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Il dilemma dei cambiamenti climatici, risolto

Il dilemma dei cambiamenti climatici, risolto

La discussione sui cambiamenti climatici è da tempo politicizzata, teologizzata e lobbyizzata, tanto che si è persa di vista l’essenza della questione. Ogni tanto arriva qualcuno che riesce a riportarci al sodo. È il caso di questa vignetta di Joel Pett, vincitore del premio Pulitzer.

Ci si perde in dibattiti infiniti che presentano sempre le stesse domande: i cambiamenti climatici esistono? Se esistono, sono causati dall’umanità? Se lo sono, cosa dobbiamo fare?

Di solito non si supera neanche la prima domanda, perché arrivano i negazionisti, i dubbiosi, i giornalisti che dicono “gli scienziati sono unanimi, ma dobbiamo far sentire anche l’altra campana”, quelli che rifiutano di accettare i dati perché temono che guasteranno il loro stile di vita e dovranno spendere soldi e mortificarsi, e non si conclude nulla. Ancora una volta tutto viene rinviato.

La vignetta di Pett mostra una conferenza sul clima. Sul podio c’è un relatore che illustra i punti della politica di gestione dei cambiamenti climatici che propone: indipendenza energetica, conservazione delle foreste pluviali, sostenibilità, posti di lavoro nelle attività “verdi”, città vivibili, fonti rinnovabili, acqua e aria pulite, bambini sani, eccetera.

Dal pubblico si alza uno scettico e domanda: “Che facciamo se è tutta una grande truffa e creiamo un mondo migliore per niente?”

Il dilemma è tutto qui: se i negazionisti dei cambiamenti climatici hanno torto ma si impongono, siamo fregati e ci siamo giocati l’unico pianeta che abbiamo. Se invece hanno torto i sostenitori dell’esistenza dei cambiamenti climatici, il peggio che ci può capitare è che abbiamo ripulito il mondo. Che scelta difficile.

Per dirla con altre parole: se saltasse fuori che non c’è nessun pericolo derivante dal riscaldamento globale e che l’umanità non è responsabile, allora avremmo semplicemente fatto uno sbaglio di eccessiva prudenza. Ma se risultasse che il pericolo c’era e non abbiamo fatto nulla per rimediarlo, a quel punto sarebbe troppo tardi per fare qualunque cosa, e saremmo condannati al disastro. Messa in questi termini, non sembra una decisione difficile da prendere.

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Volkswagen: milioni di auto con malware iper-inquinante. Messo da Volkswagen. E da quanti altri?

Volkswagen: milioni di auto con malware iper-inquinante. Messo da Volkswagen. E da quanti altri?

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Lo scandalo della Volkswagen che ha truccato il software di circa undici milioni delle proprie auto diesel in tutto il mondo per barare durante i test sulle emissioni inquinanti è su tutti i giornali. È un disastro per l’azienda, con miliardi di euro persi in borsa e altri da accantonare per risarcimenti e riparazioni, ma è soprattutto un disastro ambientale per tutti noi.

Secondo le stime del Guardian, l’inganno mondiale perpetrato dalla casa automobilistica rischia di aver prodotto ogni anno quasi un milione di tonnellate di emissioni di ossidi di azoto (NOx), grosso modo quanto ne producono tutte le centrali elettriche, le auto, le industrie e l’agricoltura del Regno Unito.

Il trucco è banalissimo, stando a Consumer Reports: quando l’elettronica di bordo (prodotta dalla Bosch) rileva che le ruote di trazione (anteriori, nelle auto VW) si muovono ma quelle posteriori sono ferme, ossia quando l’auto è presumibilmente su un banco di prova, le prestazioni del motore vengono degradate in modo da produrre emissioni nei limiti di legge.

Fra l’altro, questa scelta inequivocabilmente intenzionale di Volkswagen ridefinisce drasticamente il concetto di malware. Siamo abituati a malware che ruba password, inietta pubblicità o altera il funzionamento dei computer o dei telefonini; non era ancora capitato che del malware inserito intenzionalmente dal costruttore consentisse di nascondere un inquinamento atmosferico su vasta scala.

