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Zoom vulnerabile sui Mac, aggiornatelo. Poi aggiornate l’aggiornamento

Zoom vulnerabile sui Mac, aggiornatelo. Poi aggiornate l’aggiornamento

Questo articolo è disponibile anche in
versione podcast audio.

Se usate Zoom su un computer Apple, aggiornatelo. E se l’avete appena
aggiornato, fatelo di nuovo. Lo so, la sicurezza informatica a volte sa essere
esasperante. Al recente raduno di esperti di sicurezza informatica
Def Con, uno di questi esperti, Patrick
Wardle, ha
dimostrato
una falla del sistema di aggiornamento automatico di Zoom per macOS che
avrebbe consentito a un aggressore di
“elevare in modo banale i propri privilegi fino a diventare root”. In
altre parole, fino a prendere pieno controllo del computer della vittima.

Il trucco era in effetti semplice: era possibile scavalcare la verifica di
autenticità degli aggiornamenti scaricati e quindi indurre lo scaricamento di
una versione vecchia e meno protetta di Zoom, oppure forzare l’installazione
di qualunque altra app ostile, dandole accesso completo al sistema
operativo.

La falla era sfruttabile soltanto localmente da un utente non privilegiato,
per cui il rischio era concreto solo in alcuni scenari abbastanza particolari,
come per esempio un Mac condiviso in ambiente scolastico o lavorativo, ma
visto che fra i milioni di utenti di Zoom ci sono appunto molte scuole e
aziende in tutto il mondo, la società informatica omonima che gestisce l’app
Zoom ha aggiornato molto rapidamente il proprio prodotto per eliminare questa
falla. La notizia della grave vulnerabilità si è diffusa rapidamente e così
gli utenti diligenti si sono precipitati ad aggiornare Zoom alla versione
5.11.5.

Ma poi è arrivato un altro ricercatore di sicurezza, Csaba Fitzl, che si è
accorto
che l’aggiornamento correttivo diffuso da Zoom era a sua volta difettoso e che
quindi era possibile aggirarlo e continuare a sfruttare la vulnerabilità
scoperta dal collega. E così Zoom ha dovuto rilasciare un aggiornamento di
sicurezza per correggere il proprio aggiornamento di sicurezza rilasciato
appena quattro giorni prima (i bollettini di sicurezza di Zoom sono
qui).

Se vi sentite disorientati e volete semplicemente usare Zoom in santa pace, il
consiglio degli esperti è di scaricare manualmente la versione più recente di
Zoom, che al momento in cui pubblico questo podcast è la 5.11.9, senza
attendere che Zoom faccia i suoi consueti aggiornamenti automatici. Per farlo
è sufficiente andare a
Zoom.us/download e scegliere la
versione per il proprio sistema operativo. 

Come sempre, si consiglia di non
cliccare su eventuali link di invito ad aggiornarsi ricevuti via mail o
tramite messaggi e di digitare manualmente questo indirizzo per evitare truffe
e attacchi informatici.

Fonti aggiuntive:
MemeBurn,
BitDefender.

Aggiornate Zoom, fino alla versione 5.10.0 basta un messaggio in chat per infettare PC, Mac e telefoni

Se usate Zoom, la popolarissima app per videoconferenze, aggiornatela subito: le versioni fino alla 5.10.0 compresa hanno una serie di falle di sicurezza importanti, che hanno un effetto sorprendente. Consentono infatti a un aggressore di usare la funzione di chat di Zoom per installare malware sul dispositivo della vittima, senza che la vittima debba fare nulla. In pratica, se l’aggressore è in una chat di Zoom con voi, può prendere il controllo del vostro computer, tablet o telefonino.

Il problema riguarda l’app di Zoom su Android, iOS, Linux, macOS e Windows. Per risolverlo, Zoom va aggiornato alla versione 5.10.1 o successiva.

La falla, composta in realtà da una serie di difetti concatenati (CVE-2022-22784, 785, 786 e 787) è stata scoperta da Ivan Fratric, un ricercatore informatico che fa parte del Project Zero di Google dedicato alla ricerca di vulnerabilità nelle app. La scoperta risale a febbraio, ma è stata resa pubblica solo il 24 maggio scorso.

Fonti: The Register, Ars Technica, The Hacker News.

 

Video pornografico irrompe in convegno Zoom di senatori italiani: password pubblicata dagli organizzatori

Video pornografico irrompe in convegno Zoom di senatori italiani: password pubblicata dagli organizzatori

Screenshot parzialmente oscurato da me.

