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Domani sarò al Salone del Libro di Torino per presentare la nuova edizione cartacea del mio libro sui complotti lunari

Domani (16 maggio) alle 13.45 sarò alla Sala Madrid del Salone del Libro di Torino per presentare la nuova collana di libri del CICAP intitolata Think Deep, che esplora fatti, fenomeni e misteri con gli strumenti della scienza e del pensiero critico.

La collana è un’evoluzione dei “Quaderni del CICAP” e mira a rendere il pensiero critico e il metodo scientifico accessibili e coinvolgenti, offrendo libri che uniscono rigore e narrazione per esplorare con profondità temi complessi. Think Deep rappresenta un passo importante nella missione del CICAP di diffondere il metodo scientifico e la curiosità intellettuale a un pubblico sempre più ampio.

La collana debutta con tre volumi:

  • “Misteri sotto la mole – Storie piemontesi tra cronaca e leggenda”, di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo, è una raccolta di storie misteriose, curiose vicende di cronaca e leggende metropolitane torinesi e piemontesi, analizzate attraverso dati e verifiche sul campo. A raccontarle, due autori esperti di misteri, curatori della rubrica “Il Giandujotto scettico” per la rivista Query.
  • “Siamo andati sulla Luna? Domande e risposte alla riscoperta di un’avventura straordinaria” è una versione aggiornata e a colori (e finalmente di nuovo su carta!) del mio libro dedicato alle risposte alle tesi di complotto riguardanti le missioni umane sulla Luna.
  • “Storia del Gran Cofto – Cagliostro e la massoneria occultista nel secolo dei lumi”, di Roberto Paura, affronta la figura ambigua e affascinante di Giuseppe Balsamo, noto come Conte di Cagliostro, e la sua incredibile ascesa dalle umili origini siciliane alle corti europee. Paura, giornalista e divulgatore, esplora in queste pagine anche il fenomeno delle logge massoniche segrete nell’epoca dell’Illuminismo.

I libri saranno presentati al Salone del Libro di Torino in un evento che vedrà presenti gli autori, insieme al Presidente del CICAP Lorenzo Montali, con la moderazione di Elisa Palazzi, climatologa all’Università degli Studi di Torino e componente del consiglio direttivo del CICAP.

Per chi non ci potrà essere, i libri della collana sono già preordinabili subito online.

Qui sotto trovate il video di promozione del mio libro.

Podcast RSI – WhatsApp, gruppi a rischio intercettazione nonostante la crittografia

Questo è il testo della puntata del 12 maggio 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP di voce sintetica: “I messaggi e le chiamate sono crittografati end-to-end. Solo le persone in questa chat possono leggerne, ascoltarne o condividerne il contenuto.”]

Circa tre miliardi di persone ogni mese usano WhatsApp [Statista] e vedono questo messaggio rassicurante ogni volta che iniziano una conversazione con un’altra persona tramite questa app.

Tradotto in italiano non tecnico, significa che in sostanza i messaggi e le chiamate vocali fatti tramite WhatApp sono protetti in modo che nemmeno Meta, l’azienda proprietaria di WhatsApp, possa leggerli o intercettarli in transito. Questo per molti è una garanzia di riservatezza estremamente elevata e importante, che induce gli utenti di WhatsApp a sentirsi tranquilli nel fare conversazioni intime e confidenziali tramite questa app, anche in paesi nei quali la libertà di espressione non è garantita dalle leggi e dai governi.

Ma la recente fuga di piani di attacco statunitensi causata dal fatto che un giornalista è stato aggiunto per errore a una chat di gruppo che riuniva molti funzionari di altissimo livello della Casa Bianca e non se ne è accorto nessuno ha dimostrato che c’è una falla sorprendentemente banale in questa protezione. E questa falla è particolarmente sfruttabile per intercettare i messaggi di WhatsApp eludendo completamente la crittografia end-to-end.

Questa è la storia di questa falla e di come conoscerla, capirla ed evitare di esserne vittime. Se usate gruppi WhatsApp per fare conversazioni sensibili, c’è una precauzione semplice ma poco conosciuta e importante da applicare per essere più sicuri da occhi e orecchi indiscreti.

