta AI è un servizio online basato sull’intelligenza artificiale che è stato presentato pochi mesi fa ed è accessibile tramite un’app omonima e tramite Facebook, Instagram e WhatsApp: è rappresentato da quel cerchietto blu che è comparso, non invitato, in tutte queste app. È simile a ChatGPT, nel senso che gli utenti possono fargli domande scritte o a voce e ottenerne risposte altrettanto scritte o vocali, possono mandargli immagini per farle analizzare, e possono chiedergli anche di creare immagini in base a una descrizione.

Meta AI, però, ha una differenza importantissima rispetto a ChatGPT, Google Gemini e gli altri prodotti analoghi: ha un’opzione che permette che le domande che gli vengono rivolte possano essere pubblicate online, dove chiunque può leggerle. E a giudicare dalle cose che si possono vedere nel flusso pubblico di queste domande e risposte, è evidente che moltissimi utenti non sono affatto consapevoli di questa differenza e stanno rendendo pubbliche richieste molto private e spesso spettacolarmente imbarazzanti.

Nell’app e nel sito di Meta AI (https://www.meta.ai/#feed) c’è infatti una sezione, chiamata formalmente Discover, dove chiunque può sfogliare le domande poste dagli utenti a questa intelligenza artificiale e vedere chi le ha fatte: ogni domanda è infatti associata all’account di chi l’ha inviata.

Esplorando il contenuto di questa sezione si trova davvero di tutto: richieste di generare immagini di donne che si baciano mentre lottano nel fango in bikini, o di produrre le soluzioni a un compito o a un esame, per esempio, ma anche richieste di fare diagnosi mediche, accompagnate da descrizioni dettagliate dei sintomi, oppure di comporre una lettera di risposta a uno studio legale, con tanto di nomi, cognomi e indirizzi delle persone coinvolte.

Screenshot mio (link).

Molte testate giornalistiche [CNBC; BBC; Fastcompany; Wired; Business Insider] e vari esperti di sicurezza informatica e privacy digitale, come per esempio Rachel Tobac, hanno catalogato e documentato davvero di tutto: dettagli di casi clinici e procedimenti legali, richieste di pareri riguardanti evasioni fiscali, informazioni sui reati personalmente commessi, domande appunto su come rimediare a irritazioni prodotte dalla rasatura delle parti intime o come affrontare una transizione di genere, richieste di aiuto su come trovare donne (cito) “con un sedere grosso e un bel davanzale”, e altro ancora, sotto forma di richieste scritte o vocali, leggibili o ascoltabili da chiunque e condivisibili con il mondo, perché ciascuna richiesta ha un link pubblico.

Uno dei casi più incredibili è la richiesta pubblica a Meta AI di “creare una lettera che implori il giudice (identificato dal cognome) di non condannarmi a morte per l’omicidio di due persone”.

E tutto questo, ripeto, è associato ai nomi degli account dei richiedenti, che molto spesso sono i loro nomi e cognomi anagrafici, per cui risalire alle loro identità è facilissimo.

Se avete già usato Meta AI e adesso siete nel panico perché state ripensando alle cose potenzialmente imbarazzanti o private che avete chiesto a questo servizio, aspettate un momento. Ci sono alcuni dettagli importanti da conoscere.


Prima di tutto, il problema di questo torrente di domande rivolte dagli utenti a Meta AI e rese pubbliche riguarda soltanto i paesi nei quali Meta AI è pienamente attivo. In gran parte dell’Europa, per esempio, il flusso pubblico di domande non è accessibile, grazie alle norme sulla protezione dei dati personali che servono proprio a impedire disastri come questo.

Per consultarlo, o per finire inavvertitamente per farne parte, è necessario risiedere in uno dei numerosi paesi, come gli Stati Uniti, nei quali Meta AI opera senza restrizioni, e occorre avere un account Meta legato a quel paese. Per esempio, per poter vedere con i miei occhi questo impressionante flusso di domande pubblicate ho dovuto usare una VPN per simulare di essere negli Stati Uniti. E il mio account Meta di test, associato alla Svizzera, mi dice che le funzioni dell’app Meta AI non sono ancora disponibili nella mia area geografica.

