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Storie di Scienza 2: Scoperto il buco nero più “vicino” alla Terra, in un sistema visibile a occhio nudo

Storie di Scienza: Scoperto il buco nero più “vicino” alla Terra, in un sistema visibile a occhio nudo

La notizia è rimasta sotto stretto embargo giornalistico fino a pochi minuti fa: è stato rilevato un buco nero situato a 1000 anni luce dalla Terra. È il più vicino conosciuto e oltretutto fa parte di un sistema stellare triplo visibile a occhio nudo. Potrebbe essere il primo di una serie tutta da scoprire. Ma niente panico: a quella distanza non comporta alcun pericolo. Mi aspetto ogni sorta di articolo catastrofico sui giornali generalisti, per cui faccio qui un po’ di debunking preventivo.

Rappresentazione artistica del sistema triplo HR6819, con due stelle visibili (orbite azzurre) e un buco nero (orbita rossa). Credit: ESO.

L’annuncio della scoperta arriva da un gruppo di astronomi dell’ESO (European Southern Observatory) e di altri istituti, diretto da Thomas Rivinius (ESO Santiago, Cile).

Il buco nero è di per sé invisibile, ma è stato scoperto osservando i movimenti delle sue due stelle compagne usando lo spettrografo FEROS sul telescopio da 2,2 metri all’osservatorio di La Silla, in Cile.

Si trova nella costellazione del Telescopio, visibile dall’emisfero sud della Terra, nel sistema stellare triplo denominato HR 6819.

Il cerchietto rosso indica il sistema triplo HR6819. Credit:

Gli scopritori si sono accorti dell’intruso invisibile durante uno studio sulle stelle doppie e sono rimasti molto sorpresi quando hanno notato che una delle due stelle orbitava intorno a un oggetto non luminoso ogni 40 giorni mentre la seconda stella rimaneva a grande distanza dagli altri due corpi celesti, in un’orbita lenta ancora da determinare.

Dietrich Baade, astronomo emerito all’ESO di Garching (Germania) e coautore dello studio, pubblicato oggi dalla rivista Astronomy & Astrophysics con il titolo A naked-eye triple system with a nonaccreting black hole in the inner binary, ha spiegato che “è stato necessario distribuire su diversi mesi le osservazioni necessarie per determinare il periodo di 40 giorni. Questo è stato possibile solo grazie al sistema pionieristico di osservazione fornito dall’ESO, in base al quale le osservazioni sono eseguite dal personale dell’ESO per conto degli scienziati che le richiedono“.

Il buco nero nascosto in HR 6819 è completamente oscuro perché non interagisce violentemente con il suo ambiente, e la sua natura è stata dedotta dal calcolo della sua massa, determinata a sua volta osservando l’orbita della stella nella coppia interna. “Un oggetto invisibile con una massa almeno 4 volte quella del Sole non può che essere un buco nero“, ha spiegato Rivinius.

Osservare un’orbita di una stella tripla così lontana, però, non significa semplicemente puntare un telescopio e vedere che si muove lentamente rispetto allo sfondo. Sarebbe troppo facile. Bisogna invece lavorare come detective matematici, raccogliendo più volte nel tempo lo spettro della luce emessa dal sistema triplo e analizzandolo per vedere se presenta variazioni dovute all’effetto Doppler: quando una stella si muove verso di noi nella sua orbita, il suo spettro trasla verso il blu, mentre quando si allontana da noi il suo spettro trasla verso il rosso. Se si osserva che lo spettro ha delle variazioni periodiche regolari fra rosso e blu, questo indica che la stella sta orbitando intorno a qualcosa, e il periodo delle variazioni permette di calcolare la massa del qualcosa.

Ma nel caso di un sistema doppio o triplo non basta neanche questo paziente lavoro di analisi: bisogna infatti sgarbugliare gli spettri dei vari componenti. È quello che hanno fatto undici anni fa, nel 2009, Rivinius e un altro coautore, Petr Hadrava dell’Accademia delle Scienze della Repubblica Ceca, insieme a Stan Štefl (alla cui memoria è dedicato l’articolo), scoprendo che HR6819 conteneva un terzo oggetto invisibile. Ma l’annuncio che l’oggetto è un buco nero è stato fatto solo oggi. L’astronomia è una scienza che richiede tempi lunghi e una pazienza infinita.

La scoperta di questo buco nero “silente” comincia a fornire indizi su dove si trovino gli altri buchi neri che, si presume, si annidano nella nostra galassia. Rivinius stima che siano centinaia di milioni, nati dal collasso di stelle antichissime giunte a fine vita. Finora si sapeva di una ventina di buchi neri nella nostra galassia, rilevabili però quasi tutti a causa della potente emissione di raggi X generati dalla forte interazione con il loro ambiente.

Gli astronomi del gruppo stanno già indagando su un secondo sistema stellare, denominato LB-1: “Potrebbe essere un sistema triplo, anche se avremmo bisogno di ulteriori osservazioni per stabilirlo con certezza“, ha dichiarato Marianne Heida, co-autrice dell’articolo, che lavora con una borsa post-dottorato presso l’ESO. Heida nota che LB-1 “è un po’ più lontano dalla Terra ma ancora decisamente vicino in termini astronomici, quindi questo significa che probabilmente esiste un numero molto maggiore di questi sistemi. Trovandoli e studiandoli possiamo imparare molto sulla formazione e l’evoluzione di quelle rare stelle che iniziano la loro vita con una massa pari a oltre 8 volte la massa del Sole e la terminano in un’esplosione di supernova che lascia come residuo un buco nero”.

Un altro aspetto interessante di questa scoperta è che potrebbe fornire indizi sulle violente collisioni che rilasciano onde gravitazionali talmente potenti da poter essere rilevate sulla Terra.

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Storie di Scienza 13: È crollato il radiotelescopio di Arecibo. La storia segreta di un gioiello scientifico

Storie di Scienza 13: È crollato il radiotelescopio di Arecibo. La storia segreta di un gioiello scientifico

Pubblicazione iniziale: 2020/12/01 14:10. Ultimo aggiornamento: 2020/12/05
1:10.

Poco fa
Deborah Martorell
ha postato la foto che vedete qui sopra: sono precipitate circa 900 tonnellate
di apparati che erano sospesi a 150 metri d’altezza sopra la gigantesca parabola (300 metri di
diametro) del radiotelescopio di Arecibo, in Porto Rico. I cavi che reggevano
questi apparati, quelli che si vedono nella foto d‘archivio qui sotto (fonte), erano lesionati da tempo e non più riparabili, e avevano già danneggiato
parzialmente la fragile parabola.

È la fine ingloriosa di uno strumento scientifico straordinario, che per
decenni è stato il più grande radiotelescopio a parabola singola del mondo.
Molti lo ricordano come ambientazione fantastica ma vera di alcune scene dei
film Goldeneye con Pierce Brosnan e di Contact. Ma il suo
contributo alla conoscenza dell’universo va ben oltre le comparsate
cinematografiche.

La National Science Foundation dice che il crollo è avvenuto durante la notte
e che non ci sono stati feriti:

I video successivamente rilasciati, però, documentano che il crollo è avvenuto
di giorno. Forse “overnight” è riferito al luogo in cui si trova la
sede dell’NSF.

La descrizione del
video spiega in
dettaglio la dinamica del crollo. Le riprese sono opera di Carlos Perez e
Adrian Bague, secondo
questa fonte.

Le
prime immagini dei danni
visti dall’aria sono brutali. Non c’è nessuna speranza di riparazione.

Credit:
Juan R. Costa / NotiCel.

Dietro questo capolavoro d’ingegneria c’è una storia altrettanto
straordinaria. Tornate qui tra un’oretta e ve la racconterò. Prima devo farmi
passare il magone.

