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Allarme generale per Cloudbleed, provo a fare il punto

Allarme generale per Cloudbleed, provo a fare il punto

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C’è parecchio panico in Rete per una falla di sicurezza molto estesa che è stata battezzata Cloudbleed. Provo a riassumere qui le cose essenziali da sapere.

Se avete moltissima fretta

Ê possibile che le vostre password e alcuni vostri dati personali siano stati disseminati pubblicamente per mesi a causa di un errore tecnico della società Cloudflare, usata da molti dei più diffusi servizi di Internet. La falla è stata corretta, ma in Rete ne restano dei residui.

Vi conviene cambiare tutte le password dei servizi online che usate e sui quali non non avete già attivato la verifica in due passaggi (autenticazione a due fattori). Cogliete quest’occasione per attivarla. Se vi sembra una raccomandazione troppo drastica, leggete i dettagli qui sotto. Non dite che non siete stati avvisati.

Questo problema non ha a che fare con i problemi avuti da molti utenti i cui account Google hanno dato strani messaggi di errore nei giorni scorsi.

Le password di 1Password non sono state violate, dice AgileBits (che gestisce 1Password).

Se avete meno fretta

L’esperto di sicurezza Tavis Ormandy (del Project Zero di Google) ha scoperto a metà febbraio scorso una grave falla nel software usato dalla società Cloudflare, alla quale si appoggiano per la distribuzione e la protezione dei contenuti molti dei nomi più popolari di Internet, come Uber, OKCupid, 1Password.

Questa falla ha disseminato per mesi, rendendoli visibili a chiunque, “messaggi privati di importanti siti d’incontri, messaggi completi provenienti da un noto servizio di chat, dati di gestori online di password, fotogrammi da siti per adulti, prenotazioni di alberghi. Stiamo parlando di richieste https integrali, indirizzi IP dei client, risposte complete, cookie, password, chiavi, dati, tutto”, ha scritto Ormandy, mostrando esempi come quello che ho incluso all’inizio di questo articolo e che riguarda Uber. Qui sotto ne vedete un altro, riferito a FitBit.

Cloudflare si è subito adoperata per risolvere il problema, che ora non si ripresenta più. La parte difficile è fare pulizia online dei dati disseminati in Rete, che sono reperibili nelle cache di Google e di altri motori di ricerca, anche se è in corso una purga a tappeto. Secondo Motherboard, questa purga non è stata completa, per cui è tuttora possibile trovare dati personali con un’apposita ricerca in Google.

La spiegazione tecnica dettagliata di Cloudflare è qui. La spiegazione semplificata di Gizmodo è questa: “il software di Cloudflare cercava di salvare i dati degli utenti nel posto giusto, che però si riempiva completamente. Così il software finiva per salvare i dati altrove, per esempio in un sito completamente diverso… I dati sono finiti nella cache di Google e di altri siti, per cui Cloudflare deve cercarli tutti prima che li trovino i criminali informatici.”

The Register riassume bene così: “a causa di un errore di programmazione, per vari mesi i sistemi di Cloudflare infilavano pezzi casuali di memoria dei server nelle pagine Web… visitando un sito Web gestito tramite Cloudflare poteva capitare di trovare pezzi del traffico Web di qualcun altro appiccicati in fondo alla pagina del browser… Immaginate di sedervi al ristorante, a quello che in teoria sarebbe un tavolo pulito, ma insieme al menu trovate anche il contenuto del portafogli del cliente precedente.”

L’esatta portata del danno (quali e quanti siti supportati da Cloudflare hanno subìto emorragie di dati riservati) non è ancora nota, scrive Gizmodo citando l’azienda, ma i siti coinvolti sono almeno 150. Se volete sapere se i siti che usate adoperano i servizi di Cloudflare e quindi potrebbero essere a rischio, immettete i loro nomi in Doesitusecloudflare.com. Non risulta, al momento, che criminali informatici abbiano utilizzato i dati diffusi per errore.

Ulteriori dettagli sono (in inglese) su Ars Technica.