L’occasione è molto seria: un convegno sul tema della pubblica amministrazione
trasparente e del recepimento della direttiva UE Public Sector Information,
organizzato online su Zoom da un movimento politico italiano e trasmesso dalla
Web TV del Senato della penisola in diretta il 17 gennaio scorso. Fra gli ospiti c’è anche il
premio Nobel 2021 per la fisica Giorgio Parisi.

A un certo punto del convegno, sullo schermo dell’austera Sala dei Presidenti
di Palazzo Giustiniani e sui monitor dei relatori collegati via Zoom e del
pubblico che sta seguendo il convegno tramite Internet compare un video molto
esplicito: un’animazione digitale che mostra le attività intime di un
personaggio che molti gamer avranno riconosciuto immediatamente. È
Tifa Lockhart di
Final Fantasy VII.

Le immagini rimangono sullo schermo per un’interminabile manciata di secondi
nel silenzio e nel gelo dei partecipanti, intanto che la regia del convegno
tenta disperatamente di eliminare dallo schermo il video, nel quale gli
osservatori più attenti e impassibili noteranno l’indirizzo del suo creatore,
l’animatore digitale
juicyneko. La regia cerca di
rimuovere dalla sessione Zoom l’intruso, anzi gli intrusi che sono entrati
nella riunione e hanno sommerso la relatrice non solo con immagini poco
pertinenti ma anche con grida in lingua straniera fortemente distorte (se
qualcuno riesce a decifrarle, me lo segnali nei commenti) e poi con un video
musicale tratto da YouTube.

L’intero incidente è stato immortalato sul sito di Radio Radicale
qui
(dal minuto 26 in poi; immagini ovviamente non adatte a un pubblico
sensibile).

La senatrice Maria Laura Mantovani, che ha aperto il convegno, ha dichiarato
che si è trattato di
“un episodio gravissimo, un vero e proprio attacco” e ha
annunciato
che avrebbe sporto denuncia alla polizia postale italiana.

Può sembrare strano e preoccupante che degli intrusi riescano a violare la
sicurezza di un sito istituzionale e a irrompere in una riunione politica, ma
c’è un dettaglio che potrebbe ridimensionare parecchio la vicenda. 

L’informatico Andrea Lazzarotto ha infatti notato che il link per collegarsi
al convegno tramite Zoom era stato pubblicato alcuni giorni prima sui social
network dalla senatrice stessa (e, notano altri, anche da un suo collega, il senatore Mario Turco), con tanto di
passcode, ossia il codice numerico necessario per accedere a una
riunione Zoom. Il link era https://us02web.zoom.us/84618000732 e il passcode era 631228.

Con questo link e questo passcode e senza le opportune impostazioni restrittive di Zoom, irrompere nel convegno sarebbe stata solo questione di cliccare sul link e digitare il codice, sperando che la regia non si accorgesse che nella sala d’attesa virtuale c’erano degli utenti non previsti e li ammettesse alla riunione. C’è chi fa notare che la senatrice ha un notevole curriculum informatico e quindi critica questa sua decisione di pubblicare link e passcode, ma è probabile che ci sia stata una sequenza di errori commessi anche da altri.

La dinamica dettagliata dell’incursione non è stata ancora resa nota, ma sulla base di quello che si sa fin qui non sembra che si sia trattato di un attacco particolarmente sofisticato dal punto di vista tecnico.

Si tratterebbe insomma di un semplice caso molto visibile di zoombombing: vandali che entrano in videoconferenze i cui codici di accesso sono stati incautamente pubblicati dagli organizzatori.

Ma come si fa a evitare questo tipo di incidente? Ci sono alcune precauzioni fondamentali, che conviene ripassare a chiunque abbia intenzione di organizzare videoconferenze con qualunque piattaforma, da Zoom a Teams.

