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Apple, Google e Microsoft si alleano per un prossimo futuro senza più password. Bene, ma come funzionerà?

Apple, Google e Microsoft si alleano per un prossimo futuro senza più password. Bene, ma come funzionerà?

Già sentire che Apple, Google e Microsoft si alleano per fare
qualcosa insieme fa notizia. Se poi l’alleanza in questione ha lo scopo
di abolire definitivamente le password, la notizia diventa quasi incredibile.
Ma stavolta pare proprio che si faccia sul serio e che ci si possa preparare
alla scomparsa delle password, che verranno sostituite da un sistema semplice e universale
chiamato FIDO. Provo a raccontarvi come funzionerà e come un sistema
più semplice possa essere più sicuro di quello complicato attuale.

Ci sono tre modi fondamentali per autenticarsi informaticamente: qualcosa che sai (per esempio una password o un PIN), qualcosa che hai (un dispositivo, tipo una tessera o smart card) e qualcosa che sei (un’impronta digitale oppure un altro dato biometrico, come per esempio il volto).

Proteggere i propri dati e i propri account usando soltanto il “qualcosa che sai”, ossia le password, come facciamo oggi, è scomodo, macchinoso e profondamente
insicuro. Molti utenti cercano di ridurre questa scomodità utilizzando password
facili da ricordare (e quindi facili da indovinare per i ladri) e adoperando
la stessa password dappertutto, col rischio di vedersi rubare tutti gli
account in caso di furto di quella singola password.

Alcuni utenti usano l’autenticazione a due fattori: per collegarsi a un
account su un dispositivo nuovo devono digitare non solo la password ma anche
un codice usa e getta, ricevuto tramite mail o SMS o generato da un’app sullo
smartphone. Questo migliora parecchio la sicurezza, perché il ladro deve scoprire la password e anche intercettare questo codice usa e getta: deve insomma scoprire il “qualcosa che sai” e impossessarsi fisicamente di un “qualcosa che hai” (ossia lo smartphone della vittima sul quale arriva il codice). Ma questo sistema è macchinoso,
richiede che l’utente si ricordi la password e digiti anche un codice distinto
per ciascun servizio, e comunque i ladri informatici di oggi sanno creare
trappole
per carpire anche questi dati.

Microsoft, Google e Apple propongono invece, tramite il sistema FIDO, di
lasciar perdere le password e i codici da digitare manualmente e di usare al
loro posto una chiave digitale unica, valida per tutte e tre queste aziende e
probabilmente anche per molti altri fornitori di servizi che si accoderanno a
questa alleanza di giganti informatici. Questa chiave è un codice
crittografico estremamente complesso che viene conservato sullo smartphone,
sul tablet o sul computer dell’utente (o anche su tutti questi dispositivi
contemporaneamente) e, volendo, viene conservato anche su Internet, e che l’utente
non ha mai bisogno di digitarlo. FIDO è un sistema di sicurezza
completamente passwordless, ossia senza password.

In pratica, se voglio accedere a un mio account, mi basta il “qualcosa che sei”, per esempio il sensore
d’impronta o il riconoscimento facciale del mio dispositivo. Tutto qui. Il
volto o l’impronta non vengono trasmessi via Internet: restano nel
dispositivo.

Se cambio o perdo il mio dispositivo, posso recuperare questa chiave usando un
altro dispositivo già autenticato sul quale ho già la medesima chiave. Anche
qui, niente password di recupero. Il sistema FIDO resiste ai furti perché non
posso essere indotto con l’inganno a digitare password o codici nel sito dei
truffatori, visto che non ho nulla da digitare.

Inoltre quando accedo a un sito usando un nuovo dispositivo, il mio smartphone
o altro dispositivo che contiene la mia chiave deve essere fisicamente nelle
immediate vicinanze di quel nuovo dispositivo mentre lo autorizzo. Questa vicinanza viene verificata tramite una trasmissione
Bluetooth. E così se voglio, per esempio, leggere la mia posta di Gmail sul
computer di qualcun altro, devo solo visitare Gmail con quel computer,
scrivere il mio indirizzo di mail e poi toccare il sensore d’impronta o
guardare la telecamera del mio smartphone per autenticarmi.