Disastro Yahoo: un miliardo di account violati. Dal 2013

Disastro Yahoo: un miliardo di account violati. Dal 2013

Ultimo aggiornamento: 2016/12/20 15:00.

Circa tre mesi fa Yahoo ha fatto scalpore annunciando che si era fatta rubare le credenziali di circa 500 milioni di account: un record assoluto.

Ora è arrivata la segnalazione di un furto di account ancora più grande, che ha effetto su un miliardo di account. E l’azienda colpita è di nuovo Yahoo. Ho anch’io un vecchio account Yahoo, sul quale ho ricevuto l’avviso di sicurezza riguardante questa nuova scoperta.

Una brutta figura, insomma, peggiorata dal fatto che l’annuncio del furto ammette che i dati sono stati sottratti ad agosto del 2013 ma gli utenti ne vengono avvisati soltanto adesso. In altre parole, i buoi non sono soltanto già scappati dal recinto: nel frattempo hanno fatto famiglia e messo su casa.

La cosa è grave, perché in questo nuovo attacco sono stati trafugati nomi, indirizzi di mail, numeri di telefono, date di nascita e domande di recupero password: tutto il necessario, insomma, per fare attacchi e truffe in massa.

I guai di Yahoo non finiscono qui: una ricerca segnala che i servizi al pubblico dell’azienda avevano una falla talmente grave che un aggressore poteva leggere le mail di qualunque utente Yahoo semplicemente mandando all’utente una mail appositamente confezionata; non aveva bisogno di conoscere password o altro. Se la vittima leggeva la mail-trappola, l’aggressore prendeva il controllo completo dell’account, come spiega We Live Security. Lo scopritore della falla (Jouko Pynnönen, della società di sicurezza informatica finlandese Klikki Oy) ha ricevuto da Yahoo una ricompensa di 10.000 dollari per aver segnalato il problema all’azienda in modo responsabile.

A questo punto molti utenti si staranno chiedendo cosa fare con i propri account Yahoo. Gli esperti di sicurezza informatica, come Graham Cluley, hanno stilato una serie di consigli, utili soprattutto per chi, per qualche ragione, non può evitare di usare Yahoo:

– prima di tutto, cambiate password su Yahoo e usatene una lunga e complessa oltre che diversa da quelle usate altrove;
– se avete usato la stessa password per altri siti, cambiatela subito anche in questi altri siti;
attivate la verifica in due passaggi, che vi manda sullo smartphone un codice di sicurezza supplementare se qualcuno tenta di entrare nel vostro account da un dispositivo non vostro;
riducete al minimo indispensabile il vostro uso di Yahoo;
non usate Yahoo per comunicazioni riservate o confidenziali;
fate attenzione più che mai, d’ora in poi, a eventuali mail, messaggi o telefonate di soggetti che cercano di autenticarsi dicendo di sapere il vostro nome, cognome, data di nascita e numero di telefono: potrebbero essere truffatori.

Da parte mia aggiungo che è opportuno controllare anche gli eventuali servizi collegati all’account, come per esempio quelli di Flickr, sito dedicato alle fotografie, per il quale è obbligatorio un account Yahoo (ho cambiato di nuovo la password anche se avevo già attivato la verifica in due passaggi, ho tolto tutti i collegamenti di Flickr a Twitter e altri social network e ho cancellato tutte le autorizzazioni Flickr delle applicazioni di terzi).

Se non avete un account Yahoo, non compiacetevi troppo: queste regole valgono infatti per tutti i fornitori di account, e purtroppo l’esperienza insegna che è solo questione di tempo prima che un furto come questo capiti a qualche altro fornitore. Siate prudenti.

Come scavalcare il PIN di blocco di un iPhone usando Siri

Come scavalcare il PIN di blocco di un iPhone usando Siri

Se avete Siri attivato sulla schermata di blocco del vostro iPhone, un aggressore può accedere alle vostre foto anche senza conoscere il vostro PIN o usare la vostra impronta digitale: lo segnala Bitdefender, che spiega in dettaglio la tecnica usata.