  • Se si tratta di una riunione chiusa, nella quale tutti i partecipanti devono poter parlare e condividere il proprio video e delle immagini, come avviene per esempio nelle lezioni scolastiche a distanza, le coordinate della riunione non vanno assolutamente pubblicate ma vanno date in privato soltanto a quei partecipanti, con la raccomandazione di non condividerli con nessuno al di fuori dei partecipanti stessi.
  • Se invece la videoconferenza prevede un certo numero di partecipanti che parlano e condividono video e immagini e un numero più ampio di persone che possono soltanto assistere senza poter intervenire, allora ci sono due soluzioni: usare l’apposita modalità webinar di Zoom oppure diffondere in streaming la videoconferenza su Facebook, Twitch o Youtube, e dare al pubblico soltanto il link che porta a questo streaming. 
  • Se si usa la modalità webinar di Zoom, il link può essere pubblicato tranquillamente, perché soltanto chi entra nella videoconferenza con gli specifici account Zoom preventivamente impostati dalla regia come relatori può apparire in video e condividere immagini.

Attenzione: molti amministratori di sessioni Zoom pensano che per evitare problemi di condivisione di video imbarazzanti sia sufficiente bloccare in Zoom la condivisione di immagini, ma non è così: un utente molesto può infatti virtualizzare la propria webcam, per cui se ha la possibilità di apparire in video con il proprio volto nella riunione può facilmente mostrare un video al posto della propria immagine.

Gli strumenti per fare videoriunioni in sicurezza e senza interruzioni imbarazzanti ci sono, insomma: basta usarli e farli usare.

Cose da non fare in videoconferenza: guidare e fingere di essere in ufficio. Con la cintura di sicurezza in bella vista

Cose da non fare in videoconferenza: guidare e fingere di essere in ufficio. Con la cintura di sicurezza in bella vista

Ormai siamo tutti abituati agli sfondi virtuali nelle videoconferenze: sono
spesso brutti e scontornano malissimo il volto, mozzando occhiali e orecchi (se
non vi attrezzate con un green screen), ma perlomeno salvaguardano la
privacy quando non si vuole mostrare l’ambiente nel quale ci si trova.

Il senatore dello stato dell’Ohio Andrew Brenner, durante una riunione
governativa tenutasi via Zoom, ha usato uno di questi sfondi virtuali per
simulare di essere in ufficio o a casa mentre in realtà era in auto. E in
alcuni momenti stava pure guidando.

È stato tradito non tanto dal pessimo scontornamento che rivelava la falsità
dello sfondo, con un effetto piuttosto ridicolo, ma da un particolare rivelatore: la cintura di sicurezza che gli
attraversava la camicia in diagonale. Non risulta infatti che nell’Ohio le
sedie di casa siano dotate di cinture di sicurezza automobilistiche.

Nel
video integrale (circa 13 minuti) si vede che all’inizio il senatore è fermo in auto, e fin qui non ci sarebbe nulla di male. Ma poi inizia a guidare intanto che smanetta sul telefonino per impostare lo sfondo virtuale. Brenner stesso ha ammesso che stava guidando, ma ha dichiarato che non era distratto e stava soltanto ascoltando la riunione e che usa spesso questo metodo. Il video racconta una storia diversa, già a partire dall’uso dello sfondo. Se non avesse voluto mostrare dove si trovava, avrebbe potuto semplicemente disattivare la telecamera dopo che si era fatto identificare.

Ecco uno spezzone del video:

Ironia della sorte, il senato dell’Ohio sta proprio discutendo una legge che inasprirebbe le pene per chi guida in modo distratto, e fra i comportamenti vietati i sarebbe proprio lo streaming video durante la guida.

Fonti: Columbus Dispatch, Gizmodo, WKYC, BoingBoing.

Zoom consente di iniettare marcatori di tracciamento nell’audio delle sessioni. E nelle immagini?

Zoom consente di iniettare marcatori di tracciamento nell’audio delle sessioni. E nelle immagini?

The Intercept
ha segnalato il fatto che Zoom offre ai suoi clienti un’opzione che inietta un watermark o
audio signature (marcatore di tracciamento) nell’audio delle sessioni,
perlomeno in quello delle sessioni degli account professionali. Se vedete
quest’icona circolare accanto allo scudo verde in una sessione di Zoom, vuol
dire che la sessione è dotata di questi watermark, che includono in
modo inudibile i vostri dati personali.

Questa funzione, annunciata
qui
a settembre 2019 e documentata
qui
(screenshot qui sotto), consente a Zoom (l’azienda) di identificare chi ha
registrato e diffuso una sessione (“The Audio Watermark, or Audio Signature, feature embeds a user’s personal
information into the audio as an inaudible watermark if they record during a
meeting”
).

L’esistenza di questo watermark ultrasonico è molto importante da
conoscere per chiunque faccia investigazioni su fughe di notizie e anche per
chi volesse fare da whistleblower e far pervenire alle autorità o ai
giornalisti delle informazioni sensibili senza rivelarne la fonte. 

