Vai al contenuto

Disponibile subito “Niente panico, per ora”, l’autobiografia di Fred Haise (Apollo 13), su carta ed e-book. Ne parliamo a Sci-Fi Universe il 18 e 19 gennaio

L’editore Cartabianca Publishing ha appena pubblicato un‘altra autobiografia di un astronauta lunare: stavolta il protagonista è Fred Haise, che molti conoscono come uno degli astronauti della drammatica missione Apollo 13 che rischiò di concludersi tragicamente dopo uno scoppio avvenuto durante il viaggio verso la Luna.

Ma Haise racconta una storia ben più ricca, che include le sue numerosissime esperienze di pilota collaudatore, le sue reazioni all’occasione mancata di camminare sulla Luna, il terribile incidente aereo che quasi gli costò la vita e i voli di collaudo atmosferico dello Space Shuttle. Con grande gioia dei fan di Star Trek, lui è infatti stato comandante dell’Enterprise, il primo esemplare dello Shuttle.

La sua è una vita intensa, ricca di eventi che lo hanno consegnato alla Storia con la S maiuscola, e Haise si racconta con lucidità e precisione.

Niente panico, per ora (Never Panic Early in originale) è stato tradotto da Diego Meozzi con il supporto di esperti e con la mia revisione tecnica: è disponibile subito come e-book (universale, per Kindle o per dispositivi Apple) a 9,99 euro e su carta (228 pagine, 70 foto) a 20 euro.

Il libro verrà presentato e sarà acquistabile alla convention di fantascienza, astronomia e astrofisica Sci-Fi Universe, al Parc Hotel di Peschiera del Garda (VR), il 18 e 19 gennaio, e io avrò il piacere di condurre l’incontro con Cartabianca Publishing alle 14.45 di sabato 18 (tenete d’occhio il programma per eventuali variazioni). Ci vediamo là?

Podcast RSI – Davvero la scienza dice che “il fact-checking non funziona”?

Questo è il testo della puntata del 13 gennaio 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS.


Pochi giorni fa Meta ha annunciato che chiuderà il proprio programma di fact-checking gestito tramite esperti esterni e lo sostituirà con le cosiddette Community notes, ossia delle annotazioni redatte dagli stessi utenti dei suoi social network, come ha già fatto la piattaforma concorrente X di Elon Musk.

Questa decisione, che per citare un titolo del Corriere della Sera è stata vista come una “resa definitiva a Trump (e Musk)”, ha rianimato la discussione su come contrastare la disinformazione. Walter Quattrociocchi, professore ordinario dell’Università La Sapienza di Roma, ha dichiarato che “Il fact-checking è stato un fallimento, ma nessuno vuole dirlo”, aggiungendo che “[l]a comunità scientifica lo aveva già dimostrato”. Queste sono sue parole in un articolo a sua firma pubblicato sullo stesso Corriere.

Detta così, sembra una dichiarazione di resa incondizionata della realtà, travolta e sostituita dai cosiddetti “fatti alternativi” e dai deliri cospirazionisti. Sembra un’ammissione che non ci sia nulla che si possa fare per contrastare la marea montante di notizie false, di immagini fabbricate con l’intelligenza artificiale, di propaganda alimentata da interessi economici o politici, di tesi di complotto sempre più bizzarre su ogni possibile argomento. I fatti hanno perso e le fandonie hanno vinto.

Se mi concedete di portare per un momento la questione sul piano personale, sembra insomma che la scienza dica che il mio lavoro di “cacciatore di bufale” sia una inutile perdita di tempo, e più in generale lo sia anche quello dei miei tanti colleghi che fanno debunking, ossia verificano le affermazioni che circolano sui social network e nei media in generale e le confermano o smentiscono sulla base dei fatti accertati.

È veramente così? Difendere i fatti è davvero fatica sprecata? Ragioniamoci su in questa puntata, datata 13 gennaio 2025, del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Nel suo annuncio pubblico, Mark Zuckerberg ha spiegato che il programma di fact-checking lanciato nel 2016 dalla sua piattaforma e basato su organizzazioni indipendenti specializzate in verifica dei fatti voleva dare agli utenti “più informazioni su quello che vedono online, in particolare sulle notizie false virali, in modo che potessero giudicare da soli quello che vedevano e leggevano”, scrive Zuckerberg.