—-

Il colossale radiotelescopio di Arecibo sembrava preso di peso da un film di
fantascienza: aveva una superficie circolare concava di oltre 300 metri di
diametro, collocata in un avvallamento naturale del terreno, e un apparato
ricevente mobile da 900 tonnellate sospeso a 150 metri d’altezza tramite cavi
collegati a tre torri altissime.

Ma era un’opera da fantascienza anche in un altro senso: quest’apparato
scientifico gigantesco fu infatti costruito a tempo di record, in soli tre
anni, negli anni Sessanta del secolo scorso. Come fu possibile un’impresa del
genere, vista l’eterna difficoltà di reperire fondi per branche a prima vista
così lontane da ritorni pratici come la radioastronomia, che oltretutto
all’epoca era una scienza giovanissima e quindi povera?

Per capirlo bisogna frugare nel suo passato. L’enorme apparato non era sempre
stato un radiotelescopio come lo abbiamo conosciuto per decenni: in origine,
alla fine degli anni Cinquanta, fu infatti commissionato e finanziato dai
militari statunitensi dell’ARPA (Advanced Research Projects Agency) non per
osservare gli astri lontani ma per svolgere ricerche sulla ionosfera,
nell’ambito del grande progetto
Defender
per la difesa contro i temutissimi missili balistici sovietici. Il suo
acronimo originale era Arecibo Ionospheric Observatory (AIO); la
ricerca astronomica era un sottoprodotto e una buona storia di copertura.

Un’antenna così grande e sensibile, infatti, avrebbe permesso di rilevare le
perturbazioni
prodotte nella ionosfera dal passaggio ipersonico dei missili nemici, a circa
80 chilometri di quota, e di distinguere le loro testate nucleari reali da
quelle finte (decoy), concepite per depistare e sovraccaricare i
sistemi di difesa antimissile.

C’era anche il problema non banale di distinguere un missile che rientrava in
atmosfera da una meteora o da altri fenomeni naturali che potevano essere
scambiati per un attacco nucleare. Sferrare un contrattacco atomico per errore
sarebbe stato piuttosto imbarazzante.

Il radiotelescopio di Arecibo nacque quindi come impianto di ricerca del
Dipartimento della Difesa statunitense e fu costruito da imprese civili sotto
la supervisione dell’esercito. È questa genesi militare la spiegazione della
misteriosa rapidità di costruzione e della disponibilità straordinaria di
fondi. 

La gestione dell’impianto fu affidata ai civili della Cornell University e
finanziata per metà dall’ARPA per il primo decennio di attività. Ma le
attività militari proseguirono anche dopo l’affidamento ai civili: per
esempio, l’NSA usò Arecibo per localizzare i radar strategici sovietici,
sfruttando ingegnosamente i loro segnali riflessi dalla Luna e spacciando
quest’attività per uno studio delle temperature lunari.
“The open designation of our work was a study of lunar temperatures”,
scrive N.C. Gerson nell’articolo parzialmente desecretato
SIGINT in Space del 1984, presente negli archivi pubblici dell’intelligence statunitense.

Per dare un’idea dell’aria che tirava in quegli anni, vale la pena di leggere
attentamente questa nota disinvolta di Gerson:
“Avevo fatto notare [all’ARPA] che […] un sito alle Seychelles sarebbe
stato molto migliore. Godell dell’ARPA si offrì in seguito di costruire
un’antenna per l’NSA, alle Seychelles o altrove. Sarebbe stata utilizzata
una detonazione nucleare e l’ARPA garantiva una radioattività residua minima
e la forma corretta del cratere in cui poi collocare l’antenna.”

Non se ne fece nulla per via della moratoria sui test nucleari, ma si
proponeva in tutta serietà di scavare una conca con una bomba atomica. Alle
Seychelles.

I militari si resero conto ben presto che c’erano altri modi più efficienti di
gestire la difesa antimissile e lasciarono perdere Arecibo. La comunità
scientifica si trovò così con uno strumento radioastronomico che rimase senza
rivali per oltre quarant’anni, fino alla recente realizzazione del
radiotelescopio cinese
FAST
da 500 metri di diametro. 

Arecibo permise di scoprire, fra tante altre cose,
il vero periodo di rotazione di Mercurio nel 1967 (59 giorni, 1967), le prove dell’esistenza delle stelle di neutroni, contribuendo a un
premio Nobel per la fisica nel 1974 e a un altro nel 1993 (pulsar binarie), producendo la
prima mappa radar di Venere
(pianeta perennemente coperto di nubi e quindi impossibile da mappare
otticamente), scoprendo i
primi esopianeti
(1992) e ottenendo la prima immagine radar di un asteroide (Castalia). Fu anche usato, nel 1974, per trasmettere il primo
messaggio intenzionale
verso eventuali civiltà extraterrestri.

Le origini militari dell’impianto furono dimenticate ben presto dall’opinione
pubblica e sopravvivono oggi solo nei documenti d’epoca e in qualche
pubblicazione rievocativa per addetti ai lavori.

Ci si lamenta spesso dei costi della ricerca scientifica, ma storie
dimenticate come questa dimostrano che sono poca cosa rispetto alle spese
belliche. Il più grande radiotelescopio del mondo fu costruito dai militari
con gli spiccioli del loro budget: è questa la vera parabola su cui
riflettere.

—–

Se volete saperne di più sulle attività spaziali militari degli anni 50 e 60,
vi consiglio
Soldiers, Spies and the Moon: Secret U.S. and Soviet Plans from the 1950s
and 1960s
. Questi sono i veri complotti lunari. Altre letture utili:
cronologia di Arecibo
raccontata dal DARPA;
Genesis of the 1000-foot Arecibo dish, di M.H. Cohen, in Journal of Astronomical History and Heritage (ISSN
1440-2807), Vol. 12, No. 2, p. 141 – 152 (2009);
To See the Unseen, NASA;
The Wizards of Langley: Inside the CIA’s Directorate of Science and
Technology

di Jeffrey T. Richelson (link
alle pagine 89-90 che citano Arecibo).

 

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Storie di Scienza 17: Catastrofisti, a cuccia. Betelgeuse non cambia luminosità perché sta per esplodere. C’è un altro motivo

Storie di Scienza 17: Catastrofisti, a cuccia. Betelgeuse non cambia luminosità perché sta per esplodere. C’è un altro motivo

Qualche giorno fa vi avevo preannunciato la risoluzione di un mistero
astronomico che avrebbe smontato i catastrofisti: ora l’embargo alla notizia
(adottato come consueto per coordinare l’uscita mediatica) è terminato e posso
quindi spiegare di cosa si tratta (avevo lasciato indizi enigmistici già nel preannuncio, ma non sembra averli colti nessuno).

Ricordate il panico periodico per la stella Betelgeuse, che secondo i giornali generalisti (tipo il Corriere della sera) minaccia di
esplodere tanto violentemente che la Terra potrebbe essere
“illuminata e riscaldata” da “due soli nel cielo”? Sì, questa
stupidaggine la
scriveva
davvero il Corriere nel 2011. 

Ne avevo scritto anch’io nel
2010, quando era emerso lo stesso allarme. Ogni tanto questa storiella riaffiora
e va, come al solito, smentita e spiegata per l’ennesima volta.