La stessa cautela sarà necessaria anche da parte dei giornalisti che dovessero
pubblicare spezzoni di audio di sessioni Zoom ricevute da fonti confidenziali
(in sintesi, è meglio non pubblicarle ma descriverle).

 

The Intercept precisa che non è chiaro se Zoom inietti questo
watermark direttamente nel flusso audio che viene ricevuto dal singolo
partecipante o se l’iniezione avvenga soltanto se si usa la funzione integrata
di registrazione. Zoom
dice
che per identificare il partecipante che ha registrato la sessione servono
almeno due minuti di audio. 

Esiste anche il watermark video esplicito e ben visibile in Zoom, come
nota anche
Lifehacker: è un’opzione, documentata
qui
da Zoom, che sovrappone una grossa scritta semitrasparente su qualunque
contenuto condiviso. La scritta è costituita da una porzione dell’indirizzo di
mail dell’utente che sta guardando il contenuto. Qui sotto vedete un
esempio di un watermark riguardante un utente che ha come indirizzo di
mail admin@qualchecosa[punto]com.

Mi viene però il dubbio che nelle sessioni Zoom possa essere anche un altro tipo di
watermark video, uno non dichiarato, per cui chiedo il vostro aiuto. 

Questa è uno screenshot di una porzione di una schermata
completamente bianca (creata con PowerPoint e la definizione di uno sfondo semplicemente bianco), acquisito durante una sessione Zoom:
notate le tenui righe verticali e le colonne di pallini?

Ho provato a esagerare i livelli RGB per rendere più visibili questi strani segni:

Questo fenomeno si nota anche in questo video tutorial di Zoom, prodotto dall’azienda stessa, quando lo sfondo è bianco:

Forse è solo un artefatto di compressione e io sono eccessivamente paranoico, visto che mi pare improbabile che io sia il primo a notare questo fenomeno, ma mi piacerebbe saperne di più. Se avete idee, segnalatele nei commenti.

Hacker a 8 anni per evitare le lezioni noiose

Hacker a 8 anni per evitare le lezioni noiose

Esempio di “hackeressa”.

BoingBoing
segnala un
thread su Twitter
che descrive la tecnica astuta usata da una bambina di otto anni a Austin, in
Texas per avere una giustificazione tecnica plausibile per non frequentare le
lezioni online che non le piacevano.

Tutto inizia con un problema apparentemente normale: la bambina non riesce a
collegarsi con Zoom per la lezione. La madre tenta di ricollegarla per oltre
un’ora ma fallisce. Presume che si tratti di un malfunzionamento di Zoom.

Il giorno successivo avviene la stessa cosa: la bimba non riesce a
ricollegarsi. La madre avvisa il docente.

Il terzo giorno il problema si ripresenta, con l’avviso di Zoom che la
password è sbagliata. Madre e docente ci provano per un’ora, ma niente da
fare.

Siamo al quarto giorno: madre e figlia vanno a casa di un’amica per provare la
sua connessione a Internet. Tutto funziona, ma a un certo punto il
collegamento a Zoom smette di funzionare ed è impossibile ricollegarsi. Si
sospetta che l’account della bambina sia stato messo in lista nera.

Quinto giorno: vengono coinvolti i tecnici di Zoom, ma non riescono a
risolvere il problema.

Sesto giorno: il docente ricrea tutta l’aula virtuale da zero. Tutti e trenta
gli studenti devono aggiornare, ricollegarsi. Niente da fare.

Siamo a una settimana: il docente d’informatica viene a casa della bambina per
provare a risolvere il malfunzionamento. Inutile.

A questo punto la madre abbandona i tentativi e inizia a fare lezione al posto
degli insegnanti. La bambina non si lamenta.

Passano due settimane e la bimba va in visita a un’amica della madre. Da lì
riesce a collegarsi e ricomincia a frequentare le lezioni per qualche tempo.
L’amica nota che la bimba si scollega da Zoom e le chiede come mai l’ha fatto.
La bimba, innocentemente, risponde che la connessione non stava funzionando
bene e quindi stava uscendo per ricollegarsi, come si fa spesso.

L’amica, però, si insospettisce e tiene d’occhio la bambina di otto anni. Dopo
un’ora di lezione, la bambina non ce la fa più e si scollega per ricollegarsi.
Ed è qui che scatta la sua astuzia. Quando si ricollega,
sbaglia intenzionalmente la propria password per una ventina di
volte.

