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Se Apple decide cosa si può pubblicare: perché l'iPad è una polpetta avvelenata per gli editori

Se Apple decide cosa si può pubblicare: perché l’iPad è una polpetta avvelenata per gli editori

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “roami” e “dea selene”. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento ore 21:15.

Tantissimi editori si stanno buttando a capofitto sull’iPad, investendo nella produzione di applicazioni apposite e di versioni su misura dei propri giornali e delle proprie riviste. Vedono l’iPad come un’ancora di salvezza per contrastare il declino delle loro vendite cartacee. La voglia di trovare un messia che li salvi è talmente forte che sono, a quanto pare, ciechi alle conseguenze delle loro scelte come una sedicenne che s’infila nel letto di una meteora del pop.

Il problema di dedicare i propri sforzi online esclusivamente alle piattaforme Apple è che in questo modo l’editore perde il controllo. Mette la propria rotativa in outsourcing, per così dire, a un’azienda che ha per contratto il diritto di decidere cosa viene o non viene stampato e pubblicato. E che decide con criteri talmente arbitrari e puritani da spingersi ben oltre l’indignazione per arrivare al ridicolo.

Esempio numero uno: TheBigMoney.com segnala che un adattamento a fumetti dell’Ulisse di Joyce, intitolato Ulysses Seen, è stato inizialmente respinto dall’App Store perché conteneva immagini di nudo inaccettabili. Ecco una delle immagini in questione:

E questa è un’altra:

Sì, queste sono le immagini respinte dall’App Store di Apple. Da notare che l’Ulisse originale di Joyce, con le sue descrizioni di attività sessuali esplicite, è invece in vendita su iBooks di Apple. Dopo che i creatori di Ulysses Seen hanno modificato i disegni, la società della mela morsicata ha accettato il fumetto nell’App Store (non ho ancora visto le versioni modificate; se qualcuno le trova, me lo faccia sapere); poi ha detto di aver commesso “un errore” e ha chiesto agli autori di sottoporre di nuovo i disegni originali. Però intanto censura con tanto di quadrettoni il fumetto di un bacio fra due uomini svestiti, ma non quello di una scena di sesso fra un uomo e una donna altrettanto svestiti. Un bel messaggio di tolleranza, non c’è che dire (aggiornamento: Apple ha fatto dietrofront anche in questo caso, secondo il Washington Post).

Come scrive lucidamente Kevin Kelleher sempre su The Big Money, è vero che il fumetto originale è disponibile altrove sul Web e quindi l’edizione per l’App Store è paragonabile a una versione di un film tagliata per mandarla in onda in prima serata, ma l’atteggiamento di Apple “obbliga gli artisti a scendere a compromessi sull’integrità della loro visione e punisce coloro che rifiutano il compromesso. Questo è particolarmente pericoloso quando il nudo non è osceno – come nel caso di Ulysses Seen – ma rinforza l’opera complessiva. Secondariamente, e in modo più pernicioso, può indurre gli artisti a tentare di interpretare anticipatamente la propria integrità censurando i contenuti ancor prima che Apple gliel’abbia chiesto… Joyce non scese a compromessi, neanche creando una seconda versione ripulita dell’Ulisse.”

Editori di giornali, provate a sostituire artisti con giornalisti. E come potrete parlare obiettivamente dei prodotti Apple, sapendo che l’edizione online del vostro giornale o della vostra rivista dipende, per i propri introiti, dal placet di Apple? Gli editori tedeschi hanno dimostrato di aver capito il problema.

Se i criteri dell’App Store vi sembrano dettati da un puritanesimo al limite dell’assurdo, considerate il secondo esempio: The Sun. Sì, il giornale britannico noto più per le grazie dei suoi topless a pagina 3 che per la forbita sagacia dei suoi reporter. The Sun ha un’App nell’App Store che consente di leggere il giornale (a pagamento). Leggerlo, s’intende, compresa la suddetta pagina 3, che come documenta The Register offre in fotografia, ad alta risoluzione, il seno che disegnato a fumetti è invece inaccettabile per Apple. Riproduco qui le grazie di Chloe a bassa risoluzione per permettere la lettura di questo articolo senza causare disagi sul posto di lavoro: la versione più nitida, per gli interessati, è appunto su The Register.