Betelgeuse è una stella gigante che dalla Terra è visibile a occhio nudo nella
costellazione di Orione: è indicata dalla freccia nell’immagine qui sopra,
tratta da
Wikipedia. Ha una massa venti volte maggiore del nostro Sole e un diametro circa mille
volte più grande: se si trovasse al posto del Sole, la Terra e Marte sarebbero
al suo interno. È una delle pochissime stelle di cui i nostri attuali
telescopi riescono a scorgere qualche dettaglio della superficie. Oltre a
essere immensa, è anche molto luminosa: circa centomila volte più del Sole,
tanto che è fra le dieci stelle più brillanti nel nostro cielo nonostante si trovi a circa 640 anni luce di distanza (circa 6 x 1015 chilometri) da noi.

Questa stella ha una particolarità: ogni tanto cambia luminosità abbastanza di
colpo. La variazione è talmente marcata che è rilevabile a occhio. A fine 2019
e all’inizio del 2020 Betelgeuse ha avuto uno di questi repentini, inspiegati
cali di luminosità, per poi tornare alla brillantezza consueta ad aprile 2020.
Ma stavolta gli astronomi hanno usato il
telescopio VLT dell’ESO
(European Southern Observatory), in Cile, per esaminare in dettaglio la situazione.

La superficie di Betelgeuse prima e durante il grande affievolimento del
2019-2020: da sinistra, gennaio 2019, dicembre 2019, gennaio 2020, marzo 2020.
Immagine ottenuta dal telescopio VLT. Credit: ESO/M. Montargès et al.

L’astronomo Miguel Montargès (Observatoire de Paris e KU Leuven) e i suoi
colleghi hanno cominciato ad acquisire immagini e hanno visto che la
superficie di Betelgeuse era significativamente più scura, specialmente nella
sua regione meridionale. Le immagini hanno mostrato un cambiamento
rapidissimo, nel giro di qualche settimana, assolutamente straordinario per un
oggetto celeste di dimensioni così colossali.

Le
immagini pubblicate
oggi sono le uniche che documentano questa variazione di luminosità in così
grande dettaglio. Qui sotto potete vedere un video che mostra la variazione di Betelgeuse.

I ricercatori coordinati da Montargès hanno pubblicato su Nature i risultati delle loro indagini: l’offuscamento misterioso è causato da un velo di polvere causato da un calo della temperatura superficiale della stella.

La superficie di Betelgeuse, spiegano i ricercatori, cambia quando delle enormi bolle di gas si spostano o cambiano dimensioni al suo interno, e la stella ha espulso una di queste bolle giganti poco prima dell’affievolimento del 2019-2020. La superficie si è poi raffreddata (relativamente parlando) e questo calo ha consentito al gas espulso di condensarsi e formare polvere solida, come si vede nell’animazione seguente.

 

Questo evento ha consentito di osservare la nascita della polvere stellare e ha dimostrato che avviene molto rapidamente e nelle immediate vicinanze delle stelle stesse (“vicinanze” su scala cosmica: un paio di miliardi di chilometri). Questa polvere contiene gli elementi dai quali si formano i pianeti e, in ultima analisi, la vita.

La spiegazione degli astronomi mette a tacere le teorie secondo le quali il calo di luminosità era un’avvisaglia della morte imminente di Betelgeuse in una spettacolare esplosione (supernova).

Le future osservazioni della stella, in particolare con l’Extremely Large Telescope (ELT) dell’ESO, permetteranno di vedere direttamente Betelgeuse in notevole dettaglio e di approfondire la nostra conoscenza del fenomeno. Ma già adesso abbiamo avuto, a occhio nudo, la dimostrazione che il firmamento non è così fisso come molti pensano.

La vicenda di Betelgeuse, il catastrofismo mediatico e la sua risoluzione scientifica sono un ottimo esempio della differenza fondamentale fra inspiegabile e inspiegato. Moltissimi fenomeni vengono definiti troppo disinvoltamente “inspiegabili”, quando in realtà sono spiegabilissimi se si riescono a ottenere informazioni sufficienti. Restano inspiegati, ma non inspiegabili, se queste informazioni non emergono. Tutto qui. Qualunque riferimento alla recente mania per gli avvistamenti militari di UFO “inspiegabili” è assolutamente intenzionale.

La ricerca di Montargès e colleghi è pubblicata su Nature con il titolo A dusty veil shading Betelgeuse during its Great Dimming (https://doi.org/10.1038/s41586-021-03546-8).

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Storie di Scienza 12: No, gli scienziati non sanno tenere i segreti. Trapela la possibilità di vita extraterrestre su Venere

Storie di Scienza 12: No, gli scienziati non sanno tenere i segreti. Trapela la possibilità di vita extraterrestre su Venere

Ultimo aggiornamento: 2020/09/14 22:20.

Uno dei capisaldi del pensiero cospirazionista è “gli scienziati sanno, ma tacciono”. Gli scienziati hanno inventato l’automobile che va ad acqua, ma la tengono segreta. Hanno scoperto la cura per il cancro, ma non la rivelano. Hanno trovato gli alieni, ma fanno parte di una colossale congiura del silenzio.

In realtà questa visione iper-omertosa della comunità scientifica ce l’ha solo chi non ha mai conosciuto nessuno che si occupi di scienza per lavoro. Chi ha a che fare con gli scienziati, invece, sa benissimo che in realtà di fronte a una scoperta davvero sensazionale ci sarebbe sicuramente qualcuno di loro che, intenzionalmente o meno, la farebbe trapelare.

Un esempio di questa realtà verrà reso pubblico ufficialmente domani, ma è già stato diffuso in lungo e in largo dal passaparola. Anche in Rete se ne trovano ampie tracce nella cache di Google, grazie agli scienziati e giornalisti pasticcioni che hanno già preparato i comunicati stampa e gli articoli e li hanno messi online pensando che nessuno li avrebbe trovati.

Per rispetto formale all’embargo che è stato chiesto allo scopo di sincronizzare l’uscita della notizia in tutto il mondo, per ora non fornisco dettagli, ma la scoperta è davvero grossa, anche se si riassume in due lettere e una cifra.

Troverete tutti i dettagli qui sotto il 14 settembre dalle 17 ora italiana, quando cesserà formalmente l’embargo e la Royal Astronomical Society presenterà un video (incorporato qui sotto).

In ogni caso, visto che ormai l’embargo è stato violato da parecchie fonti, come Earthsky.org (addirittura due giorni fa), Astrobiology.com e Medium.com, e che io non l’ho mai sottoscritto, è inutile aspettare ancora: in sintesi, è stata rilevata una traccia chimica quasi certa di vita microbica su Venere, specificamente nella fascia alta della sua atmosfera. Ne scriverò in dettaglio stasera; nel frattempo ci sono appunto le suddette fonti in inglese che hanno già pubblicato i particolari della scoperta.

Anche il video di annuncio è trapelato; è stato rimosso ma non prima che qualcuno lo salvasse. Al momento è ripubblicato qui.

2020/09/14 19:00 – Scoperto un indicatore quasi certo di vita su Venere

Nell’atmosfera di Venere è stata trovata della fosfina (o fosfano, PH3), una molecola molto rara che, se presente in grandi quantità, è quasi sicuramente un indicatore di vita, perché non conosciamo processi non biologici che la possano generare in abbondanza. Con molta cautela, quindi, gli astronomi parlano di una possibile scoperta di vita microbica su Venere. Il comunicato stampa dell’ESO in italiano è qui.

La scoperta della fosfina nell’atmosfera di Venere è il frutto della collaborazione internazionale di ricercatori del Regno Unito, degli Stati Uniti e del Giappone, coordinati da Jane Greaves dell’Università di Cardiff, e si basa su osservazioni fatte con il James Clerk Maxwell Telescope (JCMT) alle Hawaii e confermate usando 45 antenne di ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array) in Cile. La loro ricerca è pubblicata oggi nell’articolo Phosphine Gas in the Cloud Decks of Venus su Nature Astronomy. Il comunicato della Royal Astronomical Society è qui, e la conferenza stampa è qui sotto.

