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Adobe Flash sotto attacco, aggiornatelo

Adobe Flash sotto attacco, aggiornatelo

Lo US-CERT avvisa che sono in corso attacchi “mirati e limitati” che sfruttano una falla di Flash Player che consente all’aggressore di prendere il controllo del computer della vittima. La falla (CVE-2016-4171) riguarda la versione 21.0.0.242 e le versioni precedenti, per Windows, OS X (prossimamente da ribattezzare macOS), Linux e Chrome OS.

Adobe ha rilasciato un aggiornamento che corregge la falla (insieme a una trentina di altre) porta Flash Player alla versione 22.0.0.192 per tutti questi sistemi operativi: installatelo subito.

Rifaccio le ormai consuete raccomandazioni:

– molti computer sono configurati per aggiornarsi automaticamente, ma se necessario il player aggiornato è scaricabile manualmente qui (fino al 30 giugno) oppure qui. Google Chrome e Microsoft Edge aggiornano separatamente e automaticamente il proprio player Flash.

– potete verificare quale versione di Flash avete visitando questa pagina di Adobe con ciascuno dei browser che avete installato.

– conviene impostare Flash in modo che vi chieda il consenso per attivarsi sito per sito, dandogli il consenso soltanto sui siti fidati.

– se invece preferite rimuovere Flash del tutto, le istruzioni in italiano sono qui per Windows e qui per Mac.

La TV svizzera indaga sull’Internet delle Cose: quante telecamere vulnerabili

Nei mesi scorsi ho collaborato con la trasmissione Patti Chiari della Radiotelevisione Svizzera per esplorare l’Internet delle Cose. Io mi sono occupato in particolare delle telecamere di sorveglianza vulnerabili. Abbiamo visto cose che non è possibile mostrare in televisione, neanche censurandole, e che avrebbero consentito ricatti personali devastanti a uomini e donne.

Il risultato dell’inchiesta, arricchito dai contributi di molti esperti informatici, è andato in onda venerdì scorso (13 aprile) e lo potete vedere qui (con materiali supplementari) oppure qui sotto.


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Buonanotte al secchio. Nel senso di bucket Amazon scrivibili da chiunque

Buonanotte al secchio. Nel senso di bucket Amazon scrivibili da chiunque

Credit: Victor Gevers.

Avete presente quando si dice che la parola “cloud” andrebbe sostituita mentalmente con “il computer di qualcun altro”? Da oggi bisognerebbe forse usare un’altra frase: “il computer di qualcun altro, aperto a tutti e pure scrivibile da chiunque, sul quale qualcuno lascia messaggi per avvisarti del disastro imminente”.

È quello che stanno scoprendo amaramente le tante aziende e organizzazioni governative che usano i servizi cloud di Amazon, i cosiddetti Amazon Web Services, per mettervi i propri dati. È un sistema potente e flessibile, ma bisogna saperlo usare. A quanto pare molti responsabili informatici non hanno studiato come si usa, perché hanno impostato questi servizi, denominati in gergo bucket (secchio), in modo che possano essere letti da chiunque. E in alcuni casi anche scritti dal primo che passa.

Non è colpa di Amazon, ma dei suoi clienti incompetenti. Clienti con nomi come Uber, Dow Jones, FedEx e persino il Pentagono, che hanno lasciato bene in vista i propri dati in questo modo, come raccontano WeLiveSecurity e la BBC. Secondo i dati della società di sicurezza francese HTTPCS, 1 bucket su 50 non è protetto contro la scrittura.

Mi è stato segnalato, per esempio, un noto canale satellitare europeo che ha la guida TV su Amazon Web Services scrivibile da chiunque. Far comparire qualcos’altro al posto delle immagini di Peppa Pig sarebbe un gioco da ragazzi.

****.s3.amazonaws.com/admin/server/php/files/peppa3.jpg

Gli hacker buoni hanno fatto il possibile, lasciando messaggi di avvertimento nei bucket vulnerabili, ma in molti casi sono rimasti inascoltati. Alcuni esperti di sicurezza hanno contattato le organizzazioni maldestre per avvisarle, ma non sempre sono stati capiti e in alcuni casi rischiano anche ritorsioni legali (che è come rischiare una denuncia perché hai guardato in casa di qualcuno attraverso la finestra, hai visto che c’era un incendio e hai avvisato il proprietario).