Ma a suo dire questo approccio non ha funzionato perché anche gli esperti, dice, “come tutte le persone, hanno i propri pregiudizi e i propri punti di vista”, e quindi è giunto il momento di sostituire gli esperti esterni con gli utenti dei social network. Saranno loro, dice Zuckerberg, a “decidere quando i post sono potenzialmente ingannevoli e richiedono più contesto”, e saranno “persone che hanno una vasta gamma di punti di vista” a “decidere quale tipo di contesto è utile che gli altri utenti vedano”.

Zuckerberg non spiega, però, in che modo affidare la valutazione delle notizie agli utenti farà magicamente azzerare quei pregiudizi e quei punti di vista di cui parlava. In fin dei conti, gli utenti valutatori saranno un gruppo che si autoselezionerà invece di essere scelto in base a criteri di competenza. Anzi, l’autoselezione è già cominciata, perché Zuckerberg ha già pubblicato i link per iscriversi alla lista d’attesa per diventare valutatori su Facebook, Instagram e Threads. Mi sono iscritto anch’io per vedere dall’interno come funzionerà questa novità e raccontarvela.

Invece le Linee guida della community, ossia le regole di comportamento degli utenti di Meta, sono già state riscritte per togliere molte restrizioni sui discorsi d’odio, aggiungendo specificamente che dal 7 gennaio scorso sono consentite per esempio le accuse di malattia mentale o anormalità basate sul genere o l’orientamento sessuale* ed è accettabile paragonare le donne a oggetti e le persone di colore ad attrezzi agricoli oppure negare l’esistenza di una categoria di persone o chiedere l’espulsione di certi gruppi di individui.**

* Il 10 gennaio, Meta ha eliminato da Messenger i temi Pride e Non-Binary che aveva introdotto con così tanta enfasi rispettivamente 2021 e nel 2022 [404 media; Platformer.news]. Intanto Mark Lemley, avvocato per le questioni di copyright e intelligenza artificiale di Meta, ha troncato i rapporti con l’azienda, scrivendo su LinkedIn che Zuckerberg e Facebook sono in preda a “mascolinità tossica e pazzia neonazista”.

** Confesso che nel preparare il testo di questo podcast non sono riuscito a trovare parole giornalisticamente equilibrate per definire lo squallore infinito di un‘azienda che decide intenzionalmente di riscrivere le proprie regole per consentire queste specifiche forme di odio. E così ho contenuto sia il conato che la rabbia, e ho deciso di lasciare che le parole di Meta parlassero da sole.

Un’altra novità importante è che Meta smetterà di ridurre la visibilità dei contenuti sottoposti a verifica e gli utenti, invece di trovarsi di fronte a un avviso a tutto schermo che copre i post a rischio di fandonia, vedranno soltanto “un’etichetta molto meno invadente che indica che sono disponibili ulteriori informazioni per chi le vuole leggere”. In altre parole, sarà più facile ignorare gli avvertimenti.

Insomma, è un po’ come se una compagnia aerea decidesse che tutto sommato è inutile avere dei piloti addestrati e competenti ed è invece molto meglio lasciare che siano i passeggeri a discutere tra loro, insultandosi ferocemente, su come pilotare, quando tirare su il carrello o farlo scendere, quanto carburante imbarcare e cosa fare se l’aereo sta volando dritto verso una montagna. Ed è un po’ come se decidesse che è più saggio che gli irritanti allarmi di collisione vengano sostituiti da una voce sommessa che dice “secondo alcuni passeggeri stiamo precipitando, secondo altri no, comunque tocca lo schermo per ignorare tutta la discussione e guardare un video di tenerissimi gattini.”

Va sottolineato che queste scelte di Meta riguardano per ora gli Stati Uniti e non si applicano in Europa, dove le leggi* impongono ai social network degli obblighi di moderazione e di mitigazione della disinformazione e dei discorsi d’odio.

*  In particolare il Digital Services Act o DSA, nota Martina Pennisi sul Corriere.

Ma una cosa è certa: questa nuova soluzione costerà molto meno a Meta. I valutatori indipendenti vanno pagati (lo so perché sono stato uno di loro per diversi anni), mentre gli utenti che scriveranno le Note della comunità lo faranno gratis. Cosa mai potrebbe andare storto?