La fosfina è considerata da tempi non sospetti un biomarcatore o firma biologica (biosignature), ossia un indicatore della presenza di vita, perché esistono solo due modi conosciuti per produrla in quantità su un pianeta roccioso: industrialmente oppure tramite microbi che vivono in ambienti privi di ossigeno.

In entrambi i casi, insomma, se c’è fosfina c’è vita; ma dato che la presenza di industrie nell’atmosfera venusiana è piuttosto improbabile, resta solo l’ipotesi della presenza di microbi extraterrestri. Infatti i processi geologici (fulmini, vulcani, minerali scagliati dalla superficie, interazioni con la luce solare) non generano quantità paragonabili a quelle trovate nell’atmosfera di Venere, che sono diecimila volte maggiori di quelle generabili tramite questi processi, sempre ammesso che nell’inferno venusiano non ci sia qualche altro processo che non conosciamo ancora e che genera fosfina in quantità. Oltretutto la fosfina si degrada nel corso del tempo e quindi c’è bisogno di qualche fenomeno che la generi costantemente.

—-

È presto per dire che abbiamo scoperto con certezza la vita fuori dalla Terra, e che per di più l’abbiamo scoperta praticamente sull’uscio di casa invece che su qualche mondo lontanissimo, ma le premesse sono molto buone, anche perché tutto indica che Venere fosse un pianeta ospitale per la vita prima dell’innesco di un effetto serra catastrofico. La vita avrebbe avuto tempo di formarsi per poi adattarsi e rifugiarsi negli strati alti dell’atmosfera, fluttuandovi in eterno; è già stato immaginato un possibile ciclo vitale. E c’è sempre quella faccenda delle striature scure anomale dell’atmosfera di Venere, che assorbono la luce ultravioletta e sono composte da particelle di natura ignota ma grandi all’incirca quanto batteri terrestri. Se ne sta già occupando la sonda giapponese Akatsuki.

Serviranno però ulteriori osservazioni, e magari qualche sonda, per sciogliere i dubbi. Già ora, per esempio, potremmo verificare con i nostri telescopi e radiotelescopi se questa presenza inattesa di fosfina ha un andamento stagionale o altre variazioni compatibili con una fonte biologica, e se è accompagnata dalla presenza di altri gas associati alla vita come la conosciamo.

A proposito di sonde, Venere è bellissima da vedere, con la sua coltre perenne di nubi che la rende il pianeta più luminoso, ma in realtà è un postaccio: al suolo, le temperature sono sufficienti a fondere il piombo (circa 460 °C) e la pressione è letale (circa 90 volte quella terrestre). Un astronauta finirebbe schiacciato e cotto in men che non si dica. L’atmosfera, oltretutto, è quasi interamente composta da anidride carbonica, con una spruzzatina di azoto, e le nuvole sono fatte di acido solforico. Pochissime sonde si sono avventurate in questo inferno e pur essendo state costruite come carri armati refrigerati sono durate soltanto poche ore.

Però queste sono le condizioni sulla superficie. Nell’atmosfera venusiana, fra 48 e 60 chilometri dalla crosta cotta del pianeta, c’è una cosiddetta “zona temperata”, ossia una zona nella quale la temperatura è simile a quelle terrestri (ossia varia fra 0 e 100 °C) e la pressione è quella che si incontra sulla Terra. Ed è proprio lì che è stata rilevata la presenza di fosfina.

Come si può verificare se quella fosfina è davvero prodotta da forme di vita? C‘è un modo, e anche molto avventuroso. Si chiama HAVOC (che significa “caos” in inglese): un nome piuttosto adatto per una missione che consiste fondamentalmente nel far precipitare verso Venere un veicolo spaziale che si porta appresso l’involucro sgonfio di un dirigibile, e lo gonfia mentre sta precipitando.

Un viaggio verso Venere dura, con le attuali tecnologie, quattro o cinque mesi (le sonde Mariner 2 e Venus Express hanno impiegato rispettivamente 110 e 153 giorni). Arrivarci non è un problema, anche usando un vettore medio-pesante come un Falcon Heavy o un Delta IV Heavy, senza dover scomodare giganti come l’SLS. La parte difficile è tornare a casa con i campioni d’atmosfera raccolti (e con gli eventuali microorganismi alieni in sospensione in quell’atmosfera). Infatti Venere ha una gravità di poco inferiore a quella terrestre e quindi serve un vettore di ritorno molto più potente di quello necessario per tornare da Marte.

Il progetto HAVOC (High Altitude Venus Operational Concept), fattibile appunto con vettori medio-pesanti già esistenti, prevede un inserimento in orbita intorno a Venere a circa 300 chilometri di quota, dopo una frenata aerodinamica negli strati più tenui dell’atmosfera. Poi il veicolo (con o senza equipaggio) frena ancora usando i propri propulsori per uscire dall’orbita e precipita nell’atmosfera, proteggendosi con il proprio scudo termico, fino a circa 80 km di quota. A quel punto apre un paracadute supersonico (visto che sta cadendo a circa 1600 km/h), che lo rallenta, e comincia a gonfiare l’involucro mentre sta scendendo. 

Se tutto va bene, il veicolo-dirigibile sgancia il paracadute e inizia a fluttuare nell’atmosfera venusiana a circa 60 km di quota, restando lì per il tempo necessario per raccogliere i campioni e fare tutte le osservazioni scientifiche del caso. Gli eventuali astronauti-aeronauti potrebbero uscire
all’aperto indossando una semplice tuta resistente agli agenti chimici,
non pressurizzata, e un respiratore, passeggiando magari su una balconata fra
le nuvole di Venere, cercando di non pensare che per il 90% sono fatte di acido solforico e che se l’involucro si sgonfia scenderanno inesorabilmente verso un forno grande come l’intero pianeta.

Se l’equipaggio non c’è e l’analisi viene fatta in loco con strumenti robotici, la missione non ha bisogno di prevedere un ritorno. Se invece si tratta di tornare sulla Terra, allora il veicolo si sgancia dall’involucro e inizia a precipitare verso l’inferno sottostante, sperando che i motori di risalita si accendano correttamente e lo riportino nello spazio e da lì verso casa.

Non è facile, insomma, ma non è impossibile. Sarebbe davvero ironico se si scoprisse che ci siamo dedicati per decenni a Marte mentre la vita ci aspettava svolazzante nelle nubi di Venere. “È ora di dare priorità a Venere”, ha tweetato poco fa Jim Bridenstine, Administrator della NASA. Speriamo in bene.

 

Fonti aggiuntive: Earthsky.org; Space.com; Astrobiology.com. Questo articolo fa parte delle Storie di Scienza: una serie libera e gratuita, resa possibile dalle donazioni dei lettori. Se volete saperne di più, leggete qui. Se volete fare una donazione, potete cliccare sul pulsante qui sotto. Grazie!




Storie di Scienza 5: Come vedere i continenti su mondi di altre stelle

Storie di Scienza 5: Come vedere i continenti su mondi di altre stelle

Simulazione di un’immagine di un
esopianeta tramite un telescopio
a lente gravitazionale
(NASA/JPL-Caltech/Slava Turyshev)

Gli esopianeti, ossia i mondi che orbitano intorno alle stelle lontane, sono oggetti incredibilmente difficili da osservare. Non è solo questione di distanze cosmiche inimmaginabili: un esopianeta si perde nel bagliore intensissimo della sua stella. Osservarlo è come tentare di vedere una lucciola mentre abbiamo un fanale d’automobile puntato dritto negli occhi. È così difficile che finora siamo riusciti a fatica a scorgere alcuni di questi esopianeti come vaghi puntini.