Il problema è che probabilmente questo trucco è stato adottato anche in Europa, e non solo da Volkswagen ma anche da altre case automobilistiche: lo indicano anche le analisi dell’atmosfera, che continuano a rilevare livelli di NOx più alti di quelli attesi. E di certo cose di questo genere vanno avanti da oltre vent’anni, grazie anche alle leggi idiote sul copyright. Non sto scherzando.

Infatti Volkswagen non ha inventato nulla di nuovo. Ricordo che una persona esperta del settore mi confidava in dettaglio, già a fine anni Novanta, che un trucco sostanzialmente identico (una routine nel software delle centraline di controllo dei motori, che riconosce quando è in corso un test sulle emissioni inquinanti e degrada appositamente le prestazioni e quindi le emissioni) veniva utilizzato da una nota marca europea di auto ad alte prestazioni (di cui conosco il nome) per superare i test americani sulle emissioni nocive.

Questo suggerisce una domanda: oltre a Volkswagen (e quindi Audi, Bentley, Bugatti, Lamborghini, Porsche, SEAT, Škoda), quante altre case automobilistiche stanno barando e inquinando ben oltre i limiti di legge?

Ce ne sarebbe anche un’altra: come mai nessuna delle case automobilistiche concorrenti, che comprano regolarmente le auto dei rivali per analizzarle e studiarle in ogni minimo dettaglio e che avrebbero molto da guadagnare nel denunciare una violazione gravissima come questa da parte di un concorrente, ha denunciato questo trucco?

La scoperta dell’inganno si deve infatti a dei ricercatori della West Virginia University che stavano cercando tutt’altro: avevano l’incarico, per conto di una società senza scopo di lucro europea, di raccogliere dati per convincere i normatori europei a emulare i severi standard americani sulle emissioni di NOx. La loro sperimentazione sul campo ha rilevato valori di NOx assolutamente fuori misura e incomprensibili, e l’ente per l’ambiente americano lo ha saputo quasi per caso, come spiegano gli stessi ricercatori qui su IEEE Spectrum.

Questo disastro è andato avanti per così tanto tempo anche grazie al fatto che il software di gestione dei motori degli autoveicoli non è liberamente ispezionabile dai ricercatori indipendenti: anzi, è considerato illegale farlo, secondo l’interpretazione dominante delle norme sul copyright previste dal Digital Millennium Copyright Act (DMCA) specificamente per il software automobilistico. Spiega la Electronic Frontier Foundation:

I fabbricanti di automobili dicono che è illegale che i ricercatori indipendenti esaminino il codice che controlla i veicoli senza il permesso dei costruttori. Abbiamo già spiegato che questo consente ai fabbricanti di impedire la concorrenza nei mercati delle tecnologie per accessori e riparazioni. Rende anche più difficile la ricerca di problemi di sicurezza da parte degli enti di tutela […]. L’incertezza legale creata dal Digital Millennium Copyright Act rende anche più facile per i costruttori nascondere illeciti intenzionali. Abbiamo chiesto […] un’esenzione al DMCA che renda chiaro che la ricerca indipendente sul software degli autoveicoli non viola le leggi sul copyright. Nell’opporsi a questa richiesta, i costruttori hanno affermato che se le persone avessero avuto acceso al codice, avrebbero violato le norme antinquinamento. Ma ora abbiamo appreso che secondo la Environmental Protection Agency [PDF; link aggiornato ad Archive.org] la Volkswagen aveva già programmato un’intera flotta di veicoli in modo da nascondere quanto inquinamento generavano, producendo un impatto reale e quantificabile sull’ambiente e sulla salute umana.

Se il software fosse stato liberamente ispezionabile, anche se non modificabile (per evitare manipolazioni pericolose), Volkswagen probabilmente non ci avrebbe nemmeno provato. Se c’è una dimostrazione potente dei pregi dell’approccio open source, è questa.

Come al solito, quando non c’è vigilanza si commettono abusi, e quando si invoca la segretezza in nome della sicurezza, spesso la vera ragione è che si vuole carta bianca per commettere questi abusi o per nasconderli. La trasparenza serve proprio per evitarli. Anche nel software, che non è una cosa astratta, ma ha conseguenze dannatamente reali: il malware intenzionale di Volkswagen le ha permesso di inquinare impunemente l’aria che respiriamo. È ora di togliere a questi criminali la loro burocratica foglia di fico.

