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Disinformatico radio, podcast del 2011/09/23

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico radiofonico. Ecco i temi e i
rispettivi articoli di supporto: le
password vulnerabili di Mac OS X Lion, la
presunta scoperta di neutrini più veloci della luce, il
panico da satellite UARS in caduta, le
rovine in stile Nazca, visibili solo dal cielo, (ri)scoperte con Google in
Arabia Saudita
, e le novità di Facebook con l’arrivo della Timeline (solo audio, senza
articolo di supporto).

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

Apple, password di Mac OS X Lion vulnerabili

C’è una falla di sicurezza decisamente importante in Lion, la versione più
recente del sistema operativo Mac OS X di Apple. È possibile cambiare la
password degli altri utenti senza conoscerla e senza essere utenti
amministratori. Basta un semplice comando eseguito dentro una finestra di
Terminale del computer di cui si vuole prendere il controllo. Lo scenario
tipico in cui si sfrutterebbe questa falla è quello del ragazzino che vuole
scavalcare i vincoli di navigazione imposti dalla scuola o dai genitori sul
computer condiviso, ma ci sono molte altre situazioni analoghe.

La falla sarebbe sfruttabile anche da chi non ha accesso fisico al computer,
per esempio via Internet: infatti se un utente amministratore visita un sito
contenente una applet Java ostile e, come è normale, lascia che venga
eseguita, l’aggressore può cambiare la password dell’amministratore e da lì
prendere il controllo completo del computer. Se l’utente non è amministratore,
l’aggressore può comunque accedere alle password altrui, comprese quelle degli
utenti amministratori, e decifrarle.

In attesa di un aggiornamento che risolva il problema, conviene dare in una
finestra di Terminale il comando

sudo chmod 100 /usr/bin/dscl

È inoltre prudente disabilitare il login automatico, cambiare la password del
Portachiavi e attivare la richiesta di password quando il computer esce dallo
standby o dal salvaschermo.

Fonti:
Intego
,
Defense in Depth
.

Più veloci della luce? Prudenza

Un gruppo di ricercatori del CERN e dell'INFN (Istituto Nazionale di Fisica
Nucleare) italiano avrebbe rilevato ripetutamente dei neutrini che viaggiavano
a velocità superiori a quelle della luce: se il risultato fosse confermato, si
tratterebbe di una riscrittura radicale della fisica da Einstein in poi, ma i
ricercatori invitano alla massima prudenza. Dicono semplicemente che non sanno
spiegarsi questo fatto e che ritengono di aver tenuto conto di tutti i
possibili errori di misurazione, per cui pubblicano i propri dati e metodi
affinché tutti i colleghi possano esaminarli e vedere se c'è un errore
sistematico particolarmente subdolo o se siamo davvero di fronte a una
scoperta di quelle che causano terremoti nella scienza.

Secondo i ricercatori, i neutrini hanno attraversato i 730 chilometri, 534
metri e 61 centimetri di roccia dal CERN di Ginevra fino al laboratorio
sotterraneo del Gran Sasso, in Italia, arrivando in media con 60 nanosecondi
di anticipo rispetto al tempo che ci vuole per coprire la tratta alla velocità
della luce: cosa che attualmente si ritiene impossibile.

Giusto per inquadrare i termini del problema, 60 nanosecondi alla velocità
della luce sono circa 18 metri: per dirla in altre parole, la velocità della
luce sarebbe stata superata di 20 parti per milione. La raffinatezza di questi
strumenti è assolutamente stupefacente: la distanza CERN-Gran Sasso è stata
calcolata con una precisione di 20 centimetri e i rilevamenti sono così
sensibili da evidenziare lo spostamento della crosta terrestre dovuto al
terremoto dell'Aquila.

Anche nella scienza affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie,
per cui la prudenza è d'obbligo: oggi dalle 16 alle 18 i ricercatori
presenteranno
i propri risultati in una conferenza al CERN (webcast.cern.ch). Se la fisica ò il vostro forte, potete ingannare l'attesa leggendo il loro
cauto articolo presso Arxiv.