Immaginate ora di avere uno strumento che vi consenta di vedere i dettagli di questi esopianeti: non solo le forme dei loro continenti e oceani, se ne hanno, ma anche di scorgere variazioni stagionali o eventuali grandi strutture costruite da entità intelligenti: una città, per esempio. Vedere questi pianeti non più come macchioline indistinte ma come luoghi, che hanno una geografia precisa da esplorare, sarebbe una rivoluzione non solo tecnologica ma anche culturale: ci renderebbe molto chiaro il concetto che la Terra è solo uno di un numero infinito di mondi.

Questo strumento è già realizzabile adesso, con le tecnologie esistenti o con loro affinamenti: si chiama Solar Gravity Lens, e funziona usando una tecnica affascinante. La sua lente primaria, infatti, è una stella intera: specificamente il Sole.

Costruire un telescopio tradizionale con una risoluzione sufficiente a vedere dettagli della superficie di un esopianeta a 100 anni luce dalla Terra è ben al di sopra delle nostre attuali capacità, dato che le inesorabili leggi dell’ottica obbligherebbero a creare uno specchio primario con un diametro di 90 chilometri. Ma possiamo “barare” grazie ad Einstein.

Infatti i campi gravitazionali, per esempio quello prodotto dal nostro Sole, deflettono la luce, come previsto da Einstein nel 1913, dimostrato spettacolarmente durante l’eclissi solare del 29 maggio 1919 e calcolato dal grande fisico in una sua pubblicazione su Science del 1936.

Non è pura teoria: gli astronomi hanno già osservato concretamente questo fenomeno, noto come gravitational lensing o lente gravitazionale, nelle immagini di galassie lontane, il cui aspetto risulta deformato perché la loro luce arriva a noi passando nelle vicinanze di un altro corpo celeste di grande massa (per esempio un’altra galassia relativamente più vicina).

La galassia rossastra al centro distorce la luce proveniente dalla galassia azzurra che le sta “dietro” dal punto di vista della Terra, formando un anello di Einstein. Immagine del telescopio spaziale Hubble, 2011 (ESA/Hubble/NASA).

Questa distorsione può essere sfruttata anche per ingrandire enormemente un oggetto lontanissimo come una galassia ai limiti dell’universo conosciuto (11,7 miliardi di anni luce, grazie ad ALMA) oppure un esopianeta. Secondo gli sviluppatori del progetto SGL, per sfruttare il Sole come “lente d’ingrandimento” occorre piazzare un telescopio da un metro (quindi più piccolo di Hubble) nel “punto focale” del nostro Sole. Un telescopio del genere sarebbe in grado di ottenere immagini di esopianeti situati a 30 parsec (circa 100 anni luce) con una risoluzione di dieci chilometri. Le basi concettuali di questo ipertelescopio furono gettate da Von R. Eshleman e approfondite dall’astronomo italiano Claudio Maccone e altri.

C’è un piccolo problema, però. Per un esopianeta a 100 anni luce, il punto focale del Sole, quello che consentirebbe di usare questo globo termonucleare largo 1,4 milioni di chilometri come il più esagerato dei teleobiettivi, si trova a 97 miliardi di chilometri dalla Terra. Sedici volte più lontano di Plutone. La sonda Voyager 1 ci ha messo 40 anni per arrivare a circa un quinto di quella distanza.

Chiaramente nessuno vuole aspettare duecento anni, per cui bisogna trovare un modo un po’ piu rapido di viaggiare nello spazio. Per fortuna esiste, e sfrutta di nuovo il Sole: al posto di motori a propellente chimico si può usare la gravità solare, lanciando il veicolo verso il Sole (con un vettore convenzionale) ma passandogli vicino in modo da riceverne un impulso di accelerazione, e si possono adottare le vele solari. Si tratta di enormi superfici ultrasottili che ricevono la tenuissima spinta della luce solare (sì, la luce esercita una pressione di radiazione misurabile e misurata da circa cent’anni). Questa spinta è costante, per cui un veicolo spaziale dotato di vele solari continuerebbe ad accelerare per tutto il tempo invece di avere solo il breve spunto iniziale dei razzi tradizionali. Il risultato è che una vela solare che trasportasse un telescopio raggiungerebbe la distanza di 97 miliardi di chilometri in circa venticinque anni.

Arrivato alla distanza giusta e nella posizione corretta, il telescopio SGL punterebbe i suoi sensori in direzione del Sole, schermandone però la luce con un coronografo: una barriera fisica circolare posta davanti al telescopio. È lo stesso principio che usiamo quando copriamo una luce intensa con la mano per poter vedere gli oggetti fiochi nelle vicinanze. In teoria si potrebbe usare al posto del Sole qualunque altro corpo celeste dotato di notevole massa ed eliminare il problema del bagliore della corona solare, ma questa soluzione renderebbe impraticabilmente grande la distanza focale da raggiungere.

Questo permetterebbe al telescopio di captare l’immagine di un esopianeta, distorta in un anello di Einstein, piazzandosi in modo da avere il Sole esattamente allineato con quell’esopianeta. In realtà l’anello sarebbe doppio: uno conterrebbe la luce proveniente da una singola area di circa 10 km di diametro dell’esopianeta, mentre l’altro conterrebbe la luce di tutto il resto del mondo alieno. Spostando leggermente il telescopio di circa un chilometro nelle varie direzioni si cambierebbe la zona dell’esopianeta “inquadrata” dal primo anello e quindi si potrebbe fare una lenta scansione di tutta la sua superficie. Osservando queste distorsioni per sei mesi ed elaborando circa un milione di immagini raccolte, sarebbe possibile escludere la luce della corona solare e ottenere un’immagine simile a quella (simulata) mostrata all’inizio di quest’articolo, eliminando persino le eventuali nuvole.

Oltre all’immagine della superficie, questo telescopio farebbe anche spettroscopia dell’esopianeta, consentendo di conoscere la composizione chimica della sua eventuale atmosfera. Se una civiltà aliena lo facesse con noi, puntando un telescopio a lente gravitazionale solare verso la Terra, potrebbe rilevare il repentino aumento della CO2 atmosferica e di altri inquinanti e dedurne la presenza di attività industriali da parte dei poco lungimiranti abitanti del pianeta.

Costruire un telescopio SGL è insomma una sfida ingegneristica notevolissima e comporta una precisione di navigazione eccezionale (il telescopio va piazzato al centro di un piano che misura 1 km per 1 km, a 90 miliardi di km dalla Terra) e difficoltà di radiocomunicazione senza precedenti, ma non richiede nulla che non sappiamo già.

Una flotta di questi telescopi, piazzati in vari punti e a varie distanze dal Sole, potrebbe osservare tutti i pianeti situati a meno di 100 anni luce dalla Terra (per via della struttura di un telescopio SGL, ne occorre uno dedicato a ogni singolo esopianeta). Nel giro di qualche decennio conosceremmo molto meglio il nostro vicinato e i nostri eventuali vicini.

Strada facendo, inoltre, questa flotta raccoglierebbe anche informazioni sulla natura del nostro sistema solare, analizzando l’eliosfera nella quale si muovono tutti i pianeti e cercando oggetti della Fascia di Kuiper. Permetterebbe inoltre di osservare onde gravitazionali e, grazie alla parallasse, potrebbe misurare la posizione precisa di ogni singola stella della nostra Galassia.

Il progetto attuale propone di usare sonde molto piccole con vele solari di dimensioni realisticamente fattibili (16 pannelli da 1000 metri quadri ciascuno) e di ridurre i costi lanciando queste sonde in ride sharing, ossia come carico aggiuntivo di altre missioni, evitando così il costo di un vettore di lancio dedicato come l’onerosissimo SLS.