Forza, giornalisti: invece di fare il copiaincolla dei comunicati stampa e le recensioncine all’acqua di rose, andate a chiedere alle altre case produttrici di dichiarare, nero su bianco, che non usano e non hanno mai usato trucchi software per barare sui test sulle emissioni. Vediamo un po’ cosa rispondono.

E se qualcuno nel settore dell’assistenza automobilistica riceve richieste confidenziali di aggiornare con discrezione il software delle centraline per far sparire le tracce del malware, me lo dica. Sapete come contattarmi in modo riservato, se conoscete le basi della crittografia.

Due secoli e mezzo di emissioni di CO2 suddivise per paese, in 90 secondi

A volte le visualizzazioni grafiche dei dati fanno emergere il quadro generale molto più chiaramente di qualunque discorso. È il caso di questa animazione, che segue l‘evoluzione delle emissioni di CO2 dal 1750 al 2018 (268 anni) e mostra il loro crescendo inquietante insieme ai vari sorpassi dei contendenti a questa gara a chi fa peggio. Notate quanto spicchi la Rivoluzione Industriale britannica e quanto la scala debba ampliarsi per tenere conto della crescita enorme delle emissioni umane.

La fonte dell’animazione è Observablehq.com, che cita come fonti CDIAC e Global Carbon Project, ma senza fornire link specifici (li ho già chiesti agli autori e sto attendendo risposta). Se qualcuno li trova, li aggiungo qui volentieri.

17:50. @tomerini mi segnala due possibili fonti per i dati (una e due).

2019/04/27 3:00. Dai commenti mi arriva anche Globacarbonatlas.org.

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Linkiesta e le auto elettriche: perché tante sciocchezze tecniche?

Linkiesta e le auto elettriche: perché tante sciocchezze tecniche?

Ultimo aggiornamento: 2019/03/10 14:30.

Non so se è scoppiata una moda o se si tratta di emulazione o semplicemente di un argomento che giornalisticamente “tira”, ma ultimamente noto molti articoli allarmisti a proposito dei presunti pericoli delle auto elettriche.

Dopo le baggianate pubblicate da Difesaonline, stavolta mi state segnalando un articolo di Linkiesta.it (link intenzionalmente alterato, togliete “togliquesto” dall’URL) a firma di Marco Bentivogli (che, secondo la segnalazione di un lettore, è questo Marco Bentivogli, segretario generale metalmeccanici FIM CISL, autore anche di questo articolo di critica alle auto elettriche).

Ho salvato qui su Archive.is l’articolo de Linkiesta, così potete leggerlo senza regalare clic e visibilità.

Se volete darmi una mano a correggerne gli errori grossolani, che sono frammisti a considerazioni condivisibili, i commenti sono a vostra disposizione. Comincio io segnalandone un paio di dimensioni epiche.

…per ricaricare un auto elettrica serve una rete che sostenga i 150 kW e per quella rapida almeno i 300kW. Significa che se mettiamo sotto carica una Porsche o una Tesla di ultima generazione a Piazza Barberini oggi mandiamo in black-out elettrico diversi isolati.

Questa è una scempiaggine terroristica che si poteva benissimo evitare. Io carico senza problemi la mia auto elettrica, una piccola Peugeot iOn di seconda mano, anche a casa mia, sul mio contatore domestico. A casa mia posso caricare anche una Tesla. L’ho fatto, giusto per provare, e non è andato in blackout l’isolato.

Una Tesla Model S, sotto carica sulla mia presa domestica, assorbe 11 kW. La presa è da 400 V, ma il display indica 230 V perché visualizza la tensione fra fase e neutro, mentre i 400 V sono fra fase e fase. I dettagli sono su Fuori di Tesla.

Anche in Italia conosco proprietari di auto elettriche che caricano tranquillamente di notte, sul normale contatore domestico, senza causare blackout condominiali.