Benvenuti alla puntata del 12 maggio 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Quanto è realmente sicura la crittografia che protegge i messaggi di WhatsApp? Un lungo e intricato articolo tecnico [Formal Analysis of Multi-Device Group Messaging in WhatsApp] pubblicato di recente da tre ricercatori di due prestigiose università britanniche, il King’s College e il Royal Holloway dell’Università di Londra, ha esaminato in estremo dettaglio il funzionamento di questa app così popolare e ha confermato che in generale la promessa di non intercettabilità dei contenuti dei messaggi è reale ed efficace.

Scambiare messaggi con una singola persona via Whatsapp è insomma sicuro: i dipendenti di Meta non possono leggere il contenuto di questi messaggi e non possono quindi darlo alle autorità in nessun caso. Possono dare agli inquirenti i metadati, ossia informazioni su chi ha conversato con chi, quando lo ha fatto e per quanto tempo, ma non possono leggere cosa si sono scritti questi utenti.

Tuttavia i ricercatori hanno scoperto che queste garanzie sono molto meno robuste nel caso delle chat di gruppo su WhatsApp, perché questa app, come parecchie altre, protegge crittograficamente le chat di gruppo ma non protegge allo stesso modo la gestione di questi gruppi. Questo vuol dire che chi ha il controllo dei server di WhatsApp può aggiungere di nascosto un utente-spia a un gruppo e quindi leggere tutti i messaggi scambiati dai membri di quel gruppo.

Faccio un esempio pratico per maggiore chiarezza. Anna amministra un gruppo WhatsApp al quale partecipano, come semplici utenti, Bruno, Carla e Davide. In teoria solo Anna, come amministratrice, può aggiungere altri utenti al gruppo. Ma in realtà, secondo i ricercatori, un difetto presente in WhatsApp permette anche a un aggressore di aggiungere al gruppo un utente in più, per esempio Mario, e quindi usare l’account di Mario, che per necessità deve poter leggere tutto, per intercettare facilmente tutte le conversazioni fatte in quel gruppo. L’aggressore potrebbe essere qualcuno che riesce a infiltrarsi dall’esterno nell’infrastruttura di WhatsApp, oppure un dipendente di Meta ficcanaso che per lavoro ha accesso a questa infrastruttura o è costretto dalle autorità a collaborare.

Il difetto di WhatsApp è che non verifica crittograficamente l’identità di un membro esistente di un gruppo quando quel membro manda il comando di aggiungere qualcuno al gruppo. Tutto questo vuol dire, in sostanza, che chiunque riesca a controllare il server che ospita il gruppo o i messaggi ricevuti dal gruppo può spacciarsi per amministratore e aggiungere nuovi membri. WhatsApp annuncerà l’aggiunta, ma non la impedirà.

WhatsApp non è l’unica app di messaggistica che omette questa verifica. Nel 2022 un’analisi tecnica ha dimostrato che anche l’app Matrix* aveva questo difetto.

* Più propriamente, Matrix è un protocollo open source usato da una serie di client e server di messaggistica, come Element, Hydrogen, Chatterbox e Third Room.

Telegram, che molti usano come alternativa a WhatsApp per non dare altri dati personali a Meta, non ha nemmeno la crittografia end-to-end sui messaggi dei gruppi ed è quindi particolarmente vulnerabile in termini di riservatezza delle conversazioni di gruppo [Ars Technica]. Signal, invece, usa correttamente la crittografia per proteggere la gestione dei gruppi.

La falla insomma c’è, ed è seria. Ma all’atto pratico, quali sono i rischi concreti per un utente comune? E Meta cosa intende fare per rimediare?


Come sempre, quando si parla di falle di sicurezza, è importante evitare i sensazionalismi e gli allarmi inutili e definire i rischi reali. Per la stragrande maggioranza degli utenti, le probabilità che qualcuno ci tenga così tanto a leggere i loro messaggi da prendere il controllo di un server di WhatsApp, spacciarsi per amministratore e poi creare un membro fittizio da usare per leggere e salvare tutte le conversazioni fatte in un gruppo sono veramente bassissime. Se non siete per esempio giornalisti o politici o medici che discutono su WhatsApp di argomenti estremamente sensibili, questo tipo di attacco non dovrebbe farvi perdere il sonno. Se lo siete, non dovreste usare WhatsApp per conversazioni su argomenti sensibili, e va ricordato che su Whatsapp, diversamente che su Signal, i membri di un gruppo sono visibili ai partecipanti, agli aggressori informatici e a chiunque abbia un mandato legale.