Il controllo di vicinanza tramite Bluetooth impedisce a un ladro remoto di
entrare nel mio account convincendomi con l’astuzia a confermare il suo accesso sul
mio smartphone, e durante questo scambio di dati via Bluetooth il mio telefonino verifica anche che il computer si stia collegando al sito vero e non a un
sito truffaldino che gli somiglia nel nome e nella grafica. In caso di furto
del telefonino, il ladro dovrebbe riuscire a scavalcare il sensore d’impronta
o il riconoscimento facciale per poter tentare di usare la chiave.

Tutto questo dovrebbe funzionare con qualunque sistema operativo (Windows, iOS, Android o
altri), con qualunque browser moderno e con qualunque dispositivo recente.

Troppo semplice per essere sicuro? Troppo bello per essere vero? Lo
scopriremo presto. La FIDO Alliance, che coordina lo sviluppo di questo
sistema e include anche Intel, Qualcomm, Amazon e Meta oltre a banche e
gestori di carte di credito, prevede che FIDO comincerà ad entrare in funzione
entro la fine del 2022. In Giappone, già circa
30 milioni di utenti Yahoo
sono già passwordless.  

È vero che si sente parlare di eliminazione delle password da almeno un
decennio, ma la collaborazione di Apple, Google e Microsoft e il fatto che con il sistema FIDO tutto il
necessario è già nelle mani di alcuni miliardi di utenti, che non devono comprare dispositivi appositi, potrebbero fare davvero la
differenza.

Maggiori dettagli sul sistema FIDO sono reperibili sul sito
Fidoalliance.org, nel
blog ufficiale
di Google

e sul
sito
di Microsoft
.

Fonte aggiuntiva:
Ars Technica.

Thunderbird fa le bizze con Gmail? Questione di cookie. E bisogna prepararsi al 30 maggio

Thunderbird fa le bizze con Gmail? Questione di cookie. E bisogna prepararsi al 30 maggio

Segnalo qui brevemente la soluzione di un problema che mi ha fatto perdere un
bel po’di tempo stamattina con Thunderbird, perché dopo l’aggiornamento più
recente non ne voleva sapere di accedere a quasi tutti i miei account Gmail.
Compariva questa simpatica schermata, che non portava da nessuna parte: i link
non erano cliccabili e i menu a tendina non funzionavano.

Ho provato di tutto, dalla disattivazione dell’autenticazione a due fattori
all’abilitazione delle “app insicure” alle password una tantum app-specifiche
agli account di recupero: niente da fare. Poi, grazie a un po’ di ricerca
online, ho trovato
questo suggerimento su Reddit: bisogna verificare che Thunderbird accetti i cookie (in Preferenze
Privacy e sicurezza – Accetta i cookie dai siti). Funziona tutto.

Tuttavia il rimedio potrebbe avere vita breve: Google ha
annunciato
tempo fa che
“a partire dal 30 maggio 2022, ​​Google non supporterà più l’uso di app di
terze parti o dispositivi che chiedono di accedere all’Account Google
utilizzando solo il nome utente e la password.”
 

Se state accedendo ad account Gmail usando l’opzione
“Accesso app meno sicure”, tenete presente che quest’opzione scomparirà il 30 maggio prossimo. La
soluzione, descritta
qui, consiste nell’impostare il proprio account di mail in modo che usi OAuth2.
O almeno così pare. Vedremo cosa succede dopo il 30 maggio.

 

2022/04/11: Mozilla Italia, nei commenti qui sotto, segnala una miniguida molto utile e pubblica maggiori informazioni qui.

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle
donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere
ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico) o
altri metodi.

Il servizio anti-fake news di Google: Fact Check Explorer

Il servizio anti-fake news di Google: Fact Check Explorer

Google ha segnalato pochi giorni fa di aver messo a disposizione del pubblico una serie di risorse contro le ondate di disinformazione che affliggono Internet e in particolare i social network ma anche i mezzi d’informazione tradizionali. 

Una di queste risorse, particolarmente utile per chiunque voglia verificare una notizia, si chiama Fact Check Explorer. La si trova presso Toolbox.google.com/factcheck/explorer oppure semplicemente digitando il suo nome in Google.

Il suo funzionamento di base è molto semplice: per verificare una notizia si immettono le sue parole chiave nella casella di ricerca di Fact Check Explorer e si ottiene un elenco di link a fonti esperte che forniscono verifiche o smentite di quella notizia. L’elenco include già una brevissima sintesi del verdetto di queste fonti esperte, e quindi la consultazione è estremamente rapida ma lascia comunque la possibilità di approfondire.