Infatti non è vero che “serve una rete che sostenga i 150 kW e per quella rapida almeno i 300kW.” Nessuna auto elettrica attualmente in commercio carica a 300 kW, tanto per cominciare, e comunque 150 kW è un valore necessario soltanto per le cariche ultrarapide, che sono una situazione rara e occasionale. La maggior parte delle auto elettriche oggi in circolazione non è neanche in grado di accettare 150 kW.

Normalmente un‘auto elettrica si carica con calma, durante la notte o nelle ore di sosta, impegnando pochi kW (la mia iOn, per esempio, non assorbe mai più di 2,3 kW sulla presa domestica). La carica ultrarapida serve soltanto durante i viaggi. E ovviamente le colonnine con questa potenza sono installate non da imbecilli che tirano una prolunga, ma da specialisti che dimensionano gli impianti in modo da non mandare “in black-out elettrico diversi isolati.”

Questo, per esempio, è il Supercharger (fino a 120 kW per auto) del Monte Ceneri, in Svizzera, in una foto che ho scattato ieri. Funziona e non ci sono blackout.

E questa è invece la stazione di ricarica gratuita dell’Ikea di Grancia, vicino a Lugano: sotto carica contemporaneamente una Tesla, la mia piccola iOn e (credo) una Zoe. Nessun blackout anche qui.

Simpatica anche quest’affermazione:

Non è la prima volta che sollecitiamo, prima la Fiat e poi la Fca a investire sulla nuova mobilità e su questo è evidente il nostro dissenso sui ritardi che la strategia di Marchionne su questo tema ha generato. Ma dal 29 novembre siamo riusciti a far cambiare strada al gruppo.

Avete letto bene. Linkiesta (o Bentivogli, come rappresentante del sindacato) si prende il merito di aver fatto cambiare la politica aziendale di un’intera casa automobilistica. Poteri forti, George Soros, fatevi da parte.

Come dimostrato da ricercatori italiani nel 2004, bastano 3 sigarette fumate in un box per generare 10 volte più PM10 di un motore diesel Euro 3 in 30 min.

Chi siano questi ricercatori italiani non si sa: peccato non includere un link alla loro ricerca. Siamo su Internet, suvvia, le fonti si possono anche citare. Tim Berners-Lee ha inventato i link apposta. Ma a parte questo, il paragone è insensato e tende a far sembrare trascurabile l’inquinamento prodotto da un motore diesel.

È insensato perché io posso anche scegliere di non essere così stupido da fumare tre sigarette in un box, ma non posso scegliere di non respirare l’aria che c’è per strada. E chiunque voglia asserire che un diesel Euro 3 acceso in un box sigillato è meno pericoloso di tre sigarette è pregato di dimostrarlo concretamente. Preferibilmente con Vigili del Fuoco e ambulanza pronto a soccorrerlo.

C’è poi da affrontare il tema della standardizzazione delle tecnologie di ricarica che richiederebbe di essere affrontata almeno a livello europeo.

Non è vero: come notato nei commenti qui sotto, a livello europeo le tecnologie di ricarica sono già standardizzate intorno a due tipi di connettore: il Tipo 2 per le auto che caricano in corrente alternata e il CCS Combo 2 per quelle che caricano in corrente continua.

Per il resto, l’articolo dice cose abbastanza sensate: per esempio, dice che non basta adottare le auto elettriche per risolvere il problema dell’inquinamento, visto che anche i riscaldamenti domestici antiquati sono un fattore molto importante nella generazione di emissioni inquinanti. Verissimo. Ma non siamo mica obbligati a fare una sola cosa per volta, come sembra suggerire l’articolo.

Non è che dobbiamo prima aspettare che siano sistemati tutti i riscaldamenti per poi passare alle auto elettriche. Possiamo fare le due cose insieme, cimentarci col problema su due fronti. Questa storia di “prima di fare X dobbiamo fare Y” suona molto come una classica scusa per non fare niente.

Chi può permettersi l’auto elettrica, di fatto, toglie dalla strada un’auto inquinante e rumorosa. Chi può cambiare riscaldamento in favore di un impianto meno inquinante riduce le emissioni per tutti. Scusate se è poco.