In altre parole, se abitate in Europa questo problema probabilmente non vi riguarda, almeno per ora. Ma le cose possono cambiare, e se vivete fuori dall’Europa o avete amici, colleghi o parenti che non risiedono in questo continente è consigliabile avvisarli di questa potenziale fuga di dati personali estremamente sensibili.

In secondo luogo, per rendere pubblica una domanda rivolta a Meta AI è necessario cliccare su un pulsante di condivisione e poi su un ulteriore pulsante di pubblicazione, ed è indicato piuttosto chiaramente quello che succederà, con un avviso dettagliato che dice specificamente che se si condivide il prompt, ossia la domanda, le altre persone potranno vedere per intero la conversazione fatta con Meta AI e raccomanda di “evitare di condividere informazioni personali o sensibili”.

Ma se ci sono tutte queste avvertenze, come è possibile che gli utenti di Meta AI finiscano lo stesso per pubblicare le proprie domande imbarazzanti e le proprie informazioni personali? È vero che le persone usano queste app in maniera molto distratta e superficiale, e spesso non hanno ben chiaro cosa significhi esattamente “condividere” o “prompt” nel mondo dei social, ma dare la colpa esclusivamente agli utenti disattenti e impreparati sarebbe scorretto.

La già citata esperta Rachel Tobac spiega infatti che gli utenti comuni si sono fatti ormai uno schema mentale di come funzionano i chatbot basati sull’intelligenza artificiale e non si aspettano nemmeno lontanamente che le loro richieste possano essere pubblicate, perché le altre app dello stesso genere non lo fanno. Si aspettano che le loro domande siano sempre e comunque private; magari condivise con il fornitore del servizio, ma non con il mondo intero. Non si aspettano che esista addirittura una pagina pubblica del sito di Meta dove le loro domande possono essere pubblicate per errore.

Non solo: se si chiede a Meta AI se le domande che gli si rivolgono sono pubbliche o no, l’intelligenza artificiale mente senza esitazione, dicendo con tono risoluto che no, le conversazioni sono private e nessun altro le può vedere [Rachel Tobac]. Per cui è comprensibile che gli utenti siano confusi e disorientati.

I responsabili di Meta hanno insomma commesso un errore grave e fondamentale nella progettazione della propria interfaccia con gli utenti. Sanno benissimo che fra i loro quattro miliardi di utenti stimati nel mondo ci sono tante persone che hanno un rapporto molto superficiale con l’informatica, eppure non ne hanno tenuto conto e hanno pensato che fosse una buona idea offrire l’opzione di pubblicare le proprie domande, senza considerare le possibili conseguenze. E soprattutto hanno pensato che fosse sensato permettere a chiunque di leggere le conversazioni condivise inavvertitamente dagli altri, creando un disastro di privacy ampiamente prevedibile.

Come nota TechCrunch, infatti, ci sono dei precedenti molto educativi: questo sito dedicato alle tecnologie dice che “c’è un motivo per cui Google non ha mai tentato di trasformare il proprio motore di ricerca in un flusso social, o per cui la pubblicazione delle ricerche degli utenti di America Online in forma pseudo-anonimizzata nel 2006 è finita così male” [New York Times, 2006]. E come nota invece Gizmodo, Facebook anni fa rilasciò una versione nella quale la casella di ricerca somigliava alla casella di scrittura dei post, per cui gli utenti finivano per postare pubblicamente le loro ricerche, e nel 2023 l’app di pagamento Venmo aveva avuto l’idea geniale di rendere pubblicamente cercabili i dettagli delle transazioni degli utenti, con conseguenze ovvie e disastrose [Daily Dot].