Fact Check Explorer, spiega Google nell’annuncio ufficiale, raccoglie oltre 150.000 verifiche realizzate da fonti di buona reputazione di tutto il mondo. La lingua in cui effettuare la ricerca è selezionabile; Google propone automaticamente quella dell’utente, basandosi su quella del suo browser, ma è possibile chiedere di cercare anche in tutte le lingue. Le parole chiave possono essere, per esempio, nomi di persone o di luoghi, descrizioni di argomenti o frasi attribuite a politici, celebrità o altre persone di interesse generale.

Si può inoltre limitare la ricerca a un singolo sito di verificatori usando il parametro site: seguito (senza spazi) dal nome del sito. Un altro parametro utile è list:recent, che elenca le verifiche più recenti.

La guida al servizio spiega che Fact Check Explorer elenca solo fonti e verifiche che rispettano le sue linee guida, che si basano sui criteri dell’International Fact-Checking Network (IFCN) e del Poynter Institute, due entità molto rispettate nel settore, per cui il rischio di infiltrazioni di disinformatori è piuttosto basso.

In ogni caso il servizio di Google non pretende di essere un depositario di verità e mette subito in chiaro che Google non avalla né crea queste verifiche e che in caso di disaccordo con una verifica si deve contattare direttamente il gestore del sito che l’ha pubblicata (“Google does not endorse or create any of these fact checks. If you disagree with one, please contact the website owner that published it.”).

Fact Check Explorer (che esiste almeno dal 2019) fa parte della Google News Initiative, un tentativo di Google di contrastare la disinformazione, e include anche risorse e istruzioni per chi pubblica articoli di verifica e vuole che i suoi articoli siano inclusi nei risultati del servizio: si trovano nella sua sezione Markup Tool. La sezione Training di questa Initiative offre anche preziosi tutorial per giornalisti su come usare gli strumenti informatici per produrre articoli più rigorosi in meno tempo.

Ma in pratica quanto funziona questo Fact Check Explorer? Ho provato con alcuni temi recenti, come Mariupol o ivermectina, e i risultati sono stati molto completi. È andata decisamente meno bene con temi di fake news del passato, come l’ormai storico bonsaikitten (di cui ho parlato in un podcast precedente) o George Arlington (che era il nome di un inesistente papà di una altrettanto inesistente bambina malata di leucemia; il suo appello-bufala era circolato in maniera virale per anni dal 2002 in poi).

Insomma, Fact Check Explorer è un buon inizio, ed è sicuramente una risorsa in più per ricercatori e giornalisti e anche per chiunque voglia approfondire una notizia, ma c’è ancora molta strada da fare. Quando si tratta di contrastare le fake news si parte sempre in svantaggio, perché è molto più facile creare una notizia falsa che costruirne la smentita.

Ehi Google, come si dice in inglese “salsicce e friarielli”?

Ehi Google, come si dice in inglese “salsicce e friarielli”?

Un lettore, Giovanni L., mi segnala una chicca divertente di Google Traduttore: se gli si chiede di tradurre in inglese “salsicce e friarielli” , risponde con un epico:

“bhoooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo”

Giovanni se ne è accorto cercando la traduzione in inglese di alcuni termini relativi al cibo. 

Cosa ancora più curiosa, la “traduzione” proposta da Google Traduttore ha tanto di bollino che dichiara che si tratta di una “Traduzione verificata dai collaboratori di Google Traduttore”. Meno male che l’hanno verificata, altrimenti chissà cosa sarebbe successo.

Giovanni nota che “traduzioni simili ci sono anche per tutte le altre lingue, al massimo cambia il numero di “o” finali. Gli stessi risultati si ottengono dall’app per iOS.” E anche dall’app per Android, secondo questa segnalazione. Se invece chiedo all’assistente vocale di Google, mi risponde (abbastanza correttamente) “sausage and broccoli.” Se vi state chiedendo cosa sono i friarielli, Wikipedia dice che si tratta delle “infiorescenze appena sviluppate della cima di rapa”.