Altri hanno preferito creare siti Web come Buckhacker (attualmente offline), che è una sorta di Google per i bucket aperti, in modo da portare il problema all’attenzione dei media.

Il guaio di queste vulnerabilità è che i dati messi a disposizione di chiunque sono spesso i nostri e sono un bersaglio ghiotto e facile per qualunque criminale. Immaginate qualcuno che cancella tutti i dati di un’azienda o di un’agenzia governativa, oppure li blocca con una password che verrà fornita solo in cambio di un riscatto. Se la vostra organizzazione usa gli Amazon Web Services, date un’occhiata alle impostazioni. Amazon ha allestito uno strumento apposito che facilita questo controllo.

Fonte aggiuntiva: Bitdefender.

Aggiornate Telegram per Windows: ha una falla

Aggiornate Telegram per Windows: ha una falla

Fonte: Kaspersky Lab.

Ultimo aggiornamento: 2018/02/16 17:45.

Un altro esempio (dopo Skype) dell’importanza di aggiornare il software arriva da Telegram. I ricercatori di Kaspersky hanno scoperto che la versione Windows di questa popolare app di messaggistica aveva una falla che permetteva agli aggressori informatici di prendere il controllo dei PC e installare malware e programmi per la generazione di criptovalute.

Gli attacchi sono in corso almeno da marzo 2017 e derivano da un difetto nella gestione delle lingue che si scrivono da destra a sinistra. Il difetto era sfruttabile, e veniva attivamente sfruttato, inviando alla vittima semplicemente un allegato che sembrava essere un’immagine ma era in realtà un JavaScript ostile che veniva eseguito sui PC privi di difese.

Per esempio, il nome vero dell’allegato poteva essere photo_high_regnp.js, quindi un JavaScript, ma veniva presentato all’utente bersaglio come photo_high_resj.png (in modo da sembrare un’immagine PNG) perché dopo photo_high_re c’era il carattere Unicode U+202E che inverte l’ordine dei caratteri che lo seguono, per cui gnp.js viene visualizzato come sj.png. Ingegnoso.

La falla è risolta nella versione più recente di Telegram, per cui il modo migliore per risolverla è aggiornarsi.

A parte questo scivolone, è importante ricordare che Telegram non cifra i messaggi in modo client-client (molto difficile da intercettare) se non glielo chiedete appositamente usando una chat segreta (secret chat) e usa un protocollo di sicurezza ritenuto insicuro dagli esperti. Per carità, per l’utente comune usare Telegram consente una maggiore privacy rispetto a WhatsApp (che cifra tutto end-to-end ma prende i metadati dell’utente e li condivide con Facebook). Se avete esigenze davvero serie, provate Signal.

Antibufala: no, Skype non ha una falla gravissima e Microsoft “non vuole rimediare”

Lo so, insisto spesso sul concetto che gli aggiornamenti del software sono importanti e vanno fatti perché risolvono falle di sicurezza che mettono a rischio gli utenti. Ma tanta, troppa gente insiste a non ascoltare queste raccomandazioni (che non sono solo mie, ovviamente) e continua a usare dispositivi dotati di software non solo non aggiornato ma spesso anche totalmente obsoleto. E ogni tanto arriva una lezioncina che spiega meglio di me perché aggiornarsi è bene.

Nei giorni scorsi sono uscite notizie da panico a proposito di falle gravissime in Skype, che oltretutto Microsoft avrebbe deciso di non correggere perché sarebbe stato troppo difficile farlo: La falla in Skype che Microsoft non correggerà (Zeus News), Falla Skype, codice sorgente tutto da riscrivere (Fastweb.it), Skype non è sicuro, falla nel sistema: Microsoft non vuole rimediare, troppo difficile (Investire oggi), Skype: grave bug mette in pericolo la piattaforma ma il fix richiede ”troppo” lavoro (HWupgrade.it), eccetera eccetera.