Paidcontent spiega che Apple ha accettato il popputo ebdomadario britannico perché per scaricarlo sull’iPad è necessario confermare di avere più di diciassette anni. A quanto pare, la visione di un seno prima di quest’età può causare traumi indicibili. E come si fornisce la conferma, presentando un documento d’identità? No: molto più pilatescamente, cliccando su un pulsante e dichiarando di avere più dell’età mammocompatibile. Perché naturalmente nessun minorenne ormonalmente stimolato sarà così disonesto da mentire.

Sia chiaro: il problema non è dell’iPad, ma del modello commerciale scelto da Apple per l’iPad (e per l’iPhone), che esige il controllo totale e l’ultima parola sui contenuti. Si porrebbe per qualunque altra società che imponesse quello stesso modello monopolista su qualunque dispositivo.

Volete davvero che tutte le rotative siano gestite da un’unica società, con potere assoluto su cosa possono o non possono vedere e leggere i vostri lettori? Pensateci, editori, prima di mettervi a danzare con un elefante talebano.

Come far durare più a lungo la batteria di un iPhone

Come far durare più a lungo la batteria di un iPhone

Afflitti da problemi di durata della batteria nel vostro smartphone Apple? Howtogeek segnala che in iOS 9 è stata introdotta una modalità di risparmio energetico (solo per gli iPhone, non per gli iPad): quando la batteria scende al 20% di carica residua, compare un avviso che invita ad attivare questa modalità. Ma potete anche decidere di attivarla manualmente, per esempio se prevedete di essere lontani da una presa di corrente o da un altro dispositivo di ricarica per molte ore di seguito.

Per attivarla manualmente andate nelle Impostazioni, scegliete Batteria e attivate la voce Risparmio energetico. Questo riduce la luminosità dello schermo, disabilita l’invio e la ricezione delle mail, l’aggiornamento in background delle app e alcuni degli effetti grafici dell’iPhone (per esempio gli sfondi animati), e accorcia il tempo di blocco e spegnimento automatico dello schermo. L’indicatore della batteria diventa giallo e compare l’indicazione della percentuale di carica (se non l’avevate già attivata manualmente). Dietro le quinte, il processore principale e quello grafico vengono rallentati, facendo diventare l’iPhone un po’ lento nel rispondere ai comandi.

Per uscire dalla modalità di risparmio energetico è sufficiente ripetere la procedura, disattivando la voce Risparmio energetico, oppure caricare un bel po’ la batteria (almeno oltre il 70%).

Più in generale, se volete ridurre il consumo di batteria del vostro smartphone Apple potete disabilitare la ricezione automatica delle mail (Impostazioni – Posta, Contatti, Calendari – Scarica nuovi dati e disattivate Push); ridurre la luminosità dello schermo, che è consumatore vorace di energia; e disabilitare gli aggiornamenti automatici dei dati (Impostazioni – Generali – Aggiornamento app in background e disattivate Aggiorn. app in background).

Apple, aggiornamenti per iOS, OS X, watchOS e tvOS

Apple, aggiornamenti per iOS, OS X, watchOS e tvOS

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Apple ha rilasciato un aggiornamento per iOS, che porta il sistema operativo alla versione 9.3.2 risolvendo qualche problema minore e chiudendo alcune falle di sicurezza; ci sono aggiornamenti anche per OS X (versione 10.11.5, circa 1 GB, che risolve vari problemi di sicurezza), per watchOS (che arriva alla versione 2.2.1) e per tvOS (che raggiunge la 9.2.1).

Come consueto, è opportuno fare un buon backup dei propri dati e poi installare il più presto possibile questi aggiornamenti.

Fonti aggiuntive: Ars Technica.