Se invece vi state chiedendo come sia possibile un errore di traduzione del genere, oltretutto “verificato”, la risposta è probabilmente legata al fatto che chiunque può diventare “collaboratore” di Google Translate. L’ho fatto anch’io in pochi secondi: è sufficiente visitare la pagina di Google Traduttore, accedere con il proprio account Google, e cliccare su Contribuisci. Dopo una decina di frasi di prova da verificare sono stato accettato.
Le traduzioni “verificate”, secondo Google, sono quelle che hanno molti voti di collaboratori che le dichiarano corrette. Tutto qui.
In altre parole, se un numero sufficiente di persone si mette d’accordo di diventare collaboratore di Google Traduttore e di “tradurre” la parola italiana scolopendra con tiger probabilmente riuscirà a farla diventare una traduzione “verificata” al posto della traduzione corretta (che è scolopendra). La cosa dovrebbe essere ancora più facile con le sequenze di parole, come appunto “salsicce e friarielli”.
Questa manipolazione ricorda molto il googlebombing che andava di moda anni fa, ossia creare tante pagine contenenti un link a un sito specifico usando sempre lo stesso testo. Per esempio, nel lontano 1999 si poteva digitare more evil than Satan himself in Google e ottenere come primo risultato il sito di Microsoft.
Googledown mondiale, promemoria di dipendenza digitale

Googledown mondiale, promemoria di dipendenza digitale

Lunedì 14 dicembre, intorno alle 13, quasi tutti i servizi di Google sono andati in tilt per circa 50 minuti. È bastata un’ora scarsa di disservizio per creare un’ondata di panico planetario, dovuto al fatto che milioni di utenti non riuscivano più a mandare mail, scrivere o consultare i propri documenti custoditi online nel cloud, sfogliare l’agenda di Calendar, guardare video su YouTube, gestire i propri assistenti vocali, consultare mappe e fare lezioni a distanza con Meet.

I servizi sono tornati alla normalità dopo appunto una cinquantina di minuti, secondo il resoconto pubblicato da Google, che spiega che avevano smesso di funzionare tutti i suoi servizi che richiedevano un’autenticazione tramite account. In effetti il motore di ricerca ha continuato a funzionare, e YouTube era consultabile tramite navigazione in incognito, ma qualunque servizio che richiedesse login e password di Google era inaccessibile.

Nelle ore successive ci sono stati problemi con Gmail, per cui molti account di posta risultavano inaccessibili e chi cercava di mandare mail a quegli account riceveva una risposta automatica del tipo “questo account non esiste” (un bel “550-5.1.1 The email account that you tried to reach does not exist.”

La causa scatenante, dice sempre Google, è stata “un problema con il nostro sistema automatizzato di gestione delle quote che ha ridotto la capacità del sistema centrale di gestione delle identità”.

Non è il primo blackout del genere: Downdetector ne ha catalogati parecchi quest’anno, anche se non così vasti, e Wikipedia nota che un’altra sospensione dei servizi primari di Google è avvenuta ad agosto 2020 e che anche l’11 novembre scorso si è verificato un blocco simile.

Ci sono un paio di lezioni da portare a casa a proposito di questo incidente.

La prima è sicuramente che siamo enormemente dipendenti da Google e che è meglio preparare un piano d’emergenza che consenta di continuare a operare almeno in forma ridotta se Google va in tilt. Il vostro impianto luci o di riscaldamento domotico è comandabile anche senza passare per Google? Dipendete dal vostro assistente vocale Google Home per qualche funzione importante (penso ai disabili o a chi ha mobilità ridotta per infortunio o malattia, per esempio)? La vostra azienda o scuola è paralizzata se i servizi di Google non funzionano? Procuratevi un Piano B.

Senza arrivare a questi livelli estremi, vale la pena di cogliere l’occasione per chiedersi se è davvero una buona idea usare la login di Google per accedere a servizi di altri fornitori. Certo, è comodo, ma se Google si blocca diventa impossibile accedere non solo ai servizi di Google ma anche a tutti quelli di altri fornitori che dipendono dalla login di Google. Meglio avere account separati per ogni fornitore.

La seconda lezione è che conviene sapere dove reperire informazioni su questi blackout, in modo da capire rapidamente se il problema è nostro o esterno e agire di conseguenza (anche soltanto per mettersi il cuore in pace). Ho già citato Downdetector, disponibile anche su Twitter e Facebook e con sezioni separate per i singoli paesi, come Allestörungen.ch per la Svizzera o Downdetector.it per l’Italia), tenete presente la Dashboard dello stato di Google Workspace, presso

http://www.google.it/appsstatus#hl=it&v=status

La terza lezione è, come spiega bene Stefano Zanero, che fare congetture o ipotizzare attacchi informatici o complotti è una perdita di tempo:

 

Fonti aggiuntive: Gizmodo, BBC, ANSA, The Register.