Scrivere “L’inquinamento delle auto a combustione è minimo rispetto a quello dei riscaldamenti: finiamola, quindi, con le mode” significa incoraggiare a ignorare il problema. Significa che chi ha i soldi per comprarsi un’auto elettrica comprerà invece un altro mega-SUV inquinante, usando come alibi dichiarazioni come quelle de Linkiesta.

Proviamo a fare meno terrorismo e più concretezza. Altrimenti, oltre all’aria inquinata, ci troveremo assediati dall’aria fritta.

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Tesla licenzia, frenesia mediatica

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2017/10/17 15:20.

A me sembrava una classica non-notizia, ma siccome da qualche giorno mi scrivete e tweetate in tanti (quello qui sopra è solo un piccolo campionario) chiedendomi un parere sul licenziamento di circa 400 dipendenti Tesla e sulle voci di difficoltà nella produzione della Model 3, con riluttanza riassumo qui quello che in parte ho già scritto via Twitter.

  1. Mettiamo subito in chiaro una cosa: non rappresento Tesla e non sono un fanboy di Tesla (anche se le sue auto mi piacciono e ne ho prenotata una, sto comunque valutando anche le concorrenti, Opel Ampera-e in testa). Sono un sostenitore delle auto pulite di qualsiasi marca. Per quel che mi riguarda, Tesla può anche fallire domani: l’importante è che qualcuno ci dia auto che non appestano l’aria, non fanno baccano incessante e non rovinano la salute e l’ambiente. Ne abbiamo urgente bisogno.
  2. Non dite che Elon Musk, boss di Tesla, non aveva avvisato. Ha detto chiaro e tondo a luglio che mettere in produzione un’auto nuova avrebbe comportato vari mesi di “production hell” (parole sue), come avviene spesso durante l’avvio di qualunque processo produttivo. E passare da una produzione a tiratura limitata di auto di lusso alla produzione di massa è una sfida enorme oltre che un punto di svolta e ne avevo messo in guardia pubblicamente a marzo 2016, prima ancora che venisse presentata la Model 3.
  3. I licenziamenti li fanno anche gli altri costruttori, ma non fanno altrettanto notizia. Vauxhall (la Opel britannica) ne ha appena annunciati 400 su 4500: letteralmente una decimazione (e passa da due turni a uno solo). Ma avete visto la stessa frenesia mediatica? Appunto. Tesla ha 33.000 dipendenti: fate voi le proporzioni.
  4. I problemi che impongono il richiamo delle auto càpitano a tutti, non solo a Tesla. Però quando càpitano a Tesla fanno clamore. Daimler deve richiamare un milione di Mercedes, ma non ho visto altrettanto interesse mediatico.
  5. Per chi dice che Tesla è spacciata perché ha i conti in rosso da anni: quante case automobilistiche sapete elencare che non sono mai fallite e hanno i conti in attivo? Vogliamo parlare di quel piccolo problemino chiamato Dieselgate? Quello che costerà 25 miliardi di euro a Volkswagen? Quello che contribuisce ad avvelenare l’aria e a dare all’Italia il primato per le morti da inquinamento atmosferico?
  6. Tesla è seduta su quattrocentomila prenotazioni della sua Model 3. Ditemi quanti altri costruttori possono vantare una clientela pronta e disponibile come questa. Di solito sono disperatamente in cerca di clienti.
  7. Che palle. Non possiamo semplicemente aspettare qualche mese e vedere come va a finire?

Magari nel frattempo possiamo fare qualcosa di più produttivo. Oppure chiederci se questo accanimento mediatico è dovuto alla tendenza di Tesla e Musk di usare i media per farsi pubblicità (il budget pubblicitario dell’azienda è sostanzialmente zero, e per questo non vedete spot delle Tesla), all’effetto “volpe e uva” (le Tesla sono belle e costose, roba da élite con tanti soldi, e fanno rosicare chi non se la può permettere, ha un’auto puzzona e sente magari il rimorso del Dieselgate, per cui vedere l’azienda di auto di lusso in difficoltà è consolatorio), oppure alla campagna mediatica di chi vuole mantenere lo status quo e proteggere i propri guadagni (tipo i fratelli Koch o Marchionne) diffondendo notizie false sulle auto elettriche. O a tutte e tre insieme.