Ma forse Mark Zuckerberg tutto sommato ha ragione, perché è inutile investire in verifiche dei fatti perché tanto “il fact-checking non funziona,” come scrive appunto il professor Quattrociocchi, persona che conosco dai tempi in cui abbiamo fatto parte dei numerosi consulenti convocati dalla Camera dei Deputati italiana sul problema delle fake news.

In effetti Quattrociocchi presenta dei dati molto rigorosi, contenuti in un articolo scientifico di cui è coautore, intitolato Debunking in a world of tribes, che si basa proprio sulle dinamiche sociali analizzate dettagliatamente su Facebook fra il 2010 e il 2014. Questo articolo e altri indicano che “il fact-checking, lungi dall’essere una soluzione, spesso peggiora le cose” [Corriere] perché crea delle casse di risonanza o echo chamber, per cui ogni gruppo rimane della propria opinione e anzi si polarizza ancora di più: se vengono esposti a un fact-checking, i complottisti non cambiano idea ma anzi tipicamente diventano ancora più complottisti, mentre chi ha una visione più scientifica delle cose è refrattario anche a qualunque minima giusta correzione che tocchi le sue idee.

Ma allora fare il mio lavoro di cacciatore di bufale è una perdita di tempo e anzi fa più male che bene? Devo smettere, per il bene dell’umanità, perché la scienza dice che noi debunker facciamo solo danni?

Dai toni molto vivaci usati dal professor Quattrociocchi si direbbe proprio di sì. Frasi come “nonostante queste evidenze, milioni di dollari sono stati spesi in soluzioni che chiunque con un minimo di onestà intellettuale avrebbe riconosciuto come fallimentari” sono facilmente interpretabili in questo senso. Ma bisogna fare attenzione a cosa intende esattamente il professore con “fact-checking”: lui parla specificamente di situazioni [nel podcast dico “soluzioni” – errore mio, che per ragioni tecniche non posso correggere] in cui il debunker, quello che vorrebbe smentire le falsità presentando i fatti, va a scrivere quei fatti nei gruppi social dedicati alle varie tesi di complotto. In pratica, è come andare in casa dei terrapiattisti a dire loro che hanno tutti torto e che la Terra è una sfera: non ha senso aspettarsi che questo approccio abbia successo e si venga accolti a braccia aperte come portatori di luce e conoscenza.

Anche senza il conforto dei numeri e dei dati raccolti da Quattrociocchi e dai suoi colleghi, è piuttosto ovvio che un fact-checking del genere non può che fallire: tanto varrebbe aspettarsi che andare a un derby, sedersi tra i tifosi della squadra avversaria e tessere le lodi della propria squadra convinca tutti a cambiare squadra del cuore. Ma il fact-checking non consiste soltanto nell’andare dai complottisti; anzi, i debunker evitano accuratamente questo approccio.

Il fact-checking, infatti, non si fa per chi è già parte di uno schieramento o dell’altro. Si fa per chi è ancora indeciso e vuole informarsi, per poi prendere una posizione, e in questo caso non è affatto inutile, perché fornisce le basi fattuali che rendono perlomeno possibile una decisione razionale.

Del resto, lo stesso articolo scientifico del professor Quattrociocchi, e il suo commento sul Corriere della Sera, sono in fin dei conti due esempi di fact-checking: su una piattaforma pubblica presentano i dati di fatto su un tema e li usano per smentire una credenza molto diffusa. Se tutto il fact-checking fosse inutile, se davvero presentare i fatti non servisse a nulla e fosse anzi controproducente, allora sarebbero inutili, o addirittura pericolosi, anche gli articoli del professore.


Resta la questione delle soluzioni al problema sempre più evidente dei danni causati dalla disinformazione e dalla malinformazione circolante sui social e anzi incoraggiata e diffusa anche da alcuni proprietari di questi social, come Elon Musk.

Il professor Quattrociocchi scrive che “L’unico antidoto possibile, e lo abbiamo visto chiaramente, è rendere gli utenti consapevoli di come interagiamo sui social.” Parole assolutamente condivisibili, con un piccolo problema: non spiegano come concretamente arrivare a rendere consapevoli gli utenti di come funzionano realmente i social network.