L’aggressore deve avere accesso fisico al vostro iPhone (non può agire via Internet) e deve conoscere il vostro numero di telefono (cosa piuttosto facile: basta chiederlo a Siri). Fatto questo, l’aggressore chiama il vostro numero, seleziona sul vostro iPhone un messaggio per rispondere alla chiamata e ordina a Siri di attivare la funzione VoiceOver (che usa una voce sintetica per leggere il contenuto dello schermo per chi ha problemi di vista).

Dopo alcuni altri passaggi che richiedono soltanto un po’ di rapidità e tempismo, diventa possibile accedere all’album delle foto usando l’espediente di aggiungere un nuovo contatto fittizio. Anche i messaggi sono accessibili.

Il difetto di sicurezza vale per iPhone e iPad (usando il nome FaceTime della vittima al posto del suo numero di telefono) e per tutte le versioni di iOS dalla 8.3 in poi fino alla versione più recente, la 10.2 beta. Una dimostrazione in video è qui.

È prevedibile che Apple rilascerà un aggiornamento che correggerà questa falla, ma gli iPhone meno recenti (per esempio l’iPhone 4S), che Apple non aggiorna, resteranno permanentemente vulnerabili.

Per rimediare a questa falla è possibile andare in Impostazioni – Touch ID e codice e poi disattivare la voce Siri in Consenti accesso se bloccato.

iPhone e Mac attaccabili con un’immagine: aggiornateli ad iOS 10.1 e Mac OS 10.12.1

iPhone e Mac attaccabili con un’immagine: aggiornateli ad iOS 10.1 e Mac OS 10.12.1

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Se avete un iCoso, aggiornatelo appena possibile alla versione 10.1 di iOS: risolve, fra le altre magagne, una vulnerabilità che consentiva di prendere il controllo del dispositivo inviandogli semplicemente un’immagine JPEG appositamente confezionata (CVE-2016-4673). Le info tecniche di Apple, molto sommarie, sono qui.

Apple ha anche rilasciato la versione 10.12.1 di Mac OS X; se siete già passati a Sierra, questo aggiornamento risolve alcuni problemi della versione precedente con Mail, Office, Apple Watch, Safari e altro ancora. In particolare corregge la stessa vulnerabilità alle immagini JPEG presente anche in iOS. I dettagli sono descritti qui e qui.

L’NSA si lascia sfuggire armi informatiche segrete. Ora sono pubbliche

L’NSA si lascia sfuggire armi informatiche segrete. Ora sono pubbliche

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento 2016/08/19 18:00. 

Non avrei mai pensato di poter dire di avere tra le mani una chiavetta USB contenente software segreto dell’NSA che consente di attaccare e scavalcare le difese di milioni di siti Internet, ma è successo. Ce l’ho qui, e come me ce l’hanno tanti altri informatici in tutto il mondo, perché il software è liberamente scaricabile, a patto di sapere dove trovarlo e come fare per spacchettarlo (non è difficile).

Il software NSA è stato raccolto e messo in circolazione pochi giorni fa da un’organizzazione che si fa chiamare Shadow Brokers (il nome è una citazione del videogioco Mass Effect). È diviso in due blocchi: una parte accessibile (un file compresso protetto con una password fornita insieme al file stesso), che contiene un campionario dimostrativo di strumenti d’intrusione usati dall’NSA, e una parte non ancora accessibile (fornita senza password), che a detta degli Shadow Brokers contiene strumenti NSA ancora più potenti ed è stata messa all’asta su Internet: la password verrà consegnata al miglior offerente. Pagamento in bitcoin.

Cosa c’è nel software pubblicato. Nella parte accessibile della vasta collezione di grimaldelli informatici ci sono istruzioni, script e file binari (catalogati in parte qui su Musalbas.com), concepiti principalmente per attaccare i vari firewall hardware fabbricati da aziende importantissime come Cisco, Fortinet e Juniper, scavalcarne le difese, prenderne il controllo e accedere ai server teoricamente protetti da questi firewall.