La Trascrizione Istantanea di Google elimina le barriere di comunicazione

La Trascrizione Istantanea di Google elimina le barriere di comunicazione

Ultimo aggiornamento: 2020/11/15 15:35. 

Immaginate di dover parlare con una persona che ha difficoltà di udito o è completamente sorda, oppure sta semplicemente dall’altra parte di un vetro e non vi può sentire.

Scrivere quello che volete dire e poi mostrarlo sarebbe fattibile ma molto lento; in molti casi non sarebbe praticabile. Non tutti conoscono le lingue dei segni.

Ma se aveste a disposizione uno strumento che trascrive per voi quello che state dicendo, mentre lo state dicendo, sarebbe molto più facile comunicare. Lo strumento ce l’avete: è un qualunque smartphone Android recente che supporti Android 5.0 o successivo. Vi manca solo l’app apposita, che è Trascrizione Istantanea (Live Transcribe) di Google.

L’app è in grado di riconoscere e trascrivere oltre 70 lingue, e lo fa con una velocità, precisione e fluidità impressionanti, con tanto di punteggiatura e riconoscimento di molti titoli di film, libri e canzoni e di nomi di persone famose.

È facilissima da usare: una volta installata, la si lancia quando serve e si sceglie la lingua da trascrivere, poi si gira lo schermo del telefonino verso chi deve leggere la trascrizione. Tutto qui.

Ho fatto una demo nella puntata del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera di oggi: la trovate a 42:30 nel video qui sotto.

L’interlocutore può rispondere a voce oppure digitando sullo smartphone in un’area separata dello schermo. È possibile scegliere le dimensioni dei caratteri in modo che quello che viene trascritto sia visibile anche da lontano o chi ha limitazioni della vista. L’audio delle conversazioni, dice Google, non viene conservato dall’azienda.

L’app è utile anche per avere una rapida trascrizione immediatamente disponibile di una lezione, di un’intervista o di un discorso, oppure per capire meglio il parlato di un film che non ha i sottotitoli in una lingua che si conosce ma che si fa fatica a seguire avendo solo l’audio.

La prossima versione, che verrà rilasciata a giugno, sarà anche in grado di descrivere sullo schermo i suoni captati: per esempio quelli di un cane che abbaia o di qualcuno che bussa alla porta. Sarà inoltre in grado di copiare e salvare il testo trascritto. Provatela: è spettacolare.

 

2020/11/15 15:35

Non ho trovato una funzione specifica per esportare le trascrizioni, ma si può salvare una trascrizione per tre giorni (nelle opzioni) e la si può selezionare tutta e poi copiaincollarla in una mail.

Fonti: Engadget, Android, Google.

Addio a Google Hangouts e al Music Store di Google; chiude anche Yahoo Gruppi

Addio a Google Hangouts e al Music Store di Google; chiude anche Yahoo Gruppi

Di solito Internet è piena di annunci di nuovi mirabolanti servizi, presentati con grande clamore; si usa la sordina, invece, quando un servizio esistente viene rimosso, e questo è un problema per chi si è abituato a usare quel servizio e magari ci ha anche depositato dei dati che non vorrebbe perdere.

Google ha annunciato che chiuderà Hangouts, la sua piattaforma di messaggistica e videochiamate, nel primo semestre del 2021. La cronologia e i contatti verranno migrati automaticamente alla nuova piattaforma di Google, denominata Google Chat.

Google Play Music, il negozio online di musica di Google, ha già chiuso: la sua pagina invita gli utenti a trasferire la propria musica a YouTube Music entro fine anno o scaricare i propri dati se non vogliono perdere tutto.

Sta per lasciarci anche un altro servizio storico di Internet: Yahoo Gruppi, il servizio di gruppi di discussione e di mailing list nato quasi 20 anni fa (a gennaio 2001). Dal 15 dicembre cesserà di essere accessibile, come spiegato in dettaglio in questa pagina di Yahoo, che include anche le istruzioni per scaricare i propri dati.

Fonti aggiuntive: Gizmodo, Yahoo/Archive.org, Ndtv.