Sono ormai più di vent’anni che esistono i social network, e finora i tentativi di creare questa consapevolezza si sono tutti arenati. Non sono bastati casi clamorosi come quelli di Cambridge Analytica; non è bastata la coraggiosa denuncia pubblica, nel 2021, da parte di Frances Haugen, data scientist di Facebook, del fatto che indignazione e odio sono i sentimenti che alimentano maggiormente il traffico dei social e quindi i profitti di Meta e di tutti i social network. Come dice anche il professor Quattrociocchi insieme a numerosi altri esperti, “[s]i parla di fake news come se fossero il problema principale, ignorando completamente che è il modello di business delle piattaforme a creare le condizioni per cui la disinformazione prospera.”

La soluzione, insomma, ci sarebbe, ma è troppo radicale per gran parte delle persone: smettere di usare i social network, perlomeno quelli commerciali, dove qualcuno controlla chi è più visibile e chi no e decide cosa vediamo e ha convenienza a soffiare sul fuoco della disinformazione. Le alternative prive di controlli centrali non mancano, come per esempio Mastodon al posto di Threads, X o Bluesky, e Pixelfed al posto di Instagram, ma cambiare social network significa perdere i contatti con i propri amici se non migrano anche loro, e quindi nonostante tutto si finisce per restare dove si è, turandosi il naso. Fino al momento in cui non si sopporta più: il 20 gennaio, per esempio, è la data prevista per #Xodus, l’uscita in massa da X da parte di politici, organizzazioni ambientaliste, giornalisti* e utenti di ogni genere.

* La Federazione Europea dei Giornalisti (European Federation of Journalists, EFJ), la più grande organizzazione di giornalisti in Europa, che rappresenta oltre 295.000 giornalisti, ha annunciato che non pubblicherà più nulla su X dal 20 gennaio 2025: “Come molte testate europee (The Guardian, Dagens Nyheter, La Vanguardia, Ouest-France, Sud-Ouest, ecc.) and e organizzazioni di giornalisti, come l’Associazione dei Giornalisti Tedeschi (DJV), la EFJ ritiene di non poter più partecipare eticamente a un social network che è stato trasformato dal suo proprietario in una macchina di disinformazione e propaganda.”

Funzionerà? Lo vedremo molto presto.

Aggiornamento (2025/01/20)

Il quotidiano francese Le Monde ha annunciato di aver interrotto la condivisione dei propri contenuti su X, dove ha 11,1 milioni di follower.

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/01/13

Di questa puntata, andata in onda in diretta il 13 gennaio dalle 9 alle 10 come consueto, non è disponibile la registrazione. Questi sono i suoi temi:

  • Anniversario del debutto a fumetti del personaggio di Topolino (Mickey Mouse) nel 1933, nel Mickey Mouse Magazine.
  • Character.ai, un sito che propone conversazioni con personaggi virtuali generati dall’intelligenza artificiale, è accusato negli Stati Uniti di aver incoraggiato un minore a suicidarsi e di aver suggerito a un altro minore di uccidere i propri genitori (CBS News), mentre nel Regno Unito suscita scalpore e indignazione la scoperta che include fra i propri personaggi dei minori realmente esistiti che si sono tolti la vita o sono stati uccisi (BBC News).
  • Come indagare sull’attendibilità di un sito, in questo caso Kidscasting.com, che sembra occuparsi di trovare lavoro nel mondo del cinema e della TV per attori bambini (https://www.instagram.com/kidscastingcom).
  • Le case londinesi che sono in realtà soltanto facciate finte: stanno a Bayswater, sono state “create” dalla costruzione della metropolitana a cielo aperto a metà dell’Ottocento, e sono state usate in alcune scene della serie TV Sherlock.
  • Per la AI-intervista impossibile, Emile Zola e il suo celebre “J’accuse”.

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/01/07

È andata in onda stamattina alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile presso www.rsi.ch/rete-tre/programmi/intrattenimento/serotonina oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Sono un pezzo da museo e felice di esserlo: intervista per “Archeologia Informatica”

Gli amici di Archeologia Informatica (Retrocampus.com) mi hanno dedicato questa bella chiacchierata di retrocomputing in cui ho caoticamente ripercorso alcune delle tappe forse poco note della mia storia informatica.

Notevoli e graditissimi gli inserti video che illustrano le cose di cui parliamo, dai fogliettini di bianchetto per le macchine per scrivere al Commodore PET passando per WordStar, CICS/MVS, l’autoscrittura di software per impaginare e per fare backup predittivo, desktop publishing con WordPerfect 5.1 e Ventura Publisher per GEM, le BBS l’arrivo di Internet… e tanto altro. Buona visione!