Personalmente intendo dedicarmi ad altro, ma fate voi 🙂

Antibufala: le margherite mutanti di Fukushima

Antibufala: le margherite mutanti di Fukushima

Grande inquietudine in Rete per una fotografia, quella mostrata qui accanto, che sta circolando nei social network e viene ripresa da molti siti d’informazione senza alcuna verifica di base.

L’immagine mostra delle margherite apparentemente deformi, nelle quali il fiore si è sdoppiato in vari modi, e il testo che l’accompagna racconta che si tratta dei drammatici risultati del disastro nucleare avvenuto a Fukushima nel 2011 in seguito allo tsunami che colpì il Giappone.

Ma il sito antibufala Snopes.com ha verificato i fatti: la foto mostra davvero delle margherite fotografate dall’utente Twitter @San_kaido ed è stata pubblicata il 27 maggio scorso. Risulta inoltre che la foto è stata effettivamente scattata in Giappone, nella zona di Nasushiobara. Ma a l’idea che la forma insolita delle margherite sia dovuta alle radiazioni è soltanto una congettura dell’utente e non è supportata da alcuna prova.

Per contro esiste un fenomeno naturale, chiamato fasciazione, che produce gli stessi effetti, come documentato da varie fotografie scattate in luoghi ben lontani da Fukushima e da altri incidenti nucleari, per esempio in Olanda o nell’Idaho.

In altre parole, anche se l’incidente di Fukushima ha certamente avuto effetti sulla vegetazione nella zona, questa fotografia non dimostra affatto che quelle margherite sono mutate a causa delle radiazioni. Diffonderla senza questa precisazione serve solo ad alimentare inutilmente l’angoscia nelle persone.

L’evoluzione dell’impronta umana sulla Terra

Magnifica visualizzazione dell’impronta dell’umanità sulla Terra

Questo video riassume l’Antropocene: il periodo di ascesa ed espansione della specie umana fino a diventare una forza capace di cambiare il pianeta. Mai come oggi così tanti hanno avuto così tanto; mai come oggi corriamo il rischio di rovinare l’unica casa che abbiamo.

Se qualcuno vuole fare un’edizione in italiano di questo video, c’è una versione senza voce narrante e senza grafici qui su Vimeo. Maggiori informazioni sul progetto sono presso Anthropocene.info. Grazie a @Giovanni_Pt per la segnalazione.

Informatica riciclata

Informatica riciclata

Giornata mondiale dell’ambiente, cosa possiamo fare noi informatici e tecnomaniaci?

Il 5 giugno è la giornata mondiale dell’ambiente, patrocinata dall’UNEP (United Nations Environment Programme), per cui la puntata di oggi del Disinformatico radiofonico è dedicata al tema del riciclaggio, come lo è l’intera giornata di Rete Tre.

E’ ovvio che non basta una giornata mondiale per risolvere i problemi: ogni giorno dell’anno dovrebbe essere una giornata per l’ambiente, e ogni giorno dell’anno dovremmo compiere scelte mirate ad evitare inquinamenti e sprechi. Non basta il pensierino pio una volta l’anno. Ma giornate come queste sono un’occasione per discutere e riflettere sul tema portando qualche dato sul quale ragionare.

Per esempio, sapevate che un televisore al plasma, specialmente se non recente, può consumare fino a 600 watt, e che anche certi modelli LCD non sono lontani da questi valori? Gran parte di questo consumo finisce sotto forma di calore, che viene introdotto nella stanza che magari stiamo cercando disperatamente di rinfrescare usando il condizionatore. Che consuma altra energia elettrica: è come tenere mezzo asciugacapelli acceso. Pensateci. Cnet ha compilato una tabella dei consumi dei televisori di grande formato (LCD, plasma e retroproiezione) ricca di dati e sorprese.