In pratica questi strumenti consentono a chi li usa di entrare impunemente e invisibilmente in un numero incalcolabile di siti Web e di computer di aziende, pubbliche amministrazioni e governi.

Non è una finta. Alcuni dei nomi degli strumenti resi pubblici compaiono nella documentazione NSA pubblicata da Edward Snowden (che ha ulteriormente confermato l’origine del materiale, anche con riscontri rispetto a documenti NSA inediti), e Cisco ha confermato che EXTRABACON, un componente del software pubblicato, contiene istruzioni per sfruttare una falla estremamente grave in tutte le versioni del suo prodotto Adaptive Security Appliance, che consente di sorvegliare tutto il traffico della rete difesa (sempre teoricamente) da questo prodotto.

La falla consente di accedere alla gestione del firewall senza conoscere né il nome utente né la password di amministrazione del dispositivo. Un disastro, insomma: e questo è solo uno degli strumenti d’attacco dell’NSA ora resi pubblici.

Chi è stato? L’identità degli Shadow Brokers che hanno realizzato questa rivelazione clamorosa è ignota: c’è chi teorizza che si tratti dei servizi di sicurezza informatica russi e chi pensa che ci sia di mezzo una persona all’interno dell’NSA. In entrambi i casi non ci sono prove certe, ma solo indizi e congetture.

Conseguenze a breve termine. Cisco sta già tentando di rimediare tramite aggiornamenti e avvertenze, e Fortinet sta facendo lo stesso, ma ormai il danno è fatto: i prodotti di sicurezza più diffusi delle più grandi aziende del settore sono risultati vulnerabili a vari attacchi finora segreti (e, fra l’altro, abbastanza banali una volta scoperti). Chi si fiderà più? Oltretutto la notizia di queste vulnerabilità arriva proprio nel momento in cui Cisco annuncia ricavi e profitti superiori alle attese ma anche una massiccia ristrutturazione che comporterà una riduzione del personale molto importante (fino al 7% su scala mondiale).

Le società che offrono sicurezza informatica stanno studiando avidamente questo software dell’NSA per includere nei propri prodotti la capacità di riconoscerlo e bloccarlo (alcuni prodotti già lo fanno). Possiamo quindi aspettarci una raffica di aggiornamenti di sicurezza a tutto campo, e soprattutto possiamo aspettarci le grida di dolore degli informatici e dei dirigenti delle aziende e dei governi quando si accorgeranno di essere stati bucati da parte a parte dall’NSA per anni, lasciandosi sfuggire i segreti interni e quelli dei clienti e dei cittadini.

Lo studio di questo tesoro d’informazioni segrete andrà avanti a lungo: chissà quali altre sorprese emergeranno. Già ora, a pochi giorni dalla pubblicazione, sono stati scoperti numeri di serie di specifici apparati Cisco e indirizzi IP di siti governativi cinesi.

Strategie da ripensare. La questione più spinosa, però, è che le falle dei prodotti di sicurezza Juniper, Fortinet e Cisco erano note da anni (almeno dal 2013) all’NSA, che invece di segnalarle a queste aziende le ha tenute per sé. In altre parole, i servizi di sicurezza americani hanno volutamente lasciato falle gravissime nei prodotti fabbricati da aziende di sicurezza informatica americane e utilizzati da amministrazioni, ospedali, aziende civili e militari americane. Il risultato è che chiunque altro abbia scoperto la stessa falla e se l’è tenuta per sé come ha fatto l’NSA – per esempio un governo o un gruppo di criminali – ha avuto la stessa possibilità di accedere, invisibilmente, a tutte le aziende e amministrazioni pubbliche (americane o di altri paesi) che usano i firewall vulnerabili.

Se l’NSA avesse invece informato le case produttrici delle proprie scoperte, consentendo di correggere le falle, avrebbe aumentato la sicurezza di tutte le aziende e di tutti gli enti statunitensi al prezzo di perdere qualche appiglio nelle proprie attività di sorveglianza e di aumentare anche la sicurezza degli altri paesi (sia quelli che considera formalmente alleati, sia quelli che considera rivali). Questa scelta verrà probabilmente messa in discussione per capire se è davvero conveniente, soprattutto adesso che è diventata di pubblico dominio.