Un paio di correzioni al volo (scusate, andavo a memoria e per alcuni episodi sono passati più di quarant’anni):

  • il mainframe IBM sul quale ho mosso i primi passi era un 43xx, diversamente da quello che dico nell’intervista
  • il software che scrissi per generare pagine “camera ready” per i libri non era per la stampante ad aghi ma era per la stampante laser GQ-3500 della Epson (non-Postscript), che fu poi sostituita dalla Apple LaserWriter che cito, e il libro impaginato con questa tecnica rocambolesca era effettivamente Modelli matematici e simulazione (1988) del Gruppo Editoriale Jackson.
Link al video su YouTube

Occhio agli impostori che fingono di essere me su X/Twitter

Ringrazio i tanti che mi hanno segnalato che qualcuno ha avuto la brillante idea di creare account falsi su X/Twitter spacciandosi seriamente per me, scimmiottando il mio modo di scrivere e rubandomi anche la grafica. Ho segnalato a X/Twitter questi account, e il primo che ho segnalato risulta ora azzerato. Prima era così:

Ora è così:

Ricordo a tutti che ho un solo account ufficiale su X/Twitter: è quello storico, aperto nel 2007, che ha 400.000 follower e oggi si chiama @attivissimo_me. Lo tengo solo come segnaposto e per poter segnalare gli impostori. Tutti gli altri, con qualunque altro nome, sono account falsi. L‘autenticazione è nella pagina Contatti di questo sito.

Non regalate loro pubblicità o attenzioni citandoli o commentandoli pubblicamente o interagendo con loro: segnalateli a X/Twitter e basta. Grazie!

Intelligenza artificiale usata bene: bot etichetta le immagini Mastodon con testo ALT per ipo e non vedenti

L’attuale IA fallisce in molti compiti, ma nel riconoscimento delle immagini se la cava egregiamente. Perché non usarla per rendere Internet più accessibile a tutti, per esempio facendole scrivere automaticamente le descrizioni delle immagini sui social network?

Su Mastodon c’è @altbot@fuzzies.wtf, un bot che fa esattamente questo. È sufficiente seguirlo: fatto questo, se pubblicate un post con un’immagine per la quale non avete già scritto voi un testo alternativo per ipo e non vedenti, il bot passa l’immagine all’IA Gemini, che restituisce in una manciata di secondi una descrizione dell’immagine, che potete includere nel post editandolo.

Per esempio, stamattina ho postato il consueto Gatto Del Giorno anche su Mastodon, come al solito:

Non ho scritto intenzionalmente un testo ALT, e Altbot ha risposto così in una manciata di secondi:

@ildisinformatico Ecco una descrizione alternativa del testo per una persona che non può vedere l’immagine:

Primo piano di un gatto sdraiato sulla schiena, con il viso rivolto verso l’alto. Il gatto ha un manto grigio e marrone chiaro con chiazze più scure, e occhi azzurri intensi. I suoi baffi sono ben visibili. Parte del corpo del gatto è visibile, mostrando la sua pelliccia morbida e chiara.

Fornito da @altbot, generato utilizzando Gemini.

Niente male.

Podcast RSI – Google Maps diventa meno ficcanaso

Questo è il testo della puntata del 23 dicembre 2024 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il podcast riprenderà il 13 gennaio 2025.


Se avete ricevuto una strana mail che sembra provenire da Google e che parla di “spostamenti” e “cronologia delle posizioni” ma non avete idea di cosa voglia dire, siete nel posto giusto per levarvi il dubbio e capire se e quanto siete stati pedinati meticolosamente da Google per anni: siete nella puntata del 23 dicembre 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica, e dedicato in questo caso agli importanti cambiamenti della popolarissima app Google Maps. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Se siete fra i tantissimi utenti che hanno installato e usano Google Maps sullo smartphone, forse non vi siete mai accorti che questa utilissima app non vi dice soltanto dove siete e dove si trovano i punti di interesse intorno a voi, ma si ricorda ogni vostro spostamento sin da quando l’avete installata, anche quando le app di Google non sono in uso. In altre parole, Google sa dove siete stati, minuto per minuto, giorno per giorno, e lo sa molto spesso per anni di fila.

