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Come si prega nello spazio?

La religione nello spazio è un aspetto molto particolare ma poco conosciuto
delle attività spaziali con equipaggi. Di solito le credenze religiose, se ve
ne sono, vengono praticate privatamente dai singoli astronauti o cosmonauti. A
bordo della Stazione Spaziale Internazionale ci sono alcune icone religiose
cristiane, appese nella sezione russa, e la cabina personale di ciascun
occupante della Stazione può ospitare oggetti legati alla spiritualità, ma la
Stazione formalmente non offre niente di più, e lo stesso vale per i veicoli
spaziali in generale.

Storicamente ci sono pochi momenti religiosi legati allo spazio. L’equipaggio
di Apollo 8, nel 1968, lesse in diretta TV alcuni passi della
Genesi (testo sacro per tre religioni) durante il primo volo di esseri
umani intorno alla Luna. Buzz Aldrin, durante la prima missione umana sulla
Luna, Apollo 11, celebrò la comunione cristiana, ma lo fece
privatamente (anche per evitare contestazioni, alla quale la NASA era
estremamente sensibile per motivi legali). Oggi ognuno porta con sé la propria
spiritualità in maniera molto discreta. Occasionalmente si scorge qualche
collana con simboli religiosi al collo di qualche astronauta, ma a parte
questo la religione ha poco spazio nello spazio.

Alcune religioni, però, hanno regole precise che vengono messe alla prova
dall’ambiente spaziale, ben diverso da quello nel quale sono nate. Un esempio
è dato dall’Islam, con la sua prescrizione di pregare rivolgendosi verso la
Mecca. Una cosa perfettamente fattibile quando si è fermi sulla Terra: basta
avere una bussola o un GPS e una mappa per calcolare qual è la direzione
giusta, che non cambia. Ci sono metodi differenti (quello del
cerchio massimo o quello della lossodromia o
rhumb line in inglese), per cui un musulmano in Alaska o a New York può
pregare rivolgendosi verso nord o verso est, ma finché si sta fermi sulla
superficie terrestre il problema è relativamente semplice: si sceglie una
direzione e si tiene quella.

A bordo di un veicolo spaziale o di una stazione spaziale che orbita intorno
alla Terra a 28.000 km/h, invece, questa direzione cambia continuamente. Nel
corso di una singola sessione di preghiera, può variare anche di 180 gradi.
Nel 2007 l’astronauta malese Sheikh Muszaphar Shukor, musulmano, andò nello
spazio a bordo di una Soyuz, raggiungendo la Stazione Spaziale
Internazionale, e si pose quindi il problema di consentirgli di espletare
correttamente le proprie devozioni durante i dieci giorni della sua missione.

Fu affrontata anche la questione di come compiere gesti spiritualmente
importanti come inginocchiarsi o chinare il capo in un ambiente nel quale, non
essendoci un alto o un basso, non ha molto senso parlare di abbassare lo
sguardo o di porsi in una posizione di sottomissione. C’era anche la questione
del digiuno dall’alba al tramonto durante il Ramadan, e la missione di Shukor
avveniva proprio in quel periodo. Come si determinano albe e tramonti in un
ambiente in cui il sole “sorge” e “tramonta” sedici volte nell’arco di
ventiquattro ore?

Anche i lavaggi rituali pongono problemi non banali, in un ambiente nel quale
l’acqua scarseggia ed è riciclata partendo da urina e sudore.

Shukor non fu il primo astronauta musulmano: prima di lui volarono Sultan bin
Salman bin Abdulaziz al-Saud (1985) e Anousheh Ansari (2006), ma fu il primo
per il quale furono redatte delle linee guida formali. L’agenzia spaziale
malese Angkasa, per la quale volava Shukor, organizzò una conferenza apposita,
radunando 150 scienziati e studiosi islamici che produssero un documento,
“A Guideline of Performing Ibadah (worship) at the International Space
Station (ISS)”
, successivamente approvato dalle autorità religiose malesi.

Il documento mostra che alla fine prevalse il pragmatismo: ogni fedele faccia
quello che può. Se può rivolgersi precisamente verso la Mecca, bene;
altrimenti va bene se si orienta verso la proiezione della Mecca, o in
alternativa almeno verso la Terra, e se neanche questo è possibile con
certezza, conta comunque l’intenzione più che la pedanteria geografica.

Del resto, problemi analoghi possono capitare sui mezzi di trasporto
terrestre, per esempio quando un treno cambia direzione in galleria o un aereo
cambia rotta di notte. La preghiera potrebbe iniziare in una direzione e
terminare in un’altra, ma è lo spirito che conta.

Se nello spazio non è possibile inginocchiarsi perché non c’è un alto o un
basso, inoltre, fu deciso che è accettabile inclinare la testa oppure chiudere
gli occhi, o anche solo immaginare di compiere questi gesti di devozione.

Per gli orari delle preghiere e dei digiuni, Shukor adottò il fuso orario del
suo luogo di partenza dalla Terra, il Kazakistan. Per i lavaggi, invece, gli fu permessa la soluzione usata nelle zone desertiche della Terra, dove si usano le ”abluzioni a secco” (terra e sabbia
per pulirsi le mani): Shukor batté simbolicamente le mani contro una parete o uno specchio.

In questo video si vede Sheikh Muszaphar Shukor che mostra come ha effettuato
le preghiere giornaliere islamiche a bordo della Stazione.

Se vi interessa l’argomento, ho qualche fonte per voi (in inglese):
Wired,
Saudi Gazette,
Christian Science Monitor.

 

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