C’è anche un secondo errore commesso dai progettisti di Meta, ed è la scelta di impostare questo servizio di dubbia utilità in modo che spetti all’utente agire per tutelare la propria privacy, invece di progettarlo in modo tale che l’utente debba fare qualcosa di concreto per perderla. È il concetto di privacy by default: la riservatezza deve essere l’impostazione predefinita.

Vediamo allora a questo punto cosa si può fare per rimediare a queste scelte di Meta.


Se avete installato l’app Meta AI e vi funziona pienamente, potete ridurre il rischio di postare inconsapevolmente le vostre domande personali andando nell’app e toccando l’icona del vostro profilo in alto a destra.

Fatto questo, scegliete le impostazioni dell’app e la sezione dedicata a dati e privacy, andate nella sottosezione dedicata alla gestione delle informazioni personali e toccate l’opzione che parla di rendere visibili solo a voi tutti i vostri prompt e di condividere quei prompt con altre app, disattivando tutto. Già che ci siete, vi conviene anche toccare e attivare l’opzione che permette di cancellare tutti i prompt precedenti, per fare tabula rasa [Gizmodo]. Se vi siete persi qualche passaggio, non vi preoccupate: le istruzioni dettagliate sono disponibili presso Attivissimo.me.

Questa vicenda, al di là dei suoi risvolti umani a metà fra il voyeuristico e il deprimente, dimostra ancora una volta che nonostante gli infiniti proclami di avere a cuore la nostra privacy, in realtà ai gestori dei social network la protezione dei dati degli utenti non interessa affatto. Tengono invece al profitto, e devono in qualche modo giustificare le cifre spropositate che stanno spendendo per stare al passo con questa febbre dell’intelligenza artificiale, per cui non ci chiedono se per caso vogliamo la IA in tutte le nostre app, ma ce la impongono a forza.

Se avessero davvero a cuore la nostra riservatezza, imposterebbero i loro servizi in modo che debba essere l’utente ad abbassare volontariamente le proprie protezioni. E invece tocca a noi utenti informarci e stare vigili a ogni aggiornamento delle nostre app social per tenere alzate quelle protezioni. È estenuante, e forse l’unico rimedio per non cedere allo sfinimento prima o poi è semplicemente smettere di usare questi prodotti e passare ad alternative progettate meglio e a favore degli utenti e non degli azionisti.

Sì, esistono. Ma questa è un’altra storia per un’altra puntata di questo podcast.

Fonti

Meta AI’s discover feed is full of people’s deepest, darkest personal chatbot conversations, Fastcompany.com, 2025

Mark Zuckerberg has created the saddest place on the internet with Meta AI’s public feed, Business Insider, 2025

Meta AI posts your personal chats to a public feed, Pivot to AI, 2025

Justine Moore su X, 2025

The Meta AI App Lets You ‘Discover’ People’s Bizarrely Personal Chats, Wired, 2025 (copia su Archive.is)

Meta AI searches made public – but do all its users realise?, BBC, 2025

The Meta AI app is a privacy disaster, TechCrunch, 2025

PSA: Get Your Parents Off the Meta AI App Right Now, Gizmodo, 2025

Rachel Tobac su X, 2025

Here’s how to keep Meta AI from sharing your prompts on Facebook, Instagram, CNBC, 2025

Avviare una conversazione con Meta AI, Meta, 2025

Europe, Meet Your Newest Assistant: Meta AI, Meta, 2025

Meta is about to use Europeans’ social posts to train its AI. Here’s how you can prevent it, Euronews, 2025

Meta AI, pratica ma problematica, RSI, 2025

A Face Is Exposed for AOL Searcher No. 4417749, New York Times, 2006

Podcast RSI – Quando l’IA non è A: la beffa miliardaria di Builder.ai

Questo è il testo della puntata del 9 giugno 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: inizio dello spot promozionale di Builder.ai, ancora online su YouTube]

Un’azienda informatica operante nel settore dell’intelligenza artificiale applicata alla programmazione e valutata un miliardo e mezzo di dollari è crollata sotto gli occhi dei suoi investitori, fra i quali spicca Microsoft, perché è emerso che il suo prodotto basato sulla IA era molto I ma poco A: la sua strombazzata “intelligenza artificiale”, infatti, era in realtà quasi interamente costituita da 700 informatici residenti in India, pagati da 8 a 15 dollari l’ora per fingere di essere un software.