Infatti se andate nell’app e toccate l’icona del vostro profilo, compare un menu che include la voce Spostamenti. Toccando questa voce di menu compare un calendario con una dettagliatissima cronologia di tutti i vostri spostamenti, che include gli orari di partenza e di arrivo e anche il mezzo di trasporto che avete usato: bici, auto, nave, treno, aereo, piedi.

Google infatti usa i sensori del telefono per dedurre la vostra posizione: non solo il tradizionale GPS, che funziona solo all’aperto, ma anche il Wi-Fi e il Bluetooth, che permettono il tracciamento della posizione anche al coperto. Anche se non vi collegate a una rete Wi-Fi mentre siete in giro, Google Maps fa una scansione continua delle reti Wi-Fi presenti nelle vicinanze e confronta i loro nomi con una immensa mappa digitale, costantemente aggiornata, delle reti Wi-Fi in tutto il mondo. Se trova una corrispondenza, deduce che siete vicini a quella rete e quindi sa dove vi trovate, anche al chiuso.

Moltissime persone non sono a conoscenza di questo tracciamento di massa fatto da Google. Quando vado nelle scuole a presentare agli studenti le questioni di sicurezza e privacy informatica, mostrare a uno specifico studente la sua cronologia degli spostamenti archiviata da Google per anni è una delle dimostrazioni più efficaci e convincenti della necessità di chiedersi sempre quali dati vengono raccolti su di noi e come vengono usati. Sposta immediatamente la conversazione dal tipico “Eh, ma quante paranoie” a un più concreto “Come faccio a spegnerla?”

Disattivare il GPS non basta, perché Maps usa appunto anche il Wi-Fi per localizzare il telefono e quindi il suo utente. Bisognerebbe disattivare anche Wi-Fi e Bluetooth, ma a quel punto lo smartphone non sarebbe più uno smartphone, perché perderebbe tutti i servizi basati sulla localizzazione, dal navigatore alla ricerca del ristorante o Bancomat più vicino, e qualsiasi dispositivo Bluetooth, come cuffie, auricolari o smartwatch, cesserebbe di comunicare. Si potrebbe disabilitare GPS, Bluetooth e Wi-Fi solo per Maps, andando nei permessi dell’app, ma è complicato e molti utenti non sanno come fare e quindi rischiano di disabilitare troppi servizi e trovarsi con un telefono che non funziona più correttamente.

Maps permette di cancellare questa cronologia, per un giorno specifico oppure integralmente, ma anche in questo caso viene il dubbio: e se un domani ci servisse sapere dove eravamo in un certo giorno a una certa ora? Per esempio per catalogare le foto delle vacanze oppure per dimostrare a un partner sospettoso dove ci trovavamo e a che ora siamo partiti e arrivati? Non ridete: ci sono persone che lo fanno. Lo so perché le incontro per lavoro. Ma questa è un’altra storia.

Insomma, sbarazzarsi di questo Grande Fratello non è facile. Ma ora è arrivata una soluzione alternativa, ed è questo il motivo della mail di Google.


Il titolo della mail firmata Google, nella versione italiana, è “Vuoi conservare i tuoi Spostamenti? Decidi entro il giorno 18 maggio 2025”, e il messaggio di solito arriva effettivamente da Google, anche se è probabile che i soliti sciacalli e truffatori della Rete invieranno mail false molto simili per cercare di ingannare gli utenti, per cui conviene comunque evitare di cliccare sui link presenti nella mail di avviso e andare direttamente alle pagine di Google dedicate a questo cambiamento; le trovate indicate su Attivissimo.me.

La prima buona notizia è che se siete sicuri di non voler conservare questa cronologia dei vostri spostamenti, è sufficiente non fare nulla: i dati e le impostazioni degli Spostamenti verranno disattivati automaticamente dopo il 18 maggio 2025 e Google smetterà di tracciarvi, perlomeno in questo modo.

Se invece volete conservare in tutto o in parte questa cronologia, dovete agire, e qui le cose si fanno complicate. Il grosso cambiamento, infatti, è che i dati della cronologia degli spostamenti non verranno più salvati sui server di Google ma verranno registrati localmente sul vostro telefono, in maniera molto meno invadente rispetto alla situazione attuale.