Se siete utenti comuni mortali, c’è uno scenario molto più plausibile che potrebbe riguardarvi facilmente. Se il gruppo WhatsApp conta molti membri, è facile che l’annuncio dell’arrivo di un nuovo membro non venga notato dagli altri perché è una delle tante notifiche generate dal traffico di messaggi del gruppo. Un amministratore malvagio, pettegolo, colluso o anche in questo caso costretto a collaborare con gli inquirenti potrebbe quindi facilmente aggiungere a un gruppo un membro in più senza che se ne accorga nessuno e permettergli di monitorare l’intero flusso di messaggi del gruppo e tracciare in dettaglio i rapporti tra i partecipanti.

Questa è in effetti una tecnica diffusa di inchiesta giornalistica e di polizia e viene usata anche per raccogliere pettegolezzi e dicerie: è semplice ed elegante e non richiede tentativi di scardinare la crittografia di WhatsApp. Il muro di cinta della crittografia non serve a nulla se la talpa o il sorvegliante o il portinaio pettegolo stanno all’interno di quel muro.

I ricercatori che hanno documentato queste falle di WhatsApp le hanno segnalate all’azienda che gestisce WhatsApp, che ha risposto dicendo che apprezza il loro lavoro e ha ribadito che ogni membro viene notificato quando si unisce un nuovo membro a un gruppo e che è possibile attivare ulteriori notifiche di sicurezza che avvisano se ci sono state variazioni nei codici di sicurezza degli interlocutori. L’azienda ha aggiunto che introduce continuamente nuovi strati protettivi.

Sia come sia, il rischio che la notifica del membro infiltrato passi inosservata nel mare di notifiche nel quale siamo quotidianamente sommersi rimane alto. Difendersi dagli intrusi spetta insomma a noi utenti, che dovremmo controllare una per una le notifiche di nuovi membri e soprattutto verificare le identità di quei membri.


A volte gli intrusi, infatti, entrano per errore, e addirittura senza volerlo. Lo sa bene Mike Waltz, che a marzo scorso, quando era consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, ha creato una chat di gruppo su Signal, l’ha usata per discutere dettagli delle imminenti operazioni militari nello Yemen insieme ad altri esponenti di altissimo livello della sicurezza nazionale statunitense, e non si è reso conto di aver aggiunto per errore al gruppo anche un giornalista, Jeffrey Goldberg, che quindi è venuto a conoscenza di informazioni estremamente sensibili, compreso il nome di un agente della CIA, e ha potuto documentare giornalisticamente non solo l’approccio dilettantesco alla sicurezza di Waltz e degli altri funzionari ma anche le loro parole di disprezzo nei confronti degli alleati europei [Wikipedia].

Come è stato possibile un disastro del genere? Secondo le indagini interne, Mike Waltz avrebbe salvato per errore il numero di telefono del giornalista nella scheda della propria rubrica telefonica dedicata al portavoce della Casa Bianca Brian Hughes, e poi avrebbe aggiunto alla chat supersegreta quello che pensava fosse appunto il portavoce. Ma l’errore fondamentale, a monte, è stato l’uso di un’applicazione non approvata dal Pentagono per discutere piani militari delicatissimi, e soprattutto usarne una versione particolare modificata, che è stata analizzata dagli esperti esterni al governo statunitense e ha rivelato ulteriori, interessanti problemi di sicurezza che è riduttivo definire imbarazzanti. Ma questa è un’altra storia, per un’altra puntata.

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/05/12

È andata in onda stamattina alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile presso www.rsi.ch/rete-tre/programmi/intrattenimento/serotonina oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

I temi e le fonti della puntata

Scienziati creano un nuovo colore, ma è visibile solo puntandosi uno speciale raggio laser negli occhi (non fatelo!) (BoingBoing / The Guardian / Science Advances). Ricercatori della University of California a Berkeley hanno sparato impulsi laser nei propri occhi per stimolare specifiche cellule della retina, rivelando una sorta di tonalità blu-verde che hanno chiamato “olo”. Gli occhi umani hanno tre tipi di coni, sensibili a lunghezze d’onda lunghe, medie e corte della luce (fondamentalmente le gamme del rosso, del verde e del blu). Questi ricercatori hanno trovato il modo di stimolare tramite laser solo i coni sensibili alle lunghezze d’onda medie, producendo una macchia di colore nel campo visivo grande circa il doppio della luna piena. Questo colore va oltre la gamma naturale perché appunto sono stimolati quasi esclusivamente i coni medi, creando uno stato che la luce naturale non può raggiungere. Il nome “olo“ deriva dal binario 010, a indicare che viene attivato solo uno dei tre tipi di coni (quello per le frequenze medie).

