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Wikipedia compie 14 anni

Wikipedia compie 14 anni

Il 15 gennaio 2001 debuttava un sito che avrebbe cambiato il modo di cercare e fare conoscenza: Wikipedia. Oggi la sua esistenza è considerata assolutamente normale, ed è notevole pensare che esistono maggiorenni che non ricordano un mondo senza un’enciclopedia liberamente consultabile via Internet e liberamente modificabile, ma quattordici anni fa era così.

L’idea che chiunque potesse modificarne il testo e contribuire alla sua crescita era talmente rivoluzionaria che ancora quattro anni dopo, nel 2005, a Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia, arrivavano mail allarmate che lo avvisavano che c’era una falla di sicurezza in Wikipedia che consentiva a chiunque di modificarla e molti utenti erano convinti che fosse stato Wales a scrivere personalmente ogni pagina dell’enciclopedia.

Molti, inoltre, non ricordano che Wikipedia nacque come servizio secondario di Nupedia, che nelle intenzioni di Wales doveva essere la vera enciclopedia online, curata da esperti: ma Nupedia riuscì a partorire due soli articoli in sei mesi. Così il filosofo Lawrence Sanger propose a Wales di creare una versione di Nupedia modificabile da chiunque: questa versione, battezzata appunto Wikipedia, nel suo primo anno di vita accumulò oltre 20.000 voci in diciotto lingue. Oggi l’enciclopedia libera ha circa 4,7 milioni di voci in inglese e circa 1,2 milioni in italiano.

Netscape compie vent’anni

Il 13 ottobre 1994 fu rilasciata la versione 0.9 del browser Mosaic Netscape, e tutto cambiò.

La Rete, a quell’epoca, era così lenta che il browser aveva un’animazione, quella mostrata qui sopra nel tweet dell’esperto di sicurezza informatica Mikko Hypponen, per indicare che la pagina richiesta era in via di caricamento. Tempi eroici.

Presso la sede di Netscape, nel 1994, fu attivata una webcam che inquadrava un acquario. È ancora attiva adesso, presso Fishcam.com. Secondo Fishcam, si tratta della seconda webcam dal vivo di tutta la storia di Internet ed è la più antica ancora in funzione.

Aggiornamento (2014/10/15): ovviamente la prima è questa. Grazie ai commentatori che me l’hanno ricordato; scusatemi, ma la mia memoria non è più quella di una volta.

Archeoinformatica: la prima pagina Web di Microsoft compie vent’anni

Archeoinformatica: la prima pagina Web di Microsoft compie vent’anni

Quello che vedete qui accanto era l’aspetto della pagina iniziale di Microsoft.com vent’anni fa, nel 1994, quando la parte Web di Internet era ancora embrionale e doveva fare i conti con il fatto che le velocità di connessione degli utenti erano scarsissime rispetto agli standard di oggi.

Non stupitevi, quindi, se la pagina di allora sembra scarna e minimalista: all’epoca ogni byte pesava e, come racconta Microsoft, era normale che quella paginetta ci mettesse anche cinque secondi a caricarsi.

Operazione nostalgia: Microsoft ha rimesso online quella pagina in versione funzionante. Unica concessione alla modernità: i link oggi portano alla versione attuale del sito Microsoft.com.

Addio all’indice di Yahoo, ricordo di com’era Internet prima dei motori di ricerca

Addio all’indice di Yahoo, ricordo di com’era Internet prima dei motori di ricerca

Tanti, tanti anni fa il nome Yahoo! era un acronimo: stava per Yet Another Hierarchical Officious Oracle. A gennaio del 1994, due studenti della Stanford University, Jerry Yang e David Filo, avevano creato un catalogo dei siti di Internet e un paio di mesi dopo lo avevano denominato Yahoo! (con il punto esclamativo).

A quei tempi non c’era ancora Google e non c’erano i motori di ricerca efficienti come li conosciamo oggi: se volevi trovare qualcosa su Internet dovevi chiedere agli amici oppure consultare una directory, ossia un catalogo di siti organizzato per temi. Yahoo! era quindi una risorsa preziosissima per gli internauti.

Il problema di fondo dei siti-catalogo, tuttavia, era che non erano mai sufficientemente aggiornati: Internet cresceva in modo esplosivo e neppure un esercito di catalogatori umani sarebbe riuscito a tenere aggiornati siti come Yahoo!; l’avvento di Google soppiantò definitivamente la catalogazione manuale, ma Yahoo! ha mantenuto attivo, finora, il proprio servizio di directory presso https://dir.yahoo.com.

Ma l’azienda Yahoo! (che da allora è diventata una grande società che offre moltissimi prodotti e servizi informatici) ora sta sfrondando drasticamente i rami secchi ed è quindi venuto il momento di dire addio anche al suo sito-catalogo. L’annuncio ufficiale della prossima chiusura segnala che il servizio resterà attivo fino al prossimo 31 dicembre dopo vent’anni di onorato servizio: c’è ancora tempo, insomma, per andare a visitare un pezzo della storia di Internet.