Per contro, Google avvisa che dopo il 18 maggio, se non rinunciate alla cronologia, i dati sui vostri spostamenti verranno raccolti da tutti i dispositivi che avete associato al vostro account Google, quindi non solo dal vostro telefono ma anche da eventuali tablet o computer o altri smartphone, e verranno raccolti anche se avevate disattivato la registrazione degli spostamenti su questi altri dispositivi.

Un’altra novità importante è che la cronologia degli spostamenti non sarà più disponibile nei browser Web, ma sarà accessibile soltanto tramite l’app Google Maps e soltanto sul telefono o altro dispositivo sul quale avete scelto di salvare la copia locale della cronologia.

La procedura di cambiamento di queste impostazioni di Google Maps è semplice e veloce ed è usabile anche subito, senza aspettare maggio del 2025. Con pochi clic si scelgono le preferenze desiderate e non ci si deve pensare più. Se si cambia idea in futuro, si possono sempre cambiare le proprie scelte andando a myactivity.google.com/activitycontrols oppure entrare nell’app Google Maps e scegliere il menu Spostamenti. I dati scaricati localmente, fra l’altro, occupano pochissimo spazio: la mia cronologia degli spostamenti, che copre anni di viaggi, occupa in tutto meno di tre megabyte.

Resta un ultimo problema: se i dati della cronologia degli spostamenti vi servono e d’ora in poi verranno salvati localmente sul vostro telefono, come farete quando avrete bisogno di cambiare smartphone? Semplice: Google offre la possibilità di fare un backup automatico dei dati, che viene salvato sui server di Google e può essere quindi importato quando si cambia telefono.

Ma allora siamo tornati al punto di partenza e i dati della cronologia restano comunque a disposizione di Google? No, perché il backup è protetto dalla crittografia e Google non può leggerne il contenuto, come descritto nelle istruzioni di backup fornite dall’azienda.


Resta solo da capire cosa fa esattamente Google con i dati di localizzazione di milioni di utenti. Sul versante positivo, questi dati permettono di offrire vari servizi di emergenza, per esempio comunicando ai soccorritori dove vi trovate. Se andate a correre e usate lo smartphone o smartwatch per misurare le vostre prestazioni, la localizzazione permette di tracciare il vostro chilometraggio. Se cercate informazioni meteo o sul traffico, la localizzazione consente di darvi più rapidamente i risultati che riguardano la zona dove vi trovate. Se smarrite il vostro telefono, questi dati permettono di trovarlo più facilmente. E se qualcuno accede al vostro account senza il vostro permesso, probabilmente lo fa da un luogo diverso da quelli che frequentate abitualmente, e quindi Google può insospettirsi e segnalarvi la situazione anomala.

Sul versante meno positivo, le informazioni di localizzazione permettono a Google di mostrarvi annunci più pertinenti, per esempio i negozi di scarpe nella vostra zona se avete cercato informazioni sulle scarpe in Google. In dettaglio, Google usa non solo i dati di posizione, ma anche l’indirizzo IP, le attività precedenti, l’indirizzo di casa e di lavoro che avete memorizzato nel vostro account Google, il fuso orario del browser, i contenuti e la lingua della pagina visitata, il tipo di browser e altro ancora. Tutti questi dati sono disattivabili, ma la procedura è particolarmente complessa.

Non stupitevi, insomma, se il vostro smartphone a volte vi offre informazioni o annunci così inquietantemente azzeccati e pertinenti da farvi sospettare che il telefono ascolti le vostre conversazioni. Google non lo fa, anche perché con tutti questi dati di contorno non gli servirebbe a nulla farlo. E se proprio non volete essere tracciati per qualunque motivo, c’è sempre l’opzione semplice e pratica di lasciare il telefono a casa o portarlo con sé spento.

Usare Google senza esserne usati è insomma possibile, ma servono utenti informati e motivati, non cliccatori passivi. Se sono riuscito a darvi le informazioni giuste per decidere e per motivarvi, questo podcast ha raggiunto il suo scopo. E adesso vado subito anch’io a salvare la mia cronologia degli spostamenti.