La falla (un DLL hijacking che permetteva di prendere il controllo del PC) era stata scoperta da un ricercatore, Stefan Kanthak, ma a detta di questi articoli risolverla avrebbe comportato la riscrittura quasi totale di Skype e quindi Microsoft avrebbe lasciato perdere. Non è così. Kanthak ha frainteso la risposta datagli da Microsoft, ossia che sarebbe stato necessario un riesame approfondito del software (vero), e ne ha dedotto erroneamente che questo riesame non fosse stato fatto.

In realtà, nota The Register, la vulnerabilità è presente in Skype per Windows solo fino alla versione 7.40. Nella versione 8, rilasciata a ottobre scorso, la falla non c’è più, come ha spiegato Microsoft.

In altre parole, basta aggiornarsi e il problema sparisce. Niente panico.

Meltdown e Spectre, le cose da sapere e da fare (senza panico)

Meltdown e Spectre, le cose da sapere e da fare (senza panico)

Ultimo aggiornamento: 2018/01/07 00:40.

Se avete sentito parlare in toni drammatici di due importanti falle informatiche annunciate in questi primi giorni del 2018, rilassatevi.

Sì, il problema è serio, ma se non siete informatici per lavoro (per esempio gestite una banca o un servizio cloud) probabilmente vi basta aggiornare il vostro Windows, Mac, Linux, Android o iOS e le vostre applicazioni (in particolare il browser) come consueto, senza panico. Forse dovrete aggiornare anche il firmware del vostro processore. Se invece siete informatici per lavoro, vi aspettano giorni difficili e mi dispiace molto per voi.

In estrema sintesi, Meltdown e Spectre sono i nomi dati a gravi difetti di progettazione e di funzionamento presenti in buona parte dei processori fabbricati dal 1995 in poi da Intel e in alcuni di quelli prodotti da AMD e progettati da Arm. Sono processori usati in computer, tablet, telefonini e molti altri dispositivi (comprese le auto “intelligenti”). Non si tratta dei soliti difetti di app o sistemi operativi: qui sono proprio i chip stessi a essere fallati.

Specificamente, Meltdown è un difetto dei processori della Intel (e del futuro Cortex-A75 della Arm), mentre Spectre (in due varianti) tocca non solo i processori di Intel ma anche quelli di AMD (Ryzen) e Arm usati sugli smartphone, secondo The Register. Meltdown è risolvibile via software; Spectre per ora no.

Questi difetti hanno una caratteristica comune: entrambi risiedono nelle funzioni di speculative execution dei processori e intaccano le barriere protettive fondamentali che isolano un processo da un altro (per esempio un’app da un’altra). Normalmente un’app non può spiare i dati usati da un’altra app, ma con Meltdown e Spectre questo isolamento cade, e cade malamente, come racconta questo articolo tecnico.

Questo consente per esempio a una pagina Web o a un’app ostile di rubare password (persino da un gestore di password), chiavi crittografiche, Bitcoin e altre criptovalute, mail, foto, documenti o altri dati o di eseguire istruzioni a suo piacimento sul vostro dispositivo. Basta usare del Javascript in un browser non aggiornato. In altre parole, è male.

Per i sistemi aziendali che usano macchine virtuali, è stato dimostrato che un attacco eseguito su una macchina virtuale può leggere la memoria fisica della macchina ospite (host) e da lì leggere la memoria di un’altra macchina virtuale presente sullo stesso host. Per chi gestisce o usa servizi cloud, insomma, è malissimo.

Tanto per darvi un’idea di quanto sia brutta questa situazione, il CERT statunitense aveva inizialmente consigliato di cambiare tutti i processori (“Fully removing the vulnerability requires replacing vulnerable CPU hardware.”) (copia su Archive.is). Poi si è ricreduto.

Non risulta al momento che ci siano attacchi attivi che sfruttano queste falle, ma è probabilmente solo questione di tempo [2017/01/05 19:00: sono arrivati]. Le dimostrazioni di efficacia di queste falle realizzate dagli esperti, invece, sono già in circolazione:

Siccome cambiare processore non è granché fattibile nella maggior parte dei dispositivi, è necessario ricorrere a correzioni software, da scaricare tramite aggiornamenti del firmware, del sistema operativo e delle applicazioni.