Anniversari di oggi: morte di Perry Como e della nascita di Burt Bacharach, rispettivamente cantante e autore della celeberrima Magic Moments; nascita di Katharine Hepburn (tomba trovata grazie a Findagrave); morte di Mia Martini; uscita del film Pulp Fiction.

Il paradosso del compleanno: sembra impossibile, eppure basta un gruppo di 23 persone per avere il 50% di probabilità che due di esse condividano la data del compleanno. Con 30 persone la probabilità sale al 70% e con 50 tocca addirittura il 97%.

Prendendo il calcio delle ossa di una persona per farne gessetti, quanto si potrebbe scrivere? Secondo questo video su YouTube, che non so quali fonti abbia usato, se estraeste il calcio dalle ossa di un dito della vostra mano potreste usarlo per scrivere il vostro nome 40 volte. Se estraeste l’osso più grande del vostro corpo, il femore, potreste disegnare una linea lunga 800 metri. E se estraeste tutto il vostro scheletro e lo macinaste fino a ottenere un gigantesco gessetto? Potreste disegnare una linea di 21 km. Personalmente consiglierei di continuare a usare i normali gessetti da marciapiede (BoingBoing).

La ragazza con la mano bionica comandabile a distanza. Una diciannovenne britannica, Tilly Lockey, grazie alla Open Bionics ha mani bioniche che continuano a funzionare anche quando non sono attaccate al corpo, sono completamente impermeabili e funzionano tramite sensori wireless che leggono i segnali muscolari, senza bisogno di chip cerebrali (BoingBoing).

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/05/05

È andata in onda lunedì 5 alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Abbiamo parlato di Starmus, il congresso di scienziati e ricercatori svoltosi alle Canarie; del MetGala 2025; dell’anniversario della morte di Napoleone Bonaparte, con le teorie complottiste sul motivo della sua morte e sulla storia del suo sarcofago a matrioska e i fatti storici legati alle tappezzerie all’arsenico usate in epoca vittoriana; della poesia Il Cinque Maggio dedicata a Napoleone da Alessandro Manzoni; dell’atleta Simone Biles; dell’espressione britannica plumber’s cleavage (“scollatura dell’idraulico”); e del Fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello.

Podcast RSI – 23 “no” per riprendersi Internet

Questo è il testo della puntata del 5 maggio 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


È passato da pochi giorni il trentaduesimo anniversario della nascita formale del Web, ossia di Internet come la conosciamo oggi. Rispetto all’idea originale, però, sono cambiate tante cose, non tutte per il meglio.

Questa è la storia di come è nato il Web, di cosa è andato storto e di come rimediare, con una lista di “No” da usare come strumento correttivo per ricordare a chi progetta siti, e a noi che li usiamo, quali sono i princìpi ispiratori di un servizio straordinario come l’Internet multimediale che ci avvolge e circonda oggi, e a volte ci soffoca un po’ troppo con il suo abbraccio commerciale.

Benvenuti alla puntata del 5 maggio 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Siamo nel 1993. È il 30 aprile. A Ginevra, un timbro rosso della Divisione delle Finanze dell’Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare, quella che oggi chiamiamo comunemente CERN, si imprime su un singolo foglio di carta firmato dal direttore della ricerca e dal direttore dell’amministrazione.

Quel foglio contiene una dichiarazione molto semplice, ma di portata letteralmente planetaria: dice che tre software sviluppati al CERN diventano di pubblico dominio e sono quindi liberamente utilizzabili, copiabili, modificabili e ridistribuibili da chiunque. Quei tre software sono gli elementi fondamentali del Web che usiamo oggi, inventato appunto da un dipendente del CERN, Tim Berners-Lee, quattro anni prima, insieme a Robert Cailliau.

Internet esisteva già, fin dalla fine degli anni Sessanta, ma soltanto in forma testuale elementare. L’invenzione di Berners-Lee e Cailliau la trasformava, permettendo di collegare fra loro pagine differenti con dei link cliccabili, creando una ragnatela di documenti interconnessi (per questo si chiama Web, ossia appunto “ragnatela” in inglese) e consentendo di includere in una stessa pagina testo, immagini, video e suoni. Una rivoluzione oggi un po’ dimenticata, visto che sono passati tre decenni abbondanti, e basata su un ideale di apertura e di libero accesso che da allora si è perso per strada.