Se tutto questo vi sembra troppo fantascientifico, soprattutto in un momento in cui facciamo fatica persino a uscire di casa in sicurezza, considerate che la NASA è interessata a questo concetto abbastanza da finanziarne le ricerche con 2 milioni di dollari dai fondi del programma NIAC (NASA Innovative Advanced Concepts).

E se l’idea di poter vedere i continenti di mondi lontanissimi vi pare irrealizzabile, tenete presente che a molti sembrava impossibile poter ottenere un’immagine di un buco nero. Poi è successo questo, usando un radiotelescopio virtuale grande quanto la Terra.

Credit: Event Horizon Telescope Collaboration.

L’ambizione degli astronomi di costruire strumenti sempre più grandi non conosce limiti. Un telescopio SGL lungo 90 miliardi di chilometri non è certo il limite della loro creatività nel trovare modi nuovi di estrarre informazioni dall’Universo. Che ne dite, per esempio, di un rivelatore di onde gravitazionali grande come una galassia? Ma questa è un’altra storia.

Fonti aggiuntive: Planetary Society; Planetary Science Vision 2050 Workshop 2017; Direct Multipixel Imaging and Spectroscopy of an Exoplanet with a Solar Gravity Lens Mission; Putting gravity to work: Imaging of exoplanets with the solar gravitational lens. Questo articolo fa parte delle Storie di Scienza: una serie libera e gratuita, resa possibile dalle donazioni dei lettori. Se volete saperne di più, leggete qui. Se volete fare una donazione, potete cliccare sul pulsante qui sotto. Grazie!




Scontro pianificato sonda-asteroide, 10.000 km di scia di detriti

Scontro pianificato sonda-asteroide, 10.000 km di scia di detriti

Il recente esperimento di collisione intenzionale fra la sonda spaziale DART della NASA e l’asteroide
Dimorphos, a distanza di assoluta sicurezza dalla Terra a 11 milioni di chilometri dalla Terra (descritto in
dettaglio in
questo mio articolo) sta fornendo nuove e magnifiche immagini e moltissime informazioni preziose.

Credit: CTIO/NOIRLab/SOAR/NSF/AURA/T. Kareta (Lowell Observatory), M. Knight (US Naval Academy). Le versioni a varie risoluzioni sono qui.

Gli astronomi hanno usato il telescopio SOAR in Cile per fotografare l’enorme coda di polvere e detriti provocata dalla collisione. In questa immagine la scia che parte dal centro della foto verso il bordo destro è lunga oltre 10.000 chilometri ed è composta dal materiale di Dimorphos che è stato sospinto dalla pressione della radiazione solare, in maniera simile a quanto avviene con le code delle comete.

L’immagine è stata acquisita due giorni dopo l’impatto della sonda DART usando lo specchio da 4,1 metri del SOAR (SOuthern Astrophysical Research) presso l’osservatorio di Cerro Tololo. Gli astronomi intendono monitorare l’evoluzione della scia di detriti nei prossimi mesi, per capire la natura della superficie di Dimorphos, determinare quanto materiale è stato espulso dalla collisione e con quale velocità, e la distribuzione delle dimensioni delle particelle nella scia, per determinare se l’impatto ha smosso maggiormente dei grandi frammenti o della polvere fine. L’analisi di queste informazioni permetterà di orientare meglio i piani di protezione della Terra.

Maggiori informazioni sono disponibili nell’annuncio pubblico del NOIRLab che gestisce il telescopio SOAR.

Per prevenire equivoci e allarmi, sottolineo che la scia di polvere è lontanissima dalla Terra, non vi si può avvicinare e non costituisce pericolo per nulla e nessuno.

 

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La prima foto di JWST arriva da tredici miliardi di anni fa

La prima foto di JWST arriva da tredici miliardi di anni fa

Ultimo aggiornamento: 2022/07/13 12:50.

La prima foto scattata dal James Webb Space Telescope è stata resa pubblica
ieri sera. Eccola.

Se volete la versione alla massima risoluzione, provate
qui
(PNG, 29 MB).

È stata intitolata Webb’s First Deep Field ed è l’immagine astronomica
a infrarossi più dettagliata e profonda mai realizzata: mostra un ammasso di
galassie denominato SMACS 0723, che dal punto di vista della Terra si trova nella costellazione australe del
Pesce volante (Volans). Nell’immagine lo vediamo come era 4,6 miliardi di anni fa a causa del tempo impiegato dalla sua luce per raggiungerci.

La massa complessiva di questo ammasso di galassie produce una cosiddetta
lente gravitazionale, ossia un effetto ottico simile a quello di una
lente di vetro: la luce viene piegata, in questo caso dalla gravità, e quindi
gli oggetti che stanno dietro a questo ammasso (dal nostro punto di
osservazione) hanno un aspetto visivo distorto.

Gli effetti della lente gravitazionale permettono al JWST di catturare la luce
e i dettagli di oggetti ancora più lontani. Quelli più fiochi in questa
immagine si trovano a oltre 13 miliardi di anni luce: li vediamo quindi come
erano poche centinaia di milioni di anni dopo il Big Bang. La foto dimostra
che esistevano galassie già ben formate così poco tempo (su scala cosmica)
dopo la nascita dell’universo.

L’immagine è stata ottenuta con lo strumento NIRCam del JWST con un tempo di
posa complessivo di 12 ore e mezza, combinando immagini a varie lunghezze
d’onda (va ricordato che le immagini del JWST sono in falso colore, dato che
il telescopio è sensibile alla luce infrarossa e non a quella visibile).

Altre immagini verranno presentate nei prossimi giorni già a partire da
stasera (12/7) e saranno disponibili qui. Quello che conta è che dopo decenni di preparativi il
telescopio funziona e che questo primo assaggio della sua potenza ci mostra
chiaramente quanto è inimmaginabilmente grande il cosmo: questa è una
fettina di cielo grande quanto un granello di sabbia tenuto tra le dita a
braccio teso, e contiene migliaia di galassie, ciascuna delle quali contiene
miliardi di stelle. La luce degli oggetti più lontani in questa immagine ha
viaggiato per tredici miliardi di anni prima di arrivare allo strumento che è
stato messo in orbita a un milione e mezzo di chilometri di distanza da un
gruppo di umani di vari paesi del pianeta Terra.

Siamo capaci di grandi cose. O perlomeno lo sono alcuni di noi.

Per apprezzare meglio la potenza del JWST può essere utile questo confronto,
creato da
WhatEvery1sThinking, fra la risoluzione offerta dal telescopio spaziale Hubble e quella del JWST
per la stessa porzione di cielo: la differenza è davvero notevole.

Grazie alla verifica fatta da Pgc nei commenti, segnalo che è sbagliato quello che hanno scritto molte fonti e che inizialmente avevo scritto anch’io, fidandomi: non è vero che Hubble ci ha messo settimane per ottenere la sua foto. Ci ha messo 2573 secondi, ossia circa 43 minuti, stando ai dati pubblicati qui.

È interessante notare che l’immagine di JWST è stata presentata in un evento online al
quale hanno partecipato il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e la
vicepresidente Kamala Harris: un gesto politicamente importante che sembra
sottolineare l’attenzione dedicata alla scienza da questa amministrazione.
Speriamo che non sia solo attenzione di facciata.

Maggiori informazioni sul contenuto di questa prima immagine sono presso
ESA, NASA (anche
qui) e
PetaPixel.
BigThink, in particolare, spiega perché le stelle in primo piano hanno sei “punte”
nelle immagini di JWST.

 

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I messaggi dei sottomarini militari sono in Tubular Bells di Mike Oldfield

Ultimo aggiornamento: 2022/01/31 22:20.