Nonostante le preoccupazioni iniziali su possibili riduzioni delle prestazioni dei processori dovuti a queste correzioni, le prime indicazioni non rivelano rallentamenti avvertibili in circostanze normali [2018/01/07 00:40 segnalati tempi quasi doppi per il mining della criptovaluta Monero].

  • Per il firmware, Intel ha annunciato di aver già pubblicato aggiornamenti correttivi per “la maggior parte dei processori introdotti negli ultimi cinque anni”, ma solo per Meltdown; Spectre rimane. AMD ha pubblicato delle informazioni di base; Arm ha messo online un elenco dei prodotti vulnerabili e le patch per Linux.
  • Per i dispositivi Apple, iOS risulta già corretto dalla versione 11.2, macOS dalla 10.13.2 e tvOS dalla 11.2 (watchOS non richiede aggiornamenti correttivi). Il browser Safari dovrebbe ricevere a breve un aggiornamento.
  • Per Linux è disponibile un aggiornamento (piuttosto manuale). Il kernel 4.14.11, rilasciato il 3 gennaio, risolve le falle. Per sapere quale kernel avete, il comando (a terminale) è uname -r o uname -a.
  • Per i dispositivi Android sono disponibili gli aggiornamenti della patch 2018-01-05 (almeno per i telefonini e tablet supportati dai produttori); per sapere se il vostro Android è aggiornato, seguite Impostazioni – Sistema – Informazioni sul telefono (o tablet) – Livello patch di sicurezza.
  • Firefox è corretto dalla versione 57.0.4. Se avete una versione precedente, aggiornatela.
  • Google Chrome sarà corretto dalla versione 64, che dovrebbe uscire il 23 gennaio; nel frattempo conviene attivare la site isolation come descritto qui

Il problema principale è Windows.

  • Microsoft Edge, Internet Explorer 11, Windows 10, Windows 8.1 e Windows 7 SP1 sono corretti con l’aggiornamento KB4056890 del 3 gennaio scorso (come spiegato nella Client Guidance for IT Pros, nella Server Guidance e nell’Advisory ADV180002 di Microsoft) e con l’aggiornamento KB4056892: lanciate Windows Update per aggiornarvi.
  • Tuttavia ci sono conflitti con alcuni antivirus, per cui gli aggiornamenti non si installano sui dispositivi che hanno quegli antivirus (la lista è in continua evoluzione; Kaspersky era già a posto da fine dicembre). Siamo insomma all’ironia che gli antivirus ostacolano la sicurezza.
  • Esiste un’app gratuita per verificare la corretta installazione degli aggiornamenti in Windows: si chiama SpecuCheck.

Per i computer, i tablet e i telefonini (almeno quelli aggiornabili), insomma, il problema è risolvibile, anche se ci sarà sicuramente qualcuno che non si aggiornerà perché si crede più intelligente degli altri o perché ha un capo che si crede più intelligente degli altri. Ma restano i vecchi smartphone e tutti gli altri dispositivi connessi a Internet, quelli dell’Internet delle Cose, come sistemi di monitoraggio e controllo remoto, “smart TV”, automobili, impianti di domotica, che forse non vedranno mai un aggiornamento.

Se volete saperne di più, in italiano potete leggere per esempio Siamogeek o Il Post; in inglese c’è una panoramica dettagliata su Gizmodo e nei siti dedicati alle vulnerabilità, ossia Meltdownattack.com e Spectreattack.com.

Se siete responsabili informatici di un’azienda, potreste trovare ispirazione in questi consigli per definire un piano d’azione. Preparate i fazzoletti.

2018/01/05 19:00

Come facilmente prevedibile, cominciano ad arrivare i primi attacchi, basati su Spectre.


Fonti aggiuntive: Bruce Schneier, The Verge, Google Project Zero, Medium, ANSA, CERT, The Register, VirusBulletin, Sophos, BleepingComputer, BBC, Repubblica.