Questa è la storia di Builder.ai, che probabilmente è il più grosso flop di questo periodo di delirio di investimenti su qualunque cosa legata all’intelligenza artificiale, ma non è l’unico: è stato stimato che il 40% delle startup che hanno annunciato di avere un prodotto basato sull’intelligenza artificiale in realtà non usano affatto questa tecnologia ma simulano di averla per attirare più capitali. E finalmente comincia a serpeggiare una domanda: quanto di questo boom estenuante dell’intelligenza artificiale è solo marketing o addirittura sconfina nella truffa?

Benvenuti alla puntata del 9 giugno 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Builder.ai era una delle grandi speranze legate all’intelligenza artificiale nel Regno Unito. La startup londinese aveva raccolto 450 milioni di dollari di finanziamenti in capitale di rischio, principalmente da Microsoft e dal fondo sovrano di investimento del Qatar, uno dei più grandi del mondo. Il suo prodotto era Natasha, un’intelligenza artificiale che a suo dire permetteva ai clienti di creare app o addirittura interi siti di commercio elettronico semplicemente conversando con lei, senza aver bisogno di sapere nulla di programmazione. Nel 2023, quando Microsoft aveva investito in Builder.ai, uno dei vicepresidenti dello storico colosso del software, Jon Tinter, aveva detto che Builder.ai stava “creando una categoria completamente nuova che dà a tutti il potere di diventare sviluppatori” [GlobeNewsWire, 2023], e Microsoft aveva intenzione di integrare Natasha nel suo onnipresente Teams.

Ma il mese scorso Builder.ai ha presentato istanza di fallimento negli Stati Uniti, con debiti stimati fra i 50 e i 100 milioni di dollari [Courtlistener; Courtlistener], perché le indagini giornalistiche e quelle degli investitori hanno rivelato pratiche di contabilità estremamente sospette e perché è emerso che Natasha non esisteva: era solo una facciata di marketing, per nascondere il fatto poco vendibile che la sua cosiddetta intelligenza artificiale era in realtà costituita da un gruppo di 700 analisti, sviluppatori e programmatori residenti a Delhi, in India, addestrati a fingere di essere una IA, tanto che i dipendenti dicevano scherzosamente che “AI”, l’acronimo inglese che indica l’intelligenza artificiale, stava in realtà per “Another Indian”, ossia “un altro indiano”. I tecnici di Builder.ai si autodefinivano “un call center, ma con un marketing migliore”. Natasha si prendeva il merito e i clienti credevano di interagire con una straordinaria intelligenza artificiale capace di sviluppare app meglio degli esseri umani.

E le cose andavano avanti così da anni, fin dal 2016, quando l’azienda si chiamava Engineering.ai, e sono andate avanti nonostante il fatto che già nel 2019, quindi sei anni fa, le indagini del Wall Street Journal avevano fatto emergere il fatto che la sedicente IA dell’azienda era in realtà la maschera che copriva i volti di sviluppatori in carne e ossa [The Verge; WSJ], anche se il CEO di allora, Sachin Duggal, andava in giro a dire pubblicamente che il lavoro di sviluppo delle app era svolto per più dell’80% dall’intelligenza artificiale [Builder.ai su Facebook, video del 2018].

Sempre nel 2019, il responsabile commerciale di Engineering.ai, Robert Holdheim, aveva fatto causa all’azienda accusandola di esagerare le proprie capacità di intelligenza artificiale per ottenere gli investimenti che le servivano per sviluppare realmente la tecnologia che diceva di avere già [The Verge]. Ma ci sono voluti quasi nove anni perché i nodi arrivassero al pettine, e nel frattempo Builder.ai si è lasciata dietro una scia di investitori prestigiosi che ora si rendono conto di essere stati beffati.