Come sopravvivere al panico da satellite

Angosciati dalla caduta del satellite UARS e dal rischio di essere colpiti dai
suoi frammenti? Tranquilli: Internet offre tutte le risorse utili per
scansarsi in tempo. Innanzi tutto, presso
Heavens-above.com o
N2yo.com potete seguire in tempo
reale la traiettoria del satellite, così sapete quando mettervi al riparo
(precauzione peraltro non necessaria, secondo gli
esperti). Su Twitter potete seguire @NASA e @UARS_Reentry per le ultimissime
notizie, mentre sul sito della NASA c'è la
pagina di riferimento di UARS
con bollettini frequenti.

Siete preoccupati per la stima di rischio di danni a esseri umani, indicata
come 1 possibilità su 3200?
Planetary.org
chiarisce che questa stima vuol dire che c'è una possibilità su 3200 che una
qualunque persona venga colpita da detriti di UARS. Se la popolazione
umana terrestre ammonta a 7 miliardi di individui, la probabilità che una
persona specifica (io o voi, per esempio) sia colpita sono 1 su
22.400 miliardi.

Inoltre chi segue i satelliti per lavoro sa che oggetti di peso superiore ai
400 chilogrammi, quindi sufficienti a produrre rottami capaci di arrivare al
suolo, precipitano da
qualche parte in media una volta la settimana, per cui la caduta di UARS è
ordinaria amministrazione.

Sapevate che comunque c'è un precedente di una persona colpita da un rottame
spaziale? Lottie Williams, nel 1997, fu presa sulla spalla da un frammento
metallico del peso di qualche decina di grammi proveniente da un missile Delta
II rientrato. Inoltre pezzi della stazione russa Salyut 7 caddero su Capitan
Bermudez, a 400 chilometri da Buenos Aires, nel 1991, e il rientro della
stazione statunitense Skylab nel 1979 fece cadere rottami su una città della
costa meridionale australiana. In nessuno dei tre casi vi furono feriti, ma in
Australia la NASA pagò 400 dollari di multa per abbandono di rifiuti (Aero.org;
Fox News).

Misteriose rovine in stile Nazca trovate in Arabia Saudita con Google

È il sogno di ogni archeologo dilettante fare una scoperta clamorosa sfuggita
ai professionisti, e oggi grazie all'informatica e in particolare a Google
Earth questo sogno può diventare realtà. È successo all'australiano
David Kennedy,
dell'Università di Perth, che senza neanche spostarsi da casa ha scoperto in
Arabia Saudita le rovine antichissime di strutture che somigliano a quelle
delle celeberrime linee di Nazca in Perù. La forma di queste rovine saudite,
infatti, è apprezzabile soltanto dal cielo, come quelle peruviane. Dal suolo
sono sostanzialmente invisibili.

C'è chi si è spinto a dire che si tratta di opere extraterrestri, perché
sarebbero impossibili da realizzare senza poterle vedere dall'alto, o
perlomeno che si tratta di strutture dedicate a visite di alieni; congetture
interessanti ma per ora prive di prove oggettive.

Invece la scoperta di Kennedy è oggettiva ed è anche sostanziosa: circa 2000
siti archeologici, sparsi in tutta la penisola araba, contenenti quelli che
Kennedy chiama "aquiloni": strutture in pietra, con una testa grosso
modo circolare e una coda lunga centinaia di metri. Ci sono anche forme simili
a ruote, con diametri da 20 a 70 metri.

In realtà sarebbe più corretto parlare di riscoperta, perché queste rovine
furono viste per la prima volta da un pilota della RAF, Percy Maitland, nel
1927, ma finora nessuno le aveva mai documentate così bene come Google, che al
momento è l'unica fonte di immagini ad alta risoluzione delle strutture.
Secondo i beduini della zona sarebbero state costruite dagli “uomini antichi”.
Stando ad alcune stime archeologiche, risalgono a circa 2000 anni fa, ma
potrebbero avere anche 9000 anni.

Nessuno sa, per ora, quale fosse lo scopo di queste strutture, denominate
geoglifi. C'è chi ipotizza che gli “aquiloni” fossero delle grandi
trappole senza uscita nelle quali venivano convogliati gli animali per la
caccia e che le ruote avessero una funzione religiosa. In ogni caso sono
testimonianze affascinanti dell'ingegno umano, rese ancora più intriganti dal
fatto che si trovano in zone pressoché inaccessibili e quindi visitabili solo
virtualmente tramite Google Earth. I dettagli sono nel
Journal of Archeological Science
di maggio 2011; su
New Scientist
c'è una galleria d'immagini.

Fonti:
CBS News
,
New Scientist
.

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