Falla epica in macOS High Sierra: accesso locale e remoto senza password. Pronta la patch (doppia)

Falla epica in macOS High Sierra: accesso locale e remoto senza password. Pronta la patch (doppia)

Ultimo aggiornamento: 2017/12/01 11:35.

La falla di sicurezza scoperta in macOS High Sierra da Lemi Orhan Ergin è talmente grave che molti utenti fanno fatica a credere che sia reale. Lo è. Su macOS si può diventare root senza digitare una password [aggiornamento: Apple ha rilasciato la correzione].

Traduzione: la versione più recente del sistema operativo per computer di Apple consente a un aggressore di ottenere diritti di amministratore (root), quindi di essere padrone assoluto del computer, senza conoscerne la password. L’aggressore può quindi installare programmi ostili, cancellare dati, disabilitare la crittografia del disco (FileVault), cambiare le password degli altri utenti, riconfigurare il sistema operativo e altro ancora.

In alcuni casi, questa vulnerabilità è sfruttabile anche via Internet, senza neanche dover accedere fisicamente al computer. Per ora esistono soltanto dei rattoppi temporanei. La falla non è presente nelle versioni precedenti di macOS.

In estrema sintesi, per l’utente Mac comune le raccomandazioni sono queste:

  • se non siete ancora passati a High Sierra, aspettate a farlo;
  • se usate High Sierra, non lasciate incustodito il vostro Mac sbloccato, disabilitate la manutenzione remota e installate subito l’aggiornamento correttivo quando Apple lo rilascerà [aggiornamento: è stato rilasciato].

Gli utenti più esperti possono inoltre disabilitare l’utente Ospite e creare un account root con password robusta per risolvere temporaneamente il problema.

La falla di base è questa: un aggressore che ha accesso fisico al Mac incustodito seleziona il login dell’Utente ospite, va nelle Preferenze di Sistema, clicca su Utenti e gruppi e clicca sul lucchetto per abilitare le modifiche. A questo punto gli viene chiesto di immettere un nome utente e una password di amministratore: normalmente, se l’aggressore non conosce queste informazioni, non può fare nulla e il Mac è protetto.

Ma nella versione attuale di macOS High Sierra (10.13 e 10.13.1), se l’aggressore a questo punto digita root come nome utente e non immette una password ma semplicemente posiziona il cursore nella casella della password, gli basta cliccare su Sblocca ripetutamente (a me sono bastati due tentativi) e ottiene pieno accesso alle impostazioni del Mac.

Da questo momento in poi, l’aggressore ha un account onnipotente sul computer della vittima. Se il computer della vittima ha più di un account (per esempio perché ha lasciato disponibile l’utente Ospite), l’aggressore può rientrare anche dopo un riavvio, e anche a computer bloccato sulla schermata di login: gli basta digitare root senza password per entrare e fare quello che gli pare. Ho verificato personalmente.

Oops.

Questo è un video che dimostra la vulnerabilità:

La falla, tuttavia, ha anche altre manifestazioni: se la vittima ha impostato il proprio computer in modo che sia accessibile e controllabile da remoto (per esempio con VNC) e ha protetto questo accesso con una password, un aggressore può comunque accedere e prendere il controllo del Mac via Internet senza digitare alcuna password e senza alcun accesso fisico preventivo. In altre parole, un disastro. È già partita la caccia ai Mac vulnerabili, facilmente scopribili via Internet. Fra l’altro, la falla era stata segnalata un paio di settimane fa in un forum di Apple (qui, da chethan177 alle 12:48 del 13 novembre).

Per sapere se avete attiva la gestione remota, andate in Preferenze di Sistema – Condivisione e controllate lo stato delle voci Condivisione schermo e Login remoto.

Apple ha dichiarato che sta preparando un aggiornamento software che risolva il problema: nel frattempo consiglia di creare un utente root e di assegnargli una password molto lunga e complicata, come descritto qui in inglese e qui in italiano.