Apple Music ti cancella la musica dal computer: utente perde 122 giga di canzoni

Apple Music ti cancella la musica dal computer: utente perde 122 giga di canzoni

Ha fatto subito il giro del mondo il racconto della disavventura capitata a James Pinkstone, di Atlanta, negli Stati Uniti: Apple Music, il servizio di streaming musicale a pagamento di Apple, ha cancellato ben 122 gigabyte di musica dal suo Mac. Compresi i brani che lui stesso aveva composto. E lo ha fatto, dice, senza dare alcun preavviso e senza chiedere il consenso. Non solo: quando ha contattato l’assistenza Apple gli è stato detto che Apple Music stava funzionando correttamente e che questa cancellazione era un comportamento previsto.

Se siete uno dei circa undici milioni di utenti paganti di Apple Music, la storia del signor Pinkstone è da brivido; in generale, è un monito per chiunque affidi i propri dati al cloud. Che, va ricordato, è un termine di marketing per non dire “il computer di qualcun altro”.

Apple Music, infatti, inizialmente legge tutti i brani audio presenti nel computer dell’abbonato, li confronta con quelli che Apple ha in archivio e poi cancella dal computer quelli che gli risultano presenti in archivio. Quando l’abbonato vuole ascoltare un brano su uno qualunque dei propri dispositivi, Apple glielo manda in streaming. Questo fa risparmiare spazio su disco e consente di avere la musica a disposizione ovunque.

Il problema, racconta il signor Pinkstone, è che il software di confronto e riconoscimento dei brani è impreciso e sbaglia a identificare i brani, per esempio confondendo una versione di una canzone con un’altra, e quindi capita che sostituisca un’edizione rara con quella generica più comune, una cover con un originale, una versione dal vivo con quella registrata in studio. L’edizione rara, magari trovata con fatica, viene cancellata dal computer dell’abbonato.

Peggio ancora, quando Apple Music incontra un brano che non riconosce, lo preleva dal computer dell’abbonato, lo copia sui propri server e poi lo cancella dal computer dell’utente. E lo fa anche con i brani composti dall’utente, come nel caso del signor Pinkstone. Questo significa che Apple controlla l’accesso dell’autore alla sua musica, e dato che Apple Music è un servizio a pagamento, l’utente deve pagare per avere accesso alle proprie composizioni o alla musica che aveva già pagato acquistandola per esempio su CD.

James Pinkstone è riuscito a recuperare tutta la propria musica attingendo a un backup, ma chi non ha una copia di scorta della propria collezione musicale rischia di trovarsi a dipendere da Apple e doverle pagare un abbonamento. Peggio ancora, chi elimina il proprio account Apple Music dopo i primi tre mesi di prova gratuiti rischia di aver perso tutto.

C’è chi fa notare che in realtà Apple Music avvisa prima di cancellare, ma lo fa in modo poco chiaro ed è facile sbagliarsi: forse è quello che è successo al signor Pinkstone e ad altri utenti in passato. Comunque sia, la vicenda evidenzia bene il rischio molto concreto dell’attuale tendenza ad affidarsi a servizi cloud senza conservare una propria copia locale dei dati: si diventa dipendenti dall’accesso a Internet e soprattutto dagli umori del fornitore del cloud per l’accesso ai propri dati e per la loro integrità. E se il cloud sbaglia o l’abbonamento scade, i dati sono persi o silenziosamente alterati per sempre.

Esperti: presto, disinstallate QuickTime per Windows! Adobe: ma anche no

Esperti: presto, disinstallate QuickTime per Windows! Adobe: ma anche no

Il CERT (Computer Emergency Readiness Team) statunitense, una delle principali autorità di sicurezza informatica al mondo, è stato molto chiaro nel suo recente avviso: se usate QuickTime su Windows, vi conviene disinstallarlo, perché contiene almeno due falle critiche che permettono di infettare un computer semplicemente convincendo il suo utente a guardare un video o visitare un sito.