La febbre dell’intelligenza artificiale arde ormai da parecchi anni, e molti investitori si lasciano sedurre dal marketing invece di analizzare la sostanza delle aziende che finanziano. E il caso di Builder.ai non è isolato. Secondo un’analisi della società di investimenti britannica MMC Ventures datata 2019, “le startup che hanno qualche sorta di componente IA possono attirare fino al 50% in più di investimenti rispetto alle altre società di software” ma “si sospetta che il 40% o più di queste startup non usi in realtà nessuna forma di intelligenza artificiale” [The Verge].

Per esempio, ad aprile 2025 è emerso che l’app di shopping Nate, che affermava di permettere agli utenti di completare gli acquisti nei negozi online facendo un solo clic grazie all’intelligenza artificiale, in realtà sfruttava centinaia di lavoratori nelle Filippine, che non facevano altro che completare a mano gli acquisti iniziati dai clienti. Secondo il Dipartimento di Giustizia statunitense, che ha incriminato l’ex CEO dell’azienda che gestiva questa app, il tasso effettivo di automazione di questa app era zero e il CEO ha nascosto intenzionalmente questo fatto agli investitori, dai quali è riuscito a farsi dare oltre 40 milioni di dollari.

Un altro esempio: nel 2023 la Presto Automation, società che offriva un popolare software per automatizzare gli ordini e gli acquisti nelle più importanti catene di fast food, ha ammesso che oltre il 70% degli ordini che a suo dire venivano gestiti dall’intelligenza artificiale erano in realtà presi in carico da lavoratori anche stavolta nelle Filippine [The Verge; Bloomberg]. La società è finita sotto indagine da parte delle autorità statunitensi di vigilanza sui mercati.

Nel 2016 Bloomberg ha segnalato il caso delle persone che lavoravano per dodici ore al giorno fingendo di essere dei chatbot per i servizi di gestione delle agende, come per esempio X.ai e Clara. Nel 2017 è emerso che i gestori di Expensify, una app che dichiarava di usare una “tecnologia di scansione smart” per leggere e digitalizzare ricevute e scontrini, in realtà sfruttava dei lavoratori umani sottopagati, che ovviamente venivano a conoscenza di tutti i dati personali dei clienti. E si potrebbe citare anche Facebook, il cui assistente virtuale per Messenger, denominato M, dal 2015 al 2018 si è appoggiato in realtà a esseri umani per oltre il 70% delle richieste [The Guardian].

In altre parole, l’intelligenza artificiale viene spesso usata come luccicante foglia di fico per coprire il fatto che si vuole semplicemente sfruttare una manodopera più a buon mercato di quella locale.

Non è che quelli che operano nel settore dell’intelligenza artificiale siano tutti truffatori o venditori di fumo: in parte il fenomeno delle IA fittizie è dovuto al fatto che spesso l’intelligenza artificiale sembra funzionare bene durante la fase di test ma fallisce quando viene esposta alle complessità del mondo reale e viene usata su vasta scala. Inoltre procurarsi i dati necessari per l’addestramento di una IA dedicata è molto costoso e richiede molto tempo.

C’è anche il fatto che l’intelligenza artificiale attuale ha ancora molto bisogno di intervento umano, e oltretutto di intervento umano qualificato, che costa, e quindi le promesse di riduzione dei costi spesso si rivelano vane. Per esempio, i social network, nonostante spingano insistentemente per l’adozione di massa delle intelligenze artificiali, non riescono ancora a usarle per moderare automaticamente i contenuti pubblicati dagli utenti e sono tuttora costretti a subappaltare questo compito a esseri umani, anche in questo caso sottopagati, ma siccome ammettere questa situazione non è cool e non fa bene alla quotazione in borsa, si continua a far finta di niente e si cerca di far sembrare che questa tecnologia sia più sofisticata di quanto lo sia realmente.