Oggi siamo abituati a un’Internet commerciale, ma va ricordato che inizialmente Internet era un servizio dedicato alla comunicazione tra membri di istituzioni accademiche, basato su standard aperti, pensato per abbattere le barriere e le incompatibilità fra i computer e i sistemi operativi differenti e facilitare la condivisione del sapere.

Adesso, invece, le barriere vengono costruite appositamente: per esempio, invece della mail, che è aperta a tutti, non è monopolio di nessuno e funziona senza obbligare nessuno a installare un unico, specifico programma, si usano sempre di più i sistemi di messaggistica commerciali, come per esempio WhatsApp, che appartengono a una singola azienda, funzionano soltanto con l’app gestita e aggiornata da quell’azienda e sono incompatibili tra loro.

Ci sono alternative non commerciali, basate su standard aperti, come Mastodon, che conta alcuni milioni di utenti, ma la stragrande maggioranza delle persone è insediata da tempo su WhatsApp e simili e non può traslocare perché se lo facesse perderebbe tutti i contatti che ha, ed è quindi prigioniera e obbligata a cedere tutti i dati personali che il gestore di quella app pretende di volta in volta in cambio del proprio servizio.

La misura di quanto ci siamo allontanati da quell’ideale di apertura e compatibilità di trentadue anni fa è evidente nell’interazione di tutti i giorni con qualunque sito Web: invece di poter semplicemente consultare le informazioni che desideriamo, veniamo assillati da richieste di login, cookie, creazione di account, identificazione di scritte distorte, e così via. È talmente onnipresente che molti ormai la considerano la normalità, una scomodità necessaria e inevitabile, e anche chi progetta i siti Web pensa che sia giusto fare così, senza alternative.

Ma immaginate per un momento come vi sentireste se un negozio fisico si comportasse come un sito Web tipico di oggi. Volete comperare un paio di calzini? Ancora prima di varcare la soglia del negozio dovrete dare un indirizzo di mail e creare un account, anche se non siete sicuri di voler comperare nulla e probabilmente non metterete mai più piede in quel negozio. E dovete creare una password, ma non una password qualsiasi usa e getta: una che abbia un tot di caratteri maiuscoli e minuscoli, di cifre e di caratteri di punteggiatura.

E poi dovete ricordarvela, altrimenti la prossima volta dovrete rifare tutto da capo. E adesso dovete guardare una griglia di immagini microscopiche di strade e cliccare solo su quelle che mostrano strisce pedonali e non su quelle che raffigurano scale o cancellate; e guai a sbagliare. E tutto questo perché volevate soltanto comprare un paio di calzini.


La frustrazione della situazione attuale del Web è riassunta molto bene da un elenco che circola online in varie versioni in questo periodo. Una delle più gustose è quella pubblicata su Mastodon da Max Leibman [link] e ampliata con gusto e sarcasmo da molti commentatori.

Ve la traduco e adatto in italiano per comodità e perché nella sua brevità è sia un manifesto di protesta per noi utenti, sia un promemoria di cosa non fare per chi progetta app e siti Internet e non vuole irritare i propri potenziali clienti o lettori.