C’è un collegamento decisamente strano fra il film L’Esorcista (1973),
l’informatica e i sottomarini militari.

Nell’album Tubular Bells di Mike Oldfield, usato nella colonna sonora
de L’Esorcista in modo memorabile e inquietante, c’è realmente un
messaggio nascosto, coperto dalla musica. 

Non sto parlando dei presunti messaggi satanici che si anniderebbero in certi
brani musicali se vengono riprodotti al contrario, ma di un vero e proprio
messaggio tangibile e concreto, che però non è stato inserito intenzionalmente
da Mike Oldfield. Ma allora come ha fatto a rimanere impresso nell’album?

Per capirlo bisogna riscoprire la storia di quell’incredibile disco.
Tubular Bells fu registrato nel 1973, quando Oldfield aveva solo 19
anni, presso i celeberrimi
Manor Studios di
Richard Branson, a
Shipton-on-Cherwell, in Inghilterra, a nord di Oxford.

A un’oretta di distanza da questi studi di registrazione c’era
Rugby Radio,
una stazione radio militare a frequenza molto bassa o VLF, che veniva
usata per inviare messaggi ai sottomarini della Marina britannica attraverso
le sue antenne alte fino a 250 metri.

Questa stazione radio era talmente potente che i suoi segnali entravano negli
impianti di registrazione dei Manor Studios, lasciando una traccia molto fioca
a 16 kHz di cui i tecnici non si accorsero durante la registrazione dell’album
di Mike Oldfield.

Insomma, in Tubular Bells sono stati registrati per errore i messaggi
militari dei sottomarini, che sono lì da scoprire ancora oggi grazie
all’informatica.

Infatti, come spiegato da David Schneider su
IEEE Spectrum, se si prende un CD di Tubular Bells, lo si converte in un file WAV e
lo si elabora con un’applicazione di software-defined radio (SDR)
sintonizzata su 16 kHz in modo da demodulare i segnali a onda continua, emerge
molto chiaramente del codice Morse. Nei suoi esperimenti, Schneider ha trovato
molte ripetizioni delle lettere VVV (che significa “prova”) e
GBR (che era la sigla identificativa o callsign della stazione
radio militare).

Riccardo Rossi ha verificato questa chicca prendendo un file audio di
Tubular Bells in formato FLAC e filtrandolo con il software SDR, con
questo risultato:

L’idea che in un album musicale siano annidati per errore dei messaggi
militari di quasi cinquant’anni fa è già abbastanza bizzarra, ma c’è di più:
lo stesso software usato per estrarre questi codici dal disco di Mike Oldfield
può essere usato per il monitoraggio delle eruzioni solari, che emettono
potenti segnali radio VLF. Grazie al software, è possibile oggi costruire una
stazione di monitoraggio di questi eventi astronomici con circa 70 dollari (o
euro o franchi). Prima un equipaggiamento del genere sarebbe stato enormemente
più costoso.

A questo punto sovviene un pensiero: quanti altri album furono registrati in
quegli studi britannici e quindi forse contengono altri segnali militari? E
più in generale: man mano che la tecnologia di analisi dei segnali diventa più
sofisticata e i costi delle apparecchiature scendono, quante altre tracce
fantasma del nostro passato troveremo nascoste nelle vecchie registrazioni?

Ma soprattutto resta un mistero: come faceva David Schneider a sapere di poter
cercare i segnali dei sottomarini dentro Tubular Bells?

Addenda /1

Riccardo Rossi mi ha inviato queste istruzioni per consentire di replicare il
suo esperimento:

DECODIFICA TRASMISSIONE MORSE DELLA RUGBY RADIO STATION IN TUBULAR BELLS
(1973)

1) Procurarsi una registrazione ad alta qualità della versione originale di
Tubular Bells di Mike Oldfield registrata nel 1973 in uno dei
seguenti modi:

a. DIFFICILE – Procurarsi il vinile della versione originale ed avere
l’attrezzatura per farne una copia digitale in formato .wav

b. MEDIO – Procurarsi il CD con la traccia originale (e non le versioni
rimasterizzate pubblicate dallo stesso Oldfield negli anni 2000) e farne una
copia in formato .wav

c. FACILE – Cercare e scaricare da internet il “rip ISO” del CD o la
versione .flac ad alta qualità, dopo di che convertirla in formato .wav con
uno dei tanti software audio disponibili gratuitamente.

* Per scopi puramente scientifici ho caricato la traccia .flac a questo link
temporaneo https://t.co/riVYXCyfyZ

** Non è un caso che non abbia preso in considerazione le versioni in .mp3,
in quanto questo tipo di compressione cancella completamente (o inibisce
moltissimo) la gamma di frequenze dove è rimasta registrata la trasmissione
radio.

2) Procurarsi un software SDR; ce ne sono diversi gratuiti ed io ho scelto
SDR# (Windows) disponibile a questo link:
https://airspy.com/download/.

Questi software normalmente funzionano accoppiati ad un dongle SDR o ad una
radio, ma possono anche analizzare delle registrazioni “offline” andando a
leggere semplicemente un file, ed è proprio quello che andremo a fare.

3) Scompattare SDR# in una cartella e lanciare SDRSharp.exe (non è
necessaria una installazione).

4) Nel pannello SOURCE in basso a sinistra, dal menu a tendina
selezionare Baseband File (*.wav) e caricare il file .wav di
Tubular Bells.

5) Selezionare RAW nel pannello RADIO in alto a sinistra e nel campo
Bandwidth
inserire il valore 44000.

6) Premere il tasto PLAY in alto a sinistra, e dovreste iniziare a sentire
Tubular Bells.

7) Se notate attentamente sullo spettrogramma in corrispondenza dei 16 kHz
c’è un segnale sottile, che è una cosa abbastanza inusuale per una traccia
audio. Per isolare ed ascoltare solo quella fettina di spettro,
selezionare CW nel pannello RADIO. La modalità CW (continuous wave)
serve per la ricezione di segnali in codici morse che intrinsecamente hanno
una banda molto stretta (una volta cliccato CW noterete che il software
porta automaticamente la Bandwidth
da 44000 a 300).

8) A questo punto sintonizzatevi sui 16 kHz cliccando la zona di interesse
col mouse sullo spettrogramma (o scrivendo 16.000 nei campi numerici in alto
a destra dello slider del volume). La sequenza di punti e linee ora dovrebbe
essere chiaramente udibile.

Riky IU4APB

Addenda /2

Alcuni esperti di storia delle radiocomunicazioni mi hanno espresso
perplessità sulla descrizione della natura militare delle trasmissioni di
Rugby Radio. Riporto testualmente quello che scrive David Schneider
nell’articolo che ho linkato:
“[…] the British government operated a very-low-frequency (VLF) radio
station to send messages to submarines”
.
Inoltre un articolo tematico su OurWarwickshire.org.uk
dice che
“During the Falklands War in 1982 a special South Atlantic short wave
circuit was urgently set up for the MoD. This, together with the GBR VLF
transmitter used by the MoD(N), helped in the war effort.”

E
questo documento dedicato a Rugby Radio
dice che
“During and following the 2nd World War the traffic moved from commercial
telegrams to ships and diplomatic news broadcasts, to Air Ministry weather
forecasts and finally played an important part in the Cold War, providing
submarine communications for the Royal Navy.”

Un uso militare di Rugby Radio sembra insomma ragionevolmente ben
documentato. 