Epic fail. L’NSA, ovviamente, ha rimediato una figuraccia, facendosi sfuggire un arsenale di armi digitali che ora saranno inutilizzabili (verranno riconosciute dai prodotti di sicurezza informatica aggiornati) e dimostrando di essere tutt’altro che infallibile. Dopo lo smacco delle rivelazioni di Snowden, uno degli enti governativi più segreti degli Stati Uniti viene messo a nudo con un livello di dettaglio mai visto. Questo incidente è l’equivalente informatico di un laboratorio di armi chimiche o batteriologiche che si dimentica una valigetta di fiale letali in un bar malfamato. Una situazione come questa era impensabile fino a poco tempo fa.

Conseguenze in casa nostra. Se gli americani devono fare i conti con le proprie agenzie top secret che minano la sicurezza nazionale invece di rinforzarla e che non sanno custodire le armi segrete, anche altrove ci sarebbero delle riflessioni importanti da fare. Nei paesi dove si usano o si vogliono introdurre i malware di stato (“virus” da usare per infettare i dispositivi dei sospettati e sorvegliarli), come si appresta a fare per esempio anche la Svizzera (con la nuova legge federale sulle attività informative), è doveroso chiedersi se fabbricare questi virus sperando che restino per sempre soltanto nelle mani delle autorità sia credibile o se sia meglio concentrarsi su altre tecniche d’intercettazione altrettanto efficaci ma meno rischiose.

Se neanche l’NSA è in grado di custodire i propri malware senza farseli rubare, che speranze hanno le agenzie di sicurezza di altri paesi che hanno risorse enormemente inferiori? Il disastro di Hacking Team non ha insegnato niente? E l’idea di mettere dei virus sui dispositivi dei sorvegliati, dove possono essere catturati e studiati facilmente per poi ritorcerli contro i mittenti, è davvero saggia? Non è un po’ come infettare un criminale con una malattia e poi sperare che il contagio non si diffonda per sbaglio anche ai cittadini innocenti?

Per finire, questa vicenda andrebbe ricordata da chi, ogni tanto, pretende che si creino dei passepartout o delle backdoor nelle app di messaggistica o nei dispositivi di telecomunicazione, in modo che gli inquirenti possano sorvegliare facilmente le comunicazioni. Dopo che l’NSA s’è fatta soffiare addirittura i propri strumenti di hacking, sarà difficile affermare seriamente che non c’è pericolo che questi passepartout vengano rubati.

Fonti aggiuntive: TechCrunch, Punto Informatico, Ars Technica.

Ma è davvero possibile infettare un computer o un telefonino con un’immagine? Sì

Ma è davvero possibile infettare un computer o un telefonino con un’immagine? Sì

Ultimo aggiornamento: 2016/07/22 15:10.

Una delle raccomandazioni classiche della sicurezza informatica è che qualunque dato ricevuto può trasportare un attacco e quindi non ci si può fidare di nessun tipo di file: la cosa è abbastanza intuitiva per i programmi o le app, che eseguono delle istruzioni e quindi prendono il controllo del dispositivo sul quale sono installati, ma è molto meno ovvia per altri tipi di file.

Per esempio, molti utenti sono increduli quando sentono dire che si può infettare un computer, un tablet o uno smartphone usando semplicemente un’immagine. Come è possibile? Un’immagine, viene da pensare, è una cosa che viene soltanto visualizzata: non viene eseguita. L’idea che un’immagine possa infettare un dispositivo digitale sembra assurda quanto l’idea che guardare un certo telefilm possa guastare il televisore.

Eppure è così: era successo l’anno scorso con Stagefright, un difetto dei dispositivi Android che consentiva di attaccarli semplicemente visualizzando o ricevendo via MMS un’immagine appositamente confezionata, ed è successo ancora.