In particolare, se avete provato a replicare questa falla e volete assegnare una password all’utente root che avete involontariamente già creato con il vostro esperimento:

  • andate in Preferenze di Sistema – Utenti e Gruppi;
  • sbloccate le impostazioni usando la vostra password di amministratore;
  • cliccate su Opzioni login;
  • cliccate su Accedi o Modifica (il pulsante accanto a Server account rete);
  • cliccate su Apri Utility Directory;
  • cliccate sul lucchetto e immettete un nome utente e una password di amministratore;
  • dal menu in alto, scegliete Modifica e poi Modifica la password dell’utente root;
  • immettete una password robusta per l’account root. 

Se sapete usare la riga di comando, vi basta aprire una finestra di terminale come amministratore e digitare sudo passwd -u root.

Altre soluzioni sono descritte da ericjboyd (anche qui).

2017/11/29 18:00

Apple ha rilasciato un aggiornamento correttivo. Lo trovate nei consueti aggiornamenti di macOS. Notevole la raccomandazione di “Installare questo aggiornamento il più presto possibile”.

2017/12/01 8:30

È emerso che l’aggiornamento correttivo di Apple rilasciato inizialmente causa problemi nella condivisione di file locali, costringendo gli utenti ad effettuare una procedura (non banale per molti utenti) di ulteriore correzione. Apple ha così rilasciato un ulteriore aggiornamento che corregge la magagna e a quanto pare si installa automaticamente. Per sapere se l‘avete installato, andate nell’elenco degli aggiornamenti nell’app App Store: dovreste trovare due aggiornamenti etichettati Security Update 2017-001.

Fonti: Ars Technica, The Register, Engadget, Gizmodo, Motherboard, 9to5 mac, Intego, Sophos, Spider-Mac.com (in italiano).

Panico per Wi-Fi insicuro? Da ridimensionare

Panico per Wi-Fi insicuro? Da ridimensionare

Se ne parla ovunque da qualche giorno: come ho già segnalato, è stato scoperto che il WPA2, il protocollo di sicurezza che protegge abitualmente le connessioni Wi-Fi contro le intercettazioni, ha una serie di falle gravi che sono state denominate KRACK. Queste falle consentono di intercettare dati sensibili, come per esempio le password usate per collegarsi ai siti, e riguardano praticamente tutti i dispositivi digitali di ogni marca dotati di Wi-Fi: televisori “smart”, router Wi-Fi, smartphone, computer. Ma non è il caso di farsi prendere dal panico.

I fabbricanti di dispositivi, infatti, sono stati avvisati a luglio scorso dai ricercatori che hanno scoperto le falle e quindi quelli diligenti hanno già distribuito gli appositi aggiornamenti di sicurezza. Trovate qui una chilometrica lista di produttori di software vulnerabili e aggiornati: Apple, Microsoft, Linux, iOS e Android sono tutti coinvolti, ma hanno già distribuito gli aggiornamenti o li stanno per distribuire (eccetto quelli per i vecchi dispositivi Android, che è comunque il caso di cambiare per molte altre ragioni).

Un attacco basato su KRACK, inoltre, funziona soltanto se la vittima si collega a un sito usando HTTP (connessione non cifrata); se usa HTTPS, come avviene ormai in molti siti e soprattutto quando si digita la password di accesso, questo attacco non è possibile. Lo stesso vale se usate una buona VPN.

Ma il limite più importante di KRACK è che è sfruttabile soltanto se l’aggressore è nel raggio di azione della rete Wi-Fi usata dalla vittima. Questo rende impraticabili gli attacchi a distanza fatti a casaccio e in massa, che sono il metodo preferito dai criminali informatici. In altre parole, l’aggressore dovrebbe avercela proprio con voi: questo non capita molto spesso, e comunque si risolve usando le già citate connessioni cifrate (HTTPS e VPN).

Ci sono anche altre limitazioni che rendono KRACK difficile da sfruttare, ma quello che conta è che se aggiornate il software dei vostri principali dispositivi siete sostanzialmente al sicuro da KRACK. Il vero problema è fare l’inventario di tutti i dispositivi che usano il Wi-Fi: rimboccatevi le maniche e preparatevi a dedicare un po’ di tempo a questa magagna.

Fonti: Graham Cluley, Ars Technica, F-Secure, The Register.