Il problema è che non c’è un aggiornamento di sicurezza da scaricare, perché Apple ha smesso di aggiornare QuickTime per Windows e consiglia di rimuoverlo. In pratica, continuare ad avere QuickTime per Windows installato è come lasciare la porta di casa spalancata e non poterla chiudere a chiave.

Di solito in questi casi si segue il consiglio degli esperti, ma stavolta c’è qualcuno che ha alzato la manina per obiettare: è Adobe, perché molti suoi prodotti assai diffusi, come per esempio After Effects, rischiano di trovarsi menomati o non funzionare se si rimuove QuickTime, dato che dipendono fortemente da questo software.

Adobe si sta dando da fare per eliminare questa dipendenza, ma in attesa di quel momento chi usa After Effects si trova senza protezione: l’unico rimedio è non navigare su Internet con computer dotati di QuickTime per Windows.

Fonti aggiuntive: The Register, Graham Cluley.

“Polizia” blocca il computer, truffa classica in versione nuova (anche Mac)

“Polizia” blocca il computer, truffa classica in versione nuova (anche Mac)

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2014/01/25.

Avete presente la truffa classica in cui il computer si blocca mostrando una schermata della SIAE, della polizia o dell’FBI che accusa il proprietario di comportamenti illegali e chiede di pagare una multa per lo sblocco? È sempre stata esclusivamente per Windows, ma ora c’è una variante che funziona anche sui Mac grazie a un po’ di Javascript.

Se volete sapere come funziona e come prevenirla, date un’occhiata a questo articolo che ho scritto per la Rete Tre della RSI.

Aggiornamento 2014/01/25. Visto che i miei articoli sul sito della RSI sono al momento irraggiungibili, ripubblico qui l’articolo integrale.

Nuova trappola blocca-computer per utenti Mac

La truffa informatica nella quale un virus blocca il computer e chiede un riscatto per sbloccarlo, spesso fingendo che il blocco sia stato imposto dalla polizia, non è una novità, anche se continua a fare vittime. Adesso ne arriva un’altra versione che se la prende con gli utenti di computer Apple e non richiede più che l’utente si faccia prima infettare: è sufficiente visitare la pagina Web sbagliata. E per “sbagliata” s’intende semplicemente una pagina trovata cercando immagini di qualche celebrità.

La novità viene segnalata dall’FBI, da F-Secure e Malwarebytes: cercando per esempio su Bing delle immagini di Taylor Swift usando il browser Safari compare un avviso dell’Europol o dell’FBI (a seconda della regione geografica nella quale ci si trova) che informa l’utente in inglese che il suo browser “è stato bloccato perché ha visualizzato o distribuito contenuto pornografico proibito” e che per sbloccare il computer ed evitare altre conseguenze legali c’è da pagare una sanzione di 300 dollari.

Se l’utente cerca di chiudere la finestra, non ci riesce; se l’utente forza la chiusura di Safari (menu Mela – Uscita forzata), al riavvio ricompare la stessa finestra di blocco. Il trucco per uscirne senza pagare è forzare la chiusura di Safari e poi riavviarlo tenendo premuto il tasto Shift. In alternativa potete andare al menu di Safari e scegliere Ripristina Safari, lasciando spuntate tutte le caselle mostrate nella finestra di dialogo. Perderete la cronologia e Safari non ricorderà le password, ma è sempre meglio che pagare 300 dollari a dei criminali o dover pagare l’assistenza tecnica che sblocchi il browser.

Se volete prevenire questo genere di problema, potete inoltre andare nelle Preferenze, scegliere la scheda Generale e scegliere Una nuova finestra nel menu Safari si apre con. In questo modo se vi capita il problema sarà sufficiente forzare la chiusura di Safari. Il prezzo di questa prevenzione è che Safari non ricorderà le pagine aperte quando lo riaprirete.

Attenzione alle foto di Steve Jobs malato: è probabilmente un falso. Aggiornamento: forse no

Attenzione alle foto di Steve Jobs malato: è probabilmente un falso. Aggiornamento: forse no

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2011/08/30.