La dimostrazione più recente di questo fatto apparentemente assurdo tocca stavolta gli iPhone, gli iPad e i computer della Apple, che hanno una serie di difetti nel modo in cui creano le anteprime (thumbnail) delle immagini. Se l’immagine ha le caratteristiche giuste, non viene elaborata correttamente e una sua parte viene erroneamente interpretata come se fosse una serie di comandi da eseguire. Questo consente di attaccare un dispositivo di una vittima inviandole un’immagine, per esempio via MMS o via mail, oppure convincendola a visitare una pagina Web contenente l’immagine ostile.

Niente panico: il difetto è già stato corretto con gli aggiornamenti usciti di recente, che portano iOS alla versione 9.3.3 e Mac OS X alla versione 10.11.6. Se non li avete ancora scaricati e installati, fatelo appena possibile.

Fonti: Talos Intel, Welivesecurity. Correzione: nella stesura iniziale avevo scritto che la versione di OS X era la 10.11.16; è invece la 10.11.6. Grazie a @lordgordon per la segnalazione.

Sicurezza, anche le immagini possono veicolare virus: guarda un’immagine sul Web e t’infetti

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “riccardo.camp***”, “Noris.Trave***” e “arkadyn”. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento ore 16:30.

F-Secure ha annunciato ieri (28 dicembre 2005) una falla estremamente grave in Windows, che consente di infettare un computer Windows semplicemente visitando un sito Web appositamente confezionato e contenente un’immagine, oppure ricevendo un e-mail e visualizzando l’immagine che vi è contenuta.

Al momento in cui scrivo, Microsoft non ha ancora distribuito un aggiornamento (patch) che corregga la falla, che colpisce Windows XP anche se dotato di tutti gli aggiornamenti di sicurezza finora rilasciati. L’avviso ufficiale di Microsoft è disponibile presso Microsoft Technet (in inglese).

Numerosi siti (alcuni sono indicati nella pagina di F-Secure), specialmente quelli porno e dedicati ai programmi pirata, stanno già usando questa tecnica di attacco per infettare i computer Windows con ogni sorta di spyware e altro software ostile, compresi programmi per controllare da remoto i computer delle vittime e programmi che fingono di essere antispyware e chiedono soldi (tramite carta di credito) per eliminare l’infezione trovata nel computer.

Il sito di sicurezza Websense ha delle schermate e un filmato che mostrano il comportamento di un Windows infettato tramite questa falla, basata sull’uso di immagini nel formato WMF (Windows Metafile, da non confondere con i video in formato WMV).

La falla è particolarmente grave e interessante perché colpisce anche gli utenti Windows che usano browser alternativi come Firefox o Opera. L’unica differenza, piuttosto importante, è che mentre chi usa Internet Explorer viene infettato direttamente appena visita il sito-trappola, chi usa i browser alternativi viene avvisato da un messaggio di allerta e s’infetta solo se risponde affermativamente al messaggio. Anche la semplice visualizzazione di una cartella contenente un’immagine infetta tramite Esplora Risorse o il Fax Viewer di Windows è sufficiente a infettare.

Sono a rischio gli utenti di Windows XP, ME, 2000 e Server 2003. A quanto mi risulta finora, gli utenti di altri sistemi operativi non sono colpiti da questa falla.

Aggiornamento (16:30): secondo il bollettino Microsoft, sono a rischio anche gli utenti di XP Pro x64, Server 2003 x64, Windows 98 e 98 SE.

Il problema nasce dalla natura particolare del formato grafico WMF, che fu introdotto da Microsoft in Windows 3.0: invece di rappresentare i singoli punti di un’immagine, contiene una serie di istruzioni di disegno che spetta al sistema operativo interpretare (è un esempio di formato di grafica vettoriale, insomma). Purtroppo le istruzioni possono essere confezionate in modo maligno e Windows non è capace di bloccare queste istruzioni ostili.