Mega-falle Wi-Fi WPA2, sicurezza a rischio per quasi tutti, ma niente panico

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi (Paypal/ricarica Vodafone/wishlist Amazon) per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2017/10/16 11:40.

Sono in viaggio e di corsa, ma provo a fare rapidamente il punto sulle falle nella sicurezza del protocollo WPA2 che normalmente protegge i collegamenti Wi-Fi.

Le falle, denominate collettivamente KRACK, sono reali e consentono di intercettare il traffico di dati Wi-Fi nonostante la protezione WPA2. Quello che non si sa ancora è quanto sia facile o difficile sfruttarle: questi dettagli verrano resi noti nel primo pomeriggio di oggi da un annuncio tecnico formale coordinato presso la pagina Krackattacks.com. Gli organismi di gestione della sicurezza informatica, come i CERT, sono stati allertati da tempo e hanno predisposto le soluzioni. Per ora si sa che sono stati assegnati questi codici CVE: CVE-2017-13077, CVE-2017-13078, CVE-2017-13079, CVE-2017-13080, CVE-2017-13081, CVE-2017-13082, CVE-2017-13084, CVE-2017-13086, CVE-2017-13087 e CVE-2017-13088.

Per il momento è il caso di prepararsi ad aggiornare il firmware dei propri access point e dei propri dispositivi Wi-Fi (un grattacapo non banale per chi amministra reti complesse o per utenti non esperti; alcune marche hanno già pronta la patch) e usare connessioni Wi-Fi che oltre al WPA2 sono cifrate da HTTPS e/o dall’uso di una VPN (di un fornitore affidabile).

In estrema sintesi: se vi collegate a un sito usando HTTPS tramite Wi-Fi, siete comunque protetti contro le intercettazioni. Se usate una VPN, siete comunque protetti. Al di fuori di questi casi, avete un grosso problema, specialmente se avete una rete Wi-Fi domestica, aziendale o alberghiera.

Se volete saperne di più, consiglio di leggere questo articolo in inglese di Ars Technica e questa sintesi su The Register. C’è anche uno spiegone leggero della BBC. Aggiornerò man mano questo articoletto.

11:40. L’articolo tecnico che spiega le falle è stato pubblicato (o reso pubblico da terzi) prima del previsto:

12:25. DoublePulsar riassume così la situazione:

  • Le falle sono rimediabili: non è vero che non si può fare nulla
  • Gli aggiornamenti correttivi per Linux sono già disponibili
  • Le falle non sono realisticamente sfruttabili contro dispositivi Windows o iOS
  • Il rischio principale riguarda i dispositivi Android che non vengono aggiornati o non possono essere aggiornati
  • Non esiste, al momento, un kit di sfruttamento di queste falle: il livello di competenza necessario per sfruttarle è molto elevato.
  • Niente panico, ma cercate e installate gli aggiornamenti di sicurezza per i vostri dispositivi.

Se la tua fotocopiatrice ti manda una mail, non aprirla con un vecchio Word

L’informatico Graham Cluley segnala che il recente aggiornamento di Microsoft Word corregge 44 vulnerabilità (di cui 13 critiche) e in particolare ne risolve una (la CVE-2017-0199) che è piuttosto insolita ed è già usata intensamente dai criminali informatici per disseminare un malware di nome Dridex, che ruba denaro attaccando i sistemi di pagamento via Internet.

È un attacco differente da quelli standard, che usano invece il classico metodo delle macro di Word: la trappola inizia ad agire quando la vittima riceve una mail che sembra provenire dalla fotocopiatrice della rete locale e apparentemente contiene una scansione come allegato in formato Word.

McAfee spiega che il documento Word è in realtà un file in formato RTF, al quale è stata data l’estensione .DOC. Il documento-trappola contiene un oggetto embedded e quando viene aperto mostra un finto testo intanto che il malware scarica silenziosamente il codice ostile di Dridex.

Visto che si tratta di una vulnerabilità già in corso di sfruttamento, è importante scaricare e installare appena possibile gli aggiornamenti di sicurezza predisposti da Microsoft. Come regola generale, inoltre, è buona cosa fermarsi sempre a pensare prima di aprire un allegato, specialmente se inatteso.