Sta cominciando a circolare una fotografia di Steve Jobs che lo ritrarrebbe in pessime condizioni di salute. La foto è stata lanciata dal sito di gossip TMZ, ma presenta vari indizi di manipolazione. Reca il credit “Bruja/PacificCoastNews.com”, ma sul sito di paparazzate citato non c’è traccia di questa foto. Sto aspettando conferme, ma nel frattempo sarebbe opportuno non diffonderla acriticamente o darla per autentica (Ansa; Melablog.it, che poi ha corretto). Quand’anche fosse autentica, pubblicarla sarebbe squallido.

Più in generale, è probabile che gli spammer e i creatori di virus e malware assortito si scatenino creando esche basate sull’interesse morboso per questo genere di immagini. Meglio essere prudenti.

Aggiornamento (12:55)

Ho contattato Paolo Bertotti di Photobuster: nota che la guancia di Jobs rivolta verso la fotocamera ha un curioso effetto concavo-convesso, probabilmente dovuto alla compressione o a una pareidolia (dettaglio qui accanto, nel quale segnalo anche uno strano “scalino” nei tendini del collo a sinistra); Bertotti segnala che c’è una “strana attaccatura ‘luminosa’ sul collo di Jobs in corrispondenza della maglietta” e che i contorni della “gonna” indossata da Jobs sono “molto più definiti per esempio dei contorni della maglietta, è quantomeno strano e si nota nella parte bassa della gonna”.

“Le ombre e le luci nella foto sono però per così dire ‘regolari'”, aggiunge, “non si notano anomalie sull’illuminazione (e se è un fotomontaggio hanno fatto veramente un ottimo lavoro)”; inoltre “sui contorni della testa di Jobs non si notano elaborazioni: solitamente in questi casi scontornare una persona con la capigliatura come quella di Jobs (molto diradata e con capelli in trasparenza con lo sfondo) diventa una tragedia: si sarebbe dovuto ricostruire i capelli e sovrapporli allo sfondo.”

“I dati EXIF non sono di grande aiuto, la foto viene pure ‘riconosciuta’ come frutto di un programma di foto editing che utilizza codifica Adobe (son due foto montate assieme….per forza!)”

Dal punto di vista del contesto, c’è la perplessità di Bertotti (che condivido) sul fatto che Jobs indossa appunto una gonna (correzione: non è una gonna, ma probabilmente maglia più pantalone). È altrettanto bizzarro e implausibile che un uomo sempre così attento all’immagine si sia fatto vedere e fotografare “vestito alla bell’e meglio con una gonna, una maglietta trasandata con mezza manica tirata su, dei calzini con dei Birkenstock”.

Bertotti precisa che le sue osservazioni sono mere ipotesi, non avendo il file originale ma solo una copia a bassa definizione e degradata; io ci aggiungo il dettaglio curioso dell’interruzione sfumata della ringhiera a sinistra (dettaglio qui accanto).

Tutti gli indizi, insomma, sembrano suggerire un falso.

Aggiornamento (17:00)

Melablog ha corretto il proprio articolo con apprezzabile trasparenza.

Aggiornamento (17:10)

Fabio di setteB.IT mi segnala che la “gonna” sembra in realtà una maglia più un pantalone, come si nota aumentando luminosità e contrasto dell’immagine:

Aggiornamento (2011/08/28 8:45 e 14:50)

Grazie ai commenti dei lettori, segnalo che lo sfondo della fotografia corrisponde all’ingresso dell’abitazione di Jobs a Palo Alto, in California, come si può vedere in Google Street View oppure presso AllAboutSteveJobs.com (foto qui accanto): si riconoscono la sommità caratteristica della colonna che regge il cancello d’ingresso (visibile a destra in alto nella foto sospetta) e l’arco di legno nel giardino (in alto a sinistra).