Un altro aspetto di particolare interesse della falla è che chi ha Google Desktop è ancora più vulnerabile. Per infettarsi, in questo caso, è sufficiente scaricare l’immagine WMF infetta. Google Desktop, infatti, indicizza e legge subito il file scaricato e ne passa il contenuto infettante a Windows, che lo esegue automaticamente. Secondo F-Secure, su un PC Windows dotato di Google Desktop l’infezione ha luogo persino se si scarica il file usando una finestra DOS (tramite per esempio Wget) e anche se il file infetto non ha l’estensione WMF nel nome ma è comunque scritto nel formato WMF.

Per il momento, in attesa che Microsoft rilasci un aggiornamento che corregga la falla, è opportuno bloccare l’interpretazione delle immagini WMF.

Sunbelt, per esempio, consiglia di disabilitare il componente fallato di Windows (SHIMGVW.DLL): al prompt dei comandi (Start > Esegui), digitate:
REGSVR32 /U SHIMGVW.DLL

Dopo di che riavviate Windows.

La disabilitazione è permanente fino a quando date il comando di riabilitazione, che è:
REGSVR32 SHIMGVW.DLL

Sunbelt avvisa che questo rimedio interferisce con la visualizzazione di tutti i tipi di immagine nel visualizzatore fax e immagini di Windows, quando viene invocato da Internet Explorer: in altre parole, può risultare piuttosto scomodo (ma sempre meno scomodo che trovarsi infetti).

Sans suggerisce inoltre di applicare la funzione DEP del Service Pack 2 a tutti i programmi. Se non avete idea di cosa sia DEP, chiedete a un esperto di farlo per voi.

Mi raccomando, prudenza!

Aggiornamento rituale di Adobe Flash, Microsoft, Android (per chi può)

Aggiornamento rituale di Adobe Flash, Microsoft, Android (per chi può)

È disponibile un nuovo aggiornamento del player di Adobe Flash, che porta Flash alla versione 21.0.0.182 sotto Windows e OS X e alla 11.2.202.577 sotto Linux.

Molti computer sono configurati per aggiornarsi automaticamente, ma se necessario il player aggiornato è scaricabile manualmente qui o qui. Google Chrome e Microsoft Edge aggiornano separatamente e automaticamente il proprio player Flash.

Questo aggiornamento risolve ben 23 falle di sicurezza, indicate nel bollettino 16-08 di Adobe. Molte di queste falle sono etichettate come “critiche” (permettono di prendere il controllo del computer della vittima).

Come consueto, potete verificare quale versione di Flash avete visitando questa pagina di Adobe con ciascuno dei browser che avete installato. Potete anche impostare Flash in modo che vi chieda il consenso per attivarsi sito per sito. Se invece preferite rimuovere Flash del tutto, le istruzioni in italiano sono qui per Windows e qui per Mac.

Microsoft, invece, ha rilasciato tredici aggiornamenti che coprono falle di sicurezza in Internet Explorer, Edge, Office e varie versioni di Windows. Sono particolarmente interessanti le correzioni che risolvono difetti che consentono di prendere il controllo del computer semplicemente convincendo la vittima a visitare una pagina contenente un video oppure inserendo una chiavetta USB appositamente alterata.

Anche Android ha degli aggiornamenti: diciannove in tutto, di cui sette a coprire falle critiche che consentono di prendere il controllo del dispositivo via mail, via Web o via MMS. Nessuna delle falle è sfruttata da criminali, al momento, ma probabilmente è solo questione di tempo.

Aggiornarsi prontamente è infatti importante, come sempre, perché dopo l’uscita di un aggiornamento i criminali informatici creano e rilasciano rapidamente nuove versioni dei propri malware che sfruttano le vulnerabilità descritte dai bollettini di aggiornamento e hanno effetto su chi non si è aggiornato. Purtroppo nel caso di Android molti produttori di telefonini non rilasceranno mai l’aggiornamento, specialmente per i modelli non recenti, per cui gli utenti resteranno vulnerabili salvo acrobazie al di fuori della portata del consumatore medio. Se potete, insomma, aggiornatevi. Buon lavoro.

Fonti aggiuntive: The Register.