  1. No, grazie, non desidero installare la tua app.
  2. No, grazie, non voglio che la tua app si avvii da sola quando avvio il mio telefono o computer.
  3. No, grazie, non voglio che tu metta un’icona della tua app sullo schermo del mio computer.
  4. No, non voglio iscrivermi alla tua newsletter e non voglio ricevere mail da te.
  5. No, grazie, non voglio nemmeno ricevere notifiche sulle ultime meravigliose novità della tua azienda.
  6. No, grazie, non voglio lasciare un commento che racconti come è stata la mia esperienza nell’usare il tuo sito.
  7. No, non voglio aprire un account.
  8. No, non voglio aprire un account usando il mio accesso a Google o a un altro servizio, così potrete scambiarvi dati su di me.
  9. No, non desidero entrare nel tuo sito con un account “per avere un’esperienza più personalizzata”.
  10. No, non voglio darti pieno accesso alla mia rubrica dei contatti per poterli tempestare di annunci su quanto siano belli i tuoi prodotti.
  11. No, non voglio che tu legga le mie foto o i miei messaggi.
  12. No, non voglio che tu possa accedere ai miei file, alla mia fotocamera, al mio microfono o al mio altoparlante.
  13. E no, assolutamente non voglio che tu mi tracci con la localizzazione.
  14. No, non voglio cliccare un “Lo faccio dopo” o “Non adesso”. Se ho detto di no, è no. “No” non vuol dire “magari più tardi”.
  15. No, non voglio che tu faccia partire automaticamente il video incorporato nella tua pagina mentre la sto leggendo. Sto leggendo, non posso guardare un video.
  16. No, non desidero i tuoi “cookie facoltativi”. Se sono facoltativi, non dovresti neanche chiedermeli.
  17. No, non voglio lasciarti un giudizio da una a cinque stelline da associare alla mia identità online.
  18. No, non voglio postare automaticamente un messaggio sui social network dicendo a tutti i miei amici che ho acquistato da te un prodotto.
  19. No, non voglio darti il mio numero di telefono così mi potrai mandare offerte via SMS.
  20. No, non voglio usare il mio numero di telefono come numero di iscrizione al tuo sito e non voglio aggiungerlo al mio account “per maggiore sicurezza”, perché sappiamo benissimo entrambi che la sicurezza non c’entra niente.
  21. No, non voglio fare a meno della bolletta cartacea o dello scontrino, che poi devo stampare io a spese mie.
  22. No, non voglio cliccare su “Mi piace” o “Iscriviti al mio canale”.
  23. E no, non voglio che una cosiddetta “intelligenza artificiale” cerchi di farmi assistenza quando chiedo aiuto o che ascolti il mio consulto medico e scriva al posto tuo gli appunti che riguardano la mia salute o i miei acquisti.

La ragione per cui così tanti siti ignorano queste semplici richieste degli utenti di essere lasciati in pace è la raccolta massiccia di dati di marketing sfruttabili e rivendibili. Il motivo per cui insistono a farvi installare la loro app invece di visitare il loro sito è che le app tipicamente danno loro accesso a molti più dati su di voi o sulle vostre attività. La loro insistenza nel farvi scrivere recensioni e commenti serve per farvi spendere tempo a loro vantaggio e per il loro profitto e per avere contenuti sui quali addestrare le loro intelligenze artificiali, non per darvi la possibilità di esprimere costruttivamente la vostra opinione.

In altre parole, quella lunga litania di “No” serve a ristabilire il giusto equilibrio fra cliente e venditore. Il cliente non deve lavorare gratis per il venditore; non è al suo servizio e non è a sua volta un prodotto da vendere.

Se vi siete riconosciuti in qualche punto di quest’elenco di rifiuti garbati ma fermi, avete colto l’essenza del problema: è ora di riprendere l’abitudine di dire “no” a questa pressione crescente. Anche quando la richiesta è insistente e irritante. E se cliccare su “No” significa non poter usare un servizio, un sito o un negozio, non vuol dire che è giunto il momento di cliccare su “Sì”. È giunto il momento di trovare un’alternativa.

E se siete dall’altra parte della barricata, cioè dalla parte di chi crea siti, è giunto il momento di spiccare e distinguervi creando quell’alternativa, se non c’è già. Buon lavoro!

Fonti

When the Internet Was Invented, It Was First Just for Scientists, Popular Mechanics (2023)

The web’s most important decision, The History of the Web (2023)

The birth of the Web, Home.cern

Quiz: mi aiutate a identificare un film?

Insieme alla Dama del Maniero sto cercando, senza successo, di identificare da che film provengono queste due scene (o questi due vividissimi falsi ricordi?):

  1. Film in bianco e nero. Siamo in tribunale, da qualche parte negli Stati Uniti, fra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Qualcuno, forse uno degli avvocati, sta interrogando un testimone. Si avvicina al banco dei giurati e con il dito disegna, sul corrimano di legno che lo separa dai giurati, un immaginario pulsante che, se premuto, farebbe scomparire in modo indolore e senza conseguenze legali una persona. Con le sue brillanti argomentazioni e provocazioni, alla fine induce l’interrogato a premere entusiasticamente quel pulsante come se fosse una liberazione.
  2. Commedia a colori, ambientata a New York. Un uomo è esasperato dal rumore di un infernale macchinario di cantiere che, nel doppiaggio italiano, fa il verso “glopita-glopita”. Il verso viene citato più volte nel corso del film, diventando un tormentone, e a un certo punto viene mostrato il macchinario, che effettivamente fa un suono quasi umano, comicissimo, che pare proprio “glopita-glopita”.