Ho chiesto il parere di ErrorLevelAnalysis, perché un primo test sui livelli d’errore dell’immagine sembra indicare livelli molto differenti per gli indumenti di Jobs rispetto al resto dell’immagine, come si può vedere qui sotto:

In questo genere di analisi le differenze di qualità (livelli d’errore) vengono rappresentate tramite colori differenti: più è chiara una zona, meno volte è stata ricompressa. In una foto non ritoccata i livelli sono sostanzialmente uniformi, ma qui non lo sono. È possibile che la fotografia sia stata semplicemente schiarita in alcune zone, ma la spiccata differenza di livelli d’errore è un forte indicatore di manipolazione.

Un altro elemento d’indagine interessante è che le immagini sono in realtà due: sopra il titolo, nel sito TMZ che ha lanciato la foto, ce n’è un’altra molto piccola e leggermente differente, apparentemente presa da un’angolazione diversa.

A chi mi chiede un verdetto finale: finché non viene presentata l’immagine originale in alta risoluzione, non è prudente dare giudizi definitivi. Sulla base dei pochi dati disponibili, per ora è probabile che l’immagine sia falsa o comunque manipolata significativamente. In ogni caso è di pessimo gusto.

Aggiornamento (2011/08/30)

I lettori Marcolino e Bonacina mi segnalano la pubblicazione di altre fotografie simili a quella iniziale. Queste nuove immagini (che non pubblico per rispetto della dignità di un malato; se ci tenete a vederle, sta a voi seguire i link) hanno una risoluzione migliore, sono state scattate con un teleobiettivo potente (a differenza di quella iniziale, ripresa a distanza ravvicinata, forse dall’interno di un’auto di passaggio) e sembrano autentiche.

È stata anche pubblicata, pressi i link citati sopra, una versione a maggiore risoluzione della fotografia del volto di Jobs pubblicata inizialmente. Questa versione e la presentazione di queste nuove immagini sembrano indicare che anche la prima immagine sia autentica perlomeno nella sostanza.

Comunque sia, resta valida la raccomandazione di non precipitarsi senza precauzioni su eventuali siti-esca basati su questo genere di foto. E resta il dispiacere di vedere l’assenza di rispetto giornalistico per chi sta male.

Raffica di aggiornamenti in casa Apple: iOS 9.2, OS X 10.11.2, WatchOS 2.1, tvOS 9.1

Raffica di aggiornamenti in casa Apple: iOS 9.2, OS X 10.11.2, WatchOS 2.1, tvOS 9.1

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Apple ha reso disponibile iOS 9.2, che risolve parecchie magagne di sicurezza e di stabilità. È installabile sugli iPhone dal modello 4s in su, sull’iPod touch dalla quinta generazione in su e sull’iPad dalla versione 2 in su. Al momento in cui scrivo i server di Apple sembrano parecchio intasati dall’orda di utenti, per cui conviene aspettare qualche ora (ma non troppo, visto che ci sono delle falle di sicurezza da turare).

OS X passa alla versione 10.11.2, descritta qui e qui, che richiede lo scaricamento di un paio di giga. Anche questo aggiornamento risolve falle di sicurezza e promette di stabilizzare alcuni problemi di stabilità, per esempio sul Wi-Fi. Mettete in preventivo una buona mezz’ora di scaricamento e installazione.

C’è anche un aggiornamento di WatchOS, per chi ha Apple Watch: è la versione 2.1.

Infine per chi ha Apple TV (quarta generazione) c’è l’aggiornamento di sicurezza a tvOS 9.1.

Come al solito, prima di fare qualunque aggiornamento è prudente creare una copia esterna di tutti i dati contenuti nel dispositivo da aggiornare. Utente Apple avvisato, mezzo salvato.

Fonti aggiuntive: Ars Technica.

Android troppo insicuro? Colpa dei mancati aggiornamenti

Android troppo insicuro? Colpa dei mancati aggiornamenti

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2015/11/07 15:15.