Infatti la bimba ha capito che se un utente tenta di collegarsi con la
password sbagliata un numero sufficiente di volte, Zoom blocca ulteriori
tentativi per un certo periodo di tempo. Più si tenta, più aumenta la durata
di questo periodo.

Ma il messaggio d’errore che viene mostrato sullo schermo è
“password sbagliata”, non un più esplicativo
“Il tuo account è stato bloccato per troppi tentativi sbagliati di
immettere la password”
.

Mai sottovalutare l’ingegno di un utente sufficientemente motivato.

L’avvocato che diventa gatto su Zoom fa sorridere il mondo. Sì, ma come si fa a diventare gatti?

L’avvocato che diventa gatto su Zoom fa sorridere il mondo. Sì, ma come si fa a diventare gatti?

Collegarsi a una videoconferenza e accorgersi troppo tardi che chi ha usato il
computer prima di noi ha lasciato attivi i filtri che aggiungono baffi o
orecchie da coniglietto può capitare, ma stavolta è capitato in un contesto
particolarmente comico.

L‘avvocato texano Rod Ponton ha cercato di collegarsi su Zoom con il tribunale
per un‘udienza e si è reso conto che il suo volto veniva sostituito
digitalmente da un filtro, diventando quello di un gattino che ne seguiva i
movimenti e le espressioni, muovendo la bocca quando l‘avvocato parlava.

Lo spezzone di video dell’incidente ha fatto subito il
giro di tutta Internet, non solo per le espressioni ridicole del gattino ma anche per la serietà e
l’aplomb con il quale tutti hanno gestito la situazione, specialmente
quando l’avvocato ha detto al giudice, Roy B. Ferguson, che non riusciva a
disattivare il filtro e che era disposto a proseguire l’udienza in quelle
condizioni, dichiarando solennemente di essere presente e di non essere un
gatto. “I’m here live; I’m not a cat”.

L‘avvocato Ponton è diventato immediatamente una celebrità mondiale grazie al
fatto che il giudice ha
pubblicato
lo spezzone su Twitter, usandolo per diffondere un avviso:
“CONSIGLIO IMPORTANTE PER ZOOM: se un bambino ha usato il vostro computer,
prima di collegarvi a un’udienza virtuale controllate le Opzioni Video di
Zoom per assicurarvi che i filtri siano disattivati. Questo gattino ha
appena rilasciato una dichiarazione formale in un caso presso il 349°
[tribunale distrettuale]”
.

Il giudice ha lodato l’impegno e la professionalità di tutti i partecipanti e
ha chiarito che il momentaneo inconveniente è stato risolto e l’udienza è
proseguita regolarmente. L’avvocato, da parte sua, ha
spiegato
che ha usato il computer della sua segretaria, sul quale era attivo quel filtro
per ragioni non meglio chiarite. 

Succedeva anche agli antichi egizi.

 

Ma a questo punto, finite le risate, all’informatico viene spontanea e
irresistibile una domanda: come si fa, di preciso, ad attivare in Zoom il
filtro testa di gatto? Non c’è. I filtri disponibili Zoom aggiungono
barba e/o baffi, occhiali, cappelli, orecchie o antenne e poco altro. Non c’è
traccia di gattini. Allora da dove arriva il gattino animato dell’avvocato
texano?

Secondo
LifeHacker
e la BBC, quello
specifico gattino così comicamente animato esiste soltanto in Live Cam
Avatar della Reallusion, un vecchio software per webcam della Dell che risale
al
2010 circa

Se però vi accontentate di un filtro che ottenga un effetto analogo anche se
non identico, potete usare
Snap Camera, per
Windows 10 o macOS 10.13 o successivi. Dopo averlo installato, cercate uno dei
suoi filtri felini, attivatelo e poi lanciate Zoom o Teams o qualunque altro
software di videoconferenza, avendo cura di scegliere come webcam non quella
integrata nel computer ma quella virtuale creata da Snap Camera. 

Per disattivare questo filtro è sufficiente riselezionare la webcam normale.

La domanda finale, però, arriva dall’account Twitter di
Larry the Cat, il gatto del numero 10 di Downing Street:
“Esiste un filtro per Zoom che trasforma i gatti in avvocati?”