Riconoscere le canzoni con Google, senza installare app

Riconoscere le canzoni con Google, senza installare app

Se vi capita di sentire una canzone alla radio o in giro e non sapete di che brano si tratti, ci sono da tempo applicazioni come Shazam, ma l’amico Paolo Amoroso segnala una chicca che evita di dover installare app dedicate: su Android si può usare l’app di Google.

 
È sufficiente avvicinare lo smartphone alla fonte della musica e poi toccare l’icona del microfono nella casella di ricerca di Google sullo smartphone. Questo attiva non solo il riconoscimento vocale convenzionale di Google ma fa comparire in basso un’opzione aggiuntiva: Che cos’è questo brano?
 
A questo punto si tocca l’icona della nota e Google si mette in ascolto del brano, per poi tentare di identificarlo. Non funziona sempre, ma è un trucchetto potenzialmente utile in caso di emergenza musicale.
Non vi funzionavano i servizi di Google? Probabilmente non è stata colpa vostra

Non vi funzionavano i servizi di Google? Probabilmente non è stata colpa vostra

Se ieri (20 agosto) avete avuto problemi con i servizi di Google, la colpa non è vostra: Google ha avuto un’ampia serie di problemi, segnalati in buona parte del mondo.

Per molti utenti è stato impossibile creare mail con allegati in Gmail (ma le mail senza allegati funzionavano correttamente); Google Drive, Docs, Meet, Chat, Keep, Voice e altri andavano a singhiozzo.

Ora sembra tutto rientrato, ma se volete avere il polso della situazione, anche per eventuali malfunzionamenti futuri, date un’occhiata alla G Suite Status Dashboard ufficiale di Google (Google.com/appsstatus) oppure a DownDetector.

Fortnite scomparso da App Store e Google Play: che succede?

Fortnite scomparso da App Store e Google Play: che succede?

Pubblicazione iniziale: 2020/08/14 8:49. Ultimo aggiornamento: 2020/08/14 16:30. 

Poche ore fa Fortnite, uno dei giochi online più popolari del momento, è stato rimosso prima dall’App Store di Apple e poi anche da Google Play.

Chi l’ha già installato sul proprio iPhone/iPad ce l’ha ancora, ma non può scaricare aggiornamenti; chi vorrebbe installarlo sul proprio iPhone/iPad semplicemente non può.

Gli utenti Android possono ancora installare Fortnite passando dal sito di Epic Games o dal Samsung Galaxy Store (se hanno uno smartphone Samsung). Il gioco resta disponibile, almeno per ora, su PlayStation, Xbox One, Nintendo Switch, PC e Mac.

Importante: non scaricate Fortnite o suoi aggiornamenti da altre fonti, neanche se consigliate da amici. State sul sito ufficiale, Epicgames.com. I criminali informatici approfitteranno inevitabilmente della situazione e diffonderanno versioni infette del gioco.

Ma cos’è successo per scatenare questa rimozione forzata? Epic Games ha rilasciato un aggiornamento che consente ai giocatori di comprare a prezzo scontato i v-Bucks, la moneta interna del gioco, direttamente da Epic Games stessa, senza passare dai sistemi di pagamento di Apple, che si prendono il 30%. Questo è vietato dal regolamento dell’App Store, e quindi Apple ha rimosso il gioco; Google Play, invece, non esige l’esclusiva, però ha proceduto lo stesso alla rimozione di Fortnite perché comunque i giochi ospitati da Google Play devono consentire acquisti tramite l’in-app billing Google Play. Anche Google chiede il 30%.

Chiaramente è in corso una prova di forza fra Fortnite, Apple e Google. Epic Games contesta il sostanziale duopolio e ritiene che il 30% sia una commissione decisamente troppo alta; in tal senso ha depositato un’azione legale (PDF) contro Apple [2020/08/14 16:30: ora anche contro Google (PDF)].

Staremo a vedere gli sviluppi legali ed economici: per ora Epic Games sta decisamente vincendo la campagna mediatica, con un video che fa il verso a una famosissima pubblicità di Apple, che nel 1984 si presentava come la compagnia che scardinava i monopoli e ora viene presentata da Epic Games come una monopolista essa stessa.

Il video originale è questo:

Maggiori informazioni sono su Gizmodo (che nota un possibile problema legale, in base al quale Apple avrebbe violato le proprie regole), The Register, BBC, Ars Technica e ancora Gizmodo.