A questo miraggio della IA come tecnologia magica e affidabile credono in molti, compresi i professionisti di vari settori. Nella puntata precedente di questo podcast ho raccontato alcuni incidenti molto costosi e imbarazzanti che hanno coinvolto per esempio gli avvocati di vari paesi, che si sono affidati alle intelligenze artificiali per preparare le loro cause senza rendersi conto che questi software non sono fonti attendibili perché per natura tendono a inventarsi le risposte ai quesiti degli utenti. Dal Regno Unito arriva un aggiornamento che mostra quanto sia diventato grave e diffuso questo uso scorretto.

L’Alta corte di giustizia dell’Inghilterra e del Galles, un tribunale superiore che vigila sulle corti e i tribunali ordinari, ha rilasciato la settimana scorsa un documento indirizzato a tutti gli operatori di giustizia di sua competenza che è in sostanza una solenne lavata di capo a chi, per professione, dovrebbe sapere benissimo che non si va in tribunale portando fonti cercate rivolgendosi a ChatGPT, Gemini e simili senza verificarle.

Erano già state emanate delle direttive che mettevano in guardia contro i rischi di perdite di tempo e di equivoci derivati dall’uso improprio dell’intelligenza artificiale in campo legale, ma dopo un caso nel quale una causa di risarcimento per danni finanziari ammontanti a ben 89 milioni di sterline (circa 105 milioni di euro) è stata presentata fornendo al tribunale 45 precedenti inesistenti e fabbricati da un’intelligenza artificiale generativa, l’Alta corte ha deciso che a questo punto “è necessario prendere misure pratiche ed efficaci” contro questo fenomeno, come l’ammonimento pubblico dell’avvocato coinvolto, l’imposizione di una sanzione per i costi inutili causati, l’annullamento dell’azione legale e, nei casi più gravi, il processo per oltraggio alla corte o la segnalazione alla polizia [Pivot to AI].

L’aspetto forse più sorprendente, in tutte queste vicende legate all’intelligenza artificiale, è che non sono coinvolte persone qualsiasi, ma professionisti altamente qualificati, sia in campo legale sia in campo finanziario. Tutta gente che teoricamente dovrebbe sapere che prima di investire il proprio denaro (o quello degli altri) bisogna informarsi seriamente e indipendentemente sulla solidità della proposta, senza fidarsi delle patinate presentazioni aziendali, e che altrettanto teoricamente dovrebbe sapere che per fare le ricerche di precedenti legali non si va su Google e si prende per buono qualunque cosa risponda, ma si usano i servizi di ricerca professionali appositi. E invece ci cascano, e continuano a cascarci.

I catastrofisti dell’intelligenza artificiale dipingono spesso scenari inquietanti nei quali le macchine prima o poi acquisiranno un intelletto superiore a quello umano e quindi prenderanno il controllo di tutto. Ma forse non c’è bisogno di far leva sulla superiorità intellettiva. È sufficiente giocare sulla nostra tendenza a credere non a quello che è vero, ma a quello che vorremmo che fosse vero.

Gli investitori superpagati vogliono credere che investire nell’IA li farà diventare ancora più ricchi, e gli avvocati vogliono credere di poter delegare il loro lavoro a un software ottuso e incassare laute parcelle facendo meno fatica. E così l’intelligenza artificiale generativa dei grandi modelli linguistici come ChatGPT, Claude o Gemini, con la sua parlantina scioltissima e le sue risposte apparentemente così autorevoli, diventa l’imbonitore perfetto per rifilare fregature.

Impressionante espressività dei video generati con IA

Credo che il video qui sotto sia stato realizzato con Google Veo 3, che costa 250 dollari al mese: una cifra abbordabilissima per qualunque truffatore. Inquietante.

Questo, invece, è sicuramente fatto con Veo 3. Ottima l’idea di usare l’IA per mettere in guardia contro i rischi di inganno dell’IA stessa. Il video è disponibile anche su Instagram ed è opera di @thetravisbible.