Altri dati interessanti sul riciclaggio dei prodotti informatici e dell’elettronica di consumo in Svizzera sono disponibili presso l’Ufficio Federale dell’Ambiente (UFAM), presso la fondazione SENS e presso l’associazione Swico o SwicoRecycling.ch in un rapporto che segnala che nel 2008 sono state ritirate ben 50.753 tonnellate di apparecchi dismessi: rispetto al 2007, è aumentato il tonnellaggio dell’elettronica di consumo ed è diminuito quello dell’elettronica da ufficio e dell’informatica, che insieme rappresentano l’87% circa di tutto il tonnellaggio ritirato.

Un altro dato significativo che emerge da questo rapporto è che ogni anno vengono immessi sul mercato svizzero circa 18 chili di apparecchi elettrici ed elettronici per persona, mentre finisce al riciclaggio oltre l’85% del materiale: il resto viene riutilizzato in Svizzera come merce di seconda mano, esportato all’estero oppure conservato dagli stessi utenti.

Eclissi di... Terra?

Eclissi di… Terra?

Un anello di diamante, un velo sottile: è tutta l’atmosfera che abbiamo

(Credit: JAXA/NHK) La sonda automatica giapponese Kaguya ha da poco trasmesso quest’immagine splendida della Terra che eclissa il Sole, vista dalla Luna, scattata il 10 febbraio scorso.

Il Sole è quasi completamente occultato dal nostro pianeta, e illumina in controluce l’atmosfera terrestre, formando un anello sottile che rende molto chiaramente l’idea di quanto sia tenue lo strato d’aria nel quale vivono tutte le creature del nostro mondo e nel quale rigurgitiamo ogni sorta di porcherie.

A cosa serve l’esplorazione spaziale? A fare scienza, certo, ma anche (e forse soprattutto) a fornire immagini come questa, che più di mille grafici fanno capire quando sia fragile l’ambiente in cui viviamo. E ci fanno ricordare che è l’unico che c’è: rovinato quello, non possiamo andare al centro commerciale a comperarne un altro.

L’immagine è stata scattata mentre la Terra era parzialmente coperta dall’orizzonte lunare, che in questo fotogramma è buio e taglia l’anello dell’atmosfera terrestre in basso.

Usi Google? Sei un inquinatore

Usi Google? Sei un inquinatore

Fisico di Boston: due Googlate inquinano come farsi un bollitore di té

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Vignetta di Moise, pubblicata inizialmente su AFNews e ripubblicata qui per gentile concessione dell’autore.

Ne prendo nota con sconforto perché mi sa che questa storia tornerà a farsi sentire. Ansa.it, riferisce che secondo Alex Wissner-Gross, fisico della Harvard University di Boston”, usare Google è nocivo all’ambiente: “due ricerche producono tante emissioni quante quelle prodotte dal consumo di corrente di un bollitore elettrico per il tè, ovvero 7 grammi di CO2 a ricerca.”

Interessante, ma attenzione a non pensare che si possa salvare il mondo smettendo di Googlare (o di bere il té). Tanto per cominciare, Google dice alla BBC che i conti del fisico sono sballati e dichiara una cifra di 0,2 grammi di CO2 a ricerca. Poi c’è da considerare che il fisico stesso dice di arrivare a quel dato tenendo conto dei consumi di energia del terminale dell’utente (quanto consuma il vostro vecchio PC, magari con monitor catodico?), sui quali Google non ha alcun potere.

L’errore concettuale di questo genere di notizie è fornirle senza termini di paragone, o con termini di paragone stupidi (che razza di unità di misura è “un bollitore elettrico per il tè”?). Una rapida googlata (oddio, sono un inquinatore!) mi dice che una persona produce circa 900 grammi di CO2 al giorno semplicemente respirando. L’equivalente di 128 ricerche su Google, secondo le stime del fisico.

Mi preoccupa un po’ questo nuovo luddismo mirato contro l’informatica, che cerca di sembrare probo e rispettabile imbellettandosi con una patina di ecologismo di facciata. E’ molto più facile prendersela con l’informatica, perché per molta gente è roba incomprensibile, che prendersela per esempio con l’automobile: persino una Prius produce oltre 100 grammi di CO2 al chilometro (dati dell’ente di omologazione britannico).

Da dove vogliamo cominciare, se vogliamo veramente salvare il mondo? Dalle googlate o dall’uso spesso sconsiderato dell’automobile?