Che cos’è il genio? Lo studente che su Zoom sceglie un nome molto speciale

Mai sottovalutare l’astuzia degli utenti. Segnalo questo tweet (non autenticato, forse di fantasia) non tanto per dare idee malefiche agli studenti, ma per mettere in guardia i docenti che li devono gestire: “Mia moglie è un’insegnante e a quanto pare un ragazzino ha preso l’abitudine di cambiare il proprio nome in ‘Riconnessione in corso’ durante le lezioni su Zoom in modo che nessuno gli faccia domande. Sono settimane che lo fa. Questo ragazzo non deve preoccuparsi della sua formazione scolastica, è già un genio fatto e finito”.

A parziale contenimento di questo problema, in Zoom si può impedire agli utenti di cambiare il proprio nome durante le sessioni e gli amministratori possono cambiare i nomi agli utenti.

Aggiornate Zoom, offre nuove difese contro disturbatori e intrusi

Aggiornate Zoom, offre nuove difese contro disturbatori e intrusi

La popolarissima app di videoconferenza Zoom ha aggiunto pochi giorni fa nuove funzioni di sicurezza. Se la usate, aggiornatela alla versione 5.4.3.

Con questa nuova versione, chi gestisce una riunione può metterla completamente in pausa usando l’apposita funzione di sospensione aggiunta al pulsante Sicurezza: questo ferma tutte le attività audio e video, le chat, le annotazioni, le registrazioni e le condivisioni dello schermo.

Fatto questo, l’amministratore della riunione potrà segnalare a Zoom eventuali utenti che stanno causando scompiglio e rimuoverli. Anche i singoli utenti possono segnalare a Zoom eventuali molestatori o intrusi.

A proposito di intrusi, molte riunioni vengono turbate da ficcanaso o provocatori perché non adottano le misure di sicurezza offerte dal servizio. Esiste infatti gente che tenta a caso i numeri delle riunioni e vi entra quando ne trova una non protetta, per poi fare vandalismi virtuali con schiamazzi o immagini inadatte. In vari forum su Internet le coordinate delle riunioni vulnerabili vengono condivise in tempo reale per compiere vere e proprie razzie chiamate Zoombombing.

Per contrastare il fenomeno, Zoom ha attivato un sistema di notifica che esplora Internet alla ricerca di coordinate (link) a riunioni e notifica l’amministratore della riunione se trova online il link a una sua riunione.

Come sempre, uno dei modi migliori per evitare tutti questi problemi è non condividere mai pubblicamente le coordinate di una riunione e di chiedere ai partecipanti di fare altrettanto. Se dovete pubblicare il link a una riunione, usate la “sala d’attesa” per filtrare chi entra.

Zoom rinforza riservatezza e sicurezza

Zoom rinforza riservatezza e sicurezza

Dopo una partenza traballante che aveva rivelato molte falle di sicurezza, con incursioni imbarazzanti e offensive nelle videoconferenze, Zoom sta migliorando a grandi passi. Il lavoro dei suoi sviluppatori per renderla all’altezza del compito importante di aiutarci durante una pandemia va riconosciuto.

Zoom ha smesso da tempo di condividere dati con Facebook anche se l’utente non ha un account Facebook, e soprattutto ha annunciato l’introduzione della crittografia end-to-end (E2E) per tutti: in parole povere, Zoom non potrà conoscere il contenuto delle videoconferenze.

A differenza di quanto previsto inizialmente, la crittografia E2E sarà disponibile sia per gli utenti paganti, sia per quelli gratuiti. Nel caso degli account gratuiti, verranno autenticati tramite un SMS inviato al telefonino dell’utente.

Ci sono anche altri piccoli ritocchi che facilitano l’uso sicuro di Zoom, specialmente per le sessioni con numerosi partecipanti: per esempio, si può autorizzare automaticamente l’ingresso degli utenti provenienti da uno specifico dominio (per esempio quelli di un’azienda) senza doverli parcheggiare in sala d’attesa e approvare uno per uno, e l’amministratore di una sessione può attivare il microfono a tutti con un solo clic (su Unmute All), con un limite di 200 persone.

Insomma, a questo punto le perplessità iniziali sull’uso di Zoom per conversazioni professionali o personali delicate si riducono moltissimo. Se avevate rinviato l’installazione di quest’app in attesa che migliorasse e avete preferito usare la versione web, ora è il momento di installarla. Noterete un netto miglioramento delle prestazioni dell’app rispetto alla versione web.

Maggiori dettagli sono su Punto Informatico.