Le parole di Internet: boss key

Le parole di Internet: boss key

boss key. Nei videogiochi per computer e in altre applicazioni, un tasto che serve per nascondere rapidamente il gioco e far comparire al suo posto sullo schermo un’immagine innocente, per esempio un grafico aziendale.

Nel Tetris per DOS, per esempio, premendo il tasto ESC compariva un foglio di calcolo con numeri di incassi da varie località (come mostrato qui accanto). Uno dei primi casi di boss key risale al 1982, in una collezione di giochi per il PC IBM.

Una variante del boss key è costituita da applicazioni che possono essere configurate per zittire l’audio e nascondere specifiche finestre di altre applicazioni se l’utente preme una particolare combinazione di tasti. Esistono anche i siti dotati di boss key: un pulsante cliccabile sullo schermo che nasconde la finestra o la scheda del browser contenente il sito in questione, come ha fatto anche di recente NCAA.comun sito dedicato al basket negli Stati Uniti (video).

Ci sono anche casi di boss key burloni: per esempio Leather Goddesses of Phobos, un gioco per adulti, nella versione per PC IBM aveva un foglio di calcolo che però elencava giocattoli decisamente particolari, compreso un “lattaio gonfiabile”, e Leisure Suit Larry aveva un finto boss key che terminava il gioco invece di sospenderlo.

Con l’avvento dei sistemi operativi a finestre il boss key è diventato meno popolare, sostituito da combinazioni di tasti già predisposte dal sistema che riducono a icona o nascondono la finestra corrente.

La strana storia del videotelefono che compie... cinquant’anni?

La strana storia del videotelefono che compie… cinquant’anni?

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Avreste mai detto che il primo videotelefono risale al 1964? Bill Hammack di Engineerguy.com propone un bel video che ripercorre la storia bizzarra della videochiamata che oggi diamo assolutamente per scontata nei nostri smartphone e computer.

Il Bell PicturePhone, nella foto qui accanto, debuttò nel 1964 (e si vede dal design) alla World Fair, collegando New York con Disneyland: doveva essere una rivoluzione della comunicazione, ma fu un flop che costò all’azienda produttrice mezzo miliardo di dollari.

Tecnicamente era geniale: riusciva a trasmettere sulle normali linee telefoniche in rame (non c’era in giro l’ADSL o la fibra ottica, allora) un’immagine video in bianco e nero insieme all’audio della chiamata. Non c’erano schermi piatti, per cui usava un piccolo tubo catodico televisivo. A partire dalla versione del 1970, quella messa in vendita al pubblico, aveva già incorporata una videocamera CCD per riprendere gli interlocutori (il CCD era stato inventato l’anno precedente). La Bell installò cabine per le videochiamate in vari luoghi pubblici di grande traffico negli Stati Uniti per promuovere il servizio. Si aspettava che entro il 2000 avrebbe avuto una dozzina di milioni di abbonati al videotelefono.

Ma le cose andarono malissimo. La Bell chiedeva circa 160 dollari di allora (mille di oggi) di canone mensile e le chiamate costavano 20 dollari al minuto (circa 150 di oggi). E così nel 1964 c’erano in tutti gli Stati Uniti solo una settantina di utenti; sei anni dopo non ce n’era più neanche uno. Nel 1978 la Bell ritirò il prodotto dal mercato dopo aver speso circa 500 milioni di dollari in ricerca. Nessuno voleva videochiamare, specialmente non a questi prezzi.

Alla Bell non erano stupidi: i prezzi furono imposti dalle norme antimonopolio dell’epoca, che le impedirono di immettere il PicturePhone sul mercato offrendolo sottocosto per stimolarne la diffusione, come si fa spesso con le tecnologie innovative. Peccato, perché il videotelefono doveva essere il primo di una serie di servizi telematici che sarebbero stati veicolati tramite la rete telefonica, rendendo economicamente conveniente la modernizzazione dell’infrastruttura per offrire servizi in banda larga.

In altre parole, c’era chi concepiva e costruiva Skype e Internet già negli anni Sessanta. È per questo che chi ha qualche anno sulle spalle si lamenta che il futuro non è più quello di una volta.

Aggiornamenti

È disponibile il video della prima chiamata commerciale del PicturePhone, effettuata a Pittsburgh nel 1970. Sulla genesi del CCD e sul suo uso nel PicturePhone, segnalo The Invention and Early Histoy of the CCD (disponibile anche qui), che mostra il vidicon usato inizialmente per poi sostituirlo con i primi CCD. Ho aggiornato l’articolo per chiarire che la versione del 1964 non usava ancora il CCD.

Software d’epoca per Mac SE

Durante la diretta di stamattina del Disinformatico, un ascoltatore, Manuel, ha chiesto siti dai quali reperire software per il suo Mac SE. Queste sono le risorse che ho trovato: se ne conoscete altre, segnalatele nei commenti, grazie!

Opere digitali di Andy Warhol perdute e ritrovate

Opere digitali di Andy Warhol perdute e ritrovate

Credit: Andy Warhol Museum.