Inutile dire che ho già cercato in Google e consultato le varie intelligenze artificiali, dalle quali ho ottenuto soltanto risposte totalmente idiote, per cui mi appello all’intelligenza umana.

Grazie!


2025/05/04 21:30

Il secondo quesito è stato risolto brillantemente da vari utenti su Mastodon, dove ho lanciato l’appello: il primo a rispondere correttamente è stato AleBinni, che ha anche linkato uno spezzone della scena esatta. Il film è How to Murder Your Wife, Come uccidere vostra moglie in italiano, uscito nel 1965 e diretto da Richard Quine con Jack Lemmon, Virna Lisi e Terry-Thomas.

Da questa risoluzione salta fuori che non si tratta di due film, ma di uno solo: la scena del pulsante immaginario è infatti tratta dallo stesso film. Eccola:

Rivedendolo oggi, il film è terribilmente, imbarazzantemente sessista e offensivo, anche se lo si interpreta come satira dell’ipocrisia maschile. Avevo due anni quando è uscito, e devo averlo visto in TV anni dopo. Il clima sociale di quegli anni era così. Mi chiedo come siamo sopravvissuti (maluccio, direi).

In ogni caso, grazie! Avete letteralmente sbloccato un ricordo che temevo di essermi inventato.

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/04/28

È andata in onda ieri mattina alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, in una versione un po’ insolita perché mi sono collegato dalle Canarie via Zoom e ho raccontato l’atmosfera del festival di scienza e musica Starmus e ho portato alcuni spezzoni di interviste ai protagonisti (ringrazio Thomas Villa per la condivisione delle clip audio).

La trasmissione è riascoltabile presso www.rsi.ch/rete-tre/programmi/intrattenimento/serotonina oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Il Delirio del Giorno: ho osato dire di no a una richiesta di assistenza tecnica gratuita

Pochi giorni fa ho ricevuto questa mail, che riporto pari pari omettendo solo il nome del mittente:

CARO PAOLO,TI RICORDI DI ME? IO HO UN GROSSO PROBLEMA CON POBOX.COM POBOX E’ STATA INGLOBATA DA FASTMAIL E ORA NON SO COME FARE.

MI PUOI AIUTARE? MI FARESTI UNA CORTESIA.

GRAZIE.

La mia risposta:

Buongiorno G*******,

mi spiace, ma non ho assolutamente tempo di fare assistenza informatica a nessuno.

Ti consiglio di trovare una persona sul posto che ti possa aiutare.

Ciao,

Paolo

La garbata e serena risposta:

PAOLO ATTIVISSIMO,

DEVO DIRTI CHE SEI UN BEL L’EGOISTA! IO NON-HO NESSUNO CHE MI AIUTA, NEMMENO UN TECNICO QUI A SENIGALLIA DI QUELLI CHE FANNO ANCHE LE CONFIGURAZIONI DI POSTA ELETTRONICA, NEMMENO SE LO PAGO A PESO D’ORO! NESSUN TECNICO QUI’ A SENIGALLIA SI OCCUPA DI FARE CONFIGURAZIONI DI POSTA ELETTRONICA! GENTE EGOISTA COME TE MI FA PROPRIO SCHIFO! SPERO CHE TI VENGA QUALCHE BRUTTO MALE, SPERO CHE TI POSSA VENIRE UN TUMORE MALIGNO DEI PEGGIORI! DI QUELLI CHE NON PERDONANO! LA STESSA COSA AUGURO A QUEI TECNICI CHE SI RIFIUTANO DI FARE LE CONFIGURAZIONI DI POSTA ELETTRONICA ANCHE PAGANDOLI PROFUMATAMENTE!

I TUMORI MALIGNI VENGONO A MOLTI E SPERO CHE PRESTO POSSA VENIRE ANCHE A TE. TI AUGURO LE PEGGIORI DISGRAZIE NELLA TUA FAMIGLIA! I MIEI GENITORI SONO MORTI DIVERSI ANNI FA E NON-HO MOLTO DA PERDERE! SONO RIMASTO SOLO COME UN CANE. HO SOLO MIA SORELLA CHE MI AIUTA PER QUELLO CHE PUO’. ESSA PURTROPPO NON-E’ UN TECNICO, MA UN MEDICO!         

                                          FUCK YOU!                    

                                        YOU  SHITHEAD! 

Non l’ha presa bene.