È più sicuro Android o iOS? Capita spesso di sentire domande apparentemente semplici come questa, ma la risposta non è altrettanto semplice. In parte la sicurezza dipende dalle abitudini degli utenti, ma va detto che nel caso di Android c’è una grossa responsabilità dei produttori di telefonini, che non mettono a disposizione degli utenti gli aggiornamenti di sicurezza o lo fanno con ritardi enormi, rendendo vulnerabili anche gli utenti Android più diligenti e dotati di dispositivi recenti. La mancanza di aggiornamenti colpisce in particolare i dispositivi Android di fascia economica. Apple, invece, aggiorna sistematicamente tutti gli iPhone e gli altri dispositivi iOS ragionevolmente recenti.

Secondo una ricerca pubblicata da Skycure.com, un dispositivo Android su tre ha una versione di Android obsoleta e non aggiornabile, mentre nel mondo iOS i dispositivi non aggiornati sono circa uno su quattro (il 26%). Questa situazione porta gli utenti Android ad essere più facilmente infettabili: secondo i dati di Skycure, circa il 3% dei dispositivi Android è infetto con app ostili di pericolosità media o alta.

Inoltre più di un dispositivo Android su quattro (27%) ha attiva l’opzione di installare app di provenienza diversa da Google Play e oltre il 15% ha abilitato il debugging USB, che facilita il trasferimento delle app di malware dal dispositivo al computer collegato. Queste sono opzioni che l’utente deve scegliere di attivare (sono normalmente spente), per cui la riduzione di sicurezza che ne deriva è colpa dell’utente. Fra l’altro, la maggior parte degli utenti di telefonini (il 52%) non mette una password sull’accesso al dispositivo.

Per chi vuole usare Android e vuole la certezza di avere sempre aggiornamenti di sicurezza prontamente disponibili le opzioni sono poche: la più rapida è quella di acquistare un Nexus, il telefonino Android venduto e aggiornato direttamente da Google.

iPhone 6s, chiarita la differenza di consumo di batteria

iPhone 6s, chiarita la differenza di consumo di batteria

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2015/10/19 23:30.

Credit: Apple.

Nella puntata del Disinformatico della settimana scorsa ho raccontato la polemica sul fatto che gli iPhone 6s esistono in due versioni differenti, dotate di processori di marche diverse (Samsung e Taiwan Semiconductor), che hanno consumi di batteria differenti.

In particolare, alcuni test indicavano che la versione dell’iPhone 6s dotata di processore fabbricato dalla Taiwan Semiconductor (TSMC) faceva durare la batteria fino a due ore in più. Apple aveva obiettato che i test non erano realistici; ora sono arrivati i test realistici e possiamo sapere chi ha ragione.

Le prove condotte da Ars Technica indicano che gli iPhone 6s con processore Samsung durano effettivamente di meno in condizioni realistiche: per esempio, la navigazione su Internet usando il Wi-Fi dura 610 minuti con la versione Samsung e 624 con quella TSMC. Ma un quarto d’ora scarso su oltre dieci ore non è una differenza particolarmente significativa.

L’unico test che ha dato grandi differenze è stato il Geekbench 3, quello che ha dato il via alla polemica e che è fra quelli considerati non corrispondenti a un profilo di uso normale perché carica il processore molto più di quanto faccia un’attività standard e quindi amplifica eventuali differenze prestazionali.

Non solo: qualunque processo di fabbricazione di componenti elettronici ha una propria variabilità naturale, per cui non tutti i processori della stessa marca sono perfettamente identici. Il committente (Apple, in questo caso) definisce delle soglie minime, ma comunque nei suoi smartphone ci possono essere processori che hanno prestazioni e consumi differenti pur essendo della stessa marca. Di conseguenza, all’atto pratico non fa molta differenza quale processore avete nel vostro iPhone 6s e la polemica può essere chiusa.

2015/10/19 23:30

L’autorevole Consumer Reports ha pubblicato i risultati dei propri test: anche secondo queste prove non c’è “nessuna differenza apprezzabile” di durata della batteria o di temperatura fra le due versioni di iPhone 6s.