Sci-Fi Universe, 18-19 gennaio 2025: scienza e fantascienza insieme per divertimento e conoscenza, con Luca Perri, Tony Amendola e tanti altri ospiti

Dopo il successo e il divertimento dell’edizione sperimentale di gennaio scorso, torna Sci-Fi Universe (per gli amici “la Sciallacon”), un weekend di conferenze di scienza e fantascienza, con ospiti come Luca Perri e Tony Amendola (Stargate), osservazioni astronomiche e solari (meteo permettendo) e workshop dedicati a fotografia, doppiaggio, podcasting, realtà virtuale e tanto altro ancora.

L’evento è organizzato dallo Stargate Fanclub Italia e io ho il piacere di esserne co-organizzatore, co-conduttore e docente di alcuni workshop e conferenze (per questa edizione, mi occuperò di podcasting e multiverso scientifico e fantascientifico).

Il raduno si tiene al Parc Hotel di Peschiera del Garda (con piscina, palestra, spa e spazi di gioco e intrattenimento per tutta la famiglia), il 18 e 19 gennaio 2025, con un prequel a sorpresa per chi arriva già di venerdì durante l’allestimento. Inoltre durante la convention ci sarà il compleanno della Dama del Maniero, per cui faremo anche un festeggiamento speciale per lei, con alcune cose mai viste e irripetibili.

L’ingresso standard costa 35 euro e vale per entrambi i giorni; ragazzi e ragazze dai 12 ai 17 anni e portatori di handicap entrano con 15 euro; chi ha meno di 11 anni o accompagna portatori di handicap entra gratis.

Se siete interessati a partecipare, la scheda d’iscrizione è qui e il programma completo è qui. Consiglio di non rinviare la prenotazione, perché i posti disponibili sono quasi esauriti. Le ultime notizie e le chicche della SFU vengono pubblicate non solo sul sito dell’evento (scifiuniverse.it) ma anche sui social network: Facebook, X/Twitter, YouTube, Instagram, TikTok e Mastodon.

Questi i club e le associazioni presenti: Stargate Fanclub Italia, Deep Space One, Moonbase ’99, S.T.E.I. Stazione Eco-Interstellare, Star Trek Torino, CICAP, ASIMOF, Doctor Who Italian Fan Club, Starfleet Section 31 Italy Department, Steampunk Nord-Est. Il media partner è FantascientifiCast.

Ospiti e relatori: l’attore Tony Amendola, l’astrofisico Luca Perri, il fisico e astrofisico Simone Jovenitti, l’esperto musicale Claudio Sonego, il traduttore e interprete specializzato in videogiochi Samuele Voltan, la docente di inglese Aurora Fumagalli (laureata in Lettere Moderne con tesi triennale su Star Trek), il giornalista e saggista Cesare Cioni, la consulente editoriale e traduttrice Chiara Codecà, l’ingegnere Dario Kubler (esperto di costruzione di componenti satellitari e di modelli spaziali ultrafedeli).

Workshop ed experience: Meet & Greet con Tony Amendola (che parla italiano), Stampa 3D a cura di GEALab.net, osservazione del Sole in sicurezza con gli esperti di Physical.pub, scrittura con Ida Daneri (docente di scrittura creativa), fotografia per smartphone con Andrea Tedeschi, podcasting con il sottoscritto, doppiaggio con Luca Gatta, scherma con spade laser a cura di GLSabers e Tortellino Laser ASD, prova della realtà virtuale, volo spaziale con Davide Formenti, ginnastica Klingon con Elena Albertini, e altro ancora.

Ci vediamo lì!

“Carrying the Fire”, come sono andate le vendite?

È tempo di chiusure e rendiconti di fine anno, e l’editore Cartabianca Publishing mi ha mandato i dati delle vendite e i dettagli dei costi del progetto Carrying the Fire al quale tanti di voi hanno partecipato: in 12 mesi sono state vendute 1282 copie (919 cartacee e 363 digitali). Merito in gran parte del crowdfunding che avevamo avviato per far partire questa traduzione sofferta ma molto appagante.

Questi sono alcuni grafici con altri dettagli:

Nel frattempo è quasi terminata la traduzione di Never Panic Early, l’autobiografia di Fred Haise di Apollo 13. A questo proposito, l’editore mi ha chiesto di cercare di entrare in contatto con il commentatore Claudio che il 9 ottobre scorso ha scritto il suo suggerimento per il titolo nei commenti di questo blog. Claudio, se leggi questo post, l’editore vorrebbe citarti nel libro con nome e cognome, se ti fa piacere, e ovviamente farti avere una copia del libro.