Grazie a un’operazione di vera e propria archeologia informatica sono stati recuperati i primi esperimenti artistici digitali di Andy Warhol, realizzati nel 1985 su un computer Amiga 1000.

Pensate un attimo a com’era l’informatica nel 1985: Microsoft iniziava la distribuzione di una cosa chiamata Windows e del DOS 3.2. Il Macintosh aveva un anno. In tutti gli Stati Uniti ci sono soltanto 15 milioni di utenti di personal computer. Pensare di fare arte grafica digitale era un sogno di molti ma in pratica le schede grafiche costavano un patrimonio.

L’Amiga 1000 fu uno dei primi personal computer a mettere la grafica al centro dell’interazione con l’utente, offrendo fino a 4096 colori a 640×256 pixel di risoluzione: oggi fa di meglio un telefonino di fascia bassa. La Commodore, proprietaria di Amiga, fornì a Warhol in anteprima un esemplare del modello 1000 per vedere cosa ne avrebbe tirato fuori.

Credit: Andy Warhol Museum.

Si sapeva, da un video della presentazione dell’Amiga datato 1985, che Warhol aveva creato qualcosa (compreso un ritratto digitale di Debbie Harry dei Blondie, ma non c’era alcuna traccia di dove fossero i file grafici originali di queste creazioni.

L’artista di New York Cory Arcangel, insieme ai tecnici del Carnegie Mellon University Computer Club e ad altri esperti, si sono cimentati nella sfida di recuperare i dati dai floppy dell’Amiga di Warhol, conservati all’Andy Warhol Museum. Erano infragiliti dall’età, per cui è stato necessario usare tecniche di lettura speciali per acquisirne il contenuto. Soprattutto non c’erano floppy contenenti disegni, per cui sembrava improbabile che si potesse trovare qualcosa. Ma la lettura dei floppy delle applicazioni ha rivelato che Warhol aveva salvato le immagini direttamente sui dischetti originali del programma di grafica utilizzato: cosa impensabile oggi, ma prassi comune all’epoca, quando molti computer avevano una sola unità di lettura di dischetti. I nomi dei file erano inequivocabili: campbells.pic, marilyn1.pic e altro ancora.

Ma i file erano scritti in un formato ormai praticamente dimenticato, usando un programma oggi obsoleto, GraphiCraft: è stato necessario decifrarne la struttura e scrivere del software in grado di visualizzarli correttamente sui computer odierni. Le opere inedite di Warhol, recuperate dopo tre anni di lavoro, verranno presentate il 10 maggio prossimo a Pittsburgh. Il rapporto tecnico sul restauro digitale è scaricabile qui in inglese e mette in luce il problema dell’obsolescenza rapida dei supporti digitali e dei formati, specialmente se non sono documentati.

Fonti aggiuntive: BBC.

Le parole di Internet: morphing

Le parole di Internet: morphing

morphing. Effetto speciale visivo, generato tramite computer, che trasforma progressivamente un’immagine in un’altra senza stacchi visibili. Fu utilizzato in dettaglio per la prima volta al cinema nel film Willow (1988; video), anche se era già comparso, in forma molto grezza e non fotorealistica, ne Il Bambino d’Oro e in Rotta verso la Terra (entrambi del 1986).

Il morphing divenne popolare in particolare grazie al film Terminator 2 (1991), che lo usò massicciamente per animare il cyborg T-1000, interpretato da Robert Patrick: la sua capacità di assumere qualunque forma, con trasformazioni mostrate appunto tramite morphing, divenne uno degli aspetti centrali del film.

Questo effetto digitale, tuttavia, ha radici ben più remote: compie quarant’anni. Infatti risale al 1974 il cortometraggio d’animazione canadese Hunger/La Faim, che divenne il primo film animato al computer a ricevere una candidatura all’Oscar come miglior corto e un premio della Giuria al Festival di Cannes. Oggi questo film è visionabile online su Vimeo.

La tecnica del morphing usata in Hunger/La Faim fu concepita e realizzata da Nestor Burtnyk e Marceli Wein ispirandosi al lavoro degli animatori tradizionali: in un cartone animato disegnato a mano, l’animatore capo disegna le immagini principali (keyframe) che descrivono il movimento di un personaggio e una squadra di assistenti crea i disegni intermedi. Un procedimento manuale molto costoso e lento, che il sistema di Burtnyk e Wein rendeva automatico, consentendo animazioni e transizioni prima impossibili. Nel morphing moderno, un animatore capo segna e abbina i punti salienti nell’immagine iniziale e in quella finale e il computer provvede a generare le immagini fotorealistiche intermedie.

Un po’ di nerd porn: computer e software d’epoca

Un po’ di nerd porn: computer e software d’epoca

Oggi pomeriggio sono stato alla SUPSI di Manno (Canton Ticino) per fare delle riprese per la TV svizzera e ho colto l’occasione per fare qualche foto a oggetti d’epoca meravigliosi. Le pubblico qui grezze; vediamo cosa riconoscete.