Chicca: il secondo documento che ho linkato cita una cosa che sembra tratta di
peso da un libro steampunk di passati alternativi: nel 1926 (un secolo fa,
insomma) Rugby Radio aveva una portata planetaria. Il suo segnale
Morse, diffuso con 350 kW di potenza al trasmettitore, si riceveva in tutto il
mondo e faceva parte dell’Imperial Wireless Network, la rete senza filo
dell‘Impero britannico. E l’anno successivo (1927) fu inaugurato il
servizio telefonico intercontinentale fra il Regno Unito e gli Stati
Uniti. Il servizio era piuttosto esclusivo: portava un massimo di
due telefonate e una telefonata di tre minuti costava circa 600
sterline di oggi, ossia settecento euro.

In 1927, just a year after the Radio Station opened, the first radio
telephone service from the UK to the USA began. Later this service could
carry a maximum of two telephone calls using a frequency of 60-68 kHz in the
Long Wave band. The cost of a call, during the first year of service was £15
for three minutes, about £600 at today’s prices. The service was transmitted
from Rugby and the receiving station for the return leg of the circuit was
at Wroughton in Wiltshire. Later a receiver at Cupar in Scotland was also
used. In the USA the receiver was at Houlton in Maine and the return leg
transmitter at Rockypoint, New York.

Addenda /3

Nei commenti, pgc segnala che Schneider spiega in parte come faceva a
sapere dei segnali dei sottomarini dentro Tubular Bells quando dice
“[…] It seems the powerful emanations from this nearby station, broadcast
at a radio frequency of just 16 kilohertz (within the audio range), were
picked up by the electronic equipment at Branson’s studio and recorded at a
level too low for anyone to notice. After learning of this, I purchased an old CD of Tubular Bells
. Insomma, sembra che Schneider sia venuto a conoscenza dei radiodisturbi che
affliggevano i Manor Studios in quel periodo (forse da qualcuno che ci
lavorava) e che abbia semplicemente scelto Tubular Bells come uno dei
vari album registrati nel periodo giusto in quello studio di registrazione.

Lanciato il telescopio spaziale Webb: risorse per conoscerlo meglio

Ultimo aggiornamento: 2022/01/01 13:30.

Il giorno di Natale è stato lanciato con successo dall’Agenzia Spaziale
Europea, a bordo di un vettore Ariane 5, il telescopio spaziale James Webb (JWST
o James Webb Space Telescope), destinato a raccogliere dati scientifici
sul cosmo finora inaccessibili. 

Questo strumento sensibilissimo promette di arrivare ben oltre i risultati già
sensazionali del suo progenitore, il telescopio spaziale Hubble, guardando
indietro nel tempo fino alle origini dell’universo e contribuendo alla ricerca
di altri pianeti e di asteroidi all’interno del Sistema Solare.

Animazione e (da 42 secondi in poi) video della separazione del telescopio
Webb dal suo lanciatore.

Una versione più estesa, ripulita e meno disturbata di questo distacco è stata
pubblicata dall’ESA:

Mi limito a fornire qualche risorsa utile per conoscere meglio questo gioiello
di scienza, visto che già molti bravi esperti (come per esempio
Astronautinews.it
Patrizia Caraveo su Wired,
Umberto Guidoni su Huffington Post
e
Marco Malaspina su Inaf.it) hanno pubblicato articoli in italiano che ne parlano e spiegano la sua
sofferta gestazione venticinquennale, i suoi costi elevatissimi (10 miliardi
di dollari), le difficoltà del suo lancio, del viaggio che deve ancora fare
per raggiungere la sua destinazione finale (una zona ben più lontana della
Luna, a oltre un milione e mezzo di chilometri dalla Terra) e del suo
complicatissimo “spacchettamento”: Webb è talmente grande da non poter essere
incapsulato da nessuna carenatura ed è stato necessario lanciarlo strettamente
ripiegato e creare una soluzione ingegneristica di dispiegamento che terrà i
tecnici con il fiato sospeso per mesi.

Animazione della sequenza di dispiegamento del telescopio Webb.

Purtroppo quasi tutte le risorse migliori sono disponibili solo in inglese; se
avete altre buone fonti in italiano, segnalatemele.

Tutti i dettagli di Webb, del suo lancio e della sua particolarissima orbita
intorno al punto di Lagrange L2 sono in
questo ottimo PDF
della NASA. L’ESA ha qualcosa di analogo in italiano
qui.

Un altro ottimo spiegone illustrato della NASA, dedicato soprattutto alle
straordinarie tecnologie di fabbricazione del telescopio, è
qui.

L’annuncio NASA del lancio riuscito è
qui.

La
Planetary Society spiega
perché ci vorranno sei mesi prima di avere immagini da questo
telescopio. 

Moltissime immagini del Webb durante la fabbricazione sono
qui su Flickr.

La spiegazione dettagliata degli oltre 300 punti critici che possono
compromettere irrimediabilmente la missione (single point of failure) è
in questo video (in inglese):

Il sempre bravo Scott Manley spiega in questo video le particolarità
dell’orbita e delle possibilità di puntamento del JWST e il motivo per il
quale è un telescopio agli infrarossi invece che per luce visibile:

Anche Smarter Every Day offre molte info:

Qui c’è invece Real Engineering:

Potete seguire le notizie sul telescopio Webb su Twitter presso
@NASAWebb.

Il tracciamento in tempo reale del viaggio del Webb e del suo progressivo
dispiegamento è disponibile
qui

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Secondo SkyTG24, un ASTRONAUTA ha toccato il Sole. Scemenza detta e ripetuta

Secondo SkyTG24, un ASTRONAUTA ha toccato il Sole. Scemenza detta e ripetuta

Ultimo aggiornamento: 2021/12/15 11:10.

Però ricordiamoci sempre che le scemenze e le fake news son colpa di Internet.

Non sembra che si tratti di uno scivolone della presentatrice distratta: la stessa frase, a quanto pare, è stata ripetuta.

La notizia corretta è che si tratta di un veicolo spaziale (non di un astronauta), il Parker Solar Probe. Nessun astronauta è mai stato più lontano della Luna, che sta a circa 400.000 chilometri dalla Terra, figuriamoci se è andato dalle parti del Sole, che sta a 150 milioni di chilometri.

Inoltre la sonda si è avvicinata al Sole, attraversandone la corona, ossia lo strato superiore dell’atmosfera, stando a circa 8,5 milioni di chilometri da quella che normalmente viene considerata la “superficie” del Sole.

La sonda non ha “toccato” il Sole per la semplice ragione che il Sole non ha una superficie solida: è una colossale palla di gas (più propriamente plasma) rimescolato da continue, violentissime reazioni termonucleari naturali.

Purtroppo la NASA ha usato inizialmente proprio il verbo toccare (“For the first time in history, a spacecraft has touched the Sun”) e quindi chi non sa nulla di astronomia ha interpretato letteralmente l’annuncio, senza approfondire e senza notare che l’ente spaziale statunitense ha poi specificato cosa è successo esattamente. Ma questo non esonera chi a quanto pare non riesce a capire la differenza fra sonda spaziale e astronauta.

La NASA è comunque molto chiara nello spiegare che la sonda non ha realmente toccato nel senso comune del termine: ha interagito con la corona, che è considerata parte dell’atmosfera del Sole.

“NASA’s Parker Solar Probe has now flown through the Sun’s upper atmosphere – the corona […] As it circles closer to the solar surface, Parker is making new discoveries […] Parker Solar Probe has now passed close enough to identify one place where they originate: the solar surface […] Flying so close to the Sun, Parker Solar Probe now senses conditions in the magnetically dominated layer of the solar atmosphere – the corona – that we never could before,” said Nour Raouafi, the Parker project scientist at the Johns Hopkins Applied Physics Laboratory in Laurel, Maryland.”

È una notizia scientifica importante, visto che si tratta della prima interazione così ravvicinata e diretta con l’atmosfera del Sole. Peccato vederla raccontata in maniera così inetta.