Come prendere il controllo di una Nissan Leaf via Internet: sicurezza zero

Come prendere il controllo di una Nissan Leaf via Internet: sicurezza zero

Le automobili sono sempre più informatizzate e interconnesse, per cui è nato il nuovo problema della sicurezza informatica su quattro ruote. Il ricercatore di sicurezza Troy Hunt ha scoperto una falla sorprendente nel servizio di gestione via Internet delle auto elettriche Nissan Leaf: ha intercettato il traffico di dati dell’app sulla propria rete Wi-Fi e ha visto con stupore che la comunicazione fra app e automobile non è protetta e non ha alcuna password: l’accesso a un’auto o a un’altra dipende soltanto da quale VIN, il numero univoco di identificazione di ogni vettura, si immette nell’URL.

Nissan Connect, l’app fornita da Nissan per monitorare a distanza lo stato di carica e gestire l’aria condizionata e il riscaldamento, è dunque totalmente priva di autenticazione ed è facilissimo prendere il controllo di una Leaf altrui se se ne conosce il VIN.

E il VIN è in bella mostra nell’angolo inferiore del parabrezza.

Hunt ha dimostrato il problema sulla Nissan Leaf di un collega, Scott Helme, con il consenso di quest’ultimo, scoprendo inoltre che è possibile accedere ai dati personali degli utenti e ricostruire i loro spostamenti, e ha avvisato Nissan, che per ora non ha corretto la falla. Intanto gli appassionati di auto elettriche sono arrivati indipendentemente alla stessa scoperta, creando delle app alternative migliori di quelle della Nissan, per cui è solo questione di tempo prima che qualcuno abusi della sicurezza inesistente della Leaf.

E se vi sembra che accendere per dispetto il riscaldamento o l’aria condizionata sia tutto sommato una burla da poco, tenete presente che si tratta di un’auto elettrica, per cui queste accensioni, specialmente se ripetute, scaricano la batteria: sono, in sostanza, l’equivalente di poter accendere il motore di un’auto tradizionale fino a svuotarne il serbatoio.

2016/03/05: Nei giorni scorsi Nissan ha rimosso l’app da Internet. Secondo le segnalazioni dei lettori, il riscaldamento della Leaf può essere acceso a distanza soltanto quando l’auto è sotto carica, per cui la falla non può essere sfruttata per scaricare completamente la batteria. Restano confermate le falle di privacy che permettono di sapere in dettaglio la cronologia degli spostamenti dell’auto e quindi del suo conducente.

Fonti aggiuntive: The Register.

Turate subito la falla di Flash: i criminali la stanno già usando

Turate subito la falla di Flash: i criminali la stanno già usando

C’è una falla importante in Adobe Flash che viene già sfruttata dai criminali informatici, ma niente paura: Adobe ha annunciato il problema con l’advisory APSA16-02 e poi ha reso disponibile l’aggiornamento che lo risolve.

La falla riguarda i sistemi Windows, Mac, Linux e Chrome OS e consente agli aggressori di mandare in crash questi sistemi e di prenderne il controllo semplicemente convincendo la vittima a visitare un sito contenente un’animazione o una pubblicità in formato Flash.

L’aggiornamento, fra l’altro, tura anche altre 24 falle, per cui è decisamente consigliabile.

Molti dispositivi sono configurati per aggiornarsi automaticamente, ma se necessario il software aggiornato è scaricabile manualmente qui o qui. Google Chrome e Microsoft Edge aggiornano separatamente e automaticamente il proprio player Flash.

Come consueto, potete verificare quale versione di Flash avete visitando questa pagina di Adobe con ciascuno dei browser che avete installato: la versione più aggiornata è la 21.0.0.242 per Windows e Mac e la 11.2.202.621 per Linux. Dato che anche siti rispettabili possono veicolare attacchi Flash attraverso le pubblicità, gli esperti consigliano di impostare Flash in modo che vi chieda il consenso per attivarsi sito per sito oppure di rimuovere Flash del tutto: le istruzioni in italiano sono qui per Windows e qui per Mac.